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FEDE CRISTIANA E DEMONOLOGIA*
La S. Congrégation pour la Doctrine de la Foi a chargé un expert de
préparer l’étude suivante, qu’elle recommande vivement comme base sûre pour
réaffirmer la doctrine du Magistère sur le thème : « Foi chrétienne et démonologie ».
Nel corso dei secoli la Chiesa ha sempre riprovato le varie forme di
superstizione, la preoccupazione ossessiva di satana e dei demoni, i diversi
tipi di culto e di morboso attaccamento a questi spiriti;1 sarebbe
perciò ingiusto affermare che il cristianesimo, dimentico della signoria
universale di Cristo, abbia fatto di satana l’argomento preferito della sua
predicazione, trasformando la buona novella del Signore risorto in messaggio di
terrore. Al suo tempo, san Giovanni Crisostomo dichiarava ai cristiani di
Antiochia: « Non ci fa certamente piacere intrattenervi sul diavolo, ma la
dottrina della quale esso mi offre lo spunto risulterà assai utile a voi ».2 In
realtà, sarebbe un errore funesto comportarsi come se, considerando la storia
già risolta, la redenzione avesse ottenuto tutti i suoi effetti, senza che sia
più necessario impegnarsi nella lotta di cui parlano il nuovo testamento e i
maestri della vita spirituale.
UN DISAGIO DEL NOSTRO TEMPO
In questo errore si potrebbe cadere anche oggi. Da molte parti, infatti, ci si
domanda se non sia il caso di riesaminare su questo punto la dottrina cattolica,
a cominciare dalla sacra scrittura. Certuni credono impossibile una qualsiasi
presa di posizione – come se il problema potesse esser lasciato in sospeso! –
osservando che i libri santi non permetterebbero di pronunziarsi né a favore né
contro l’esistenza di satana e dei suoi demoni; il più spesso, però, questa
esistenza è apertamente revocata in dubbio. Certi critici, ritenendo di poter
identificare la posizione propria di Gesù, pretendono che nessuna sua parola
garantirebbe la realtà del mondo demoniaco, mentre l’affermazione della sua
esistenza rifletterebbe piuttosto, là dove ricorre, le idee di scritti giudaici,
oppure dipenderebbe da tradizioni neotestamentarie e non da Cristo; poiché essa
non farebbe parte del messaggio evangelico centrale, non impegnerebbe più, oggi,
la nostra fede e noi saremmo liberi di abbandonarla. Altri, più obiettivi e più
radicali nello stesso tempo, accettano le asserzioni della sacra scrittura sui
demoni nel loro senso ovvio, ma aggiungono subito che, nel mondo d’oggi, esse
non sarebbero accettabili neppure per i cristiani. Anch’essi, dunque, le
eliminano. Per alcuni, infine, l’idea di satana, qualunque ne sia l’origine, non
avrebbe più importanza e, attardandosi a giustificarla, il nostro insegnamento
perderebbe credito e farebbe ombra al discorso su Dio, che, solo, merita il
nostro interesse. Per gli uni e per gli altri, finalmente, i nomi di satana e
del diavolo non sarebbero altro che personificazioni mitiche e funzionali, il
cui significato sarebbe soltanto quello di sottolineare drammaticamente
l’influsso del male e del peccato sulla umanità. Puro linguaggio, quindi, che la
nostra epoca dovrebbe decifrare per trovare un modo diverso di inculcare ai
cristiani il dovere di lottare contro tutte le forze del male nel mondo.
Queste prese di posizione, ripetute con sfoggio di erudizione e diffuse da
riviste e da certi dizionari teologici, non possono non turbare gli spiriti: i
fedeli, abituati a prendere sul serio gli avvertimenti di Cristo e degli scritti
apostolici, hanno l’impressione che discorsi del genere intendano, in questo
campo, imprimere una svolta alla opinione pubblica e coloro, tra essi, che hanno
una conoscenza delle scienze bibliche e religiose, si domandano fin dove
condurrà il processo di smitizzazione avviato in nome di una certa ermeneutica.
* * *
Di fronte a postulati di questo genere e per rispondere al loro processo
mentale, dobbiamo, in breve, fermarci anzitutto al nuovo testamento per
invocarne la testimonianza e l’autorità.
IL NUOVO TESTAMENTO E IL SUO CONTESTO
Prima di ricordare con quale indipendenza di spirito Gesù si sia sempre
comportato nei confronti delle opinioni del suo tempo, è importante notare che i
suoi contemporanei non avevano tutti, a proposito di angeli e di demoni, la
credenza comune che certuni sembrano oggi loro attribuire e dalla quale Gesù
stesso dipenderebbe. Un’annotazione con la quale il libro degli Atti illustra la
polemica provocata tra i membri del sinedrio da una dichiarazione di san Paolo,
ci fa sapere infatti che, a differenza dei farisei, i sadducei non ammettevano «
né risurrezione, né angelo, né spirito », cioè, come il testo viene inteso da
buoni interpreti, non credevano alla risurrezione e, quindi, neppure agli angeli
e ai demoni.3 Così, a proposito di satana, dei demoni e degli
angeli, l’opinione dei contemporanei sembra divisa tra due concezioni
diametralmente opposte; come, dunque, pretendere che Gesù, esercitando e dando
ad altri il potere di scacciare i demoni e, nella sua scia, gli scrittori del
nuovo testamento, non abbiano fatto altro che adottare, senza il minimo spirito
critico, le idee e le pratiche del loro tempo? Certo, Cristo, e a maggior
ragione gli apostoli, appartenevano alla loro epoca e ne condividevano la
cultura; Gesù tuttavia, a motivo della sua natura divina e della rivelazione che
era venuto a comunicare, trascendeva il suo ambiente e il suo tempo, sfuggiva
alla loro pressione. La lettura del discorso sulla montagna è sufficiente del
resto a convincersi della sua libertà di spirito come del suo rispetto per la
tradizione.4 Perciò, quando egli rivelò il significato della sua
redenzione, dovette tener conto evidentemente dei farisei, i quali, come lui,
credevano al mondo futuro, all’anima, agli spiriti e alla risurrezione; ma anche
dei sadducei, i quali non ammettevano queste credenze. Quando i primi lo
accusarono di scacciare i demoni con la complicità del loro principe, egli
avrebbe potuto scagionarsi, schierandosi con i sadducei; ma, così facendo,
avrebbe smentito ciò che egli era e la sua missione. Egli dunque, doveva, senza
rinnegare la credenza agli spiriti e alla risurrezione – che aveva in comune con
i farisei – dissociarsi da costoro ed opporsi, non meno, ai sadducei. Pretendere
dunque oggi che il discorso di Gesù su satana esprima soltanto una dottrina
mutuata dall’ambiente, senza importanza per la fede universale, appare, di primo
acchito, come un’opinione poco informata sull’epoca e la personalità del
Maestro. Se Gesù ha usato questo linguaggio, se soprattutto egli lo ha tradotto
in pratica nel suo ministero, è perché esso esprimeva una dottrina necessaria –
almeno per una parte – alla nozione e alla realtà della salvezza da lui portata.
LA TESTIMONIANZA PERSONALE DI GESÙ
Anche le principali guarigioni di ossessi furono da Cristo compiute in momenti
che risultano decisivi nei racconti del suo ministero. I suoi esorcismi ponevano
e orientavano il problema della sua missione e della sua persona, come provano a
sufficienza le reazioni che suscitarono.5 Senza mettere mai
satana al centro del suo vangelo, Gesù ne parlò tuttavia solo in momenti
evidentemente cruciali e con dichiarazioni importanti. Prima di tutto diede
inizio al suo ministero pubblico accettando di essere tentato dal diavolo nel
deserto: il racconto di Marco, proprio a motivo della sua sobrietà, è decisivo
quanto quello di Matteo e di Luca.6 Contro questo avversario
egli mise in guardia nel discorso sulla montagna, e nella preghiera che insegnò
ai suoi, il Padre nostro, come ammettono oggi molti esegeti,7 appoggiati
sulla testimonianza di parecchie liturgie.8 Nelle parabole, Gesù
attribuì a satana gli ostacoli incontrati dalla sua predicazione,9 come
nel caso della zizzania nel campo del padre di famiglia.10 A
Simon Pietro egli annunziò che « la potenza degli inferi » avrebbe tentato di
prevalere sulla Chiesa,11 che satana lo avrebbe passato al
vaglio insieme con gli altri apostoli.12 Al momento di lasciare
il cenacolo, Cristo dichiarò imminente la venuta del « principe di questo mondo
».13 Nel Getsemani, quando i soldati gli misero addosso le mani
per arrestarlo, affermò ch’era giunta l’ora della « potenza delle tenebre »:14 ciò
nonostante, egli sapeva e aveva dichiarato nel cenacolo che «il principe di
questo mondo era ormai condannato ».15 Questi fatti e queste
dichiarazioni – bene inquadrati, ripetuti e concordanti – non sono casuali e non
è possibile trattarli come dati favolistici da smitizzare. Altrimenti,
bisognerebbe ammettere che in quelle ore critiche la coscienza di Gesù, di cui è
attestata la lucidità e la padronanza di sé davanti ai giudici, era in preda a
fantasmi illusori, e che la sua parola era priva di ogni fermezza; ciò che
contrasterebbe con l’impressione dei primi ascoltatori e dei lettori dei
vangeli. Si impone perciò la conclusione: satana, che Gesù aveva affrontato con
i suoi esorcismi, che aveva incontrato nel deserto e nella passione, non può
essere il semplice prodotto della facoltà umana di favoleggiare e di
personificare le idee, oppure un relitto aberrante di un linguaggio culturale
primitivo.
