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Martirologio dei Frati Minori  Cappuccini

San Francesco d’Assisi

Una breve storia dell’Ordine dei Frati Minori Cappuccini 

Nei primi decenni del secolo XVI, tre Francescani Osservanti italiani – Matteo da Bascio e i fratelli Ludovico e Raffaele Tenaglia da Fossombrone – si trovarono uniti da un medesimo desiderio: vivere la loro vocazione dando maggiore importanza alla contemplazione in una vita eremitica e all’osservanza pura e fedele della Regola di San Francesco. L’intenzione iniziale non era tanto quella di fondare un nuovo Ordine religioso, quanto di imitare San Francesco e i suoi primi compagni, presi a modelli di vita.

Nel 1528, con l’aiuto della nipote di Papa Clemente VII, la duchessa di Camerino Caterina Cybo - che li aveva ammirati per la carità con cui avevano servito i malati durante la peste del 1525 - essi ricevettero l’autorizzazione pontificia per vivere secondo quanto desideravano. Tra le altre cose Papa Clemente VII aveva dato loro facoltà di vestire l’abito francescano con un cappuccio a punta e di portare la barba – simboli questi di povertà, semplicità e austerità. L’Ordine dei Cappuccini - che all’inizio furono chiamati "Frati minori della vita eremitica" - deve il suo nome al cappuccio a punta dell’abito. Ancora oggi essi si distinguono dagli altri Frati Minori per il lungo cappuccio a punta e per la barba che molti di loro portano.

Matteo da Bascio, Ludovico e Raffaele Tenaglia non furono i soli Francescani del tempo ad avvertire la necessità di una riforma dell’Ordine. Poco dopo aver ricevuto la bolla papale Religionis zelus (3 Luglio 1528), molti altri francescani dell’Osservanza iniziarono ad unirsi ai riformati, tra i quali i nomi insigni di Giovanni da Fano, Bernardino d’Asti e Bernardino Ochino, i quali sarebbero stati le colonne della nuova famiglia francescana. L’ingresso di questi frati nell’Ordine comportò anche lo sviluppo nel ministero. Infatti, mentre i primi Cappuccini erano impegnati soprattutto nella preghiera e nel lavoro manuale, questi ultimi arrivati diedero grande importanza alla predicazione semplice e ben preparata, senza tuttavia indebolire lo spirito di preghiera e l’austerità. Le due forme di lavoro – manuale e apostolico – coesistono ancora oggi nell’Ordine.

La Riforma Cappuccina fu riconosciuta definitivamente nel 1619 come Ordine di pieno diritto accanto ai frati minori osservanti e ai frati minori conventuali e ebbe un rapido sviluppo numerico: cinquant’anni dopo l’Ordine contava più di 3500 frati. Il 1600 e 1700 sono "i secoli d’oro" della loro espansione. Intorno al 1761 il numero dei Cappuccini raggiunse la vetta di 34.000 unità, sparsi in tutta Europa, nelle Americhe, India e Africa del Nord.

All’inizio del 2002 la statistica riporta quasi 11.000 Frati Cappuccini presenti in 96 paesi del mondo con forte crescita in Asia, Africa e alcuni paese dell'Europa centro-orientale: è il quarto Ordine maschile più numeroso.

I ministeri e servizi dei Frati Cappuccini sono vari e numerosi secondo le situazioni in cui essi stessi si vengono a trovare. Ci sono professori e sarti, consiglieri spirituali e cuochi, predicatori, cappellani, parroci e medici…ma più importante di quello che fanno è la maniera in cui lo fanno.

Priorità della vita Fraterna vissuta in comunità. Come indica la locuzione "Frati minori", l’intento dei Cappuccini è quello di essere fratelli ai piedi di tutti coloro che essi stessi servono.

L’affabilità e la disponibilità ad andare là dove sono più richiesti e il loro modo di lavorare e di vivere ha meritato loro l’appellativo di "Frati del popolo".

Martire dichiarato Santo

 

PADRE FEDELE DA SIGMARINGEN, Sacerdote Predicatore Martire (1578-1622)

Marco Roy (Fedele) nasce a Sigmaringen, diocesi di Costanza, nei primi giorni d'ottobre del 1577

Nel 1601 ottiene la laurea di filosofia nel collegio dei gesuiti di Brisgovia.
Negli anni 1601-1604 frequenta l'università di Friburgo
Nel 1604 accompagna un gruppo di studenti in Italia
Il 7 maggio 1611 ottiene brillantemente la laurea in diritto civile ed ecclesiastico
Nel mese di settembre 1612 viene ordinato sacerdote
Il 4 ottobre 1612 entra tra i cappuccini e inizia il noviziato nel convento di Friburgo
Il 4 ottobre 1613 professione religiosa
Dal 1614 al 1618 studia teologia a Friburgo, a Fraunfeld e Costanza
È guardiano a Rheinfelden nel 1618-1619
Superiore a Feldkirch nel 1619-1620
Guardiano a Freiburg nel 1620-1621 e ancora a Feldkirch nel 1621-1622 dove assiste i soldati
Creata da Propaganda Fide la Missione nella Rezia, nel 1622 è fatto missionario apostolico a Prättigau
Il 24 aprile 1622 a Seewis è ammazzato dagli eretici
In ottobre 1622 il corpo è portato a Feldkirch
Il processo informativo inizia nel 1623
Beatificato il 24 marzo 1729 da Benedetto XIII
Dichiarato santo da Benedetto XIV il 29 giugno 1746

O Signore, trasformami tutto in Te! Intendo in special modo supplicarti di rendermi totalmente conforme alla tua santissima Umanità in tutte le tue virtú, tribolazioni, pene e tormenti, e soprattutto nella tua abiezione, umiltà e annientamento.

(S. Fedele da Sigmaringen)
Germania

 Nella liturgia viene ricordato il 24 aprile

 

Martiri dichiarati Beati

 

 

Nome Giorno celebr. Date della vita Motivo Dove

Agatangelo da Vendome  

7 ago. 

1598-1638

    

Sacerdote Missionario Martire

Francia

Aniceto Koplin   12 giug.   1875-1941   Sacerdote Martire ad Auschwitz   Polonia
Apollinare da Posat   2 set.  1739-1792 Sacerdote Ministero clandestino Martire Svizzera
Cassiano da Nantes   7 ago. 1607-1638 Religioso non sacerdote
Missionario
Martire
Francia
Enrico da Krzysztofik   12 giu. 1908-1942   Sacerdote
Martire nel lager di Dachau  
Polonia
Fedele Chojnacki   12 giu.   1906-1942   Religioso non sacerdote
Martire nel lager di Dachau  
Polonia
Floriano Stepniak 12 giu   1912-1942   Sacerdote
Martire nel lager di Dachau  
Polonia
Gianluigi da Besançon   18 ago. 1720-1794  Religioso non sacerdote
Martire a causa della rivoluzione francese
Francia
Protasio da Sees   18 ago. 1747-1794 Sacerdote
Martire a causa della rivoluzione francese
Francia
Sebastiano da Nancy   18 ago. 1749-1794 Sacerdote
Martire a causa della rivoluzione francese
Francia
Sinforiano Ducki   12 giu.   1888-1942 Religioso non sacerdote
Martire nel lager di Auschwitz
Polonia

 

I martiri di Gondar:  


AGATANGELO DA VENDOME (1598 - 1638)  E CASSIANO DA NANTES (1607 - 1638)

Agatangelo Noury nasce a Vendôme il 31 luglio 1598
Nel 1618 inizia l'anno di noviziato tra i cappuccini di Mans
Nel 1620 è inviato a Poitier a continuare gli studi
Studia teologia nel convento di Rennes
Nel 1625 viene ordinato sacerdote
Nel 1628 è inviato nelle missioni di Levante
Giunge ad Aleppo il 29 aprile 1629
Nel 1633 gli viene affidata la missione in Egitto, dove giunge anche p. Cassiano


Cassiano Lopez-Nieto nasce a Nantes il 14 gennaio 1607
Il 16 febbraio 1623 veste l'abito cappuccino nel convento di Angers
Serve gli appestati a Rennes nel 1631-1632
Giunto ad Alessandria missionario nel 1633, si unisce a p. Agatangelo
Nel 1638 i due missionari raggiungono una carovana per il viaggio in Etiopia
Giunti finalmente a Deborech nel Serawa sull'altipiano eritreo, vengono imprigionati
Prigionieri, vengono trasportati ignominiosamente a Gondar dove giungono il 5 agosto 1638
Il 7 agosto vengono processati e condannati all'impiccagione, che poi diventa lapidazione a furor di popolo
La causa di questi martiri, tentata nel Seicento, venne introdotta il 10 gennaio 1887
Il 27 aprile 1904 san Pio X riconosceva l'autenticità del loro martirio e il 1° gennaio 1905 li proclamò beati

 

Per l'amore di Gesù crocifisso e della sua santa Madre, che il fuoco del vostro zelo s'infiammi contro questi enormi scandali. Da parte mia, non sarò responsabile al tribunale di Cristo, che ci giudicherà tutti, e Lo prego con amore di chiamarmi ora tra i buoni e fedeli servitori che si saranno impegnati con fervore al suo servizio.

(B. Agatangelo da Vendôme)

Nella liturgia viene ricordato il 7 agosto      

  

Aniceto Koplin  
(1875-1941)

"PROFUMO D'INCENSO"

É a partire dalla fine che spesso una vita riceve la sua luce. Questa constatazione è doppiamente vera per un uomo che il 13 giugno 1999 venne proclamato beato a Varsavia da Giovanni Paolo II in occasione del suo ottavo viaggio in Polonia. Quest'uomo sarebbe rimasto sconosciuto, se non fosse giunto agli onori degli altari. Ma ora la sua vicenda getta un'ennesima luce nel tanto buio capitolo della storia tedesca di questo secolo. E anche nella vicenda umana, la sua fine manifesta chi è stato e per che cosa è vissuto.
Stiamo parlando di Aniceto Koplin, un cappuccino finora sfuggito alle cronache del mondo. Nato il 30 giugno 1875 in Preußisch-Friedland (oggi Debrzno) nella provincia di Prussia occidentale (Westpreußen) in Germania, una città confinante con la Polonia in cui forte era anche la presenza polacca.

