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CONGREGAZIONE PER LA DOTTRINA DELLA FEDE
PRESENTAZIONE DELLA LETTERA APOSTOLICA INTERVENTO DELL’EM.MO CARD.
JOSEPH RATZINGER
Giovedì, 2 maggio 2002 Che l'umanità abbia bisogno di purificazione e di perdono, è
del tutto evidente in questa nostra ora storica. Proprio per questo il Santo
Padre nella sua Lettera Apostolica Novo
millennio ineunte ha auspicato fra le priorità della missione della
Chiesa per il nuovo millennio "un rinnovato coraggio pastorale per proporre
in modo suadente ed efficace la pratica del sacramento della
Riconciliazione" (n. 37). A questo invito si riallaccia il nuovo Motu proprio Misericordia
Dei e concretizza teologicamente, pastoralmente e giuridicamente alcuni
importanti aspetti della prassi di questo Sacramento. Il Motu proprio
sottolinea innanzitutto il carattere personalistico del Sacramento della
Penitenza: come la colpa malgrado tutti i nostri legami con la comunità umana
è ultimamente qualcosa di totalmente personale, così anche la nostra
guarigione, il perdono deve essere totalmente personale. Dio non ci tratta come
parti di un collettivo - egli conosce ogni singolo per nome, lo chiama
personalmente e lo salva, se è caduto nella colpa. Anche se in tutti i
sacramenti il Signore si rivolge direttamente al singolo, il carattere
personalistico dell'essere cristiani si manifesta in modo particolarmente chiaro
nel sacramento della penitenza. Ciò significa che sono parti costitutive del
sacramento la confessione personale e il perdono rivolto a questa persona.
L'assoluzione collettiva è una forma straordinaria e possibile solo in ben
determinati casi di necessità; essa presuppone inoltre - proprio a partire
dall'essenza del sacramento - la volontà di provvedere alla confessione
personale dei peccati, non appena ciò sarà possibile. Questo carattere
fortemente personalistico del Sacramento della Penitenza era stato un po' messo
in ombra negli ultimi decenni a motivo di un sempre più frequente ricorso
all'assoluzione collettiva, che era considerata sempre più come una forma
normale del sacramento della Penitenza - un abuso, che ha contribuito alla
progressiva scomparsa di questo sacramento in alcune parti della Chiesa. Se il Papa ora riduce nuovamente i confini di questa possibilità,
potrebbe insorgere l'obiezione: ma il sacramento della penitenza ha pur subito
nella storia molte trasformazioni, e perché non anche questa? Al riguardo
occorre dire che la forma del sacramento manifesta in realtà nel corso della
storia notevoli variazioni, ma la componente personalistica gli era sempre
essenziale. La Chiesa ha avuto coscienza ed ha coscienza che solo Dio può
perdonare i peccati (cfr Mc 2,7). Perciò doveva imparare a discernere con
attenzione, quasi con timore, quali poteri il Signore le aveva trasmesso e quali
no. Dopo un lungo cammino di maturazione storica il Concilio di Trento ha
esposto in una forma organica la dottrina ecclesiale sul sacramento della
penitenza (DS 1667-1693; 1701-1715). I Padri del Concilio di Trento hanno compreso le parole del
Risorto ai suoi discepoli in Giov. 20, 22s come le specifiche parole
dell'istituzione del sacramento: "Ricevete lo Spirito Santo! A chi
rimetterete i peccati, saranno rimessi e a chi non li rimetterete, resteranno
non rimessi" (DS 1670; 1703; 1710). A partire da Giov. 20 essi hanno
interpretato Mt 16, 19 e 18, 18 e compreso il potere delle chiavi della Chiesa
come potere di remissione dei peccati (DS 1692; 1710). Erano pienamente
consapevoli dei problemi di interpretazione di questi testi ed hanno fondato
pertanto l'interpretazione nel senso del sacramento della penitenza con
l'ausilio dell' "intelligenza della Chiesa", che si esprime nel
consenso universale dei Padri (1670; 1679; 1683; importante 1703). Il punto
decisivo in queste parole di istituzione consiste nel fatto che il Signore
affida ai discepoli la scelta fra remittere et ligare, retinere et solvere: i
discepoli non sono semplicemente uno strumento neutrale del perdono divino,
piuttosto è loro affidato un potere di discernere e così un dovere di
