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DISCORSI DEL SANTO PADRE ALLA

PONTIFICIA ACCADEMIA ECCLESIASTICA   

 

 

Domenica 17 gennaio 1965

 

ALLOCUZIONE DEL SANTO PADRE PAOLO VI IN OCCASIONE DELLA SUA VISITA ALLA PONTIFICIA ACCADEMIA ECCLESIASTICA

 

Da L'Osservatore Romano, 18 - 19 gennaio 1965

 

 Due pensieri agitano il Nostro spirito, bastevoli l'uno e l'altro a discorso diverso e senza fine. L'uno si pone come una domanda: che cosa è stata l'Accademia ecclesiastica nella Nostra umile vita personale? Nasce questo pensiero dall'emozione di questo ritorno a questa casa, dove avemmo la fortuna di essere alunni ed ospiti, dalla fine del 1921 a quella del 1926, durante cinque anni, assai preziosi per i Nostri studi, per le prime esperienze del Nostro ministero sacerdotale romano, e per i contatti con le persone e gli uffici della Santa Sede, al cui servizio doveva essere consacrata l'opera Nostra. Chi, come Noi, è già arrivato all'età dei ricordi, sarebbe tentato di lasciarsi tirare qui dal filo seducente delle memorie autobiografiche, che si risvegliano fra queste pareti, dando l'illusione della permanenza e della continuità d'un ieri, trasfigurato in soavità, allora forse meno goduta, ora unica impressione superstite di quelle lontane e care esperienze, inesorabilmente perdute. Ma Ci difendiamo da questo incantesimo, rimettendo la povera storia dei Nostri giorni passati nelle mani misericordiose di Dio, tremando per tante responsabilità accumulate e affrettandoCi a ripagare con tardivo ringraziamento gli immensi benefici ricevuti e malamente usati.

 Se appena lasciamo aperto uno spiraglio alle rimembranze, che ora si affollano al Nostro spirito, lo facciamo per onorare i nomi cari e benedetti di tante degnissime persone, che qui incontrammo e che Ci furono larghe della loro benevolenza. Con Noi molti dei presenti rivedranno qui il venerando e pio Monsignor Giovanni Zonghi, Presidente per lunghi anni di questa Accademia; rivedranno quella premurosa e frettolosa di Monsignor Lorenzo Ciccone, l'avveduto economo di allora; e sembrerà loro, come a Noi, di risentire il passo infermo e cadenzato di Monsignor Mariano Rampolla del Tindaro, alunno decano di quei tempi, figura singolare e meritevole per virtù, per ingegno, per sapere, per finezza di spirito velata di ruvida umiltà, di sopravvivere nel ricordo, ad esempio e decoro di questoIstituto. Defunti: e con questi tanti, tanti altri ospiti, Maestri ed Alunni, ai quali va il Nostro affettuoso rimpianto, il Nostro riconoscente suffragio.

Questo tributo di memoria e di pietà dice già qualcosa alla Nostra domanda: che cosa è stata per Noi questaAccademia? È stata una casa provvidamente ospitale, dove la Nostra allora debole salute trovò protezione e modo di quel modesto, ma prezioso recupero, che Ci consentì di arrivare alla Nostra presente rispettabile età e di fare qualche cosa nel corso della vita. È stata una famiglia di cordialissime amicizie, dalle quali abbiamo avuto tanto conforto e tanto stimolo alla comprensione del Nostro sacerdozio e alla fedeltà del Nostro servizio. È stato un focolare di conversazioni giovanili, ma punto critiche, ambiziose o mordaci, sulle persone e sugli avvenimenti di quei giorni lontani, utilissime invece per allenare la vigilanza, il giudizio, l'amore per le cose del tempo, unainiziazione all'osservazione della vita vissuta, alla classifica riflessa e cosciente dei fatti e dei loro protagonisti, al desiderio e al proposito di impegnare le forze nel militante servizio del regno di Dio. È stato un cenacolo di idee, di discussioni, di letture soprattutto, di meditazioni, nel quale parve a Noi che si approfondisse la Nostra vocazione, si completasse la Nostra modesta cultura, si maturasse in una vigilia densa di pensieri e di aspirazioni la coscienza illuminante e progrediente, che mai più Ci abbandonò, di ciò che la Chiesa è, in sé, per il mondo e per ciascuno di noi. Dovrei dire ancora: è stata una scuola; ma a questo riguardo dovremmo fare a Nostro carico rilievi non del tutto gloriosi; perché tocca anche a Noi, come a molti negli anni maturi, rimpiangere quel tempo beato, in cui lo studio avrebbe potuto essere più ordinato, più intenso, più conclusivo; e per Noi invece del tutto non fu; sebbene i buoni Maestri d'allora abbiano sempre avuto encomi e diplomi anche per Noi. A ripensarli ora quegli studi, vorremmo che fossero stati più raccolti e più severi; ma di un'attenuante dobbiamo dire, che fa onore a questoIstituto e Ci rende indulgente verso Noi stessi: fummo impegnati, fin da quegli anni, in opere di ministero e di apostolato, che Ci assorbirono tanto tempo e Ci compensarono con tante esperienze, soddisfazioni, amicizie, di cui non possiamo che essere tuttora felici. È stata, sotto questoaspetto, per Noi l'Accademia una palestra di azione pastorale; e volentieri rivendicheremo tuttora ad essa questo titolo di onore e di merito, quando ciò non sia a scapito del suo scopo precipuo, quello scolastico.

È stata perciò un’«Alma mater», provvida, saggia, generosa, per Noi questaAccademia; e siamo lieti di renderle, in questa occasione, la Nostra affettuosa e riconoscente testimonianza.

L'altro pensiero, che occupa l'animo Nostro, è quello che pone questa seconda domanda: che cosa è stata ed è l'Accademia per la Chiesa, per la Santa Sede? Anche questa domanda è ovvia, come ciascuno vede; ed ha risposta, per il passato, nella storia gloriosa dell'Istituto, per il presente, nella funzione che all'Istituto stesso è affidata, e che ha in quanti lo conoscono e conoscono i bisogni della Sede Apostolica e della Chiesa nel mondo la sua vittoriosa apologia. Pensiamo che i Superiori dell'Accademia, per un verso,—quello, diciamo, scientifico, storico, pedagogico, canonico, ecc.—, gli ex-Alunni, per un altro verso,—quello della esperienza—, e gli Alunni stessi, per un loro verso caratteristico,—quello della intuizione e delle prime riflessioni sul lavoro apostolico che li attende—, pensiamo che tutti abbiano ottime ragioni per illustrare il compito specifico dell’Accademia ecclesiastica, la sua missione, sia nel concerto delle molteplici scuole superiori ecclesiastiche, sia nel contesto dei vari organismi, nei quali si esprime e si articola l’azione moderatrice della Santa Sede nella Chiesa, considerata principalmente nell'esercizio delle sue potestà e del suo servizio nelle varie Nazioni, sia nei rapporti con la Gerarchia locale, sia in quelli, propriamente diplomatici, con le Autorità governative.

Anzi pensiamo che questa ricerca delle ragioni, donde l'Accademia ecclesiastica trae la sua esistenza, e che la conseguente affermazione delle finalità altissime e attualissime a cui l’Accademia è rivolta, formino oggetto continuo delle riflessioni, delle istruzioni, delle esortazioni proprie di questo domicilio di studio e di formazione; costituiscano quasi l'atmosfera, che qui si respira; e che quindi non abbiano bisogno che Noi ne diciamo alcun che, sebbene il tema, come si accennava, sarebbe fecondo di varie e lunghe considerazioni.

Noi Ci limiteremo, quasi a ricordo di questo Nostro atto di presenza nella cara ed illustre Accademia, a riconoscere apertamente la sua provvida funzione, ch'è principalmente quella di preparare Sacerdoti idonei al servizio della Santa Sede, tanto nei Dicasteri romani e in specie nella Nostra Segreteria di Stato, quanto nelle Rappresentanze Pontificie, disseminate nei vari Stati del mondo; e ad auspicare che tale preparazione sia quella che oggi dev'essere, tanto sotto l’aspetto professionale, quanto e specialmente sotto quello morale e sacerdotale.

