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Bollettino N. 1 (periodo 1° marzo 1990 - 31 dicembre
1990)
Lettera del Sommo Pontefice Giovanni Paolo II circa il significato
del lavoro prestato alla Sede Apostolica
[AAS 75 (1983) 119-125]
Al Venerato Fratello Cardinale AGOSTINO CASAROLI Segretario di Stato
1. La Sede Apostolica, nell'esercizio della sua missione, ricorre
all'opera valida e preziosa della particolare comunità costituita
da quanti - uomini e donne, sacerdoti, religiosi e laici - si prodigano,
nei suoi dicasteri e uffici, al servizio della Chiesa universale.
Ai membri di questa comunità sono assegnati incarichi e doveri,
ciascuno dei quali ha una propria finalità e dignità in
considerazione sia del contenuto oggettivo e del valore del lavoro svolto,
sia della persona che lo compie.
Questo concetto di comunità applicato a coloro che coadiuvano il
Vescovo di Roma nel suo ministero di Pastore della Chiesa universale, ci
permette innanzitutto di precisare il carattere unitario dei pur
diversi compiti. Tutte le persone, infatti, chiamate a svolgerli,
partecipano realmente all'unica ed incessante attività della Sede
Apostolica, e cioè a quella « sollecitudine per tutte le
Chiese » (cfr. 2 Cor 11, 28) che già dai primi tempi
animava il servizio degli Apostoli e che in misura precipua è oggi
prerogativa dei successori di San Pietro nella sede romana. È molto
importante che quanti sono associati, in qualsiasi modo, alle attività
della Sede Apostolica, abbiano la consapevolezza di tale specifico
carattere delle loro mansioni; consapevolezza, del resto, che è
sempre stata tradizione e vanto di chi ha voluto dedicarsi al nobile
servizio.
Questa considerazione tocca sia gli ecclesiastici e i religiosi che i
laici; sia coloro che occupano posti di alta responsabilità che gli
impiegati e gli addetti a lavori manuali, cui sono assegnate funzioni
ausiliarie. Essa riguarda, sia le persone addette più direttamente
al servizio della stessa Sede Apostolica, in quanto prestano la loro opera
presso quegli Organismi, il cui insieme viene appunto compreso sotto il
nome di « Santa Sede », sia quanti sono al servizio dello Stato
della Città del Vaticano, che alla Sede Apostolica è così
intimamente legato.
Nella recente Enciclica « Laborem exercens » ho ricordato le
principali verità del «vangelo del lavoro» e della
dottrina cattolica sul lavoro umano, sempre viva nella tradizione della
Chiesa. Bisogna che a queste verità si conformi la vita della
singolare comunità che opera sub umbra Petri, in
così immediato contatto con la Sede Apostolica.
2. Per inserire adeguatamente questi princìpi nella realtà,
occorre tener presente il loro significato oggettivo e,
contemporaneamente, la natura specifica della Sede Apostolica.
Quest'ultima - benché, come ho sopra accennato, le sia strettamente
connessa l'entità designata come lo Stato della Città del
Vaticano - non ha la configurazione dei veri Stati, che sono soggetto
della sovranità politica di una data società. D'altra parte
lo Stato della Città del Vaticano è sovrano, ma non possiede
tutte le ordinarie caratteristiche di una comunità politica. Si
tratta di uno Stato atipico: esso esiste a conveniente garanzia
dell'esercizio della spirituale libertà della Sede Apostolica, e
cioè come mezzo per assicurare l'indipendenza reale e visibile
della medesima nella sua attività di governo a favore della Chiesa
universale, come pure della sua opera pastorale rivolta a tutto il genere
umano; esso non possiede una propria società per il cui servizio
sia stato costituito, e neppure si basa sulle forme di azione sociale che
determinano solitamente la struttura e l'organizzazione di ogni altro
Stato. Inoltre, le persone che coadiuvano la Sede Apostolica, o anche
cooperano al governo nello Stato della Città del Vaticano, non
sono, salvo poche eccezioni, cittadini di questo né,
conseguentemente, hanno i diritti e gli oneri (in particolare quelli
tributari) che ordinariamente scaturiscono dall'appartenenza a uno Stato.
