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COMMISSIONE TEOLOGICA
INTERNAZIONALE
L’APOSTOLICITÀ DELLA CHIESA E LA SUCCESSIONE APOSTOLICA*
(1973)
Proemio
Il presente studio vorrebbe chiarire il concetto di successione apostolica, da
una parte perché la presentazione della dottrina cattolica al riguardo appaia di
maggiore utilità per la vita della Chiesa cattolica, e d’altra parte perché lo
esige il dialogo ecumenico.
Il dialogo ecumenico, infatti, è avviato un po’ dappertutto nel mondo, con
prospettive d’un avvenire fruttuoso, qualora i cattolici vi parteciperanno nella
fedeltà alla loro identità cattolica. Vorremmo dunque presentare la dottrina
della Chiesa cattolica relativa alla successione apostolica, allo scopo di
confortare i nostri fratelli nella fede e per contribuire allo sviluppo e alla
maturazione del dialogo ecumenico.
Enumeriamo alcune difficoltà nelle quali più spesso ci si imbatte:
- Che cosa si può ricavare dalla testimonianza del Nuovo Testamento, considerato
scientificamente? Come dimostrare la continuità tra il Nuovo Testamento e la Tradizione della Chiesa?
- Qual è la funzione dell’imposizione delle mani nella successione apostolica?
- Non è forse la tendenza, in certi ambienti, a ridurre la successione
apostolica all’apostolicità comune a tutta la Chiesa, o, al contrario, a ridurre
l’apostolicità della Chiesa alla successione apostolica?
A monte di tutti questi interrogativi si pone il problema dei rapporti tra la
Scrittura, la Tradizione e le dichiarazioni solenni della Chiesa.
Ogni riflessione è subordinata alla visione della Chiesa che, per volontà del
Padre, sgorga tutt’intera dal mistero del Cristo nella sua Pasqua, animata dallo
Spirito e organicamente strutturata. Noi intendiamo collocare la funzione
propria ed essenziale della successione apostolica nella Chiesa intera che
confessa la fede apostolica e che rende testimonianza al suo Signore.
Ci appoggiamo alla Sacra Scrittura, che ha per noi il duplice valore di
documento storico e di documento ispirato. Come documento storico, il Nuovo
Testamento racconta i fatti principali della missione di Gesù e della Chiesa del
primo secolo; come documento ispirato, esso attesta questi fatti fondamentali,
li interpreta e manifesta il loro vero significato interiore e la loro coerenza
dinamica. Come espressione del pensiero di Dio nelle parole degli uomini, la
Scrittura ha valore direttivo per il pensiero della Chiesa di Cristo in ogni
tempo.
Una lettura della Scrittura che riconosca ad essa, in quanto libro ispirato, un
carattere normativo per la Chiesa di tutti i tempi, è necessariamente una
lettura all’interno della Tradizione della Chiesa, che ha riconosciuto la
Scrittura come ispirata e normativa. Questo riconoscimento del carattere
normativo della Scrittura implica fondamentalmente il riconoscimento della
Tradizione, in seno alla quale la Scrittura si è maturata ed è stata considerata
ed accettata come ispirata. Il suo carattere normativo e il suo rapporto alla
Tradizione si condizionano, dunque, scambievolmente. Ne segue che ogni
considerazione propriamente teologica della Scrittura è, al tempo stesso,
considerazione ecclesiale.
L’insieme del documento ha dunque questo punto metodologico di partenza: ogni
tentativo di ricostruzione, che pretendesse isolare le fasi particolari della
costituzione degli scritti neotestamentari e separarli dal loro vivo
accoglimento da parte della Chiesa, è in sé contraddittorio.
Questo metodo teologico, che vede nella Scrittura un insieme indivisibile legato
alla vita e al pensiero della comunità, in seno alla quale è conosciuta e
riconosciuta come Scrittura, non significa per nulla neutralizzare il punto di
vista della storia in nome d’un apriorismo ecclesiastico che dispenserebbe da
una lettura rispondente all’esigenze del metodo storico.