GLI SCRITTI PAOLINI
È vero che san Paolo, riassumendo a larghe linee nella lettera ai romani la
situazione dell’umanità prima di Cristo, personifica il peccato e la morte, di
cui mostra la temibile potenza; ma si tratta, nel complesso della sua dottrina,
di un momento, che non è l’effetto di una risorsa puramente letteraria, ma della
sua acuta coscienza dell’importanza della croce di Gesù e della necessità
dell’opzione di fede che egli richiede. D’altra parte, Paolo non identifica il
peccato con satana; nel peccato, infatti, egli vede prima di tutto ciò che esso
è essenzialmente, un atto personale degli uomini, e anche lo stato di
colpevolezza e di accecamento nel quale satana effettivamente cerca di gettarli
e mantenerli.16 In tal modo, Paolo distingue bene satana dal
peccato. L’apostolo, il quale davanti alla « legge del peccato che sente nelle
sue membra » confessa anzitutto la sua impotenza senza la grazia,17 è
quello stesso che, con estrema decisione, invita a resistere a satana,18 a
non farsi dominare da lui, a non dargli occasione o vantaggio19 e
a schiacciarlo sotto i piedi.20 Perché satana è per lui una
entità personale, « il dio di questo mondo »,21 un avversario
furbo, distinto sia da noi che dal peccato, che egli suggerisce. Come nel
vangelo, l’apostolo lo vede all’opera nella storia del mondo, in quello che egli
chiama « il mistero della iniquità »:22 nella incredulità che si
rifiuta di riconoscere il signore Gesù23 e anche
nell’aberrazione della idolatria,24 nella seduzione che minaccia
la fedeltà della Chiesa a Cristo suo sposo,25 infine nel
traviamento escatologico che conduce al culto dell’uomo messo al posto di Dio.26 Certamente,
satana induce al peccato, ma si distingue dal male che egli fa commettere.
L’APOCALISSE E IL VANGELO DI SAN GIOVANNI
L’Apocalisse è soprattutto il grandioso affresco in cui risplende la potenza di
Cristo risorto nei testimoni del suo vangelo: essa proclama il trionfo
dell’Agnello immolato; ma ci si ingannerebbe completamente sulla natura di
questa vittoria se non vi si vedesse il termine di una lunga lotta in cui
intervengono, mediante le potenze umane che si oppongono al signore Gesù, satana
e i suoi angeli, distinti gli uni dagli altri, come pure i loro agenti storici.
È infatti l’Apocalisse che, sottolineando l’enigma dei diversi nomi e simboli di
satana nella sacra scrittura, ne smaschera definitivamente l’identità.27 La
sua azione si svolge in tutti i secoli della storia umana sotto gli occhi di
Dio.
Non sorprende perciò che, nel vangelo di san Giovanni, Gesù parli del diavolo e
che lo qualifichi « principe di questo mondo ».28 Certamente, la
sua azione sull’uomo è interiore; ma è impossibile vedere nella sua figura
soltanto una personificazione del peccato e della tentazione. Gesù riconosce che
peccare significa essere « schiavo »,29 ma non identifica per
questo con satana né questa schiavitù né il peccato, che in essa si manifesta.
Il diavolo esercita sui peccatori solo una influenza morale, nella misura in cui
ciascuno acconsente alla sua ispirazione:30 liberamente essi ne
eseguono i « desideri »31 e fanno « la sua opera ».32 Soltanto
in questo senso e in questa misura satana è il loro « padre »,33 perché
tra lui e la coscienza della persona umana resta sempre la distanza spirituale
che separa la « menzogna » diabolica dal consenso che ad essa si può dare o
negare,34 allo stesso modo che tra Cristo e noi esiste sempre la
distanza tra la « verità » che egli rivela e propone, e la fede con la quale
viene accolta.
Per questo motivo i Padri della Chiesa, convinti dalla sacra scrittura che
satana e i demoni sono gli avversari della redenzione, non hanno mancato di
ricordare ai fedeli la loro esistenza e la loro azione.
LA DOTTRINA GENERALE DEI PADRI
Fin dal II secolo della nostra era Melitone di Sardi aveva scritto un’opera «
Sul demonio »35 e sarebbe difficile citare un solo padre che su
questo argomento abbia taciuto. Ovviamente, i più attenti a mettere in luce
l’azione del diavolo furono quelli che illustrarono il disegno divino nella
storia, specialmente sant’Ireneo e Tertulliano, i quali affrontarono
successivamente il dualismo gnostico e Marcione; poi la volta di Vittorino di
Pettau, e finalmente di sant’Agostino. Sant’Ireneo insegnò che il diavolo è un «
angelo apostata »;36 che Cristo, ricapitolando in se stesso la
guerra di questo nemico contro di noi, dovette affrontarlo agli inizi del suo
ministero.37 Con maggiore ampiezza e vigore sant’Agostino lo
mostrò all’opera nella lotta delle « due città », che hanno origine in cielo,
quando le prime creature di Dio, gli angeli, si dichiararono fedeli o infedeli
al loro Signore;38 nella società dei peccatori egli vide un «
corpo » mistico del diavolo,39 di cui parlerà più tardi, nei Moralia
in Job, anche s. Gregorio magno.40
Evidentemente, la maggioranza dei Padri, abbandonando con Origene l’idea di un
peccato carnale degli angeli decaduti, videro nel loro orgoglio – cioè nel
desiderio di innalzarsi al disopra della loro condizione, di affermare la loro
indipendenza, di farsi credere Dio – il principio della loro caduta; ma, accanto
a quest’orgoglio, molti sottolinearono anche la loro cattiveria nei confronti
dell’uomo. Per sant’Ireneo, l’apostasia del diavolo sarebbe cominciata quando
egli ebbe gelosia della creazione dell’uomo e cercò di farlo ribellare al suo
autore.41 Secondo Tertulliano, satana, per contrastare il piano
del Signore, avrebbe plagiato nei misteri pagani i sacramenti istituiti da
Cristo.42 L’insegnamento patristico echeggiò dunque in maniera
sostanzialmente fedele la dottrina e gli orientamenti del nuovo testamento.
IL CONCILIO LATERANENSE IV (1215)
E IL SUO ENUNCIATO DEMONOLOGICO
È vero che in venti secoli di storia il magistero consacrò alla demonologia
soltanto poche dichiarazioni propriamente dogmatiche. La ragione è che
l’occasione si presentò raramente, a due riprese soltanto, la più importante
delle quali si situa all’inizio del XIII secolo, quando si manifestò una
reviviscenza del dualismo manicheo e priscillianista con l’apparizione dei
catari o albigesi; ma l’enunciato dogmatico di allora, formulato in un quadro
dottrinale familiare, corrisponde molto da vicino alla nostra sensibilità,
perché è coinvolta la visione dell’universo e la sua creazione da parte di Dio.
« Noi crediamo fermamente e professiamo con semplicità... un principio unico
dell’universo, creatore di tutte le cose visibili e invisibili, spirituali e
corporee: con la sua onnipotenza all’inizio del tempo egli creò insieme dal
nulla l’una e l’altra creatura, la spirituale e la corporea, cioè gli angeli e
il mondo, poi la creatura umana che appartiene in qualche modo all’una e
all’altra, composta di spirito e di corpo. Perché il diavolo e gli altri demoni
sono stati creati da Dio naturalmente buoni, ma son diventati cattivi da se
stessi, per propria iniziativa; quanto all’uomo, egli ha peccato per istigazione
del diavolo ».43
L’essenziale di questa esposizione è sobrio. Sul diavolo e i demoni il Concilio
si limita ad affermare che, creature dell’unico Dio, essi non sono
sostanzialmente cattivi, ma lo divennero per il loro libero arbitrio. Non
vengono precisati né il loro numero né la loro colpa, né l’estensione del loro
potere: queste questioni, estranee allora al problema dogmatico, furono lasciate
alle discussioni scolastiche. Ma l’affermazione del Concilio, per quanto sia
succinta, resta di capitale importanza perché è emanazione del più grande
Concilio del secolo XIII ed è messa in evidenza nella sua professione di fede,
che, preceduta storicamente di poco da quelle imposte ai catari e ai valdesi,44 si
collegava con le condanne pronunziate contro il priscillianismo di parecchi
secoli prima.45 Questa professione di fede merita dunque
d’essere considerata con attenzione.
Essa adotta la abituale struttura dei simboli dogmatici e trova facilmente posto
nella loro serie, a partire dal Concilio di Nicea. Secondo il testo citato, si
riassume dal nostro punto di vista in due temi connessi ed egualmente importanti
per la fede: l’enunciato relativo al diavolo, sul quale dovremo fermarci in
particolare, segue infatti una dichiarazione sul Dio creatore di tutte le cose «
visibili e invisibili », cioè degli esseri corporei e angelici.