Ai cari e venerati Alunni dell'Accademia, a voi giovani Sacerdoti chiamati a questo singolare impiego del vostro ingegno e del vostro ministero, Noi vogliamo particolarmente raccomandare d'avere un concetto chiaro della missione che li attende; di porre attenzione su ciò che in essa è essenziale, il regno di Dio, il servizio della Chiesa; d'immunizzarsi fin d'ora, e fieramente, da ciò che in essa è apparenza e stile esteriore; di porre in essere pensieri, virtù, propositi chiari e forti, personali e profondi, e autenticamente cristiani, per essere capaci di fare veramente, nobilmente, della loro attività, qualunque sia loro domandata dalla più severa disciplina ecclesiastica, un ministero, un'oblazione di carità, una testimonianza vissuta e sofferta, a Cristo nostro Signore.

Questo si attende principalmente la Chiesa da voi ottimi Alunni; questo si attende da questo Istituto: Scuola, quant’altre mai, di Ministri del Vangelo, forti e sapienti; officina di anime grandi sacerdotali, per il servizio alla santa Chiesa una, cattolica, apostolica e romana.

 

 

 

Sabato 17 marzo 1979

 

UN SERVIZIO PASTORALE ALLE CHIESE LOCALI

 

Giovanni Paolo II riceve in udienza i Superiori e gli alunni della Pontifica Accademia Ecclesiastica, accompagnati dal Presidente Monsignor Cesare Zacchi. Il Santo Padre rivolge loro il seguente discorso.

DESIDERO ESPRIMERE il mio compiacimento e la mia gioia per questo primo incontro con voi, cari Alunni della Pontificia Accademia Ecclesiastica, che siete qui convenuti, guidati dal vostro Presidente, Monsignor Cesare Zacchi, per manifestare al Vicario di Cristo sentimenti di devozione e la vostra sacerdotale promessa di fedeltà.

Vi ringrazio per il generoso dono della vostra giovinezza alla Chiesa ed al suo Capo visibile e mi è caro intrattenermi con voi, cari sacerdoti, come un padre tra i figli, in un'atmosfera di cordialità e di semplicità, con voi che avete iniziato o che avete completato i corsi di preparazione al servizio della Santa Sede nelle Rappresentanze Pontificie. È naturale che il Papa ami manifestarvi le sue attese e speranze, e voglia incoraggiarvi con ogni vigore ad intraprendere, in spirito di fede e di fiducioso abbandono nel Signore, le fatiche apostoliche che vi attendono.

Il vostro, infatti, sarà un servizio eminentemente pastorale, una «diakonia » diretta al bene delle Chiese locali, in vista di rendere sempre più operante la loro unione con la Sede Apostolica. Il Rappresentante Pontificio ed i suoi Collaboratori devono essere, nei differenti Paesi, come la testimonianza visibile della presenza di Colui che è stato scelto, nella successione a Pietro, per essere il fondamento di unità ed il centro di coesione di tutta la Chiesa, e ha ricevuto il carisma di confermare i fratelli (Luc. 22,32).

Quindi, nello svolgimento del vostro lavoro, non scevro di sacrifici, quasi sempre nascosto, talvolta non sufficientemente apprezzato, abbiate presente di essere « ministri di Cristo ed amministratori dei misteri di Dio »(1 Cor. 4, 1), nello specifico e delicato compito di dare una voce sensibile, nelle diverse parti del mondo, a Colui che Gesù volle roccia della Chiesa.

È facile intendere, allora, come la Santa Sede segua con sollecitudine la vostra preparazione culturale, nell'intento di assicurarvi l'agevole possesso di tutti quegli strumenti, nozioni e conoscenze, che saranno necessari all'esercizio del vostro apostolato. Tuttavia, quanto sta, anzitutto, a cuore al Papa ed a questa Sede Apostolica, è la vostra santificazione, la vostra vita sacerdotale esemplare ed animata da convinzioni profonde di fede, da una visione sempre teologica del mondo e della storia, perché il prete, come ho detto recentemente ai Parroci ed al Clero di Roma, «è posto al centro stesso del mistero di Cristo, il quale abbraccia costantemente l'umanità ed il mondo, la creazione visibile ed invisibile». Non potrete svolgere con frutto il vostro particolare ministero, se non avrete il cuore pieno della dedizione di Cristo, per agire anche voi, « in persona Christi », per la salvezza dei fratelli. Le conoscenze umane, pur necessarie, delle lingue, dei costumi, delle tradizioni e della storia dei popoli che avvicinerete, risulterebbero vane ed inefficaci, se non recate in cuore lo spirito di Cristo che, in adesione al disegno salvifico del Padre, ha dato se stesso per noi.

Un augurio tutto particolare desidero rivolgere a quanti, tra voi, stanno per lasciare l'Accademia per assumere, tra breve, il loro primo incarico nelle diverse Rappresentanze Pontificie: il Signore sostenga con la sua grazia il vostro lavoro; il Papa, siatene certi, vi accompagna con la sua benevolenza, il suo affetto e la sua preghiera.

Invocando su tutti la protezione della Vergine Santissima, benedico di cuore e con animo grato il vostro amato Presidente, i suoi Collaboratori, tutto il Corpo insegnante e ciascuno di voi, con particolare effusione, insieme alle vostre famiglie, in pegno diabbondanti doni e consolazioni celesti.

 

 

 

Lunedì 17 marzo 1980

 

SERVIZIO DIPLOMATICO E SPIRITO APOSTOLICO

 

Nella tarda mattinata Giovanni Paolo II riceve nella Sala del Trono i Sacerdoti alunni della Pontificia Accademia Ecclesiastica, guidati dal Presidente dell'Accademia Monsignor Cesare Zacchi, Arcivescovo titolare di Maura.

Monsignor Zacchi, nel suo indirizzo di omaggio al Papa, ricorda che l’Accademia accoglie quest'anno 28 giovani di 7 Paesi, di 3 continenti, 13 dei quali sono in procinto di lasciare Roma per raggiungere altrettanti Paesi per prestare al Rappresentante Pontificio la loro collaborazione intelligente e fedele. Monsignor Zacchi, tra l’altro, esprime la sua gratitudine «agli eccellentissimi Vescovi che, con ammirevole spirito di collegialità episcopale, hanno fatto dono alla Santa Sede di qualificati sacerdoti e di anticiparla ai Presuli che generosamente lo faranno in futuro. Che il Signore voglia ricompensare come lui sa fare, la magnanimità degli uni e degli altri».

Rispondendo all'indirizzo di Monsignor Zacchi, il Santo Padre pronuncia il seguente discorso.

Miei cari Sacerdoti dell'Accademia Ecclesiastica,

SONO VERAMENTE LIETO di accogliere e salutare voi tutti, venuti anche quest'anno a rinnovare al Papa la testimonianza della vostra fedeltà e la comunione ecclesiale, al termine degli esami degli alunni del secondo anno.

Ringrazio vivamente il caro Presidente dell'Accademia, Monsignor Cesare Zacchi, per le cordiali parole, che, interpretando i vostri devoti sentimenti, ha voluto così amabilmente rivolgermi.

Questoincontro mi consente di manifestare, ancora una volta, non solo l'affetto particolare che nutro per tutti i sacerdoti e, in special modo, per voi, che siete chiamati a prestare la vostra opera nelle Rappresentanze Pontificie del mondo, abbiano esse, o no, carattere di rappresentanza diplomatica, ma altresì l'interessamento con cui seguo la vita del vostro Istituto e insieme l'impegno che ponete nel prepararvi adeguatamente alla futura missione che vi sarà affidata.

La missione che vi porterà a vivere in mezzo a tante popolazioni differenti per culture, civiltà, costume, lingua e tradizioni religiose, deve essere intesa come servizio ecclesiale, nel senso dato dalle prime comunità cristiane alla parola diakonia. Questo servizio spesso oscuro e ignorato, sarà tanto più meritorio, quanto più voi vi metterete dentro un’anima autenticamente sacerdotale, che non cerca il proprio tornaconto e il proprio comodo, ma il bene e la crescita spirituale delle singole Chiese locali, cercando di comprendere sempre meglio con buona volontà, anzi con entusiasmo, il genio dei singoli popoli, inseriti, come sarete, in quelle Rappresentanze Pontificie che sono, sempre, punto di collegamento delle varie comunità ecclesiali con la Cattedra di Pietro ed anche, assai spesso, sapienti intermediarie tra la Santa Sede e le Supreme Autorità delle varie Nazioni.

