CONGREGAZIONE PER GLI ISTITUTI DI VITA CONSACRATA E LE SOCIETÀ DI
VITA APOSTOLICA
DIRETTIVE SULLA FORMAZIONE NEGLI ISTITUTI RELIGIOSI
* La Congregazione per gli Istituti di Vita Consacrata e le Società
di Vita Apostolica, che pubblica il presente documento, dà allo stesso
valore di « Istruzione », secondo il can. 34 del Codice di Diritto
Canonico. Si tratta di disposizioni ed orientamenti approvati dal S. Padre e
proposti dal Dicastero in vista di esplicitare le norme del Diritto e di aiutare
ad applicarle. Tali disposizioni ed orientamenti suppongono quindi le
prescrizioni giuridiche già in vigore in forza del diritto cui fanno
riferimento all'occasione, non derogando da alcuna di esse.
INTRODUZIONE
SCOPO DELLA FORMAZIONE DEI RELIGIOSI
1. Il rinnovamento degli Istituti religiosi dipende principalmente dalla
formazione dei loro membri. La vita religiosa raduna discepoli di Cristo che
vanno aiutati ad accogliere «quel dono divino che la Chiesa ha ricevuto dal
suo Signore e che essa conserva mediante la grazia».1 È per questo
che le migliori forme di adeguamento non porteranno i loro frutti se non sono
animate da un profondo rinnovamento spirituale. La formazione dei candidati, che
ha per fine immediato quello di iniziare la vita religiosa e di far prendere
loro coscienza della specificità della vita religiosa nella Chiesa, deve
dunque mirare soprattutto, attraverso l'armonica fusione dei suoi elementi,
spirituale, apostolico, dottrinale e pratico, ad aiutare i religiosi a
realizzare la loro unità in Cristo per mezzo dello Spirito. 2
PREOCCUPAZIONE COSTANTE
2. Già prima del Concilio Vaticano II la Chiesa si era preoccupata
della formazione dei religiosi.3 Il Concilio, a sua volta, ha dato dei principi
dottrinali e delle norme generali nel capitolo IV della Costituzione dommatica
Lumen gentium e nel decreto Perfectae caritatis. Il Papa Paolo
VI, da parte sua, ha ricordato ai religiosi che, qualunque sia la verità
delle forme di vita e dei carismi, tutti gli elementi della vita religiosa
devono sempre essere ordinati alla costruzione de "l'uomo interiore".4
Il Santo Padre Giovanni Paolo II è spesso intervenuto sin dall'inizio del
suo pontificato ed in numerosi discorsi da lui pronunciati, sulla formazione dei
religiosi.5 Il Codice di Diritto canonico ha infine tradotto in forme più
precise le esigenze necessarie per un conveniente rinnovamento della formazione.
6
L' AZIONE POST-CONCILLARE DELLA CONGREGAZIONE PER GLI ISTITUTI DI
VITA CONSACRATA E LE SOCIETÀ DI VITA APOSTOLICA
La Congregazione, sin dal 1969, ritoccava alcune disposizioni canoniche ora
in vigore dell'Istruzione Renovationis causam per «meglio adeguare
l'insieme del ciclo della formazione alla mentalità delle nuove
generazioni, alle condizioni presenti, come alla natura e al fine particolare di
ciascun istituto». 7
Altri documenti pubblicati successivamente dal Dicastero, sebbene non
riguardino direttamente la formazione dei religiosi, tuttavia si riferiscono ad
essa sotto l'uno o l'altro aspetto. Sono Mutuae relationes del 1978,8
Religiosi e promozione umana e Dimensione contemplativa della vita
religiosa del 1980,9 Elementi essenziali dell'insegnamento della Chiesa
sulla vita religiosa del 1983.10 Sarà utile ricorrere a questi vari
documenti affinché la formazione dei religiosi sia fatta in piena armonia
con gli orientamenti pastorali della Chiesa universale e delle Chiese
particolari e per favorire l'integrazione tra «interiorità e attività»
dei religiosi dediti all'apostolato.11 Cosi l'attività «per il
Signore» non cesserà li condurli al Signore «sorgente di ogni
attività». 12
LA RAGIONE D'ESSERE DI QUESTO DOCUMENTO ED I SUOI DESTINATARI
4. La Congregazione per gli istituti di vita consacrata e le società
di vita apostolica pensa che sia utile, ed anche necessario, proporre ai
superiori maggiori degli istituti religiosi ed ai loro fratelli e sorelle
incaricati della formazione, comprese le monache ed i monaci, oltre a tutti
coloro che lo hanno richiesto, il presente documento. Fa ciò in virtù
della sua missione di dare agli istituti orientamenti che potranno aiutarli ad
elaborare il loro piano di formazione (ratio) di cui il diritto generale
della Chiesa fa loro obbligo.13 D'altra parte, le religiose ed i religiosi hanno
il diritto di conoscere qual è la posizione della Santa Sede sui problema
attuali della formazione e le soluzioni che avrebbe da suggerire per risolverli.
Il documento si ispira a numerose esperienze già tentate dopo il Concilio
Vaticano II e si fa eco di questioni spesso sollevate dai superiori maggiori.
Ricorda a tutti alcune esigenze del diritto in funzione delle circostanze e dei
bisogni presenti. Infine, spera di rendere servizio soprattutto agli istituti
nascenti e a quelli che, per il momento, non dispongono che di pochi mezzi di
formazione e di informazione.
5. Il documento non riguarda che gli istituti religiosi. Esso si centra su
ciò che la vita religiosa ha di più specifico e dedica solo un
capitolo alle esigenze richieste per accedere al ministero diaconale e
presbiterale. Queste ultime hanno costituito l' oggetto di istruzioni esaurienti
da parte del dicastero competente, e riguardano anche i religiosi candidati a
tali ministeri.14 Esso cerca di dare orientamenti validi per la vita religiosa
nel suo insieme. Spetterà a ciascun istituto utilizzarli secondo il
proprio carattere.
Il contenuto del documento vale ugualmente per gli istituti maschili e
femminili, a meno che dal contesto e dalla natura delle cose non appaia
diversamente. 15
1 LG 43.
2 Cf. PC 18, 3.
3 Per ordine cronologico: SC dei religiosi, Decreto Quo efficacius, 24-1-1944:
AAS 36 (1944) 213; Lettera circolare Quantum conferat, 10.6.44: Enchiridion
de statibus perfectionis, Romae 1949, nn. 382. 561-564; Costituzione
apostolica Sedes Sapientiae, 31-5-1956: AAS 48 (1956) 354-365, e statuti
generali annessi alla Costituzione.
4 ET 32; cf. 2 Cor 4, 16; Rom 7, 22; Ef 4, 24; EV
996ss.
5 Giovanni Paolo II a Porto Alegre, 5-7-1980: IDGP III, 2, 128; Giovanni
Paolo II a Bergamo, 26-4-1981: ibid. IV, 1, 1035; Giovanni Paolo II a
Manila, 17-2-1981: IDGP IV, 1, 329; Giovanni Paolo II ai Gesuiti a Roma,
27-2-1982: IDGP V, 1, 704; Giovanni Paolo II ai maestri dei novizi dei
Cappuccini a Roma, 28-9-1984: IDGP VII, 2, 689; Giovanni Paolo II a Lima,
1-2-1985: IDGP VIII, 1, 39; Giovanni Paolo II all'UISG a Roma, 7-5-1985: ibis
1212; Giovanni Paolo II a Bombay, 10-2-1986: IDGP IX, 1, 420; Giovanni Paolo
II all'UISG, 22-5-1986: ibid. 1656; Giovanni Paolo II alla conferenza
dei religiosi del Brasile, 11-7-1986: IDGP IX, 2, 237.
6 Cf. CIC, cc. 641-661
7 RC, Introduzione: AAS (1969) 103 ss.
8 Congregazione per i religiosi e gli istituti secolari e Congregazione per
i vescovi: AAS 70 978) 473 ss.
9 Congregazione per i religiosi e gli istituti secolari, EV 7, 414 ss.
10 Congregazione per i religiosi e gli istituti secolari, EV 9, 181.
11 DCVR 4.
12 Giovanni Paolo II alla Congregazione per i religiosi e gli istituti
secolari, 7-3-1980: IDGP III, 1,527.
13 Cf. C. 659, 2 e 3.
14 RI I, 2 MS 62 (1970) 321 SS.
15 Cf. C. 606
II
CONSACRAZIONE RELIGIOSA E FORMAZIONE
IDENTITÀ RELIGIOSA E FORMAZIONE
6. Il fine primario della formazione è quello di permettere ai
candidati alla vita religiosa ed ai giovani professi di scoprire prima, di
assimilare ed approfondire poi, in che cosa consista l'identità del
religioso. Solo a queste condizioni la persona consacrata a Dio si inserirà
nel mondo come un testimone significativo, efficace e fedele.1 Conviene dunque
ricordare, all'inizio di un documento sulla formazione, ciò che
rappresenta per la Chiesa la grazia della consacrazione religiosa.
LA VITA RELIGIOSA E CONSACRATA SECONDO IL DIRITTO DELLA CHIESA
7. «In quanto consacrazione di tutta la persona, la vita religiosa
manifesta nella Chiesa l'ammirabile unione sponsale stabilita da Dio, segno
della vita futura. Cosi il religioso compie la sua piena donazione come un
sacrificio offerto a Dio, per cui tutta la sua esistenza diviene un culto
continuo reso a Dio nella carità».
«La vita consacrata mediante la professione dei consigli evangelici»
- di cui la vita religiosa è una specie - «è la forma stabile
di vita con la quale i fedeli, seguendo Cristo più da vicino, per
l'azione dello Spirito Santo, si donano totalmente a Dio amato sopra ogni cosa,
per dedicarsi con nuovo e speciale titolo al suo onore, all'edificazione della
Chiesa e alla salvezza del mondo, sono in grado di tendere alla perfezione della
carità nel servizio del Regno di Dio e, divenuti nella Chiesa segno
luminoso, preannunciano la gloria celeste».2
«Questa forma di vita, negli istituti di vita consacrata eretti
canonicamente dalla competente autorità della Chiesa, i fedeli la
assumono liberamente e, mediante i voti o altri vincoli sacri a seconda delle
leggi proprie degli istituti, professano di voler osservare i consigli
evangelici di castità, povertà ed obbedienza per mezzo della carità
alla quale i consigli stessi conducono, si congiungono a modo speciale alla
Chiesa e al suo mistero». 3
VOCAZIONE DIVINA PER UNA MISSIONE DI SALVEZZA
8. All'origine della consacrazione religiosa c'è una chiamata di Dio
che si piega solo con l'amore che Egli nutre per la persona chiamata. Questo
amore assolutamente gratuito, personale ed unico. Investe la persona al punto
che essa non appartiene più a se stessa ma appartiene a Cristo.4 Riveste
così il carattere di una alleanza. Lo sguardo che Gesù posò
sul giovane ricco manifesta questo carattere: «posando lo sguardo su di
lui, Gesù lo amò» (Mc 10, 21). Il dono dello Spirito
lo manifesta e lo esprime. Questo dono impegna la persona che Dio chiama, a
seguire Cristo mediante la pratica dei consigli evangelici di castità,
povertà ed obbedienza. È a un "dono divino che la Chiesa ha
ricevuto d suo Signore e che, per sua grazia, conserva fedelmente».5 E per
questo «la firma ultima della vita religiosa» sarà di «seguire
Cristo secondo l'insegnamento del Vangelo». 6
UNA RISPOSTA PERSONALE
9 La chiamata di Cristo, che è l'espressione di un amore redentivo, «investe
la persona intera, anima e corpo, si tratti di un uomo o di una donna; nella sua
entità personale è assolutamente unica».7 Essa «prende
nel cuore del chiamato la forma concreta della professione dei consigli
evangelici».8 In questa orma, quelle e quelli che Dio chiama donano a loro
volta a Cristo Redentore una risposta di amore: un amore che si abbandona
interamente e senza riserve che si perde nell'offerta di tutta la persona «come
ostia viva, santa, gradita a Dio» (Rom 12, 1). Solo questo amore,
anch'esso di carattere nuziale, che impegna tutta l'affettività della
persona, permetterà di motivare e di sostenere le rinunce e le croci che
incontra necessariamente colui che vuole «perdere la sua vita» a causa
di Cristo e del Vangelo (cf. Mc 8, 35).9 Questa risposta personale è
parte integrante della consacrazione religiosa.
LA PROFESSIONE RELIGIOSA UN ATTO DELLA CHIESA CHE CONSACRA E
INCORPORA
10. Secondo l'insegnamento della Chiesa, «con Ia professione
religiosa i membri assumono con voto pubblico l'obbligo di osservare i tre
consigli evangelici, sono consacrati a Dio mediante il mistero della Chiesa e
vengono incorporati all'istituto con i diritti e i doveri definiti dal diritto».10
Nell'atto della professione religiosa, che è un atto della Chiesa,
tramite l'autorità di colui o di colei che riceve i voti, convergono
l'azione di Dio e la risposta della persona.11 Questo atto incorpora in un
istituto. I membri vi «conducono in comune la vita fraterna»l2 e
l'istituto assicura loro «I'aiuto di una maggiore stabilità nella
loro forma di vita, di una dottrina provata per raggiungere la perfezione, di
una comunione fraterna della milizia di Cristo, di una libertà
fortificata nell'obbedienza al fine di poter adempiere con sicurezza e custodire
fedelmente la loro professione religiosa, progredendo nella gioia spirituale sul
cammino della carità».13
L'appartenenza dei religiosi e delle religiose a un istituto li conduce a
rendere a Cristo e alla Chiesa una testimonianza pubblica di distacco «dallo
spirito del mondo » (I Cor 2, 12) e dai comportamenti che esso
esige, e nel medesimo tempo di presenza nel mondo secondo « la saggezza di
Dio» (I Cor 2, 7).
LA VITA SECONDO I CONSIGLI EVANGELICI
11. «La professione religiosa pone nel cuore di ognuno e di ognuna
(...) l'amore del Padre, quell'amore che è nel cuore di Gesù
Cristo, Redentore del mondo. È amore, questo, che abbraccia il mondo e
tutto ciò che in esso viene dal Padre e che al tempo stesso tende a
sconfiggere tutto ciò che nel mondo non viene dal Padre».l4 (...)
"Un tale amore deve sgorgare (...) dalla fonte stessa di quella
particolare consacrazione che, sulla base sacramentale del santo battesimo, è
l'inizio della nuova creazione".15
12. La fede, la speranza e la carità spingono le religiose e i
religiosi ad impegnarsi con i voti a praticare e a professare i consigli
evangelici e a testimoniare così l'attualità e il senso delle
Beatitudini nel mondo.l6 I consigli sono come l'asse portante della vita
religiosa; essi esprimono in maniera completa e significativa il radicalismo
evangelico che la caratterizza.
Infatti, «con la professione dei consigli evangelici fatta nella Chiesa
(il religioso) intende liberarsi dagli impedimenti che potrebbero distoglierlo
dal fervore della carità e dalla perfezione del culto divino, e si
consacra più intimamente al servizio di Dio ».17 Essi raggiungono la
persona umana a livello delle tre componenti essenziali della sua esistenza e
delle sue relazioni: l'affettività, l'avere e il potere. Questo
radicamento antropologico spiega come la tradizione spirituale della Chiesa li
abbia frequentemente messi in relazione con le tre concupiscenze ricordate da
San Giovanni.18 La loro pratica ben condotta favorisce la maturazione della
persona, la libertà spirituale, la purificazione del cuore, il fervore
della carità ed aiuta il religioso a cooperare alla costruzione della
città terrena. 19
I consigli vissuti nella maniera più autentica possibile rivestono un
grande significato per tutti gli uomini 20 poiché ogni voto dà una
risposta specifica alle grandi tentazioni del nostro tempo. Per mezzo di essi la
Chiesa continua ad indicare al mondo le vie della sua trasfigurazione nel Regno
di Dio. Importa quindi che sia posta una cura attenta ad iniziare, teoricamente
e praticamente, i candidati alla vita religiosa, alle esigenze concrete dei tre
voti.
LA CASTITÀ
13. «Il consiglio evangelico della castità assunto per il
Regno dei cieli, che è segno della vita futura e fonte di una più
ricca fecondità nel cuore indiviso, comporta l'obbligo della perfetta
continenza nel celibato».2l La sua pratica comporta che la persona
consacrata mediante i voti religiosi metta al centro della sua vita affettiva
una relazione «più immediata» (ET 13) con Dio per mezzo
del Cristo, nello Spirito.
«Poiché l'osservanza della continenza perfetta tocca intimamente
le inclinazioni profonde della natura umana, i candidati alla professione della
castità non abbraccino questo stato, né siano ammessi, se non dopo
una prova veramente sufficiente e dopo che sia stata da essi raggiunta una
conveniente maturità psicologica ed affettiva. Essi non solo siano
preavvertiti circa i pericoli ai quali va incontro la castità, ma devono
essere educati in maniera tale da abbracciare il celibato consacrato a Dio anche
come un bene per lo sviluppo integrale della propria persona». 22
Una tendenza istintiva porta la persona umana ad assolutizzare l'amore
umano. Tendenza caratterizzata dall'egoismo affettivo che si afferma con il
dominio sulla persona amata, come se da tale dominio potesse nascere la felicità.
D'altra parte, l'uomo fa fatica a comprendere che l'amore possa essere vissuto
nel dono intero di se stesso, senza necessariamente esigere l'espressione
sessuale. Quindi, l'educazione alla castità dovrà mirare ad
aiutare ciascuna e ciascuno a controllare e a padroneggiare i suoi impulsi
sessuali, evitando nello stesso tempo l'egoismo affettivo orgogliosamente
soddisfatto dalla propria fedeltà nella purezza. Non è a caso che
gli antichi Padri dessero all'umiltà una priorità sulla castità,
giacché - come prova l'esperienza - la purezza può anche andare
d'accordo con la durezza del cuore.
La castità rende libero in maniera speciale il cuore dell'uomo (1
Cor 7, 32-35), così da accenderlo sempre più di carità
verso Dio e verso tutti gli uomini. Uno dei più grandi contributi che il
religioso può apportare agli uomini oggi è certamente quello di
rivelare loro, con la sua vita più che con le sue parole, la possibilità
di una vera dedizione ed apertura agli altri, condividendo le loro gioie,
rimanendo fedele e costante nell'amore, senza atteggiamento di dominio e di
esclusività.
