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CONGREGAZIONE PER LE CHIESE ORIENTALI
Sessant'anni di aiuti alle
popolazioni palestinesi
La Pontificia Missione per la
Palestina
sotto la giurisdizione della Congregazione per le Chiese Orientali
ha finora raccolto oltre 250 milioni di dollari
di Gianluca Biccini
(L’Osservatore Romano, 15 agosto 2009)
Need not creed. "Bisogni non dottrine". Da sessant'anni è la parola d'ordine
della Pontificia Missione per la Palestina nella regione mediorientale. Un'opera
al servizio della carità, che assicura il finanziamento di iniziative a sostegno
delle popolazioni locali. Da New York, sede amministrativa - quella centrale è a
Roma - segue con attenzione le vicende della Terra Santa, della Giordania e del
Libano. Da qualche anno l'orizzonte dell'istituzione si è allargato sino a
comprendere anche l'Iraq e la Siria. Il presidente è monsignor Robert Stern.
Risiede a New York, poiché è proprio tra i cattolici degli Stati Uniti e quelli
del Canada che si conta il maggior numero di benefattori e di sostenitori
dell'opera. Anche se l'arcidiocesi tedesca di Colonia, la Swiss-German
Kinderhilfe Bethlehem, Kindermissionswerk, Kirche en Not, Misereor e Missio
hanno assunto un ruolo di primo piano nella raccolta degli oltre 250 milioni di
dollari che fino a oggi sono stati impiegati nei servizi di assistenza. Con
monsignor Stern, nell'intervista rilasciata a "L'Osservatore Romano", abbiamo
tracciato un bilancio di questi sessant'anni.
Dopo la decisione dell'Onu nel 1947 di dividere la Palestina, Pio xii scrisse
ben tre encicliche per la pace in Terra Santa e la soluzione dei problemi
palestinesi: Auspicia quaedam del 1 ° maggio 1948, In multiciplibus curis, del 2
ottobre dello stesso anno e Redemptoris nostri cruciatus del successivo 15
aprile. Il 18 giugno 1949 veniva istituita la pontificia missione. Qual era il
contesto storico?
Furono la sofferenza e l'indigenza tragiche dei popoli della Palestina dopo
la divisione a suscitare in Papa Pacelli il desiderio di creare un organismo
ecclesiale specifico per aiutarli. Per questo incaricò il segretario della
Catholic Near East Welfare Association (Cnewa), agenzia sotto la giurisdizione
della Congregazione per le Chiese Orientali, monsignor Thomas J. McMahon, di
creare un ente che assistesse e offrisse sostegno ai bambini, alle famiglie, ai
feriti, ai malati, agli anziani e agli esiliati. Centinaia di migliaia furono i
palestinesi costretti a lasciare la loro terra natale e a riparare nella parte
del territorio sotto il controllo dell'allora Transgiordania o dell'Egitto. Il
18 giugno 1949 il cardinale Eugenio Tisserant, segretario del dicastero per le
Chiese Orientali, pubblicava il documento che sanciva la nascita della
pontificia missione. Come primo segretario fu scelto il canonico Jules Creteen,
rettore del seminario arcidiocesano di Malines, e come assistente il francescano
Raphael Kratzen. La sede amministrativa fu stabilita a Beirut, con uffici
successivamente aperti a Gerusalemme e ad Amman. Inizialmente, la pontificia
missione si occupò di assistere sfollati e rifugiati. Dopo la nascita dell'Unrwa,
l'agenzia Onu per i profughi palestinesi, ha adattato i suoi programmi non solo
per collaborare con quest'ultima nel miglioramento delle condizioni di vita dei
palestinesi dei campi profughi - per esempio fornendo mobili per le scuole - ma
anche per stabilire nuove istituzioni, com'è stato nel caso di una scuola per
ciechi a Gaza.
Nel gennaio 1964 Paolo vi si recò in Terra Santa. Che impatto ebbe quella
visita?
Papa Montini andò in un momento di relativa tranquillità, dopo la tormenta
del conflitto. Un frutto particolare della sua visita fu la fondazione, in
collaborazione con la pontificia missione, di parecchie nuove realtà: la scuola
per sordomuti Ephpheta a Betlemme, la cui gestione didattica fu affidata alla
congregazione delle suore Maestre di Santa Dorotea, figlie dei Sacri Cuori;
l'Università di Betlemme, affidata alla Congregazione dei fratelli delle scuole
cristiane; e il centro Notre-Dame di Gerusalemme sotto l'autorità immediata
della Santa Sede.
Dieci anni dopo, il 25 marzo 1974, Paolo vi con l'Esortazione apostolica
Nobis in animo rilanciò il tema dell'aiuto alle popolazioni del Medio Oriente.