Forti in particolare erano i rapporti tra i pochi cattolici tedeschi della zona e il gruppo dei polacchi soprattutto a causa della comune fede cattolica, che dava loro l'occasione di partecipare alle stesse liturgie e di condividere anche gli stessi lavori. Il piccolo Adalberto, il nome che gli venne imposto nel battesimo, era il più piccolo di 12 fratelli, di una famiglia tutt'altro che benestante che si manteneva con lo stipendio del padre operaio. Adalberto, o semplicemente Alberto, come tutti lo chiamavano, conobbe anche i cappuccini noti in quel tempo per il loro apostolato sociale e ne ebbe anche un'esperienza diretta nella sua giovinezza. Il 23 novembre 1893 egli entrò nel lontano convento dei cappuccini di Sigolsheim nell'Alsazia (nella Prussia tutti i conventi cappuccini erano stati soppressi) appartenente alla provincia Renano-Wesfalica, e ricevette il nome di Aniceto (l'invincibile).

Il giorno dell'Assunta del 1900 venne consacrato sacerdote per svolgere poi il suo ministero innanzitutto a Dieburg, poi lungamente nella regione della Ruhr (Werne, Sterkrade, Krefeld) come assistente per la gente polacca. A casa aveva infatti un po' studiato polacco e l'aveva poi migliorato personalmente durante gli anni di studio, sfruttando anche una volta il periodo di ferie presso la sua sorella che viveva in Polonia per trascorrere un periodo in un ambiente polacco. Nel suo apostolato nella zona della Ruhr la sua conoscenza della lingua polacca gli era molto utile, come anche la sua origine da una famiglia di operai. Egli riusciva a capire la gente operaia, e viceversa essi capivano lui. La vicinanza affettiva alla Polonia, non diminuiva però il suo amore per la Germania: era un uomo di frontiera, ma anche un patriota. All'inizio dello scoppio della prima guerra mondiale compose delle poesie a favore della guerra, composizioni che oggi ci imbarazzano. Ma anche questa sua capacità poetica più tardi pose a servizio dei poveri che divennero sempre di più l'unico obbiettivo della sua attività pastorale.

La svolta fondamentale nella vita di p. Aniceto avvenne nel 1918 a Krefeld quando gli venne rivolta la richiesta di rendersi disponibile per la riorganizzazione della vita ecclesiale e dell'Ordine a Varsavia. Con entusiasmo accettò questa sfida. Dopo lunghi anni di dominio zarista, la Polonia aveva ritrovato la sua libertà. Però la situazione economica era disastrosa e molti erano i poveri e le famiglie che vivevano nella miseria. Né molti erano i grandi ricchi, come vediamo oggi nelle situazioni contraddittorie di paesi quali il Brasile, il Messico, l'India. P. Aniceto si fece mediatore tra questi due gruppi. Senza chiedere nulla per sé, sempre con il suo povero saio e con i sandali, lo si vedeva sempre a piedi per le strade di Varsavia a chiedere la carità per i suoi poveri. E ciò che poteva ricevere riponeva nelle profonde tasche del suo mantello: pane, salsicce, frutta, verdura, dolci per i bambini. Spesso si caricava sulle sue spalle pesanti pacchi o trascinava grandi valige piene di beni di prima necessità. Il 25 gennaio 1928 scrive al suo provinciale padre Ignazio Ruppert: "Un particolare impegno, che rappresenta spesso un lavoro gravoso, costituiscono per me i numerosi poveri e la molta gente qui senza lavoro, per i quali quasi giornalmente esco per la questua". Era stimato per questo come "san Francesco di Varsavia".
Non si è lontani dal vero se si interpreta la sua attività di questuante per i poveri come un'espressione di attività sportiva.

Fin dalla sua giovinezza egli si era esercitato giornalmente nel sollevamento dei pesi. In occasione della preghiera di mezzanotte, tradizione che per ogni frate iniziava dal noviziato, egli, prima della preghiera o dopo essere tornato in camera, si esercitava nella sua specialità. La sua costanza lo portò ad una grande potenza muscolare così da poter fare cose straordinarie, con la gioia dei suoi confratelli o a vantaggio dei poveri o anche a servizio dell'attività pastorale. Così alzava tavoli e banchi o mostrava le sue capacità nelle feste paesane per poi passare con il "cappello" (zucchetto) chiedendo la ricompensa per i suoi poveri. Si racconta che un poliziotto violento con la sua moglie e i suoi bambini, nonostante le sue ripetute confessioni, non riusciva a migliorare il suo carattere aggressivo. Un giorno padre Aniceto lo portò in sagrestia, lo prese per la cintura e lo sollevò sopra la sua testa urlandogli: "Vedi cosa posso farti? E che farà Dio con te se continui ad essere così violento?". La lezione fu efficace, il poliziotto si liberò dalla sua violenza.
Quando padre Aniceto non era in giro per i suoi poveri, sedeva spesso nel confessionale della chiesa dei cappuccini di Varsavia. Ogni mattina iniziava a confessare un'ora prima della messa e vi restava per tutta l'ora seguente, e di nuovo alla sera, quando ritornava in convento dalla sua questua. Svolgeva questa attività più volentieri che predicare, richiesta quest'ultima che gli veniva rivolta soltanto di rado dal superiore, a causa della sua conoscenza limitata del polacco.

Ai molti sacerdoti che venivano al suo confessionale impartiva delle brevi ma molto efficaci ammonizioni in latino; egli venne scelto come confessore dai vescovi Gall e Gawlina, e anche dal cardinale Kakowski e dal nunzio apostolico Achille Ratti, il futuro Pio XI. Come penitenza normalmente imponeva di fare un'elemosina per i poveri, penitenza data anche al cardinale Kakowski al quale impose di donare durante il tempo invernale un carro di carbone per una famiglia povera.
Padre Aniceto si prese cura dell'anima e del corpo degli altri. Chiedeva ai ricchi pane per i poveri, ma invitava questi a pregare per sé e per i ricchi: davanti a Dio ognuno porta la responsabilità dell'altro. Di grande significato era vedere davanti al suo confessionale officiali dell'esercito accanto ai contadini, donne eleganti vicino a povere vedove. Il cappuccino aveva lo stesso amore per tutti. La notizia che qualcuno era morente lo faceva correre al suo capezzale per consolarlo e portargli i sacramenti della confessione e della comunione. E se qualcuno moriva abbandonato da tutti, egli si prendeva cura anche della sepoltura. Spesso prendeva parte ai riti funebri e alla processione verso il cimitero, pregando lungo la via il suo breviario o il rosario, e a volte succedeva che tanta era la sua immersione in Dio da non accorgersi dell'entrata del cimitero così da andare oltre mentre il corteo funebre svoltava verso il camposanto.

Aniceto Koplin era di nazionalità tedesca. Non lo nascondeva, nemmeno quando la politica di Hitler aveva iniziato a rivelarsi inaccettabile. Quando si trovava a discutere con i suoi confratelli egli spesso batteva i pugni contro il tavolo parlando degli avvenimenti politici della Germania. Aveva intravisto e capito lo spirito anticristiano del nazionalsocialismo e la sua visione demoniaca del mondo. Per Aniceto non si poteva entrare a patti con questa corrente politica. Avendo sperimentato fin dalla sua giovinezza l'onestà e la fede della gente polacca, non poteva non schierarsi dalla loro parte, fino ad assumere, animato da una radicale solidarietà, il nome di Koplinski. Durante la prima settimana dell'occupazione tedesca in Polonia, egli rimase in convento. Ma subito lo si vide impegnato nell'aiuto ai suoi poveri e anche a coloro che dovevano fuggire a causa della violenza nazista. Dall'ambasciata tedesca, utilizzando la sua conoscenza del tedesco, ottenne i necessari permessi per ottenere viveri, vestiti, scarpe e medicine. Il padre Koplinski si impegnò anche per i cristiani non cattolici e per gli ebrei, cosa testimoniata dall'arcivescovo Niemira.

Per la Gestapo i cappuccini e in particolare p. Koplinski erano fumo negli occhi. Il giorno dell'Ascensione del 1941 ebbe luogo il primo interrogatorio. Il cappuccino prussiano, senza paura e con molta franchezza, come era sua abitudine, espresse un giudizio molto pesante: "Dopo quello che Hitler ha fatto in Polonia, io mi vergogno di essere un tedesco". È possibile ritenere che il padre cappuccino avrebbe salvato la sua vita, se si fosse appellato alla sua cittadinanza tedesca. Ma non sembra, per quanto sappiamo, che abbia tentato questa via di uscita, che poi avrebbe contraddetto la schiettezza e lo spirito di sacrificio che contraddistingueva la sua persona. Sta di fatto che il 28 giugno 1941, il giorno dopo l'attacco aereo a Varsavia, venne arrestato insieme ad altri 20 confratelli e rinchiuso nella prigione di Pawiak. Motivo dell'arresto era di aver letto fogli propagandistici antinazionalsocialisti e di aver espresso idee contrarie al nuovo regime.

Arrestati vennero rasati dei capelli e della barba e spogliati anche dei loro abiti religiosi, tuttavia fu concesso loro di conservare il breviario. Il padre guardiano e p. Aniceto furono torturati per spingerli ad autoaccusarsi, senza però riuscire a strappar loro l'ammissione di aver istigato la gente alla ribellione contro il regime. Egli rimase fedele alla sua vocazione di religioso e di sacerdote, anche dinanzi alle minacce e alle rappresaglie; ne fa fede quanto dichiarò apertamente durante gli interrogatori: "Sono sacerdote e dovunque vi siano uomini, io là opero: siano essi ebrei, polacchi, e ancor più se sofferenti e poveri".