La Sede Apostolica - mentre per ben più importanti aspetti
trascende i ristretti confini dello Stato della Città del Vaticano
fino ad estendere la sua missione a tutta la terra - nemmeno sviluppa, né
può sviluppare, l'attività economica propria di uno Stato;
ed esulano dalle sue finalità istituzionali la produzione di beni
economici e l'arricchimento da redditi. Accanto ai redditi propri dello
Stato della Città del Vaticano ed ai limitati cespiti costituiti da
quanto rimane dei fondi ottenuti in occasione dei Patti Lateranensi, come
indennizzo per gli Stati Pontifici ed i beni ecclesiali passati allo Stato
italiano, la base primaria per il sostentamento della Sede Apostolica è
rappresentata dalle offerte spontaneamente elargite dai cattolici
di tutto il mondo, ed eventualmente anche da altri uomini di buona volontà.
Ciò corrisponde alla tradizione che trae origine dal Vangelo (cfr.
Lc 10, 7) e dagli insegnamenti degli Apostoli (cfr. I Cor 9,
11. 14). Conformemente a questa tradizione - che in rapporto alle
strutture economiche dominanti nelle varie epoche, ha assunto nei secoli
forme diverse - si deve affermare che la Sede Apostolica può e deve
usufruire dei contributi spontanei dei fedeli e degli altri uomini di
buona volontà, senza ricorrere ad altri mezzi che potrebbero
apparire meno rispettosi del suo peculiare carattere.
3. I suddetti contributi materiali sono l'espressione di una
costante e commovente solidarietà con la Sede Apostolica e con
l'attività da essa svolta. A tanta solidarietà, cui va la
mia profonda gratitudine, deve corrispondere, da parte della stessa Sede
Apostolica, dei suoi singoli organi e delle persone che in essi lavorano,
un senso di responsabilità commisurato alla natura dei contributi,
da utilizzare solo e sempre secondo le disposizioni e la volontà
degli offerenti: per l'intenzione generale che è il mantenimento
della Sede Apostolica e del complesso delle sue attività; oppure
per scopi particolari (missionari, caritativi, ecc.), quando questi siano
stati precisati.
La responsabilità e la lealtà di fronte a quanti, col loro
aiuto, si fanno solidali con la Sede Apostolica e ne condividono in
qualche maniera la pastorale sollecitudine, si estrinsecano nella
scrupolosa fedeltà a tutti i compiti e doveri assegnati, come pure
nello zelo, nella laboriosità e nella professionalità che
debbono distinguere chiunque partecipa alle attività della medesima
Sede Apostolica. È necessario, altresì, coltivare sempre la
retta intenzione così da amministrare oculatamente, in ragione del
loro scopo, sia i beni materiali che vengono offerti sia quanto, con tali
beni, è da essa acquisito o conservato, inclusa la salvaguardia e
la valorizzazione della preziosa eredità della Sede di Pietro nel
campo religioso-culturale ed artistico.
Nell'uso dei mezzi destinati a questi scopi, la Sede Apostolica e coloro
che con essa direttamente collaborano devono distinguersi non solo per lo
spirito di parsimonia, ma anche per la disponibilità a
tener sempre conto delle reali, limitate possibilità
finanziarie della medesima Santa Sede e della loro provenienza.
Ovviamente, tali interiori atteggiamenti dovranno essere ben connaturati,
mediante la formazione, nell'animo dei religiosi e degli ecclesiastici; ma
neppure debbono mancare in quei laici che, per libera scelta, accettano di
lavorare per e con la Sede Apostolica.
