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CONGREGAZIONE PER LA DOTTRINA DELLA FEDE
NOTIFICAZIONE
Come risulta dalla seguente «Notificazione», la Congregazione per la Dottrina della Fede, in conformità con il suo Regolamento per l’esame delle dottrine, ha esaminato alcune opere del Professor Dr. Reinhad Meßner (Innsbruck/Austria), che trattano aspetti fondamentali della fede e della vita sacramentale della Chiesa. La procedura d’esame si conclude ufficialmente con la pubblicazione di questa «Notificazione», che è stata prima presentata al Professor Meßner e da lui accettata. Con la firma del testo l’autore si è impegnato per il futuro ad attenersi ai chiarimenti contenuti nella «Notificazione». Essi saranno criterio vincolante per la sua attività teologica e per le sue future pubblicazioni teologiche.
Il
Professor Dr. Reinhard Meßner affronta nelle sue pubblicazioni, soprattutto
nella sua dissertazione «Die
Meßreform Martin Luthers und die Eucharistie der Alten Kirche. Ein Beitrag zu
einer systematischen Liturgiewissenschaft» (Innsbruck-Wien 1989), difficili problemi di teologia fondamentale, come ad esempio il rapporto fra
interpretazione della Scrittura e metodo storico-critico, fra Scrittura e
Tradizione, fra Magistero e suo oggetto, fra liturgia e dogma. Questi
problemi, a cui nel tempo della Riforma si diedero risposte contrastanti che
furono fra le cause essenziali della divisione ecclesiale, devono oggi di
fatto essere ripensati in considerazione delle nuove importanti acquisizioni
di carattere sia metodologico che contenutistico, non ultimo però alla luce
delle opzioni del Concilio Vaticano II. La discussione teologica, che comporta
sia possibilità di migliore comprensione fra le diverse confessioni, come
anche pericoli di nuovi malintesi, è in pieno corso e può solo essere
incoraggiata dal Magistero della Chiesa cattolica. Molte questioni sono ancora
aperte e necessitano di un ulteriore ed attento esame per raggiungere le
necessarie chiarificazioni. Lo scritto summenzionato di Meßner offre al
riguardo valide stimolazioni, che devono essere valutate come un contributo
positivo alla discussione in atto. Poiché
le spiegazioni dell’autore toccano i fondamenti della fede e della vita
sacramentale della Chiesa, emerge in punti essenziali la domanda se questi
fondamenti, che antecedono la teologia e la sostengono, sono veramente
salvaguardati. Poiché l’autore –in modo totalmente giustificato–
propone le sue riflessioni con una terminologia desunta dal pensiero storico
moderno, è difficile il confronto con gli insegnamenti della Chiesa espressi
nel linguaggio classico della Tradizione. Ma, anche tenendo conto dei problemi
linguistici e del necessario sviluppo del pensiero teologico, rimane il fatto
che insegnamenti di fede della Chiesa vengono in realtà almeno oscurati e
vengono fatte scelte che solo apparentemente derivano da opinioni storiche, ma
in realtà si fondano su presupposti che sono problematici e nelle loro
conseguenze fanno deviare dalla fede cattolica. Ciò
riguarda innanzitutto il rapporto fra Scrittura, Tradizione, interpretazione
magisteriale della fede ed esegesi storico-critica. L’autore è ben
consapevole della problematica della “sola scriptura”, come fu formulata
nel tempo della Riforma. Egli riconosce che la «Tradizione è più antica
della Scrittura e la Scrittura è parte della Tradizione» (pag. 13). Ma è
allo stesso tempo convinto che ogni autentica tradizione apostolica è
raccolta nella Scrittura e che pertanto la Scrittura è in quanto «norma
indiscutibile… istanza critica di ogni ulteriore Tradizione» (pag. 14). «La
Tradizione è così la realizzazione espressa in modo sempre nuovo del
kerigma, che si trova in una forma valida una volta per tutte nella Scrittura»
(pag. 16). Sul presupposto di questa riduzione della Tradizione alla