Il 3 settembre furono caricati tutti in un carro bestiame per essere trasportati ad Auschwitz, dove ricevettero la tanto tristemente famosa casacca a strisce e un numero di prigionia. Era stata strappata loro la dignità di persone per essere ridotti ad un numero tra le migliaia di altri prigionieri. Avendo 66 anni P. Aniceto venne destinato nel blocco degli invalidi, che a sua volta era vicino a quello dei destinati allo sterminio. Non sappiamo bene quali soprusi e maltrattamenti egli dovette sopportare durante le cinque settimane che seguirono, ma lo possiamo un po' ricostruire dai racconti che riportarono i sopravvissuti. Possediamo però la testimonianza diretta del suo provinciale e compagno di prigionia p. Arcangelo, il quale racconta che "p. Aniceto, appena giunto all'entrata del campo di concentramento, venne bastonato perché non riusciva a tenere il passo degli altri; oltre ciò fu azzannato anche da un cane delle SS. Durante l'appello il frate cappuccino venne messo insieme agli anziani e a coloro che non potevano lavorare e collocato nel blocco vicino a quello dei destinati alla morte. Durante tutto questo periodo di sofferenze p. Aniceto ha pregato e taciuto, mantenendo costantemente la pace e il silenzio".

Questa testimonianza è sufficiente per farci intuire che il padre cappuccino, dopo aver spesso celebrato la via crucis e aiutato altri a portare la loro croce dietro Gesù, viveva quel momento tragico della sua esistenza unito a Gesù e come sentiero doloroso verso il Golgota. Colui che fino a poco tempo prima aveva urlato per difendere i poveri e condannare il peccato, ora taceva e pregava. Prima di essere portato alla camera a gas, diceva ancora ad un amico: "Dobbiamo bere fino in fondo questo calice".
Il 16 ottobre gli aguzzini dopo aver allestito un breve processo, buttarono il p. Aniceto insieme ad altri prigionieri in una fossa e gettarono sopra di loro calce viva; una morte atroce, poiché la calce sprigiona una violenta attività corrosiva sui corpi vivi fino a consumarli come fosse fuoco.
Dopo essere vissuto povero ed essersi impegnato per i poveri, Aniceto Koplin ha incontrato sorella morte nella più totale povertà.

Esternamente era stato spogliato di tutto anche della sua carne, ma internamente rimase ricco di un tesoro che nessuno mai gli avrebbe potuto strappare: la fede, la dignità, l'attenzione amorosa agli altri. È morto nella speranza della resurrezione e nella fede che anche la sua sofferenza e atroce morte costituiva un aiuto per riconciliare gli animi divisi della Germania e della Polonia, dei giudei e dei cristiani, dei cattolici e dei protestanti, dei poveri e dei ricchi.

Leonardo Lehmann

Nella liturgia viene ricordato il 12 giugno  

  

Apollinare da Posat  
 
(1739 - 1792)
 

 

Gian Giacomo Morel (Apollinare) nacque il 12 giugno 1739 nel villaggio di Préz-vers-Noréaz, presso Friburgo
Nel 1747 fino al 1750 è affidato alle cure del curato del paese e nel 1755 entra nel collegio S. Michele dei gesuiti a Friburgo
Il 28 luglio 1762 sostiene brillantemente una disputa filosofica pubblica
Il 26 settembre 1762 vestì l'abito cappuccino nel convento di Zug, e si chiamò Apollinare da Posat (nome d'origine del padre)
Il 26 settembre 1763 fece la professione religiosa e il 22 settembre 1764 venne ordinato sacerdote a Bulle
Dal 1769 al 1774 è impegnato nell'aiutare il clero di varie parrocchie, come Sion, Porrentruy, Bulle e Romont
Alla fine di agosto 1774 è insegnante e direttore degli studenti di teologia a Friburgo e nel 1780 è vicario nel convento di Sion
Il 20 agosto 1781 è vicario nel convento di Bulle e nel 1785 è trasferito a Stans, direttore della scuola annessa al convento
Il 16 aprile 1788 lascia Stans e va a Lucerna e nell'autunno del 1788 è confessore dei tedeschi nel convento di Marais in Francia
Soppressi gli Ordini religiosi, egli va come vicario nella parrocchia di S. Sulpizio ai primi di marzo 1790
Il 1° aprile 1791 si dà al ministero clandestino
Il 14 agosto 1792, celebrata la messa, si costituisce ai commissari di Lussemburgo
Il 2 settembre, domenica, nella chiesa del Carmine, vengono massacrati 113 martiri, tra i quali Apollinare da Posat
Pio XI il 17 ottobre 1926 insieme agli altri martiri lo dichiara "beato"

 

Perché affliggervi tanto per me? Non sapete che io debbo essere nelle cose che riguardano il mio ministero? A chi appartiene il regno di Dio? A coloro che soffrono persecuzioni per la giustizia. Non è forse soffrendo tormenti ben più atroci, che il Cristo è entrato nella sua gloria? Il servo sarà più grande del suo padrone? Invocherò il Signore nella lode e sarò liberato dai miei nemici.

(B. Apollinare da Posat)

Nella liturgia viene ricordato il 2 settembre  
  

                        

   

Enrico da Krzysztofik

  

"SULLA CROCE INSIEME A CRISTO"

Enrico (Henryk) nacque il 22 marzo 1908 da Giuseppe e Francesca Franaszczyk, nel villaggio di Zachorzev. Fu battezzato nella parrocchia di Slawno (diocesi di Sandomierz - Polonia) il 9 aprile 1908 con il nome di Giuseppe.

Terminata la scuola primaria nel 1925. si presentò al Collegio di S. Fedele dei Cappuccini di Lomza, dove frequentò due classi. Quindi si rivolse all'Ordine dei cappuccini del commissariato di Varsavia. Il 14 agosto del 1927, presso il convento di Nowe Miasto, vestì l'abito cappuccino e prese il nome religioso di Enrico. Un anno più tardi, il 15 agosto 1928, emise i voti temporanei. In seguito fu mandato in Olanda, presso il convento cappuccino della Provincia di Parigi, a Breust-Eysden. Trascorsi i due anni di filosofia, fu inviato a studiare teologia a Roma, dove il 15 agosto 1931 emise i voti perpetui e il 30 luglio 1933 fu ordinato sacerdote. Per incarico dei suoi superiori, proseguì gli studi presso la facoltà di teologia dell'Università Gregoriana, risiedendo nel Collegio Internazionale S. Lorenzo da Brindisi dei cappuccini. Nel 1935 conseguì la licenza in teologia.

Ritornato in Polonia, fu destinato al convento di Lublino, dove insegnò teologia dogmatica presso il locale seminario religioso cappuccino. Di lì a poco fu nominato rettore dello stesso seminario e vicario del convento. Nella chiesa del convento spesso predicò con grande passione spirituale e fervore interiore. La seconda guerra mondiale, scoppiata il 10 settembre 1939, lo sorprese mentre attendeva a questi incarichi.

Il guardiano del convento lublinese, Gesualdo Wilem, un olandese (in quel periodo i cappuccini polacchi erano aiutati dai cappuccini provenienti dall'Olanda), dovette rinunciare alla carica di superiore e fu costretto a lasciare la Polonia. Enrico fu allora nominato guardiano del convento. In qualità di guardiano e contemporaneamente di rettore del seminario, venne a trovarsi in una posizione molto delicata. A causa della guerra, in seminario le lezioni per l'anno accademico 1939-1940 iniziarono in ritardo. Il clima era estremamente inquieto e teso. Le truppe tedesche si abbandonavano alla ferocia e gli arresti si susseguivano senza interruzione. In questo clima sfavorevole Enrico cercò di rasserenare i suoi seminaristi.

Il 25 gennaio 1940 la Gestapo tedesca arrestò 23 cappuccini del convento di Lublino e fra loro il superiore, fr. Enrico Krzysztofik. Il primo luogo della loro prigionia fu il Castello di Lublino, mentre si attendeva che ci fosse posto in carcere.
Enrico disse: "Fratelli, fintantoché abbiamo la mente lucida formuliamo questo buon proposito: Qualunque cosa ci capiterà in futuro, qualunque cosa ci accada, ciascuno di noi ne faccia offerta propiziatoria a Dio".

Durante tutto il periodo trascorso in carcere fu premuroso con tutti. Fece in modo che all'alba fosse celebrata la s. Messa. Il 18 giugno 1940 fu tradotto, insieme a tutti i confratelli, al campo di concentramento di Sachsenhausen, presso Berlino. Là "in condizioni ben peggiori, si ricordò di ciascuno di noi", - scrive uno di quelli che condivise il destino del campo, il defunto fr. Ambrogio Jastrzebski. Quando nell'autunno del 1940 ricevette per primo dei soldi, comprò nello spaccio del campo due pagnotte, le spartì in 25 porzioni -tanti erano i cappuccini - e disse: "Su, fratelli, cibiamoci dei doni del Signore. Servitevi fintanto che ce n'è...". Il già citato fr. Ambrogio definiva così quel gesto fraterno: "Un nobile gesto, il tuo, che è in grado di apprezzare solo chi è stato in campo di concentramento e sa quanta abnegazione, diciamo pure eroismo, ci voglia per distribuire due pagnotte quando si è affamati e le si divorerebbe subito da soli!".