IL PRIMO TEMA DEL CONCILIO:
DIO CREATORE DEGLI ESSERI « VISIBILI E INVISIBILI»
Questa affermazione sul Creatore e la formula che la esprime hanno una
importanza particolare per il nostro argomento, perché antiche al punto
d’affondare le loro radici nella dottrina di san Paolo. L’apostolo infatti,
glorificando il Cristo risorto, aveva affermato che egli esercita il dominio su
tutti gli esseri « nei cieli, sulla terra e negli inferi »,46 «
nel mondo presente e in quello futuro»;47 poi, affermandone la
preesistenza, insegnò che « egli aveva creato tutto nei cieli e sulla terra, gli
(esseri) visibili e quelli invisibili ».48 Questa dottrina della
creazione ebbe ben presto la sua importanza per la fede cristiana, perché la
gnosi e il marcionismo tentarono molto per tempo, prima del manicheismo e del
priscillianismo, di farla vacillare. I primi simboli di fede specificarono
regolarmente che « gli (esseri) visibili, e invisibili » sono
tutti creati da Dio. Questa dottrina, affermata dal Concilio
niceno-costantinopolitano,49 poi da quello di Toledo,50 si
leggeva nelle professioni di fede di cui le grandi chiese si servivano nella
celebrazione del battesimo;51 entrò anche nella grande preghiera
eucaristica di san Giacomo a Gerusalemme,52 di san Basilio in
Asia minore e ad Alessandria53 e di altre chiese d’oriente.54 Presso
i Padri greci, essa appare fin da sant’Ireneo55 e nella Expositio
fidei di sant’Atanasio.56 In occidente, la ritroviamo
in Gregorio di Elvira,57 sant’Agostino,58 san
Fulgenzio59 ecc.
Al tempo in cui i catari d’occidente, come i bogomili nell’Europa orientale,
restaurarono il dualismo manicheo, la professione di fede del Concilio
Lateranense IV non poteva far di meglio che riprendere questa dichiarazione e la
sua formula, fin da allora di importanza definitiva. Ripetute, infatti, ben
presto dalle professioni di fede del II Concilio di Lione,60 di
Firenze61 e di Trento,62 riapparvero infine
nella costituzioneDei Filius del Concilio Vaticano I,63 nei
termini stessi del Concilio Lateranense IV del 1215. Si tratta dunque di una
affermazione primordiale e costante della fede, che il Concilio Lateranense
provvidenzialmente sottolineò per collegarvi il suo enunciato relativo a satana
e ai demoni. In questo modo, indicò che il loro caso, già importante in se
stesso, s’inseriva nel contesto più generale della dottrina sulla creazione
universale e della fede agli esseri angelici.
SECONDO TEMA DEL CONCILIO: IL DIAVOLO
1. Il testo
Per ciò che riguarda questo enunciato demonologico, esso è lungi dal presentarsi
come una novità aggiunta per la circostanza, alla stregua di una conseguenza
dottrinale o di una deduzione teologica; al contrario, appare come un punto
fermo, acquisito da lungo tempo. Ne è già indice la formulazione del testo.
Infatti, dopo aver affermata la creazione universale, il documento non passa al
diavolo e ai demoni come a una conclusione logicamente dedotta: non scrive « Per
conseguenza, satana e i demoni sono stati creati naturalmente buoni... »
come sarebbe stato necessario se la dichiarazione fosse stata nuova e dedotta
dalla precedente; al contrario, presenta il caso di satana come una prova
dell’affermazione precedente, come un argomento contro il dualismo. Scrive
effettivamente: « Perché satana e i demoni sono stati creati
naturalmente buoni... »: In breve, l’enunciato che li concerne si presenta come
una affermazione indiscussa della coscienza cristiana: è, questo, un punto
rilevante del documento, e non poteva essere altrimenti se si vuol tener conto
delle circostanze storiche.
2. La preparazione:
le formulazioni positive e negative
(IV-V sec.)
Di fatto, fin dal IV secolo la Chiesa aveva preso posizione contro la tesi
manichea dei due princìpi coeterni e opposti;64 sia in oriente
che in occidente, insegnava fermamente che satana e i demoni sono stati creati e
fatti naturalmente buoni. « Devi credere, dichiarava san Gregorio di Nazianzo al
neofìta, che non esiste una essenza del male, né un regno (del male), privo di
principio o sussistente per se stesso o creato da Dio ».65 Il
diavolo era considerato creatura di Dio, all’origine buona e luminosa, che
disgraziatamente non aveva perseverato nella verità nella quale era stata
stabilita (Gv 8,44), ma si era ribellata al Signore.66 Il male
dunque non era nella sua natura, ma in un atto libero e contingente della sua
volontà.67 Affermazioni del genere – che si leggono
equivalentemente in san Basilio,68 san Gregorio di Nazianzo,69 san
Giovanni Crisostomo,70 Didimo di Alessandria71 in
oriente; in Tertulliano,72 Eusebio di Vercelli,73 sant’Ambrogio74 e
sant’Agostino75 in occidente – potevano assumere eventualmente
una forma dogmatica ferma. Essi si incontrano anche sotto forma di condanna
dottrinale oppure di professione di fede.
Il De Trinitate attribuito ad Eusebio di Vercelli l’esprimeva
fermamente in termini di anatemi successivi: « Se qualcuno professa che nella
natura in cui è stato fatto l’angelo apostata non è opera di Dio, ma che egli
esiste da se stesso, giungendo fino ad attribuirgli di trovare in se stesso il
proprio principio, sia anatema. Se qualcuno professa che l’angelo apostata è
stato fatto da Dio con una natura cattiva, e non dice che egli ha concepito il
male da se stesso per suo proprio volere, sia anatema. Se qualcuno professa che
l’angelo di satana ha fatto il mondo – lungi da noi questa credenza! – e non
avrà dichiarato che ogni peccato è invenzione sua, sia anatema ».76
Tale redazione in forma di anatemi non era allora un caso unico: la si trova nel Commonitorium,
attribuito a sant’Agostino e scritto in vista dell’abiura dei manichei. Questa
istruzione, infatti, votava all’anatema « colui, il quale crede che ci sono due
nature, che hanno origine da due princìpi diversi, l’una buona, che è Dio,
l’altra cattiva, non creata da lui ».77
Questo insegnamento veniva tuttavia espresso più volentieri sotto la forma
diretta e positiva di un’affermazione da credere. Sant’Agostino, all’inizio del
suo De Genesi ad litteram, così diceva: «L’insegnamento cattolico
ordina di credere che la Trinità è un solo Dio, il quale ha fatto e creato tutti
gli esseri che esistono, in quanto esistono; di modo che ogni creatura, sia
intellettuale che corporea, o per dirla in breve secondo i termini delle divine
scritture, sia invisibile che visibile, non appartiene alla natura divina, ma è
stata fatta dal nulla da Dio ».78
In Spagna, il primo Concilio di Toledo professava egualmente che Dio è il
creatore di « tutti [gli esseri] visibili e invisibili » e che al di fuori di
lui « non esiste natura divina, angelo, spirito o potenza alcuna che possa
essere ritenuta Dio ».79
Così, fin dal IV secolo, l’espressione della fede cristiana – insegnata e
vissuta – presentava su questo punto le due formulazioni dogmatiche, positiva e
negativa, che ritroveremo otto secoli dopo al tempo d’Innocenzo III e
del Concilio Lateranense IV.
San Leone Magno
Nel frattempo, queste espressioni dogmatiche non caddero in disuso. Infatti, nel
V secolo, la lettera del papa san Leone magno a Turibio vescovo di Astorga – la
cui autenticità non può più essere messa in dubbio – parlava con lo stesso tono
e la medesima chiarezza. Fra gli errori priscillianisti da lui condannati si
incontrano infatti i seguenti; «L’annotazione sesta80 segnala
che essi pretendono che il diavolo non sia mai stato buono e che la sua natura
non è opera di Dio, ma che egli è uscito dal caos e dalle tenebre, perché di
fatto non ha un autore del suo essere, ma è egli stesso il principio e la
sostanza di ogni male, mentre la vera fede, la fede cattolica, professa che la
sostanza di tutte le creature, sia spirituali che corporee, è buona, e che il
male non è una natura, dal momento che Dio, creatore dell’universo, ha fatto
soltanto ciò ch’è buono. Perciò lo stesso diavolo sarebbe buono se fosse rimasto
nello stato in cui era stato fatto. Purtroppo, poiché egli ha fatto cattivo uso
della sua naturale eccellenza e non è rimasto nella verità (Gv 8,44), non si è
[senza dubbio] trasformato in una sostanza contraria, ma si è separato dal sommo
bene, al quale avrebbe dovuto aderire… ».81
Questa affermazione dottrinale (a cominciare dalle parole « la vera fede, la
fede cattolica professa... » fino alla fine) fu ritenuta così importante da
venir ripresa negli stessi termini tra le aggiunte fatte nel VI secolo al Libro
dei dogmi ecclesiastici, attribuito a Gennadio di Marsiglia.82 Infine,
la stessa dottrina sarà sostenuta con tono magisteriale nella Regola di
fede a Pietro, opera di san Fulgenzio, dove si troverà affermata la
necessità di « ritenere principalmente », di « ritenere fermamente », che tutto
ciò che non è Dio è creatura di Dio, e questo è il caso di tutti gli esseri
«visibili e invisibili»; «che una parte degli angeli si sono sviati e
allontanati volontariamente dal loro Creatore », e « che il male non è una
natura ».83
Non sorprende dunque che in un tale contesto storico gli Statuta
Ecclesiae antiqua – una raccolta canonica del V secolo – abbiano
introdotto tra le interrogazioni destinate all’esame della fede cattolica dei
candidati all’episcopato la seguente domanda: « Se il diavolo è cattivo per
condizione o se è diventato tale per libero arbitrio »,84 formula
che si ritroverà nelle professioni di fede imposte da Innocenzo III ai valdesi.85
Il primo Concilio di Braga (VI secolo)
La dottrina era dunque comune e ferma. I numerosi documenti che la esprimono, e
di cui abbiamo indicato i principali, costituiscono lo sfondo dottrinale sul
quale spicca il primo Concilio di Braga nella metà del VI secolo. Su questo
sfondo, il c. 7 di questo sinodo non appare come testo isolato, ma come sintesi
dell’insegnamento del IV e V secolo in questa materia e specialmente della
dottrina del papa san Leone magno: « Se qualcuno pretende che il diavolo non è
stato prima un angelo [buono] fatto da Dio e che la sua natura non è stata opera
di Dio, ma pretende che egli è uscito dal caos e dalle tenebre e che non c’è
alcun autore del suo essere, ma che è egli stesso il principio e la sostanza del
male, come dicono Mani e Priscilliano, sia anatema ».86
3. L’avvento dei catari (XII e XIII secolo)
Fanno anche parte, da lungo tempo, della fede esplicita della Chiesa la
condizione di creatura e l’atto libero con il quale il diavolo si è pervertito.