Il metodo adottato permette di percepire i limiti d’un puro storicismo: esso sa
bene che un’analisi puramente storica d’un libro preso isolatamente e separato
dalla storia del suo influsso non può dimostrare con certezza che il cammino
della fede nella storia è il solo possibile. Ma questi limiti della
dimostrabilità storica, della quale non è consentito dubitare, non distruggono
affatto il valore e il peso proprio della conoscenza storica. Al contrario, il
fatto dell’accettazione della Scrittura come tale, che per la Chiesa primitiva
ha valore costitutivo, deve sempre essere di nuovo pesato nel suo significato:
bisogna cioè ripensare il rapporto fra le parti nelle loro differenze, con
l’unità dell’insieme. Ciò implica pure che non si può ridurre la Scrittura
stessa a una serie di abbozzi messi uno accanto all’altro, ciascuno dei quali
sarebbe alla base di un progetto di vita orientato su Gesù di Nazareth, ma che
bisogna comprenderla come espressione di un cammino storico che manifesta
l’unità e la cattolicità della Chiesa.
In questo cammino, che comprende tre grandi tappe: il tempo precedente alla
Pasqua, il tempo apostolico e quello post-apostolico [1], ogni momento
ha la sua propria importanza, ed è significativo che gli uomini apostolici di
cui parla la Dei Verbum (n. 18), abbiano potuto elaborare una parte degli
scritti del Nuovo Testamento. Allora appare chiaramente in che maniera la
comunità di Gesù Cristo ha risolto il problema di rimanere apostolica pur
essendo diventata post-apostolica. Esiste per conseguenza un carattere normativo
specifico della parte post-apostolica del Nuovo Testamento per il tempo della
Chiesa dopo gli Apostoli, edificata certamente sugli Apostoli, i quali hanno
essi stessi Cristo per fondamento.
Negli scritti post-apostolici, la Scrittura stessa rende testimonianza alla
Tradizione, e già comincia a manifestarsi il Magistero nel richiamo
all’insegnamento degli Apostoli (cf. Act 2, 42; 2 Pt 1, 20).
Questo Magistero avrà la sua piena fioritura nel secondo secolo, nel momento in
cui si espliciterà pienamente il concetto di successione apostolica.
Insieme, Scrittura e Tradizione, meditate e autenticamente interpretate dal
Magistero, ci trasmettono fedelmente l’insegnamento di Cristo, nostro Dio e
Salvatore, e regolano la dottrina che la Chiesa ha la missione di proclamare a
tutti i popoli e di applicare ad ogni generazione fino alla fine dei secoli.
In questa prospettiva propriamente teologica — secondo la dottrina del Vaticano
II — noi abbiamo redatto gli enunziati seguenti circa la successione apostolica
e sulla valutazione dei ministeri che esistono nelle Chiese e Comunità non
aventi ancora piena comunione con la Chiesa cattolica.
I. L’apostolicità della Chiesa e il sacerdozio comune
1. I Simboli di fede confessano che la Chiesa è apostolica. Ciò non significa
soltanto che essa continua a confessare la fede apostolica, ma che è decisa a
vivere sotto la norma della Chiesa primitiva, espressa dai primi testimoni del
Cristo e retta dallo Spirito Santo, che il Signore le ha donato dopo la sua
risurrezione. Le Lettere e gli Atti degli Apostoli ci mostrano la presenza
efficace di questo Spirito nella Chiesa intera, non solo per quanto concerne la
sua diffusione, ma più ancora nella trasformazione dei cuori: egli li rende
conformi agli intimi sentimenti di Cristo. Stefano martire ripete le parole di
perdono del Signore morente; Pietro e Giovanni, flagellati, gioiscono d’essere
stati degni di soffrire per lui; Paolo porta le stigmate (Gal 6, 17),
vuol essere configurato alla morte di Cristo (Phil 3, 10), non vuol
conoscere altro che il crocifisso (1 Cor 1, 23; 2, 2), e comprende la sua
esistenza come un’assimilazione al sacrificio espiatorio della croce (Phil
2, 17; Col 1, 24).
2. Quest’assimilazione ai sentimenti del Cristo e soprattutto alla sua morte
sacrificale per il mondo costituisce il significato ultimo di ogni vita che vuol
essere cristiana, spirituale, apostolica.
Perciò la Chiesa primitiva adatta il vocabolario sacerdotale dell’Antico
Testamento a Cristo, agnello pasquale della Nuova Alleanza (1 Cor 5, 7) e
— per riferimento a lui — ai cristiani la cui vita si specifica in rapporto al
mistero pasquale. Convertiti dalla predicazione del Vangelo, essi sono convinti
di vivere un sacerdozio santo e regale, trasposizione spirituale di quello
dell’antico popolo (1 Pt 2, 5. 9; cf. Ex 19, 6; Is 61, 6),
resa possibile dall’intervento dell’offerta sacrificale di Colui che ricapitola
in sé tutti gli antichi sacrifici ed apre la strada verso il sacrificio totale
ed escatologico della Chiesa (cf. S. Agostino, De Civitate Dei, X, c. 6).