Di conseguenza, la pedagogia della castità consacrata procurerà
di:
- mantenere la gioia e l'azione di grazie per l'amore personale con cui
ciascuno è guardato e scelto da Cristo;
- incoraggiare la pratica frequente del sacramento della riconciliazione, il
ricorso ad una direzione spirituale regolare e lo scambio di un vero amore
fraterno in comunità, concretizzato in relazioni franche e cordiali;
- spiegare il valore del corpo e il suo significato e formare ad un'igiene
corporale elementare (sonno, sport, sollievo, nutrimento, ecc);
- dare nozioni fondamentali sulla sessualità maschile e femminile con
le loro connotazioni fisiche, psicologiche, spirituali;
- aiutare al controllo di sé, sul piano sessuale ed affettivo, ed
anche in quello che riguarda altri bisogni istintivi o acquisiti (golosità,
tabacco, alcool);
- aiutare ciascuno ad assumere le proprie esperienze passate, sia positive
per renderne grazie, sia negative per individuare i punti deboli, umiliarsi
serenamente davanti a Dio e rimanere vigilante per l'avvenire;
- mettere in luce la fecondità della castità, la paternità
spirituale (Gal 4, 19) che genera vita per la Chiesa;
- creare un clima di confidenza tra i religiosi e i loro educatori, che
devono essere pronti a comprendere tutto e ad ascoltare affettuosamente per
illuminare e sostenere;
- comportarsi con la prudenza dovuta nell'uso dei mezzi di comunicazione
sociale e nelle relazioni personali che potrebbero essere di ostacolo ad una
pratica coerente del consiglio di castità (cf. cc. 277, 2 e 666).
Esercitare tale prudenza spetta non solo ai religiosi, ma anche ai loro
superiori.
LA POVERTÀ
14. "Il consiglio evangelico della povertà, ad imitazione di
Cristo che essendo ricco si è fatto povero per noi, oltre ad una vita
povera di fatto e di spirito, da condursi in operosa sobrietà che non
indulga alle ricchezze terrene, comporta la limitazione e la dipendenza
nell'usare e nel disporre dei beni, secondo I diritto proprio dei singoli
istituti"23
La sensibilità alla povertà non è nuova, né
nella Chiesa né nella vita religiosa. Ciò che forse è
nuovo, è che la sensibilità particolare verso i poveri e la povertà
nel mondo caratterizza oggi la vita religiosa. Oggi esistono forme di povertà
in grande scala, vissute da individui o sopportate da società intere: la
fame, l'ignoranza, la malattia, la disoccupazione, la soppressione delle libertà
fondamentali, la dipendenza economica e politica, la corruzione nel
funzionamento delle amministrazioni, il fatto soprattutto che la società
umana sembra organizzata in modo da produrre queste diverse povertà.
In queste condizioni, i religiosi sono spinti ad una maggiore prossimità
nei confronti dei miseri e dei bisognosi, quelli stessi che Gesù sempre
preferì, per i quali si disse inviato 24 ed ai quali si identificò.
25 Questa prossimità li induce ad adottare uno stile di vita personale e
comunitario più coerente con il loro impegno a seguire più da
vicino Cristo povero e umile. Questa "scelta preferenziale"26 ed
evangelica dei religiosi per i poveri implica il distacco interiore, una
austerità di vita comunitaria, a volte la condivisione della loro vita e
delle loro lotte, senza dimenticare tuttavia che la missione specifica dei
religiosi è di testimoniare che le beatitudini costituiscono la legge
nuova del cristiano, che la vita religiosa e il progetto apostolico non possono
ridursi ad un impegno generoso ma semplicemente temporale, che, nella Chiesa,
l'annuncio del Vangelo è più importante della denuncia dei mali e
delle ingiustizie e che questa non può fare a meno di quello che le dona
il suo vero fondamento e la forza della più alta motivazione. 27
Dio ama tutti gli uomini e vuole riunirli tutti senza esclusioni. 28 È
anche per i religiosi, una forma di povertà giacché i veri poveri
si trovano dappertutto. Ciò vale ugualmente, tenuto conto della
specificità del loro carisma, per gli istituti votati ad un servizio
presso le classi sociali più sfavorite.
Lo studio dell'insegnamento sociale della Chiesa e particolarmente quello
dell'Enciclica Sollicitudo rei socialis e dell'Istruzione sulla libertà
cristiana e la liberazione,29 aiuterà ad operare scelte adeguate per una
pratica attuazione della povertà apostolica.
L'educazione alla povertà evangelica sarà attenta ai seguenti
punti:
- prima di entrare nella vita religiosa, alcuni giovani hanno goduto di una
certa autonomia sul piano finanziario e sono stati abituati a procurarsi tutto
ciò di cui avevano voglia, altri trovano nella comunità religiosa
un livello di vita più elevato di quello della loro infanzia e dei loro
anni di studio o di lavoro. La pedagogia della povertà deve tener conto
della storia di ciascuno. Si deve ricordare anche che in certe culture le
famiglie contano di approfittare di ciò che appare come una promozione
per i loro figli;
- spetta alla virtù della povertà impegnarsi in una vita
laboriosa, in atti concreti ed umili di rinuncia alla proprietà, di
spoliazione, che rendono più liberi per la missione; di ammirare e di
rispettare la creazione e gli oggetti materiali messi a disposizione; di
rimettersi alla comunità per il livello di vita; di voler realmente che «tutto
sia in comune» e «che si dia a ciascuno secondo i suoi bisogni»
(Atti 4, 32.35).
Tutto ciò si compia al fine di incentrare la propria vita su Gesù
povero, contemplato, amato e seguito. Senza ciò, la povertà
religiosa, sotto la forma della solidarietà e della condivisione, diventa
facilmente ideologica e politica. Solo un cuore di povero che si mette alla
sequela del Cristo povero può essere sorgente una autentica solidarietà
e di un vero distacco.
L'OBBEDIENZA
« Il consiglio evangelico dell'obbedienza, accolto con spirito di fede
e amore per seguire Cristo obbediente fino alla morte, obbliga a sottomettere a
volontà ai legittimi superiori, quali rappresentanti di Dio, quando
comandano secondo Ie costituzioni proprie ». 30 Inoltre, tutti i religiosi «sono
per un titolo peculiare soggetti alla suprema autorità della Chiesa
stessa (...) (e) tenuti ad obbedire al Sommo Pontefice, come loro supremo
Superiore, anche a motivo del vincoIo sacro di obbedienza» 31 «Lungi
dal diminuire la dignità della persona umana, (l'obbedienza) la fa
pervenire al suo pieno sviluppo, favorendo la crescita della libertà dei
figli di Dio». 32
L'obbedienza religiosa è nello stesso tempo imitazione di Cristo e
partecipazione alla sua missione. Essa si preoccupa di fare ciò che Gesù
ha fatto ed insieme di ciò che Egli farebbe nella situazione concreta
nella quale il religioso si trova oggi. In un istituto, sia che si eserciti
l'autorità sia che non la si eserciti, non può né comandare
né obbedire senza riferirsi alla missione. Quando il religioso obbedisce
pone la sua obbedienza in continuità con l'obbedienza di Gesù per
salvare il mondo. Perciò, tutto quello che nell'esercizio dell'autorità
o dell'obbedienza deriva da un compromesso, da una soluzione diplomatica o da
pressione da ogni altro tipo di combinazione umana, tradisce l'aspirazione
fondamentale dell'obbedienza religiosa che è di accordarsi con la
missione di Gesù e di attuare neI tempo, anche se questo impegno è
oneroso.
Un superiore che favorisce il dialogo educa ad una obbedienza responsabile e
attiva. A lui tocca tuttavia di «usare la sua autorità quando
bisogna decidere comandare ciò che deve essere fatto».33
Riguardo la pedagogia dell'obbedienza, si dovrà ricordare:
- che per donarsi nell'obbedienza è necessario prima esistere: i
candidati hanno bisogno di uscire dall'anonimato del mondo tecnico, di
riconoscersi e di essere riconosciuti come persone, di essere stimati ed amati;
- che questi stessi candidati hanno bisogno di trovare la vera Iibertà,
per passare personalmente da «ciò che piace a loro» a «ciò
che piace al Padre»: perciò le strutture della comunità di
formazione, pur essendo sufficientemente chiare e ferme lasceranno un largo
posto alle iniziative ed alle decisioni responsabili;
- che la volontà di Dio si esprime più di sovente ed in forma
privilegiata attraverso la mediazione della Chiesa ed il suo magistero e, più
specificamente per i religiosi, per le costituzioni loro proprie;
- che in fatto di obbedienza, la testimonianza degli anziani in comunità
ha più peso sui giovani di ogni altra considerazione teorica.
Tuttavia, Ia persona che si sforza di obbedire come Cristo e in Cristo può
giungere a passare oltre in presenza di esempi meno edificanti.
L'educazione all'obbedienza religiosa si farà dunque con tutta la
lucidità e l'esigenza richiesta affinché non si devii dal «cammino»
che è Cristo in missione. 34
GLI ISTITUTI RELIGIOSI: UNA DIVERSITÀ DI DONI DA COLTIVARE E
MANTENERE
16. La varietà degli istituti religiosi somiglia ad «un albero
che si ramifica in modo mirabile e si moltiplica nel campo del Signore a partire
da un germe seminato da Dio».35 Per mezzo di essi, «la Chiesa
manifesta Cristo ai fedeli e agli infedeli: sia nella sua contemplazione sulla
montagna, sia nel suo annuncio del Regno di Dio alle folle, sia ancora quando
guarisce i malati e gli infermi e converte i peccatori ad una vita feconda,
quando benedice i fanciulli e spande su tutti i suoi benefici, compiendo in
tutto ciò la volontà del Padre che lo manda». 36
Questa varietà si spiega con la diversità del «carisma
del fondatori»37 che si rivela come un'esperienza dello Spirito, trasmessa
ai propri discepoli per essere da questi vissuta, custodita, approfondita e
costantemente sviluppata in sintonia con il Corpo di Cristo in perenne crescita.
Per questo "la Chiesa difende e sostiene l'indole propria dei vari istituti
religiosi"».38
Così non vi è un modo uniforme di osservare i consigli
evangelici, ma ogni istituto deve stabilire il proprio modo «tenendo conto
dell'indole e delle finalità proprie».39 E questo non solo per
quanto riguarda la pratica dei consigli evangelici, ma anche per tutto ciò
che concerne lo stile di vita dei suoi membri, in vista di tendere alla
perfezione del loro stato.40
VITA UNIFICATA NELLO SPIRITO SANTO
7. « Coloro che professano i consigli evangelici cercano Dio e amano
sopra ogni cosa Lui che ci ha amati per primo (I Gv 4, 10), e in tutte le
circostanze essi cercano di stare nella vita nascosta con Cristo in Dio (cf. Col3,
3); da ciò deriva e si fa pressante l'amore del prossimo per la
salvezza del mondo e l'edificazione della Chiesa ».41 Questa carità,
che comanda e vivifica la pratica stessa dei consigli evangelici, è
diffusa nei cuori dallo Spirito di Dio, che è Spirito di unità, di
armonia e di riconciliazione della persona stessa. Per questo la vita personale
di un religioso o di una religiosa non dovrebbe soffrire divisioni né tra
il fine generico della sua vita religiosa e il fine specifico del suo istituto,
né tra la vita religiosa in quanto tale da una parte e le attività
apostoliche dall'altra. Non esiste concretamente una vita religiosa «in sè»
sulla quale si innesterebbe, come un'aggiunta sussidiaria, il fine specifico ed
il carisma particolare di ogni istituto. Non esiste, negli istituti dediti
all'apostolato, ricerca della santità o professione dei consigli
evangelici, o vita votata a Dio e al suo servizio, che non sia intrinsecamente
legata al servizio della Chiesa e del mondo. 42 Più ancora, «l'azione
apostolica e caritatevole rientra nella natura stessa della vita religiosa»
al punto che «tutta la vita religiosa (...) deve essere compenetrata di
spirito apostolico, e tutta l'azione apostolica animata da spirito religioso».43
Il servizio del prossimo non divide né separa il religioso da Dio. Se è
mosso da una carità veramente teologale, questo servizio prende valore di
servizio di Dio. 44
E si può anche affermare giustamente, che «l'apostolato di tutti
i religiosi consiste in primo luogo nella testimonianza della loro vita
consacrata». 45
18. Spetterà ad ogni persona verificare in qual modo nella propria
vita l'attività deriva dalla sua intima unione con Dio e se,
simultaneamente, conserva e fortifica questa unione.46 Da questo punto di vista,
l'obbedienza alla volontà di Dio manifestata qui e adesso nella missione
ricevuta, è il mezzo immediato per cui si può realizzare una certa
unità di vita, pazientemente ricercata ma mai raggiunta. Questa
obbedienza non si spiega che per la volontà di seguire Cristo più
da vicino, essa stessa vivificata e stimolata da un amore personale per Cristo.
Questo amore è il principio di unità interiore di ogni vita
consacrata.
La verifica di unità di vita può farsi in funzione di quattro
gradi di fedeltà: fedeltà a Cristo e al Vangelo, fedeltà
alla Chiesa e alla sua missione nel mondo, fedeltà alla vita religiosa e
al carisma proprio dell'Istituto, fedeltà all'uomo e al nostro tempo. 47
1 Cf. Giovanni Paolo II all'UISG, 7-5-1985; vedi nota 5 Introduzione.
2 Cc.607 e 573, 1; cf. anche LG 44 e PC 1, 5 e 6.
3 C.573, 2.
4 Cf.1 Cor 6, 19.
5 LG 43.
6 PC 2a. Sulla vocazione divina, cf. LG 39.43b.44a.47; PC1c; RC preambolo,
2d; OPR I, 57.62.67.85.140.142; II 65.72; Appendice; OCV 17, 20; ET
3.6.8.12.19.31.55; MR 8a; cc.574, 2. EE 2.5.6.7.12.14.23.44.53; RD
3c.6b.7d.10c.16a.
7 RD 3.
8 RD 8.
9 Sulla responsabilità personale, cf. anche LG 44a.46b.47; PC 1c; RC
2a, c; 13,1; OPR 1,7.80; ET 1.4.7.8.31.; can.573, 1; EE 4.5.30.44.49; RD
7a.8b.9b.
10 C. 654.
11 Cf. EE 13-17.
12 C.607, 2.
13 LG 43a. Sul ministero della Chiesa nella consacrazione religiosa, cf.
anche LG 44a. 45c; PC 1b, c;5b.11a; OPR, Appendix, Missa in die professionis
perpetuae 1; Ritus promissionis 5; OCV 16; ET 7,47; MR 8; can. 573, 2
2.576.598.600-602; EE 7.8.11.13.40.42; RD 7a, b.14c.
14 RD 9: AAS 76 (1984) 513 ss.
15 RD 8: ibid.
16 LG 31.
17 LG 44.
18 Cf. 1 Gv 2, 15-17
19 Cf. LG 46.
20 Cf. LG 39.42.43.
21 C.599.
22 PC 12.
23 C.600.
24 Cf. Lc 4, 16-21.
25 Cf. Lc 7, 18-23.
26 Documento di Puebla, nn. 733-735; Giovanni Paolo II parla di "amore
di predilezione" (discorso alla famiglia del Prado, a Lione, 7-10-1986).
27 LG 31.
28 Cf.GS 32.
29 Congregazione per la Dottrina della Fede, 22.3.1986.
30 C.601.
31 C.590, 1 e 2.
32 PC.14.
33 PC 14.
34 Cf. Gv 14, 16.
35 LG 43.
36 LG 46.
37 ET 11, cf. nota 4 Introduzione.
38 PR 11; cf. nota 8 Introduzione.
39 C. 598, 1.
40 Cf. c. 598, 2.
41 PC 6.
42 Cf. PC 5
43 PC 8.
44 S. Tommaso, Sem. Theol., II, q. 188; a. 1 e 2.
45 C. 673.
46 Cf. PC 8.
47 Cf. RPU 13-21; cf. nota 9 Introduzione.
ASPETTI COMUNI A TUTTE LE TAPPE DELLA FORMAZIONE ALLA VITA RELIGIOSA
A) ATTORI E MEZZI DI FORMAZIONE
LO SPIRITO DI DIO
19. E Dio stesso che chiama alla vita consacrata in seno alla Chiesa. È
lui che lungo Ia vita del religioso, mantiene l'iniziativa. "È
fedele colui che vi ha chiamato e farà anche questo". 1 Come Gesù
non si accontentò di chiamare i suoi discepoli, ma pazientemente li formò
durante la vita pubblica, così, dopo la risurrezione, continuò per
mezzo del suo Spirito a «guidarli alla verità tutta intera».2
Questo Spirito, la cui azione è di un ordine diverso dai dati della
psicologia o della storia visibile ma opera anche attraverso queste, agisce
nell'intimo del cuore di ciascuno di noi per poi manifestarsi in frutti ben
visibili: è lo Spirito di verità che «insegna», «richiama»,
«guida». 3
È «I'Unzione» che «fa gustare», apprezzare,
giudicare, scegliere.4 È l'avvocato-consolatore che 5 «viene in
aiuto alla nostra debolezza», sostiene e dona lo spirito filiale. Questa
presenza discreta, ma decisiva, dello Spirito di Dio esige due atteggiamenti
fondamentali: 1) l'umiltà di chi si affida alla sapienza di Dio; 2) la
scienza e la pratica deI discernimento spirituale per saper riconoscere la
presenza dello Spirito in tutti gli aspetti della vita e della storia e
attraverso le mediazioni umane, fra le quali bisogna notare l'apertura a una
guida spirituale, suscitata dal desiderio di veder chiaro in se stesso e dalla
disponibilità a lasciarsi consigliare ed orientare al fine di discernere
correttamente la volontà di Dio.
LA VERGINE MARIA
20. All'opera dello Spirito è stata sempre associata la Vergine
Maria, Madre di Dio e Madre di tutti i membri del Popolo di Dio. È per
Lui che ella ha concepito nel suo seno il Verbo di Dio ed è lei che
l'attendeva con gli Apostoli, perseverando nella preghiera (cf. LG 52 e
59), all'indomani dell'Ascensione del Signore. Perciò, dall'inizio alla
fine di un itinerario di formazione, religiose e religiosi incontrano la
presenza della Vergine Maria.
«Tra tutte le persone consacrate senza riserva a Dio, lei è la
prima. Lei, la Vergine di Nazaret, è anche la più pienamente
consacrata a Dio, consacrata nel modo più perfetto. Il suo amore sponsale
raggiunge il vertice nella maternità divina per la potenza dello Spirito
Santo. Lei, che come madre porta Cristo sulle braccia, al tempo stesso realizza
nel modo più perfetto la sua chiamata: "Seguimi". E lei, la
madre, lo segue, come suo Maestro, in castità, in povertà e in
obbedienza (...). Se Maria è il primo modello per la Chiesa intera, a
maggior ragione lo è per le persone e comunità consacrate
all'interno della Chiesa». Ogni religioso è «invitato a
ravvivare la (propria) consacrazione religiosa secondo il modello della
consacrazione della stessa Genitrice di Dio». 6
Il religioso incontra Maria non solo a titolo esemplare, ma anche a titolo
materno. «Lei è Madre dei religiosi in quanto è Madre di
colui che fu consacrato e mandato dal Padre. Nel suo "fiat" e nel suo "magnificat"
la vita religiosa trova la totalità del suo abbandonarsi d'azione
consacrante di Dio e il palpito della gioia che ne deriva».7
LA CHIESA E IL «SENSO DELLA CHIESA»
21. Tra Maria e la Chiesa esistono molteplici e stretti legami. Lei ne è
il membro più eminente ed è sua Madre. Ne è il modello
nella fede, nella carità e nella perfetta unione a Cristo. È per
essa un segno di sicura speranza e di consolazione fino alla venuta del Giorno
del Signore (cf. LG 53.63.68).