Il 14 dicembre 1940 Enrico, insieme al resto dei confratelli, fu trasferito nel campo di concentramento di Dachau, dove ricevette il numero di matricola 22.637. Nella dura vita del campo non si risparmiò mai. Pur essendo egli stesso debole e malfermo sulle gambe, aiutava gli altri più deboli, soprattutto i più anziani. Sopravvisse in campo di concentramento solo fino all'estate del 1941. Nel luglio del 1941, data la sua completa spossatezza che gli impediva ormai di camminare da solo, fu consegnato all'ospedale del campo, il che equivaleva a una condanna a morte. Di là fece recapitare ai propri allievi chierici un messaggio segreto, riportato poi a memoria da uno dei destinatari, fr. Gaetano Ambrozkiewicz: "Cari fratelli! Sono in corsia nel blocco 7. Sono paurosamente dimagrito perché disidratato. Peso 35 chili. Fanno male tutte le ossa. Sono disteso sul letto come sulla croce insieme a Cristo. E mi è grato essere e soffrire con Lui. Prego per voi e offro a Dio queste mie sofferenze per voi".
Morì il 4 agosto del 1942 e fu bruciato nel forno crematorio del campo 12.

 

    

   
B. Fedele Chojnacki  

(1906-1942)

"STUDENTE MARTIRE"

Nacque a Lódz la festa di Ognissanti del 1906, ultimo di sei fratelli. Al battesimo, impartitogli tre giorni dopo, i genitori Waclaw e Leokadia Sprusinska gli imposero il nome di Hieronim (Gerolamo).
In famiglia ricevette un'educazione religiosa esemplare, frequentando la sua parrocchia di S. Croce. Terminata la scuola superiore, si iscrisse all'accademia militare. Finiti gli studi, non riuscì a trovare un lavoro. Grazie all'aiuto di parenti, per un anno lavorò a Szczuczyn Nowogrodzki presso l'Istituto della Previdenza Sociale (ZUS) e successivamente lavorò alla Posta Centrale di Varsavia. Era un impiegato molto apprezzato per la sua affidabilità. Nel frattempo, insieme allo zio, p. Stanislao Sprusinski, collaborava alla gestione dell'Azione Cattolica.

Si occupò della campagna contro l'alcool, essendo egli stesso astemio. Operando all'interno dell'Azione Cattolica, avvertì il bisogno di un approfondimento della vita interiore. Entrò dunque nel Terz'Ordine di S. Francesco presso la chiesa dei cappuccini a Varsavia. Le sue nobili doti di carattere gli guadagnavano la fiducia della gente, riuscendo anche a riconciliare persone in discordia. In quel tempo fece amicizia con il Beato Aniceto Koplin, famoso questuante di Varsavia. I rapporti costanti con i cappuccini suscitarono in lui la vocazione religiosa.

Il 27 agosto 1933, a Nowe Miasto, ricevette l'abito cappuccino e il nome religioso di Fedele. Nonostante i suoi 27 anni e l'esperienza di vita, denotava grande disponibilità e semplicità, mantenendo piacevoli rapporti con tutti. Nel periodo del noviziato si preoccupò di conoscere i principi della vita interiore e si dedicò con impegno al proprio perfezionamento spirituale.

Emise i voti temporanei il 28 agosto 1934 e partì per Zakroczym per studiare filosofia. Qui, con il consenso dei superiori, fondò un Circolo di Collaborazione Intellettuale per i seminaristi. Continuò ad occuparsi del problema dell'astinenza dall'alcool e fondò un Circolo degli Astemi. Inoltre cooperò con il Terz'Ordine francescano.
All'inizio del 1937 superò con un'ottima valutazione l'esame finale di filosofia. Il 28 agosto 1937 emise i voti perpetui. In seguito studiò teologia presso il convento di Lublino. Alla scoppio della seconda guerra mondiale frequentava il terzo anno di teologia. In una lettera del 18 dicembre 1939 manifestò allo zio, p. Stanislao Sprusinski, un certo sconforto e abbattimento per il fatto di non poter vivere e studiare normalmente.

Un mese dopo le festività natalizie del 1939, il 25 gennaio 1940, venne arrestato e internato nel carcere del Castello di Lublino. Sopportò con serenità e addirittura con un certo buon umore le dure condizioni carcerarie, la mancanza di moto, di spazio e di aria. Dopo 5 mesi, il 18 giugno 1940, fu trasferito insieme a tutto il gruppo nel campo di concentramento di Sachsenhausen, nei pressi di Berlino. Si trattava di un lager modello, di vero stampo prussiano, specie nella disciplina e nell'ordine, finalizzato all'annientamento dell'individuo. Qui Fedele perse il suo ottimismo. Il trattamento disumano dei prigionieri lo scioccava, inducendolo al pessimismo.
Il 14 dicembre 1940, con un convoglio di preti e religiosi, venne trasferito al campo di concentramento di Dachau, vicino a Monaco di Baviera, dove il suo stato d'animo peggiorò ulteriormente. Gli fu impresso sul braccio il numero di matricola 22.473. Le notizie delle continue vittorie del fronte militare tedesco non facevano intravedere ai prigionieri alcuna speranza di uscire dal campo. La fame, il lavoro e le persecuzioni pesavano sempre di piú. "La capacità di cavarsela, l'energia vitale l'avevano abbandonato". Il lavoro molto superiore alle sue forze, la fame, la penuria di indumenti, procurarono a fr. Fedele una grave malattia polmonare.

Una mattina d'inverno del 1942, mentre trasportava insieme a un compagno un pesantissimo pentolone di caffè dalle cucine, scivolò, rovesciò il caffè bollente, provocandosi gravi bruciature. La dura punizione a cui lo sottopose il capoblocco debilitò ancor più la sua psiche. Fra Gaetano Ambrozkiewicz, compagno di sventura nel lager, narra così l'addio di fr. Fedele: "Non dimenticherò mai quella domenica pomeriggio dell'estate 1942 quando fr. Fedele lasciò la nostra baracca 28 per trasferirsi nel blocco degli invalidi. Era stranamente così quieto e assorto, negli occhi aveva persino dei riflessi di serenità, ma erano ormai riflessi non di questo mondo. Ci baciò tutti, congedandosi con parole di s. Francesco e dicendo "Sia lodato Gesù Cristo, arrivederci in cielo".
Poco tempo dopo, il 9 luglio del 1942, si spense nell'ospedale del campo. Il corpo venne arso nel forno crematorio.

  

   

 

B. Floriano Stepniak  
(1912-1942)

 
"SOLE DEL CAMPO"

ll  beato Floriano nacque a Zdzary, nei pressi di Nowe Miasto, il 3 gennaio 1912. I suoi genitori erano contadini e si chiamavano Paolo e Anna Misztal. Ricevette il battesimo il 4 gennaio 1912, con il nome di Giuseppe. La madre morì quando egli era ancora piccolo. Il padre si risposò. Terminata la scuola primaria a Zdzary, avvertì un forte desiderio di studiare e di diventare cappuccino. Grazie ai cappuccini di Nowe Miasto ultimò la scuola secondaria superiore e, successivamente, nel 1927, gli studi nel Collegio di S. Fedele dei cappuccini di Lomza. Di capacità mediocri, suppliva alle carenze con la diligenza e la laboriosità. Un suo compagno di studi, fr. Gaetano Ambrozkiewicz, lo descrive così: "Un'anima santa. Solidale, franco, allegro, eppure già allora un po' diverso da noi, ragazzi giocherelloni e con la testa fra le nuvole". Aderì al Terz'Ordine di S. Francesco quand'era allievo del ginnasio. In seguito si rivolse all'Ordine dei cappuccini di Nowe Miasto, presso i quali iniziò il noviziato il 14 agosto del 1931 e, insieme all'abito religioso, ricevette il nome di Floriano. Nel noviziato si distinse per il suo zelo, la generosità e la devozione.

Fece la professione temporanea il 15 agosto 1932. Dopo aver terminato il corso di filosofia, il 15 agosto 1935 emise la professione perpetua. Continuò gli studi teologici a Lublino.
Terminati questi, fu ordinato sacerdote il 24 giugno 1938. Dopo di che venne inviato alla Facoltà di Teologia dell'Università Cattolica di Lublino per studiare Sacra Scrittura. Allo scoppio della guerra, il 1° settembre 1939, si trovava a Lublino In quei giorni e mesi cruciali non abbandonò il convento al pari di altri, ma continuò coraggiosamente a confessare i fedeli. Per via delle persecuzioni, molti ecclesiastici si nascondevano e non c'era chi potesse seppellire i morti. Floriano se ne incaricò con grande coraggio e generosità. Non fece altro, in realtà, che mettere in pratica quella frase programmatica della vita religiosa che aveva apposto di suo pugno sulla immaginetta dell'ordinazione sacerdotale: "Siamo pronti a darvi non solo il Vangelo, ma la nostra stessa vita". Una frase che esprimeva l'essenza della sua vita.
Non ebbe modo di operare a lungo a Lublino. Il 25 gennaio 1940, insieme a tutti i frati del convento, fu tratto in arresto dalla Gestapo e imprigionato nel Castello cittadino. L'arresto fu per lui uno schock, ma non crollò e non perse l'ottimismo e l'allegria che, in lui, erano innati. Il 18 giugno 1940, insieme ad altri confratelli, fu tradotto al campo di concentramento di Sachsenhausen. vicino a Berlino. Anche qui non perse il suo bonumore, benché la vita dei lager fosse così terribile. Il 14 dicembre 1940 fu trasferito al campo di concentramento di Dachau, dove gli fu dato il numero di matricola 22.738. I suoi confratelli prigionieri lo chiamavano "padre spirituale" del blocco dei condannati e "sole del campo".

Il freddo lo afflisse fino a minare il suo organismo. Era un uomo di struttura forte e robusta, quindi necessitava di molto nutrimento. Alla debilitazione per fame si aggiunse la malattia. Nell'estate del 1942 si ammalò e fu ricoverato nell'ospedale del campo, la cosiddetta "corsia". In quel periodo tutti gli inabili al lavoro e gli infermi venivano destinati, come invalidi, al trasferimento dove c'erano "condizioni migliori". Lì venne destinato anche Floriano. Dopo alcune settimane, nonostante le razioni da fame e la degenza in ospedale, si rimise a sufficienza e fu dimesso. Ma non fu riportato nel suo blocco. In quanto convalescente fu trasferito nel blocco per gli invalidi (numero 29, dispari). Così ricorda il comportamento di fr. Floriano il suo compagno di sventura nel lager, fr. Gaetano Ambrozkiewicz:
"Alcuni amici sacerdoti, riusciti a scampare al blocco invalidi, narrarono che fr. Floriano Stepniak aveva portato la luce a quell'infelice baracca. Gli uomini chiusi là dentro erano destinati a morire.

