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CONFERENZA STAMPA DI PRESENTAZIONE DEL DOCUMENTO DELLA CONGREGAZIONE PER LE CHIESE ORIENTALI “IL GIUBILEO DEL 2000 E LE CHIESE ORIENTALI CATTOLICHE” , 21.10.1999

Alle 11.30 di questa mattina, nell’Aula Giovanni Paolo II della Sala Stampa della Santa Sede, si è svolta la Conferenza Stampa di presentazione del Documento della Congregazione per le Chiese Orientali “Il Giubileo del 2000 e le Chiese Orientali Cattoliche”.

Hanno preso parte alla Conferenza Stampa: l’Em.mo Card. Achille Silvestrini, Prefetto della Congregazione per le Chiese Orientali; Mons. Claudio Gugerotti, Sotto-Segretario della medesima Congregazione; e Mons. Michel Berger, Capo-Ufficio della Pontificia Commissione per i Beni Culturali della Chiesa e Consultore della Congregazione per le Chiese Orientali.

Ne pubblichiamo di seguito gli interventi:

EM.MO CARD. ACHILLE SILVESTRINI
PREFETTO DELLA CONGREGAZIONE PER LE CHIESE ORIENTALI

Rivolgo anzitutto il mio saluto cordiale ai Signori Giornalisti che hanno voluto essere presenti all’odierna conferenza stampa. La loro attenzione è un servizio molto utile alle Chiese orientali cattoliche, perché consente di farle ulteriormente conoscere.

Le Chiese Orientali cattoliche - cioè quelle Chiese che appartengono all’Oriente cristiano, ed hanno in comune i loro tesori spirituali con i fratelli delle Chiese ortodosse, ma vivono già la piena comunione con il Papa - non vivono una condizione facile. Uscite da una pesante persecuzione da parte del regime ateistico nell’Europa centrale e orientale, o indebolite dall’instabilità sociale e politica nel Medio Oriente, si trovano oggetto anche di un dibattito acceso da parte delle Chiese ortodosse. Questo atteggiamento è emerso non di rado negli incontri bilaterali, fra Cattolici ed Ortodossi, negli ultimi anni.

Gli Orientali cattolici dell’Europa, dopo aver finalmente ritrovato la libertà, cercano di ricostruire le strutture pastorali distrutte e desiderano superare ogni controversia con i fratelli ortodossi, nonostante le difficoltà che talora perdurano.

I giornalisti hanno potuto seguire certamente gli interventi degli Orientali cattolici al Sinodo sull’Europa che si sta concludendo: avranno potuto apprezzare come essi siano stati incisivi e puntuali ed abbiano arricchito il dibattito col loro apporto specifico. Posso assicurare che il medesimo contributo apprezzabile si è avuto anche nei gruppi di lavoro. E’ questo il segno migliore che mostra quanto lo Spirito lavori in quelle Chiese, perché esse possano pienamente integrarsi nel cammino spirituale e pastorale della Chiesa cattolica, ad un tempo fiere del loro martirio e pronte a guardare avanti, al futuro dell’Europa e dei loro popoli, con la speranza che è il tema proprio del presente Sinodo.

In questo quadro, la Congregazione per le Chiese Orientali, oltre ai suoi compiti quotidiani di assistenza a queste comunità, ha puntato su un impegno prioritario: conoscere direttamente le nuove situazioni in cui vivono gli Orientali cattolici, per predisporre un migliore servizio ed aiutare più efficacemente il Santo Padre nel suo ministero anche in favore dell’Oriente cattolico. Richiamerò qui alcuni strumenti:

a) l’incontro concreto con gli Orientali cattolici e la conoscenza diretta delle loro risorse e dei loro problemi, sul posto dove essi vivono. Ciò si è realizzato attraverso un intensificarsi delle visite del Prefetto, del Segretario, del Sotto-Segretario e dei vari Minutanti del Dicastero nei territori orientali e la partecipazione attiva ad avvenimenti di particolare significato ecclesiale;

b) l’organizzazione di incontri, alla vigilia delle varie Assemblee Speciali del Sinodo dei Vescovi, per gli Orientali cattolici che partecipano a ciascuna assise, con lo scopo di approfondire gli aspetti propri delle tematiche che saranno trattate e consentire di proporre all’assemblea generale in modo più organico e approfondito l’apporto dell’Oriente cristiano, aiutando la Chiesa a respirare coi “due polmoni”.

c) l’organizzazione di incontri di studio ed approfondimento fra la Congregazione e le Chiese orientali cattoliche, per aree distinte, dal momento che l’incremento della diaspora di cristiani orientali crea una differenziazione profonda delle problematiche da affrontare. Su questo punto mi vorrei soffermare per qualche istante.