La vita religiosa mantiene anche un legame particolare con il mistero della
Chiesa. Essa appartiene alla sua vita e alla sua santità.8 «È
un modo particolare di partecipare alla natura "sacramentale" del
Popolo di Dio». 9 Il suo dono totale a Dio «congiunge (il religioso)
in modo speciale alla Chiesa e al suo mistero e lo sospinge ad operare con
indivisa dedizione per il bene di tutto il Corpo».l0 E la Chiesa, per il
ministero dei suoi Pastori, «non solo eleva con la sua sanzione la
professione religiosa alla dignità di stato canonico, ma con la sua
azione liturgica la presenta pure come stato di consacrazione a Dio ».11
22. Nella Chiesa, religiose e religiosi ricevono ciò di cui nutrire
la loro vita battesimale e la loro consacrazione religiosa. In essa prendono il
pane della vita dalla mensa della Parola di Dio e del Corpo di Cristo. In
effetti, durante una celebrazione liturgica, S. Antonio, considerato a buon
diritto come Padre della vita religiosa, intese la parola vivente ed efficace
che lo persuase a lasciare tutto per mettersi alla sequela di Cristo.12 È
nella Chiesa che la lettura della Parola di Dio, accompagnata dalla preghiera,
stabilisce il dialogo fra Dio e il religioso13 e spinge agli slanci generosi e
alle rinunce indispensabili. La Chiesa associa l'offerta che le religiose e i
religiosi fanno della propria vita al sacrificio eucaristico di Cristo.14 Per il
sacramento della riconciliazione celebrato con frequenza infine essi ricevono la
misericordia di Dio e il perdono dei loro peccati e sono riconciliati con la
Chiesa e con la loro comunità che il peccato ha ferito. 15 La liturgia
della Chiesa diviene così per loro il culmine per eccellenza a cui tende
l'intera comunità e la sorgente da cui scaturisce il suo vigore
evangelico (cf. SC 2, 10).
23. Proprio il lavoro di formazione si svolgerà necessariamente in
comunione con la Chiesa di cui i religiosi sono figli e nell'obbedienza filiale
ai propri Pastori. La Chiesa, «la quale è piena della Trinità»,
l6 come dice Origene, è ad immagine e dipendenza della sua sorgente, una
comunione universale nella carità. Da lei riceviamo il Vangelo, che lei
ci aiuta a comprendere, grazie alla sua Tradizione e d'interpretazione autentica
del magistero.17 Poiché la Chiesa è una comunione organica,18 si
mantiene grazie agli Apostoli e ai loro successori, sotto l'autorità di
Pietro, «principio e fondamento visibile e perpetuo dell'unità di
fede e di comunione».19
24. Bisognerà dunque sviluppare presso le religiose e i religiosi
una maniera di «sentire» non solo «con» ma, come dice anche
S. Ignazio di Loyola, «dentro» la Chiesa.20 Questo senso della Chiesa
consiste nell'avere coscienza che si appartiene a un popolo in cammino.
Un popolo che prende la sua origine nella comunione trinitaria, che si
radica nella storia dell'umanità e che non ha bisogno di essere
reinventato ogni giorno; che si appoggia sul fondamento degli Apostoli e sul
ministero pastorale dei loro successori e che riconosce nel successore di Pietro
il vicario di Cristo e il capo visibile di tutta la Chiesa.
Un popolo che trova nella Scrittura, nella Tradizione e nel Magistero il
triplice ed unico canale per cui gli giunge la Parola di Dio; che aspira
all'unità visibile con le altre comunità cristiane non cattoliche.
Un popolo che non ignora né i cambiamenti intervenuti nel corso dei
secoli, né le legittime diversità attuali nella Chiesa, ma che si
applica piuttosto a scoprire la continuità e l'unità ancora più
reali.
Un popolo che si identifica con il Corpo di Cristo e che non disgiunge
l'amore del Cristo da quello che deve avere per la sua Chiesa, cosciente che
essa rappresenta il mistero, il mistero stesso di Dio in Gesù Cristo per
opera del suo Spirito, distribuito e comunicato all'umanità di oggi e di
sempre. Un popolo, di conseguenza, che non accetta di essere percepito né
analizzato dal solo punto di vista sociologico o politico, perché la
parte più autentica della sua vita sfugge all'attenzione dei saggi di
questo mondo.
Un popolo missionario, infine, che non si contenta di vedere la Chiesa
restare un «piccolo gregge» ma che brama che il Vangelo sia annunciato
a tutti gli uomini e che il mondo sappia che «non c'è sotto il cielo
un altro nome dato agli uomini per il quale noi dobbiamo essere salvati»
(Atti 4, 12) se non quello di Gesù Cristo (cf. LG 9).
25. Il senso della Chiesa comporta anche il senso della comunione
ecclesiale. In virtù della affinità tra la vita religiosa e il
mistero di una Chiesa, di cui lo Spirito Santo «assicura l'unità
(...) nella comunione e nel servizio»,21 i religiosi, comunità
ecclesiale, sono (...) chiamati ad essere nella Chiesa e nel mondo «
esperti di comunione», testimoni ed artefici di quel progetto di comunione
che sta al vertice della storia dell'uomo secondo Dio.22 E questo, per mezzo
della professione dei consigli evangelici che libera da ogni impedimento il
fervore della carità e li fa diventare segno profetico dell'intima
comunione con Dio sommamente amato e, per mezzo della quotidiana esperienza di
una comunione di vita, di preghiera e di apostolato, componenti essenziali e
distintivi della loro forma di vita consacrata, che li rende segni di comunione
fraterna.23
Per questo, soprattutto durante la formazione iniziale, «la vita comune
vista particolarmente in quanto esperienza e testimonianza di comunione»,24
sarà considerata come un ambiente indispensabile e un mezzo privilegiato
di formazione.
LA COMUNITÀ
26. In seno alla Chiesa e in comunione con la Vergine Maria, la comunità
di vita ha un compito privilegiato nella formazione, quali che siano le tappe e
questa in gran parte dipende dalla qualità della comunità. Tale
qualità risulta dal suo clima generale e dallo stile di vita dei suoi
membri, in conformità con il carattere proprio e lo spirito
dell'istituto. Ciò vuol dire che una comunità sarà tale
quale la faranno i suoi membri, che essa ha esigenze proprie e che prima che ci
si serva di essa come mezzo di formazione, essa merita di essere servita e amata
per quello che è nella vita religiosa come la concepisce la Chiesa.
L'ispirazione fondamentale rimane evidentemente la prima comunità
cristiana, frutto della Pasqua del Signore.25 Ma nel tendere verso questo ideale
bisogna essere coscienti delle sue esigenze. Un umile realismo e la fede devono
animare gli sforzi di formazione alla vita fraterna. La comunità è
costituita e rimane tale non perché i suoi membri si trovano bene insieme
per affinità di pensiero, di carattere o di opzioni, ma perché il
Signore li ha raccolti e li tiene uniti con una comune consacrazione e per una
missione comune nella Chiesa. Alla mediazione particolare esercitata dal
superiore, tutti aderiscono in una obbedienza di fede.26 D'altra parte, non
bisogna dimenticare che la pace e la gioia pasquale di una comunità sono
sempre il frutto della morte a se medesimi e dell'accoglienza del dono dello
Spirito.27
27. Una comunità è formatrice nella misura in cui permette a
ciascuno dei suoi membri di crescere nella fedeltà al Signore secondo il
carisma dell'istituto. Per questo, i membri devono aver chiarito insieme le
ragioni d'essere e gli obiettivi fondamentali di tale comunità. I loro
rapporti interpersonali saranno improntati a semplicità e a confidenza,
essendo basati principalmente sulla fede e sulla carità. A tale scopo, la
comunità si costruisce ogni giorno sotto l'azione dello Spirito Santo,
lasciandosi giudicare e convertire dalla parola di Dio, purificare dalla
penitenza, costruire dall'Eucaristia, vivificare dalla celebrazione dell'anno
liturgico. Essa accresce la sua comunione con il vicendevole aiuto generoso e
con lo scambio continuo dei beni materiali e spirituali, in spirito di povertà
e grazie all'amicizia e al dialogo. Vive profondamente lo spirito del fondatore
e la regola dell'istituto. I superiori considereranno come missione loro propria
il cercare di edificare tale comunità fraterna su Cristo (cf. c. 619).
Allora, cosciente della propria responsabilità in seno alla comunità,
ciascuno è stimolato a crescere, non solo per se stesso, ma per il bene
di tutti. 28
Religiose e religiosi in formazione devono poter trovare in seno alla loro
comunità un'atmosfera spirituale, un'austerità di vita e uno
slancio apostolico capaci di attirarli a seguire Cristo in conformità al
radicalismo della loro consacrazione.
Conviene richiamare qui i termini del messaggio del Papa Giovanni Paolo II
ai religiosi del Brasile: «Sarà bene dunque che i giovani, durante
il periodo di formazione, risiedano in comunità dove non deve mancare
nessuna delle condizioni richieste per una formazione completa: spirituale,
intellettuale, culturale, liturgica, comunitaria e pastorale; condizioni che
sono raramente riunite tutte nelIe piccole comunità. E dunque
indispensabile andare ad attingere nell'esperienza pedagogica della Chiesa tutto
ciò che può far riuscire ad arricchire la formazione, in una
comunità adattata alle persone e alla loro vocazione religiosa e,
occorrendo, alla loro vocazione sacerdotale» (IDGP IX, 2, 243-244).
28. Bisogna qui richiamare il problema che si pone con l'inserimento di
una comunità religiosa di formazione in un ambiente povero. Piccole
comunità religiose inserite in un ambiente popolare nella periferia delle
grandi città o nelle zone più interne e più povere della
campagna esprimono significativamente «l'opzione preferenziale per i poveri»
poiché non basta lavorare per loro, ma si tratta di vivere con loro e,
nei limiti del possibile, come loro. Questa esigenza deve tuttavia essere
regolata secondo la situazione in cui si trova il religioso stesso. Bisogna dire
anzitutto, in linea generale, che le esigenze della formazione devono prevalere
su certi vantaggi apostolici dell'inserimento in ambiente povero. La solitudine
e il silenzio, per esempio, indispensabili durante tutto il tempo di formazione
iniziale, devono poter essere realizzati e mantenuti. D'altra parte, il tempo di
formazione, ivi compreso il noviziato, comprende dei periodi di attività
apostoliche in cui questa dimensione della vita religiosa si potrà
esprimere, a condizione che queste piccole comunità inserite rispondano a
certi criteri che assicurino la loro autenticità religiosa, cioè:
che esse offrano la possibilità di vivere una vera vita religiosa in
accordo con le finalità dell'istituto; che, in queste comunità, la
vita di preghiera comunitaria e personale e, di conseguenza, dei tempi e dei
luoghi di silenzio, possano essere mantenuti; che le motivazioni della presenza
di questi religiosi e religiose siano anzitutto evangeliche; che queste comunità
siano sempre disponibili a rispondere alle esigenze dei superiori dell'istituto;
che la loro attività apostolica non risponda ad una scelta personale, ma
ad una scelta dell'istituto, in armonia con la pastorale diocesana della quale
il Vescovo è il primo responsabile.
Bisogna considerare infine che, nelle culture dei Paesi in cui l'ospitalità
costituisce un valore particolarmente apprezzato, la comunità religiosa
in quanto tale deve poter disporre di tutta la sua autonomia ed indipendenza in
rapporto agli ospiti, dal punto di vista del tempo e dei luoghi. Ciò è
senza dubbio più difficile da realizzarsi nelle case religiose di
dimensioni modeste, ma deve essere preso in considerazione quando la comunità
stabilisce il suo progetto di vita comunitaria.
È IL RELIGIOSO STESSO IL RESPONSABILE DELLA SUA FORMAZIONE
29. È lo stesso religioso che ha la responsabilità primaria
di dire «sì» alla chiamata che ha ricevuto e di accettare tutte
le conseguenze di tale risposta, la quale non è tanto di ordine
intellettuale, ma piuttosto di ordine vitale. La chiamata e l'azione di Dio,
come il suo amore, sono sempre nuovi: le situazioni storiche non si ripetono
mai. Il chiamato, quindi, è incessantemente invitato a dare una risposta
attenta, nuova e responsabile. Il suo cammino ricorda quello del popolo di Dio
dell'Esodo, come pure la lenta evoluzione dei discepoli « tardi a credere"
29, ma che finiscono per ardere di fervore quando il Signore risuscitato si
manifesta loro. 30 Ciò vuol dire fino a qual punto la formazione del
religioso debba essere personalizzata. Si tratterà dunque di richiamarsi
vigorosamente alla sua coscienza personale e alla sua personale responsabilità,
perché interiorizzi i valori della vita religiosa e nello stesso tempo la
regola di vita che gli è proposta dai suoi maestri e maestre di
formazione, per cui trovi in se stesso la giustificazione delle sue opzioni
pratiche e, nello Spirito creatore, il suo dinamismo fondamentale. Si deve,
quindi, trovare un giusto equilibrio tra la formazione di gruppo e quella di
ciascuna persona, tra il rispetto dei tempi previsti per ciascuna fase della
formazione e il loro adattamento al ritmo di ciascuno.
EDUCATORI O FORMATORI SUPERIORI E RESPONSABILI DELLA FORMAZIONE
30. Lo Spirito di Gesù risuscitato si fa presente ed operante
attraverso un insieme di mediazioni ecclesiali. Tutta la tradizione religiosa
della Chiesa attesta il carattere decisivo del ruolo degli educatori per la
riuscita dell'opera di formazione. Loro compito è di discernere
l'autenticità della chiamata alla vita reli-giosa nella fase iniziale di
formazione e di aiutare i religiosi a ben condurre il loro dialogo personale con
Dio, scoprendo nello stesso tempo le vie nelle quali sembra che Dio voglia farli
progredire. Spetta anche a loro di accompagnare il religioso sulle strade del
Signore 3l attraverso un dialogo diretto e regolare, nel rispetto della
competenza del confessore e del direttore spirituale propriamente detto. Uno dei
compiti principali dei responsabili della formazione è proprio quello di
vigilare che i novizi e i giovani professi e professe siano effettivamente
guidati da un direttore spirituale.
Essi devono offrire ai religiosi un solido nutrimento dottrinale e pratico,
in funzione delle tappe di formazione in cui si trovano. Infine, devono
verificare e valutare progressivamente il cammino compiuto da coloro di cui essi
hanno cura, alla luce dei frutti dello Spirito, e giudicare pure se il chiamato
ha le capacità richieste in quel momento dalla Chiesa e dall'istituto.
31. Oltre ad una buona conoscenza della dottrina cattolica riguardo la
fede e il costume, «l'esigenza di qualità adeguate risulta dunque
evidente per coloro che assumono responsabilità di formazione:
- capacità umane d'intuito e di accoglienza;
- esperienza sviluppata di Dio e della preghiera;
- sapienza derivante dall'attento, prolungato ascolto della parola di Dio;
- amore della liturgia e comprensione del suo ruolo nell'educazione
spirituale ed ecclesiale;
- competenza culturale necessaria;
- disponibilità di tempo e buona volontà per dedicarsi alla
cura personale dei singoli candidati e non soltanto del gruppo».32
Questo compito dunque richiede serenità interiore, disponibilità,
pazienza, comprensione ed un vero affetto per coloro che sono stati affidati
alla responsabilità pastorale dell'educatore.
32. Se, sotto la responsabilità personale del responsabile di
formazione, esiste un'équipe formatrice, i membri devono agire d'accordo,
vivamente coscienti della loro comune responsabilità. «Sotto la
guida del superiore siano in strettissima unità di spirito e di azione e
formino una famiglia unita fra loro e con quelli che devono formare».33 Non
meno necessarie sono la coesione e la collaborazione continua tra i responsabili
delle diverse tappe della formazione.
L'intera opera di formazione è il frutto della collaborazione tra i
responsabili di formazione e i loro discepoli. Se è vero che il discepolo
ne è il primo responsabile umano, questa responsabilità non si può
esercitarla che all'interno di una tradizione specifica, quella dell'istituto,
di cui i responsabili di formazione sono i testimoni e gli attori immediati.
B) LA DIMENSIONE UMANA E CRISTIANA DELLA FORMAZIONE
33. Il Concilio Vaticano II, nella sua dichiarazione sull'educazione
cristiana, ha enunciato i fini e i mezzi di ogni vera educazione a servizio
della famiglia umana. È bene tenerli presenti nell'accoglienza e nella
formazione dei candidati alla vita religiosa, essendo prima esigenza di tale
formazione il poter incontrare nella persona un presupposto umano e cristiano.
Molti fallimenti della vita religiosa possono infatti essere attribuiti a delle
falle non percepite e non colmate in questo campo. Non soltanto deve essere
verificata l'esistenza di questa base umana e cristiana all'entrata nella vita
religiosa, ma bisogna assicurarne la messa a punto utile durante il ciclo di
formazione, in funzione della evoluzione delle persone e degli avvenimenti.
34. La formazione integrale della persona comporta una dimensione fisica,
morale, intellettuale e spirituale. Sono note le sue finalità e le sue
esigenze. Il Concilio Vaticano II le riporta nella Costituzione pastorale Gaudium
et spes 34 e nella dichiarazione sull'educazione cristiana Gravissimum
educationis. 35 Il decreto sulla formazione dei sacerdoti Optatam totius
propone criteri che permettono di giudicare il livello di maturità
umana richiesta dai candidati al ministero presbiterale. 36 Tali criteri possono
applicarsi agevolmente ai candidati alla vita religiosa, vista la natura di
quest'ultima e la missione che il religioso è chiamato a compiere nella
Chiesa. Il decreto Perfectae caritatis sul rinnovamento della vita
religiosa richiama infine la radice battesimale della consacrazione religiosa 37
e perciò, implicitamente, induce a non ammettere al noviziato che i
candidati che vivono già, in modo conveniente alla loro età, tutti
gli impegni del loro battesimo. Così pure, una buona formazione alla vita
religiosa li dovrebbe confermare, in tutte le tappe della vita e soprattutto nei
periodi più difficili in cui si è chiamati a scegliere di nuovo
liberamente ciò che è stato una volta per tutte, la professione di
fede e gli impegni del battesimo.