ripresentazione kerigmatica della Scrittura «nei presupposti culturali e
nelle condizioni di vita del momento» (pag. 14) è del tutto consequenziale,
l’affermazione che: «Il principio della “sola scriptura” come elemento
costitutivo inalienabile di ciò che caratterizza la Riforma mi sembra
garantito nella concezione delineata» (pag. 14). Esso sembra di fatto
garantito, anche se non «sembra» garantita la dottrina del Concilio di
Trento e del Vaticano II (Dei verbum) su Scrittura e Tradizione. Meßner
stesso è consapevole del pericolo che la fede possa essere esposta «alla
situazione della scienza teologica del momento» (pag. 15) e che questo debba
essere evitato. In realtà però la sua concezione conduce inevitabilmente
proprio a questo risultato, perché per l’interpretazione della Scrittura
non resta alla fine altra istanza se non l’esegesi scientifica. Egli stesso
afferma al riguardo: «In casi di conflitto è indubbiamente sempre la
Tradizione ovvero la teologia che deve essere corretta a partire dalla
Scrittura, non la Scrittura che deve essere interpretata alla luce di una
tradizione successiva (o di una decisione magisteriale); ciò condurrebbe ad
un dannoso dogmatismo» (pag. 16). Colpisce qui che per mezzo della copula «ovvero»
Tradizione e teologia vengono equiparate o in ogni caso poste sullo stesso
piano; la Tradizione è menzionata solo come «tradizione posteriore» e la «decisione
magisteriale» viene a sua volta per mezzo di una «o» posta su di uno stesso
livello con le «tradizioni posteriori», così che l’obbedienza nei
confronti di queste così come l’ascolto della Tradizione condurrebbe ad un
dannoso dogmatismo. Non si vede come, in questa concezione della Tradizione e
del Magistero, la Scrittura possa essere istanza critica se non per mezzo
dell’esegesi scientifica, che in tal modo viene elevata ad ultima autorità
- contro la dichiarata intenzione dell’autore. La medesima problematica
appare in riferimento alla liturgia, quando Meßner pone quale principio
metodologico fondamentale: «La Tradizione dogmatica (che concerne la
liturgia) deve quindi essere interpretata alla luce della tradizione liturgica
e non viceversa» (pag. 12). Il motivo di questa affermazione appare nella
frase precedente, laddove la Tradizione dogmatica viene designata come «tradizione
dogmatica secondaria». Liturgia e fede appaiono qui come due mondi totalmente
autonomi, che non si toccano, la Tradizione liturgica e quella dogmatica come
due tradizioni indipendenti l’una dall’altra; dietro la «tradizione
secondaria» non emerge più nessuna tradizione portante comune della fede,
così che la Tradizione esiste solo in «tradizioni», che come tali sono per
loro essenza secondarie. Le conseguenze di questo modo di vedere la Scrittura, la Tradizione ed il Magistero divengono manifeste nelle questioni fondamentali della fede eucaristica. Che la Tradizione non possa garantire niente dal punto di vista del contenuto e che pertanto ci lascia alle ipotesi storiche del momento, diviene visibile quando Meßner a proposito dell’origine dell’Eucaristia afferma: «Ciò che ci è tramandato rispecchia ultimamente la prassi catechetica delle comunità. Non è quindi possibile dedurne una teologia dell’Eucaristia a partire da una assoluta volontà istitutiva di Gesù, che poi norma ogni tradizione liturgica» (pag. 17). Che cosa Gesù stesso veramente voleva quindi non lo sappiamo e, secondo questa ricostruzione, non possiamo fare riferimento ad un’istituzione dell’Eucaristia da parte di Gesù. Meßner si rifà pertanto per i primi tempi della Chiesa, anche se con lievi modifiche, alla nota tesi di H. Lietzmann (Messe und Herrenmahl. 