Di fatto i cristiani, pietra viva del nuovo edificio che è la Chiesa fondata su
Cristo, offrono a Dio un culto nella novità dello Spirito, culto personale,
giacché si tratta d’offrire la vita «in sacrificio vivente, santo e gradito a
Dio» (Rom 12, 1; cf. 1 Pt 2, 5), e insieme comunitario, perché
tutti insieme rappresentano quell’«edificio spirituale», quel «sacerdozio santo»
e «regale» (2 Pt 2, 9), il cui scopo è di offrire «sacrifici spirituali,
graditi a Dio, per mezzo di Gesù Cristo» (1 Pt 2, 5).
Questo sacerdozio ha insieme una dimensione morale — deve essere esercitato ogni
giorno ed in ogni atto della vita quotidiana —, una dimensione escatologica, in
vista dell’eternità futura giacché Cristo ha fatto di noi «un regno di sacerdoti
per il suo Dio e Padre» (Ap 1, 6; cf. 5, 10; 20, 6), e una dimensione
propriamente culturale, poiché l’Eucaristia di cui vivono è paragonata da San
Paolo ai sacrifici dell’Antica Legge ed anche — per contrasto — a quelli dei
pagani (1 Cor 10, 16-21).
3. Ora, per la costituzione, l’animazione e la conservazione di questo
sacerdozio dei cristiani, Cristo ha istituito un ministero, attraverso il segno
e la strumentalità del quale egli comunica al suo popolo, nel corso della
storia, i frutti della sua vita, della sua morte e della sua risurrezione. I
primi fondamenti di questo ministero sono stati gettati fin dalla vocazione dei
Dodici, che al tempo stesso rappresentano il nuovo Israele nella sua completezza
e dopo la Pasqua saranno i testimoni privilegiati inviati per annunziare il
Vangelo della salvezza, sono i capi del nuovo popolo, i collaboratori di Dio per
l’edificazione del suo tempio (cf. 2 Cor 3, 9). La funzione di questo
ministero è essenziale ad ogni generazione di cristiani. Deve dunque
trasmettersi a partire dagli Apostoli attraverso una successione ininterrotta.
Se si può dire che la Chiesa intera è stabilita sul fondamento degli Apostoli (Eph
2, 20; Ap 21, 14), bisogna anche e inseparabilmente affermare che questa
apostoliche comune a tutta la Chiesa è legata alla successione apostolica
ministeriale, che costituisce una struttura ecclesiale inalienabile al servizio
di tutti i cristiani.
II. L’originalità del fondamento apostolico della Chiesa
Il fondamento apostolico ha come suo carattere proprio l’essere insieme storico
e spirituale.
È storico nel senso che è posto da un atto di Cristo durante la sua vita
terrestre: la chiamata dei Dodici fin dall’inizio del ministero pubblico di
Gesù, la loro investitura per rappresentare il nuovo Israele e per essere
associati sempre più strettamente al suo cammino pasquale che culmina nella
croce e nella risurrezione (Mc 1, 17; 3, 14; Lc 22, 28; Io
15, 16). La risurrezione non rovescia ma conferma la struttura apostolica
prepasquale. Cristo fa dei Dodici, in maniera speciale, i testimoni della sua
risurrezione secondo lo stesso ordine che egli ha istituito prima della sua
morte: la più antica confessione di fede nel Risorto include Pietro e i Dodici
come testimoni privilegiati della risurrezione (1 Cor 15, 5). Coloro che
Gesù aveva associati a sé dall’inizio del suo ministero fino alle soglie della
sua Pasqua, possono testimoniare pubblicamente che proprio quello stesso Gesù
è risuscitato (Io 15, 27). Dopo la defezione di Giuda e anche prima della
Pentecoste, prima cura degli Undici è di far partecipare al loro ministero
apostolico uno dei discepoli che hanno accompagnato Gesù dal tempo del suo
battesimo, affinché sia insieme con essi testimone della sua risurrezione (Act
1, 17; 22 s.). Lo stesso Paolo, chiamato dal Risorto medesimo e così inserito
nel fondamento della Chiesa, è consapevole di aver bisogno della comunione coi
Dodici.