35. Nonostante l'insistenza che il presente documento pone sulla
dimensione culturale ed intellettuale della formazione, la dimensione spirituale
rimane prioritaria. «La formazione religiosa nelle sue varie fasi, iniziale
e permanente, ha lo scopo precipuo di immergere i religiosi nell'esperienza di
Dio e aiutarli a perfezionarla progressivamente nella propria vita». 38
C) L' ASCESI
36. « Il cammino al seguito di Cristo conduce a condividere sempre più
coscientemente e concretamente il mistero della sua passione, morte e
risurrezione. Il mistero pasquale deve essere come il cuore dei programmi di
formazione, in quanto sorgente di vita e di maturità. È su questo
fondamento che si forma l'uomo nuovo, il religioso e l'apostolo».39 Questo
ci porta a ricordare l'indispensabile necessità dell'ascesi nella
formazione e nella vita dei religiosi. In un mondo di erotismo, di consumismo e
di abusi di ogni genere, vi è bisogno di testimoni del mistero pasquale
di Cristo, la cui prima tappa passa obbligatoriamente attraverso la croce.
Questo passaggio conduce a porre nel programma di una formazione integrale
un'ascesi personale quotidiana che porti i candidati, novizi e professi,
all'esercizio delle virtù di fede, di speranza, di carità, di
prudenza, di giustizia, di fortezza e di temperanza. Questo programma non ha età
e non può passare di moda. È sempre attuale e sempre necessario.
Non si può vivere il proprio battesimo senza adottare questo programma e
ancor meno essere fedele alla propria vocazione religiosa. Questo programma sarà
tanto più seguito, come tutto l'insieme della vita cristiana, se è
motivato dall'amore di nostro Signore Gesù Cristo e dalla gioia di
servirlo. Inoltre, il popolo cristiano ha bisogno di trascinatori che l'aiutino
a percorrere la «via regale della santa croce ». Ha bisogno di
testimoni che rinuncino a ciò che San Giovanni chiama « il mondo »
e « le sue concupiscenze», e anche a questo «mondo» creato e
conservato dall'amore del creatore e ad alcuni suoi valori. Il regno di Dio, di
cui la vita religiosa «manifesta che esso supera le cose terrestri»,40
non è di questo mondo. C'è bisogno di testimoni che lo dicano.
Naturalmente ciò suppone nel corso della formazione una riflessione sul
senso cristiano dell'ascesi e l'acquisto di convinzioni correttamente fondate su
Dio e sui suoi rapporti con il mondo uscito dalle sue mani, giacché si
tratta di guardarsi contemporaneamente sia da un ottimismo beato e naturalista,
sia da un pessimismo dimentico del mistero di Cristo creatore e redentore del
mondo.
37. L'ascesi, d'altronde, che comporta un rifiuto di seguire i nostri
impulsi e gli istinti spontanei e primari, è un'esigenza antropologica
prima di essere specificamente cristiana. Gli psicologi fanno notare che i
giovani, soprattutto, hanno bisogno per strutturare la loro personalità
di incontrare degli ostacoli (gli educatori, un regolamento, ecc.), a cui
resistere. Ma ciò non vale solo per i giovani, sicché la
strutturazione di una persona non è mai completata. La pedagogia messa in
opera dalla formazione dei religiosi e delle religiose dovrà aiutarli ad
entusiasmarsi per un'impresa che reclama qualche sforzo. È così
che Dio stesso conduce la persona umana che Egli ha creato.
38. L'ascesi inerente alla vita religiosa richiama, tra altri elementi,
un'iniziazione al servizio ed alla solitudine, anche negli istituti dediti
all'apostolato. È necessario «che in queste famiglie religiose venga
osservata con fedeltà quella legge di ogni vita spirituale, che consiste
nello stabilire, durante il corso della propria vita, un proporzionato
avvicendamento tra i periodi riservati alla solitudine con Dio e a quelli
dedicati alle diverse attività ed alle relazioni umane che esse
comportano» 41 La solitudine, se è liberamente accettata, porta al
silenzio interiore e questo esige il silenzio materiale. Il regolamento di ogni
comunità religiosa, e non soltanto delle case di formazione, deve
assolutamente prevedere tempi e luoghi di solitudine e di silenzio, per favorire
l'ascolto e l'assimilazione della Parola di Dio insieme alla maturazione
spirituale della persona e ad una vera comunione fraterna in Cristo.
D) SESSUALITÀ E FORMAZIONE
39. Le generazioni di oggi sono spesso cresciute in un ambiente di
coeducazione, senza che i ragazzi e le ragazze siano sempre aiutati a conoscere
le loro ricchezze e i loro rispettivi limiti. I contatti di apostolato di ogni
genere, maggiore collaborazione che si è instaurata tra i religiosi e le
religiose, con correnti culturali attuali, rendono particolarmente utile una
formazione in questo campo. La promiscuità prematura e la collaborazione
stretta e frequente sono necessariamente una garanzia di maturità nelle
relazioni tra gli uni e le altre. Converrà dunque prendere le misure per
promuovere e affermare questa maturità, in vista di educare alla pratica
della castità perfetta.
Inoltre, uomini e donne devono prendere conoscenza della loro specifica
situazione nel piano di Dio, del contributo originale che apportano
rispettivamente all'opera della salvezza. Così si offrirà ai
futuri religiosi la possibilità di una riflessione sul ruolo della
sessualità nel disegno divino di creazione e di salvezza.
In questo contesto, si esporranno e si comprenderanno le ragioni che
giustificano il fatto di scartare dalla vita religiosa quelle e quelli che non
giungeranno a padroneggiare le tendenze omosessuali e che pretendessero di poter
adottare una terza via «vissuta come uno stato ambiguo tra il celibato e il
matrimonio» 42
40. Dio non ha fatto un mondo indifferenziato. Creando l'uomo a sua immagine
e somiglianza (Gen 1, 26-27), in quanto creatura ragionevole e libera,
capace di conoscerlo ed amarlo, non l'ha voluto solo, ma in relazione con
un'altra persona umana, la donna (Gen 2, 18). Fra i due si stabilisce
una relazione reciproca, dell'uomo riguardo alla donna e della donna riguardo
all'uomo.43 "La donna è un altro io nella loro comune umanità».44
Perciò «I'uomo e la donna sono chiamati fin dal principio non solo a
vivere l'uno accanto all'altra, a insieme, ma anche a vivere reciprocamente
l'uno per l'altra».45
Si comprenderà facilmente l'interesse di questi principi
antropologici quando si tratta di formare quelli e quelle che, per una grazia
speciale, hanno fatto liberamente professione di castità perfetta per il
Regno dei cieli.
41. «Uno studio approfondito dei fondamenti antropologici della
condizione maschile o femminile» porterà a «precisare l'identità
personale propria della donna nella sua relazione di diversità e di
complementarietà reciproca con l'uomo; e ciò non solo per quanto
riguarda i ruoli da ricoprire e le funzioni da assicurare, ma anche e più
profondamente per quanto riguarda la struttura della persona e il suo
significato.46 La storia della vita religiosa prova che molte donne, nel
chiostro o nel mondo, vi hanno trovato un posto ideale di servizio a Dio e agli
uomini, le condizioni favorevoli all'espansione della propria femminilità
e, di conseguenza, una più profonda comprensione della loro identità.
Questo approfondimento deve essere ancora perseguito grazie alla riflessione
teologica e alI'« apporto offerto dalle diverse scelte umane e dalle varie
culture». 47
Non bisogna dimenticare infine, per una migliore perfezione della specificità
della vita religiosa femminile, che «la figura di Maria di Nazaret proietta
una luce sulla donna in quanto tale, per il fatto stesso che Dio, nel sublime
evento dell'incarnazione del Figlio, è ricorso al servizio libero e
attivo di una donna. Si può dunque affermare che la donna, se guarda a
Maria, trova in lei il segreto per vivere degnamente la sua femminilità e
realizzare la sua vera promozione. Alla luce di Maria, la Chiesa scopre nel
volto della donna i riflessi di una bellezza che è come lo specchio dei
sentimenti più elevati di cui il cuore umano è capace: la pienezza
del dono di sé suscitato dall'amore; la forza che sa resistere alle più
grandi sofferenze; la fedeltà senza limiti e l'attività
instancabile; la capacità di armonizzare l'intuizione penetrante con la
parola di sostegno e di incoraggiamento». 48
1 Ts 5, 23-24; cf. 2 Ts 3,3.
2 Gv 16, 13.
3 Cf. Gv 14, 26; 16, 12.
4 Cf. 1 Gv 2, 20-27.
5 Cf. Rm 8, 15-26.
6 RD 17: AAS 76 (1984) 513 ss.
7 EE 11, 53; cf. nota 10 Introduzione; LG 53 e can. 663, 4; RM 42-45;
Lettera di Giovanni Paolo II a tutte le persone consacrate, 22-5-1988.
8 Cf. LG 44.
9 MR 10; cf. nota 8 Introduzione.
10 MR 10; cf. nota 8 Introduzione; cf. LG 44 3 c. 678.
11 LG 45; MR 8; cf. nota 8 Introduzione.
12 Cf. S.Atanasio, Vita S.Antonio: PG 26, 841-845.
13 Cf. DV 25.
14 Cf. LG 45.
15 Cf. LG 11.
16 PG 12, 1265.
17Cf. DV 10.
18Cf. MR 5; cf. nota 8 Introduzione.
19 LG 18.
20 Esercizi spirituali, nn.351 e 352.
21 LG 4.
22 RPU 24; cf. nota 9 Introduzione.
23 Ibid.; cf. anche Documento a Puebla, nn. 211-219.
24 RPU 33c; cf. nota 9 Introduzione; cf. anche c. 602.
25 Cf. At 2,42; Pc 15 e c. 602; cf. EE 18-22.
26 Cf. cc. 601.618 e 619; PC 14.
27 Cf. Gv 12, 24 e Gal 5, 22.
28 ET 32-34; cf. nota 4 Introduzione; cf. anche EE 18-22.
29 Lc 24,25.
30 Cf. Lc 24, 32.
31 Cf. Tb 5, 10.17.22.
32 DCVR 20; cf. nota 9 introduzione.
33 OT 5b.
34 Cf. GS 12-22 e 61.
35 Cf. GE 1 e 2.
36 Cf. OT 11.
37 Cf. PC 5.
38 DCVR 17; cf. nota 9 Introduzione.
39 Giovanni Paolo II ai religiosi del Brasile, 11.7.1986, n.5; cf. nota 5
Introduzione.
40 LG 44.
41 RC 5; cf. nota 7 Introduzione.
42 Documento finale del Sinodo particolare dei vescovi dei Paesi Bassi L'Osservatore
Romano 2-2-1980, proposizione 32.
43 MD 7.
44 MD 6.
45 MD 7.
46 CL 50.
47 Ibid. 50.
48 RM 46.
III
LE TAPPE DELLA FORMAZIONE DEI RELIGIOSI
A) LE TAPPE PRELIMINARI ALL'ENTRATA IN NOVIZIATO
SUA RAGIONE DI ESSERE
42. Nelle circostanze attuali e in modo piuttosto generale, si può
dire che la diagnosi della Renovationis causam 1 conserva tutta la sua
attualità: «La maggior parte delle difficoltà incontrate ai
nostri giorni nella formazione dei novizi derivano dal fatto che essi, al
momento della loro ammissione al noviziato, non possedevano quel minimo di
maturità necessaria». Certamente, non si esige che il candidato sia
in condizione di assumere immediatamente tutti gli obblighi dei religiosi, ma
deve essere ritenuto capace di giungervi progressivamente. Il poter giudicare su
tale capacità giustifica che si diano il tempo e i mezzi per giungervi.
Questo è lo scopo della tappa preparatoria al noviziato, qualunque sia il
nome che le si dia: postulato, prenoviziato, ecc. Spetta unicamente al diritto
proprio degli istituti precisarne le modalità di esecuzione ma, comunque
sia, "nessuno può essere ammesso senza una adeguata preparazione».2
SUO CONTENUTO
43. Tenuto conto di quanto sarà detto (nn. 86 ss.) sulla situazione
dei giovani nel mondo moderno, questa tappa preparatoria, che non bisogna temere
di prolungare, dovrà applicarsi a verificare e a chiarire alcuni punti
che permettano ai superiori di pronunciarsi sull'opportunità e il momento
dell'ammissione al noviziato. Si baderà a non precipitare la data di
questa ammissione né a differirla indebitamene, purché si giunga a
un giudizio certo sulle garanzie offerte dalla persona dei candidati.
Questa ammissione comporta condizioni che vengono fissate dal diritto
generale, e il diritto proprio può aggiungerne altre. 3 I punti messi in
risalto sono i seguenti:
- il grado di maturità umana e cristiana 4 richiesto perché si
possa iniziare il noviziato senza dover retrocedere al livello di un corso di
formazione generale di base o di un semplice catecumenato. Accade, infatti, che
i candidati che si presentano non abbiano tutti compiuto la loro iniziazione
cristiana (sacramentale, dottrinale e morale) e manchino di alcuni elementi di
una vita cristiana ordinaria;
- la cultura generale di base, che deve corrispondere a quella che
generalmente ci si attende da un giovane che ha ultimato la preparazione
scolastica normale nel suo Paese. Soprattutto, bisogna che i futuri novizi
pratichino con facilità la lingua in uso durante il noviziato.
Trattandosi della cultura di base, converrà tuttavia tener conto
della situazione di certi paesi o ambienti sociali dove il tasso di
scolarizzazione è relativamente basso e dove, tuttavia, il Signore chiama
dei candidati alla vita religiosa. Bisognerà allora, nel medesimo tempo,
essere attenti a promuovere la cultura senza assimilarla ad una cultura
straniera. E all'interno della loro propria cultura i candidati e le candidate
devono riconoscere la chiamata del Signore e rispondervi in maniera originale;
- l'equilibrio dell'affettività, particolarmente l'equilibrio
sessuale, che suppone l'accettazione dell'altro, uomo o donna, nel rispetto
della sua differenza. Sarà bene ricorrere ad un esame psicologico,
rispettando il diritto di ciascuno a preservare la propria intimità; 5
- la capacità di vivere in comunità sotto l'autorità
dei superiori, in tale istituto. Detta capacità certamente si verificherà
meglio nel corso del noviziato, ma la questione si dovrà porre prima. I
candidati devono soprattutto sapere che, per donare tutta la propria vita al
Signore, esistono altre vie oltre a quella di entrare in un istituto religioso.
LE FORME DI REALIZZAZIONE
44. Possono essere diverse: accoglienza in una comunità
dell'istituto, senza tuttavia condividerne tutta la vita, eccetto la comunità
di noviziato che è sconsigliato per questo (salvo il caso delle
claustrali); periodi di contatti con l'istituto o con qualcuno dei suoi
rappresentanti, vita comune in una casa di accoglienza per candidati, ecc. Ma
nessuna di queste forme deve lasciar credere che gli interessati siano già
diventati membri dell'istituto. L'accostamento personale dei candidati ha, in
ogni caso, più importanza delle strutture di accoglienza.
Uno o più religiosi provvisti della necessaria qualifica, saranno
designati dai superiori a seguire i candidati e a discernere la loro vocazione.
Collaboreranno attivamente con il maestro o la maestra dei novizi.
B) IL NOVIZIATO E LA PRIMA PROFESSIONE
SCOPO
45. « Il noviziato, con il quale si inizia la vita nell'istituto, è
ordinato a far sì che i novizi possano prendere meglio coscienza della
vocazione divina, quale è propria dell'istituto, sperimentarne lo stile
di vita, formarsi mente e cuore secondo il suo spirito; e al tempo tesso siano
verificate le loro intenzioni e la loro idoneità». 6
Tenendo conto delle diversità dei carismi e degli istituti, si
potrebbe in altri termini definire lo scopo del noviziato come un tempo di
iniziazione integrale alla forma di vita che il Figlio di Dio ha abbracciato ed
ha proposto a noi nel Vangelo 7 nell'uno o nell'altro aspetto del suo servizio o
del suo mistero.8
CONTENUTO
46. « I novizi devono essere aiutati a coltivare le virtù
umane e cristiane; introdotti in un più impegnativo cammino di
perfezione, mediante l'orazione e il rinnegamento di sé; guidati alla
contemplazione del mistero della salvezza e alla lettura e meditazione delle
sacre Scritture; preparati a rendere culto a Dio nella sacra liturgia; formati
alle esigenze della vita consacrata a Dio e agli uomini in Cristo, attraverso la
pratica dei consigli evangelici; informati infine sull'indole e lo spirito, la
finalità e la disciplina, la storia e la vita dell'istituto, ed educati
all'amore verso la Chiesa ed i suoi sacri Pastori».9
47. Come appare da questa legge generale, l'iniziazione integrale che
caratterizza il noviziato va ben al di là di un semplice insegnamento.
Essa è:
- iniziazione alla conoscenza profonda e viva di Cristo e del Padre. Ciò
suppone uno studio meditato della Scrittura, la celebrazione della liturgia
seconlo spirito e il carattere dell'istituto, un'iniziazione all'orazione
personale ed la pratica, come pure all'abitudine e al gusto di accostarsi ai
grandi autori della tradizione spirituale della Chiesa, senza limitarsi a
letture spirituali di moda;
- iniziazione al mistero pasquale di Cristo con il distacco da se stessi,
soprattutto nella pratica dei consigli evangelici, secondo lo spirito
dell'istituto, E ascesi evangelica gioiosamente voluta ed una accettazione
coraggiosa del mistero della croce;
- iniziazione alla vita fraterna evangelica. Infatti, la fede si
approfondisce diventa comunione nella comunità, e la carità trova
le sue molteplici manifestazioni nel concreto della vita quotidiana;
- iniziazione alla storia, alla missione propria ed alla spiritualità
dell'istituto. Vi interviene, tra gli altri elementi, e per gli istituti dediti
all'apostolato, il fatto che «per integrare Ia formazione dei novizi, le
costituzioni possono stabilire oltre al tempo in cui al par. 1 (cioè i
dodici mesi da trascorrere nella comunità noviziato), uno o più
periodi di esercitazioni apostoliche, da compiersi fuori a comunità del
noviziato». 10 Questi periodi hanno come obiettivo quello di insegnare ai
novizi «a realizzare a poco a poco nella propria vita le condizioni
quell'armoniosa unità che associa la contemplazione e l'azione
apostolica; unità che è dei valori fondamentali dei medesimi
istituti». 11 L'ordinamento di questi periodi deve tener conto dei dodici
mesi da trascorrere nella comunità del noviziato, durante i quali «i
novizi non saranno occupati in studi o incarichi non direttamente finalizzati a
tale formazione». 12
Il programma di formazione del noviziato deve essere stabilito dal diritto
proprio.13
È sconsigliabile che il noviziato sia trascorso in un luogo estraneo
alla cultura e alla lingua di origine dei novizi: sono preferibili infatti dei
piccoli noviziati, purché siano radicati in questa cultura. Il motivo
essenziale è quello di non moltipIicare i problemi nel corso di una tappa
di formazione in cui gli equilibri fondamentali della persona si devono mettere
a posto, in cui le relazioni tra i novizi e il maestro dei novizi devono essere
facili e permettere di esplicarsi mutuamente con tutte le sfumature richieste da
un cammino spirituale iniziale e intenso. Inoltre, il trasferimento in un'altra
cultura, in quel momento, comporta il rischio di accogliere false vocazioni e di
non percepire eventuali false motivazioni.
