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INTERVENTO DEL CARDINALE IGNACE MOUSSA I DAOUD
ALL'INCONTRO PROMOSSO
AL PONTIFICIO ISTITUTO ORIENTALE IN OCCASIONE
DEL 1950 ANNIVERSARIO DELL'ARRIVO
DI S. TOMMASO IN INDIA E DEL 450 ANNIVERSARIO
DELLA MORTE DI S. FRANCESCO SAVERIO

Sabato, 7 dicembre 2002

Cari Amici,

1. Per anni ho desiderato visitare l'India. È un Paese con un fascino particolare. E lo è ancor di più per me, sapendo che in quel grande e bel Paese vi sono molti miei fratelli e sorelle della Chiesa sira: i fedeli malabaresi e malankaresi.

Per questa ragione, dopo essere stato eletto Patriarca di Antiochia dei Siri, ho colto l'occasione del primo invito per recarmi in India per le celebrazioni di apertura del Grande Giubileo del 2000. Ho così potuto constatare che era anche migliore di quanto avessi immaginato. Ricevetti un secondo invito per la chiusura del Grande Giubileo. Nel frattempo, però, il 25 novembre 2000, il Santo Padre mi aveva nominato Prefetto della Congregazione per le Chiese Orientali. Così chiesi di poter posporre il mio arrivo a Roma per poter compiere un secondo pellegrinaggio nell'amata terra dell'India. Questa seconda visita è stata per me un'ulteriore opportunità per conoscere la Chiesa cattolica a Kerala, in particolare la Chiesa siro-malabarese la sede del cui Arcivescovo Maggiore è a Ernakulam e Angamaly. Queste visite indimenticabili mi hanno permesso di seguire le orme di san Tommaso apostolo e di san Francesco Saverio. Ho potuto vedere di persona i frutti della loro predicazione.

Per questa ragione sono molto lieto e considero un onore essere con voi oggi, in questo illustre Pontificio Istituto Orientale, per celebrare questa duplice ricorrenza:  il 1950º anniversario dell'arrivo di san Tommaso e il 450º anniversario della morte di san Francesco Saverio.

Né san Tommaso apostolo né san Francesco Saverio erano nativi dell'India. Tuttavia, entrambi divennero indiani per convinzione. Non si trattava di una semplice attrazione superficiale, ma di un'autentica apertura dello spirito, che ricerca e instaura la comunione. Oggi per noi è importante pensare a san Tommaso e a san Francesco Saverio come a indiani per convinzione e non solo come a cittadini onorari, proprio come san Paolo è diventato greco per i greci senza cessare di essere ebreo per gli ebrei. I vincoli stretti e talvolta esclusivi della nazionalità dovevano essere superati e aperti a una comunione di comprensione, rispetto e fiducia reciproci. Questa nuova comunità non si basava sui privilegi di classe o di casta, ma sulla grazia di Dio che unifica anche le realtà più diverse.

2. A volte si potrebbe avere l'impressione che ancora oggi vi sia un profondo abisso che separa l'Oriente dall'Occidente. Questo divario non è soltanto una realtà geografica, storica o politica, ma sembra dividere prima di tutto il cuore umano. Forse è per questo che la missione della Chiesa in Oriente spesso viene considerata in termini piuttosto critici come un'imposizione inadeguata di credenze e valori su popoli che non sono disposti ad accettarli. Fa quindi molto piacere sentire oggi milioni di cattolici in India e altrove definirsi con gioia e gratitudine cristiani di san Tommaso.

Un'associazione sentita in modo tanto profondo sarebbe impensabile se san Tommaso, la sua persona e i suoi insegnamenti non fossero stati accettati apertamente, di cuore e con gratitudine da chi lo ascoltava e dai suoi discendenti, come una cosa non imposta, bensì accolta. San Tommaso, a quanto pare, era una persona di cui la gente dell'India si era innamorata; e d'altra parte lui si era innamorato di quella gente. Molti secoli dopo, in un'epoca in cui un'altra ondata di missionari partì per l'Oriente, san Francesco Saverio non solo impressionò le vecchie e le nuove generazioni di gesuiti in Occidente, ma rimase anche a sua volta colpito dalla fede che trovò già presente in Oriente. Anche qui osserviamo uno zelo missionario che ha sortito effetti solo perché attirava con l'amore, non con la forza, la bramosia o l'ambizione. Queste due figure, l'apostolo e il missionario, tanto amati e venerati da tutta la Chiesa, ma particolarmente dai cristiani in India, ci possono indicare il cammino verso l'autentico zelo missionario e la salda comunione ecclesiale purché accettiamo di farci guidare da loro.

