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CONGREGAZIONE PER LE CHIESE ORIENTALI
Il
Cardinale Sandri alle celebrazioni per l'anniversario della morte del Santo
LA
SPIRITUALITÀ DI SAN MARONE
DAL SILENZIO ALLA CARITÀ
(L'Osservatore Romano - 16 marzo 2011)
di MAURIZIO MALVESTITI
Nella festa di san Marone si è compiuto
quest’anno il giubileo per i milleseicento anni della nascita al cielo del
fondatore della Chiesa maronita, indicata dalla tradizione storica attorno
all’anno 410. Qualche decennio più tardi Teodoreto di Ciro dedica l’intero
capitolo sedicesimo della sua Historia religiosa alla vita del «monaco
prete» a cui Giovanni Crisostomo aveva indirizzato una lettera. Nelle settimane
scorse l’evento giubilare è stato celebrato da tutte le comunità maronite del
mondo: sono numerose in Libano, in Siria e in altri Paesi mediorientali, come in
ogni continente, con vescovi e sacerdoti della propria tradizione ecclesiale
impegnati in un ammirevole servizio pastorale.
La conclusione del giubileo ha coinciso con
la presentazione da parte del patriarca di Antiochia dei Maroniti, cardinale
Nasrallah Pierre Sfeir, della rinuncia all’ufficio patriarcale, accettata da
Benedetto XVI al termine delle celebrazioni romane.
Nella memoria liturgica di san Marone, che
ricorre il 9 febbraio, il cardinale Leonardo Sandri, prefetto della
Congregazione per le Chiese orientali, ha preso parte a una divina liturgia
nella chiesa dedicata al santo presso il Collegio maronita: «Un eremita dedito
esclusivamente al Signore è divenuto padre e fondatore di una venerabile Chiesa.
E la sua Chiesa ha voluto unire al nome di Antiochia, città-madre della propria
tradizione teologica, liturgica e spirituale, quello del padre-fondatore per
beneficiare dei frutti della sua santità». Così il porporato ha esordito
nell’omelia, ricordando di avere anticipato la preghiera per tutti i maroniti
nella visita del gennaio scorso al luogo della sepoltura di san Marone, nei
pressi di Aleppo, in Siria.
Riferendosi alla prevista collocazione di
una statua del santo in una nicchia esterna della basilica Vaticana, il
cardinale Sandri ha detto che «quel giorno i maroniti, senza distinzione alcuna,
si sentiranno col Vescovo di Roma nel cuore della santa Chiesa cattolica, madre
e maestra che essi hanno sempre amato lungo tutti i secoli della loro storia.
Grazie alla comunione con la Chiesa cattolica, nella certezza di essere in
comunione col Signore Gesù, essi riceveranno un forte incoraggiamento a vivere,
annunciare e celebrare la fede cristiana. L’amata nazione libanese attende dai
figli di san Marone una testimonianza di fraternità ecumenica e interreligiosa.
È questo — ha sottolineato il prefetto della Congregazione per le Chiese
orientali — il mandato che il Papa vi affiderà: costruire unità, solidarietà e
pace in Libano e in tal modo essere sale della terra e luce del mondo. Siate
vicini a quanti danno la vita per rimanere fedeli a Cristo, mai dimenticando che
il sangue di martiri è sempre seme di nuovi cristiani, e nella certezza che mai
si potrà fermare la potenza umile di Dio, che è Cristo crocifisso e risorto.
Ricordate cari maroniti — ha concluso il porporato — la responsabilità storica
che avete nella custodia del cristianesimo in Oriente. Siate mediatori di pace e
di civiltà in nome di Cristo. Il suo nome non sia mai cancellato dal Libano. La
sua santa Croce continui a ispirarne il progresso religioso e civile».