Di fronte a così grande responsabilità che vi attende deve esserci pari sforzo per la dovuta preparazione. Ma non è questione solo di impegno umano, per quanto illuminate e costante esso possa rivelarsi: occorre l'aiuto di Dio, occorre lasciarsi guidare dalla luce che viene dall'alto, per avere una soprannaturale visione delle cose. Se Dio non entra nel vostro cuore e nelle vostre valutazioni delle realtà che ci circondano, ben poco vi gioverà la cultura umana, per quanta necessaria e doverosa essa sia. Infatti se voi nel vostro futuro servizio—compreso quello diplomatico—farete tutto nel segno di Cristo e del suo Vangelo, vivendo in profondità il vostro sacerdozio, anche gli aspetti meno direttamente religiosi ed ecclesiali del vostro ministero saranno da voi affrontati nello spirito che conviene alla vostra vocazione e con l'efficacia che viene dall'aiuto di Dio.

Tale concezione del servizio diplomatico esige naturalmente carità sacerdotale, spirito missionario, dedizione ed abnegazione, che non offrono spazio a miraggi terreni, a glorie temporali, a privilegi di sorta. Esige, in una parola, uno spirito apostolico, tale da potervi far dire, con intenzione speciale, ma alla pari diogni vostro confratello: «Noi fungiamo da ambasciatori per Cristo, come se Dio esortasse per mezzo nostro» (2 Cor. 5 20).

È questo l’auspicio che formulo a tutti voi che attendete ancora agli studi, ma, in particolare, ai tredici di voi, che terminati i corsi all’Accademia, si apprestano ormai a raggiungere le sedi loro designate.

Cari figlioli in partenza, sappiate che io vi sarò sempre vicino e vi ricorderò nella preghiera. In questo momento quanto mai delicato per la vostra vita, perché chiamati dalla Santa Sede a dare testimonianza cristiana in diverse nazioni, io vi dico con l'Apostolo delle Genti: «Fatevi imitatori di Dio, quali figli carissimi, e camminate nella carità, nel modo che anche Cristo ci ha amati e ha dato se stesso per noi, offrendosi a Dio in sacrificio di soave odore» (Eph. 5, 1).

E vi sia di conforto l'intercessione della Madonna SS.ma, Madre del Buon Consiglio; e di incoraggiamento la mia particolare benevolenza, che ora vi rinnovo insieme con la Benedizione Apostolica, estensibile a tutti i vostri familiari e congiunti.

 

 

Lunedì 23 marzo 1981 

 

CON LA PREGHIERA E LO STUDIO MATURATE IL VOSTRO SENSO PASTORALE

 

Il Santo Padre riceve gli alunni della Pontifica Accademia Ecclesiastica che quest'anno celebra il 280° anniversario diistituzione. Gli studenti, alcuni dei quali hanno ormai praticamente concluso gli studi e sono in procinto di raggiungere le destinazioni assegnate per iniziare la loro missione al servizio della Santa Sede, sono guidati dal Presidente dell'Accademia, Arcivescovo Cesare Zacchi, che in precedenza il Papa ha ricevuto in udienza privata. Dopo aver ascoltato un breve indirizzo d'omaggio di Monsignor Zacchi, il Santo Padre rivolge al gruppo, composto da 31 sacerdoti provenienti da molti Paesi, il seguente discorso.

 

Carissimi Sacerdoti alunni della Pontificia Accademia Ecclesiastica.

HO ACCOLTO VOLENTIERI il desiderio espressomi dal vostro caro Presidente, Monsignor Cesare Zacchi, di un incontro con voi, in questo momento che segue di poco gli Esercizi Spirituali che avete fatto ad Assisi, e precede la destinazione di alcuni di voi al servizio delle Rappresentanze Pontificie.

Vorrei anzitutto ringraziarvi dei voti augurali che mi avete inviato da Assisi. Ogni firma che ho visto in quella missiva prende ora la forma di un volto, a cui mi è gradito rivolgermi per un colloquio, che vorrei semplice ma anche significativo.

Il richiamo a San Francesco penso non vi sia stato suggerito da circostanze casuali, ma proceda piuttosto da un’intenzione profonda e dalla ricerca di un'ispirazione per la vostra vocazione. In effetti, San Francesco costituisce un esempio luminoso anche per il ministero che siete chiamati a svolgere e aiuta efficacemente a comprenderne il vero senso e il genuino spirito. I1 suo voler essere uomo evangelico, la sua identificazione con Cristo, il suo amore appassionato, senza riserve e senza critiche alla Chiesa, nella testimonianza di una povertà radicale, nella mansuetudine come uomo della fratellanza universale e della pace, non sono questi atteggiamenti e valori congeniali alla natura e al compito del Rappresentante Pontificio?

È a questo spirito che mira a formarvi la Pontificia Accademia Ecclesiastica, della quale ricorre quest'anno il 280° anniversario. Questa, che ha una grande tradizione ed anche oggi una sua qualificata funzione, ha subito, nel corso degli anni, vari aggiornamenti allo scopo di rispondere alle esigenze di un idoneo servizio ecclesiale. Più recentemente si è rinnovata nel contesto dellaecclesiologia del Concilio Vaticano II e del nuovo stile di rapporti fra Sede Apostolica e Chiese locali. L'universalità che è così ben rispecchiata dalla vostra provenienza, va accompagnata da altre note fondamentali che devono contraddistinguere l'Accademia Ecclesiastica. Vorrei indicarvene alcune.

1) Essa dev'essere anzitutto un luogo di maturazione spirituale e un cenacolo di preghiera. Se l'esercizio di ogni ministero sacerdotale esige una profonda vita spirituale, vorrei dire che la missione che siete chiamati a svolgere comporta situazioni così peculiari e talora ardue di vita e di azione nelle quali, se venisse a mancare la fonte di un'intensa spiritualità, si rischierebbe di privarsi di linfa e di ideali. Il tempo che trascorrete in questoIstituto sia perciò tempo di raccoglimento, e di profondità; tempo non di allentamento dell'ascesi, ma di allenamento perseverante a quelle virtù che formeranno domani solido e sicuro sostegno della vostra missione.

2) La Pontificia Accademia Ecclesiastica dev'essere poi un luogo diassidua preparazione culturale, un cenacolo di studio. I1 servizio della Santa Sede, partecipando della « sollicitudo omnium ecclesiarum », comporta oggi gravi esigenze e reclama competenze che non si possono improvvisare.

Auspico di cuore che sappiate fare tesoro di questo periodo prezioso per la vostra formazione, in modo che domani possiate essere all'altezza del compito che vi è affidato. Ed auspico altresì che un impegno serio di studio vi accompagni per tutta la vita. 

3) In terzo luogo la Pontificia Accademia Ecclesiastica deve essere un luogo di maturazione del senso pastorale. Al Rappresentante Pontificio si richiede oggi una spiccata sensibilità a trattare con i Pastori che lo Spirito Santo ha posto a reggere le varie Chiese locali ed uno spirito pronto a cogliere e interpretare le situazioni ed i problemi pastorali. È questa una «forma mentis» che dovete acquisire e sviluppare per rendervi idonei al servizio della comunione ecclesiale tra le Chiese locali e la Sede di Pietro.

Ringrazio vivamente il vostro Eccellentissimo Presidente, che si dedica con entusiasmo ed abnegazione alla vostra formazione, e ringrazio i vostri docenti per l'opera che svolgono. Auguro agli alunni che termineranno prossimamente i corsi di intraprendere il loro ministero con generosa disponibilità e con serena fiducia nella protezione delta Vergine Santissima. E tutti benedico di cuore nel nome del Signore.

 

 

Giovedì 25 marzo 1982

 

CON LA SCIENZA ACQUISITE LA SAPIENZA 
CHE È DONO EMINENTE DELLO SPIRITO

 

Nella tarda mattinata il Santo Padre riceve in udienza, nella sala del Trono, agli alunni della Pontificia Accademia Ecclesiastica guidati dal Presidente dell’Accademia, Monsignor Cesare Zacchi, Arcivescovo titolare di Maura. Agli alunni Giovanni Paolo II rivolge le seguenti parole.

1. È SEMPRE PER ME motivo di gioia incontrarmi con Voi carissimi Alunni della Pontificia Accademia Ecclesiastica, e incoraggiarvi nel vostro impegno di preparazione al servizio che sarete chiamati a svolgere.

Vi saluto cordialmente, rivolgendo innanzi tutto il pensiero al vostro amato Presidente, Monsignor Cesare Zacchi, che, con esperienza e generosa dedizione, guida la vostra formazione di sacerdoti, in vista delle future responsabilità.

Provenienti dai cinque continenti, voi siete espressione della cattolicità della Chiesa, del suo universale slancio apostolico, della sua missione di salvezza, rivolta a tutti i popoli: «Andate ed ammaestrate tutte le genti» (Matth. 28, 19), secondo l'espressione del divino Maestro.