Nel 1996 la Congregazione ha concordato con il Sinodo dei Vescovi della Chiesa siro-malabarese dell’India le modalità per una speciale riunione in Vaticano con lo scopo di trattare le questioni di particolare rilievo che riguardano questa Chiesa orientale, di origine apostolica e così vitale, nel cuore del continente asiatico: ogni argomento è stato trattato da un responsabile o da un consultore di un Dicastero romano e da un vescovo siro- malabarese scelto dal Sinodo.

Nel 1997 la Congregazione ha promosso il primo incontro dei Vescovi e Superiori Religiosi delle Chiese Orientali cattoliche d’Europa. Esso si è tenuto a Nyiregyhaza (Ungheria), ed è stato un’esperienza toccante. Molti dei vescovi, sacerdoti, religiosi e religiose presenti avevano patito la persecuzione e il carcere. Si trovavano insieme per la prima volta, per dire grazie a Dio non solo per la libertà ritrovata, ma anche per il coraggio di una testimonianza così costosa. Inoltre, potevano finalmente guardare avanti, agli impegni futuri suscitati dalla speranza cristiana. Sono lieto di poter oggi presentare ai giornalisti il volume, fresco di stampa, che raccoglie gli atti di quell’incontro. Loro stessi avranno modo di rendersi conto della ricchezza umana ed ecclesiale che vi è contenuta.

Quest’anno si è tenuto in Libano l’incontro dei Vescovi cattolici del Medio Oriente, voluto e organizzato dal Consiglio dei Patriarchi cattolici d’Oriente. Si è trattato, anche in questo caso, di un’occasione unica per Presuli che vivono spesso in condizioni di grande precarietà: essi hanno descritto le proprie esperienze ecclesiali e proposto nuovi strumenti pastorali per far fronte alle attuali condizioni.

Un’area molto importante mancava al quadro globale della presenza orientale cattolica nel mondo: quella relativa alla crescente diaspora di immigrazione nei paesi d’America ed Oceania. E’ elevatissimo, per alcune Chiese, il numero di fedeli che dimora in quelle regioni. Si doveva dunque riflettere insieme - Congregazione Orientale, Vescovi e Superiori religiosi - sul futuro di questa presenza orientale tutta particolare: portatrice, come è proprio di tutto l’Oriente cristiano, di una tradizione spirituale, teologica, liturgica particolarmente ricca, questa presenza è inserita nel cuore della modernità.

Ne sono nate questioni che chiedono di essere studiate con attenzione: richiamerò qui solo quella del rapporto con le Chiese d’origine: semplice “emigrazione”, legata quindi, emotivamente e concretamente, alla madrepatria, o vere Chiese che, anche a causa dei matrimoni misti, hanno perduto in parte il legame tradizionale che vige in Oriente tra nazione e Chiesa, sono diventate multi-etniche, e si sentono profondamente inserite, alla pari con i Cattolici della Chiesa latina, nella cultura e nel progetto pastorale dei Paesi dove dimorano?

La Congregazione per le Chiese Orientali ha, dunque, promosso e preparato un incontro dei Vescovi e Superiori religiosi orientali cattolici di America e Oceania. L’apertura è ormai prossima: esso si svolgerà dal 7 al 12 novembre prossimi a Boston, dove saremo accolti e ospitati dalla generosa disponibilità dell’Arcivescovo, l’Em.mo Cardinale Bernard Law. Credo che la stampa potrebbe trarre dall’incontro un’interessante occasione per confrontare i lettori con problematiche, anche culturali, di vivo interesse. Dall’odierno bollettino della Sala Stampa è possibile attingere ulteriore documentazione sull’incontro.

In questo contesto si situa anche il Sussidio pastorale, oggetto principale dell’incontro odierno. Esso porta il titolo di: “Il Grande Giubileo del Duemila e le Chiese Orientali cattoliche”. Le due relazioni che seguiranno entreranno maggiormente nei dettagli del testo. Io vorrei ricordarne qui il significato: non c’è avvenimento nella vita della Chiesa cattolica che non possa e non debba essere arricchito dall’apporto delle diverse tradizioni che la compongono.