La benedizione della statua si è svolta il
23 febbraio 2011, impartita da Benedetto XVI, accolto da una folta delegazione
di libanesi, guidati dal cardinale patriarca Sfeir e dal presidente della
Repubblica, Michel Suleiman, cristiano-maronita. Al rito ha fatto seguito la
concelebrazione eucaristica nella basilica di San Pietro presieduta da Sfeir,
che il cardinale Sandri ha salutato come erede spirituale di san Marone e
ringraziato per l’opera apostolica svolta con zelo e determinazione tra
innumerevoli tribolazioni. Il prefetto ha esteso il ringraziamento al presidente
del Libano, per aver sottolineato con la sua presenza «il ruolo di san Marone e
dei fedeli della sua Chiesa nel forgiare l’identità storica dell’intera nazione
libanese». E ha poi osservato che «la statua marmorea potrebbe significare solo
una realtà immobile, pur nella sua bellezza, e un motivo di orgoglio per tutti i
libanesi», auspicando piuttosto che essa richiami «nei suoi tratti artistici una
realtà vivente: la Chiesa maronita. Ancorata in Cristo e nel suo Vicario in
terra, essa possa rinascere sempre per l’annuncio del Vangelo a gloria di Dio e
a bene delle anime. Nella comunione con tutte le sue membra possa essere
testimone dell’amore di Dio — ha concluso — contribuendo ancora di più con i
cristiani e i musulmani a sostenere la vocazione di pace e di riconciliazione
propria del Libano in Medio Oriente e nel mondo».
Dal 24 febbraio al 2 marzo 2011, il
prefetto della Congregazione per le Chiese orientali ha preso parte alle
celebrazioni giubilari nella diocesi statunitense di Our Lady of Lebanon of Los
Angeles dei Maroniti su invito del vescovo Robert Joseph Shaheen. Tre le tappe
della visita. La prima è stata Saint Louis, dove ha inaugurato l’Heritage
Maronite Institute. «Cominciare dalla dedicazione di questo centro — ha
affermato per l’occasione il cardinale Sandri — pone la mia visita sull’onda
della memoria. Come ha scritto il vescovo, l’istituto si propone di valorizzare
la storia dei maroniti in America attraverso l’educazione, la ricerca e la
custodia del patrimonio maronita. Non c’è maturità umana e cristiana senza
educazione. Il compito della famiglia, della parrocchia, dell’eparchia e della
Chiesa intera, come della stessa società, è l’educazione. Ed essa ha bisogno del
passato, nella sua profondità vitale, per progettare il presente e il futuro. Si
impongono perciò la ricerca e la memoria», ha sottolineato il porporato, il
quale ha ribadito che «senza memoria non c’è futuro» e che «le comunità vanno
preservate dall’oblio della propria identità». A ispirazione in tale compito ha
indicato il patrono: «San Marone ha la capacità di educarvi poiché è la vostra
memoria e il riferimento a lui vi custodisce nell’autenticità cristiana».
A Houston, il prefetto ha incontrato la
comunità di Nostra Signora dei Cedri del Libano, guidata dal parroco, padre
Milad Haghi, missionario libanese maronita. Inaugurando il nuovo centro
pastorale dedicato a George Mouawad, ha spiegato che, «se una comunità è
veramente cristiana, deve passare dal culto divino alla pastorale familiare,
giovanile e sociale, alla pastorale vocazionale, ecumenica e interreligiosa,
alla missionarietà. Il culto a Dio è la sua priorità assoluta, ma è un dono da
offrire alla storia degli uomini e delle donne in ogni tempo e in ogni luogo per
santificarli e orientarli al regno di Dio».
