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FESTA DI SAN NORBERTO

OMELIA
DI S.Em. CARD. WILLIAM JOSEPH LEVADA

Collegio San Norberto
Venerdì, 6 giugno 2008

 

Cari Amici,

sono davvero felice di trovarmi qui con voi nel giorno della Festa di San Norberto, nel patrocinium di questo Collegio San Norberto. Ringrazio l’Abate Generale Padre Thomas, per il cortese invito e voi tutti della comunità di San Norberto in Roma per la vostra ospitalità.

La persona di San Norberto è senz’altro di grande importanza per la vostra comunità monastica come per la Chiesa intera. Anche dopo 874 anni dalla sua morte, la Chiesa ha motivo di essere riconoscente per lo zelo della sua predica e per i suoi sforzi infaticabili nell’instaurare i diritti e la libertà della Chiesa in Europa. Egli era amico di papi e di principi, e allo stesso modo era amico dei poveri. Padre sapiente dell’Ordine Premostratense e figlio leale della Chiesa.

La vita di San Norberto rivela un uomo con una straordinaria visione ed intuizione. Essendosi reso aperto al potere trasformatore della grazia, fu capace di uno sguardo limpido sulle cose di questo mondo. Uomo imbevuto dei valori del Regno di Dio, spese la sua vita per la proclamazione del Vangelo, autentico mezzo per ottenere la vera felicità, opposta a quella fugace che troviamo in questo mondo e che ci offre tante false promesse. E’, pertanto, più che conveniente, nella sua festa, tornare al Vangelo del Sermone di Gesù sulla montagna e alla grande sapienza che si esprime nelle Beatitudini.

La via della felicità che Gesù ci insegna è quella che egli stesso ha percorso e sulla quale vuole farci camminare con lui, per condurci ad una felicità ben diversa da quella che il mondo ricerca. Questa via della felicità – quella che troviamo anche in san Norberto – desta stupore, poiché ce la fa vedere dove proprio il mondo non la cercherebbe mai. Il mondo dice: “Beati i ricchi, perché possono soddisfare tutti i loro desideri”; il Vangelo afferma: “Beati i poveri!” Il mondo pensa e dice: “Beati i forti, i violenti, perché impongono la loro volontà a tutti e si impadroniscono di ciò che vogliono”; il Vangelo asserisce: “Beati i miti”. La Società odierna propone: “Beati coloro che godono la vita in ogni modo possibile”; il Vangelo annuncia: “Beati quelli che piangono”.

Il contrasto non può essere più grande. Gesù parla in modo paradossale e ci invita ad uno sguardo profondo, per scorgere le cose che veramente contano, quelle che già adesso danno gioia anche in condizione di sofferenza. Le virtù delle Beatitudini: la mitezza, l’umiltà, la misericordia, sono le premesse necessarie al bene più grande: l’unione con lui. In questo senso, il discorso delle Beatitudini non è una semplice proclamazione di verità, ma un invito alla conversione. Cristo ci invita con insistenza a lasciare le nostre vecchie idee e ad accogliere una nuova vita—una vita abbandonata alla sua grazia, una vita sigillata con il segno della croce per poter giungere alla vera gioia della risurrezione.

E’ proprio questa unione con Cristo alla quale San Paolo pensa, nella seconda lettura di oggi, esortando i Cristiani di Roma “ad offrire i [loro] corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio; è questo il [loro] culto spirituale”. Tale esortazione ad offrire il sacrificio spirituale è l’introduzione all’esposizione della ben conosciuta e meravigliosa teologia di San Paolo: la Chiesa Corpo di Cristo nel quale tutti siamo membra. Infatti, l’offerta di sacrifici spirituali emana della sua ricca ecclesiologia in quanto questi sacrifici non sono altro che una risposta al Signore che ci ha amati per primo. Come membra del suo corpo ecclesiale, la nostra unione con Cristo implica che i nostri sacrifici spirituali sono radicati nella sua assoluta libertà e gratuità, nella sua disponibilità di soffrire la passione e la morte in croce per il perdono dei nostri peccati e quelli del mondo intero.

L’amore sacrificale di Cristo è il modello del nostro essere discepoli, perché la nostra vocazione cristiana deve attualizzare nella nostra vita, nelle relazioni e nel ministero lo stesso amore di Cristo. San Norberto aveva capito che questa attualizzazione dell’amore di Cristo è un processo che dura tutta la vita. Attraverso le istituzioni della vita monastica, egli cercava di introdurre i suoi seguaci nella dinamica dell’amore divino. Quali sono queste istituzioni? San Norberto le descriveva così: abito religioso, confessione regolare delle colpe, preghiera comunitaria e liturgia, cura dei poveri, predica apostolica. Egli sapeva che queste istituzioni avrebbero messo i suoi seguaci in un atteggiamento ricettivo di fronte all’amore di Dio come è vissuto nella vita sacramentale e apostolica della Chiesa. E, inoltre, avrebbero rinforzato in loro l’abitudine di rispondere per amore, sia all’interno della comunità, sia nel servizio ad extra.

In questo modo, la vocazione monastica è un lievito per la Chiesa, e dirige l’intera comunità dei discepoli verso i valori eterni del Regno di Dio. Essa testimonia e incoraggia la Chiesa perché ogni membro del popolo di Dio è chiamato a rappresentare l’amore di Gesù nel mondo e per il mondo, proprio vivendo le Beatitudini. Attraverso questa santità personale, come autentici discepoli, edifichiamo il Corpo di Cristo e compiamo la missione che Gesù ha affidato alla sua Chiesa: proclamare il Vangelo a tutti.

Per i figli spirituali di San Norberto rimane attuale la sfida di accogliere la forma di vita monastica che egli ha fondato come una concreta applicazione delle Beatitudini. Tale vita dedicata alla preghiera e al servizio è il mezzo per la vostra unione con Cristo e per l’espressione prioritaria del sacrificio spirituale della vostra vita, “santo e gradito a Dio”.

Beatissimo Padre: è con sentimenti di filiale e devota riconoscenza che ora attendiamo la Sua illuminata parola che rappresenta per il nostro servizio conforto, incoraggiamento e guida, e nel contempo invochiamo la Sua patema benedizione apostolica.

 

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