Lo scopo è dunque quello di far conoscere che l’Oriente ha una parola da dire sui valori e sulle modalità di vivere il prossimo Anno Santo. Questo potrà anche aiutare la Chiesa latina a integrare nel proprio modo di celebrare il Giubileo quelle riflessioni generali e quelle sensibilità concrete che l’Oriente aiuta a mettere in luce.

Ma la Congregazione non poteva non pensare ad un servizio specifico alle Chiese orientali cattoliche. Ha voluto dunque aiutare queste Chiese a celebrare il Giubileo non come se questo fosse solo un’usanza della Chiesa latina, allargata agli Orientali, ma nutrendolo con contenuti propri, che già appartengono al patrimonio orientale, anche se ovviamente non si riferiscono in modo specifico al Giubileo. Temi e strumenti tradizionali, dunque, adatti al significato e al clima dell’Anno Santo. E ciò perché, pure in questo caso, ogni Chiesa orientale sia pienamente se stessa nel vivere gli avvenimenti della Chiesa universale, anche per poter arricchire la Chiesa tutta del proprio patrimonio particolare.

Infine si è voluto offrire uno strumento ai pellegrini orientali che verranno a Roma nell’anno giubilare. Roma, nella sua storia, è stata fin dalle origini strettamente unita all’Oriente e ne conserva numerose, pregevolissime tracce. Abbiamo voluto, in modo divulgativo, ricordare le più importanti, perché possano essere inserite nei vari itinerari spirituali. Non abbiamo voluto dimenticare i centri orientali cattolici che oggi vivono ed operano a Roma. I pellegrini potranno così ritrovare non solo la memoria, ma anche la presenza viva di questi Orientali, nella città del Successore di Pietro.

Confido che queste informazioni e gli strumenti che le illustrano potranno essere di utilità e di gradimento. Grazie ancora per l’attenzione.

MONS. CLAUDIO GUGEROTTI
SOTTO-SEGRETARIO DELLA CONGREGAZIONE
PER LE CHIESE ORIENTALI

Può suonare strano che si parli di Oriente in riferimento al Giubileo e di valori orientali in rapporto ad una realtà che sembra essere espressione tipica della sensibilità teologica occidentale. Intento della Congregazione per le Chiese Orientali, nel proporre il sussidio pastorale “Il Grande Giubileo del Duemila e le Chiese Orientali Cattoliche”, della Libreria Editrice Vaticana, non è affatto quello di andare a ricercare se vi siano in Oriente cose simili ad un Giubileo o elementi dottrinali affini a quelli che sottostanno al Giubileo.

Suo scopo è invece molto più pratico: rilevare come l’Oriente cristiano conosca bene e valorizzi in varia forma quegli atteggiamenti spirituali che compaiono nel Giubileo, e possa quindi viverli “a modo proprio”, attingendo non tanto, o non primariamente da quello che la Chiesa latina può produrre al riguardo, mai dai contenuti della propria specifica tradizione.

Naturalmente il documento non poteva soffermarsi su ogni singola tradizione ecclesiale dell’Oriente cristiano, ma si è limitato a richiamare alcuni principi generali. Ha chiaramente specificato però che tali linee generali vanno ulteriormente arricchite degli apporti specifici di ogni tradizione orientale. E questo è compito delle Gerarchie delle singole Chiese. Il sussidio ha voluto però dare un esempio di tale atteggiamento che dovrebbe guidare ogni Chiesa orientale, collocando in appendice una presentazione dei calendari liturgici di ciascuna tradizione, e mettendo in evidenza come in ognuno di essi figurino aspetti da valorizzare in rapporto al Giubileo.

Chi leggerà gli elementi presentati dal documento si accorgerà che essi non sono esclusivi dell’Oriente cristiano. Per questo la Congregazione ha ritenuto di fare un servizio anche ai Latini, mettendo a loro disposizione considerazioni e aspetti che possano arricchire il proprio approccio al Giubileo, scoprendo per analogia tesori forse dimenticati o non sufficientemente considerati.

La prima parte, sulla quale si sofferma il mio intervento, ha per titolo: “Il Giubileo nelle Chiese Orientali cattoliche”, va dalla pag. 5 alla pag. 24 ed è divisa in tre capitoli: indicazioni teologiche, indicazioni spirituali e indicazioni concrete.

Mi limiterò a soffermare l’attenzione su alcuni punti specifici.

Il capitolo sulle indicazioni teologiche colloca il Giubileo nella cornice del valore cristiano del tempo, indissolubilmente legato alla figura di Gesù Cristo, Signore del tempo e della storia.