Successivamente, nella liturgia
concelebrata dal cardinale Daniel N. DiNardo, arcivescovo di Galveston-Houston,
dal vescovo Shaheen e dal vescovo di Nuestra Señora de los Mártires del Líbano
en México, Georges M. Saad Abi Younes, il prefetto Sandri ha tratteggiato un
profilo di san Marone: «Egli fu l’uomo del silenzio e della preghiera. Fu l’uomo
della penitenza e della carità. Per questo è motivo di speranza, che per noi è
incrollabile perché radicata in Cristo Gesù». Ha poi sviluppato i primi due
aspetti, chiedendosi: «Perché andavano in tanti da san Marone? Per ascoltare
l’eloquenza del silenzio! Perché avvertivano dal silenzio il suo dialogo di fede
e di amore con Dio. Erano affascinati dal suo silenzio perché comunicava il
fremito della parola di Dio che è amore. Sembra un paradosso per il nostro
tempo, che è soffocato da fiumi e fiumi di parole. Il suo silenzio era speciale:
si era fatto preghiera, ossia unione profonda con Dio nell’amore. Egli
convinceva i suoi ascoltatori perché era diventato una preghiera vivente,
attingendo ardore dal silenzio del Crocifisso». Il cardinale ha poi concluso con
un’efficace constatazione: «Il mondo in epoche oscure della storia e in tempi
non lontani ha accusato Dio per il suo silenzio davanti al dolore e alla morte.
Rimangono un enigma il dolore e la morte dell’uomo, ma per il silenzio del
Crocifisso, che li ha vinti affrontandoli nella loro profondità, abbiamo la
certezza che anch’essi sono una via, senz’altro stretta, come dice il Vangelo,
ma una via all’amore».
A Los Angeles il cardinale Sandri, accolto
dal vescovo Shaheen e dal parroco, padre Abdallah Zaidan, nella cattedrale di
Nostra Signora del Libano, ha potuto completare il profilo di san Marone: «Egli
avanzava nel silenzio e nella preghiera. E comprese che si aprivano davanti a
lui, inevitabilmente, i sentieri della penitenza e della carità. Approdò alla
via della verità e della vita, che è Cristo. L’unione con Dio lo portò ad
abbandonare sempre più decisamente l’uomo vecchio e le sue passioni ingannatrici.
La conversione del cuore e dei comportamenti lo condusse alla solidale carità
verso ogni sofferenza spirituale e materiale. La sua vita continuò a fiorire per
Dio e per i fratelli e a diffondere pace e unità», ha osservato il porporato,
delineando una sorta di «spiritualità maronita» attorno al silenzio, alla
preghiera, alla penitenza e alla carità, e sottolineando che «possono sembrare
categorie fuori moda, dal punto di vista culturale, e sinonimo di noia, quasi
una prigione della libertà e della spontaneità». In realtà esse generano la
fedeltà: «E cos’è la fedeltà — si è chiesto Sandri — se non una ripetizione
motivata dall’amore che persegue diritti e doveri e così costruisce la persona
nel bene, rendendola capace di cambiare il mondo? Il giubileo maronita si chiude
con il mandato della fedeltà cristiana, a cominciare da ciascuna vostra famiglia».
In ogni celebrazione si è data lettura del
messaggio inviato, per lo speciale giubileo, da Benedetto XVI.
Dalla diaspora, il cardinale Sandri è
passato alla madrepatria maronita, il Libano, dove è giunto il 4 marzo per
festeggiare il cinquantesimo di episcopato e il venticinquesimo di servizio
patriarcale del cardinale Sfeir. Il Patriarca ha incontrato Benedetto XVI il 25
febbraio scorso, ricevendo dalle sue mani la lettera autografa di ringraziamento
all’atto dell’accettazione della sua rinuncia al governo della Chiesa maronita.
Per tale motivo, in Libano, il prefetto della Congregazione per le Chiese
orientali si è subito recato a Bkerké (città sede del Patriarcato di Antiochia
dei Maroniti) per rendere omaggio al presule, unitamente al nunzio apostolico,
arcivescovo Gabriele Giordano Caccia, il quale sabato 5 marzo avrebbe dato
lettura della lettera pontificia all’inizio della divina liturgia presieduta
dallo stesso patriarca, alla presenza del capo dello Stato libanese e delle più
alte cariche della nazione, dei patriarchi cattolici melchita, siro e armeno,
come delle rappresentanze di tutte le istituzioni ecclesiastiche, civili,
ecumeniche e interreligiose. Ad accogliere i partecipanti alla solenne
celebrazione l’amministratore della Chiesa patriarcale, il vescovo ausiliare
Roland Aboujaudé.