IL LAVORO PROFESSIONALE NEL CORSO DEL NOVIZIATO
48. È bene fare qui menzione del problema del lavoro professionale
durante il noviziato. In parecchi paesi industrializzati, per motivi che a volte
un intento apostolico giustifica e che possono anche dipendere dalla
legislazione sociale in tali paesi, alcuni candidati titolari di un impiego
salariato, chiedano al loro datore di lavoro, al momento dell'ingresso in
noviziato, soltanto un congedo di un anno «per motivi personali». Ciò
permetterà loro di non perdere l'impiego nel caso dovessero tornare nel
mondo e di non correre così il rischio della disoccupazione. Ciò
induce talvolta anche a riprendere il lavoro professionale nel secondo anno di
noviziato con le motivazioni di tirocinio di attività apostoliche.
In proposito, crediamo di dover enunciare il principio seguente. Negli
istituti che hanno due anni di noviziato, i novizi non possono esercitare il
lavoro professionale a tempo pieno che alle seguenti condizioni:
- che questo lavoro corrisponda effettivamente alla finalità
apostolica dell'istituto;
- che lo si faccia nel secondo anno di noviziato;
- che corrisponda alle esigenze di cui al can. 684, 2, cioè che
contribuisca a completare la formazione dei novizi a vivere nell'istituto e che
esso costituisca veramente un'attività apostolica.
ALCUNE CONDIZIONI DA OSSERVARE
49. Per l'ammissione saranno osservate rigorosamente le condizioni
canoniche di liceità e di validità sia riguardo ai candidati sia
riguardo all'autorità competente ad ammettere. Questo permette di evitare
in seguito molte difficoItà.14 Riguardo ai candidati ai ministeri del
diaconato e del presbiterato, ci si assicurerà, in modo particolare, sin
da quel momento, che nessuna irregolarità impedisca più tardi il
conferimento degli ordini sacri, fermo restando che i superiori maggiori degli
istituti clericali di diritto pontificio possono dispensare dalle irregolarità
non riservate alla Santa Sede. 15
Prima di ammettere al noviziato un chierico secolare, i superiori devono
consultare l'Ordinario proprio e sollecitare una testimonianza da parte sua (cc.
644 e 645, 2).
50. Le circostanze di tempo e di luogo necessarie per lo svolgimento del
no viziato sono enunciate dal diritto. Se ne manterrà la flessibilità,
ricordando tuttavia che la prudenza può sconsigliare ciò che il
diritto non impone.16 I superiori maggiori ed i responsabili della formazione
sappiano che per i novizi le circostanze presenti reclamano senza dubbio, più
che non in passato, condizioni sufficienti di stabilità che permettano
alla crescita spirituale in corso di svolgersi in modo profondo e sereno. E
questo vale tanto più in quanto numerosi candidati hanno già fatto
esperienza di vita nel mondo. Infatti, i novizi hanno bisogno di esercitarsi
alla pratica dell'orazione prolungata, della solitudine e del silenzio. Perciò
il fattore tempo occupa un posto determinante. Essi possono provare un maggiore
bisogno di allontanarsi dal mondo che di « andare » nel mondo; e
questo bisogno non è unicamente soggettivo. Per questo il tempo e il
luogo del noviziato dovranno essere organizzati in modo tale che i novizi
possano trovarvi il clima propizio ad un radicamento in profondità nella
vita con Cristo. Ciò che non si ottiene se non partendo dal distacco da sé,
da tutto ciò che nel mondo resiste a Dio ed anche da valori del mondo «che
indiscutibilmente meritano stima».17 Di conseguenza, è affatto
sconsigliato di compiere il tempo del noviziato in comunità inserite.
Come è stato già detto (n. 28) le esigenze della formazione devono
prevalere su alcuni vantaggi apostolici dell'inserimento in ambiente povero.
PEDAGOGIA
51. I novizi non entrano in noviziato tutti allo stesso livello di cultura
umana e cristiana. Quindi, bisogna prestare un'attenzione tutta particolare ad
ogni persona per camminare al suo passo e adattarle il contenuto e la pedagogia
della formazione che le si propone.
IL MAESTRO E LA MAESTRA DEI NOVIZI E I LORO COLLABORATORI
52. La direzione dei novizi è riservata solo al maestro dei novizi
sotto l'autorità dei suoi superiori maggiori. Egli dovrà essere
liberato da tutti gli altri impegni che gli impedirebbero di compiere pienamente
il suo incarico di educatore. Se ha dei collaboratori, essi dipendono da lui per
ciò che riguarda il programma di formazione e la direzione del noviziato.
Essi hanno con lui una parte importante nel discernimento e nella decisione.18
Nei noviziati nei quali intervengono, sia per l'insegnamento, sia per il
sacramento della riconciliazione, sacerdoti secolari o altri religiosi esterni,
ed anche laici, essi dovranno lavorare in stretta collaborazione con il maestro
dei novizi, con grande discrezione da una parte e dall'altra.
Il maestro dei novizi è l'accompagnatore spirituale chiamato a questo
scopo per tutti e per ciascuno dei novizi. Il noviziato è il luogo del
suo ministero, e per conseguenza quello di una permanente disponibilità
accanto a coloro che gli sono affidati. Egli non potrà facilmente
adempiere al suo compito se i novizi non danno prova nei suoi riguardi di
un'apertura libera e completa. Tuttavia, né lui né il suo
aiutante, negli istituti clericali, possono ascoltare le confessioni
sacramentali dei novizi, a meno che in casi particolari essi non lo chiedano
spontaneamente. 19
Maestri e maestre dei novizi ricordino infine che i soli mezzi
psicopedagogici non potranno sostituirsi ad una autentica guida spirituale.
53. «I novizi, consapevoli della propria responsabilità, si
impegnino ad una collaborazione con il proprio maestro per poter rispondere
fedelmente alla grazia della vocazione divina».20 «I membri
dell'istituto si adoperino nel cooperare alla formazione dei novizi, per la
parte che loro spetta, con l'esempio della vita e con la preghiera».21
LA PROFESSIONE RELIGIOSA
54. Durante la celebrazione liturgica, la Chiesa riceve, attraverso i
legittimi superiori, i voti di coloro che emettono la professione, ed associa la
loro oblazione al sacrificio eucaristico. 22 L'ordo professionis 23 dà
lo schema della celebrazione, pur lasciando posto alle legittime tradizioni
degli istituti.
Questa azione liturgica manifesta il radicamento ecclesiale della
professione. Partendo dal mistero così celebrato, si potrà
sviluppare una comprensione più vitale e più profonda della
consacrazione.
55. Durante il noviziato, si farà anche risaltare l'eccellenza e la
possibilità di un impegno perpetuo a servizio del Signore. «La
qualità di una persona si può giudicare dalla natura dei suoi
vincoli. Perciò, si può dire con gioia che la vostra libertà
si è legata liberamente a Dio per un servizio volontario, in amorosa
servitù. E, facendolo, la vostra umanità ha raggiunto la maturità.
"Umanità aperta", ho scritto nell'enciclica Redemptor
hominis, significa il pieno uso del dono della libertà che noi
abbiamo ottenuto dal Creatore quando egli chiama all'esistenza l'uomo, fatto a
sua immagine e somiglianza. Tale dono trova la sua piena realizzazione nella
donazione senza riserva della persona tutta intera, in uno spirito di amore
nuziale verso Cristo e, con Cristo, verso tutti coloro ai quali egli manda gli
uomini e le donne che sono totalmente consacrati a lui secondo i consigli
evangelici». 24 Non si dà la propria vita a Cristo «in prova».
È, d'altra parte, Lui che prende l'iniziativa di chiederla a noi. I
religiosi testimoniano che ciò è possibile, grazie soprattutto
alla fedeltà di Dio, e che ciò rende libero e felice, se il dono
si rinnova ogni giorno.
56. La professione perpetua suppone una preparazione prolungata ed un
tirocinio perseverante. Questo giustifica che la Chiesa la faccia precedere da
un periodo di professione temporanea. «Pur conservando il carattere di
prova per il fatto che è temporanea, la professione dei primi voti rende
tuttavia il candidato partecipe della consacrazione propria dello stato
religioso» 25 Questo tempo di professione temporanea ha dunque lo scopo di
confermare la fedeltà dei giovani professi e professe, quali che siano le
soddisfazioni di cui la vita quotidiana «al seguito di Cristo» può
gratificarli o no. La celebrazione liturgica distingue con cura la professione
perpetua della professione temporanea che deve essere celebrata «senza
alcuna solennità particolare».26 La professione perpetua si svolgerà
invece «con la solennità dovuta e con il concorso dei religiosi e
del popolo» 27 poiché «essa è segno dell'unione
indissolubile di Cristo con la Chiesa sua sposa (cf. LG 44)».
57. Si osservino con cura tutte le disposizioni di diritto concernenti le
condizioni di validità e le scadenze della professione temporanea e
perpetua.29
C) LA FORMAZIONE DEI PROFESSI TEMPORANEI
CIÒ CHE PRESCRIVE LA CHIESA
58. Trattandosi della formazione dei professi temporanei, la Chiesa
prescrive che «in ogni istituto, dopo la prima professione, si continui la
formazione di tutti i membri perché possano condurre integralmente la
vita propria dell'istituto e rendersi meglio idonei a realizzare la missione.
Pertanto, il diritto proprio deve stabilire il programma e la durata di questa
formazione, tenendo presenti le necessità della Chiesa e le condizioni
delle persone e dei tempi, secondo quanto esigono le finalità e l'indole
dell'istituto». 30
«La formazione deve essere sistematica, adeguata alla capacità
dei membri, spirituale e apostolica, dottrinale e insieme pratica, e portare
anche al conseguimento dei titoli convenienti, sia ecclesiastici sia civili,
secondo l'opportunità. Durante il periodo di questa formazione non si
affidino ai religiosi compiti ed opere che ne ostacolino l'attuazione».3l
SIGNIFICATO ED ESIGENZE DI QUESTA TAPPA
59. La prima professione inaugura una nuova fase della formazione, che
beneficia del dinamismo e della stabilità derivanti dalla professione.
Per il religioso, si tratta di raccogliere i frutti delle tappe precedenti e di
continuare la propria crescita umana e spirituale con la pratica coraggiosa di
ciò in cui si è impegnato. Il mantenimento dello slancio
spirituale dato dalla tappa precedente è tanto più necessario in
quanto, negli istituti dediti all'apostolato, il passaggio ad uno stile di vita
più aperto e ad attività troppo impegnative comporta spesso rischi
di disorientamento e di aridità. Negli istituti votati alla
contemplazione, si tratterà piuttosto di abitudine, di stanchezza e di
pigrizia spirituale. Gesù formò i suoi discepoli attraverso le
crisi che essi subirono. Con annunci successivi alla Passione, li preparò
a diventare discepoli autentici. 32 La pedagogia di questa tappa deve quindi
mirare a permettere al giovane religioso di camminare veramente, con tutta la
sua esperienza, secondo una unità di prospettive e di vita, quella della
propria vocazione in quel momento della sua esistenza, nella prospettiva della
professione perpetua.
CONTENUTO E MEZZI DI FORMAZIONE
60. L'istituto ha la grave responsabilità di prevedere
l'organizzazione e la durata di questa fase della formazione e di fornire al
giovane religioso le condizioni favorevoli per una reale crescita della
donazione al Signore. Anzitutto, offrirà una vigorosa comunità
formatrice e la presenza di educatori validi. Infatti, a questo livello della
formazione, contrariamente a ciò che è stato detto a proposito del
noviziato (cf. n. 47), vale meglio una comunità più numerosa, ben
provvista di mezzi di formazione e ben guidata, che una piccola comunità
senza veri formatori. Come durante la sua vita religiosa, il religioso deve
sforzarsi a meglio comprendere praticamente l'importanza della vita comunitaria
secondo la vocazione propria del suo istituto, ad accettare la realtà di
tale vita e ad assumere le condizioni di progresso, a rispettare gli altri nella
loro differenza ed a sentirsi responsabile in seno alla suddetta comunità.
Per proseguire a questo livello ed in modo specifico la missione del maestro dei
novizi, sarà designato dai superiori un responsabile della formazione dei
professi temporanei. Tale formazione dovrà durare almeno tre anni.
61. Le proposte di programma che seguono hanno valore indicativo e non
esitano a guardare in alto, vista la necessità di formare religiose e
religiosi all'altezza delle attese e dei bisogni del mondo contemporaneo. Sarà
impegno degli istituti e dei formatori e delle formatrici di procedere
all'adattamento richiesto dalle persone, dai tempi e dai luoghi. Nel programma
di studi si dovrà porre in risalto la teologia biblica, dommatica,
spirituale e pastorale e in particolare l'approfondimento dottrinale della vita
consacrata e del carisma dell'istituto. La formulazione di questo programma e la
sua messa in opera devono tener presente l'unità interna
dell'insegnamento e l'armonizzazione delle diverse discipline. I religiosi
devono aver coscienza che non sono diverse scienze, ma una sola che devono
imparare: la scienza della fede e del Vangelo. A questo proposito, bisogna
evitare di mettere insieme troppe discipline e corsi. Inoltre, per rispetto alle
persone, i religiosi non devono essere introdotti prematuramente in una
problematica esageratamente critica, se ancora non hanno compiuto il cammino
necessario per affrontarla serenamente.
Si dovrà vegliare per dare, in maniera adatta, una formazione
filosofica di base che permetta di acquisire una conoscenza di Dio e una visione
cristiana del mondo in stretta connessione con le questioni agitate nel nostro
tempo, che faccia risaltare l'armonia che esiste tra il sapere della ragione e
quello della fede in vista della ricerca dell'unica verità. In questo
modo, i religiosi saranno preservati da tentazioni, sempre minacciose, di un
razionalismo critico da una parte, del pietismo e del fondamentalismo
dall'altra.
Il programma di studi teologici sarà concepito giudiziosamente e le
differenti parti saranno ben articolate in modo che ne risulti la «
gerarchia » delle verità della dottrina cattolica in ragione del
loro rapporto con i fondamenti della fede cristiana. 33 La composizione di
questo programma potrà ispirarsi, adattandolo, alle indicazioni date
dalla Congregazione per l'Educazione cattolica per la formazione dei candidati
al ministero presbiterale, 34 facendo attenzione a non omettere nulla di quanto
può aiutare alla buona intelligenza della fede e della vita cristiana
nella Chiesa: storia, liturgia, diritto canonico, ecc.
62. Infine, la maturazione del religioso richiede, a questo punto, un
impegno apostolico ed una partecipazione progressiva ad esperienze ecclesiali e
sociali, nella linea del carisma del proprio istituto e tenendo conto delle
proprie attitudini e delle aspirazioni personali. Al riguardo di queste
esperienze, religiosi e religiose si ricordino che non devono esercitare la loro
azione pastorale, sia nel periodo della formazione iniziale che dopo, e che il
loro impegno in un servizio ecclesiale e soprattutto sociale obbedisce
necessariamente a criteri di discernimento (cf. n. 18).
63. Benché i superiori siano designati giustamente come «maestri
di spirito in relazione al progetto evangelico del proprio istituto», 35 i
religiosi devono avere a loro disposizione per il foro interno, anche non
sacramentale, quello che si è convenuto di chiamare direttore o
consigliere spirituale. « Seguendo la tradizione dei primi Padri del
deserto e di tutti i grandi fondatori a proposito della guida spirituale,
ciascun istituto religioso disponga di membri particolarmente qualificati e
designati per aiutare i fratelli in questo campo. La loro funzione varia a
seconda del grado di vita spirituale raggiunto dal religioso. Le loro
responsabilità principali sono: discernere l'azione di Dio, accompagnare
il fratello nelle vie del Signore, nutrire la vita di solida dottrina e la
pratica della preghiera. In modo particolare, alle prime fasi occorre anche
valutare il cammino percorso». 36
Questa direzione spirituale, che «non potrà essere sostituita da
ritrovati psico-pedagogici », 37 e per la quale il Concilio richiede una «
giusta libertà »,38 dovrà dunque essere «favorita con la
disponibilità di persone competenti e qualificate». 39
Tali disposizioni, indicate particolarmente per questa tappa della
formazione dei religiosi, valgono per tutto il resto della loro vita. Nelle
comunità religiose, soprattutto in quelle che riuniscono un maggior
numero di membri e specialmente in quelle dove dimorano professi temporanei, è
necessario che almeno un religioso sia designato ufficialmente come guida e
consigliere spirituale dei suoi fratelli.
64. Diversi istituti prevedono, prima della professione perpetua, un
periodo di preparazione più intenso, escludendo le occupazioni abituali.
Quest'uso merita di essere incoraggiato ed esteso.
65. Se, come prevede il diritto, giovani prefessi vengono inviati dal loro
superiore a compiere degli studi, 40 «tali studi siano programmati non
quasi fossero una male intesa realizzazione di se, per raggiungere finalità
individuali, ma affinché valgano a rispondere alle esigenze di progetti
apostolici della loro famiglia religiosa in armonia con le necessità
della Chiesa». 41 Lo svolgimento di questi studi e il conseguimento dei
diplomi siano, a giudizio dei superiori maggiori e dei responsabili di
formazione, convenientemente armonizzati con il resto del programma previsto per
questa tappa di formazione.
D) LA FORMAZIONE CONTINUA DEI PROFESSI PERPETUI
66. «Per tutta la vita, i religiosi proseguono assiduamente la
propria formazione spirituale, dottrinale e pratica; i superiori poi procurino
loro i mezzi e il tempo necessari» 42 «Ogni istituto religioso,
quindi, ha il dovere di progettare e di realizzare un programma di formazione
permanente adeguato per tutti i suoi membri. Un programma che tenda non soltanto
alla formazione dell'intelligenza, ma anche di tutta la persona, principalmente
nella sua missione spirituale, affinché ogni religioso possa vivere in
tutta la sua pienezza la propria consacrazione a Dio, nella missione specifica
che la Chiesa gli affida».43
PERCHÉ LA FORMAZIONE CONTINUA?
67. La formazione continua è motivata anzitutto dalla chiamata di
Dio, il quale chiama ciascuno dei suoi in ogni momento ed in nuove circostanze.