Ciò che costituisce l’asse portante di tutta la prima parte è l’affermazione che il modo di gran lunga fondamentale per una Chiesa di celebrare il Giubileo è di farlo attraverso la liturgia. La liturgia è il luogo dell’epifania di Cristo nel tempo, e lo spazio dove la persona umana “diviene” Cristo per grazia. Tutto l’anno liturgico non è che una celebrazione giubilare, in quanto vive i diversi momenti della salvezza. Un Giubileo, come quello del 2000, che ci riporta in modo particolare alla nascita del Signore, dalla quale si cominciò a computare cristianamente il tempo, chiede una valorizzazione particolare del periodo liturgico che prepara e celebra la Nascita e la Manifestazione del Signore. Sembrerà forse scontato, ma il Documento mostra come il modo più importante per vivere bene il Giubileo sia quello di celebrare con solennità e intensità la liturgia, e dunque i sacramenti, possibilmente approfittando dei tempi liturgici che più si adattano a ciascun sacramento: l’iniziazione cristiana nella veglia pasquale, la penitenza nei tempi penitenziali propri di ciascuna tradizione; l’unzione degli infermi, per alcuni, il giovedì santo, ecc.

Anche quando le celebrazioni giubilari diano spazio ad aspetti non strettamente liturgici, “non si manchi di conservare pertanto chiaro il senso della priorità liturgica sulle altre dimensioni. Perché ciò avvenga è indispensabile un’accurata preparazione della celebrazione, che eviti le improvvisazioni e limiti le strumentalizzazioni ideologiche” (n. 7).

L’Anno Santo, poi, esprime in modo particolare l’universalità della Chiesa, attraverso il pellegrinaggio. Per gli Orientali cattolici, che hanno versato il loro sangue per conservare la comunione con il Vescovo di Roma, venire a Roma significa manifestare e celebrare questo legame di piena comunione col Successore di Pietro. In questo modo si mostrerà pure, attraverso le celebrazioni liturgiche nei vari riti orientali, che la cattolicità è profondamente varia al proprio interno, e fa confluire tale varietà nell’unità. Inoltre se i pellegrini orientali, anche attraverso questo documento, inseriranno nei loro itinerari le numerose e preziose memorie orientali di cui Roma è ricchissima, aiuteranno a mettere in luce il ruolo dell’Urbe come santuario di tutti i cristiani, da sempre meta di pellegrinaggio anche degli Orientali, pure quando la comunione non fu più piena: le tombe degli Apostoli Pietro e Paolo e i luoghi del martirio cristiano continuano a costituire anche per i fedeli ortodossi motivo di speciale, profonda venerazione.

Non va poi dimenticato il ruolo che questo Giubileo attribuisce nuovamente a Gerusalemme, come “città degli inizi”. Si tratta di un elemento che ricolloca in pieno onore la “matrice orientale” del cristianesimo.

Non poteva mancare poi, nel testo, un richiamo particolare alla necessità di vivere il Giubileo come occasione di incontro ecumenico, tanto più urgente per ricreare un clima di fraternità all’interno dell’Oriente cristiano, sia cattolico sia ortodosso. La celebrazione dei testimoni che, da una parte e dall’altra, hanno pagato con la vita, anche in tempi recenti, la fedeltà a Cristo, potrà essere efficacemente collocata nel quadro giubilare (n. 7). Inoltre, “visto l’aspetto penitenziale del Giubileo, oltre alla conversione individuale, sarebbe bene che dalle Chiese fossero coltivati sentimenti e celebrati segni di perdono dato e ricevuto” (n. 14).

Le indicazioni spirituali del secondo capitolo mettono in evidenza il modo orientale di vivere la penitenza e la riconciliazione, soffermandosi in particolare sul digiuno e l’ascesi e svelandone il senso profondo, non di negazione, ma di educazione e di preparazione alla gioia, mantenendo viva l’attesa e l’invocazione del ritorno del Signore Gesù, che spesso l’Occidente corre oggi il rischio di dimenticare, schiacciando la dimensione della salvezza alla pura memoria del Gesù storico. Il capitolo si conclude, richiamando la grande devozione mariana dell’Oriente: il Giubileo del Redentore è anche il Giubileo di sua Madre.