Tale fondamento non è solamente storico, ma anche spirituale. La Pasqua di
Cristo, anticipata nella Cena, istituisce il popolo della nuova alleanza e
avvolge quindi tutta la storia umana. La missione di evangelizzazione, di governo, di riconciliazione e di santificazione,
affidata ai primi testimoni, non può essere ristretta al tempo della loro vita.
Per quanto concerne l’Eucaristia, la Tradizione, le cui linee fondamentali si
stabiliscono già fin dal primo secolo (cf. Lc e Io), afferma che
mediante questa partecipazione degli Apostoli alla Cena è stato loro conferito
il potere di presiedere la celebrazione eucaristica. Il ministero apostolico è
in tal modo un’istituzione escatologica. La sua origine spirituale trasparisce
nella preghiera del Cristo, ispirata dallo Spirito Santo, nella quale egli
discerne, come nelle grandi svolte della sua vita, la volontà del Padre (Lc
6, 12 s.). La partecipazione spirituale degli Apostoli al mistero del Cristo si
completa nel dono pieno dello Spirito Santo, dopo la Pasqua (Io 20, 22;
Lc 24, 44-49), e li introduce in una comprensione più profonda del
mistero di lui (Io 16, 13-15). Così, per essere compreso in se stesso, il
kèrigma non dev’essere separato né astratto dalla fede a cui i Dodici e
Paolo hanno aderito nella loro conversione al Signore Gesù, né dalla
testimonianza che ne hanno data con tutta la loro vita.
III. Gli Apostoli e la successione apostolica nella storia
I documenti del Nuovo Testamento mostrano una diversità nell’organizzazione
delle comunità al principio della Chiesa, ancor viventi gli Apostoli, ma
egualmente una tendenza del ministero di insegnamento e di direzione ad
affermarsi e a rafforzarsi nel periodo successivo.
Gli uomini che dirigevano le comunità quando gli Apostoli erano ancora vivi o
dopo la loro morte portano nei testi del Nuovo Testamento diversi nomi:
presbytèroi-episkopoi, e sono descritti come poimènes, hégoumenoi,
proistamenoi, kyberneseis. Ciò che caratterizza questi
presbytèroi-episkopoi per rapporto al resto della Chiesa è il loro ministero
apostolico d’insegnamento e di direzione. Quale che sia la maniera con cui sono
stati scelti, per autorità o in dipendenza dai Dodici o da Paolo, essi
partecipano all’autorità degli Apostoli istituiti da Cristo, i quali conservano
per sempre la loro caratteristica unica.
Nel corso del tempo questo ministero ha conosciuto uno sviluppo, prodottosi in
forza d’una conseguenza e di una necessità interne, e favorito da fattori
esterni, soprattutto la difesa contro gli errori e la mancanza di unità fra le
comunità. Ma quando le comunità furono private della presenza degli Apostoli e
tuttavia vollero continuare a riferirsi alla loro autorità, fu necessario che
venissero mantenute e continuate in maniera adeguata le funzioni degli Apostoli
in seno a tali comunità e di fronte ad esse.
Già negli scritti neotestamentari che riflettono il passaggio dall’epoca
apostolica a quella post-apostolica si delinea uno sviluppo che, nel secondo
secolo, porta alla stabilizzazione e al riconoscimento generale del ministero
del vescovo. Le tappe di questo sviluppo si scorgono negli ultimi scritti del
corpus paolino e in altri testi che si riallacciano all’autorità degli
Apostoli. Ciò che gli Apostoli avevano rappresentato per le comunità al tempo
della fondazione della Chiesa, venne riconosciuto come essenziale per la
struttura della Chiesa o per le comunità particolari, attraverso la riflessione
del tempo post-apostolico al suo inizio. Il principio dell’apostolicità della
Chiesa, acquisito in questa riflessione, portò con sé il riconoscimento del
ministero d’insegnamento e di direzione come istituzione derivata da Cristo
attraverso e mediante gli Apostoli. La Chiesa vive nella certezza che, prima di
lasciare questo mondo, Gesù ha mandato gli Undici in missione universale, con la
promessa di rimanere con loro tutti i giorni sino alla fine del mondo (Mt
28, 10-20). Il tempo della Chiesa, tempo di questa missione universale, resta
dunque esso stesso compreso in questa presenza di Cristo, che è la medesima nel
tempo apostolico e in quello post-apostolico, e che prende la forma d’un unico
ministero apostolico.