Il carisma della vita religiosa in un determinato istituto è una grazia
vivente che richiede di essere ricevuta e vissuta in condizioni di esistenza
spesso inedite. «Il carisma dei fondatori (ET 11) si rivela come
un'esperienza dello Spirito, trasmessa ai propri discepoli per essere da questi
vissuta, custodita, approfondita e costantemente sviluppata in sintonia con il
Corpo di Cristo in perenne crescita (...). La nota caratteristica propria di
qualsiasi istituto esige, sia nel fondatore che nei suoi discepoli, una continua
verifica della fedeltà verso il Signore, della docilità verso il
suo Spirito, dell'attenzione intelligente alle circostanze e della visione
cautamente rivolta ai segni dei tempi, della volontà d'inserimento nella
Chiesa, della disponibilità di subordinazione alla gerarchia,
dell'ardimento nelle iniziative, della costanza nel donarsi, dell'umiltà
nel sopportare i contrattempi (...). Il nostro tempo in modo particolare esige
dai religiosi quella stessa genuinità carismatica, vivace e ingegnosa
nelle sue inventive, che spiccatamente eccelle nei fondatori...». 44
La formazione permanente esige che si presti un'attenzione particolare ai
segni dello Spirito nel nostro tempo e che ci si lasci sensibilizzare, per poter
dare loro una risposta appropriata.
Inoltre, la formazione continua è un dato sociologico che, ai nostri
giorni, riguarda tutti i rami dell'attività professionale. Essa
condiziona molto spesso la permanenza in una professione o il passaggio
obbligato da una professione ad un'altra.
Mentre la formazione iniziale era ordinata all'acquisto da parte della
persona di una sufficiente autonomia per vivere in fedeltà i propri
impegni religiosi, la formazione continua aiuta il religioso ad integrare la
creatività nella fedeltà, poiché la vocazione cristiana e
religiosa richiede una crescita dinamica ed una fedeltà nelle circostanze
concrete dell'esigenza. Ciò esige una formazione spirituale interiormente
unificante, ma duttile ed attenta agli avvenimenti quotidiani della vita
personale e del mondo.
«Seguire Cristo» significa mettersi sempre in cammino, guardarsi
dalla sclerosi e dall'anchilosi, per essere capace di rendere una testimonianza
viva e verace del Regno di Dio in questo mondo.
Si possono ritenere in altri termini tre ragioni fondamentali che motivano
la formazione permanente;
- la prima nasce dalla funzione stessa della vita religiosa in seno alla
Chiesa. Essa vi esercita un ruolo carismatico ed escatologico molto
significativo che suppone nelle religiose e nei religiosi un'attenzione speciale
alla vita dello spirito, tanto nella storia personale di ciascuno e di ciascuna,
quanto nella speranza e angoscia dei popoli;
- la seconda deriva dalla sfida che viene dal futuro della fede cristiana in
un mondo che cambia a velocità accelerata;45
- la terza concerne la vita stessa degli istituti religiosi e soprattutto il
loro avvenire, che dipende in parte dalla formazione permanente dei loro membri.
SUO CONTENUTO
68. La formazione continua è un processo globale di rinnovamento
che si estende a tutti gli aspetti della persona del religioso ed all'insieme
dello stesso istituto. Essa si deve svolgere tenendo conto che i suoi diversi
aspetti sono inseparabili e che si influenzano mutuamente nella vita di ogni
religioso e di ogni comunità. Possono essere ricordati i seguenti
aspetti:
- la vita secondo lo Spirito o spiritualità: deve avere il primato
poiché include un approfondimento della fede e del senso della
professione religiosa. Quindi, bisogna privilegiare gli esercizi spirituali
annuali e i tempi di ripresa spirituale sotto forme diverse;
- la partecipazione alla vita della Chiesa secondo il carisma dell'istituto
e soprattutto l'aggiornamento dei metodi e dei contenuti delle attività
pastorali, in collaborazione con gli altri agenti della pastorale locale;
- il riciclaggio dottrinale e professionale, che comprende l'approfondimento
biblico e teologico, lo studio dei documenti del magistero universale e
particolare, una migliore conoscenza delle culture dei luoghi in cui si vive e
si agisce, la riqualificazione professionale e tecnica, se c'è motivo;
- la fedeltà al proprio carisma, con una sempre migliore conoscenza
del fondatore, della storia dell'istituto, del suo spirito, della sua missione,
ed uno sforzo correlativo per viverli, personalmente ed in comunità.
69. Capita che buona parte della formazione permanente si svolga in centri
di formazione interistituti. In tali casi, bisogna ricordare che un istituto non
può delegare ad organizzazioni esterne tutto il compito di formazione
continua dei suoi membri, troppo legata, in molti dei suoi aspetti, ai valori
propri del suo carisma. Ciascuno di essi, secondo le necessità e le
possibilità, deve quindi suscitare ed organizzare diverse iniziative e
strutture.
I TEMPI FORTI DELLA FORMAZIONE CONTINUA
70. Bisogna comprendere queste tappe in modo molto elastico. Conviene
combinarle concretamente con quelle che può suscitare l'iniziativa
imprevedibile dello Spirito Santo. Riteniamo in particolare, come tappe
significative:
- il passaggio dalla formazione iniziale alla prima esperienza di vita più
autonoma, in cui il religioso deve scoprire un nuovo modo di essere fedele a
Dio;
- al termine di circa dieci anni di professione perpetua, quando si presenta
il rischio di una vita «abitudinaria» e la perdita di ogni slancio. A
quel punto sembra che si imponga un periodo prolungato in cui si prendono le
proprie distanze in rapporto alla vita ordinaria per «rileggerla» alla
luce del Vangelo e del pensiero del fondatore. Alcuni istituti offrono ai loro
membri questo tempo di approfondimento nel «terzo anno», detto a volte
anche «secondo noviziato» o «seconda probazione», ecc. È
desiderabile che questo tempo si trascorra in una comunità dell'istituto;
- la piena maturità spesso comporta il pericolo di uno sviluppo
dell'individualismo, soprattutto nei temperamenti vigorosi ed efficienti;
- al momento di forti crisi, che possono sopraggiungere ad ogni età,
sotto la spinta di fattori esterni (cambio di posto o di lavoro, insuccesso,
incomprensione, sentimento di emarginazione, ecc.) o di fattori più
direttamente personali (malattia fisica o psichica, aridità spirituale,
forti tentazioni, crisi di fede o sentimentale o ambedue insieme, ecc.). In
queste circostanze, il religioso deve essere aiutato a superare positivamente la
crisi, nella fede;
- al momento del ritiro progressivo dall'azione, religiose e religiosi
risentono più profondamente nel loro essere l'esperienza che Paolo
descrisse in un contesto di cammino verso la risurrezione: « non ci
scoraggiamo; ma se anche l'uomo esterno si corrompe, l'interno nostro si
rinnova, tuttavia di giorno in giorno». 46 Lo stesso Pietro, dopo aver
ricevuto il compito immenso di pascere il gregge del Signore, si sentì
dire: «quando sarai vecchio, tenderai le mani e un altro ti cingerà
e ti porterà dove non vorrai». 47 Il religioso può vivere
questi momenti come una fortuna unica di lasciarsi penetrare dall'esperienza
pasquale del Signore Gesù fino a desiderare di morire per « essere
con Cristo», in coerenza con la sua opzione di partenza: conoscere Cristo,
l'efficacia della sua risurrezione, e la partecipazione ai suoi patimenti,
conformandosi a lui nella morte, con la speranza di giungere anche lui alla
risurrezione dai morti. 48 La vita religiosa non segue altro iter.
71. In ogni istituto sarà designato dai superiori un responsabile
della formazione permanente. Ma si dovrà anche badare che i religiosi,
durante tutta la loro vita, possano avere a disposizione guide o consiglieri
spirituali, secondo la pedagogia già usata durante la formazione iniziale
e secondo modalità adatte alla maturità acquisita ed alle
circostanze che essi attraversano.
1 Cf. RC 4; nota 7 Introduzione.
2 Cf. c. 597,2.
3 Cf. cc. 641-645.
4 Vedere sopra, nn. 90-91.
5 Cf. c. 646.
6 C.646.
7 LG 44.
8 LG.46.
9 C.652,2.
10 C. 648, 2.
11 RC 5; A. nota 7 Introduzione.
12 C. 652, 5.
13 C. 650, 1.
14 Cf. c. 597, 1 e 2; cc. 641-645.
15 Cf. c. 134, 1 e 1047, 4.
16 Cf. cc. 647-649 e 653, 2.
17 LG 46b.
18 Cf. cc. 650-652, 1.
19 Cf c. 985.
20 C, 652, 3.
2I C. 652, 4
22 Cf. LG 45
23 Del 2-2-1970, Nuova edizione emendata nel 1975; EV 3, 1237.
24 Giovanni Paolo Il a Madrid, 2-11-1982: AAs 75 (1983) 271.
25 RC 7; nota 7 Introduzione.
26 OPR 5; cf. nota 24.
27 Ibid. 6.
28 Ibil.
29 Cf. cc. 655-658.
30 C. 659, 1 e 2.
31 C.660, 1-2.
32 Cf. Mc 8,31-39; 9,31-32; 10,32-34.
33 UR 11.
34 RI nn. 70-81 e nota 148; 90-93; EV 3, 1103.
35 MR 13a; cf. nota 8 Introduzione.
36 EE 11, 47; cf. nota 8 Introduzione.
37 DCVR II, 11; cf. nota 9 Introduzione.
38 PC 14; cf. anche c. 630.
39 DCVR II, 11; cf. anche nota 9 Introduzione.
40 Cf. c. 660, 1.
41 MR 26; cf. nota 8 Introduzione.
42 C, 661.
43 Giovanni Paolo II ai religiosi del Brasile, 11-7-1986, n. 6, cf.nota 5
Introduzione.
44 MR 11b.12b.23f; cf. nota 8 Introduzione.
45 Cf. PC 2d.
46 2 Cor 4, 16; cf. anche 5, 1-10.
47 Gv 21, 15-19.
48 Cf. Fil 3, 10; cf. 1, 20-26; cf. anche LG 48.
IV
LA FORMAZIONE NEGLI ISTITUTI DEI RELIGIOSI INTERAMENTE DEDITI ALLA
CONTEMPLAZIONE SPECIALMENTE DELLE MONACHE (PC 7)
72. Quanto si è detto nei capitoli precedenti, si applica anche a
questi istituti nel rispetto del loro carisma, della loro tradizione e della
loro legislazione.
IL POSTO DI QUESTI ISTITUTI NELLA CHIESA
73. «Gli istituti dediti interamente alla contemplazione, i cui
membri si occupano soltanto di Dio nella solitudine e nel silenzio, in continua
preghiera ed intensa penitenza, pur nella urgente necessità di apostolato
attivo, conservano un posto assai eminente nel Corpo mistico di Cristo, in cui "
nessun membro ha la stessa funzione" (Rom 12, 4). Essi infatti
offrono a Dio un eccellente sacrificio di lode, e producendo frutti
abbondantissimi di santità sono di esempio al popolo di Dio, cui danno
incremento con una misteriosa fecondità apostolica. Cosicché
costituiscono una gloria per la Chiesa ed una sorgente di grazie celesti».
1
In seno ad una Chiesa particolare, «la loro vita contemplativa è
il loro primo e fondamentale apostolato, perché è il loro modo
tipico e caratteristico, secondo uno speciale disegno di Dio, di essere Chiesa,
di vivere nella Chiesa, di realizzare la comunione con la Chiesa, di compiere
una missione nella Chiesa ». 2
Dal punto di vista della formazione dei loro membri, e per le ragioni date
or ora, questi istituti richiedono un'attenzione tutta particolare sia nella
formazione iniziale che in quella permanente.
L' IMPORTANZA CHE VI HA LA FORMAZIONE
74. Lo studio della Parola di Dio, della tradizione dei Padri, dei
documenti del magistero della Chiesa ed una riflessione teologica sistematica
non dovranno essere tenuti in minore stima nei luoghi in cui delle persone hanno
scelto di ordinare l'insieme della loro vita in vista della ricerca prioritaria,
se non esclusiva, di Dio. Questi religiosi e religiose dediti interamente alla
contemplazione imparino dalla Scrittura come Dio non si stanca di ricercare la
sua creatura per fare alleanza con lei e come, a sua volta, tutta la vita
dell'uomo non possa essere che una ricerca incessante di Dio. Essi stessi si
impegnino pazientemente in questa ricerca.
La creatura, sotto la pesantezza dei suoi limiti, va a tentoni ma, nello
stesso tempo, Dio la rende capace di appassionarvisi. Si tratta dunque di
aiutare questi religiosi ad accostarsi al mistero di Dio, non senza essere
attenti alle esigenze critiche della ragione umana. Bisogna anche cogliere le
certezze che offre la Rivelazione sul mistero di Dio Padre, Figlio e Spirito
Santo, pur restando modesto riguardo all'esito di una ricerca che finirà
soltanto quando vedremo Dio, faccia a faccia, quale Egli è. La prima
preoccupazione di questi contemplativi non è e non deve essere, di
acquistare una vasta scienza, né di conseguire gradi accademici. Essa è,
e deve essere, di fortificare la fede, «realtà di cose sperate e
convincimento di cose che non si vedono». 3 Nella fede si trovano il
fondamento e le promesse di una contemplazione autentica. Essa certamente fa
entrare su strade sconosciute: «Abramo partì senza sapere dove
andava»,4 ma permette di tener duro nella prova come se si vedesse
l'invisibile. 5 Essa guarisce, approfondisce ed allarga lo sforzo
dell'intelligenza che cerca e che contempla ciò che al presente non
coglie che «attraverso uno specchio e come un enigma». 6
ALCUNI PUNTI SU CUI INSISTERE
75. Tenendo conto della specificità di questi istituti e dei mezzi
indicati per mantenerla fedelmente, il loro piano di formazione avrà
alcuni punti d'insistenza, da trattare gradualmente nelle tappe successive della
formazione. Bisogna notare all'inizio che il cammino di formazione sarà
per loro meno intenso e più informale, vista la stabilità dei loro
membri e l'assenza di attività esterne nel monastero. Si deve aggiungere,
infine, che nel contesto del mondo attuale c'è da aspettarsi anche dai
membri di tali istituti un livello di cultura umana e religiosa corrispondente
alle esigenze del nostro tempo.
LA " LECTIO DIVINA "
76. Più dei loro fratelli e sorelle dediti all'apostolato, i membri
degli istituti dediti interamente alla contemplazione occupano una buona parte
del loro tempo quotidiano nello studio della Parola di Dio e nella «lectio
divina», sotto i suoi quattro aspetti di lettura, meditazione, preghiera e
contemplazione. Quali che siano le parole impiegate secondo le diverse
tradizioni spirituali ed il senso preciso che si dà loro, ciascuno di
questi aspetti conserva la sua necessità e la sua originalità. La «lectio
divina» si nutre della Parola di Dio, vi trova il suo punto di partenza e
vi ritorna. La serietà di uno studio biblico, quindi, garantisce, in
parte, la ricchezza della «lectio». Che questa abbia per oggetto il
testo medesimo della Bibbia, che si tratti di un testo liturgico o di una pagina
spirituale della tradizione cattolica, è una eco fedele della Parola di
Dio che bisogna ascoltare e forse anche, alla maniera degli antichi, sussurrare.
Questa iniziazione richiede un coraggioso esercizio durante il tempo di
formazione e su di essa poggiano tutte le tappe successive.
LA LITURGIA
77. La liturgia, soprattutto la celebrazione dell'Eucaristia e della
liturgia delle ore, in questi istituti occupa un posto speciale. Se gli antichi
paragonavano volentieri la vita monastica alla vita angelica, era, tra gli altri
motivi, perché gli angeli sono dei «liturghi» di Dio. 7 La
liturgia, nella quale si uniscono la terra e il cielo e che perciò dona
come un pregustamento della liturgia celeste, è la vetta alla quale tende
tutta la Chiesa e la sorgente da cui deriva tutta la sua forza. Essa non
esaurisce tutta l'attività della Chiesa, ma è, per coloro che «si
dedicano unicamente alle cose di Dio», il luogo e il mezzo privilegiato di
celebrare, a nome della Chiesa, nella gioia e nell'azione di grazie, l'opera
della salvezza compiuta da Cristo, della quale lo svolgimento dell'anno
liturgico ci offre periodicamente il memoriale.8 Quindi sarà celebrata
non solo con cura secondo le tradizioni ed i riti propri dei diversi istituti,
ma anche studiata nella sua storia, nella varietà delle sue forme e nel
suo significato teologico.
78. Nella tradizione di alcuni istituti, i religiosi ricevono il ministero
presbiterale e celebrano l'Eucaristia quotidiana sebbene non siano destinati ad
esercitare un apostolato. Questa pratica trova la sua giustificazione tanto in
ciò che concerne il ministero presbiterale quanto in ciò che
riguarda il sacramento dell'Eucaristia. Infatti, da una parte esiste un'armonia
interna tra la consacrazione religiosa e la consacrazione al ministero ed è
legittimo che questi religiosi siano ordinati sacerdoti, anche se non esercitano
il ministero né all'interno né all'esterno del monastero. «L'unione
nella stessa persona della consacrazione religiosa, che l'offre totalmente a
Dio, e del carattere sacerdotale, la configura in modo speciale a Cristo che è
insieme sacerdote e vittima».9
Dall'altra parte, l'Eucaristia «è sempre un atto di Cristo e
della Chiesa, anche quando non è possibile che vi assistano i fedeli»10
e merita perciò di essere celebrata in quanto tale perché «l'opportunità
di offrire il sacrificio non va considerata solo in rapporto ai fedeli
cristiani, ai quali si devono somministrare i sacramenti, ma principalmente in
rapporto a Dio, cui si offre il sacrificio nella consacrazione di questo
sacramento» 11 Infine, bisogna ricordare l'affinità che esiste tra
la vocazione contemplativa ed il mistero dell'Eucaristia. Infatti, «tra gli
atti della vita contemplativa, i principali sono quelli riguardanti la
celebrazione dei divini misteri» 12
IL LAVORO
79. Il lavoro è una legge comune alla quale religiose e religiosi
sanno di essere tenuti e converrà, nel periodo di formazione, metterne in
rilievo il senso nel caso in cui si compia nell'ambito del monastero. Il lavoro
per vivere non è un ostacolo alla Provvidenza di Dio che si prende cura
dei minimi dettagli delle nostre vite, ma entra nei suoi piani. Può
essere considerato come un servizio alla comunità, un mezzo per
esercitarvi una certa responsabilità e per collaborare con gli altri.
Permette di esercitare una certa disciplina personale e di equilibrare gli
aspetti più interni che l'orario quotidiano comporta. Nei sistemi di
previdenza sociale che entrano progressivamente in vigore nei vari paesi, il
lavoro permette anche ai religiosi di prendere parte alla solidarietà
nazionale alla quale nessun cittadino ha il diritto di sottrarsi. Più
generalmente, è un elemento di solidarietà con tutti i lavoratori
del mondo. Il lavoro risponde così, non solo ad una necessità
economica e sociale, ma anche ad una esigenza evangelica. Nessuno, in comunità,
può identificarsi con un determinato lavoro rischiando di farlo sua
proprietà, ma tutti devono essere disponibili per qualsiasi lavoro potrà
essere loro richiesto. Durante il tempo di formazione iniziale, specialmente
durante il noviziato, il tempo riservato al lavoro non deve usurpare quello che
normalmente è riservato agli studi o ad altre attività in rapporto
diretto con la formazione.