Morivano di stenti a decine e numerosissimi venivano condotti via a gruppi non si sa dove. Soltanto in seguito si seppe che venivano eliminati nelle camere a gas nei dintorni di Monaco. Chi non ha provato il lager non ha idea di cosa significasse per quella gente, solo pelle e ossa del blocco degli invalidi, immersa in un'atmosfera di morte, una mite parola di conforto; che cosa potesse rappresentare per loro il sorriso di un cappuccino ridotto allo stremo come loro".
Quando venne la volta della lettera "S" (il cognome era Stepniak), Floriano fu condotto al reparto degli invalidi, nonostante si sentisse ormai bene e fosse in grado di tornare ai lavoro. Fu ucciso con il gas il 12 agosto del 1942. Il corpo fu con ogni probabilità cremato nei forni. Le autorità del campo recapitarono ai genitori, a Zdzary, l'abito, avvertendoli malignamente che il figlio Giuseppe era morto di angina.

   

  

B. Gianluigi da Besançon  
(1720-1794)

"UN CANTO DI GIOIA NELLA MORTE"

Tra gli oltre 800 preti e religiosi ammassati sui famigerati "pontons de Rochefort" ormeggiati presso l'isola d'Aix nel 1794 c'erano anche diversi frati cappuccini. Avrebbero dovuto essere deportati alla Guyane, ma i velieri inglesi che incrociavano le coste francesi impedirono questo viaggio. Così su questi prototipi "campi di morte" galleggianti molti lasciarono miseramente la vita per amore della fede. Questo sacrificio è stato riconosciuto come grazia di martirio il primo ottobre 1995 da Giovanni Paolo II per Giambattista Souzy, vicario generale de La Rochelle e i suoi 64 compagni, tra i quali i cappuccini Gianluigi di Besançon, Protasio di Sées e Sebastiano di Nancy, dei quali ora vogliamo brevemente narrare la storia.

Giambattista (era questo il suo nome di battesimo) era nato l'11 marzo 1720 a Besançon (Doubs) da Gianluigi Loir ed Elisabetta Juliot, sesto di una nidiata di otto figli e venne battezzato nello stesso giorno. Il padre, parigino, era direttore e tesoriere della Zecca di Borgogna a Besançon e nel 1730 fu eletto direttore della stessa a Lione, dove venne ad abitare con tutta la famiglia e dove il figlio Giambattista fece i suoi studi, anche se non si conosce quasi nulla della sua fanciullezza. Si sa però che a vent'anni, nel mese di maggio 1740, si fece cappuccino nel grande convento della città e prese con l'abito il nome di fra Gianluigi. Professò il 9 maggio 1741. A Lione i cappuccini abitavano in due conventi, uno intitolato a San Francesco e detto "grand couvent", fondato nel 1575, nel quartiere Saint-Paul, l'altro costruito nel 1622, dedicato a S. Andrea e detto del "Petit Forez". In queste due case il futuro martire trascorse la maggior parte della sua vita religiosa. Almeno due volte esercitò l'ufficio di superiore, una volta nel convento di S. Andrea dal 1761 al 1764, e una seconda volta nel grande convento di S. Francesco fino al 1767. Oltre questa notizia, gli archivi tacciono.

Un abate che allora lo conobbe rilasciò questa significativa testimonianza: "Dotato di tutte quelle virtù che lo potevano rendere raccomandabile, egli non volle mai accettare nessuna carica, dicendo di essere entrato nell'Ordine non per comandare, ma per obbedire, non per dominare, ma per essere sottomesso. Dedicandosi con umiltà alla salvezza delle anime, esercitò il ministero della confessione con frutto e sembrava in questo infaticabile. Non c'era missione organizzata dai suoi frati, nella quale egli non prestasse il suo zelo. Il popolo semplice e i poveri erano i suoi prediletti; ma anche le persone di riguardo e importanti che si davano alla pietà si sentivano attratte dalla nobile urbanità e affabilità della sua figura maestosa e aggraziata. Sarebbe difficile numerare le conversioni da lui operate e le anime riportate a Dio in tutte le classi sociali".
Aveva 74 anni quando i rivoluzionari francesi obbligarono i preti e i religiosi, nel 1791, a prestare giuramento scismatico della costituzione civile del clero. Padre Jean-Louis si trovava nel convento di S. Francesco quando l'Assemblea Costituente aveva ordinato l'inventario delle persone e dei beni di ogni casa religiosa. Egli aveva dichiarato di voler restare nell'Ordine. Ma verso ottobre lasciò Lione e si ritirò nel Bourbonnais a Précord, nel castello dove abitava la sua sorella Nicole-Elisabeth col figlio Gilbert de Grassin e dove anche due nipoti suore domenicane avevano trovato rifugio. Una soffiata di qualche malevolo e sospettose dicerie causarono una perquisizione ordinata dal Direttorio il 3 febbraio 1793, e anche se il risultato fu nullo, il 30 maggio tutti gli abitanti del castello vennero trasportati a Moulins, dove 66 preti "insermentés", refrattari, erano stati reclusi parte nelle prigioni e parte nell'antico monastero Sainte-Claire.
Nell'elenco degli ecclesiastici che non avevano prestato giuramento figurava anche padre Loir, classificato "ci-devant capucin".

La sua età l'avrebbe risparmiato da ulteriori sofferenze se non fosse stato per il terribile accordo ateistico della fine del 1793, che permetteva tacitamente l'eliminazione di questi anziani ecclesiastici, che, infatti, furono trasportati, molti di loro ammalati, in tre spedizioni diverse, fino a Rochefort P. Jean-Louis lasciò Moulins il 2 aprile 1794, nella terza spedizione, con 26 deportati, canonici, curati, trappisti, cappuccini, altri francescani e fratelli delle Scuole Cristiane. Lungo il tragitto, su carri scortati da gendarmi e da guardie nazionali, vennero compatiti e aiutati dalla gente. Giunsero a Rochefort verso la fine di aprile. Perquisiti di ogni cosa, vennero ammassati su due vascelli ormeggiati in quella costa di mare.
Il vascello sul quale p. Jean-Louis venne trasferito si chiamava "Deuz-Associés". Il capitano e la sua ciurma erano gente da galera. Sul naviglio erano letteralmente ammucchiati più di 400 deportati in stato pietoso, vita di lager ante litteram. Una gavetta lurida serviva per il pasto di dieci persone che dovevano accontentarsi di carne avariata, di merluzzo, di fave grosse, attingendo il cibo in piedi, senza piatti né bicchieri né forchette, stretti stretti fra loro, servendosi di un cucchiaio di bosso. Era il supplizio della fame, al quale si aggiungevano altri terribili tormenti di carattere igienico-sanitario, senza rimedi, e gli insulti di quei marinai aguzzini. Ma il tormento più tremendo erano le ore notturne. Un fischietto annunciava l'ora del riposo. Quella massa umana, con molti vegliardi e ammalati, veniva costretta ad ammucchiarsi sotto coperta, nella stiva, come acciughe in un barile, e la notte era un inferno, con un'ultima raffinata crudeltà, anticipatrice delle camere a gas: quei galeotti spandevano acri vapori facendo scoppiare con palle infocate un barilotto di catrame: un metodo usato per purificare l'aria, ma che provocava nei prigionieri un tremendo sudore e tosse fino alla morte per soffocamento per i più deboli. E in quello stato venivano bruscamente mandati all'aria aperta sul ponte del vascello e tutti dovevano strisciare come vermi e il tremendo contrasto faceva loro stridere i denti per i brividi di freddo.

Tuttavia la pena più grande era di non poter tenere né breviario né altri libri di pietà e neppure di poter pregare insieme. Ciò nonostante c'era chi aveva potuto nascondere un breviario, o un vangelo o gli oli santi e qualcuno anche le ostie consacrate. E in quella cloaca infetta quei martiri si scambiavano i sacramenti che li fortificavano ad affrontare la morte con gioia.

Queste erano le sofferenze di p. Jean-Louis. Ma il suo carattere vivace e allegro infondeva coraggio ai compagni di sventura. Uno dei sopravvissuti testimoniò che il cappuccino, "pur essendo un venerabile vegliardo, era diventato la gioia di tutti. Egli infatti cantava ancora come un giovane di trent'anni cercando così di alleviare le nostre sofferenze, nascondendo le sue che lo stavano terribilmente consumando. Egli morì serenamente come aveva sempre vissuto. Infatti il mattino del 19 maggio 1794, i deportati, al risveglio sotto coperta, trovarono questo eccellente religioso morto in ginocchio al suo posto, e nessuno avrebbe pensato che soffrisse qualche malattia. Dopo essersi levato, si era inginocchiato a pregare e così era spirato. Vedendolo in questa umile posizione, accanto al palo della sua amaca, sembrava davvero che pregasse, ed era morto nell'atteggiamento di supplica come la S. Scrittura ci rappresenta i patriarchi dell'Antica Legge nell'atto di spirare".
Egli fu il primo dei 22 cappuccini che morirono a Rochefort.