Le indicazioni concrete, d’ordine, cioè pastorale, sono forse quelle che risultano più facilmente comprensibili e che più colpiscono il lettore occidentale. Ci sia permesso di riassumerle qui:

a) Giubileo significa rinnovamento. Le Chiese Orientali cattoliche sono invitate a “ridare vitalità alle istituzioni e ai gesti della Chiesa in un tempo in cui travagli sociali e politici e potenti sfide culturali rendono insufficiente la sola ripetizione dei gesti del passato e chiedono invece scelte coraggiose” (n. 28). Un chiaro invito a rinnovare le Chiese, rinunciando alla pura nostalgia del passato e rendendo più trasparenti, aggiornate ed efficaci le loro strutture.

b) Ogni rinnovamento nasce dall’ascolto della Parola di Dio. Sarà impegno concreto dei vescovi e dei presbiteri orientali cattolici curare in particolare le omelie liturgiche, evitando che esse o siano del tutto soppresse o si soffermino eccessivamente su contenuti di circostanza o di natura ideologica (cultura nazionale, polemica confessionale, ecc.), anziché essere autentica evangelizzazione.

c) Rinnovare implica conoscere: gli Orientali cattolici sono invitati ad approfittare del Giubileo per meglio conoscere se stessi e le proprie “avite tradizioni” (OE 6), a volte oscuratesi nel tempo.

d) Gli Orientali vivono la penitenza in modo particolare col digiuno. Riscoprire la tradizione dei digiuni, di cui è costellato l’anno liturgico, e troppo frettolosamente abbandonati o ridotti ad insignificanza per imitare il modello occidentale, sarà anche un importante fattore ecumenico, visto che non pochi Orientali attribuiscono grande valore al digiuno: si è tanto più vicini a loro quanto più si digiuna come loro.

e) Nel celebrare i sacramenti, cuore dell’Anno Santo, due gesti che la latinizzazione ha contribuito a sostituire quasi totalmente dovranno essere ripristinati, come autentico uso degli Orientali: il Battesimo per immersione e l’Eucaristia sotto le specie del Pane e del Vino e non sotto l’unica specie del Pane.

f) L’Oriente è particolarmente glorioso per la teologia e la poesia dei suoi inni liturgici, in particolare di quelli dell’Ufficio divino. Questa preghiera, nelle varie ore del giorno, soprattutto al mattino e alla sera, va sparendo in molte Chiese, anche orientali. Si chiede di ripristinare nei monasteri e nelle case religiose, ma anche nelle cattedrali e nelle parrocchie, la celebrazione delle Lodi Divine, soprattutto nelle domeniche e feste.

Si tratta solo di alcune indicazioni: spetta ai Sinodi e ai singoli Vescovi orientali farle proprie e arricchirle di altri aspetti specifici. Se questi spunti susciteranno pure la curiosità di qualche latino, sarà anche questo uno dei frutti del Giubileo.

MONS. MICHEL BERGER
CONSULTORE DELLA CONGREGAZIONE PER LE CHIESE ORIENTALI

Le memorie cristiane orientali che arricchiscono il patrimonio della città di Roma sono talmente numerose da far pensare che essa possa essere considerata un frammento d'Oriente sulle rive del Tevere. Sin dalle origini Roma si presenta come depositaria di un'eredità orientale. Alle radici della sua cultura si innesta il popolo etrusco venuto dalla lontana Lidia nel cuore dell'Asia Minore. Pure l'arte e la religione dei Romani si rifanno esplicitamente alla lezione della mitologia greca, assumendo ulteriori elementi propriamente orientali (egiziani, greci ecc.).

E' chiaramente dal Medio Oriente, dove nacque, che il Cristianesimo raggiunse il cuore dell'impero romano e la stessa Roma, "caput mundi". Rilevando la dimensione universale di Roma, s. Ireneo sottolineava che i santi Pietro e Paolo, Corifei degli Apostoli, dopo aver ricevuto la luce divina in Oriente, l’avevano portata a Roma, cristianizzando la città con la loro parola e il loro martirio.

Nel primo millennio numerosi furono i successori di Pietro, anch’essi originari dall'Oriente. Dal VII al IX secolo le circostanze politiche ed ecclesiali comportarono un grande afflusso di Orientali, soprattutto monaci, a Roma. Tra la lunga teoria dei santi e degli uomini di cultura orientali venuti a Roma ci limitiamo a ricordare, nel secolo IX, i Santi fratelli Cirillo e Metodio, oriundi di Tessalonica, chiamati gli "Apostoli degli Slavi".