2. I recenti Esercizi Spirituali che avete compiuto nello spirito e quasi sotto lo sguardo di San Francesco, in luoghi a lui cari, mi offrono un gradito spunto per aprirvi il mio animo, esortandovi a mantenervi sempre interiormente docili all'azione dello Spirito Santo e impegnati nel coltivare la vita interiore, che deve costantemente conservare il primo posto nella nostra sollecitudine. Tale dimensione spirituale deve permeare il tessuto della vostra vita quotidiana e penetrare negli orientamenti fondamentali che presiedono alle vostre scelte e che caratterizzano i vostri comportamenti. Infatti è nello stile di vita che si manifesta e si prova la vera tempra del vostro spirito sacerdotale.

So che la vostra giornata, la quale ha per centro ideale la Celebrazione Eucaristica e la Liturgia delle Lodi, è in Accademia intessuta, in gran parte, da impegni scolastici, al fine di aiutarvi nell'acquisto di quella solida cultura, che è oggi pure indispensabile per il compito che vi attende.

Nel quadro del vostro «curriculum» formativo un posto particolare va senza dubbio riconosciuto alla dottrina perenne della Chiesa, presentata a questa nostra età dal Concilio Vaticano II, senza dimenticare le importanti applicazioni e i più recenti sviluppi del cammino postconciliare, con speciale riguardo al Magistero Pontificio ed alle linee direttrici dell'attività della Santa Sede, a livello ecclesiale e internazionale.

Questa scienza, tuttavia, pur necessaria, per sé sola non è sufficiente a rendervi idonei alle responsabilità che la Santa Sede intende affidarvi. La cultura dev’essere integrata con una personalità armoniosa ed eminentemente aperta agli ideali sacerdotali. Anche se non siete destinati al ministero diretto tra le anime od all’insegnamento di discipline ecclesiastiche, vi è sempre richiesto un ministero specificamente apostolico e perciò pastorale, e quindi diessere uomini di profonda saggezza, dotati di sicuro discernimento, capaci di ascoltare la voce dello Spirito nella Chiesa, in dialogo costruttivo con le varie Chiese locali e con tutti gli uomini di buona volontà. È necessario, pertanto, che chiediate e vi applichiate ad acquisire, insieme con la scienza, quella interiore Sapienza, che è dono eminente dello Spirito, e per questo si impone che, nella vostra giornata, sia coltivato con speciale cura il tempo - dev'essere, anzi, qualitativamente il più forte ed intenso - consacrato alla preghiera e alla meditazione personale.

3. A queste condizioni voi potrete essere i servitori fedeli e prudenti che la Chiesa e la Sede Apostolica attendono, e cioè, servitori della comunione ecclesiale, rappresentanti di Colui che presiede nella carità e conferma i fratelli nella fede, scrutatori attenti dei segni dei tempi, pastori sensibili alle situazioni ecclesiali ed aperti agli appelli della giustizia, operatori di pace nelle nazioni e fra le nazioni.

Affinché possiate prepararvi con questo spirito al ministero che vi attende, vi affido, oggi, Festa dell'Annunciazione, alla Santissima Vergine, additando a voi tutti il suo esempio di fede e di docilità al volere di Dio. La statua di Maria Santissima, Mater Ecclesiae, vi contempla maternamente quando salite le scale dell'Accademia Ecclesiastica. Ed io rivolgo devotamente a Maria, insieme con voi, la preghiera che voi recitate guardandola: « Ad Te sunt oculi nostri. Tu filios adiuva ».

E con questainvocazione, di cuore vi benedico.

 

 

 

Sabato 28 maggio 1983

   

NELLA MISSIONE DEL SACERDOTE CATTOLICO 
ANCHE LA DIPLOMAZIA È APOSTOLATO

 

  Nel pomeriggio il Santo Padre si reca in visita alla Pontificia Accademia Ecclesiastica. Nel corso di una liturgia di preghiera svoltasi nella Cappella dell'Accademia,Giovanni Paolo II—che è accompagnato dal Cardinale Casaroli e dall'Arcivescovo Martínez Somalo, oltre che dal Prefetto della Casa Pontifica, Vescovo Jacques Martin—rivolge ai sacerdoti studenti le seguenti parole.

Monsignor Presidente,

Cari Sacerdoti dell'Accademia Ecclesiastica,

  1. LA GIOIA DI QUESTO incontro, che si rinnova fedelmente ogni anno, assume questa volta un timbro ed un'intensità particolari. Esso, infatti, avviene nella vostra Casa, nella sede di questo esimio Istituto che in tanti anni dalla sua fondazione ha preparato Sacerdoti idonei al servizio della Santa Sede, sia nella Segreteria di Stato, sia nelle rappresentanze Pontificie, disseminate nelle diverse Nazioni del mondo.

  Al vostro desiderio di ricevere dal Papa, alla fine dell'anno accademico, una parola diincoraggiamento e di direttiva, ho voluto corrispondere con la mia visita, anche per sottolineare la cordialità dell'incontro e poter meglio intuire, al di là dei vostri volti giovanili, il vostro determinato proposito di consacrare la vita con serio impegno, alla causa di Cristo e della Chiesa.

  Mi è caro rivolgere, anzitutto, un particolare pensiero di saluto e di gratitudine al Presidente, Monsignor Cesare Zacchi. Sono lieto inoltre di vedervi numerosi e so che alcuni di voi sono in procinto di lasciare Roma, centro della cattolicità, a cui dovrà continuamente fare riferimento il vostro servizio per raggiungere le Rappresentanze ove iniziare il nuovo lavoro. A questi cari Sacerdoti in partenza va il mio augurio sincero di un apostolato fecondo e benedetto.

  2. In questoincontro familiare, non è mio intendimento ricordare il passato illustre di questa Accademia, né delineare di essa la compiuta fisionomia nel contesto delle molteplici scuole superiori ecclesiastiche. Tuttavia, non posso tralasciare di far cenno alle finalità ed all'importanza dellaIstituzione di cui fate parte.

Essa vuol essere ed è realmente un cenacolo di preghiera, di studio, di riflessione, dove sia facile per voi approfondire sempre più il valore della vostra vocazione sacerdotale ed il senso di quel servizio speciale a cui siete destinati. La diplomazia ecclesiastica ha lo scopo, come ogni altro ministero sacerdotale, di estendere il Regno di Cristo, di servire la Chiesa e quindi il vero bene soprannaturale e terreno dell'uomo.

  Pensando appunto alla natura del vostro servizio, mi si presenta dinanzi la gigantesca figura del Papa Gregorio VII, di cui abbiamo celebrato la festa liturgica, alcuni giorni or sono. Prima della sua elezione alla Cattedra di Pietro, egli rese segnalati servizi ai Pontefici suoi predecessori, con ambasciate presso popoli e sovrani, per assecondare l'opera di riforma della Chiesa e diautonomia da poteri esterni, opera che egli stesso continuò poi strenuamente per dodici anni, una volta divenuto Papa.

È significativo al riguardo degli intendimenti che presiedettero al disegno apostolico di quel grande Pontefice, quanto egli scrisse alla cristianità dal suo esilio di Salerno: « Summopere procuravi ut Sancta Ecclesia, sponsa Dei, domina et mater nostra, ad proprium rediens decus, libera et casta et catholica permaneret» (PL 148, 709). Sono parole ben note che hanno tutto il vigore di un messaggio-testamento. Con esse, Gregorio VII attesta di non aver avuto altro scopo nell'esercizio del suo ministero che di servire la Chiesa, di renderla sempre più perfetta nei suoi uomini e nelle sue strutture, di dilatarne la missione nel mondo intero.

3. Cari Sacerdoti, ho voluto prendere ispirazione da un ideale tanto eccelso, ripresentato in questi giorni dalla Sacra Liturgia, per stimolare ogni vostra energia nel compito di promuovere la missione salvifica della Chiesa, realizzando anzitutto in voi stessi, che ne siete membri privilegiati, una sempre maggiore libertà interiore, evocando al tempo stesso un anelito profondo di perfezione personale ed insieme l'ansia vivissima del missionario.

Si tratta di entrare sempre più a fondo nel Mistero della Chiesa, nella ricchezza di quella vita soprannaturale di cui essa è dispensatrice, nel suo ministero destinato alla salvezza integrale dell'uomo. Ogni uomo costituisce il cammino della Chiesa, e con ogni uomo di buona volontà essa vuole intraprendere un dialogo franco e sincero per renderlo consapevole della sua dignità di figlio di Dio, redento da Cristo, fratello tra fratelli nel suo Corpo Mistico.