discernere nei singoli casi. I Padri hanno visto qui il carattere giudiziale del
sacramento. Al sacramento della penitenza appartengono pertanto essenzialmente
due aspetti: da una parte quello sacramentale, cioè il mandato del Signore, che
va al di là del potere proprio dei discepoli, ed anche della comunità dei
discepoli della Chiesa; dall'altra l'incarico della decisione, che deve essere
fondata oggettivamente, quindi deve essere giusta ed in questo senso ha
carattere giudiziale. Appartiene così al sacramento stesso la
"iurisdictio", che esige un ordinamento giuridico da parte della
Chiesa, ma naturalmente deve essere sempre orientata all'essenza del sacramento,
alla volontà salvifica di Dio (1686s). Trento si differenzia così chiaramente
dalla posizione riformata, secondo cui il sacramento della penitenza significa
solo una manifestazione di un perdono già concesso nella fede, quindi non pone
nulla di nuovo, ma solo annuncia, ciò che nella fede sempre già esiste. Questo carattere sacramentale-giuridico del sacramento ha due
importanti implicazioni: si tratta, se le cose stanno così, di un sacramento
diverso dal battesimo, di un sacramento specifico, che presuppone un particolare
potere sacramentale, quindi che è legato all'ordine (1684). Se però deve
esserci una valutazione giudiziale, allora è chiaro che il giudice deve
conoscere la fattispecie da giudicare. Nell'aspetto giuridico è implicita la
necessità della confessione personale con la comunicazione dei peccati, per i
quali deve essere chiesto il perdono a Dio e alla Chiesa, perché essi hanno
infranto quell'unità di amore con Dio donata nel battesimo. A partire di qui il
Concilio può dire che è necessario "iure divino" confessare tutti e
singoli i peccati mortali (can. 7, 1707). Il dovere della confessione è
istituito - così ci dice il Concilio - dal Signore stesso e costitutivo del
sacramento, non lasciato quindi alla disposizione della Chiesa. Non è dunque nel potere della Chiesa sostituire la confessione
personale con l'assoluzione generale: questo ci ricorda il Papa nel nuovo Motu
proprio, che è così espressione della coscienza della Chiesa a
riguardo dei limiti del suo potere - esprime il legame con la parola del
Signore, che obbliga anche il Papa. Solo nella situazione di necessità, nella
quale la salvezza ultima dell'uomo è in gioco, l'assoluzione può essere
anticipata e la confessione rimandata ad un momento, in cui per questo sarà
data la possibilità: questo è il vero senso di ciò che in modo piuttosto
oscuro viene reso con la parola assoluzione collettiva. Qui è ora nondimeno
compito della Chiesa definire quando si è in presenza di una tale situazione di
necessità. Dopo che negli ultimi decenni - come già accennato - si erano
diffuse interpretazioni estensive per molti motivi insostenibili del concetto di
necessità, il Papa in questo documento dà precise determinazioni, che devono
essere applicate nei particolari da parte dei Vescovi. E' allora questo un testo, che pone nuovi pesi sulle spalle dei
cristiani? E' proprio il contrario: il carattere totalmente personale
dell'esistenza cristiana viene difeso. Certamente, la confessione della propria
colpa può apparire spesso pesante alla persona, perché umilia il suo orgoglio
e lo confronta con la sua povertà. Ma è proprio di questo che abbiamo bisogno;
proprio di questo soffriamo, che ci rinchiudiamo nel nostro delirio di
incolpevolezza e così ci chiudiamo anche davanti agli altri e nei confronti
degli altri. Nelle cure psicoterapeutiche si esige dalle persone di portare il
peso di profonde e spesso pericolose rivelazioni circa la loro interiorità. Nel
sacramento della Penitenza si depone con fiducia nella bontà misericordiosa di
Dio la semplice confessione della propria colpa. E' importante fare questo senza
cadere nello scrupulo, nello spirito di confidenza proprio dei figli di Dio. Così
la confessione può divenire un'esperienza di liberazione, nella quale il peso
del passato ci abbandona e noi possiamo sentirci ringiovaniti per merito della
grazia di Dio, che ci ridona ogni volta la giovinezza del cuore.
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