Al Concilio Lateranense IV era sufficiente introdurre queste affermazioni nel
suo simbolo senza bisogno di documentarle, perché si trattava di credenze
chiaramente professate. Questa inserzione, che dal punto di vista dogmatico era
possibile anche prima, allora era diventata necessaria, perché l’eresia dei
catari aveva adottato alcuni antichi errori manichei. Tra il XII e il XIII
secolo molte professioni di fede avevano dovuto affrettarsi a riaffermare che
Dio è creatore degli esseri « visibili e invisibili », che è l’autore dei due
testamenti, e specificare che il diavolo non era cattivo per natura ma in
seguito a una scelta.87 Le antiche proposizioni dualistiche,
inquadrate in vasti movimenti dottrinali e spirituali, costituivano allora,
nella Francia meridionale e nell’Italia settentrionale, un reale danno per la
fede.
In Francia, Ermengaudo di Béziers aveva dovuto scrivere un trattato contro gli
eretici, « i quali dicono e credono che il mondo presente e tutti gli esseri
visibili non sono stati creati da Dio, ma dal diavolo » e che esistevano un Dio
buono e onnipotente e un dio cattivo, cioè il diavolo.88 Nell’Italia
settentrionale un ex-cataro convertito, Bonacursus, aveva anche gridato
all’allarme e precisato le diverse scuole della setta.89 Poco
dopo il suo intervento, la Summa contra haereticos per
molto tempo attribuita a Prepositino di Cremona, nota meglio per il nostro
problema l’impatto dell’eresia dualista sull’insegnamento di quell’epoca, quando
comincia così la trattazione sui catari: « Il Dio onnipotente ha creato soltanto
gli [esseri] invisibili e incorporei. Quanto al diavolo, che questo eretico
chiama il dio delle tenebre, egli ha creato gli [esseri] visibili e corporei.
Dopo aver detto ciò, l’eretico aggiunge che ci sono due princìpi delle cose: il
principio del bene, cioè Dio onnipotente, e il principio del male, cioè il
diavolo; aggiunge anche che esistono due nature: una buona, degli [esseri]
incorporei, creata dal Dio onnipotente; l’altra, cattiva, [quella] degli
[esseri] corporei, creata dal diavolo. L’eretico che così si esprime si chiamava
in antico manicheo, oggi cataro ».90
Malgrado la sua brevità, questo riassunto è significativo per la sua densità.
Oggi, possiamo completarlo riferendoci al Libro dei due princìpi,
scritto da un teologo cataro poco dopo il Concilio Lateranense IV.91 Addentrandosi
nei particolari dell’argomentazione e basandosi sulla sacra scrittura, questa
piccola somma dei militanti della setta pretendeva di confutare la dottrina
dell’unico Creatore e di fondare su testi biblici l’esistenza dei due opposti
princìpi.92 Accanto al Dio buono, diceva, « dobbiamo
necessariamente riconoscere l’esistenza di un altro principio, quello del male,
che agisce perniciosamente contro il vero Dio e contro la sua creatura ».93
VALORE DELLA DECISIONE DEL LATERANENSE IV
All’inizio del XIII secolo queste dichiarazioni, lungi dall’essere soltanto
teorie di intellettuali esperti, corrispondevano a un complesso di credenze
erronee, vissute e diffuse da una folla di conventicole ramificate, organizzate
e attive. La Chiesa aveva il dovere di intervenire, ripetendo energicamente le
affermazioni dottrinali dei secoli precedenti, e ciò fece papa Innocenzo III,
introducendo i due enunciati dogmatici di fede del Concilio ecumenico
Lateranense IV. Questa, letta ufficialmente ai vescovi, fu da essi approvata.
Interrogati ad alta voce: « Credete queste [verità] punto per punto? », essi
risposero con unanime acclamazione: « [Le] crediamo ».94 Nel suo
complesso, dunque, il documento conciliare è un documento di fede e, a motivo
della sua natura e forma, che sono quelle di un simbolo, ciascun punto
principale di esso ha egualmente valore dogmatico.
Si cadrebbe in manifesto errore se si pretendesse che ogni paragrafo di un
simbolo di fede debba contenere una sola affermazione dogmatica: ciò
significherebbe applicare alla sua interpretazione una ermeneutica valida, per
esempio, nel caso di un decreto del Concilio di Trento, nel quale ogni capitolo
insegna di solito un solo tema dogmatico: necessità di prepararsi alla
giustificazione,95 verità della presenza reale di Cristo nella
eucaristia,96 ecc. Il primo paragrafo del Lateranense IV,
invece, condensa in un numero di righe uguali a quelle del capitolo del
Tridentino sul « dono della perseveranza »97 una quantità di
affermazioni di fede, in gran parte già definite, sull’unità di Dio, la trinità
e l’eguaglianza delle Persone, la semplicità della loro natura, le « processioni
» del Figlio e dello Spirito santo. Lo stesso accade per la creazione,
specialmente per i due passaggi concernenti il complesso degli esseri spirituali
e corporei creati da Dio come anche per la creazione del diavolo e per il suo
peccato. Si trattava, come abbiamo stabilito, di altrettanti punti, che dal IV
al V secolo appartenevano all’insegnamento della Chiesa; inserendoli nel proprio
simbolo, il Concilio non fece altro che consacrare la loro appartenenza alla
regola universale della fede.
Anche l’esistenza della realtà demoniaca e l’affermazione della sua potenza si
basano non soltanto su questi documenti più specifici, ma trovano un’altra
espressione, più generale e meno rigida, negli enunciati conciliari, ogni volta
che essi descrivono la condizione dell’uomo senza Cristo.
L’INSEGNAMENTO COMUNE DEI PAPI E DEI CONCILI
Nella metà del V secolo, alla vigilia del Concilio di Calcedonia, il « Tomo »
del papa san Leone magno a Flaviano precisò uno dei fini della economia della
salvezza evocando la vittoria sulla morte e sul diavolo che secondo le lettera
agli ebrei ne detiene l’impero.98 Più tardi, quando il Concilio
di Firenze parlò della redenzione, la presentò biblicamente come una liberazione
dal dominio del diavolo.99 Il Concilio di Trento, riassumendo la
dottrina di san Paolo, dichiara che l’uomo peccatore « è sotto la potenza del
diavolo e della morte »;100 salvandoci, Dio « ci ha liberati dal
potere delle tenebre e ci ha trasferiti nel regno del suo Figlio diletto, nel
quale abbiamo la redenzione, la remissione dei peccati ».101 Commettere
il peccato dopo il battesimo è « abbandonarsi in potere del demonio ».102 Questa
è infatti la fede primitiva e universale della Chiesa, attestata fin dai primi
secoli nella liturgia della iniziazione cristiana, quando i catecumeni, sul
punto di essere battezzati, rinunciavano a satana, professavano la loro fede
nella santissima Trinità e aderivano a Cristo loro Salvatore.103
È per questo che il Concilio Vaticano II, che si è interessato più del presente
della Chiesa che della dottrina della creazione, non ha mancato di mettere in
guardia contro l’attività di satana e dei demoni. Di nuovo, come nei concili di
Firenze e di Trento, esso ha richiamato con l’apostolo che Cristo ci « libera
dal potere delle tenebre »104 e, riassumendo la sacra
scrittura alla maniera di san Paolo e dell’Apocalisse, la costituzione Gaudium
et spes ha detto che la nostra storia, la storia universale, « è una
dura lotta contro le potenze delle tenebre, lotta cominciata fin dall’origine
del mondo e che durerà, come dice il Signore, fino all’ultimo giorno ».105 Altrove,
il Vaticano II rinnova gli ammonimenti dell’epistola agli efesini ad « indossare
l’armatura di Dio per poter resistere alle insidie del diavolo ».106 Perché,
come la stessa costituzione ricorda ai laici, « noi dobbiamo lottare contro i
dominatori di questo mondo tenebroso, contro gli spiriti del male ».107 Non
sorprende infine constatare che lo stesso Concilio, volendo presentare la Chiesa
come il regno di Dio che ha già avuto inizio, invoca i miracoli di Gesù e a
questo scopo fa precisamente appello ai suoi esorcismi.108 È in
questa occasione, effettivamente, che fu pronunziata da Gesù la famosa
dichiarazione: « è dunque giunto a voi il regno di Dio ».109
L’ARGOMENTO LITURGICO
Quanto alla liturgia, che già occasionalmente abbiamo invocato, essa
contribuisce con una particolare testimonianza, perché è l’espressione concreta
della fede vissuta; ma non dobbiamo domandarle di rispondere alla nostra
curiosità sulla natura dei demoni, le loro categorie e i loro nomi. La liturgia
si accontenta di insistere, secondo il suo compito, sulla loro esistenza e la
minaccia che essi costituiscono per i cristiani; fondata sull’insegnamento del
nuovo testamento, la liturgia lo echeggia direttamente, ricordando che la vita
dei battezzati è un combattimento condotto, con la grazia di Cristo e la forza
del suo Spirito, contro il mondo, la carne e gli esseri demoniaci.110
IL SIGNIFICATO DEI NUOVI RITUALI
Oggi tuttavia questo argomento liturgico dev’essere utilizzato con
circospezione. Da una parte, i rituali e i sacramentari orientali, con i loro
successivi arricchimenti e con una complessa demonologia, rischiano di sviarci;
dall’altra, i documenti liturgici latini, spesso rimaneggiati nel corso della
storia, invitano, proprio a motivo di questi mutamenti, a conclusioni ugualmente
prudenti. Il nostro antico rituale della penitenza pubblica esprimeva con forza
l’azione del demonio sui peccatori: purtroppo, questi testi, sopravvissuti fino
ai nostri giorni nel pontificale romano,111 da molto tempo non
sono più nella pratica. Prima del 1972 si potevano anche citare le preghiere
della raccomandazione dell’anima, che evocavano l’orrore dell’inferno e gli
ultimi assalti del demonio;112 ma questi testi significativi
sono adesso scomparsi. Soprattutto ai nostri giorni, il caratteristico ministero
dell’esorcista, senza essere stato radicalmente abolito, è ridotto a un servizio
eventuale, e sussisterà di fatto solo su domanda dei vescovi,113 senza
che alcun rito sia previsto per il suo conferimento. Un provvedimento del genere
non significa, evidentemente, che il sacerdote non ha più il potere di
esorcizzare, né che egli non deve più esercitarlo; tuttavia ciò obbliga a
constatare che la Chiesa, non facendo più di questo ministero una funzione
specifica non riconosce più agli esorcismi l’importanza che avevano nei primi
secoli. Questa evoluzione merita senz’altro di essere presa in considerazione.