4. Voi avete potuto seguire corsi specializzati di cultura teologica, canonica e sociologica; avete esercitato il ministero attivo e responsabile nelle parrocchie delle vostre Diocesi e in Roma; avete frequentato varie categorie di persone; conoscete insomma largamente quale è l'attesa della società moderna e quali sono le esigenze del mondo attuale circa la Chiesa e la fede cristiana.

Indubbiamente, l'uomo di oggi avverte l'ansia religiosa ed ha bisogno di chiarezza circa le verità trascendenti ed eterne; percepisce inoltre sempre più che né la scienza con le sue conquiste, né il progresso sociale col suo benessere possono soddisfare l'anelito di felicità e di pace che lo agita.

Ecco, allora, delinearsi in modo luminoso la missione del sacerdote cattolico: egli con la sua parola, il suo esempio ed il suo ministero deve portare la risposta alla domanda che travaglia l'uomo; sviluppare questa propensione religiosa in incontro personale con Dio, con Cristo e con la Chiesa; far sentire e far capire che per la «sete» di verità, diinnocenza, di salvezza e di pace, esiste «l'acqua viva» della rivelazione, della grazia, del perdono, dell'amore divino.

  In tale sublime prospettiva, anche la «diplomazia» è apostolato!

  5. Nello svolgimento di un lavoro cosi esaltante, voi non siete soli, ma siete con Gesù ed a lui uniti come il tralcio alla vite (Cfr. Gv. 15, 2). Partecipate della sua missione, la quale otterrà in voi la pienezza dei frutti, se rimarrete nel suo amore (Cfr. ibid. 15, 9), cioè, fedeli alla sua chiamata. La vostra vocazione, infatti, è sua iniziativa: egli vi ha scelti perché portiate frutto e perché il vostro frutto rimanga (Cfr. ibid. 15, 16). A questo scopo, Gesù vi ha aperto il suo cuore, come a veri amici ed attende da voi una risposta umile, ubbidiente, fedele.

Vi seguo tutti con particolare cura sia in questo periodo tanto prezioso della vostra formazione, sia nei vostri primi passi al servizio della Sede Apostolica, chiedendo al Padre, al Figlio ed allo Spirito Santo, in questa vigilia della festa della Trinità Santissima, la pienezza confortante dei doni celesti. A Maria, Madre della Chiesa e Madre dei Sacerdoti, venerata dagli Alunni dell'Accademia sotto il titolo di «Madonna del Buon Consiglio» e perciò particolarmente invocata quale «Virgo Prudentissima», «Speculum Iustitiae», «Sedes Sapientiae» affido il terreno delle anime vostre. Ella sappia trarre da esso, mediante la vostra docile corrispondenza, abbondanti frutti di santità e di giustizia, di illuminata sapienza e di prudente operosità, per il decoro della Sede Apostolica e per il bene delle anime.

Di gran cuore, tutti vi benedico.

 

 

Lunedì 30 gennaio 1984

 

IL DISCERNIMENTO È DOTE PECULIARE 
DEL RAPPRESENTANTE PONTIFICIO

 

La personalità e la missione del Rappresentante Pontificio devono essere formate e caratterizzate da una dote peculiare: il discernimento. È questo il concetto che Giovanni Paolo II ribadisce ai Superiori e ai sacerdoti alunni della Pontifica Accademia Ecclesiastica, ricevuti in udienza con il Presidente l'Arcivescovo Cesare Zacchi. Il discernimento, dice tra l'altro il Papa, è la capacità «di saper giudicare e interpretare la vita, le attività e le situazioni della Chiesa e del mondo alla luce di Cristo e del Vangelo». Sulla traccia lasciata da S. Paolo, il Papa rileva che per sviluppare il discernimento non ci si deve conformare alla mentalità del secolo mentre invece si deve tendere al rinnovamento della mente. Tanto più ricco sarà il discernimento quanto più esso sarà ricevuto come grazia dello Spirito Santo, sintesi dei doni di scienza, intelletto e sapienza che fioriscono in una vita spirituale fervente ed intensa.

Questoil discorso del Santo Padre.

Monsignor Presidente, cari Sacerdoti della Pontificia Accademia Ecclesiastica.

1. SONO LIETO di questoincontro con voi, che, a breve distanza dalla visita che ebbi la gioia di compiere l'anno scorso all'Accademia Ecclesiastica, mi offre l'opportunità di rivedervi e di approfondire un dialogo che si colloca in una dimensione di fede e di grazia soprannaturale ed ecclesiale.

Ringrazio innanzitutto Monsignor Cesare Zacchi per le cortesi espressioni che, interpretando il vostro animo, mi ha rivolto. A lui, al Direttore Spirituale ed a quanti si prodigano per la vostra formazione esprimo il mio riconoscente apprezzamento. Un saluto ed un augurio particolare rivolgo poi ai cinque alunni che, terminati i corsi accademici, si apprestano ad iniziare il loro servizio alla Santa Sede.

2. Nel riprendere il dialogo con voi, cari alunni, vorrei proporvi alcune considerazioni su una dote ed un dono peculiare, a cui deve tendere la vostra formazione e che deve caratterizzare la vostra personalità ed ispirare la vostra missione: il discernimento.

San Paolo, nella lettera ai Romani, così ciesorta: «Non conformatevi alla mentalità di questo secolo, ma trasformatevi, rinnovando la vostra mente, per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto » (Rom. 12, 2).

Voi vi state preparando ad un ministero che esige una particolare capacità di discernimento. Tale servizio, nel suo aspetto esteriore, si presenta con una struttura che ha alcuni punti di somiglianza con analoghe funzioni svolte dalla società civile e politica. Le motivazioni di fondo, tuttavia, ed i criteri ispiratori del servizio dei rappresentanti della Santa Sede sono diversi e del tutto originali. Infatti, ogni ministero, nella Chiesa, ha come modello Gesù Cristo, come norma suprema il Vangelo, come fonte ultima diispirazione lo Spirito Santo e come fine il Regno di Dio.

Queste realtà spirituali stanno a fondamento della vostra vita e della missione che vi sarà affidata. Occorre saperle percepire e vivere. Il discernimento è appunto questa capacità di saper giudicare e interpretare la vita, le attività e le situazioni della Chiesa e del mondo alla luce di Cristo e del Vangelo.

3. È importante considerare con attenzione le condizioni poste da San Paolo perché si sviluppi il discernimento.

Anzitutto, ci dice l'Apostolo, non ci si deve conformare alla mentalità del secolo. Non può essere il «mondo» ad offrirvi validi criteri di valutazione e di scelta. Il mondo, in quanto si contrappone allo spirito di Cristo, mette al primo posto la ricerca del prestigio, la carriera, la ricchezza, gli interessi, l'apparire più che l'essere. Da questa mentalità voi dovete ben guardarvi, se volete essere idonei a compiere un autentico e fruttuoso ministero ecclesiale.

D'altra parte, questo «distacco» dal «mondo», congiunto ad una ricchezza interiore di fede, vi permetterà di capire meglio la realtà del mondo, le sue aspirazioni, le sue attese e le sue sfide, per potervi rispondere con la grazia e la luce di Cristo.

4. L'altra condizione, pasta da San Paolo per avere il discernimento, è la trasformazione interiore, il rinnovamento della mente. Questo rinnovamento è la vita nuova, la grazia e la verità, che sono opera di Cristo (Cfr. Gv. 1, 17). A questo deve tendere tutta la formazione umana, spirituale e culturale che ricevete all'Accademia Ecclesiastica.

L'autentica educazione tende, infatti, a ricondurre tutti gli elementi e gli aspetti dell'esistenza, tutte le acquisizioni culturali ad una sintesi vitale in Cristo, a «ricapitolare in Cristo tutte le cose» (Eph. 1, 10).

5. La Chiesa e la Sede Apostolica attendono da voi che possediate in abbondanza tale discernimento spirituale, perché quanta più ricco esso sarà, tanto più sarete servitori buoni e fedeli.

In virtù di questo discernimento voi avrete la capacità ed il dono inestimabile di vedere ed assumere il piano dell'uomo, della società e della storia, con le loro varie componenti socio-politiche e culturali, nella sfera di Cristo Rivelatore del Padre e Redentore dell'uomo, centro del cosmo e delta storia.

È questo discernimento che vi permetterà di cogliere il « kairòs » della Chiesa, in un determinato contesto sociale e storico, nell'ottica del Regno di Dio e nel dinamismo trascendente della storia della salvezza.