Le tensioni tra comunità e soggetto d’un ministero d’autorità non possono essere
totalmente evitate, come si vede già negli scritti del Nuovo Testamento. Paolo
s’è applicato, da un lato, a comprendere il Vangelo con e nella comunità, e a
trovare norme di vita cristiana; d’altro lato, però, egli si poneva di fronte ad
essa col suo potere apostolico, quando trattavasi della verità del Vangelo (cf.
Gal) e dei principi insostituibili di vita cristiana (cf. 1 Cor 7,
ecc.). Similmente, il ministero di direzione non deve mai tagliarsi fuori dalla
comunità ed elevarsi al disopra di essa, ma deve compiere il proprio servizio in
seno ad essa e per essa. Tuttavia ricevendo la direzione apostolica — quella
degli Apostoli medesimi o quella dei ministri che ad essi succedono — le
comunità neotestamentarie si sottomettono alla direzione del ministero, riferito
— per loro tramite — all’autorità del Signore stesso.
La scarsità di documenti non permette di precisare come si vorrebbe i passaggi
operatisi. La fine del primo secolo ha conosciuto una situazione in cui gli
Apostoli, i loro collaboratori immediati e infine i loro successori danno vita a
collegi locali di presbytèroi e di episkopoi. Al principio del
secondo secolo l’immagine del vescovo unico a capo delle comunità appare
vigorosamente nelle lettere di sant’Ignazio, il quale afferma ancora che tale
istituzione si trova stabilita «fino ai confini della terra» (Ad Ephesios,
3,2). Durante il secondo secolo questa istituzione è riconosciuta in maniera esplicita, nel solco della lettera di Clemente, come veicolo della
successione apostolica. L’ordinazione con l’imposizione delle mani, attestata
dalle Lettere pastorali, appare all’interno del processo di chiarificazione come
un passo importante per la tutela della tradizione apostolica e per la garanzia
della successione nel ministero. I documenti del terzo secolo (Tradizione
d’Ippolito) mostrano che essa era specificamente acquisita, e considerata
come istituzione necessaria.
Clemente e Ireneo sviluppano una dottrina del governo pastorale e della Parola,
facendo derivare dall’unità della Parola, della missione e del ministero l’idea
della successione apostolica, divenuta base permanente della maniera con cui la
Chiesa cattolica comprende se stessa.
IV. Aspetto spirituale della successione apostolica
Se, dopo questo prospetto storico, cerchiamo di comprendere la dimensione
spirituale della successione apostolica, bisogna anzitutto sottolineare che, pur
rappresentando con autorità il Vangelo e manifestandosi fondamentalmente come un
servizio verso la Chiesa nella sua totalità (2 Cor 4, 5), il
ministero ordinato esige dal ministro che egli renda presente Cristo umiliato (2
Cor 6, 4 ss.) e crocifisso (cf. Gal 2, 19 s.; 16, 14; 1 Cor
4, 9 ss.).
La Chiesa che egli serve è, nella sua totalità come in ciascuno dei suoi membri,
animata e mossa dallo Spirito, giacché ogni battezzato è «ammaestrato dallo
Spirito» (1 Thess 4, 9; cf. Hebr 8, 11 ss.; Ier 31, 33 ss.;
1 Io 2, 20; Io 6, 45). Il ministero sacerdotale, quindi, non potrà
se non ricordargli con autorità quanto incoativamente è già incluso nella sua
fede battesimale, ma la cui pienezza egli non potrà mai esaurire quaggiù. Allo
stesso modo il fedele dovrà nutrire la propria fede e la propria vita cristiana
con la mediazione sacramentale della vita divina. La norma della fede — che nel
suo carattere formale noi designiamo come «regola di fede» — è a lui
immanente per l’azione dello Spirito, pur rimanendo trascendente per
rapporto all’uomo, poiché non può mai essere puramente individuale essendo
essenzialmente ecclesiale e cattolica.
In questa regola di fede l’immediatezza dello Spirito divino ad ogni persona è
quindi necessariamente legata alla forma comunitaria di questa fede.