3. Il cammino inizia con una chiamata, la chiamata di Dio. La missione autentica è il mistero di rispondere a una chiamata piuttosto che prendere da soli l'iniziativa. In un passo particolarmente drammatico del Vangelo di Giovanni, san Tommaso rompe il silenzio per infondere coraggio ai condiscepoli dicendo:  "Andiamo anche noi a morire con lui!" (Gv 11, 16). Dopo questa espressione di incrollabile lealtà, però, per qualche istante il suo spirito dubbioso sembra fargli perdere l'equilibrio ed egli chiede qual è la via (Gv 14, 5), suscitando in Gesù una delle definizioni di sé più famose che abbia mai dato:  "Io sono la via, la verità e la vita" (Gv 14, 6). Per salvare tutti attraverso la grazia del Figlio, la chiamata di Dio è tanto potente da rendere possibile ciò che appare impossibile e da riconciliare ciò che sembra inconciliabile.

Essere inviati in questo modo ci ricorda con grande forza che la nostra vita non appartiene a noi ma a Dio e quindi a Cristo. Per una simile vocazione altruistica occorrono persone altruiste. San Tommaso era una di queste persone e rispose alla chiamata. Era inviato da Cristo e lo sapeva. Tuttavia la sua risposta non fu del tutto aliena da numerose sfide esterne e interiori. Vediamo san Tommaso intrappolato in una lotta interiore tra la sua lealtà innata e il suo candore disarmante.

Forse è per questo che nei Vangeli sembra essere spesso collegato alla via e al domandare la via. Il problema si pone quell'unica volta in cui è assente, in quella fatidica domenica, quando il dolore lo acceca e per un momento non riesce a credere. Anche in questo non è solo, poiché nessuna delle undici apparizioni del Signore Risorto riportate nei Vangeli ha trovato la gente pronta.

Se Tommaso si è adeguato agli altri è perché non voleva non essere in armonia con i suoi compagni. Una volta rientrato nel gruppo è all'altezza della situazione. Quando il Signore appare per la seconda volta, Tommaso pronuncia la massima espressione di fede che si trova nel Vangelo: "Mio Signore e mio Dio" (Gv 20, 28). Non sa che, dopo avere vissuto l'esperienza più alta, la fine di quel viaggio rappresenta solo l'inizio di un nuovo viaggio che lo condurrà fino in India.

Qui i suoi seguaci, allora come oggi, hanno definito ciò che l'Apostolo ha insegnato loro "la via di Tommaso". Questa non è mai stata intesa come via sostituiva di colui che è la Via per il Padre, Cristo, nostro Signore e nostro Dio, ma come via che conduce a Lui.

4. I semi gettati dall'apostolo sono stati raccolti al momento voluto da Dio dal missionario. Sin dal suo arrivo a Goa il 6 maggio 1542 lo stesso Francesco Saverio manifestò la sua devozione a san Tommaso. Nel corso del suo soggiorno in India durato due anni (1542-1544), non solo visitò il santuario di san Tommaso a Mylapore, vicino a Madras, ma andò anche alla ricerca dei cristiani di san Tommaso a Cochin e a Travancore. Parlò con particolare calore del suo soggiorno nell'isola di Sukotra, sebbene alcuni suoi commenti potrebbero sorprenderci.

"Gli indigeni" - scrisse - "si proclamano cristiani e ne sono orgogliosi (...). Possiedono chiese, croci e luci che provengono dai luoghi di culto (...). Questa gente venera in modo particolare l'apostolo Tommaso e crede di risalire ai cristiani che lui ha convertito in quella regione. Durante la preghiera i sacerdoti ripetono spesso "alleluia! alleluia!" e pronunciano questa parola proprio come noi (...).