È ancora il discernimento che vi metterà in grado di interpretare e di proporre quello che «lo Spirito dice alle Chiese», perché le Chiese sappiano vivere il Vangelo e rispondere alle attese e alle sfide del mondo d'oggi.

6. I1 discernimento sarà ricco in voi, se lo riceverete come grazia dello Spirito Santo, quasi sintesi dei doni della scienza, dell'intelletto e della sapienza, che fioriscono in una vita spirituale fervente ed intensa.

Affinché lo Spirito Santo vi conceda in abbondanza questo doni, invoco per voi l'intercessione di Maria, Sede della Sapienza e Madre del Buon Consiglio, e di cuore viimparto la mia Benedizione.

 

 

 

Lunedì 6 maggio 1985

 

 

NELLA LIBERTÀ DELL'OBBEDIENZA AL SERVIZIO 
DELLA CHIESA E DEL MONDO

 

Durante l'udienza di questa mattina, agli alunni della Pontificia Accademia Ecclesiastica, il Santo Padre pronuncia il seguente discorso.

 

Monsignor Presidente, cari Sacerdoti, alunni delta Pontificia Accademia Ecclesiastica,

I. LA GIOIA del mio incontro con voi è pervasa, in questo tempo pasquale, dalla luce, dall'amore e dalla pace che irradia l'Umanità del Signore Risorto. Che la sua grazia e il suo gaudio siano nei vostri cuori!

Ho ascoltato con viva attenzione le nobili parole che Monsignor Cesare Zacchi, interpretando i vostri sentimenti, mi ha rivolte. Lo ringrazio di cuore per quanto ha detto e soprattutto per la dedizione con cui si prodiga al vostro servizio. Desidero altresì esprimere la mia gratitudine a tutti coloro che, in diverse mansioni e in varie forme, collaborano alla vostra formazione culturale e spirituale, e all’ordinato e sereno svolgimento della vostra vita all'Accademia.

1. Un saluto e un augurio particolare rivolgo agli alunni i quali, completato il curriculum accademico, entreranno prossimamente al diretto servizio delta Sede Apostolica.

2. Carissimi, il vostro ministero deve saldamente radicarsi in Gesù Cristo e conformarsi alle disposizioni fondamentali del suo animo. Ora, l'atteggiamento interiore che plasma l'intera vita ed il ministero salvifico di Cristo è l’obbedienza totale al Padre. Il Verbo eterno, facendo, per così dire, a ritroso il cammino diAdamo disobbediente, assume la forma di Servo, divenendo obbediente fino alla morte di Croce (Cfr. Phil 2, 8). Egli non ha interessi e ambizioni terrene da coltivare; non ha neppure un proprio personale progetto di vita da realizzare; o meglio, il suo progetto è fare la volontà del Padre, compiere la sua opera, consacrarsi interamente alla causa del Regno di Dio. Questa totale disponibilità e perfetta fedeltà alla volontà del Padre non è stata, per Gesù Cristo, senza sofferenza e senza lotta interiore; gli è costata lacrime e sangue.

L'autore della lettera agli Ebrei ci assicura che «pur essendo Figlio, imparò l'obbedienza dalle cose che patì» (Hebr. 5, 8).

L'obbedienza di Gesù, considerata in profondità, è l'espressione più autentica e la prova suprema del suo amore senza limiti per il Padre e per gli uomini. L'amore è sempre dono disinteressato di se stessi per fare la volontà dell'amato. Gesù è obbediente perché ama il Padre; Gesù è Servo perché ama gli uomini. Egli stesso dichiara ai suoi discepoli: «Se osserverete i miei comandamenti rimarrete nel mio amore, come io ho osservato i suoi comandamenti e rimango nel suo amore» (Gv. 15, 10).

Si deve, inoltre, rilevare come l'obbedienza conferisca allo stile di vita di Gesù Cristo un senso straordinario di libertà interiore al servizio della sua missione.

Poiché è totalmente consacrato alla gloria del Padre, all'annuncio del Vangelo, alla testimonianza della Verità, Gesù Cristo è interiormente libero riguardo ai legami familiari e ai beni terreni, totalmente distaccato dalla ricerca di prestigio umano, alieno dai compromessi, superiore ai pregiudizi del suo tempo.

3. Sull'esempio di Gesù, anche l'apostolo del Nuovo Testamento deve essere una persona che, nella libertà dell'obbedienza, è pienamente disponibile per il servizio alla Chiesa e al mondo. San Paolo, che è il modello diogni apostolo, è servo di Gesù Cristo, segregato per il Vangelo, totalmente disponibile allo Spirito che lo sospinge incessantemente a percorrere le strade del mondo, distaccato dalla famiglia e dai beni, sempre pronto a sacrificare tutto e in primo luogo se stesso per il bene delle anime.

Cari Sacerdoti, il servizio che voi, un giorno, sarete chiamati a svolgere, esige un particolare esercizio dell'obbedienza, in profondo spirito di fede. Direi, anzi. che dovete interpretare la vostra vita, e i vari appelli che vi giungono, in chiave di obbedienza. Già la vostra entrata all'Accademia si fonda su un atto diobbedienza. Assunti poi, al servizio della Sede Apostolica, voi dovrete essere disponibili per andare in ogni parte del mondo e affrontare qualsiasi clima negli ambienti socio-culturali più diversi. Il compito di rappresentanza si può ben considerare una forma esigente diobbedienza, in quanto domanda quasi uno svuotamento di se stessi, per poter fedelmente recepire e lealmente trasmettere il pensiero di chi si rappresenta.

Non è tuttavia l'obbedienza di un soggetto passivo quella che vi è richiesta; ma un'obbedienza personale, attiva, responsabile. La vera obbedienza, infatti, è capacità diascolto, apertura di spirito, sensibilità d'animo per captare e interpretare gli appelli che giungono dallo Spirito, dai vostri Superiori, dalle Chiese locali, dal mondo. La varietà e complessità dei compiti, delle situazioni, dei problemi che dovrete affrontare, esigerà da voi una disponibilità di spirito a tutta prova, una non comune libertà interiore, un perfetto distacco da voi stessi e dalle vostre ambizioni, una grandeagilità mentale e alacrità d'animo.

4. Questaobbedienza certamente non si può realizzare senza impegno, senza sacrificio e senza una progressiva maturazione spirituale. Nell’Eucaristia, che celebrate ogni giorno, voi potete ricevere la forma vitale dell'obbedienza suprema di Gesù, per viverla nella situazione concreta in cui la Provvidenza vi porrà.

Sarà proprio questa vita diobbedienza, offerta con generosità al Padre, alla Chiesa e agli uomini, che vi permetterà di servire al piano divino della redenzione dell'uomo d'oggi.

Se voi entrerete in questa via dell'obbedienza, sperimenterete anche un senso interiore diineffabile pace. Mi piace ricordare, a proposito di questo binomio «obbedienza e pace», l'esemplare testimonianza di Giovanni XXIII. Eletto Vescovo, esattamente 60 anni or sono, e nominato Visitatore Apostolico in Bulgaria, egli annotava nel Giornale dell'Anima: «Motto del mio stemma le parole oboedientia et pax, che il padre Cesare Baronio pronunciava tutti i giorni baciando in San Pietro il piede dell'Apostolo. Queste parole sono un po' la mia storia e la mia vita. Oh, siano esse la glorificazione del mio povero nome nei secoli».

Insieme con la pace, l'obbedienza radicata nella fede vi porterà anche un inalterabile senso di fiducia. Cito ancora dalla pagina del «Giornale dell'Anima» di Giovanni XXIII: «La Chiesa mi vuole Vescovo per mandarmi in Bulgaria, ad esercitare, come Visitatore Apostolico, un ministero di pace. Forse sulla mia vita mi attendono molte tribolazioni. Con l'aiuto del Signore mi sento pronto a tutto. Non cerco, non voglio la gloria di questo mondo; l'aspetto, molto grande, nell'altro».

Si sente, qui, l'eco delle parole dell'Apostolo delle genti: «So a chi ho creduto, e sono convinto che egli è capace di conservare fine a quel giorno il deposito che mi è stato affidato» (2 Tim. 1, 12).

Che il Signore Risorto ravvivi in voi lo spirito di obbedienza donandovi insieme la sua pace e la sua fiducia! Con questoaugurio tutti benedico di cuore.

 

 

 

Lunedì 2 giugno 1986

   

UNA MISSIONE PASTORALE DA VIVERE SERVENDO 
IL MINISTERO DI PIETRO

 

 

Il Santo Padre riceve stamane, nella Sala del Trono, i Superiori ed Alunni della Pontifica Accademia Ecclesiastica ai quali rivolge il seguente discorso.