L’affermazione di San Paolo, che «nessuno può dire "Gesù è Signore" se non sotto
l’azione dello Spirito Santo» (1 Cor 12, 3) è sempre valida: senza la
conversione che solo lo Spirito accorda ai cuori, nessuno è in grado di
riconoscere Gesù nella sua qualità di Figlio di Dio, e solo chi lo conosce come
Figlio conoscerà veramente colui che egli chiama «Padre» (cf. Io 14, 7;
8, 19; ecc.). Dunque, poiché lo Spirito ci comunica la conoscenza del Padre
mediante Gesù, la fede cristiana è trinitaria: la sua forma pneumatica
include necessariamente questo contenuto, che si esprime e si realizza in
maniera sacramentale nel battesimo trinitario.
La regola di fede, cioè il tipo della catechesi battesimale nella quale si
estrinseca il contenuto trinitario, costituisce, in quanto unione della forma e
del contenuto, il perno permanente dell’apostolicità e della cattolicità della
Chiesa. Essa realizza l’apostolicità in quanto lega gli araldi della fede
alla regola cristo-pneumatologica: essi non parlano in nome proprio, ma
testimoniano ciò che hanno ascoltato (cf. Io 7, 18; 16, 13 ss.; ecc.).
Gesù Cristo si rivela come Figlio in quanto annunzia ciò che viene dal Padre. Lo
Spirito si rivela come lo Spirito del Padre e del Figlio perché non prende del
suo, ma li rivela e richiama quanto viene dal Figlio (Io 16, 13 s.). Ciò
diventa, nel prolungamento del Signore e del suo Spirito, il carattere
distintivo della successione apostolica. Il Magistero della Chiesa si distingue
tanto da un puro magistero di dottori quanto da un potere autoritario. Qualora
il magistero della fede passasse ai professori, la fede sarebbe legata ai lumi
individuali, e così assoggettata in gran parte allo spirito del tempo. E qualora
la fede dipendesse dal potere dispotico di certe persone individuali o
collettive, chiunque di loro fosse a decretare ciò che è normativo, la verità
sarebbe rimpiazzata da un potere arbitrario. Al contrario, il vero magistero
apostolico è legato alla Parola del Signore e così introduce nella libertà di
lui quanti l’ascoltano.
Nulla, nella Chiesa, sfugge alla mediazione apostolica: né i pastori né il
gregge, né gli enunziati di fede né le norme di vita cristiana. Il ministero
ordinato si trova anche doppiamente riferito a tale mediazione, essendo esso
stesso sottoposto da una parte alla regola delle origini cristiane, e dall’altra
— come dice Agostino — obbligato a lasciarsi istruire dalla comunità dei
credenti che lui stesso ha l’obbligo di istruire.
Da quanto fin qui detto ricaveremo due conclusioni:
1. Nessun predicatore del Vangelo ha il diritto di escogitare un piano di
annunzio evangelico secondo le proprie ipotesi. Egli annunzia la fede della
Chiesa apostolica e non la propria personalità o le proprie esperienze
religiose. Ciò comporta che ai due elementi menzionati della regola di fede —
forme e contenuto — viene ad aggiungersene un terzo: la regola di fede esige un
testimone inviato, che non s’autorizzi da se stesso e che nessuna
comunità particolare è capace di autorizzare, e ciò in forza della trascendenza
della Parola. L’autorizzazione non può venirgli se non sacramentalmente
attraverso quelli che sono già inviati. Certo, lo Spirito suscita sempre
liberamente nella Chiesa differenti carismi di evangelizzazione e di servizio,
animando tutti i cristiani alla testimonianza della loro fede, ma queste
attività devono essere esercitate in riferimento ai tre elementi della regola di
fede ora menzionati (cf. Lumen Gentium, n. 12).
2. La missione che in tal modo — ancora una volta secondo il principio
trinitario — fa parte della regola di fede, si riferisce alla cattolicità della
fede, che è una conseguenza della sua apostolicità e al tempo stesso la
condizione della sua permanenza. Nessun individuo e nessuna comunità isolata,
infatti, hanno il potere di inviare. Solo il legame al tutto (kat’holon)
— la cattolicità nello spazio e nel tempo — garantisce la permanenza nella
missione. Così la cattolicità spiega ancora che il fedele, in quanto membro
della Chiesa, è introdotto alla partecipazione immediata della vita
trinitaria attraverso la mediazione non solo dell’Uomo-Dio, ma anche
della Chiesa, a lui intimamente associata.