1926) e ritiene di poter stabilire per questo periodo due diversi tipi di «Eucaristia»: da una parte «pasti orientati prevalentemente in senso escatologico» (come in Didache 9 e 10) e «una celebrazione liturgica, che si ricollega essenzialmente all’ultima cena di Gesù» (pag. 27). Egli dice esplicitamente che «dallo “spezzare del pane” del cristianesimo primitivo nessuna linea diretta conduce alla nostra celebrazione eucaristica» (pag. 32). Nondimeno egli vede due legami fra la «Cena del Signore» del cristianesimo primitivo e l’Eucaristia della Chiesa cattolica: «l’orientamento escatologico… e la comunione (Koinonia)…» (pag. 33). Soltanto questo si potrebbe pertanto considerare come nucleo essenziale dell’«Eucaristia» risalente al tempo primitivo. Da
tali presupposti –oggi largamente diffusi– appare visibile che la nuova
formulazione del principio della «sola scriptura» non garantisce la
normatività della Scrittura, che parla esplicitamente nei quattro racconti
tramandati dell’istituzione del fatto che il Signore, nella notte in cui fu
tradito, consegnò ai suoi se stesso - corpo e sangue - nel pane e nel vino, e
in questi doni fondò la nuova alleanza. Le ipotesi sull’origine dei testi
paralizzano la parola biblica come tale. Viceversa appare evidente che la
Tradizione nel suo senso definito dalla Chiesa non significa manipolazione
della Scrittura per mezzo di insegnamenti e di usi successivi ma al contrario
rappresenta la garanzia perché la parola della Scrittura possa conservare la
sua pretesa. Meßner
individua poi, nel secondo secolo, una «profonda cesura», il «passaggio dal
cristianesimo fondamentalmente carismatico, profetico, determinato
sostanzialmente dall’attesa escatologica imminente alla “Chiesa del
cattolicesimo incipiente”» (pag. 17). In questo momento avviene secondo Meßner
un «cambiamento di paradigma dal paradigma “Cena del Signore” del
cristianesimo primitivo al paradigma “Messa” del cristianesimo maturo»
(pag. 42). Con il tramontare dell’attesa escatologica imminente, nella metà
del secondo secolo nasce qualcosa di nuovo –così ci spiega Meßner–, vale
a dire la Chiesa del cattolicesimo incipiente, i cui contenuti essenziali
vengono così descritti: «Si forma lentamente il canone del Nuovo Testamento,
emerge un ministero ecclesiale, che in questa forma non caratterizzava il
cristianesimo primitivo, per la conservazione della tradizione apostolica, e
cambia la comprensione della liturgia» (pag. 42). Queste tesi non sono nuove,
anche se con la sottolineatura del «cambiamento di paradigma» liturgico si
differenziano in modo caratterizzante dalla descrizione classica degli
elementi costitutivi del «Frühkatholizismus» fatta da Harnack, il quale
metteva insieme regula fidei, Canone ed episcopato. Nuovo è comunque il fatto
che questa classica visione del modo protestantico di scrivere la storia dei
dogmi viene qui presentata come teologia cattolica e collegata con una
profonda rottura nel cuore sacramentale della Chiesa, che comporta non solo la
trasformazione della Cena del Signore in Messa, ma - a questa collegata - il
formarsi dell’ufficio sacerdotale (episcopale) come elemento fondamentale
della nuova forma di «Eucaristia». Sebbene Meßner parta da una chiara
rottura nella storia fra fede e liturgia, non intende tuttavia considerare il
nuovo come tradimento della testimonianza biblica (pag. 43ss), ma gli
riconosce - così come esso appare per la prima volta in Ippolito - una certa
normatività, alla quale egli poi commisura gli sviluppi del Medioevo, il
Concilio di Trento e la Teologia di Lutero. Che egli in questo contesto possa
giudicare il medioevo e Trento sostanzialmente solo come malinteso e
decadenza, non deve sorprendere. Una portata molto più profonda ha la tesi
della doppia rottura nella storia della fede, che viene qui proposta: fra Gesù
e la Chiesa primitiva carismatica innanzitutto, fra questa e la Chiesa del
cattolicesimo incipiente successivamente. La
tesi di abilitazione di R.