Non dobbiamo tuttavia concludere a una recessione o a una revisione della fede
nel campo liturgico. Il messale romano del 1970 traduce sempre la convinzione
della Chiesa a proposito degli interventi demoniaci. Oggi, come prima, la
liturgia della prima domenica di quaresima ricorda ai fedeli come il signore
Gesù ha vinto il tentatore: i tre racconti sinottici della sua prova sono
riservati ai tre cicli A, B, C delle letture quaresimali. Il protoevangelo, con
il suo annuncio della vittoria della discendenza della donna su quella del
serpente (Gn 3, 15) si legge nella X domenica dell’anno B e nel sabato della V
settimana. La festa della assunzione e il comune della Madonna fanno leggere
Apoc 12,1-6, cioè la minaccia del dragone contro la donna che partorisce. Mc 3,
20-35, che riferisce la discussione di Gesù e dei farisei su Beelzebul, fa parte
delle letture della X domenica dell’anno B, già segnalata. La parabola del grano
e della zizzania (Mt 13,23-43) appare nella domenica XV dell’anno A e la sua
spiegazione (Mt 13,36-43) si legge nel martedì della XIII settimana. L’annuncio
della sconfitta del principe di questo mondo (Gv 12,20-33) è letto nella
domenica V di quaresima dell’anno B e Gv 14, 30 ricorre nella settimana. Tra i
testi apostolici, Ef 2,1-10 è assegnato al lunedì della XXIX settimana; Ef 6,
10-20, al comune dei santi e delle sante e al giovedì della XIII settimana. 1 Gv
3, 7-10 si legge il 4 gennaio, e la festa di san Marco propone la prima lettera
di san Pietro, che mostra il diavolo circuire la sua preda per divorarla. Queste
citazioni che dovrebbero moltiplicarsi, per essere complete, attestano che i più
importanti testi biblici sul diavolo fanno sempre parte della lettura ufficiale
della Chiesa.
È vero che il rituale della iniziazione cristiana degli adulti è stato in questo
punto modificato e non interpella più il diavolo con apostrofi imperative; ma,
allo stesso scopo, si rivolge a Dio sotto forma di preghiera114 con
un tono meno spettacolare, ma altrettanto espressivo ed efficace. È dunque falso
pretendere che gli esorcismi siano stati eliminati dal nuovo rituale del
battesimo. L’errore è così manifesto, che il nuovo rituale del catecumenato ha
istituito, prima degli esorcismi abituali detti « maggiori », esorcismi « minori
», disposti per tutta la estensione del catecumenato e sconosciuti in passato.115 Gli
esorcismi, dunque, restano. Oggi come ieri essi chiedono la vittoria su satana,
il diavolo, il principe di questo mondo e il potere delle tenebre; e i tre «
scrutini » abituali, nei quali, come prima, gli esorcismi trovano posto, hanno
lo stesso scopo negativo e positivo di prima: « liberare dal peccato e dal
diavolo » e nello stesso tempo « fortificare in Cristo ».116 Anche
la celebrazione del battesimo dei bambini conserva, checché se ne dica, un
esorcismo.117 Ciò non significa che la Chiesa consideri questi
bambini come altrettanti posseduti da satana; ma essa crede che hanno bisogno
anch’essi di tutti gli effetti della redenzione di Cristo. Prima del battesimo,
infatti, ogni uomo, bambino e adulto, porta il segno del peccato e dell’azione
di satana.
Quanto alla liturgia della penitenza privata essa parla oggi del diavolo meno di
prima; ma le celebrazioni penitenziali comunitarie hanno restaurato un’antica
orazione, che ricorda l’influenza di satana sui peccatori.118 Nel
rituale dei malati – come abbiamo già notato – la preghiera della
raccomandazione dell’anima non sottolinea più la presenza inquietante di satana;
ma nel corso del rito dell’unzione il celebrante prega affinché l’infermo « sia
liberato dal peccato e da ogni tentazione ».119 L’olio santo è
considerato come una « protezione » del corpo, dell’anima e dello spirito120 e
la orazione « Commendo te », senza menzionare l’inferno e il
demonio, evoca tuttavia indirettamente la loro esistenza e la loro azione quando
domanda a Cristo di salvare il morente e di metterlo nel numero delle « sue »
pecore e dei « suoi » eletti: questo linguaggio vuole evidentemente evitare un
trauma al malato e alla sua famiglia, ma non viene meno alla fede nel mistero
del male.
* * *
In breve, in ciò che concerne la demonologia, la posizione della Chiesa è chiara
e ferma. È vero che nel corso dei secoli l’esistenza di satana e dei demoni non
è stata mai fatta oggetto di una affermazione esplicita del suo magistero. La
ragione è che la questione non fu mai posta in questi termini: gli eretici e i
fedeli, ugualmente fondandosi sulla sacra scrittura, erano d’accordo nel
riconoscere la loro esistenza e i loro principali misfatti. Per questo, oggi,
quando è messa in dubbio la realtà demoniaca, è necessario riferirsi – come
abbiamo poco fa ricordato – alla fede costante e universale della Chiesa e alla
sua fonte maggiore: l’insegnamento di Cristo. È nella dottrina del vangelo,
infatti, e nel cuore della fede vissuta che l’esistenza del mondo demoniaco si
rivela come un dato dogmatico. Il disagio contemporaneo che abbiamo denunziato
al principio non mette dunque in questione un elemento secondario del pensiero
cristiano, ma ne va di mezzo la fede costante della Chiesa, il suo modo di
concepire la redenzione e, al punto di partenza, la coscienza stessa di Gesù.
Perciò, parlando recentemente di questa « terribile realtà, misteriosa e paurosa
» del male, sua santità Paolo VI poteva affermare con autorità: « Esce dal
quadro dell’insegnamento biblico ed ecclesiastico chi si rifiuta di riconoscerla
esistente; ovvero chi ne fa un principio a sé stante, non avente essa pure, come
ogni creatura, origine da Dio, oppure la spiega come una pseudo-realtà, una
personificazione concettuale e fantastica delle cause ignote dei nostri
malanni».121 Né gli esegeti né i teologi dovrebbero trascurare
questo avvertimento.
Ripetiamo perciò che, sottolineando ancora oggi l’esistenza della realtà
demoniaca, la Chiesa non intende né riportarci indietro, alle speculazioni
dualistiche e manichee d’altri tempi, né proporre un surrogato accettabile dalla
ragione. Essa vuole soltanto restar fedele al vangelo e alle sue esigenze. È
chiaro che essa non ha mai permesso all’uomo di scaricarsi della sua
responsabilità, attribuendo le proprie colpe ai demoni. La Chiesa non esitava a
levarsi contro una tale scappatoia, quando si manifestava, dicendo con san
Giovanni Crisostomo: « Non è il diavolo, ma l’incuria propria degli uomini che
causa tutte le loro cadute e tutti i malanni di cui essi si lamentano ».122
A questo titolo, l’insegnamento cristiano, con la sua vigorosa difesa della
libertà e della grandezza dell’uomo e nel mettere in piena luce l’onnipotenza e
la bontà del Creatore, non manifesta cedimenti. Esso ha condannato nel passato e
condannerà sempre l’eccessiva faciloneria nell’addurre a pretesto una
sollecitazione demoniaca; ha proscritto la superstizione come la magia; ha
rifiutato ogni capitolazione dottrinale di fronte al fatalismo e ogni rinunzia
alla libertà di fronte allo sforzo. Ancor più, quando si parla di un possibile
intervento diabolico, la Chiesa fa sempre posto, come per il miracolo, alla
esigenza critica. In tale materia essa esige riserva e prudenza. È facile
infatti cader vittime dell’immaginazione, lasciarsi sviare da racconti inesatti,
maldestramente trasmessi o abusivamente interpretati. In questi come in altri
casi, è necessario esercitare il discernimento e lasciare spazio alla ricerca e
ai suoi risultati.