L' ASCESI
80. Essa occupa un posto particolare negli istituti dediti esclusivamente
alla contemplazione, dove religiose e religiosi dovranno soprattutto capire
come, nonostante le esigenze dell'abbandono del mondo che sono loro proprie, la
loro consacrazione religiosa li rende presenti agli uomini e al mondo «in
modo più profondo nella tenerezza di Cristo» 13 «È
monaco colui che è separato da tutti e unito a tutti». 14 Unito a
tutti perché unito a Cristo. Unito a tutti perché porta in cuore
l'adorazione, il ringraziamento, la lode, le angosce e la sofferenza dei suoi
contemporanei. Unito a tutti perché Dio lo chiama in un luogo dove rivela
all'uomo i suoi segreti. Non soltanto presenti al mondo, ma anche al cuore della
Chiesa, così sono i religiosi dediti totalmente alla contemplazione. La
liturgia che essi celebrano svolge una funzione essenziale della comunità
ecclesiale. La carità che li anima e che essi si sforzano di rendere
perfetta, vivifica, nello stesso tempo, il Corpo mistico di Cristo. In questo
amore, essi toccano la prima sorgente di quanto esiste - «amor fontalis»
- e, per questo, si trovano nel cuore del mondo e della Chiesa. «Nel cuore
della Chiesa, mia Madre, io sarò l'amore».15 Questa è la loro
vocazione e la loro missione.
L' ATTUAZIONE
81. La norma generale è che tutto il ciclo della formazione
iniziale e permanente si svolga all'interno del monastero. È questo, per
tali religiosi, il luogo più conveniente dove può compiersi il
cammino di conversione, di purificazione e di ascesi in vista di conformare la
propria vita a Cristo. Questa esigenza ha ugualmente il vantaggio di favorire
l'armonia della comunità. Infatti, è tutta la comunità, e
non soltanto alcune persone o gruppi più iniziati, che deve beneficiare
dei vantaggi di una formazione ben ordinata.
82. Quando un monastero non può bastare a se stesso, per mancanza
di insegnanti o di un numero sufficiente di candidati, alcuni servizi
d'insegnamento (corsi, sessioni, ecc.) comuni a più monasteri della
stessa Federazione, del medesimo Ordine, o di vocazione fondamentale comune, si
organizzeranno utilmente in uno dei monasteri, con periodicità
conveniente alla natura contemplativa dei monasteri interessati. E per tutti i
casi in cui le esigenze della formazione avranno incidenza sulla disciplina
della clausura, bisognerà attenersi alla legislazione in vigore. l6 Per
la formazione ci si può rivolgere anche a persone esterne al monastero ed
allo stesso Ordine, provvedendo, però, che esse entrino nella prospettiva
specifica dei religiosi che dovranno istruire.
83. L'associazione di monasteri di monache ad istituti maschili, a norma
del c. 614, può ugualmente servire in modo vantaggioso alla formazione
delle monache. Essa garantisce la fedeltà al carisma, allo spirito ed
alle tradizioni di una stessa famiglia spirituale.
84. Ogni monastero veglierà per creare le condizioni favorevoli
allo studio personale e alla lettura, con l'aiuto di una buona biblioteca
costantemente aggiornata ed, eventualmente, di corsi per corrispondenza.
85. E richiesto agli ordini e congregazioni monastiche maschili, alle
federazioni di monache ed ai monasteri non federati o non associati, di
elaborare un piano di formazione («ratio») che farà parte del
loro diritto proprio e che comporterà norme concrete di applicazione,
conformemente ai cc. 650, 1 e 659-661.
1 PC7.
2 DCVR 26 e 27; cf. nota 9 Introduzione.
3 Eb 11, 8.
4 ibid.
5 Cf. Eb 11, 27.
6 1 Cor 13, 12.
7 Origine, Peri Archon 1.8.1.
8 Cf LG 49.50; SC 5.8.9.10.
9 Paolo VI ai superiori maggiori d'Italia: AAS 58 (1966) 1180; vedi anche
Lettera ai Certosini, 18-4-1971: AAS 63 (1971) 448-449.
10; cf. Paolo VI, enciclica Mysterium fidei: AAS 57 (1965) 761-762.
11 S. Tommaso, Somma theol., III, q. 82, a. 10.
12 Idem, II-II ae, q. 189, a. 8, ad 2um.
13 LG 46.
14 VS III, Introduzione e nota 27; EV 3, 865.
15 S.Teresa del Bambino Gesù, Manoscritti autobiografici, 1957,
p. 229.
16 Cf. c. 667.
V
QUESTIONI ATTUALI CONCERNENTI LA FORMAZIONE DEI RELIGIOSI
Vengono qui riunite questioni o posizioni alcune delle quali risultano da
un'analisi succinta e che, di conseguenza, meritano probabilmente discussioni,
sfumature e complementi. Per altro, sono enunciati orientamenti e principi, la
cui applicazione concreta non può essere fatta che a livello di Chiese
particolari.
A) I GIOVANI CANDIDATI ALLA VITA RELIGIOSA E LA PASTORALE DELLE
VOCAZIONI
86 I giovani sono «la speranza della Chiesa»,1 essa ha «tante
cose da dire ai giovani e i giovani hanno tante cose da dire alla Chiesa».2
Sebbene vi siano degli adulti candidati alla vita religiosa, i giovani dai 18 ai
25 anni rappresentano oggi la maggioranza. Nella misura in cui essi sono toccati
da ciò che si è convenuto chiamare «la modernità»,
si possono trarre con sufficiente esattezza, sembra, alcuni tratti comuni. Il
ritratto risente del modello nord-occidentale, ma questo modello tende ad
universalizzarsi, nei suoi valori e nelle sue debolezze, e ciascuna cultura vi
apporterà i ritocchi richiesti dalla sua propria originalità.
87. «La sensibilità dei giovani percepisce profondamente i
valori della giustizia, della non-violenza e della pace. Il loro cuore è
aperto alla fraternità, all'amicizia e alla solidarietà. Essi si
mobilitano al massimo in favore delle cause che riguardano la qualità
della vita e la conservazione della natura». 3 Essi generalmente, e a volte
ardentemente, aspirano ad un mondo migliore e non è raro che si impegnino
in associazioni politiche, sociali, culturali e caritative per contribuire a
migliorare la situazione dell'umanità. A meno che non siano stati sviati
da ideologie di tipo totalitario, per la maggior parte sono ardenti sostenitori
della liberazione dell'uomo in fatto di razzismo, di sottosviluppo, di guerre,
di ingiustizie. Tale atteggiamento non sempre è suggerito - e a volte è
lontano dall'esserlo - da motivi di ordine religioso, filosofico e politico, ma
non si può negarne la sincerità e la grande generosità. Tra
questi ve ne sono alcuni che hanno n profondo senso religioso, che tuttavia ha
bisogno di essere evangelizzato. Molti, infine, e non è necessariamente
una minoranza, hanno condotto una vita cristiana molto esemplare e si sono
impegnati coraggiosamente nell'apostolato, sperimentando ciò che può
significare «seguire Gesù Cristo più da vicino».
88. Stando così le cose, i capisaldi dottrinali ed etici tendono a
relativizzarsi, al punto che non sempre sanno molto bene se esistono dei punti
solidi di riferimento per conoscere la verità dell'uomo, del mondo e
delle cose. La scarsità all'insegnamento della filosofia nei programmi
scolastici ne è spesso responsabile. Esitano a dire chi sono e ciò
che essi sono chiamati a divenire. Se hanno alcune convinzioni sull'esistenza
del bene e del male, il senso di questi termini sembra essersi spostato in
rapporto a ciò che esso era per le generazioni precedenti. Spesso vi è
una sproporzione tra il livello delle loro conoscenze profane, a volte molto
specializzate, e quello della loro crescita psicologica e della loro vita
quotidiana. Non tutti hanno fatto una felice esperienza nella famiglia, data
crisi che attraversa l'istituto familiare, sia dove la cultura non è
stata profondamente impregnata di cristianesimo, sia in culture di tipo
post-cristiano dove si impone l'urgenza di una nuova evangelizzazione, sia anche
nelle culture evangelizzate da molto tempo. Essi imparano attraverso l'immagine,
e la pedagogia scolastica in vigore a volte favorisce tale mezzo, ma leggono
meno. Accade che loro cultura si caratterizzi per una quasi assenza di
dimensione storica, come il nostro mondo cominciasse oggi. La società dei
consumi, con le delusioni che essa genera, non li risparmia. Arrivando, a volte
con fatica, a trovare il loro posto nel mondo, alcuni si lasciano sedurre dalla
violenza, dalla droga e dall'erotismo. E sempre meno raro trovare, tra i
candidati alla vita religiosa, giovani che non abbiano fatto esperienze infelici
in questo campo.
89. Urgono allora i problemi che la ricchezza e la complessità di
questo tessuto umano pongono alla pastorale delle vocazioni e nello stesso tempo
alla formazione. È qui in causa il discernimento delle vocazioni.
Soprattutto in certi paesi alcuni candidati e candidate si presenteranno per
cercare più o meno coscientemente una promozione sociale ed una sicurezza
per l'avvenire; altri vedranno la vita religiosa come il luogo ideale di un
impegno ideologico per la giustizia; altri, infine, di spirito più
conservatore, si aspetteranno che la vita religiosa sia il luogo di salvaguardia
della loro fede in questo mondo considerato soprattutto come ostile e corrotto.
Queste motivazioni rappresentano il risvolto di un certo numero di valori, ma
richiedono di essere purificate e raddrizzate.
Nei paesi cosiddetti sviluppati, bisognerà promuovere soprattutto
l'equilibrio umano e spirituale, a base di rinuncia, di fedeltà duratura,
di generosità serena e costante, di gioia autentica e di amore. Ecco un
programma esigente, ma necessario, per le religiose ed i religiosi incaricati
della pastorale delle vocazioni e della formazione.
B) LA FORMAZIONE DEI RELIGIOSI E LA CULTURA
90. Il termine generale di cultura sembra possa riassumere, come lo
propone la Costituzione pastorale Gaudium et spes, «quell'insieme
di dati personali e sociali che contrassegnano l'uomo permettendogli di assumere
e di dominare la sua condizione e il suo destino» (GS 53-62).4 È
perciò che si può dire che la cultura è «ciò
per cui l'uomo diventa maggiormente uomo» e «si situa sempre in
relazione essenziale e necessaria con ciò che l'uomo è».5
D'altra parte, «la professione dei consigli evangelici, quantunque comporti
la rinuncia di beni certamente apprezzabili, tuttavia non si oppone al vero
progresso della persona umana, ma per sua natura gli è di grandissimo
giovamento».6
Esiste dunque un'affinità tra la vita religiosa e la cultura.
91. Concretamente, questa affinità richiama la nostra attenzione su
alcuni punti. Gesù Cristo e il suo Vangelo trascendono ogni cultura,
anche se la presenza del Cristo risuscitato e del suo Spirito le penetrano tutte
nell'intimo.7 D'altra parte, ogni cultura deve essere evangelizzata, cioè
purificata e sanata dalle ferite del peccato. Nello stesso tempo, la sapienza
che porta in se è sorpassata, arricchita e completata dalla saggezza
della Croce. 8
Converrà dunque, sotto ogni aspetto:
- tener conto del livello di cultura generale del candidato, senza
dimenticare che la cultura non si limita alla dimensione intellettuale della
persona;
- verificare come le religiose e i religiosi riescono ad inculturare la loro
fede nella loro cultura d'origine ed aiutarli in questo. Ciò non deve
condurre a trasformare le case di formazione alla vita religiosa in una sorta di
laboratorio di inculturazione. I responsabili di formazione non possono tuttavia
mancare di vigilare nella guida personale della loro fede e del radicamento
nella vita di tutta la persona, essi non possono dimenticare che il Vangelo
introduce in una cultura di verità ultima dei valori che essa porta e
che, d'altra parte, la cultura esprime il Vangelo in modo originale e ne
manifesta nuovi aspetti;9
- iniziare le religiose ed i religiosi, che vivono e lavorano in una cultura
estranea alla loro cultura di origine, alla conoscenza e alla stima di tale
cultura, secondo le raccomandazioni del Decreto conciliare Ad gentes, n.
22;
- promuovere nelle giovani Chiese, in comunione con l'intera Chiesa locale
sotto la guida del suo pastore, una vita religiosa inculturata, conformemente al
Decreto Ad gentes, n. 18.
C) VITA RELIGIOSA E MOVIMENTI ECCLESIALI
92 «Nella Chiesa-comunione, gli stati di vita sono così uniti
tra loro da essere coordinati l'uno all'altro. Il loro senso profondo è
il medesimo, è unico per quello di essere un modo di vivere l'uguale
dignità cristiana e la vocazione universale alla santità nella
perfezione dell'amore. Le modalità sono nello stesso tempo diverse e
complementari, in modo che ciascuna di esse ha la sua fisionomia originale che
non si può confondere, e, nello stesso tempo, ciascuna si pone in
relazione con tutte le altre e a loro servizio». 10
Ciò è confermato dalle numerose esperienze attuali di
condivisione, non solo di lavoro, ma anche talvolta di preghiera e di mensa tra
religiosi e laici, Il nostro proposito non è quello di cominciare qui
uno studio d'insieme su questa situazione, ma di considerare unicamente le
relazioni religiosi-laici sotto l'aspetto dei movimenti ecclesiali, dovuti per
la maggior parte all'iniziativa dei laici.
Da sempre, in seno al popolo di Dio si sono manifestati movimenti ecclesiali
da un desiderio di vivere più intensamente il Vangelo e di annunciarlo
agli uomini. Alcuni di essi erano legati abbastanza strettamente ad istituti
religiosi, di cui condividevano la spiritualità specifica. Ai giorni
nostri, e specialmente da alcuni decenni, sono apparsi nuovi movimenti, più
indipendenti dei primi dalle strutture e dallo stile della vita religiosa, e la
cui influenza benefica per la Chiesa è stata spesso ricordata durante il
Sinodo dei vescovi sulla vocazione e missione dei laici (1987), purché
obbediscano ad un certo numero di criteri di ecclesialità. 11
93. Per mantenere una felice comunione tra questi movimenti e gli istituti
religiosi, tanto più che numerose vocazioni religiose sono, qua e là,
sorte da questi movimenti, bisogna riflettere sulle seguenti esigenze e sulle
conseguenze concrete che esse comportano per i membri di questi istituti:
- Un istituto, tale quale l'ha voluto il fondatore e tale quale l'ha
approvato la Chiesa, ha una coerenza interna che riceve dalla sua natura, dal
suo fine, dal suo spirito, dal suo carattere e dalle sue tradizioni. Tutto
questo patrimonio costituisce l'asse intorno al quale si mantiene insieme
l'identità e l'unità dell'istituto stesso l2 e l'unità di
vita di ciascuno dei suoi membri. È un dono dello Spirito alla Chiesa che
non può sopportare interferenze né mescolanze. Il dialogo e la
condivisione in seno alla Chiesa suppongono che ciascuno abbia perfetta
coscienza di ciò che si è.
- Un candidato alla vita religiosa proveniente dall'uno o dall'altro di
questi movimenti ecclesiali si pone liberamente, quando entra nel noviziato,
sotto l'autorità dei superiori e dei formatori legittimamente incaricati
di formarlo. Non può, quindi, dipendere nello stesso tempo da un
responsabile esterno all'istituto al quale ormai appartiene, anche se prima di
entrare apparteneva a tale movimento. Qui si tratta dell'unità
dell'istituto e dell'unità di vita dei novizi.
- Queste esigenze rimangono al di là della professione religiosa, al
fine di eliminare ogni fenomeno di pluri-appartenenza, sul piano della vita
spirituale del religioso e sul piano della sua missione. Se non fossero
rispettate, la necessaria comunione tra i religiosi e i laici rischierebbe di
degenerare in confusione tra i due piani indicati sopra.
D) IL MINISTERO EPISCOPALE E LA VITA RELIGIOSA
94. Questa questione è divenuta attuale dopo la pubblicazione del
documento Mutuae relationes e dopo che il S. Padre Giovanni Paolo II ha
sottolineato in più circostanze l'impatto della carica pastorale dei
Vescovi sulla vita religiosa.
Il ministero del Vescovo e quello di un superiore religioso non sono in
concorrenza. Esiste certamente un ordine interno degli istituti che possiede il
suo campo proprio di competenza in vista del mantenimento e della crescita della
vita religiosa. Questo ordine interno, gode di una vera autonomia, ma
quest'ultima si dovrà esercitare necessariamente nel quadro di una
comunione ecclesiale organica. 13
95. In effetti, "è riconosciuta ai singoli istituti una giusta
autonomia di vita specialmente di governo, mediante la quale abbiano nella
Chiesa una propria disciplina e possano conservare integro il proprio patrimonio
(...). È compito degli ordinari dei luoghi conservare e tutelare tale
autonomia".l4 Nel quadro di questa autonomia, «il diritto proprio
(degli istituti) deve stabilire il regolamento e la "durata della
formazione", tenendo presenti le necessità della Chiesa e le
condizioni delle persone e dei tempi, secondo quanto esigono le finalità
e I'indole dell'istituto ». 15
«Quanto all'ufficio di insegnare, i superiori religiosi hanno la
competenza e l'autorità dei maestri di spirito in relazione al progetto
evangelico del proprio istituto: in tale ambito, quindi, devono esplicare una
vera direzione spirituale dell'intera congregazione e delle singole comunità
della medesima, in sincera concordia con l'autentico magistero della gerarchia»
16
96. D'altra parte, i Vescovi, in quanto «dottori autentici» e «testimoni
della verità divina e cattolica»,l7 hanno una «responsabilità
circa l'insegnamento dottrinale della fede, sia nei centri dove se ne coltiva lo
studio, sia nell'impiego dei mezzi di trasmetterla».18 Spetta ai Vescovi,
quali maestri autentici e guide di perfezione per tutti i membri della loro
diocesi (cf ChD 12.15.35/2: LG 25, 45), di essere i custodi anche della
fedeltà alla vocazione religiosa nello spirito di ciascun istituto»,l9
secondo le norme del diritto (cf. cc. 386.387.591.593.678).
97. A ciò non si oppone affatto l'autonomia di vita, e in
particolare di governo riconosciuta agli istituti religiosi. Se, nell'esercizio
della sua giurisdizione, il Vescovo è limitato dal rispetto di questa
autonomia, non è pertanto dispensato dal vegliare sul cammino dei
religiosi verso la santità. Compete infatti ad un successore degli
Apostoli, in quanto ministro della Parola di Dio, di invitare in generale i
cristiani a seguire Cristo e, in special modo, quelli che ricevono la grazia di
seguirlo «più da vicino» (c. 573, 1). L'istituto al quale essi
appartengono rappresenta già per se stesso e per loro una scuola di
perfezione e una via verso la santità, ma la vita religiosa che propone è
un bene della Chiesa e, come tale, comporta la responsabilità del
Vescovo. Il rapporto del Vescovo con le religiose ed i religiosi, generalmente
percepito a livello di apostolato, si radica più profondamente nel suo
compito di ministro del Vangelo, al servizio della santità della Chiesa e
dell'integrità della sua fede.