Nel secondo millennio, due grandi figure di uomini di Chiesa e di umanisti bizantini influenti al Concilio d'Unione di Firenze (1439), i Metropoliti Bessarione di Nicea e Isidoro di Kiev, divenuti tutti e due cardinali e ambedue seppelliti a Roma, meritano di essere specialmente menzionati a causa del ruolo importante che hanno svolto nella diffusione delle culture greca e bizantina a Roma, in Italia e altrove.

Oltre i numerosi tesori orientali raccolti nei santuari maggiori di Roma (S. Pietro, S. Paolo fuori le Mura, S. Maria Maggiore ecc.), sono da ricordare le antiche testimonianze del monachesimo orientale. Infatti da sempre Roma ha accolto monaci venuti dall’Oriente come pellegrini, ambasciatori o rifugiati. Gli insediamenti monastici non furono rari all'epoca della Chiesa del primo millennio. Essi costituiscono uno degli aspetti più affascinanti dell'apertura della Città eterna alla luce dell'Oriente. Il più celebre dei monasteri orientali a Roma, S. Saba, fu fondato sull’Aventino, verso la fine del sec. VI o all’inizio del sec. VII, da monaci orientali venuti dall’omonimo monastero in Palestina. Tuttora vivente, è sorta all'alba del secolo XI la Badia di Santa Maria di Grottaferrata, proprio quando le tradizioni monastiche orientali stavano progressivamente tramontando nelle regioni romane. La vita monastica, inserita nella linea cenobitica si svolgeva – e si svolge ancor oggi - nel contesto delle tradizioni culturali, spirituali e liturgiche della Chiesa greca. E’ opportuno ricordare il contributo che le prime generazioni monastiche diedero all'agiografia, all'innografia e alla musica bizantina. Essendo l'unico monastero di rito greco esistente a Roma, la badia di Grottaferrata costituisce un patrimonio inalienabile di inestimabile significato religioso e culturale, che arricchisce la stessa Chiesa di Roma, manifestandone l'universalità.

Se a Roma l’influsso orientale e propriamente bizantino nell’arte e la cultura si manifestò già prima, è tuttavia tra la fine dei secoli VI e VIII che tale apporto si fece sempre più sensibile. Questo fenomeno è dovuto in quest’epoca all’alto numero di Papi greci e all’afflusso di popolazioni anch’esse greche e orientali. E' il periodo in cui la colonia greca e orientale dell'Urbe aumenta costantemente e nel corso della persecuzione degli imperatori iconoclasti (secoli VIII e IX) i monasteri orientali diventeranno sempre più numerosi. E’ precisamente durante questo periodo di persecuzione che si afferma sempre più l'impronta greca e orientale a Roma. Numerosi Papi hanno magnificamente ornato di pitture la chiesa diaconale di S. Maria Antiqua al Foro Romano, frequentata da Greci ed altri orientali. Pittori diversi, tra i quali molto probabilmente bizantini, operarono mentre la lotta iconoclasta divampava ormai in pieno. L'origine o l'impronta orientale di molte di queste icone dipinte sui muri è palese, soprattutto per una serie di affreschi del VII e VIII secolo. In alcuni di questi affreschi, realizzati nel tempo dell’ultimo Papa greco Zaccaria, erano riuniti, insieme a martiri romani e orientali, maestri della vita ascetica dell’Oriente come lo stesso S. Saba. Con i suoi Papi siriani e greci, il suo quartiere greco intorno alla chiesa di S. Maria in Cosmedin, Roma era una città fortemente orientalizzata. E' per la lettura di questi stranieri che papa Zaccaria curò la traduzione in greco dei famosi Dialogi di San Gregorio Magno.

Dal secolo IX, epoca in cui rinasceva la persecuzione contro le immagini, i monaci orientali ricominciarono a fuggire verso l'Italia, verso Roma in particolare, accolti in gran numero da papa Pasquale I che istituiva per loro un monastero presso l'antica basilica di S. Prassede. Tre splendide chiese, restaurate e abbellite da Pasquale I (S. Maria in Domnica sul Celio, S. Prassede sull’Esquilino e S. Cecilia in Trastevere), mostrano ancor oggi i loro meravigliosi mosaici quasi intatti e in cui il linguaggio stilistico e i programmi iconografici bizantini sono verosimilmente interpretati da artigiani romani e orientali. L’influsso dell’Oriente cristiano, a Roma soprattutto, sarà una componente essenziale nello sviluppo dell’arte sacra dei secoli successivi.