Carissimi Sacerdoti,

1. È SEMPRE PER ME una gioia incontrarmi con voi, che chiamati dalla Santa Sede d'intesa con i vostri Vescovi, vi preparate, con laborioso impegno, a servire la missione stessa del Successore di Pietro presso i popoli e le nazioni delle più diverse parti della terra.

Vi saluto tutti con affetto, e con voi saluto cordialmente il Presidente, Monsignor Justin Rigali, che con zelo e competenza si prende cura della vostra formazione e della vostra preparazione umana, culturale e spirituale.

2. I1 compito al quale vi state preparando è un servizio posto sotto il segno della fede e dell'amore: fede in Cristo, Redentore dell’uomo e del mondo, e sincero amore a lui e alla sua Chiesa.

È un compito innanzi tutto ecclesiale: siete chiamati a collaborare alla costruzione della Chiesa, servendo il ministero di Pietro presso le comunità cristiane a cui sarete inviati. Ed è anche un servizio agli uomini stessi del nostro tempo, in quel campo particolarmente delicato, come ben sapete che è l'attività diplomatica. Un'attività che va intesa come fedele condivisione delle responsabilità apostoliche universali della Santa Sede nelle relazioni con gli Stati ed i poteri civili, collaborando per promuovere i grandi ideali della giustizia, della pace, della solidarietà, valori indispensabili per la piena tutela della dignità della persona umana.

3. Il vostro programma di formazione, pertanto, pur approfondendo gli aspetti culturali e professionali, non può che mettere al primo posto la maturazione del vostro carisma sacerdotale, con tutte le risorse che esso comporta di preparazione dottrinale e spirituale, nonché di generosa ed infaticabile dedizione al servizio di Dio e della Chiesa ed alla salvezza delle anime.

Il vostro, prima ancora che essere un ufficio da svolgere, dovrà essere un servizio di carità, un ministero pastorale da vivere.

L'alimento fondamentale e la sorgente inesauribile della vostra generosità e del vostro impegno saranno sempre l'intima unione con Cristo e la viva partecipazione ai misteri della salvezza, in special modo all'Eucaristia, nella quale voi dovrete sempre riporre il centro della vostra vita e della vostra attività.

Pur addetti ad un particolare ufficio, e pur nella piena osservanza dei doveri che esso comporta e con la competenza che esso richiede, sentitevi però sempre innanzitutto sacerdoti, pastori, apostoli, dispensatori dei misteri di Dio, guide delle anime e, direi ancor più, vittime d'amore con Cristo crocifisso. In questa coscienziosa attuazione del vostro ministero sacerdotale troverete il segreto del vostro successo non solo nel campo spirituale, ma anche in quello diplomatico, da veri rappresentanti della Chiesa e della Santa Sede.

4. L'anima dell'instancabile attività della Chiesa nel mondo, la forza misteriosa che la rende non succube degli eventi, ma capace di sormontare le innumerevoli prove a cui la storia la espone, sta proprio in questa sua intima unione col suo Sposo crocifisso e risorto, mediante la Liturgia, che è pertanto, come dice il Concilio, « il culmine verso cui tende l'azione della Chiesa e, insieme, la fonte da cui promana tutta la sua virtù » (Sacrosanctum Concilium, 10). Se questo è vero per la Chiesa nel suo insieme lo è in particolare per il sacerdote, la cui «carità pastorale scaturisce soprattutto dal Sacrificio Eucaristico, il quale — come insegna ancora il Concilio — risulta quindi il centro e la radice di tutta la vita del presbitero» (Presbyterorum Ordinis, 14).

Vorrei pertanto raccomandarvi di fare in modo che l'Accademia Ecclesiastica sia una vera comunità sacerdotale, che mette al centro della propria giornata la celebrazione dell'Eucaristia, ad essa attingendo vigore e slancio per i quotidiani impegni e verso di essa facendo convergere fatiche, progetti, speranze, quale umano contributo da unire all’offerta della vittima divina. La Santa Messa, spirituale vertice di ogni vostra giornata, diventerà così il punto d'equilibrio che darà unità ed armonia a tutta la vostra vita.

È grazie allo sviluppo di unaautentica devozione eucaristica che voi troverete la forza e la perseveranza necessarie per accogliere volenterosamente e con profitto la disciplina educativa propria dell'Accademia, al fine di acquistare quelle virtù di disponibilità, di equilibrio, di prudenza e di saggezza che vi saranno sommamente necessarie nell'espletamento degli incarichi, spesso delicati, che vi saranno affidati.

5. La Beata Vergine Maria, che nel corso del mese di maggio da poco concluso avete onorato con devozione fervorosa, vi segua nel vostro cammino e nella vostra preparazione. Ella che, come dice il Concilio, è «tipo» della Chiesa, essendone al tempo stesso Madre e membro elettissimo, v'insegni quel profondo amore per la Chiesa che vi sarà tanto necessario e proficuo nella missione che vi attende. La sua intercessione vi consenta di vivere una comunione con la Chiesa e coi suoi Pastori, che sia profonda ed esemplare, convinta e generosa. Tutta la vostra vita è al servizio delta Chiesa. Non dimenticatelo mai.

Con questi auspici e queste esortazioni, invoco su di voi, sui vostri formatori ed insegnanti, l'abbondanza dei doni dello Spirito mentre di vero cuore imparto a tutti una speciale e larga Benedizione Apostolica. 

 

 

 

Lunedì 18 gennaio 1988

 

LA CHIAMATA DELLA SANTA SEDE ESIGE GENEROSITÀ PIENA E TOTALE

 

Cari Fratelli Sacerdoti,

Con gioia vi ricevo all'indomani della festa di Sant'Antonio Abate, esimio esemplare di santità nella Chiesa di Dio, che voi venerate quale Patrono della Pontificia Accademia Ecclesiastica.

Una settimana fa la Chiesa, celebrando il Battesimo del Signore, ha meditato sulla Sua missione profetica, sacerdotale e regale, una missione che il Padre ha affidato a Cristo, e che, attraverso l'azione dello Spirito Santo, lo conduce fino al Calvario, sul quale Egli compie l'atto supremo del Suo amore.

Tutta la Chiesa è associata a Cristo nella Sua missione di salvezza, Gesù Salvatore del mondo vuole che la Sua Chiesa sia sempre accanto a Lui, e così voi, carissimi, siete stati chiamati da Cristo stesso a partecipare alla Sua missione salvifica. È questo il senso sia del vostro battesimo sia della vostra ordinazione sacerdotale, come di quanto essi esigono da voi.

Inoltre, la Santa Sede vi ha chiamato alla Pontificia Accademia Ecclesiastica per una adeguata preparazione a partecipare al suo compito specifico — che è quello di Pietro — di servire il Vangelo e la Chiesa. A voi viene affidata una forma particolare di partecipazione alla missione salvifica di Cristo.

Per voi la consapevolezza di essere chiamati a servire più da vicino al ministero di Pietro, completamente donati alla missione di Cristo e della Chiesa, deve costituire la motivazione più grande della vostra vita. E per comprendere questa missione e il modo più adatto a realizzarla, dovete guardare a Cristo Sacerdote in ogni momento della vostra formazione.

Volentieri colgo quest'occasione per ringraziarvi di aver messo la vostra giovinezza a disposizione della Chiesa e della Santa Sede. Proprio perché la vostra risposta all'invito ricevuto è tanto importante per la vita della Chiesa, vorrei incoraggiarvi a proseguire sul cammino intrapreso con fervore ed impegno sempre crescenti.

Di quale cammino si tratta? E il cammino del sacrificio; il cammino dell'amore sacrificale. Due anni or sono, parlando agli Alunni dell’Accademia, ricordavo che la vostra vocazione sacerdotale comporta anche la vostra chiamata ad essere «vittime d'amore con Cristo crocifisso» e che, vivendo cosi, «troverete il segreto del vostro successo non solo nel campo spirituale, ma anche in quello diplomatico, da veri rappresentanti della Chiesa e della Santa Sede»[3].

La chiamata della Santa Sede esige la generosità piena e totale dell’abbandono perfetto alla volontà del Padre, seguendo il modello divino, Cristo: «Quae placita sunt ei facio semper» (Gv. 8, 29). E la volontà del Padre è la salvezza del mondo realizzata attraverso l'amore sacrificale di Cristo.

