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CONGREGAZIONE DELLE CAUSE DEI SANTI

MEMORIA LITURGICA DI SANT'ANNIBALE MARIA DI FRANCIA

OMELIA DEL CARD. JOS SARAIVA MARTINS

Chiesa parrocchiale rogazionista, Piazza Asti (Roma)
Martedý, 1░ giugno 2004

 

1. "Rogate Dominum messis ut mittat operarios in messem suam" (Mt 9, 38)

"Vedendo le folle ne sentì compassione, perché erano stanche e sfinite, come pecore senza pastore. Allora disse ai suoi discepoli: "La messe è molta, ma gli operai sono pochi! Pregate dunque il padrone della messe, che mandi operai nella sua messe"" (Mt 9, 36-38).

Tutto il ministero di Gesù sembra convergere verso la missione dei "dodici", i quali saranno chiamati ad andare, per essere i missionari del Regno, i testimoni di una difficile "sproporzione": tra la loro povertà e l'annuncio nuovo "Non procuratevi oro, né argento, né monete di rame nelle vostre cinture" (Mt 10, 9), "Predicate che il regno dei cieli è vicino" (v 7); tra lo stile pacifico dell'evangelo e la violenza aggressiva del mondo "Ecco: io vi mando come agnelli in mezzo ai lupi" (10, 16). Una sproporzione umanamente insostenibile, sovente rifiutata, ma destinata a caratterizzare la missione della Chiesa nella storia degli uomini, tutti chiamati a far parte del Regno.

Gli imperativi della missione si susseguono con una dovizia di particolari e quasi con impeto nella consegna di Gesù ai dodici: guarite, risuscitate, sanate, predicate gratuitamente, siate prudenti, non preoccupatevi, ditelo sui tetti, non abbiate paura, non abbiate timore.

Dunque è la missione dei discepoli l'onda lunga del ministero di Gesù. Essa pertanto diventa la struttura portante della futura comunità ecclesiale.

La Chiesa nella storia, tra la comunione Trinitaria originaria e la comunione escatologica, è "missione". La missionarietà non è un aggettivo della Chiesa, ma un sostantivo.

La Chiesa o Ŕ missione o non Ŕ fedele al progetto originario: "Andate in tutto il mondo e predicate il Vangelo ad ogni creatura...".

2. Tuttavia "tre scelte" stanno prima e alla radice della missione: lo sguardo di Gesù alla folla, il suo pressante invito, anzi un comando alla preghiera, la chiamata dei dodici per nome.

Alla radice della missione c'è la compassione del Figlio di Dio.

La folla che gli sta davanti e lo segue per ascoltare il suo messaggio gli sembra un gregge senza pastore; una messe matura in attesa di operai. E Gesù si commuove.

La missione dunque ha radici profonde: nel cuore stesso dell'amore. La compassione tuttavia non è solo un vedere, una lettura della situazione - diremmo noi oggi -; essa prende subito concretezza in due ulteriori scelte essenzialmente vocazionali: l'invito alla preghiera (9, 38), e la chiamata dei dodici (10, 1-2).

La strategia del Regno affonda le sue radici nella comunione con il Padre, nell'esperienza sorgiva del pregare, da dove scaturisce la chiamata degli operai per la messe e la loro missione sulle strade del mondo. È questo il rapporto ampiamente ripetuto soprattutto nel Vangelo di Luca, il teologo della preghiera; il testimone singolarmente attento alla preghiera di Gesù, l'orante. La preghiera non è mai ai margini nella giornata e nel ministero del Signore. Non viene mai dopo, quasi per ratificare una scelta già decisa. Essa sta sempre alla sorgente. Prima di essere ministero è comunione con il Padre.

Per questo anche la missione dei dodici, trova il suo contesto generativo e vitale nella preghiera: come sintonia profonda con il mandato del Padre; come riconoscimento che ogni azione missionaria nel mondo, trova in Lui l'iniziativa e tutta la sua forza salvifica; come sintonia di ogni volontà umana al servizio del regno con la volontà del Padre.

Dopo l'invito alla preghiera vengono la scelta dei "dodici" e la chiamata per "nome". Due evocazioni precise. Da una parte la missione è una consegna per il nuovo Israele, i "dodici", germe della futura comunità ecclesiale. Dall'altra il nome è la chiamata personale, l'indicazione di un nuovo destino.

3. La Santa Chiesa ha riconosciuto in Annibale Maria Di Francia l'apostolo di questo Vangelo della messe, il primo interprete moderno delle pericopi del Rogate. Egli così insegnava: "Gesù rappresenta con quelle simboliche parole, la Santa Chiesa e il mondo intero come una messe, la quale, se ben coltivata da buoni operai, riempie di abbondante raccolto i granai del cielo, cioè conduce alla salvezza eterna tutte le anime... Gesù, con quelle parole mostra che la salvezza delle anime sono i suoi sacerdoti; ed è fuor di dubbio che nell'obbedienza a questo divino comando, si contiene il grande segreto della salvezza della Chiesa e della Società; è la più grande risorsa che ha la Chiesa per raggiungere gli estremi confini della terra e spalancare a tutti l'eterna beatitudine. Gesù vuole istruirci che i sacerdoti non sorgono a caso, non si formano da sé, non può formarli l'umano sforzo; ma vengono dalla Divina misericordia che li crea, che li genera, che li dona al mondo; e che se non si prega per averli, non si ottengono! Il comando di Gesù è molto chiaro: La messe è molta, ma gli operai sono pochi: Rogate ergo! PREGATE DUNQUE!".