Ciò nonostante, fedele all’esempio di Cristo, la Chiesa ritiene che
l’ammonizione dell’apostolo san Pietro alla « sobrietà » e alla vigilanza sia
sempre attuale.123 Nei nostri giorni, certo, conviene difendersi
da una « ebbrezza » nuova. Ma il sapere e la potenza tecnica possono anche
inebriare. L’uomo è fiero, oggi, delle sue scoperte, e spesso giustamente. Ma
nel nostro caso è sicuro che le sue analisi abbiano chiarito tutti i fenomeni
caratteristici e rivelatori della presenza del demonio? Non esiste su questo
punto più nulla di problematico? L’analisi ermeneutica e lo studio dei Padri
avrebbero appianato le insidie di tutti i testi? Nulla è meno sicuro. Certo, in
altri tempi, ci fu qualche ingenuità nel temere di incontrare qualche demonio
all’incrocio dei nostri pensieri. Ma non ce ne sarebbe altrettanta oggi nel
postulare che i nostri metodi diranno presto l’ultima parola sulla profondità
delle coscienze, dove interferiscono i rapporti misteriosi dell’anima e del
corpo, del soprannaturale, del preternaturale e dell’umano, della ragione e
della rivelazione? Perché queste questioni sono sempre state considerate ampie e
complesse. Quanto ai nostri metodi odierni, essi, come quelli degli antichi,
hanno limiti che non possono varcare. La modestia, che è anche una qualità
dell’intelligenza, deve conservare i suoi diritti e mantenerci nella verità.
Perché questa virtù – pur tenendo conto dell’avvenire – permette fin d’ora al
cristiano di fare posto all’apporto della rivelazione, in breve: alla fede.
È alla fede, in realtà, che ci riconduce l’apostolo san Pietro quando ci invita
a resistere al demonio « saldi nella fede ». La fede ci insegna, infatti, che la
realtà del male « è un essere vivo, spirituale, pervertito e pervertitore »124 e
sa anche darci fiducia, facendoci sapere che la potenza di satana non può
varcare le frontiere impostegli da Dio; ci assicura egualmente che se il diavolo
è in grado di tentare, non può strappare il nostro consenso. Soprattutto la fede
apre il cuore alla preghiera, nella quale trova la sua vittoria e il suo
coronamento, ottenendoci di trionfare sul male grazie alla potenza di Dio.
Resta per certo che la realtà demoniaca, attestata concretamente da quello che
chiamiamo il mistero del male, rimane ancora oggi un enigma che avvolge la vita
cristiana. Noi non sappiamo molto meglio degli apostoli perché il Signore lo
permette, né come lo fa servire ai suoi disegni, ma potrebbe accadere che, nella
nostra civiltà invaghita di orizzontalismo secolare, le esplosioni inattese di
questo mistero offrano un senso meno refrattario alla comprensione. Esse
obbligano l’uomo a guardare più lontano, più in alto, al di là delle immediate
evidenze; attraverso la minaccia e la prepotenza del male, che impediscono il
nostro cammino, ci permettono di discernere resistenza di un aldilà da
decifrare, e di volgerci allora verso Cristo per ascoltare da lui la buona
novella della salvezza offerta come grazia.
* * *
(*) L’Osservatore Romano, 26 giugno 1975 (cfr Enchiridion Vaticanum, vol. 5, nn. 1347-1393,
pp. 830-879). Il testo originale francese: L’Osservatore Romano,
edizione in lingua francese, 4 luglio 1975.
[le note sono dell’originale francese]
(1) La fermeté de l’Église à l’égard de la superstition s’explique déjà par
la sévérité de la Loi mosaïque, quand bien même celle-ci n’était pas
formellement motivée par les attaches de cette superstition avec les démons.
C’est ainsi que Exode 22, 17 condamnait à mort la sorcière sans explication.
Lévitique 19, 26 et 31 interdisait la magie, l’astrologie, la nécromancie et la
divination ; Lévitique 20, 27 y ajoutait l’évocation des esprits. Deutéronome
18, 10 résumait, en proscrivant devins, astrologues, magiciens, sorciers,
enchanteurs, évocateurs de spectres et d’esprits, consulteurs des morts. En
Europe, le haut Moyen Age conserva un grand nombre de superstitions païennes,
comme en témoignent les sermons de saint Césaire d’Arles et de saint Eloi, le De
correctione rusticorum de Martin de Braga, les index contemporains des
superstitions (cf. PL 89, 810-818) et les pénitentiels. Le
premier Concile de Tolède (Denz.-Sch., n. 205), puis celui de Braga (Denz.-Sch.,
n. 459) condamnèrent l’astrologie. De même la lettre du Pape saint Léon le Grand
à Turibius d’Astorga (Denz.-Sch., n. 283). La Règle IXe du
Concile de Trente interdit les ouvrages de chiromancie, de nécromancie, etc. (Denz.-Sch.,
n. 1859). La magie et la sorcellerie motivèrent à elles seules un grand nombre
de bulles pontificales (Innocent VIII, Léon X, Adrien VI, Grégoire XV, Urbain
VIII) et bien des décisions de Synodes régionaux. Sur le magnétisme et le
spiritisme, on retiendra surtout la lettre du Saint-Office du 4 août 1856 (Denz.-Sch.,
n. 2823-2825).
(2) De diabolo tentatore, homil. II, 1, PG 49, 257-258.
(3) Ac 23, 8. Dans le contexte des croyances juives aux anges et aux esprits du
mal, rien n’oblige à restreindre le sens du mot « esprit », employé sans
détermination, à signifier seulement les esprits des morts : il s’applique aussi
aux esprits du mal, c’est-à-dire aux démons. Telle est du reste l’opinion de
deux auteurs juifs (G. F. MOORE, Judaism in the First Centuries of
the Christian Era, vol. I, 1927, p. 68 ; M. SIMON, Les Sectes
juives au temps de Jésus, Paris 1960, p. 25) et d’un protestant (U. MEYER, T.W.N.T.,
VII, p. 54).
(4) En déclarant : « Ne croyez pas que je sois venu renverser la Loi ou les
Prophètes : je ne suis pas venu renverser mais compléter » (Mt 5, 17), Jésus
exprima sans ambages son respect du passé : les versets suivants (19-20)
confirment cette impression. Mais sa réprobation de l’acte de séparation (Mt 5,
31), de la loi du talion (Mt 5, 38), etc., marquent l’indépendance totale plus
que le désir d’assumer le passé et de le compléter. Il en est de même à plus
forte raison de sa réprobation pour l’attachement scrupuleux des Pharisiens aux
traditions des anciens (Mc 7, 1-22).
(5) Mt 8, 28-34 ; 12, 22-45. Tout en admettant des variations dans le sens que
chacun des Synoptiques accorde aux exorcismes, il faut reconnaître que leur
accord est largement concordant.
(6) Mc 1, 12-13.
(7) Mt 5, 37 ; 6, 13 (cf. Jean CARMIGNAC, Recherches sur le « Notre
Père », Paris 1969, p. 305-319). Telle est du reste l’interprétation
générale des Pères grecs et de plusieurs occidentaux (Tertullien, saint
Ambroise, Cassien) ; mais saint Augustin et le Libera nos de
notre messe latine orientèrent vers une interprétation impersonnelle.
(8) E. RENAUDOT, Liturgiarum orientalium collectio, t. II (ad
locum Missae) ; H. DENZINGER, Ritus Orientalium, 19612,
t. II, p. 436. Telle est aussi apparemment l’interprétation suivie par S. S. le
Pape Paul VI dans son allocution « Padre nostro..., liberaci dal male! »
faite au cours de l’audience générale du 15 novembre 1972, car elle y parle du
Mal comme principe vivant et personnel (L’Osservatore Romano du 16
novembre 1972).
(9) Mt 13, 19.
(10) Mt 13, 39.
(11) Mt 16, 19, ainsi compris par P. Jouon, M.-J. Lagrange. A. Médebielle, D.
Buzy, M. Meinertz, W. Trilling, J. Jéremias, etc. On ne comprend donc pas
comment tel contemporain néglige Matthieu 16, 19 pour ne s’arrêter qu’à 16, 23 !
(12) Lc 22, 31.
(13) Jn 14, 30.
(14) Luc 22, 53 ; cf. Luc 22, 3, suggère, comme on le reconnaît du reste, que
l’Évangéliste entend d’une manière personnelle cette « puissance des ténèbres ».
(15) Jn 16, 11.
(16) Ep 2, 1-2 ; 2 Th 2, 11 ; 2 Co 4, 4.
(17) Ga 5, 17 ; Rm 7, 23-24.
(18) Ep 6, 11-16.
(19) Ep 4, 27 ; 1 Co 7, 5.
(20) Rm 16, 20.
(21) 2 Co 4, 4.
(22) 2 Th 2, 7.
(23) 2 Co 4, 4, évoqué par S. S. Paul VI dans l’allocution déjà citée.
(24) 1 Co 10, 19-20 ; Rm 1, 21-22. Telle est effectivement l’interprétation
suivie par Lumen gentium, n. 16 : « At saepius homines, a Maligno
decepti, evanuerunt in cogitationibus suis et commutaverunt veritatem Dei in
mendacium, servientes creaturae magis quam Creatori ».
(25) 2 Co 11, 3.