E il modello umano di questa generosità è quello di Maria: una generosità sconfinata, vissuta sia nel buio che nella luce irradiante della fede. Un sì vissuto sull'esempio di Cristo e della sua Madre, che richiede amore generoso, amore totale.

Questo, cari Sacerdoti è l'ideale della Chiesa. Questo è l'ideale della Santa Sede. E questo dev'essere il programma costitutivo della Pontificia Accademia Ecclesiastica. La Santa Sede si attende di trovare questo amore in voi. Questoamore sarà per voi fonte di grande libertà spirituale che si manifesterà in fedeltà gioiosa ai doveri della vita quotidiana. Sorretti da questoamore e da questa libertà spirituale, giunti al termine della vostra preparazione in Accademia, sarete pronti ad andare ovunque le esigenze richiederanno la vostra presenza, e a compiere, con l'aiuto di Dio, qualsiasi cosa la Chiesa vi chiederà per il Regno di Cristo. Questo amore e questa libertà spirituale costituiscono le condizioni necessarie perché possiate collaborare con la rettitudine di intenti e con efficacia al compito specifico della Santa Sede, senza cercare onori e vantaggi personali.

Lo stile della vostra vita sacerdotale deve esprimere sempre la dignità e la nobiltà della vostra missione e anche lo stretto rapporto che avete con la Sede Apostolica.A noi tutti sono applicabili le parole di San Paolo: «Vi esorto... a comportarvi in maniera degna della vocazione che avete ricevuto... cercando di conservare l'unità dello Spirito per mezzo del vincolo della pace» (Eph. 4, l. 3).

Cari fratelli Sacerdoti, la misura del vostro successo è veramente soprannaturale. La vostra partecipazione alla missione di Cristo, anche in quell'ambito particolare che è la missione della Santa Sede, riuscirà nella misura in cui vivete radicati in Cristo. Questo è tanto più vero perché la ragion d'essere della Santa Sede è di custodire i misteri più sublimi della Chiesa quali sono la sua unità e la sua carità.

Questa è la prospettiva di servizio che si apre davanti a voi e che richiede visione e mezzi soprannaturali e che esige da parte vostra una dedizione totale.Questa dedizione si manifesta oggi nella serietà della vostra preparazione umana, spirituale, culturale e pastorale.

Fra le vostre gioie più grandi ci sarà sempre la consapevolezza di operare sotto la protezione di Maria, Madre della Chiesa. Da Maria chiedo per voi che il frutto più ricco di quest'Anno Mariano che trascorrete in Accademia sia il rinnovamento della vostra comunità nella sua intima unione con Cristo e nella sua viva partecipazione al mistero della salvezza, in special modo all'Eucaristia, nella quale si trova «il centro della vostra vita e della vostra attività».

In segno della mia fiducia e del mio affetto in Cristo, vi benedico tutti nel Suo nome.

 

 

 

Sabato 21 gennaio 1989

  

  LA SEDE APOSTOLICA CHIEDE IL DONO TOTALE DI VOI STESSI 
ALLA MISSIONE DELLA CHIESA

  

Cari Sacerdoti,

1. ANCORA UNA VOLTA ho la gioia di ricevere la comunità della Pontificia Accademia Ecclesiastica. Vi ringrazio per la vostra visita; questa presenza annuale testimonia una importante realtà ecclesiale, perché voi siete sacerdoti destinati al servizio del Papa e della Santa Sede, con un carattere internazionale diretto ad esprimere insieme l'unità e l'universalità della Chiesa.

Mi è gradita l'occasione di riflettere brevemente con voi sul vostro ministero sia presente che futuro.

Voi avete liberamente accolto l'invito della Sede Apostolica di vivere in questi anni come membri di una comunità sacerdotale, che ha esigenze importanti. La vostra dev'essere una comunità sempre degna della Chiesa apostolica - una comunità dedita all'insegnamento degli apostoli, alla comunione fraterna, all'Eucaristia e alla preghiera (Cfr. Act. 2, 42). L'Accademia è una comunità sacerdotale che, come tale, deve ispirarsi e alimentarsi ai più alti ideali dottrinali e pastorali del sacerdozio di Cristo. In effetti essa fornisce a voi tutti l'opportunità di prepararvi per la vostra futura missione, che è missione essenzialmente sacerdotale. Avete a vostra disposizione anni di studio, anni di grazia.

2. Si tratta di un periodo in cui siete invitati ad aprirvi, mediante la preghiera, allo Spirito Santo, che desidera operare nei vostri cuori un'azione di conversione e dielevazione interiore. Gli anni trascorsi in Accademia devono essere anni di crescita spirituale nello zelo pastorale e nella carità fraterna, necessari per sviluppare la sensibilità verso gli altri, per conoscere i bisogni della Chiesa universale e per cominciare a comprendere la cultura di tanti vostri fratelli e colleghi.

Il periodo dell'Accademia è quanto mai propizio per meditare sulla futura missione che eventualmente vi sarà affidata nelle Rappresentanze Pontificie o nella Curia Romana.Ma le vostre riflessioni si devono svolgere nel contesto di una profonda oblazione di voi stessi a Dio. Gli anni che trascorrerete nella storica istituzione saranno preziosi per perfezionarvi nelle virtù sacerdotali, e consacrarvi, fin d'ora, alla causa dell'unità della Chiesa; conoscere intimamente Gesù e assimilare i suoi pensieri, i suoi sentimenti e i suoi desideri, assumendo il suo atteggiamento di servizio. Ogni sacerdoteinfatti esiste ed opera per servire gli altri, come Gesù, il quale ha detto di sé: «Per loro consacro me stesso» (Gv. 17, 19).

3. Sì, carissimi fratelli, lo spirito che domani dovrà permeare il vostro specifico ministero per la Santa Sede è la diaconia, cioè un servizio umile, perseverante, leale, amoroso e generoso alla Chiesa e alle anime. Questo spiega la vostra identità. Per prepararvi a questo futuro apostolato e per far fronte ai diversi problemi che incontrerete nei differenti Paesi, dove sarete inviati, si richiede da voi una disponibilità costante e un adattamento infaticabile a situazioni sempre nuove e talora difficili. È indispensabile perciò che diate una preminenza assoluta alla vita spirituale; che viviate in pienezza ogni giorno le esigenze della vostra consacrazione sacerdotale; che sappiate porre attenzione a ciò che è essenziale, per non farvi prendere dalle tentazioni di ciò che è apparente esteriorità, ma essere autentici testimoni della libertà interiore in un mondo contrassegnato da una ricerca sfrenata delle proprie comodità e dei propri egoismi, a scapito della coerenza ai principi morali e della solidarietà con i loro simili.

In altre parole, la Sede Apostolica chiede il dono totale di voi stessi alla missione di Cristo e della sua Chiesa. Soltanto con questo atteggiamento soprannaturale sarete veramente in grado di collaborare nella missione ecclesiale della Santa Sede, per la causa del Vangelo.

Voi sarete chiamati, pertanto , a collaborare per promuovere la comunione ecclesiale, specialmente fra le Chiese particolari e la Chiesa universale. Sarete servitori della collegialità nel suo rapporto essenziale con il ministero di Pietro. Dovrete pure contribuire, come collaboratori della Santa Sede, a tutte le grandi cause dell'umanità, quali sono la pace, i diritti umani, la cooperazione internazionale e la solidarietà universale.

Questa collaborazione si esprimerà anche in tanti umili compiti che formano il tessuto delta vita quotidiana. È importante che vi rendiate conto che in questo modo la vostra vita di servizio ha un grande valore per il regno di Dio, e che la vostra generosità è oblazione gradevole al Signore per la salvezza del mondo.

4. Faccio voti affinché nella sequela di Cristo, Maria santissima sia sempre il vostro modello di generosità, e le sue parole — «Fiat mihi secundum verbum tuum » (Lc. 1,38) — viinvitino ad un impegno sempre più profondo e personale. Da parte mia vi ringrazio per il vostro amore per la Chiesa e per la vostra disponibilità a servirla, e vi benedico nel nome di Cristo Signore.

 

 

 

 

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[1] A. PIEPER, Zur Entstehungsgescbichte der standingen Nuntiaturen, 1894, Pag. 36.

 [2] Memorie storiche, Appendice sui nunzi articolo VII, p. 202, Roma 1832.

[3] Ioannis Pauli PP. II Allocutio ad professores et alumnos Pontificiae Academiae Ecclesiasticae, 3, die 2 iun. 1986: Insegnamenti di Giovanni Paolo II, IX, 1 (1986) 1745.

 

 

 

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