Dopodiché, nella sua lettera del 16 luglio, in occasione del venticinquesimo
anniversario di fondazione della pontificia missione, ha praticamente aperto
all'orizzonte una nuova sfida. Perché e con quali risultati?
Nella sua lettera, il Papa incoraggiò a impegnarci non solo nell'aiuto in
situazioni di emergenza, ma ad aprirci anche a opere di sviluppo umano.
Purtroppo, con le nuove occupazioni territoriali della Cisgiordania e della
Striscia di Gaza nel 1967, la pontificia missione ha dovuto concentrarsi di
nuovo e quasi esclusivamente nell'aiuto in situazioni di emergenza. Dopo la
guerra dei sei giorni, la situazione è completamente cambiata: le popolazioni
palestinesi, senza le proprie strutture di governo, mancavano anche di
istituzioni sociali e così nascevano nuove necessità. Il nostro organismo è
andato in loro aiuto in tutti i modi possibili, attraverso una rete sempre più
ampia di realtà educative, sanitarie e sociali che hanno contribuito a lenire le
ferite del conflitto e delle violenze. Da questo si capisce come la necessità
della nostra presenza non è diminuita, ma ha cambiato natura. Negli anni
seguenti il Medio Oriente non ha smesso di sperimentare momenti di grande
tensione e di conflitto, spesso sfociati in atti di violenza e guerre aperte,
come i fatti di Gaza all'inizio di questo anno dimostrano ancora oggi. La
pontificia missione, attraverso i suoi uffici locali e in collaborazione con
altre realtà ecclesiali e con le agenzie dell'Onu, ha intensificato gli sforzi
per aiutare le popolazioni a ricrearsi una vita: si è impegnata nella
ricostruzione dei villaggi e in progetti di sviluppo, fornisce assistenza
sanitaria necessaria e contribuisce alla ripresa delle attività artigianali,
industriali e agricole nella Striscia.
Può farci esempi concreti della vostra attività?
Dopo il 1967, la crisi dei profughi ha cominciato ad estendersi anche in
Giordania. In risposta, la missione ha aiutato non solo i palestinesi che
abitavano nei campi profughi nel regno hascemita, ma anche agli stessi giordani,
dando sostegno economico a parecchi villaggi. Abbiamo costruito ospedali per la
maternità in Amman e Zerqa e avviato un programma di aiuto ai bambini poveri e
alle loro famiglie. Dopo il 1975, con la guerra civile in Libano, l'attenzione
della missione si è man a mano spostata verso la popolazione libanese:
assistenza sanitaria ai più bisognosi, soprattutto negli ospedali cattolici,
sussidi a circa cento orfanotrofi, e la ricostruzione delle case danneggiate
dalla guerra. Dopo l'Intifada del 1987 la pontificia missione ha puntato
all'aiuto dei vari comitati locali palestinesi, provvedendo servizi sanitari a
Gaza e in Cisgiordania, coordinando l'uso dell'acqua e della terra agricola, e
promovendo una cultura di giustizia e di pace. Mi viene in mente la
ristrutturazione delle case dei cristiani che vivono nella città vecchia di
Gerusalemme, affinché non se ne vadano. Un altro esempio è la ricostruzione
degli edifici danneggiati dai bombardamenti nei Territori.
Ha parlato più di una volta della fuga dei cristiani dai luoghi delle origini.
È una realtà preoccupante?
È un fenomeno per certi versi irreversibile, ma che noi possiamo cercare di
circoscrivere. I dati parlano chiaro. Basti pensare alle possibilità che
l'Occidente offre, per capire perché tanti cerchino di raggiungere i familiari
che hanno trovato fortuna altrove. I cristiani inoltre subiscono una forte
pressione sociale, sono considerati stranieri nella loro patria e questo pesa
soprattutto sulle aspettative dei giovani. Certo non possiamo permetterci il
lusso di far scomparire i cristiani dalla terra di Gesù. Per questo in
collaborazione soprattutto con l'ordine del Santo Sepolcro, il patriarcato
latino e con la Custodia francescana siamo alla ricerca continua di soluzioni.
Attualmente puntiamo sull'occupazione: garantire un lavoro significa di fatto
mantenere accesa una speranza.
Qual è l'elemento caratteristico della vostra missione?
Noi facciamo un po' la parte di quelli che aprono la pista. Sperimentiamo
cioè nuove vie, indichiamo i percorsi. Poi altri con maggiori risorse ci seguono
in questo itinerario. In Medio Oriente le emergenze non finiscono mai e così
neanche la carità del Papa manifestata per mezzo della pontificia missione.
(©L'Osservatore Romano - 15 agosto 2009)
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