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CONGREGAZIONE PER L'EVANGELIZZAZIONE DEI
POPOLI
“LE
RAGIONI DI UN'ISTRUZIONE”
La Chiesa diventa sempre più "cattolica" cioè universale anche
visibilmente. Cresce nei cosiddetti territori di missione e il suo peso numerico
si sposta verso l'emisfero sud del nostro pianeta. Molte giovani comunità
ecclesiali sorgono nei paesi del Terzo mondo, tra le popolazioni povere
economicamente ma aperte e generose sotto l'aspetto religioso. Varie assemblee
continentali dei Vescovi hanno mostrato a Roma e al mondo un bel numero di
pastori provenienti da varie razze e culture. Nonostante che i due terzi della
popolazione terrestre non conoscono ancora Gesù Cristo, nelle città e
parrocchie dell'Occidente si vedono in numero sempre maggiore sacerdoti e
religiose africani, asiatici e latino-americani, impegnati solo in minima parte
nell'evangelizzazione e nell'assistenza spirituale dei loro connazionali
emigrati. Parecchi, soprattutto sacerdoti, arrivano per compiere gli studi
superiori ma li protraggono a lungo, oppure dopo averli compiuti trovano
facilmente un posto nel ministero, in Europa o Nord America, senza far ritorno
nelle chiese d'origine. Il fenomeno ha assunto tale dimensione che richiede
ormai un'attenta valutazione nel contesto della situazione ecclesiale nonché
una regolamentazione richiesta da varie parti, perché tale tipo di mobilità
non danneggi, ma aiuti la crescita delle Chiese nei territori di missione.
Ed è questo lo scopo dell'"Istruzione sull'invio e la permanenza
all'estero dei sacerdoti del clero diocesano dei territori di missione", emanata
con l'approvazione del Santo Padre dalla Congregazione per l'Evangelizzazione
dei Popoli, in data significativa per la missione, del 25 aprile 2001, festa di
San Marco, evangelista.
L'Istruzione ha due parti, una espositiva e l'altra normativa. L'intento
positivo, di favorire il genuino spirito missionario di tutti i sacerdoti
diocesani e di aiutare le giovani chiese nella loro ordinata maturazione, è
molto chiaro nella sobria ma densa prima parte che giustifica pienamente le
essenziali norme, richiamate e precisate nella seconda parte.
Sin dall'inizio viene sottolineata la missione universale dei presbiteri
"fino agli ultimi confini della terra" (At 1,8) che è stata
fortemente richiamata dal Concilio Vaticano II e dal Magistero post-conciliare.
Il Decreto sull'attività missionaria "Ad Gentes" esorta i
presbiteri ad essere "profondamente convinti che la loro vita è stata
consacrata anche al servizio delle missioni" (AG 29). Il Decreto sul
ministero e la vita sacerdotale "Presbyterorum Ordinis" indica
il fondamento indelebile, ontologico, di questa caratteristica missionaria di
ogni sacerdote nello stesso sacramento dell'Ordine che egli ha ricevuto:
"Il dono spirituale che i presbiteri hanno ricevuto nell'Ordinazione non li
prepara ad una missione limitata e ristretta, bensì ad una vastissima e
universale missione di salvezza «fino agli ultimi confini della terra», dato
che qualunque ministero sacerdotale partecipa della stessa ampiezza universale
della missione affidata da Cristo agli Apostoli" (P.O. 10).
Ovviamente, tale dimensione missionaria del presbitero non viene cancellata
dalla sua assegnazione ad una diocesi. Infatti questa "innata"
vocazione missionaria del presbitero è alla base di un prezioso servizio anche
temporaneo che essi possono offrire alle Chiese giovani e ha motivato il sorgere
della preziosa forma di cooperazione missionaria dei sacerdoti diocesani detti "fidei
donum", secondo la famosa enciclica di Pio XII.
L'Istruzione si preoccupa di riaffermare la piena validità, oggi più che mai
attuale, di questa forma, purché animata dal genuino movente missionario. Se
ben realizzata, essa può dare, come ha già dato, molti frutti là dove
l'evangelizzazione esigeva ed esige ancora oggi nuova spinta e vigore, per la
povertà di mezzi e di personale.
Tale forma di cooperazione comincia a prendere piede anche tra il clero
diocesano dei territori missionari verso altre giovani chiese. Per citare solo
qualche esempio, l'episcopato del Burkina Faso, pur avendo ancora bisogno di
missionari, sta inviando i propri presbiteri in Niger, ed il primo Vescovo della
nuova diocesi di Maradi è uno di questi sacerdoti; alcune diocesi della Nigeria
prestano i loro sacerdoti ad altre chiese dentro e fuori la nazione; sacerdoti
diocesani di altri paesi africani e latino-americani diventano per alcuni anni
missionari in altri continenti. Tale movimento è normalmente ispirato dalla
genuina motivazione missionaria e regolato dagli accordi tra i rispettivi
Vescovi di origine e di destinazione.
Anche la nuova ondata di emigrati dall'Africa, Asia, America Latina e Oceania può
creare una sfida pastorale per le chiese locali, specie in Europa e in America
del Nord, le quali debbono cercare pastori che li possano accompagnare ed
eventualmente evangelizzare. Alcune Conferenze episcopali delle giovani chiese,
come per es. quella Coreana, inviano alcuni preti che assistono i loro
connazionali all'estero. L'Istruzione dedica un'attenzione anche a questa
situazione.