A Roma l'uso delle icone è attestato da tempi remoti e se ne conservano ancora numerosi esemplari. Queste icone, romane o esportate dai Luoghi Santi della Palestina, sono dipinte ad encausto su tavole lignee, al pari delle tavole contemporanee raccolte nel Monastero di S. Caterina sul Monte Sinai. Alcune di esse, soprattutto icone della Madre di Dio, sono tuttora venerate a Roma, e saranno poi replicate e riprodotte durante il Medioevo, per essere venerate nelle chiese di Roma e del Lazio.

In una sala della Pinacoteca dei Musei Vaticani viene presentata un’apprezzabile collezione di icone di varie scuole ed epoche, alcune di alta qualità, che, insieme ai numerosi manoscritti greci e orientali della Biblioteca Apostolica Vaticana, ad oggetti vari del Museo Sacro o del Tesoro di S. Pietro, costituiscono preziosi cimeli di questo mondo bizantino e cristiano orientale, gelosamente custoditi e incrementati dai Papi nel corso dei secoli.

Quando, a partire dal XVI secolo, chiese orientali, per lo più greche, vengono innalzate in diversi luoghi del territorio italiano per provvedere ai bisogni religiosi delle colonie di rifugiati e commercianti orientali, si procede all'erezione in Roma, sotto il pontificato di Gregorio XIII, di una chiesa specificamente destinata a loro: la chiesa di S. Atanasio dei Greci, sorta in funzione del vicino Collegio dei Greci istituito nel 1577. Malgrado la presenza, soprattutto a partire dalle Crociate, di Armeni come pure di pellegrini e monaci abissini che occuparono il piccolo convento e la chiesa annessa di S. Stefano in Vaticano, è soltanto con la chiesa di S. Atanasio dei Greci che si pensò di costruire ex novo un santuario propriamente orientale.

Molti tra i pittori che vollero rappresentare sui muri delle chiese di Roma, dal XVII al XIX secolo, i santi Padri e Dottori delle Chiese d'Oriente attestano, con la precisione del dettaglio, l'impressione che doveva suscitare sui Romani di allora la presenza dei Gerarchi orientali che officiavano nelle chiese dell'Urbe, come nella già citata chiesa di S. Atanasio dei Greci dove lo stesso Goethe amava, durante il suo soggiorno romano, assistere al fastoso svolgimento della liturgia bizantina in lingua greca.

Già nell’VIII secolo i loro antenati avevano potuto contemplare, come noi stessi ancor oggi, le teorie di santi Gerarchi orientali rivestiti delle loro insegne pontificali, rappresentati sulle pareti di S. Maria Antiqua, ai piedi del Palatino, pegno di una tradizione plurisecolare d'ospitalità con dimensioni universali da cui non si è mai allontanata la cattolicità della Chiesa di Roma.

 

COMUNICATO

PRIMO INCONTRO DEI VESCOVI E SUPERIORI MAGGIORI DELLE CHIESE ORIENTALI CATTOLICHE DELLE AMERICHE E DI OCEANIA
(Boston, 7-12 novembre 1999)

I responsabili delle Chiese Orientali Cattoliche di America del Nord, America del Sud ed Australia si incontreranno a Boston con la Congregazione per le Chiese Orientali dal 7 al 12 novembre prossimi. Vi prenderanno parte circa 120 vescovi e sacerdoti, religiosi e religiose, rappresentanti di quasi tutte le Chiese Orientali Cattoliche (armena, caldea, copta, etiopica, maronita, melkita, romena, rutena, sira, siro-malabarese, siro- malankarese, slovacca, ucraina). Saranno pure presenti il Prefetto, il Sotto-Segretario, i Capi Ufficio ed altri Officiali della Congregazione per le Chiese Orientali, rappresentanti di vari Dicasteri della Curia Romana, un rappresentante per ciascuna delle Chiese Orientali Cattoliche della madrepatria, il Nunzio Apostolico negli Stati Uniti d’America e una rappresentanza di alcune organizzazioni di aiuto all’Oriente.

Una Commissione di tre Vescovi (Vartan W. Boghossian, SDB, Vescovo di San Gregorio de Narek en Buenos Aires degli Armeni, Esarca Apostolico per gli Armeni cattolici dell’America Latina; Nicholas James Samra, Ausiliare di Newton dei Greco-Melkiti; Stephen Soroka, Ausiliare di Winnipeg degli Ucraini) è stata incaricata di studiare l’organizzazione dell’incontro e di moderare le sessioni di lavoro.