 

  

Protasio da Sees  
(1747-1794)
 
 

"OLOCAUSTO TRA LE ONDE DEL MARE"

Sullo stesso famigerato naviglio "Deux-Associés" dove morí il beato Jean-Louis di Besançon c'era anche padre Protasio Bourdon. Anche di lui non sono numerose le notizie. Nato il 3 aprile 1747, venne battezzato il giorno dopo nella parrocchia di Saint-Pierre di Séez (Orne). I suoi genitori e parenti erano benestanti, il padre, Simone Bourdon era un carraio e la madre si chiamava Maria Luigia Le Fou. La formazione cristiana ricevuta (nulla in particolare si conosce della sua fanciullezza e adolescenza) fece maturare in lui la vocazione alla vita religiosa che lo spinse a entrare, ormai ventenne, fra i cappuccini di Bayeux dove professò il 27 novembre 1768 prendendo il nome di Frate Protasio. Nel 1775 fu consacrato sacerdote e tra le scarse notizie d'archivio si trova che abitò per un po' di tempo nella casa d'Honfleur, vicino al santuario di Notre-Dame des Grâces, di cui ebbe la direzione. Lo si trova anche nel convento di Caen il 29 novembre 1783, e nel 1789 è segretario del ministro provinciale di Normandia.
L'ultima sua destinazione, come segretario provinciale e guardiano, fu il convento di Sotteville, vicino a Rouen. Qui con la sua comunità lo trovarono gli agenti municipali quando vennero a perquisire la casa e a richiedere il giuramento della costituzione civile del clero. Egli rifiutò assieme agli altri suoi confratelli, ribadendo in due circostanze diverse la sua volontà di perseverare nella vita religiosa, e particolarmente il 26 agosto 1791, mentre era in atto l'ultima verifica dell'inventario del convento, dal quale i religiosi l'anno dopo vennero definitivamente espulsi e messi sulla strada. P. Protasio volle ugualmente rimanere a Rouen e, rifiutando di prendere la via dell'esilio, trovò ospitalità presso un signore, che compensava con un po' della sua pensione e delle elemosine ricevute per le messe celebrate.
Questa sua tenacia gli meritò di essere arrestato il 10 aprile 1793 e di subire un interrogatorio da parte di due fanatici "citoyens", che, nella sua futilità e leggerezza, mostra, come solitamente avviene, l'inconsistenza di simili processi di cui è piena, purtroppo, la storia. Il testo di questo interrogatorio è stato fortunatamente conservato. P. Protasio risponde con molta libertà, ma è chiaro nel dichiarare di aver rifiutato il giuramento, di voler seguire fedelmente la sua vita religiosa, ed è reticente dove si tratta di non svelare il coinvolgimento di altre persone.
Nella perquisizione avvenuta nella casa dove si era rifugiato erano stati trovati dei manoscritti e alcuni libri stampati che divennero capi d'accusa perché difendevano i refrattari. Egli, da buon normanno, non offre ulteriori spiegazioni che sarebbero state compromettenti anche per altri e neppure svela il nome delle persone presso cui andava celebrando l'Eucarestia in segreto. È un atteggiamento unicamente religioso: per questo egli ha affrontato rischi e pericoli. È qui il suo eroismo. A lui interessa la fede integra, semplice, lucida. Non c'è nessun atteggiamento politico. L'effetto però è immediato: egli è subito rinchiuso nell'antico seminario di Rouen Saint-Vivien, utilizzato dai rivoluzionari come casa di detenzione provvisoria, in attesa della sentenza definitiva, che arriva il 10 gennaio 1794: il "cittadino" Jean Bourdon, ossia p. Protasio è condannato ad essere deportato alla Guyane per aver celebrato la messa illegalmente e aver tenuto documenti sospetti.
Il 9 marzo viene trasportato verso Rochefort. Vi arriva il 12 aprile e, perquisito, viene privato di tutto quello che poteva ancora avere: un orologio d'oro con una scatoletta per coprirlo (probabilmente si trattò di una custodia eucaristica) e 1303 lire. Imbarcato sul vascello famigerato "Deux-Associés", segue la sorte degli altri prigionieri. Il quadro desolante di sofferenze volgari, di agonie e di morte che forma il tessuto quotidiano di quella prigionia è lo stesso già descritto per il beato Jean-Louis Loir. Dopo quattro mesi p. Protasio, nella notte dal 23 al 24 agosto 1794, moriva di male contagioso. Un sopravvissuto rilasciava più tardi questa testimonianza: "Era un religioso di grande merito ed encomiabile sia per le sue iniziative a favore dei confratelli deportati, sia per le sue capacità fisiche e morali di cui era dotato, sia soprattutto per la sua fermezza nella fede, la sua prudenza, equilibrio, regolarità e altre virtù cristiane e religiose".

 


Sebastiano da Nancy  
(1749-1794)
 
 

"L'ESTASI DEL MARTIRIO"

Tra le 547 vittime dei "pontons de Rochefort" e i 64 sacerdoti beatificati come martiri della rivoluzione francese figura anche padre Sebasatiano da Nancy. La trama della sua biografia è un po' più documentata. Francesco François era nato il 17 gennaio 1749 a Nancy da Domenico e Margherita Verneson, e venne battezzato il giorno dopo nella chiesa di S. Nicola. Suo padre era un bravo falegname e gente distinta e nobile furono il suo padrino e madrina. Il che significava uno stato sociale di benestanti borghesi. Non fu difficile al piccolo Francesco imparare a conoscere i frati cappuccini che fin dal 1593 si erano insediati a Nancy nella periferia della città per poi passare nel 1613 in un convento più accogliente, rifatto con la generosità del duca Leopoldo di Lorena e del re Stanislao nel 1746. Infatti la parrocchia S. Nicola, fondata nel 1731, utilizzava la chiesa dei cappuccini per il culto fino al 1770. I frati si raccoglievano nel retro coro e animavano il Terz'Ordine francescano.

Il loro convento era importante sede del capitolo provinciale e del lanificio della provincia per la confezione delle tuniche e mantelli per tutti i cappuccini di Lorena, distribuiti in ben 28 conventi sul territorio della regione. La loro vitalità apostolica e il loro dinamismo caritativo a favore dei poveri, degli appestati e dei sofferenti li aveva resi assai popolari e molti richiesti. Ma quando nel 1768 il giovane Francesco François, diciannovenne, entrò nel convento di Sanit-Mihiel, fin dal 1602 destinato alla formazione dei novizi, già si notava una certa crisi di vocazioni. La Commissione dei Regolari, istituita dal re di Francia nel 1766 per correggere abusi e riformare i monasteri e i conventi, intervenendo con un editto del re nel 1768 a fissare a 21 anni l'età di ammissione ai voti solenni, aveva contribuito ad accelerare questa crisi.

Il maestro dei novizi p. Michele di Saint-Dié il 24 gennaio 1768 lo rivestì dell'abito cappuccino col nome nuovo di Frate Sebastiano e un anno dopo ricevette la sua solenne professione. L'atto della sua professione, segnato nel registro ufficiale, è il primo del 1769, come l'atto di battesimo aveva inaugurato nel registro della parrocchia S. Nicola l'anno 1749. Dopo il noviziato Sebastiano passò nello studentato cappuccino di Pont-à-Mousson, un convento fondato nel 1607 e rinnovato nel 1764. Al tempo del Beato vi abitavano nove padri, sei chierici e un fratello laico. La città era indicata come luogo di studi avendo un efficiente collegio di gesuiti. Egli stava completando i suoi studi ed era già stato ordinato sacerdote, anche se non si conosce la data precisa della sua ordinazione.

Nel 1777, il 5 giugno, venne approvato come confessore nel convento di Sarreguemines, dove bisognava conoscere anche la lingua tedesca che era usata in quella zona di confine. Nel 1778 i documenti lo segnalano presente nel convento di Sarrebourg, diocesi di Metz, come confessore, in una comunità di religiosi molto esemplare nella povertà e osservanza della regola. I documenti sono molto eloquenti negli anni 1782-1784. Si tratta di registri della parrocchia di Saint-Quirin. Il beato vi svolgeva frequente ministero pastorale, battesimi, matrimoni, ecc. supplendo alla mancanza di clero locale. Il 26 agosto 1784 il capitolo provinciale triennale lo destinò al convento di Commercy dove rimase fino al 1787, e probabilmente fino al 1789, eccetto una pausa nel convento di Dieuze, svolgendo sempre apostolato attivo e in auxilium cleri.

Padre Sebastiano a partire dal 1789 si trovava nel convento d'Epinal, sulla riva sinistra del braccio occidentale della Moselle, quando scoppiò la rivoluzione francese con tutte le sue conseguenze antireligiose. e antiecclesiastiche. I commissari municipali il 30 aprile 1790 entrarono nel convento per fare l'inventario. Un anno dopo i mobili ed effetti del convento venivano venduti, mentre p. Sebastiano, che aveva rifiutato di giurare la Costituzione, con una pensione di 770 lire, dopo l'espulsione dei frati dal convento, si era incamminato verso il convento di Châtel-sur-Moselle, indicato dal Consiglio municipale come casa comune dei cappuccini. Da qui verranno in seguito espulsi per non aver voluto partecipare a una processione guidata da un parroco che aveva giurato la Costituzione civile del clero. Messi sul lastrico, i frati furono accolti e aiutati dalla popolazione. Il 9 novembre 1793 egli fu inviato nella casa delle terziarie a Nancy, che serviva come prigione per i preti refrattari. Era la risposta del Comitato di sorveglianza, al quale il padre si era presentato spontaneamente chiedendo di conformarsi alla legge che prevedeva la prigione ai refrattari.

Il 26 gennaio 1794 l'amministratore del distretto di Nancy venne a verificare la situazione di tutti i detenuti, la causa del loro arresto, l'età e l'eventuale infermità. Di p. Sebastiano annotò che era refrattario e senza nessuna infermità, pronto, quindi a entrare nella lista dei preti ribelli da spedire a Rochefort. Partirono infatti il primo aprile successivo 48 preti e religiosi e dopo un penoso tragitto durato quattro settimane, spogliati di ogni cosa che ancora potevano avere, giunsero a Rochefort il 28 aprile. Pochi giorni dopo erano imbarcati sul naviglio negriero dei Deux-Associés, già carico di ben 373 preti e religiosi prigionieri, vengono trasportati fra le isole d'Aix e d'Oleron dove il veliero viene attraccato. A p. Sebastiano si presenta una visione desolante: quelle centinaia di prigionieri pallidi in viso, barbe lunghe e incolte, abiti sudici, annunciano una prigionia da moribondi. Infatti una vecchia goletta serviva a raccogliere i malati e infettati terminali come in un ospedale, ma senza medicine e medici, in attesa che la morte facesse il suo corso. E allora con un canotto si prelevavano e trasportavano i dieci-dodici cadaveri quotidiani per essere sepolti nella sabbia di quella costa marina.