Durante la mia permanenza nell'isola ho battezzato molti bambini per la grande gioia dei loro genitori. Con sentita benevolenza e benintenzionata pressione volevano costringermi ad accettare i doni che la loro povertà permette loro di fare (...). Mi hanno domandato con insistenza di rimanere con loro e mi hanno promesso che tutti, giovani e anziani, si sarebbero battezzati se non li avessi abbandonati" (Epistolae S. Francisci Xaverii).

La presenza, le prediche e le preghiere di san Francesco Saverio hanno lasciato un'impronta duratura sui fedeli dell'India. Confermando "la via di Tommaso", egli l'ha amorevolmente collegata alla "via di Pietro", di modo che la fede di Cristo, seminata e cresciuta con forza nei secoli, potesse godere della certezza dell'unità e della verità data dall'ufficio di Pietro e dei suoi Successori.

5. Il dono più grande che san Tommaso apostolo ha dato alla fiorente comunità cristiana dell'India è stato il legame autentico e diretto con le origini stesse della fede cristiana, con gli apostoli e il loro ufficio, con Gerusalemme. Il dono più grande che san Francesco Saverio ha lasciato in seguito è stato di dare allo stesso popolo un legame con la garanzia stessa dell'infallibilità cristiana, con il Successore di Pietro, con Roma. Incontrandosi nella vita e nell'eredità dei cristiani in India, Tommaso e Francesco Saverio sono diventati come gemelli nello spirito, inseparabili nel loro messaggio dell'unica fede, dell'unica Chiesa, dell'unico Signore e Salvatore Gesù Cristo.

Il divario tra Oriente e Occidente, tanto reale quanto doloroso, può essere superato. Come dimostra chiaramente la testimonianza di questi due grandi pilastri della nostra fede, si può sperare nella comunione vera e autentica tra Oriente e Occidente se si riconosce che, sebbene le persone nascano a est o a ovest, un cuore colmo della grazia di Cristo può abbracciare entrambi. Gli orientali e gli occidentali non sono solo vicini e ancor meno devono essere nemici. Piuttosto, attraverso la grazia di Dio ognuno di noi può portare nel cuore sia l'Oriente sia l'Occidente. Parlare contro l'uno o contro l'altro, quindi, significa parlare contro se stessi. È ciò che suggerisce il nome di san Tommaso, il Gemello. La celebrazione odierna deve imprimere su tutti noi ciò che può divenire possibile attraverso la fede non solo nella Chiesa ma in tutto il mondo. Seguendo l'apostolo e ammirando il missionario, il nostro cuore ci dice che Oriente e Occidente possono incontrarsi nell'armonia e nella pace.

Oggi la nostra gioia è grande. I nostri fratelli e le nostre sorelle indiani hanno molto di cui essere orgogliosi quando guardano a ciò che i cristiani di san Tommaso hanno realizzato nei secoli. Noi, i loro amici e fratelli cristiani, possiamo ricevere da loro preziose lezioni di fede, perseveranza e lealtà. Questo è il momento per riconoscere le abbondanti benedizioni divine su questa parte del Popolo di Dio. Come Prefetto della Congregazione per le Chiese Orientali sono veramente grato a tutti coloro che considerano san Tommaso come loro padre nella fede e che si ispirano a san Francesco Saverio nel loro ministero, siano essi Cattolici d'Oriente o d'Occidente, di rito latino o di rito orientale. Ora tocca a noi mostrare con le parole e con i fatti che non abbiamo ricevuto questa grazia invano.

Possa nostra Signora, la cui Immacolata Concezione l'Unica Chiesa Universale celebra domani, accompagnarci nel nostro cammino come Regina degli Apostoli e Ausiliatrice dei cristiani, conducendoci verso colui che verrà, Cristo, nostro Messia e nostro Salvatore, nostro Signore e nostro Dio.

Grazie!

      

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