Oggi, giorno della morte terrena e della nascita al cielo del p. Annibale, ricorre la sua prima memoria liturgica dopo la solenne canonizzazione del 16 maggio scorso. Oggi è la Sua festa, la celebrazione del suo carisma cioè l'intelligenza e lo zelo del "Rogate", che la liturgia ha proclamato con l'annuncio del comando del Signore.

La figura di p. Annibale, apostolo del Rogate, padre degli orfani e dei poveri si muove sullo sfondo della città di Messina decaduta dalla sua opulenza, agitata da mene settarie e politiche, martoriata dalla peste del 1887 e dal terremoto del 1908.

Lo stesso giorno in cui a Roma si apriva il Concilio Vaticano I, l'8 dicembre 1869, rapito dallo Spirito con una chiamata "improvvisa, irresistibile, sicurissima", a 18 anni, rinuncia ad un brillante avvenire, per vestire l'abito clericale.

Divenuto sacerdote, scrive la sintesi dei suoi ideali sul titolo di un suo periodico: "Dio e il Prossimo", che stamperà in 700.000 copie. Del "Rogate", inteso come preghiera e anima della pastorale vocazionale, comando del Cristo e insieme risposta generosa dei suoi discepoli in ogni tempo, il Di Francia si fece umile servitore e profeta itinerante. Per lui l'obbedienza al Rogate si poneva in termini di estrema concretezza e di serio coinvolgimento delle persone e delle strutture.

A ragione fu scritto di p. Annibale: "Il rogate fu la luce dei suoi occhi, la stella del suo pensiero, il sole della sua vita, la sorgente della sua spiritualità e del suo apostolato: era nato per quello". Ciò in riferimento non solo alle vocazioni sacerdotali e consacrate, ma anche ai laici cristianamente impegnati: genitori, educatori, professionisti. Soleva dire: "Ogni vita Ŕ vocazione, ogni uomo e ogni donna sono un dono di Dio al mondo". Per porre in atto questa intuizione si circondò di uomini e donne, non solo dei Rogazionsti e delle Figlie del Divino Zelo, che aveva fondato sul finire del 1800, ma anche di consacrati e laici per i quali aveva creato apposite forme associative: la Sacra alleanza per i Vescovi e i Sacerdoti e l'Unione di Preghiera per i Laici. Il sogno che questa preghiera diventasse universale si è realizzato con l'istituzione della "Giornata Mondiale di Preghiera per le Vocazioni" da parte di Paolo VI nel 1964.

Le opere di carità alle quali p. Annibale consacrò le sue forze e quelle delle Congregazioni Religiose da lui fondate, non sono da lui considerate che in funzione al Rogate di Gesù: "se si prega per i buoni operai, bisogna che noi per primi ci facciamo operai della vigna del Signore con il soccorso dei poveri, dei fanciulli e delle fanciulle bisognosi".

4. Carissimi fratelli e sorelle, sant'Annibale Maria Di Francia ci lascia una grande eredità: il segreto della salvezza delle anime legato all'ubbidienza alla parola del Signore. Ora il timone passa a voi, suoi figli e sue figlie spirituali.

"Tutta la comunità per tutte le vocazioni": è divenuto uno slogan abbastanza familiare all'interno di non poche comunità cristiane. Ma forse, oltre il messaggio, riproposto in alcune ricorrenze dell'anno liturgico, permane la convinzione che le vocazioni siano un "fatto privato", non facilmente comprensibili, talora persino ostacolate. Soprattutto quando tali vocazioni ripropongono, anche nell'ambito di comunità cristiane abituate e talora rassegnate alle mezze misure, una testimonianza di radicalità evangelica nella sequela. (Si pensi alle gravi difficoltà che incontrano non poche vocazioni, soprattutto femminili, all'interno della propria famiglia). Quando la comunità cristiana prega per le vocazioni prende coscienza d'essere il luogo, lo spazio vitale, aperto all'accoglienza dei doni di Dio.

Alla radice, ogni vocazione è "dono" dello Spirito; evento di grazia, che domanda una risposta personalissima - alla voce di Dio, che risuona misteriosamente e variamente nel segreto della coscienza di ognuno. Ma essa ha bisogno di "mediazioni" efficaci.

Nella dinamica di ogni vocazione c'è la "chiamata", la "proposta" e la "risposta". Di solito Dio chiama attraverso i molti "segni" che accompagnano l'esistenza quotidiana di ogni persona.
Ma tra questi segni, è quanto mai urgente la comunità; appunto come "mediazione educativa", capace di creare un tessuto di fede recettivo e generativo dei doni; capace di preghiera e di proposta.

Solo nella luce del regno compiuto si potrà contemplare ed ammirare, con evidente stupore, la "trama comunitaria" di ogni vocazione. Sbocciate sì nel segreto dell'amore preveniente di Dio, ma pure generate da una comunità orante, offerente e solidale.

Chiediamo al Signore della Messe, per intercessione di sant'Annibale, "vero annunciatore del Vangelo" (Prefazio), che continui a mandare operai nella sua messe, affinché la Chiesa possa rispondere, con sempre maggiore efficacia, alle grandi sfide del Terzo Millennio.

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