Questa mediazione della Chiesa deve, in virtù della dimensione cattolica della
sua verità e della sua vita, effettuarsi in maniera normativa, cioè mediante un
ministero che le è conferito come forma costitutiva. Questo non dovrà soltanto
riferirsi a un’epoca storicamente finita (rappresentata eventualmente da una
serie di documenti); ma in questo riferimento dev’essere munito del
potere di rappresentare esso stesso l’origine, il Cristo vivente,
mediante un annunzio del Vangelo ufficialmente autorizzato e mediante la
celebrazione, con autorità, di atti sacramentali, prima di tutto
dell’Eucaristia.
V. La successione apostolica e la sua trasmissione
Poiché la Parola divina fatta carne è essa stessa l’annunzio e il principio
della comunicazione della vita divina che ci si manifesta in essa, il ministero
della Parola nella sua pienezza è anche ministero dei sacramenti della fede,
prima di tutto dell’Eucaristia, nei quali la Parola, il Cristo, non cessa
d’essere per gli uomini avvenimento attuale di salvezza. L’autorità pastorale è
la responsabilità del ministero apostolico verso l’unità della Chiesa e il suo
sviluppo, di cui la Parola è sorgente e di cui i sacramenti sono al tempo stesso
manifestazione e luogo fondamentale di realizzazione.
La successione apostolica è dunque quest’aspetto della natura e della vita della
Chiesa, che mostra la dipendenza attuale della comunità in rapporto a Cristo
attraverso i suoi inviati. Il ministero apostolico è in tal modo il sacramento
della presenza operante di Cristo e dello Spirito in seno al popolo di Dio,
senza che però venga minimizzato l’influsso immediato del Cristo e dello Spirito
su ogni fedele.
Il carisma della successione apostolica è ricevuto nella comunità visibile della
Chiesa. Esso suppone che colui che viene inserito nel corpo dei ministri abbia
la fede della Chiesa. Ma questo non basta. Il dono del ministero viene accordato
in un’azione che è segno visibile ed efficace del dono dello Spirito, azione che
ha come strumenti uno o alcuni degli stessi ministri già inseriti nella
successione apostolica.
La trasmissione del ministero apostolico avviene dunque mediante l’ordinazione,
che comprende un rito con un segno sensibile e un’invocazione a Dio (epiclèsi)
affinché voglia accordare all’ordinando il dono del suo Spirito Santo insieme
coi poteri necessari all’adempimento del suo compito. Fin dal Nuovo Testamento
questo segno sensibile è l’imposizione delle mani (cf. Lumen Gentium, n.
21). Il rito dell’ordinazione sta a manifestare che quanto avviene in colui che
è ordinato non è di origine umana, e che la Chiesa non dispone a suo piacimento
del dono dello Spirito.
Consapevole che la propria esistenza è legata all’apostolicità, e che il
ministero trasmesso mediante l’ordinazione inserisce l’ordinato nella
confessione apostolica della verità del Padre, la Chiesa ha giudicato necessaria
alla successione apostolica nel senso stretto della parola l’ordinazione data e
ricevuta nella fede che essa stessa vi ripone.
La successione apostolica del ministero riguarda tutta la Chiesa, ma non procede
dalla Chiesa presa globalmente, bensì da Cristo agli Apostoli e, negli Apostoli,
a tutti i vescovi sino alla fine dei tempi.
VI. Elementi per una valutazione dei ministeri non cattolici
Questa sintesi finora compiuta del modo come i cattolici comprendono la
successione apostolica ci consente di presentare le linee generali per una
valutazione dei ministeri non cattolici. In tale contesto è indispensabile avere
sott’occhi le differenze di origine, le evoluzioni di queste Chiese e Comunità,
è la concezione che esse hanno di se stesse.
1. Malgrado la diversa valutazione che esse fanno dell’ufficio di Pietro, la
Chiesa cattolica, la Chiesa ortodossa e le altre Chiese che hanno conservata la
realtà della successione apostolica, sono unite in una medesima comprensione
fondamentale della sacra mentalità della Chiesa, sviluppatasi fin dal Nuovo
Testamento attraverso i Padri comuni, in particolare sant’Ireneo. Queste Chiese
considerano l’inserimento sacramentale nel ministero ecclesiale, realizzato
attraverso l’imposizione delle mani con l’invocazione dello Spirito Santo, come
la forma indispensabile per la trasmissione della successione apostolica, che
sola fa perseverare la Chiesa nella dottrina e nella comunione. Questa unanimità
nella coerenza mai interrotta tra Scrittura, Tradizione e sacramento,
costituisce il motivo per cui la comunione tra queste Chiese e la Chiesa
cattolica non è mai cessata del tutto e può essere oggi ravvivata.