(26) 2 Th 2, 3-4, 9-11.
(27) Ap 12, 9.
(28) Jn 12, 31 ; 14, 30 ; 16, 11.
(29) Jn 8, 34.
(30) Jn 8, 38. 44.
(31) Jn 8, 34. 44.
(32) Jn 8, 41.
(33) Ibid.
(34) Jn 8, 38. 44.
(35) J. QUASTEN, Initiation aux Pères de l’Église, t. I, Paris
1955, p. 279 (= Patrology, vol. I, p. 246).
(36) Adv. Haer., V, XXIV, 3, PG 7, 1188 A.
(37) Id., XXI, 2, PL 7, 1179 G - 1180 A.
(38) De civitate Dei, lib. XI, IX, PL 41, 323-325.
(39) De Genesi ad litteram, lib. XI, XXIV, 31, PL 34, 441-442.
(40) PL 76, 694, 705, 722.
(41) Saint IRÉNÉE, Adv. Haer., VI, XI, 3, PG 7, 113 C.
(42) De praescriptionibus, cap. XL, PL 2, 54 ; De ieiuniis, cap. XVI, ibid.,
977.
(43) « Firmiter credimus et simpliciter confitemur...unum universorum
principium, creator omnium invisibilium et visibilium, spiritualium et
corporalium, qui sua omnipotenti virtute simul ab initio temporis, utramque de nihilo condidit
creaturam, spiritualem et corporalem, angelicam videlicet et mundanam, ac deinde humanam quasi communem ex spiritu et corpore constitutam. Diabolus enim et
daemones alii a Deo quidem natura creati sunt boni, sed ipsi per se facti sunt
mali. Homo vero diaboli suggestione peccavit...» (C. Oe. D. = Conciliorum
Oecumenicorum Decreta, édit. I, n. 800).
(44) La première en date est la profession de foi du Synode de Lyon (ann.
1179/1181), prononcée par P. Valdo (édit. A. DONDAINE, Arch. Fr.
Pr., 16, 1946, 231-235), puis celle que Durand de Huesca dut professer
devant l’évêque de Tarragone (PL 215, 1510-1513) en 1208 ; enfin
celle de Bernard Prim en 1210 (PL 216, 289-292). Denz.-Sch.,
n. 790-797 donne une collation de ces documents.
(45) Au Concile de Braga (560/563) au Portugal (Denz.-Sch., n. 451-464).
(46) Ph 2, 10.
(47) Ep 1, 21.
(48) Col 1, 16.
(49) C. Oe. D., p. 5 et 24 ; Denz.-Sch., n. 125-150.
(50) Denz.-Sch., n. 188.
(51) À Jérusalem (Denz.-Sch., n. 41), à Chypre (rapporté par Épiphane de
Salamine : Denz.-Sch., n. 44), à Alexandrie (Denz.-Sch., n.
46), à Antioche (ib., n. 50), en Arménie (ib., n. 84), etc.
(52) PE (= Prex Eucharistica, édit. Hänggi-Pahl,
Fribourg 1968), p. 244.
(53) PE, p. 232 et 348.
(54) PE, p. 327, 332, 382.
(55) Adv. Haer., II, XXX, 6, PG 7, 818 B.
(56) PG 25, 199-200.
(57) De fide orthodoxa contra Arianos : dans les œuvres
attribuées à saint Ambroise (PL 17, 549) et à Phébade (PL 20,
49).
(58) De Genesi ad litteram liber imperfectus, I, 1-2, PL 34,
221.
(59) De fide liber unus, III, 25, PL 65, 683.
(60) Cette profession de foi, prononcée par l’empereur Michel Paléologue, est
conservée par Hardouin et par Mansi dans les Actes de ce Concile ; on la
trouvera commodément dans Denz.-Sch., n. 851. La C. Oe. D. de
Bologne l’omet sans en donner les raisons (au premier Concile du Vatican, le
rapporteur de la Deputatio fidei s’en réclama pourtant
officiellement, MANSI, t. LII, 113 B).
(61) Sess. IX : Bulla unionis Coptorum, C. Oe. D., p. 571 ; Denz.-Sch.,
n. 1333.
(62) Denz.-Sch., n. 1862 (la C. Oe. D. ne la donne pas).
(63) Sess. III : Constitutio « Dei
Filius », cap. I : C. Oe. D., p. 805-806 ; Denz.-Sch., n. 3002.
(64) Mani, fondateur de la secte, vécut au IIIe siècle de notre
ère. Dès le siècle suivant s’affirma la résistance des Pères au manichéisme.
Épiphane consacra à cette hérésie un long exposé suivi d’une réfutation (Haer. 66, PG 42,
29-172). Saint Athanase en parle à l’occasion (Oratio contra gentes, 2, PG 25,
6 C). Saint Basile composa un petit traité, Quod Deus non sit auctor malorum (PG 31, 330-354).
Didyme d’Alexandrie est l’auteur d’un Contra Manichaeos (PG 39,
1085-1110). En Occident, saint Augustin, après avoir admis dans sa jeunesse le
manichéisme, le combattit systématiquement après sa conversion (cf. PL 42).
(65) Oratio 40. In sanctum Baptisma, par. 45, PG 36, 424 A.
(66) Les Pères interprétèrent en ce sens Isaïe 14, 14 et Ézéchiel 28, 2, où les
prophètes stigmatisaient l’orgueil des rois païens de Babylone et de Tyr.
(67) « Ne me dites pas que la malice a toujours existé dans le diable ; il
en fut exempt dès l’origine et ce n’est là qu’un accident de son être, accident
survenu plus tard » (saint Jean CHRYSOSTOME, De diabolo tentatore, homil.,
Il, 2, PG 49, 260).
(68) Quod Deus non sit auctor malorum, 8, PG 31, 345 C-D.
(69) Oratio 38, In Theophania, 10, PG 36, 320
C - 321 A ; Oratio 45. In sanctum Pascha, ib., 629 B.
(70) Cf. supra, n. 67.
(71) Contra Manichaeos, 16 interprète en ce sens Jean 8, 44 (in
veritate non stetit), PG 39, 1105 G ; cf. Enarratio
in epist. B. Iudae, in v. 9, ibid., 1814 G - 1815 B.
(72) Adversus Marcionem, II, X, PL 2, 296-298.
(73) Voir au paragraphe suivant le premier des canons du De Trinitate.
(74) Apologia proph. David, I, 4, PL 14, 1453 C-D ; in
Psalmum 118, 10, PL 15, 1363 D.
(75) De Genesi ad litteram, lib. XI, XX-XXI, 27-28, PL 34, 439-440.
(76) « Si quis confitetur angelum apostaticum in natura, qua factus est, non a
Deo factum fuisse, sed ab se esse, ut de se illi principium habere adsignet,
anathema sit.
Si quis confitetur angelum apostaticum in mala natura a Deo factum fuisse et non
dixerit eum per voluntatem suam malum concepisse, anathema illi.
Si quis confitetur angelum Satanae mundum fecisse, quod absit, et non
indicaverit (iudicaverit) omne peccatum per ipsum adinventum fuisse » (De
Trinitate, VI, 17, 1-3, édit. V. Bulhart, CC, S.L., 9, p. 80-90 ; PL 62,
280-281).
(77) CSEL XXV/2, p. 977-982 ; PL 42, 1153-1156.
(78) De Genesi ad litteram liber imperfectus, I, 1-2, PL 34, 221.
(79) Denz.-Sch., n. 188.
(80) C’est-à-dire l’annotation sixième du mémoire adressé au Pape par son
correspondant, l’évêque d’Astorga.
(81) « Sexta annotatio indicat eos dicere quod diabolus numquam fuerit bonus,
nec natura eius opificium Dei sit, sed eum ex chao et tenebris emersisse : quia
scilicet nullum sui habeat auctorem, sed omnis mali ipse sit principium atque
substantia : cum fides vera, quae est catholica, omnium creaturarum sive
spiritualium, sive corporalium bonam confiteatur substantiam, et mali nullam
esse naturam; quia Deus, qui universitatis est conditor, nihil non bonum fecit.
Unde et diabolus bonus esset, si in eo quod factus est permaneret. Sed quia
naturali excellentia male usus est, et in veritate non stetit (Jn 8, 44), non in
contrariam transiit substantiam, sed a summo bono, oui debuit adhaerere,
descivit... » (Epist. 15, cap. VI, PL 24, 683
; cf. Denz.-Sch., n. 286 ; le texte critique édité par B. Vollmann,
O.S.B., n’apporte ici que des variantes de ponctuation).
(82) « Cap. LX : Fides vera, quae est Catholica, omnium creaturarum sive
spiritualium, sive corporalium bonam confitetur substantiam, et mali nullam esse
naturam ; quia Deus, qui universitatis est conditor, nihil non bonum fecit. Unde
et diabolus bonus esset, si in eo quod factus est permaneret. Sed quia naturali
excellentia male usus est, et in veritate non stetit, non in contrariam
substantiam transiit, sed a summo bono, cui debuit adhaerere, discessit » (De
ecclesiasticis dogmatibus, PL 58, 995 C-D). Mais la
recension primitive du même ouvrage, publiée en appendice des œuvres de saint
Augustin, n’a pas ce chapitre (PL 42, 1213-1222).
(83) De fide seu de regula fidei ad Petrum liber unus, PL 65, 671-706. « Principaliter tene » (III, 25, col. 683 A) ; « Firmissime... tene » (IV,
45, col. 694 C). « Pars itaque angelorum quae a suo creatore Deo, quo solo bono
beata fuit, voluntaria prorsus aversione discessit... » (III, 31, col. 687 A) ;
« [...] nullamque esse mali naturam » (XXI, 62, col. 699 D - 700 A).