Dopo la prolusione del Cardinale Achille Silvestrini, Prefetto della Congregazione per le Chiese Orientali, e il saluto del Cardinale Bernard Law, Arcivescovo di Boston, alle esposizioni dei relatori (l’Arcivescovo R. Weakland, OSB, il Vescovo Wilton D. Gregory, il Vescovo ucraino ortodosso Vsevolod, l’Archimandrita Robert Taft, SJ, il Corepiscopo John Faris, P. David Motiuk e l’equipe dei direttori diocesani orientali cattolici per l’educazione religiosa) seguiranno alcune testimonianze pastorali, per singole aree (dei Vescovi B. Losten, Vartan Boghossian, SDB, Issam Darvish, Basil Schott, George Kahhale Zouhairaty, Peter Stasiuk). Ampio spazio sarà dato al lavoro dei gruppi di studio, in modo che vi sia la massima possibile partecipazione dei presenti.

Ogni giorno sarà celebrata una Liturgia, secondo un diverso rito.

Voluto dalla Congregazione per le Chiese Orientali e ospitato dal Cardinale Bernard Law, Arcivescovo di Boston, che ne ha curato l’organizzazione pratica, l’incontro si propone di approfondire le questioni che riguardano la vita e il futuro degli Orientali Cattolici che dimorano in queste regioni. Si tratta infatti di conciliare l’appartenenza a Chiese portatrici di una tradizione antica e il pieno inserimento civile, culturale e quindi anche pastorale in terre massimamente aperte alla modernità.

Si partirà da un esame delle conseguenze di queste massicce diaspore sulla vita delle Chiese Orientali nei loro territori tradizionali.

Ci si chiederà poi quale debba essere il legame che intercorre tra queste Chiese Madri e le comunità ecclesiali della diaspora. Sarà proprio la categoria di “diaspora” ad essere oggetto di speciale considerazione. Infatti, molti degli Orientali Cattolici che vivono in questi Paesi tecnologicamente avanzati non si riconoscono più neppure nella definizione di “diaspora”, che presuppone un perdurante collegamento psicologico ed affettivo con le terre di provenienza, quasi si trattasse di una sorta di provvisorio esilio. Anche a causa di fenomeni quali i matrimoni misti, si è incrinato in alcune Chiese il legame stretto che unisce Chiesa e nazione e si sono create Chiese multietniche, che pure intendono conservare le tradizioni liturgiche e un certo legame con le Chiese d’origine, ma si riconoscono contemporaneamente come inserite in pieno nella società in cui vivono e di cui si sentono parte a tutti gli effetti.

Si esamineranno quindi le conseguenze pratiche di questo quadro sulla vita pastorale degli Orientali Cattolici di questi Paesi: nella liturgia, nella catechesi, nella formazione del clero e dei laici, nel rapporto con la Chiesa latina, ampiamente maggioritaria tra i Cattolici, in modo da garantire e difendere dall’assimilazione sia la specificità dell’apporto orientale sia il pieno coordinamento pastorale di tutti i cattolici. Si studierà poi il particolare ruolo ecumenico che è proprio di questi Orientali Cattolici, in un’area tradizionalmente pluralistica, dove i rapporti appaiono, per ragioni culturali, in genere più facili che nei territori orientali.

Infine ci si soffermerà ad analizzare l’influsso della modernità sull’Oriente Cattolico: una problematica che già sta penetrando nei Paesi d’origine di queste Chiese e che, presumibilmente, si farà sempre più rilevante. Si studierà quali conseguenze ciò comporti sulla sensibilità orientale, ed anche sulla vita concreta delle comunità orientali cattoliche delle Americhe e di Oceania.

Dopo il Sinodo dei Vescovi siro-malabaresi dell’India del 1996 in Vaticano, l’incontro dei Vescovi e Superiori religiosi delle Chiese Orientali Cattoliche d’Europa a Nyiregyhaza (Ungheria) nel 1997, entrambi voluti dalla Congregazione per le Chiese Orientali, e l’incontro dei Vescovi Cattolici del Medio Oriente, promosso dal Consiglio dei Patriarchi Cattolici d’Oriente e celebrato in questo stesso 1999, la presente iniziativa completa un primo esame della vita delle Chiese Orientali Cattoliche nelle diverse aree del mondo. La comprensione di tali nuovi orizzonti e delle conseguenze pratiche che comportano servirà anche a predisporre un sempre miglior servizio della Congregazione per le Chiese Orientali nel coadiuvare il ministero pastorale del Santo Padre a vantaggio di queste Chiese.

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