2. Dialoghi fruttuosi si continuano con le Comunioni anglicane che hanno
conservata l’imposizione delle mani, la cui interpretazione è cambiata. Non è
qui possibile anticipare gli eventuali risultati di questo dialogo che indaga in
quale misura gli elementi costitutivi dell’unità sono inclusi nella
conservazione del rito dell’imposizione delle mani e delle correlative
preghiere.
3. Le Comunità uscite dalla Riforma del sec. XVI si differenziano tra loro al
punto che la descrizione dei loro rapporti con la Chiesa cattolica dev’essere
considerata secondo le sfumature di ogni caso particolare. Tuttavia si possono
individuare alcune linee comuni.
Il movimento comune della Riforma ha negato il legame tra la Scrittura e la
Tradizione della Chiesa in favore della normatività della sola Scrittura. Anche
se in seguito ci si richiama in diversa maniera alla Tradizione, tuttavia non si
riconosce ad essa la medesima dignità di cui godeva nell’antica Chiesa. Poiché
il sacramento dell’ordine è l’espressione sacramentale indispensabile della
comunione nella Tradizione, la proclamazione della sola Scriptura ha
comportato l’oscuramento dell’antica nozione della Chiesa e del suo sacerdozio.
E così, di fatto, attraverso i secoli si è spesso rinunziato all’imposizione
delle mani sia da parte di uomini già ordinati, sia da parte di altri. Là dov’è
stata praticata, non sempre ha avuto il medesimo significato che nella Chiesa
della Tradizione. Questa divergenza nel modo di introdurre nel ministero e di
interpretarlo non è che il sintomo più rilevante della differente comprensione
delle nozioni di Chiesa e di Tradizione.
Numerosi promettenti approcci [2] hanno cominciato a ristabilire dei
contatti con questa Tradizione, anche se la rottura non è ancora effettivamente
superata. In tali circostanze l’intercomunione eucaristica resta per il momento
impossibile [3], perché la continuità sacramentale nella successione
apostolica fin dalle origini costituisce per le Chiese ortodosse, come pure per
la Chiesa cattolica, un elemento indispensabile della comunione ecclesiale.
Questa costatazione non significa affatto che le qualità ecclesiali e spirituali
dei ministeri e delle Comunità protestanti siano per questo da tenere in poco
conto. I ministri hanno edificato e nutrito le comunità. Mediante il battesimo,
mediante lo studio e la predicazione della Parola, mediante la preghiera comune
e la celebrazione della Cena, col loro zelo, essi hanno guidato gli uomini verso
la fede nel Signore, aiutandoli così a trovare la via della salvezza. Ci sono
dunque in queste comunità elementi che certamente appartengono all’apostolicità
dell’unica Chiesa di Cristo [4].
Anche se l’unione con la Chiesa cattolica non può effettuarsi se non
sacramentalmente — e mai con mezzi puramente giuridici o amministrativi
[5]
—, è evidente che la qualità spirituale di questi ministeri non può mai essere
trascurata. Un tale atto sacramentale dovrebbe integrare nella Catholica
i valori esistenti, e il suo rito dovrebbe indubbiamente esprimere che vengono
assunti carismi già reali.
* Documento del gruppo di lavoro sui ministeri approvato «in forma generica» dalla Commissione Teologica Internazionale
[1] La presenza personale degli Apostoli caratterizza l’epoca apostolica; essa tuttavia non potrebb’essere delimitata da un’esatta cronologia, essendo gli
Apostoli scomparsi nelle varie Chiese in epoche diverse. Il tempo post-apostolico
è qui inteso come il periodo che va dalla morte degli Apostoli fino al
compimento degli scritti canonici, che spesso si presentano sotto il nome e con
l’autorità degli Apostoli a motivo della continuità col loro messaggio che essi
rendono attuale.
[2] Si vedano i risultati di alcuni dialoghi bilaterali.
[3] Per l’ospitalità eucaristica in casi particolari cf. il Direttorio
Ecumenico, n. 38 e ss.
[4] Cf. la Cost. Dogmatica Lumen Gentium, n. 15, e il Decreto
Unitatis Redintegratio, nn. 3 e 19-23.
[5] Se si volesse rimpiazzare questo rito con un semplice decreto, qualunque sia
l’autorità che lo emani si rischierebbe di sostituire il dono sacramentale, di
cui non si può disporre a piacimento, col potere proprio dei ministri.
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