Un ulteriore motivo, seppure più ristretto, per la permanenza dei sacerdoti
diocesani dei territori di missione all'estero è costituito dallo stato di
persecuzione, di guerre e simili gravissime circostanze. L'Istruzione prevede
che il Vescovo che accoglie nella propria diocesi un tale sacerdote rifugiato,
prima di assegnargli un ufficio pastorale, senta anche il parere della
Congregazione per l'Evangelizzazione dei Popoli, la quale può avere
informazioni e valutazioni più complete sul caso.
Però esiste anche il rovescio della medaglia. Nelle giovani chiese ci sono
molte vocazioni. Nel giro di vent'anni il loro numero è triplicato. Le
Pontificie Opere Missionarie aiutano oggi quasi 30.000 seminaristi
maggiori e circa 50.000 minori. Questi sono destinati a proseguire
l'opera dell'evangelizzazione nelle loro regioni, sostituendo spesso anche i
missionari occidentali nella prima evangelizzazione. La loro formazione
seminaristica si fa normalmente nel paese d'origine per non sradicarli dalla
propria diocesi e cultura. Alcuni di loro diventati sacerdoti vengono inviati
agli studi superiori, possibilmente nello stesso continente oppure altrove, per
coprire le necessità formative o direttive delle comunità in crescita. Molti
di questi aspirano a venire in Occidente e vi restano per lunghi periodi o
definitivamente, guidati da motivi non propriamente missionari, per es. dalle
migliori condizioni di vita, dalla buona sistemazione economica. D'altra parte
le chiese occidentali soffrono attualmente una certa cristi di vocazioni e
ricorrono volentieri alla facile soluzione di coprire con i sacerdoti africani,
asiatici o latino-americani, le proprie parrocchie, senza pensare al possibile
danno che si può produrre alla missione ad gentes e alle fragili giovani
comunità.
Molte diocesi di missione non possono rinunciare ai propri preti perché essi
rappresentano le indispensabili energie per sopravvivere e per continuare
l'opera dell'evangelizzazione danneggiata anche dalla diminuzione dei missionari
occidentali. In tal modo le chiese di antica fondazione da un lato non offrono
più l'aiuto di un tempo dei missionari e dall'altro canto, sottraggono ai
territori di missione i sacerdoti locali che dovrebbero portare avanti l'opera
dell'evangelizzazione. Inoltre è da considerare che un sacerdote nei territori
di missione ha davanti a sè una massa mille e più volte numerosa, in confronto
con un suo collega nei paesi occidentali. Così, per es. i sacerdoti in India,
dove praticamente non vengono più concessi i visti ai missionari, dovrebbero
servire non solo i 16 milioni di cattolici ma evangelizzare un miliardo di non
cristiani. Intanto però una sola diocesi europea ha inserito qualche anno fa,
nella propria pastorale, ben 39 di questi sacerdoti.
Vi sono diocesi in Africa e in Asia che hanno un terzo e persino la metà del
clero diocesano all'estero, per motivi economici; ne conosco una, che ne ha ben
83, mentre l'evangelizzazione all'interno sta ristagnando. In Italia il numero
dei preti stranieri viene calcolato intorno ai 1.800, di cui ben 800 si
troverebbero inseriti a tempo pieno nella pastorale diretta. Con un tale numero
di sacerdoti diocesani si possono creare parecchie nuove diocesi in terra di
missione! Può l'Italia considerarsi fino a tal punto "terra di
missione", con la proporzione di un prete per numero dei fedeli e della
popolazione come in Africa e in Asia?
Questo interrogativo vale per tutte le chiese di antica tradizione. Alcune di
esse hanno già cercato di analizzare la situazione e preparato le linee
direttive. L'Istruzione è un tacito invito alla riflessione per le chiese di
ambedue i tipi: giovani e antiche. Una comunità che non riesce a far emergere
nel proprio seno i ministri che le sono necessari, deve interrogarsi sulle cause
di tale situazione e sui giusti rimedi, come sono tra l'altro la pastorale della
famiglia e delle vocazioni, nonché la valorizzazione del laicato. Essa può
senz'altro cercare un aiuto temporaneo nella sua difficoltà o crisi, senza
tuttavia privare le chiese giovani dei sacerdoti spesso più preparati. E'
questione di equità e di senso ecclesiale.
L'Istruzione mira a regolare tali situazioni soprattutto attraverso gli accordi
fra i Vescovi dei sacerdoti diocesani dei territori di missione che vengono
inviati all'estero ed i Vescovi che li accolgono. Essa canalizza il flusso
necessario dei sacerdoti perché serva a beneficio delle chiese e alla crescita
del genuino spirito missionario.
Questa nuova Istruzione, per quanto possa apparire modesta e sobria, è un
implicito invito a tutte le chiese, giovani e meno giovani, a riscoprire nella
missione ben ordinata la ragione della loro esistenza e la forza del proprio
rinnovamento: "La missione, infatti, rinnova la chiesa, ringiovanisce la
fede e l'identità cristiana, dà nuovo entusiasmo e nuove motivazioni"
(Enciclica "Redemptoris missio", 2).
Jozef Card. Tomko
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