Meßner «Feiern der Umkehr und Versöhnung» (in: Gottesdienst der Kirche.
Handbuch der Liturgiewissenschaft. Edito da H. B. Meyer e altri, Teil 7,2: R.
Meßner - R. Kaczynski, Sakramentliche Feiern I/2. Regensburg 1992, pagg. 49-240) non entra di nuovo nella discussione dei problemi
fondamentali, ma parte dagli stessi presupposti metodologici. L’opera, che
offre senza dubbio riflessioni degne di attenzione sullo sviluppo della storia
della penitenza, solleva però a sua volta in modo analogo nei confronti
dell’istituzione del sacramento da parte di Cristo, del ministro del
sacramento e della sua distinzione da forme non sacramentali del perdono, dei
gravi problemi, che toccano la fede della Chiesa come tale al di là
dell’ambito della discussione teologica. Nel
gennaio 1998 la Congregazione per la Dottrina della Fede, a motivo della
serietà dei problemi qui presenti, ha esaminato secondo la sua Agendi
ratio in doctrinarum examine (1997) la problematica di entrambe le
suddette opere dell’autore e, conformemente alla sua responsabilità, ha
presentato il 26 settembre 1998 al prof. Meßner, tramite il Vescovo di
Innsbruck, Dr. Alois Kothgasser, alcune osservazioni critiche alle sue
dissertazioni. Il professor Meßner in data 13 novembre 1998 ha risposto a
questo scritto della Congregazione e ha trasmesso una serie di ampie
chiarificazioni, che nondimeno non risultavano sufficienti, a risolvere i
problemi nella loro totalità. La Congregazione pertanto in data 12 agosto
1999 ha fatto presenti gli interrogativi che rimanevano, ai quali il professor
Meßner ha risposto il 3 novembre 1999. Anche la seconda risposta conteneva
dei miglioramenti e dei chiarimenti, ma non risolveva totalmente le questioni
riguardanti le opzioni fondamentali del suo libro in relazione
all’insegnamento di fede della Chiesa. Al riguardo la Congregazione per la
Dottrina della Fede non considera come suo compito entrare nelle discussioni
di carattere storico e di teologia sistematica, che si trovano in entrambi i
libri. Essa pertanto non intende neppure proporre una interpretazione
conclusiva di queste opere. Lasciando aperte evidentemente le questioni
puramente teologiche, essa considera tuttavia suo dovere richiamare in modo
inequivocabile le dottrine di fede, che devono essere tenute ferme in queste
discussioni, se una teologia deve essere considerata come «cattolica». In
considerazione dei problemi degli scritti, queste dottrine di fede vengono qui
proposte all’accettazione dell’autore. Esse costituiscono il criterio
vincolante per il miglioramento e la chiarificazione delle singole
affermazioni dei suoi libri e per le sue future pubblicazioni in questa
materia. I 1. L’insieme della
trasmissione della rivelazione ricevuta dagli apostoli nella Chiesa può
essere designata Tradizione in senso largo, o –come dice l’autore– «l’unico
evento di tradizione». 2.
Questa trasmissione avviene in due forme, l’una, scritta, è la Sacra
Scrittura, l’altra, non scritta, è la Tradizione in senso stretto. Infatti
la predicazione apostolica confluisce in modo particolare nella Sacra
Scrittura,1
ma non si esaurisce in essa. Perciò il concetto di Tradizione apostolica, che
sotto l’assistenza dello Spirito Santo viene trasmessa nella Chiesa, è più
ampio di ciò che è messo per iscritto esplicitamente nella Scrittura.2
Predicazione apostolica e tradizione, che deriva dagli apostoli, non possono
essere semplicemente equiparate. La
Sacra Scrittura e le sue affermazioni 3.