"Era il nostro naviglio ingolfato di preti e religiosi - lasciò scritto un sopravvissuto - come un altare per l'olocausto innalzato dalla Provvidenza tra le onde del mare per la consumazione perfetta del sacrificio". I corpi delle vittime, completamente spogliati come nei campi di concentramento itleriani, venivano trasferiti sulle rive sabbiose e alcuni dei prigionieri ancora in discreta salute li dovevano seppellire nella sabbia senza poter recitare apertamente nessuna preghiera o innalzare al cielo qualche canto della Chiesa.

"Dio permetteva questa quotidiana scena di strazio - scrisse ancora uno dei superstiti - per aumentare il prezzo delle nostre sofferenze, donandoci una più perfetta rassomiglianza con il suo divin Figlio nella sua passione. Nulla ci consolava nelle nostre afflizioni, nulla ci fortificava nelle nostre prove se non il pensiero di Gesù che regna nei cieli ed è attento dall'alto del suo trono ai nostri combattimenti, egli che prima di noi e per noi era stato legato, flagellato, schiaffeggiato, sputacchiato, coronato di spine, rivestito da pazzo, abbeverato di fiele e di aceto, inchiodato su una croce, insultato e maledetto dai suoi nemici. Questa considerazione spirituale del nostro Redentore faceva come stillare una dolcezza ineffabile nei nostri cuori. Ci sentivamo felici di essere stati scelti fra tanti per fare questa via dolorosa e seguire il nostro Maestro divino. Soffrivamo non solo con pace, ma con gusto, e morivamo con gioia. Pensavamo che Gesù Cristo aveva voluto, nei diversi secoli, che ciascun dogma della fede fosse conservato e anzi consolidato nella sua Chiesa per mezzo del sangue di un numero di martiri più o meno grande, secondo l'importanza della verità combattuta; e noi pensavamo che era un grande onore per noi essere perseguitati e sacrificati per corroborare l'insegnamento dell'autorità spirituale e indipendente dalle autorità del mondo, divinamente attribuita alla Sede Apostolica e in generale a tutto l'episcopato".

Questa preziosa testimonianza ha lasciato anche uno splendido ritratto di p. Sebastiano, colto come un fiore speciale di virtù in quel mazzo di fiori profumati dei martiri. Ecco le sue parole: "Il Signore aveva manifestato la santità di un altro dei suoi servi, il padre Sebastiano, cappuccino della casa di Nancy, venuto per morire su questa stessa galeotta. Questo santo religioso era fra noi in singolare venerazione per la sua eminente pietà e virtù e toccante devozione. Pregava incessantemente, soprattutto nell'ultima malattia. Un mattino lo si vide in ginocchio, le braccia aperte in forma di croce, gli occhi elevati al cielo, la bocca aperta. Non vi si fece molto caso, perché si era abituati a vederlo pregare così, durante la sua malattia. Passò mezz'ora ed eravamo stupiti di vederlo perseverare in quella posizione così scomoda e difficile da tenersi in quel modo perché allora il mare era piuttosto mosso e l'imbarcazione beccheggiava e oscillava molto.

Probabilmente era in estasi. Allora ci avvicinammo per osservarlo dappresso. Toccando la sua figura e le sue mani ci rendemmo conto che egli già da molte ore aveva reso in quella positura la sua anima a Dio. Non riuscimmo mai a spiegarci come il suo corpo avesse conservato così a lungo quella posizione orante, nonostante il continuo rullio della piccola imbarcazione. Si chiamarono subito i marinai. Essi a quello spettacolo non riuscirono a trattenere un grido d'ammirazione e le lacrime. Si risvegliò in quel momento la fede nei loro cuori e alcuni di loro, denudando le braccia, mostravano a tutti l'effigie della croce tatuata con pietra rovente, e decisero di ritornare alla religione che avevano abbandonato". Era il 10 agosto 1794.


Il ricordo del beato Sebastiano rimane scolpito così: un uomo non solo che prega, ma tutto trasformato in preghiera, in vita e in morte, una preghiera fatta uomo, incarnata, come Francesco d'Assisi.

 

 

 
Sinforiano Ducki
 
(1888-1942)

"LA BENEDIZIONE DI UN MARTIRE"

Nacque il 10 maggio 1888 a Varsavia da Giuliano Ducki e Marianna Lenardt. Al battesimo, celebrato il 27 maggio seguente, ricevette il nome di Felice (Feliks). Frequentò le scuole elementari nella nativa Varsavia.

Quando nel 1918 i cappuccini fecero ritorno al proprio convento, abbandonato in seguito alla soppressione zarista del 1864, Felice, "definendosi aspirante di vecchia data all'Ordine", si unì a loro, prima come aspirante, rendendosi utile alla riorganizzazione del convento; e poi come postulante, nel giugno del 1918. Dopo un biennio di prova, il 19 maggio 1920, iniziò a Nowe Miasto, con il nome di Sinforiano, il noviziato, che concluse il 20 maggio 1921 con la professione temporanea. Terminato l'anno di noviziato, si dedicò al servizio fraterno nei conventi di Varsavia, di Lomza ed ancora di Varsavia (dal 27 maggio 1924), fino alla professione solenne, il 22 maggio 1925.

A Varsavia svolse prima la mansione di fratello questuante, impegnandosi nella raccolta di offerte per la costruzione del seminario minore di San Fedele e poi fu nominato, per diversi anni, fratello compagno del ministro provinciale. Di carattere semplice e amichevole, facilmente conquistava la simpatia del popolo e nuovi amici all'Ordine. Nonostante la sua vita molto attiva tra la gente, non perse mai lo spirito di preghiera e di devozione, distinguendosi per una preghiera devota e fervorosa. Era stimato dagli abitanti della capitale.

Allo scoppio della seconda guerra mondiale si adoperò per non far mancare il necessario né ai suoi frati né ai bisognosi fino al 27 giugno del 1941, giorno in cui la Gestapo arrestò tutti i 22 cappuccini del convento della capitale. In un primo tempo Sinforiano fu internato nella prigione di Pawiak, e poi, il 3 settembre ad Auschwitz. Di costituzione robusta, soffrì più degli altri la fame e le persecuzioni, sopportando tutto in silenzio. Le misere razioni fornite dai tedeschi, infatti, non coprivano nemmeno un quarto del fabbisogno dell'organismo di un uomo normale. Dopo sette mesi fu condannato a una morte lenta.
Una sera, mentre i tedeschi avevano iniziato a trucidare in modo bestiale i prigionieri, fracassando loro la testa a manganellate, Sinforiano li affrontò facendo su di loro il segno della croce. Il testimone oculare e compagno di prigionia, Czeslaw Ostankowicz, dichiara che ci fu un attimo di sbigottimento, seguito dall'ordine di bastonarlo. Fra Sinforiano fu colpito da una manganellata in testa e stramazzò al suolo, ai piedi dei tedeschi, fra loro e i prigionieri. Poco dopo ebbe la forza di risollevarsi e rifece il segno della croce. Fu allora che lo assassinarono. Era l'11 aprile 1942. La morte di Sinforiano mise fine alla tremenda esecuzione che i tedeschi stavano perpetrando e una quindicina di prigionieri si salvò grazie al suo intervento. Questi caricarono con grande venerazione la salma di fr. Sinforiano insieme alle altre sul carro che le avrebbe portate al forno crematorio. Con il suo martirio Sinforiano ha dimostrato grande eroismo, ha professato la fede nella SS. Trinità, e ha salvato la vita a molti compagni di sventura
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MARTIRI CAPPUCCINI DI VALENCIA  

PREFAZIONE

 

“Nel nostro secolo sono ritornati i martiri, spesso sconosciuti, quasi « militi ignoti » della grande causa di Dio. Per quanto è possibile non devono andare perdute nella Chiesa le loro testimonianze” (Tertio Millennio Adveniente, 37).  

“L’esperienza dei martiri e dei testimoni della fede - dice Giovanni Paolo II - non è caratteristica solo della Chiesa degli inizi, ma connota ogni epoca della sua storia. Nel secolo XX, poi, forse ancor  più che nel primo periodo del cristianesimo, moltissimi sono stati coloro che hanno testimoniato la fede con sofferenze spesso eroiche. Quanti cristiani, in ogni continente, nel corso del Novecento, hanno pagato il loro amore a Cristo anche versando il  sangue! Essi hanno subito forme di persecuzione vecchie e recenti, hanno sperimentato l’odio e l’esclusione, la violenza e l’assassinio. Molti Paesi di antica tradizione cristiana sono tornati ad essere terre in cui la fedeltà al Vangelo è costata un prezzo molto alto” (Omelia alla Commemorazione ecumenica dei testimoni della fede del secolo XX, 7 maggio 2000 ).  

Nell’ambito di questo quadro storico, che descrive l’”apocalissi” della tortura e della sofferenza nel secolo XX, Giovanni Paolo II l’11 marzo 2001, già iniziato il terzo millennio, beatifica un gruppo di 240 martiri del Levante spagnolo. In mezzo a questa immensa moltitudine di uomini e di donne, che nessuno può contare, di tutte le nazioni, razze, popoli e lingue, che stanno davanti al trono e all’Agnello, vestiti in stole bianche e con in mano le palme e che gridano: “La vittoria è del nostro Dio!”, ci sono 17 martiri cappuccini, cioè 12 cappuccini e 5 clarisse cappuccine. Sono il P. Aurelio de Vinalesa e i suoi Compagni. E’ fra montagne di cadaveri che i cristiani, nella Spagna del 1936, diedero testimonianza eroica della loro fede nella risurrezione.