Nel suo intervento il cardinale Sandri,
dopo il saluto al presidente della Repubblica, ha affermato che «senza la
componente cristiana il Libano non avrebbe potuto in passato e non potrà
svolgere in avvenire quel mandato di pace che la sua storia, la sua cultura e la
sua spiritualità gli hanno assegnato». Attestando, poi, la comune ammirazione
«per il bene compiuto come vescovo, patriarca e cardinale di Santa Romana Chiesa»
da sua beatitudine Sfeir, ne ha elogiato il servizio fedele nelle ore della
sofferenza e della speranza dei suoi figli. E si è fatto latore del calice
donato da Benedetto XVI, con queste parole: «È il calice del sacerdozio di
Cristo a noi partecipato. Continui, beatitudine carissima, ad alzare il calice
eucaristico invocando il nome del Signore a nostra salvezza. La proteggano
sempre san Marone e Nostra Signora del Libano. In unione con l’intera comunità
ecclesiale, voglia continuare a coltivare il grande cedro colmo di vitalità
spirituale che è l’amata e nobile nazione libanese».
All’indomani il patriarca Sfeir ha
presieduto l’eucaristia nel santuario nazionale di Nostra Signora di Harissa,
concelebrata dal cardinale Sandri, dal nunzio apostolico Caccia, da numerosi
vescovi e sacerdoti. Nell’omelia, il prefetto Sandri ha svolto il tema del
primato di Dio e della sua inscindibile paternità. Ne fu banditore il padre
della Chiesa maronita, che ha definito: «Un’eco efficace dello Spirito Santo che
grida in noi: Abbà, Padre». Il segreto della fecondità sua e della Chiesa
maronita vanno ravvisati nel primo posto dato a Dio lungo i secoli della storia
«gloriosa ma talora sofferta per le oscure tempeste», nella quale, tuttavia, i
maroniti «non hanno mai vagato come orfani perché ricondotti sempre dalla Madre
di Dio e da san Marone al Signore e alla Chiesa». E ha aggiunto che «la signoria
di Dio nella vita personale e familiare, come in quella sociale e culturale, è
da indicare alle nuove generazioni perché è la garanzia della libertà, anche
religiosa, come di ogni giustizia, e apre alla solidarietà nella storia proprio
perché volge il nostro sguardo al Bene Eterno».
Si è quindi pregato per i vescovi maroniti chiamati a eleggere in sinodo il
nuovo Patriarca perché «siano guidati unicamente dal primato di Dio. Ne
ricerchino la santa volontà per individuare un vero padre e capo, capace di dare
la vita come il Buon Pastore e di prodigarsi come san Marone per guarire le
ferite spirituali e materiali dei suoi figli».
Il cardinale Leonardo Sandri ha concluso il
suo intervento citando il beato Giovanni XXIII, il quale, visitando Harissa il
28 ottobre 1954 come patriarca di Venezia e legato papale, lasciò scritto in
auspicio per tutti i libanesi le seguenti parole: oboedientia et pax,
benedictio et pax¸ gaudium et pax. Nell’obbedienza troviamo la pace perché
Dio ci benedice, moltiplicando la gioia. Grazie all’obbedienza dei libanesi,
alle tradizioni religiose e civili si potrà compiere per essi la promessa
biblica: «Ne rimarrà per sempre la discendenza e la loro gloria non si
offuscherà». Prima di lasciare il Libano, il porporato è stato ricevuto dal
presidente della Repubblica e ha reso visita ai patriarchi melchita, siro e
armeno, e a diverse comunità religiose femminili e maschili. Ma, soprattutto, ha
venerato nei rispettivi santuari i santi Marone, Charbel, Nimatullah, Rafka, e
il beato Estéphan. Figli della Chiesa maronita e «vera gloria» del Libano.
(©L'Osservatore Romano 16 marzo 2011)
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