La Sacra Scrittura è fonte di conoscenza per la fede cattolica, secondo il
senso e l’intenzione salvifica, che sono stati messi per iscritto nel testo
odierno dallo Spirito Santo per mezzo dell’autore umano.3 La
Tradizione e le tradizioni 4.
Accanto alla Scrittura sta la Tradizione in senso stretto. Essa ci fa
conoscere l’ispirazione ed il canone della Scrittura, e senza di essa non è
possibile una spiegazione completa ed una attualizzazione della Scrittura.4
La fede cattolica non è desunta solo dal testo della Scrittura; la Chiesa
infatti non attinge la sua certezza su tutte le cose rivelate soltanto dalla
Scrittura.5 5.
La Tradizione è la trasmissione della rivelazione, che è stata affidata da
Cristo e dallo Spirito Santo agli apostoli, nella vita e nell’insegnamento
della Chiesa cattolica attraverso tutte le generazioni fino ad oggi.6
Solo questa Tradizione è norma di fede. 6.
Le «tradizioni», delle quali parlano il Concilio Vaticano I7
ed anche «Dei verbum» (Nr. 8), sono elementi particolari della «Tradizione».8
Accanto a queste nella Chiesa cattolica sono sempre esistite usanze antiche («tradizioni»
nel senso più vasto), che non sono vincolanti, ma mutabili. Il Magistero 7.
Nell’interpretazione della Parola di Dio, trasmessa nella Scrittura e nella
Tradizione, un ruolo importante compete alla scienza teologica. Supera le
possibilità della teologia spiegare la Parola di Dio in modo vincolante per
la fede e la vita della Chiesa. Questo compito è affidato al Magistero
vivente della Chiesa.9
Il Magistero non è al di sopra della Parola di Dio, ma la serve. Esso però
è al di sopra delle spiegazioni della Parola di Dio, in quanto giudica se una
tale spiegazione corrisponde o meno al senso tramandato della Parola di Dio.10 La
Liturgia 8.
Nella Liturgia si attua l’opera della nostra redenzione.11
Essa è «il culmine verso cui tende l’azione della Chiesa e, insieme, la
fonte da cui promana tutta la sua virtù».12
Essa rende presente così il «mistero della fede» ed è allo stesso tempo la
sua più alta testimonianza. I riti liturgici riconosciuti dalla Chiesa sono
pertanto anche forme espressive normative della fede, nelle quali si manifesta
la tradizione apostolica della Chiesa. 9.
Fra le forme magisteriali della definizione della fede (Regula fidei, Symbolum,
Dogma) e la loro attualizzazione nella liturgia non può pertanto esservi
nessuna contraddizione. La fede definita è vincolante per ogni liturgia, per
l’interpretazione e per nuove formulazioni della liturgia. II L’istituzione dell’Eucaristia 10.
Secondo la fede della Chiesa Cristo ha istituito i sette sacramenti. Il
concetto di istituzione non significa che Cristo nella sua vita terrena abbia
espressamente determinato nei particolari ogni singolo sacramento come tale.
La Chiesa nella sua memoria guidata dallo Spirito Santo, che poteva includere
una maturazione anche di un certo tempo,13
ha compreso quali delle sue azioni simboliche sono ancorate nella volontà del
Signore e pertanto appartengono alla essenza della sua missione. Essa ha così
imparato a distinguere, nel vasto ambito dei sacramenta, i «sacramenti»
in senso stretto dai sacramentali: solo i primi risalgono al Signore stesso e
posseggono quindi quell’efficacia particolare, che deriva
dall’istituzione.14 11.