In questo spirito e sulla base di questi principi, è conveniente che
i Vescovi delle Chiese particolari siano per lo meno informati dai superiori
maggiori dei programmi di formazione in vigore nei centri o servizi di
formazione dei religiosi situati sul territorio di cui essi sono i pastori. Ogni
difficoltà rilevata dalla responsabilità episcopale e concernente
il funzionamento di questi servizi o centri sarà esaminata tra il Vescovo
ed i superiori maggiori, conformemente al diritto ed agli orientamenti dati dal
documento Mutuae relationes (nn. 24-25) ed, eventualmente, con l'aiuto
degli organi di coordinamento indicati dallo stesso documento ai nn. 52-67.
E) LA COLLABORAZIONE INTER-ISTITUTI A LIVELLO DELLA FORMAZIONE
98. La prima responsabilità della formazione dei religiosi
appartiene di diritto a ciascun istituto e sono i superiori maggiori degli
istituti, con l'aiuto dei loro responsabili qualificati, che hanno l'importante
missione di vigilarvi. Ogni istituto deve, d'altra parte, secondo il diritto,
stabilire il proprio programma di formazione (ratio).20
Frattanto, diverse circostanze hanno costretto numerosi istituti, in tutti i
continenti, a mettere in comune i loro mezzi di formazione (personale ed
istituzioni) allo scopo di collaborare a questa opera così importante che
non era loro più possibile compiere da soli.
99. Questa collaborazione si effettua per mezzo di centri permanenti o di
servizi periodici.
Si chiama centro inter-istituti un centro di studio per religiosi, posto
sotto la responsabilità collettiva dei superiori maggiori di istituti i
cui membri partecipano a questo centro. Suo scopo è di assicurare la
formazione dottrinale e pratica richiesta dalla missione specifica degli
istituti e conformemente alla loro natura. Esso è distinto dalla comunità
di formazione propria di ciascun istituto e in seno alla quale il novizio e il
religioso sono iniziati alla vita comunitaria, spirituale e pastorale
dell'istituto. Quando un istituto partecipa ad un centro inter-istituti, dovrà
esser messa a punto una complementarietà tra la comunità di
formazione e il centro, in vista di una formazione armoniosa ed integrale.
I centri di formazione in seno ad una federazione obbediscono a norme
scritte negli statuti della federazione e qui non vengono trattati. Lo stesso
avviene dei centri o servizi di studi posti sotto la responsabilità di un
solo istituto, ma che accolgono come ospiti religiose e religiosi di altri
istituti.
100. La collaborazione inter-istituti per la formazione dei giovani
professi e professe, la formazione permanente e la formazione dei formatori, può
effettuarsi nell'ambito di un centro. Quella dei novizi, al contrario, non può
essere data che sotto forma di servizi periodici, in quanto la comunità
propriamente detta del noviziato non può essere che una comunità
omogenea propria di ciascun istituto.
Il nostro Dicastero pubblicherà prossimamente un documento
circostanziato e normativo concernente l'attuazione della collaborazione
inter-istituti nel campo della formazione.
l GE2.
2 CL 46; cf. anche Prop. 51 e 52 del VII Sinodo dei Vescovi (1987).
3 CL 46.
4 CIT 8.10.1985, n. 4, 1; EV 9, 1622.
5 Giovanni Paolo II all'UNESCO, 1980, nn. 6-7; IDGP 1980, 1, 1636.
6 LG 46. 7 CIT, Fede e inculturazione, nn. 8-22. Civiltà
Cattolica, gennaio 1989.
8 Ibid.; cf. anche CL 44.
9 CIT, nn. 4-2; cf. nota 4 di questo capitolo.
10CL 55.
11 CL 30.
12 Cf. c. 578.
13 ChD 35, 3 e 4.
14 C. 586.
15 C. 659, 2; cf. anche c. 650, 1 per quello che riguarda specialmente il
noviziato.
16 MR 13a; d. nota 8 Introduzione.
17 LG 25.
18MR 33; cf. nota 8 Introduzione; cf. anche cc. 753 e 212, 1.
19 MR 28; cf. nota 8 Introduzione. Per il Vescovo «perfector»,
cf. Samma Theol., II-IIae q. 184.
20 CC, 650, 1 e 659, 2. Vedere anche Giovanni Paolo II ai religiosi del
Brasile, 11-7-1986, n. 5; cf. nota 5 Introduzione.
VI
I RELIGIOSI CANDIDATI AI MINISTERI DIACONALE E PRESBITERALE
101. Le questioni sollevate da questo tipo di religiosi meritano di essere
esposte a parte, visto il loro carattere particolare. Esse sono di tre ordini.
Le une riguardano la formazione ai ministeri in quanto tali; altre la specificità
religiosa dei religiosi-sacerdoti e diaconi; altre infine l'inserimento del
religioso-sacerdote in seno al presbiterio diocesano.
LA FORMAZIONE
102. In alcuni istituti, definiti dalla loro legislazione come clericali,
talvolta è stato proposto di dare la medesima formazione ai fratelli
laici e ai candidati ai ministeri ordinati. A livello del noviziato, una
formazione comune agli uni e agli altri sembra anzi talvolta imposta dal carisma
specifico dell'istituto. Ne derivano conseguenze benefiche quanto al livello ed
alla integralità della formazione dottrinale dei fratelli laici e alla
loro integrazione nella comunità. Ma in tutti i casi, la durata e il
contenuto degli studi preparatori al ministero presbiterale, segnatamente,
dovranno essere rigorosamente osservati ed eseguiti.
103. «La formazione dei membri che si preparano a ricevere gli ordini
sacri è regolata dal diritto universale e dal "piano di studi"
proprio dell'istituto». 1 Così i religiosi candidati al ministero
presbiterale si conformeranno alle norme della Ratio fundamentalis
institutionis sacerdotalis 2 e i candidati al diaconato permanente alle
disposizioni previste in proposito dal diritto proprio degli istituti. Non
ritorniamo qui sull'integrità di questa «Ratio» le cui linee
maestre figurano nel diritto canonico.3 Ci accontenteremo di ricordare, affinché
siano osservate dai superiori maggiori, alcune tappe del «cursus» di
formazione.
104. Gli studi di filosofia e di teologia condotti successivamente o
congiuntamente, comprenderanno almeno sei anni completi, in modo che due anni
interi siano dedicati alle discipline filosofiche e quattro anni interi agli
studi teologici. I superiori maggiori vigileranno sull'osservanza di queste
disposizioni, soprattutto quando dovessero affidare i loro giovani religiosi a
centri inter-istituti o ad università.
105. Nonostante che tutta la formazione dei candidati al ministero
presbiterale persegua un fine pastorale, tuttavia si avrà una formazione
pastorale propriamente detta, adatta alla finalità dell'istituto. Il
programma di questa formazione si ispirerà al Decreto Optatam totius
e, per i religiosi chiamati a lavorare nelle culture estranee alla loro
cultura di origine, al Decreto Ad gentes.4
106. I religiosi sacerdoti dediti alla contemplazione, monaci o altri,
chiamati dai loro superiori a tenersi a disposizione degli ospiti per il
ministero della riconciliazione o della direzione spirituale, saranno provvisti
di una formazione pastorale appropriata per questo ministero. Si conformeranno
ugualmente agli orientamenti pastorali della Chiesa particolare nella quale essi
si trovano.
107. Saranno osservate in proposito tutte le condizioni richieste per gli
ordinandi, tenendo conto della natura e degli obblighi propri dello stato
religioso. 5
LA SPECIFICITÀ RELIGIOSA DEI RELIGIOSI SACERDOTI E DIACONI
108. «Un sacerdote religioso, immerso nella pastorale accanto a
sacerdoti diocesani, dovrà mostrare chiaramente con i suoi atteggiamenti
di essere religioso», 6 perché appaia sempre nel
religioso-sacerdote o diacono «ciò che caratterizza la vita
religiosa e i religiosi e dia loro un volto», 7 sembra che debbano
essere realizzate molte condizioni, sulle quali è bene che i religiosi
candidati al ministero presbiterale e diaconale, si interroghino durante il
tempo della loro formazione iniziale e nel corso della formazione permanente:
- che abbiano una chiara percezione e convinzioni ben fondate sulla natura
del ministero presbiterale e diaconale, che appartiene alla struttura della
Chiesa, e della vita religiosa che appartiene alla sua santità e alla sua
vita, 8 pur mantenendo il principio che il loro ministero pastorale appartiene
alla natura della loro vita religiosa;9
- che attingano, per la loro vita spirituale, alle sorgenti dell'istituto al
quale appartengono ed accolgano in se il dono che tale istituto rappresenta per
la Chiesa;
- che testimonino un'esperienza spirituale personale che si ispiri alla
testimonianza ed all'insegnamento del fondatore;
- che conducano la loro vita in maniera conforme alla regola di vita che si
sono impegnati ad osservare;
- che vivano in comunità secondo il diritto;
- che siano disponibili e mobili per il servizio della Chiesa universale, se
i superiori dell'istituto ve li chiamano.
Se queste condizioni vengono osservate, il religioso-sacerdote o diacono
giungerà ad armonizzare convenientemente queste due dimensioni della sua
unica vocazione.
IL POSTO DEL RELIGIOSO SACERDOTE NEL CLERO DIOCESANO
109. La formazione del religioso sacerdote deve tener conto del suo futuro
inserimento nel clero di una Chiesa particolare, soprattutto se deve esercitarvi
un ministero, «tenuto conto tuttavia del carattere proprio di ciascun
istituto». 10 Infatti, «la Chiesa particolare costituisce lo spazio
storico in cui una vocazione si esprime nella realtà e realizza il suo
impegno apostolico» 11 I religiosi sacerdoti possono a buon diritto
considerarla come «la patria della (Ioro) vocazione». 12
I principi fondamentali che regolano questo inserimento sono stati dati dal
Decreto conciliare Christus Dominus (nn. 34-35). I religiosi sacerdoti
sono i «collaboratori dell'ordine episcopale», «a un certo titolo
veridico, essi appartengono al clero della diocesi in quanto partecipano alla
cura delle anime e alle opere di apostolato sotto l'autorità dei Vescovi».
13
A proposito di questo inserimento, il documento Mutuae relationes (nn.
15-23) mette in rilievo l'influenza reciproca tra i valori universali e
particolari. Se è richiesto ai religiosi, «anche se appartengono ad
un istituto di diritto pontificio, di sentirsi veramente partecipi della
famiglia diocesana», 14, il diritto canonico riconosce loro
una giusta autonomia perché sia mantenuto il carattere universale e
missionario. 15 Poiché l'attività del Popolo di Dio nel
mondo è di per e stessa universale e missionaria, sia per il carattere
medesimo della Chiesa (LG 17) che per il comando di Cristo che conferisce
all'apostolato un'universalità senza frontiere. 16
Abitualmente, la situazione dei religiosi sacerdoti in una Chiesa
particolare è regolata con una convenzione scritta 17 tra il Vescovo
diocesano ed il superiore competente dell'istituto o della persona interessata.
1 C. 659,3.
2 1a Ed. 6-1-1970; 2a Ed. 19-3-85.
3 Cf. cc. 242-256.
4 Vedere OT 4 e 19-21; AG 25-26.
5 Cf. cc. 1010-1054.
6 Giovanni Paolo II ai religiosi del Brasile, 3-7-1980; cf. nota 5
Introduzione.
7 Ibid.
8 Cf. LG 44.
9 Cf PC 8.
10 CD 35, 2.
11 MR 23d.
12 MR 37.
13 CD 34. « ut Episcopis auxiliatores adsint et subsint », detto
CD 35.
14 MR 18b.
15 Cf. c. 586, 1 e 2.
16 Cf. c. 591 e MR 23.
17 MR 57-58; cf. anche c. 520, 2.
CONCLUSIONE
110. Questo documento ha inteso tener conto delle esperienze già
tentate dopo il Concilio e farsi ugualmente eco di questioni sollevate dai
superiori maggiori. Esso ricorda a tutti alcune esigenze di diritto in funzione
delle circostanze e dei bisogni presenti. Spera, infine, di essere utile agli
istituti religiosi affinché tutti progrediscano nella comunione
ecclesiale sotto la guida del Papa e dei Vescovi, ai quali «compete il
ministero di discernere e di armonizzare; e ciò comporta l'abbondanza di
speciali doni dello Spirito e il peculiare carisma dell'ordinamento dei vari
ruoli in intima docilità d'animo verso l'unico Spirito vivificante».
1
Vi è indicato, anzitutto, che la formazione dei religiosi ha come
fine primario di iniziarli alla vita religiosa e di aiutarli a prender coscienza
della loro identità di consacrati per la professione dei consigli
evangelici di castità, di povertà e di obbedienza, in un istituto
religioso. Tra gli agenti della formazione, viene dato il primato allo Spirito
Santo, poiché la formazione dei religiosi è un'opera
essenzialmente teologale, nella sua sorgente e nel suo obiettivo. Vi si insiste
sulla necessità di formare guide qualificate, senza attendere che coloro
i quali attualmente sono in carica abbiano finito il loro mandato. L'ufficio di
primo piano che compiono il religioso stesso e la sua comunità, fanno di
questo compito un luogo di esercizio privilegiato della responsabilità
personale e comunitaria. Sono state sollevate diverse questioni attuali, che non
ricevono tutte una risposta perentoria, ma che provocano, almeno, la
riflessione. Un posto a parte è dato anche agli istituti dediti alla
contemplazione, considerata la loro collaborazione nel cuore della Chiesa e la
specificità della loro vocazione.
Non rimane ora che chiedere per tutti, superiori, educatori e formatori,
religiosi, la grazia della fedeltà alla loro vocazione, ad esempio e
sotto la protezione della Vergine Maria. Nel suo cammino nel corso dei tempi, la
Chiesa «procede ricalcando l'itinerario compiuto dalla Vergine Maria, la
quale avanzò nella peregrinazione della fede e serbò fedelmente la
sua unione con il Figlio fino alla croce». 2 Il tempo di formazione aiuta
il religioso a percorrere questo itinerario alla luce del mistero di Cristo che
«illumina pienamente» 3 il mistero di Maria, nello
stesso tempo che il mistero di Maria «è per la Chiesa come un
suggello del mistero dell'Incarnazione», 4 così come apparve al
Concilio di Efeso. Maria presente alla nascita e alla formazione di una
vocazione religiosa. Ella è associata intimamente a tutta la sua crescita
nello Spirito Santo. La missione che ella ha svolto accanto a Gesù la
completa a beneficio del suo Corpo che è la Chiesa ed in ciascuno dei
cristiani, specialmente in coloro che si impegnano a seguire Gesù Cristo
più da vicino. 5 Per questo, un clima mariano, sorretto da
un'autentica teologia, assicurerà alla formazione dei religiosi
l'autenticità, la solidità e la gioia senza le quali la loro
missione nel mondo non potrebbe essere pienamente compiuta.
Nel corso dell'udienza concessa il 10 novembre 1989 al sottoscritto
Cardinale Prefetto, il Santo Padre ha approvato il presente documento della
Congregazione per gli Istituti di Vita Consacrata e le Società di Vita
Apostolica e ne ha autorizzato la pubblicazione con il titolo: Direttive
sulla formazione negli istituti religiosi.
Roma, dalla sede della Congregazione, il 2 febbraio 1990, Presentazione
del Signore.
fr. JÉROME Card. HAMER Praefectus
+ VINCENTIUS FAGIOLO Arch.em.Theatin.-Vast. Secretarius
1 MR 6; cf. nota 8 Introduzione.
2 RM 2: AAS 79 (1987) 361 ss.
3 RM 4: ibid.
4 lbid.
5 LG 42.
SIGLE
DOCUMENTI DEL CONCILIO VATICANO II
AG Decreto Ad gentes, 1965
ChD Decreto Christus Dominus, 1965
DV Costituzione dogmatica Dei Verbum 1965
GE Dichiarazione Gravissimum educationis, 1965
GS Costituzione pastorale Gaudium et spes, 1965
LG Costituzione dogmatica Lumen gentIum, 1965
OT Decreto Optatam totius, 1965
PC Decreto Perfectae caritatis, 1965
PO Decreto Presbyterorum ordinis, 1965
UR Decreto Unitatis redintegratIo, 1964
SC Costituzione Sacrosantum Concilium, 1963
DOCUMENTI DEI PAPI
ChL Esortazione apostolica Christifideles laici, Giovanni Paolo II,
1989
ET Esortazione apostolica Evangelica testificatio, Paolo VI, 1971
MD Lettera apostolica Mulieris dignitatem, Giovanni Paolo II, 1988
RD Esortazione apostolica Redemptionis donum, Giovanni Paolo II,
1984
RM Enciclica Redemptoris Mater, Giovanni Paolo II, 1987
ALTRI DOCUMENTI DELLA SANTA SEDE
CDC Codice di diritto canonico, 1983
c.o.cc. canoni del codice di diritto canonico
CDVR Dimensione contemplativa della vita religiosa, Congregazione per gli
Istituti di Vita Consacrata e le Società di Vita Apostolica (CIVCSVA),
19801
EE Elementi essenziali della vita religiosa applicati agli istituti
consacrati all'apostolato, CIVCSVA, 1983
FS Lettera circolare circa alcuni aspetti più urgenti della
preparazione spirituale nei seminari, Congregazione per l'Educazione Cattolica,
1980 2
MR Documento Mutuae relationes, Congregazione per i Vescovi e
CIVCSVA, 1978
OCV Ordo consecrationis virginum, Congregazione per il Culto Divino,
1970
OPR Ordo professionis religiosae, idem, 1970
RC Istruzione Renovationis causam, CIVCSVA, 1969
RI Ratio institutionis (...), Congregazione per l'Educazione
Cattolica, 1970, 1985
RPU Religiosi e promozione umana, CIVCSVA, 1980
VS Istruzione Venite seorsum, CIVCSVA, 1969
ALTRE SIGLE
AAS Acta Apostolicae Sedis
CIT Commissione internazionale di teologia
EV Enchiridion VatIcanum, edizioni dehoniane, Bologna.
IDGP Insegnamenti di Giovanni Paolo II, libreria editrice vaticana
OR L'Osservatore Romano
ORLF L'Ossersatore Romano in lingua francese
PG Patrologia greca
UISG Unione internazionale dei superiori generali
1 Non esistendo la traduzione ufficiale in lingua latina di questo
documento, utilizziamo le sigle del titolo dell'edizione italiana apparsa in OR,
12 novembre 1980.
2 Idem, in OR, 12 aprile 1980.
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