Inoltre, tutti quelli che hanno particolari responsabilità i
direzione negli organismi, uffici e servizi della Sede Apostolica, come
gli stessi addetti alle diverse funzioni, sapranno congiungere questo
spirito di parsimonia ad un impegno costante per rendere sempre più
valide le diverse attività, tramite un'organizzazione del lavoro
impostata, da una parte, sul pieno rispetto delle persone e del contributo
valido che ciascuno fornisce secondo le proprie competenze e funzioni; e
dall'altra, sull'uso di strutture e strumenti tecnici appropriati, affinché
l'attività svolta corrisponda sempre meglio alle esigenze del
servizio della Chiesa universale. Ricorrendo a tutto ciò che
l'esperienza, la scienza e la tecnologia insegnano, ci si adopererà
affinché le risorse umane e finanziarie vengano usate con maggior
efficacia, evitando lo spreco, la ricerca di interessi particolari e di
privilegi ingiustificati, promovendo allo stesso tempo buoni rapporti
umani in ogni settore ed il vero e giusto interesse della Sede Apostolica.
A tali impegni si dovrà unire una profonda fiducia nella
Provvidenza, che attraverso le offerte dei buoni non lascerà
venir meno i mezzi per poter perseguire gli scopi propri della Sede
Apostolica. Qualora la mancanza di mezzi impedisse la realizzazione di
qualche obiettivo fondamentale, si potrà fare uno speciale appello
alla generosità del popolo di Dio, informandolo delle necessità
non sufficientemente note. In via normale, però, converrà
accontentarsi di quanto i Vescovi, sacerdoti, istituti religiosi e fedeli
offrono spontaneamente, giacché essi stessi sanno vedere o intuire
i giusti bisogni.
4. Fra coloro che collaborano con la Sede Apostolica molti sono gli
ecclesiastici, i quali, vivendo in celibato, non hanno a loro carico una
famiglia propria. Spetta ad essi una remunerazione proporzionata ai
compiti svolti e tale da assicurare un decoroso sostentamento e consentire
l'adempimento dei doveri del proprio stato, comprese anche quelle
responsabilità che in certi casi possono avere di venire in aiuto
ai propri genitori o ad altri familiari a loro carico. Né debbono
essere trascurate le esigenze del loro ordinato rapporto sociale, in
particolare e soprattutto l'obbligo di soccorrere i bisognosi: obbligo
che, a motivo della loro vocazione evangelica, è per gli
ecclesiastici ed i religiosi più impellente che per i laici.
Anche la remunerazione dei dipendenti laici della Sede Apostolica deve
corrispondere ai compiti svolti, tenendo al tempo stesso in considerazione
la responsabilità che essi hanno di sostentare le loro famiglie. In
spirito di viva sollecitudine e di giustizia si dovrà dunque
studiare quali sono i loro oggettivi bisogni materiali e quelli delle loro
famiglie, inclusi quelli attinenti all'educazione dei figli e ad una
congrua assicurazione per la vecchiaia, al fine di provvedervi
convenientemente. Le indicazioni fondamentali in questo settore si trovano
nella dottrina cattolica sulla remunerazione per il lavoro. Indicazioni
immediate per la valutazione di circostanza si possono attingere
dall'esame delle esperienze e dei programmi della società e, in
particolare, della società italiana, alla quale appartiene di fatto
ed in seno alla quale, comunque, vive la quasi totalità dei
dipendenti laici della Sede Apostolica.
Per promuovere tale spirito di sollecitudine e di giustizia, in
rappresentanza di quanti lavorano all'interno della Sede Apostolica,
potranno svolgere un compito valido di collaborazione Associazioni di
prestatori d'opera, come l'Associazione Dipendenti Laici Vaticani sorta
recentemente. Simili organizzazioni, che all'interno della Sede Apostolica
assumono un carattere specifico, costituiscono una iniziativa conforme
alla dottrina sociale della Chiesa, che vede in esse uno degli strumenti
atti a meglio garantire la giustizia sociale nei rapporti tra
lavoratore e datore di lavoro. Non risponde tuttavia alla dottrina sociale
della Chiesa lo slittamento di questo tipo di organizzazioni sul terreno
della conflittualità a oltranza o della lotta di classe; né
esse debbono avere impronta politica o servire, palesemente o
occultamente, interessi di partito o di altre entità miranti a
obiettivi di ben diversa natura.