La Chiesa è certa nella fede che Cristo stesso - come narrano i Vangeli (Mt
26, 26-29; Mc 14, 22-25; Lc 22, 15-20) e San Paolo per
tradizione apostolica (1 Cor 11, 23-25) - nella cena prima della sua
passione consegnò ai discepoli sotto le specie del pane e del vino il suo
corpo ed il suo sangue ed istituì così l’Eucaristia, che veramente è il
suo proprio dono alla Chiesa di tutti i tempi.15 12.
Non è quindi sufficiente supporre che Cristo nel cenacolo –come
continuazione della sua comunione di mensa– abbia compiuto una azione
conviviale simbolica analoga con prospettiva escatologica. È fede della
Chiesa che Cristo nell’ultima cena ha offerto il suo corpo ed il suo sangue –se stesso– a suo Padre e ha dato se stesso da mangiare ai suoi
discepoli sotto i segni del pane e del vino.16 Il
ministero nella Chiesa 13.
Nella vocazione e nella missione dei dodici apostoli secondo la fede della
Chiesa Cristo ha allo stesso tempo fondato il ministero della successione
apostolica, che nella sua forma piena si realizza nei Vescovi come successori
degli apostoli. Il ministero ordinato nel suo triplice grado –vescovo,
presbitero, diacono– è una forma legittimamente sviluppatasi nella Chiesa e
pertanto vincolante per la Chiesa stessa dello sviluppo del ministero della
successione apostolica.17
Questo ministero che si fonda sulla volontà istitutiva del Signore viene
trasmesso con la consacrazione sacramentale. 14.
Il Concilio Vaticano II afferma: il sacerdote ministeriale «con la potestà
sacra di cui è investito» compie il sacrificio eucaristico in persona di
Cristo.18
L’Eucaristia
e la fede 15.
Lo Spirito Santo per mezzo del sacerdote consacrato e le parole di Cristo da
lui pronunciate rendono presenti il Signore ed il suo sacrificio.19 Non
per suo potere e non per un incarico umano, ad esempio da parte della comunità,
ma solo in forza della potestà data dal Signore nel sacramento la preghiera
del sacerdote può invocare efficacemente lo Spirito Santo e la sua forza
trasformante. La Chiesa definisce questa azione orante del sacerdote una
azione «in persona Christi».20
Il
Sacramento della Penitenza e la Scrittura 16.
La Chiesa nella fede sa e pertanto insegna in modo vincolante che Cristo oltre
il sacramento del battesimo che rimette i peccati ha istituito il sacramento
della Penitenza come sacramento del perdono. Questa consapevolezza si fonda
sopratutto su Gv 20, 22s. Anche qui il sacerdote può parlare «in
persona Christi» e comunicare autorevolmente il perdono solo a partire dal
potere del sacramento, con il quale è stato consacrato.21
Il
Sommo Pontefice Giovanni Paolo II, nell’Udienza del 27 ottobre 2000 concessa
al sottoscritto Segretario, ha approvato la presente Notificazione, decisa
nella Sessione Ordinaria di questa Congregazione, e ne ha ordinato la
pubblicazione. Roma,
dalla Sede della Congregazione per la Dottrina della Fede, il 30 novembre
2000. +
Joseph Card. RATZINGER +
Tarcisio Bertone, S.D.B. 1 «Itaque praedicatio apostolica, quae in inspiratis libris in speciali
modo exprimitur…» (Concilio Vaticano II, Dei Verbum 8). 2«Haec
quae est ab Apostolis Traditio sub assistentia Spiritus Sancti in Ecclesia
proficit …» (Concilio Vaticano II, Dei Verbum 8). 3 «Cum ergo omne id, quod auctores inspirati seu hagiographi asserunt,
retineri debeat assertum a Spiritu Sancto, inde Scripturae libri veritatem,