(84) Concilia Gallica (314-506), CC, S.L., 148, édit. Ch.
Munier, p. 165, 25-26 ; de nouveau en appendice de l’Ordo XXXIV, dans M. ANDRIEU, Ordines
romani, t. III, Lovanii 1951, p. 616.
(85) PL 215, 1512 D ; A. DONDAINE, Arch. Fr. Pr., 16 (1946) 232 ; Denz.-Sch., n. 797.
(86) Denz.-Sch., n. 457.
(87) Cf. plus haut, n. 44.
(88) PL 204, 1235-1272 : cf. E. DELARUELLE, Dict.
H.G.E. XV, 754-757.
(89) PL 204, 775-792. Le contexte historique de l’Italie du
Nord à cette époque est bien décrit par le P. Ilarino da Milano, « Le
eresie medioevali » (sec. XI-XV) dans : Grande Antologia
filosofica, vol. IV, Milano 1954, p. 1599-1689. Quant à l’ouvrage de
Bonacursus, il fut étudié par le même P. Ilarino da Milano : La Manifestatio heresis
Catarorum quam fecit Bonacursus, secundo il cod. Ottob. lat. 136 della Biblioteca Vaticana, Aevum 12 (1938)
281-333.
(90) « Sed primo de fide. Contra quam proponit sententiam falsitatis et
iniquitatis, dicens Deum omnipotentem sola invisibilia et incorporalia creasse ;
diabolum vero, quem deum tenebrarum appellat, dicit visibilia et corporalia
creasse. Quibus predictis addit hereticus duo esse principia rerum : unum boni,
scilicet Deum omnipotentem ; alterum mali, scilicet diabolum. Addit etiam duas esse naturas : unam bonam, incorporalium, a Deo omnipotente
creatam ; alteram malam, corporalium, a diabolo creatam. Hereticus autem qui hoc
dicit antiquitus Manicheus, nunc vero Catharus appellatur » (Summa contra
haereticos, cap. I, édit. Joseph N. Garvin et James A. Corbett, University of Notre-Dame, 1958, p. 4).
(91) Ce traité, découvert et publié une première fois par le P. Antoine
Dondaine, O.P., vient d’être l’objet d’une seconde édition : Livre des
deux principes. Introduction, texte critique, traduction, notes et index,
par Christine Thouzellier, S. Chr. 198, Paris 1973.
(92) L. c., par. 1, p. 160-161.
(93) Ib., par. 12, p. 190-191.
(94) « Dominus papa, summo mane missa celebrata et omnibus episcopis per
sedes suas dispositis, in eminentiorem locum cum suis kardinatibus et ministris
ascendens, sancte Trinitatis fidem et singulos fidei articulos recitari fecit.
Quibus recitatis quesitum est ab universis alta voce : « Creditis haec per omnia
? ». Responderunt omnes : « Credimus ». Postmodum damnati sunt omnes heretici et
reprobate quorumdam sententie, Joachim videlicet et Emelrici Parisiensis. Quibus
recitatis iterum quesitum est: « An reprobatis sententias Joachim et Emelrici ?
». At illi magis invalescebant clamando: « Reprobamus » (A New Eyewitness
Account of the Fourth Lateran Council, publié par St. Kuttner et Antonio
Garcia y Garcia, dans Traditio 20, 1964, 115-128, spécialement
p. 127-128).
(95) Sess. VI., Decretum de iustificatione, cap. V, C. Oe. D., p. 672, Denz.-Sch., n. 1525.
(96) Sess. XIII, cap. I, C. Oe. D., p. 693 ; Denz.-Sch.,
n. 1636-1637.
(97) Sess. VI, cap. XIII, C. Oe. D., p. 676 ; Denz.-Sch.,
n. 1541.
(98) Denz.-Sch., n. 291 ; la formule sera reprise par la Sess. V,
c. 1, du Concile de Trente (C. Oe. D., p. 666 ; Denz.-Sch., n.
1511).
(99) Sess. XI : Bulla unionis Coptorum, C. Oe. D., p. 575-576 ; Denz.-Sch.,
n. 1347-1348.
(100) Sess. VI, cap. I : C. Oe : D., p. 671 ; Denz.-Sch., n. 1521.
(101) Col. 1, 13-14, cité dans le même décret, cap. III : C. Oe. D., p. 672 ; Denz.-Sch., n. 1523.
(102) Sess. XIV : De poenitentia, cap. I, C. Oe. D., p. 703 ; Denz.-Sch., n. 1668.
(103) Ce rite apparaît déjà au IIIe siècle dans la Tradition apostolique (édit.
B. Botte, ch. 21, p. 46-51). Et au IVe siècle, dans la liturgie
des Constitutions apostoliques, VII, 41 (édit F.-X. FUNK,Didascalia
et Constitutiones Apostolorum, t. I, 1905, p. 444-447).
(104) Ad gentes, n. 3 et 14 (on notera la référence à Col 1, 13,
ainsi que l’ensemble des références données à la note 19 du numéro 14).
(105) Gaudium et spes, n. 37 b.
(106) Ep 6, 11-12, signalé dans Lumen gentium, n. 48 d.
(107) Ep 6, 12, signalé également dans Lumen gentium, n. 35 a.
(108) Lumen gentium, n. 5 a.
(109) Lc 11, 20 ; cf. Mt 12, 28.
(110) C. VAGAGGINI, O.S.B., Il senso teologico della liturgia.
Saggio di liturgia teologica generale, Rome 1965/4, cap. XIII, Le
due città, la liturgia e la lotta contro Satana, p. 346-427 ; EGON VON PETERSDORFF, De
daemonibus in liturgia memoratis, Angelicum XIX (1942),
324-339 ; ID., Dämonologie. I. Dämonen im Weltplan, II. Dämonen am
Werk, München 1956-1957.
(111) On lira l’Ordo excommunicandi et absolvendi, notamment la longue
admonition « Quia N. diabolo suadente... », Pontificale romanum,
édit. 2a, Ratisbonne 1908, p. 392-398.
(112) Citons quelques mots de l’oraison Commendo te... : «
Ignores omne, quod horret in tenebris, quod stridet in flammis, quod cruciat in
tormentis. Cedat tibi teterrimus satanas cum satellitibus suis... ».
(113) Ainsi est-il statué par le paragraphe IV du Motu proprio « Ministeria
quaedam » : « ministeria in tota Ecclesia latina servanda, hodiernis
necessitatibus accommodata, duo sunt, Lectoris nempe etAcolythi.
Partes, quae hucusque Subdiacono commissae erant, Lectori et Acolythae
concreduntur, ac proinde in Ecclesia latina ordo maior Subdiaconatus non amplius
habetur. Nihil tamen obstat, quominus, ex Conferentiae iudicio, Acolythus
alicubi etiam Subdiaconus vocari possit » (AAS 64, 1972, p. 532).
Ainsi l’exorcistat est supprimé et il n’est pas prévu que ses pouvoirs puissent
être exercés par le lecteur ou l’acolyte. Le Motu proprio déclare
seulement à la page 531 que les Conférences épiscopales pourront demander pour
leur région les ministères de portier, d’exorciste et de catéchiste.
(114) Le passage à la forme déprécative n’a été opéré qu’après des « expériments
» suivis eux-mêmes de réflexions et de discussions au sein du Consilium.
(115) Ordo initiationis christianae adultorum, édit. typ. Rome 1972,
n. 101, 109-118, p. 36-41.
(116) Ibid., n. 25, p. 13 ; et n. 154-157, p. 54.
(117) Ainsi en fut-il dès la première édition : Ordo Baptismi
parvulorum, édit. typ. Rome 1969, p. 27, n. 49 ; et p. 85, n. 221. La seule
nouveauté est que cet exorcisme est déprécatif, oratio exorcismi ;
et qu’il est immédiatement suivi de l’unctio praebaptismalis (ib., n. 50). Mais les
deux rites, exorcisme et onction, signalés par des numéros d’ordre distincts,
ont chacun leur conclusion propre.
(118) Dans le nouvel Ordo Paenitentiae, édit. typ. Rome 1974, on
relèvera à l’appendice II l’oraison Deus humani generis benignissime conditor (p. 85-86) ; malgré de
légères retouches, elle est identique à l’oraison de même incipit de l’Ordo reconciliationis poenitentium du Jeudi saint
(Pontificale romanum, Ratisbonne 1908, p. 350).
(119) Ordo unctionis infirmorum eorumque pastoralis curae, édit. typ.,
Rome 1972, p. 33, n. 73).
(120) Ib., p. 34, n. 75.
(121) « Esce dal quadro dell’insegnamento biblico ed ecclesiastico chi si
rifiuta di riconoscerla esistente ; ovvero chi ne fa un principio a se stante,
non avente essa pure, come ogni creatura, origine da Dio ; oppure la spiega come
una pseudo-realtà, una personificazione concettuale e fantastica delle cause
ignote dei nostri malanni » (Padre nostro... liberaci dal male, audience
générale du 15 novembre 1972, voir L’Osservatore Romano du 16 novembre
1972). Le Saint-Père avait exprimé la même inquiétude dans son homélie du 29 juin
précédent (« Essere forti nella fede », L’Osservatore
Romano, 30 juin - 1er juillet 1972, p. 1-2).
(122) De diabolo tentatore, homil. II, PG 49, 259.
(123) 1 P 5, 8.
(124) S. S. PAUL VI, ibid.
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