Esprimo fiducia che Associazioni come quella, ora esistente, sopra
ricordata - ispirandosi ai princìpi della dottrina sociale della
Chiesa - svolgeranno una funzione proficua nella comunità di lavoro
operante in solidale sintonia con la Sede Apostolica. Sono anche certo
che, nell'impostare i problemi concernenti il lavoro e nello sviluppare un
dialogo costruttivo e continuo con gli organi competenti, esse non
mancheranno di tener presente in ogni caso il particolare carattere della
Sede Apostolica, come indicato nella parte iniziale della presente
lettera.
In relazione a quanto esposto, Vostra Eminenza vorrà preparare gli
opportuni documenti esecutivi, per assecondare, tramite
convenienti norme e strutture, la promozione di una comunità di
lavoro secondo i principi esposti.
5. Nell'Enciclica « Laborem exercens » facevo rilevare che la
dignità personale del lavoratore richiede di esprimersi in un
particolare rapporto col lavoro che gli è affidato. A questo
rapporto - realizzabile oggettivamente in diversi modi a seconda del tipo
di lavoro intrapreso - si perviene soggettivamente quando il lavoratore,
pur svolgendo un'attività «retribuita», la vive come
esercitata «in proprio». Trattandosi qui di lavoro compiuto
nell'ambito della Sede Apostolica e perciò caratterizzato dalla
fondamentale specificità sopra accennata, tale rapporto esige una
sentita partecipazione a quella «sollecitudine per tutte le Chiese»
propria della cattedra di Pietro.
I dipendenti della Santa Sede devono, pertanto, avere la profonda
convinzione che il loro lavoro comporta innanzitutto una responsabilità
ecclesiale da vivere in spirito di autentica fede e che gli aspetti
giuridico-amministrativi del rapporto con la medesima Sede Apostolica si
collocano in una luce particolare.
Il Concilio Vaticano II ci ha offerto copiosi insegnamenti sul modo con
cui tutti i cristiani, ecclesiastici, religiosi e laici, possono - e
devono - fare propria questa sollecitudine ecclesiale.
Sembra quindi necessario, specialmente per quanti collaborano con la Sede
Apostolica, approfondire la coscienza personale prima di tutto
dell'universale impegno apostolico dei cristiani e di quello risultante
dalla vocazione specifica di ognuno: del vescovo, del sacerdote, del
religioso, del laico. Le risposte, infatti, alle odierne difficoltà
nel campo del lavoro umano vanno cercate nella sfera della giustizia
sociale; ma occorre ricercarle, altresì, nell'area del rapporto
interiore col lavoro che ciascuno è chiamato a compiere. Pare
evidente che il lavoro - qualunque esso sia - svolto alle dipendenze della
Sede Apostolica esiga ciò in misura tutta speciale.
Oltre all'approfondito rapporto interiore, questo lavoro, per essere
vantaggioso e sereno, richiede un reciproco rispetto, basato sulla
fratellanza umana e cristiana, da parte di tutti e per tutti coloro
che vi attendono. Solo quando è alleata con una tale fratellanza
(cioè con l'amore dell'uomo nella verità), la giustizia può
manifestarsi come vera giustizia. Dobbiamo cercare di sapere «di
quale spirito siamo» (cfr. Lc 9, 55 Volg.).
Queste ultime questioni, appena accennate, non si possono formulare
adeguatamente in termini amministrativo - giuridici. Ciò non esime,
tuttavia, dalla ricerca e dallo sforzo necessari per rendere operante -
proprio nella cerchia della Sede Apostolica - quello spirito del lavoro
umano, che proviene dal Signore nostro Gesù Cristo.
Nell'affidare questi pensieri, Signor Cardinale, alla sua attenta
considerazione, invoco sul futuro impegno, richiesto dalla loro messa in
opera, l'abbondanza dei doni della divina assistenza, mentre di cuore Le
imparto la mia Benedizione, che volentieri estendo a tutti coloro che
offrono il proprio benemerito servizio alla Sede Apostolica.
Dal Vaticano, 20 Novembre 1982
IOANNES PAULUS PP. II
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