quam Deus nostrae salutis causa Litteris Sacris consignari voluit,
firmiter, fideliter et sine errore docere profitendi sunt» (Concilio
Vaticano II, Dei Verbum 11). 4«Per
eandem Traditionem integer Sacrorum Librorum canon Ecclesiae innotescit,
ipsaeque Sacrae Litterae in ea penitius intelliguntur et indesinenter
actuosae redduntur» (Concilio Vaticano II, Dei Verbum 8). 5 «…quo fit ut Ecclesia certitudinem suam de omnibus revelatis non per
solam Sacram Scripturam hauriat» (Concilio Vaticano II, Dei Verbum
9. 6 «… et sine scripto traditionibus, quae ab ipsius Christi ore ab
Apostolis acceptae, aut ab ipsis Apostolis Spiritu Sancto dictante
quasi per manus traditae ad nos usque pervenerunt…» (Concilio di
Trento: DS 1501; cfr anche Concilio Vaticano I: DS 3006). 7 «Haec porro supernaturalis revelatio… continetur “in libris scriptis
et sine scripto traditionibus”…» (Concilio Vaticano I: DS
3006; così si devono intendere «traditiones» anche in Dei Verbum
8). I Padri del Concilio
di Trento erano ben consapevoli della differenza fra «Tradizione
apostolica» e «tradizioni» della Chiesa. Essi avevano ben chiaro anche,
ad es. nel Decreto sul Sacramento della Penitenza, che esse accanto a
contenuti di fede rivelata, attinta alla Scrittura e alla Tradizione,
presentavano anche altre convinzioni e usanze, che non derivavano dalla
rivelazione. I Padri del Concilio hanno anche distinto fra
“Tradizione” e usanze di fatto cattolico-romane. Storicamente non è
neppure sostenibile che Trento si sia sempre e soltanto indirizzato contro
presunte dottrine false dei Riformatori. 8 Cfr. Concilio Vaticano II, Dei Verbum 7 - 10. 9 «Munus autem authentice interpretandi verbum Dei scriptum vel traditum soli
vivo Ecclesiae Magisterio concreditum est, cuius auctoritas in nomine Iesu
Christi exercetur» (Concilio Vaticano II, Dei Verbum 10). 10 «Quod quidem Magisterium non supra verbum Dei est, sed
eidem ministrat, docens nonnisi quod traditum est, quatenus illud, ex
divino mandato et Spiritu Sancto assistente, pie audit, sancte custodit
et fideliter exponit, ac ea omnia ex hoc uno fidei deposito haurit, quae
tamquam divinitus revelata credenda proponit…» (Concilio Vaticano II, Dei
Verbum 10). 11 Cfr Concilio Vaticano II, Sacrosanctum Concilium,
2. 12 Sacrosanctum Concilium, 10. 13 Cfr Concilio Vaticano II, Dei verbum 8. 14 Cfr Concilio di Trento: DS 1601; Concilio Vaticano II,
Sacrosanctum Concilium 60. 15 Cfr Concilio di Trento: DS 1638, 1642. 16 Cfr Concilio di Trento: DS 1637-1638; 1640; 1740-1741. 17 «Christus, quem Pater sanctificavit et misit in mundum
(Io. 10,36), consecrationis missionisque suae per Apostolos suos, eorum
successores, videlicet Episcopos participes effecit, qui munus ministerii
sui, vario gradu, variis subiectis in Ecclesia legitime tradiderunt»
(Concilio Vaticano II, Lumen gentium 28). 18 «Sacerdos quidem ministerialis, potestate sacra qua
gaudet, …sacrificium eucharisticum in persona Christi conficit»
(Concilio Vaticano II, Lumen gentium 10). 19 «In institutionis narratione vis verborum et
actionis Christi, et Spiritus Sancti potentia, sub panis et vini speciebus
Eius corpus et sanguinem sacramentaliter efficiunt praesentia, Eius
sacrificium semel pro semper in cruce oblatum» (Catechismus Catholicae
Ecclesiae, 1375). 20 Cfr Concilio Vaticano II, Lumen gentium 10. 21 Cfr Concilio di Trento: DS 1601, 1670, 1701.
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