Questo numero speciale di BICI presenta la storia di ognuno di questi valorosi testimoni di Cristo che hanno sofferto persecuzione e morte, patita “in odium fidei” e accettata eroicamente e serenamente. La fecondità del martirio non è radicata tanto nella morte violenta in se stessa, quanto nella piena partecipazione alla carità di Cristo, ed è conseguenza ed effetto della sequela di Cristo: “Se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto. Chi ama la sua vita la perde e chi odia la sua vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna” (Gv 12, 24-25).

Ogni biografia è stata arricchita con dichiarazioni dei testimoni che hanno conosciuto gli stessi martiri e che hanno vissuto e sofferto le loro stesse vicissitudini storiche. Queste storie interpellano oggi anche noi. La vita di questi martiri, il loro messaggio, la loro testimonianza, la loro morte eroica sono un appello alla nostra coscienza, alla nostra fedeltà e al nostro modo di seguire Cristo e il Vangelo. Non si tratta di persone sconosciute né che appartengano ad un passato storico lontano; hanno invece voce e volto ben definiti, sono persone vive, attuali, che ci parlano con l’audacia e la forza della verità e con il loro deciso amore per la giustizia. Come dice Vita Consacrata parlando della testimonianza profetica di fronte alle grandi sfide: “In questo secolo, come in altre epoche della storia, uomini e donne consacrati hanno reso testimonianza a Cristo Signore ‘con il dono della propria vita’. Sono migliaia coloro che, costretti alle catacombe dalla persecuzione di regimi totalitari o di gruppi violenti, osteggiati nell’attività missionaria, nell’azione a favore dei poveri, nell’assistenza agli ammalati ed agli emarginati, hanno vissuto e vivono la loro consacrazione nella sofferenza prolungata ed eroica, e spesso con l’effusione del proprio sangue, pienamente configurati al Signore crocifisso” (86a). 

Questi martiri della Provincia cappuccina di Valencia incarnano in maniera sublime l’essenza della spiritualità francescana nel suo ideale di sequela di Cristo povero e crocifisso. San Francesco, quando ricevette notizia del martirio di cinque suoi compagni in Marocco, non poté fare a meno di  esclamare: “Ora  posso dire di avere cinque autentici frati minori!”. Il Poverello di Assisi più volte aveva desiderato il martirio, fino al punto che è stato detto “l’uomo che non riuscì a farsi uccidere”.Inviò i suoi frati, col permesso dei loro ministri, come missionari tra i saraceni e altri infedeli. E dice nella sua Prima Regola (XVI, 10-11) : “E tutti i frati, ovunque sono, si ricordino che si sono donati e hanno abbandonato i loro corpi al Signore nostro Gesù Cristo. E per suo amore devono esporsi ai nemici sia visibili che invisibili, poiché dice il Signore: “Colui che perderà l’anima sua per causa mia la salverà per la vita eterna” (Lc 9, 24).

P. Gemelli ha sintetizzato l’ideale francescano in queste due belle parole: “Uomini crocifissi”. La storia francescana ne costituisce una bella prova. Anche la storia cappuccina è inserita in questo ricchissimo filone di martirio ( san Fedele da Sigmaringa, i beati Agatangelo e Cassiano, i martiri della rivoluzione francese, i martiri polacchi e ora i martiri cappuccini di Valencia della rivoluzione del 1936...). Francesco esclamerà di nuovo: “Ora posso dire di avere diciassette autentici frati minori in più!”.  

Il popolo di Spagna è un popolo esperto nel soffrire. Sa e conosce bene che non si deve dimenticare la storia, perché senza memoria non c’è né futuro né pace. Questa pubblicazione vede la luce precisamente alla soglia del terzo millennio per ricordarci che il martirio fa parte dell’essenza stessa della vita della Chiesa e dell’ideale francescano, un martirio vissuto in modo così luminoso da questi martiri cappuccini di Valencia. Giovanni Paolo II al termine del Giubileo 2000 e all’inizio del nuovo millennio ha ricordato questa coscienza del martirio: “La viva coscienza penitenziale non ci ha impedito di rendere gloria al Signore per quanto ha operato in tutti i secoli, e in particolare nel secolo che ci siamo lasciati alle spalle, assicurando alla sua Chiesa ‘una grande schiera di santi e di martiri’... Molto si è fatto poi, in occasione dell’Anno Santo, per raccogliere ‘le memorie preziose dei Testimoni della fede nel secolo XX’...E’ un’eredità da non disperdere, da consegnare ad un perenne dovere di gratitudine e a un rinnovato proposito di imitazione” (Novo Millennio Ineunte, 7).  

Questo numero speciale di BICI riferisce la storia e il martirio di ognuno dei diciassette martiri cappuccini di Valencia. E’ l’eloquente testimonianza di uomini e di donne vicini a noi nel tempo e vicini nel loro messaggio. Francesco di Assisi potrà di nuovo ripetere: “Essi sono i più eroici cavalieri della mia Tavola Rotonda”.  

Roma, 23 gennaio 2001  

fr. Alfonso Ramírez Peralbo, OFM Cap
Postulazione generale

 

  

  1. Fr. AURELIO DE VINALESA, OFM Cap ( al secolo José Ample Alcaide ), (1896-1936)  

Fr. AURELIO DE VINALESA  

Nacque il 3 febbraio 1896 a Vinalesa (Valencia), terzo dei sette figli che ebbero gli sposi D. Vicente Ample e Donna Manuela Alcaide. Fu battezzato il giorno dopo la nascita, cioè il 4 febbraio, nella parrocchia di san Honorato vescovo, e ricevette la Confermazione il 21 aprile 1899.  

Fece i primi studi nel Seminario serafico di Massamagrell (Valencia). Vestì l’abito cappuccino nel 1912; emise la professione temporanea il 10 agosto 1913 e quella perpetua il 18 dicembre 1917. Fu poi inviato a Roma per perfezionarsi negli studi e nella Città eterna venne ordinato sacerdote il 26 marzo 1921 dall’arcivescovo di Filipos, Mons. Giuseppe Palica. Ritornato in Spagna, venne nominato direttore dello Studentato di filosofia e teologia dei Cappuccini a Orihuela (Alicante), ufficio che svolse con prudenza e soddisfazione generale fino alla morte.

“Tra i fedeli godeva fama di santo - disse di lui il sacerdote Operaio Diocesano D.Pascual Ortells - e a tale fama univa anche quella di saggio. Era fedele osservante di tutte le regole di san Francesco, e s’impegnava in modo totale nell’aiutare i suoi giovani in maniera che fossero perfetti religiosi”.

Durante la rivoluzione del 1936 tutti i religiosi del convento di Orihuela si dispersero il 13 luglio. P. Aurelio cercò rifugio nella casa paterna a Vinalesa, nella quale, il 28 agosto, fu catturato dai miliziani e portato nel luogo della morte. Prima di essere ucciso esortò tutti i compagni a ben morire, diede loro l’assoluzione e aggiunse poi: “Gridate forte: Viva Cristo Re!”.

 Fu ucciso il 28 agosto 1936. Il suo corpo fu sepolto nel cimitero di Foyos (Valencia), nelle cui vicinanze era stato ucciso. Passata la guerra civile, i suoi resti furono esumati e trasportati nel cimitero di Vinalesa il 17 settembre 1937. Attualmente riposano nella cappella dei martiri cappuccini del convento della Maddalena di Massamagrell.

P. Aurelio conservò la disponibilità interiore, dal momento che fu catturato fino alla morte, mantenendosi in tutto fedele a Cristo. “Conservò la serenità fino all’ultimo momento - dice di lui Rafael Rodrigo, testimone del suo martirio - incoraggiando tutti noi che stavamo per morire. Quando tutto era ormai pronto per l’esecuzione, ci esortò a recitare la formula dell’atto di contrizione. Così facemmo; e quando il Servo di Dio stava recitando la formula dell’assoluzione un miliziano gli diede due schiaffi. Uno del gruppo dei miliziani disse al compagno di non lo schiaffeggiare più, perché non ne valeva la pena, dato il tempo di vita che ci restava. Il Servo di Dio rimase inalterato di fronte all’ingiuria e continuò l’assoluzione sino alla fine. Appena il Servo di Dio ebbe terminato il suo sacro dovere, risuonò una scarica e cademmo tutti ripetendo con lui il grido: ‘Viva Cristo Re!’”.    

 

  1. Fr. AMBROSIO DE BENAGUACIL, OFM Cap (al secolo Luís Valls Matamales), (1870-1936)  

Fr. AMBROSIO DE BENAGUACIL  

 Nacque il 3 maggio 1870 a Benaguacil (Valencia) e fu battezzato il 4 maggio 1870 nella parrocchia di Nuestra Señora de la Asunción di Benaguacil e ricevette la Confermazione nella parrocchia di Liria (Valencia). Era figlio di D. Valentín Valls e di Donna Mariana Matamales. Entrò nell’Ordine cappuccino nel 1890, vestendo l’abito il 28 maggio 1890; emise la professione temporanea il 28 maggio 1891 e quella perpetua il 30 maggio 1894. Fu ordinato sacerdote il 22 settembre 1894 e celebrò la sua prima Messa nel convento dei Cappuccini di Sanlúcar de Barrameda (Cadice).

“Era un religioso molto modesto - dice di lui Suor Maria Amparo Ortells - sempre con lo sguardo raccolto; molto umile; tutto gli sembrava troppo e si notava in lui un grande spirito di preghiera. Era molto devoto della santissima Vergine”. “Fra i compagni di religione era considerato un buon religioso. Fedele osservante delle regole francescane e molto devoto del nostro Padre san Francesco...”. Lavorò apostolicamente nella predicazione, nel ministero della confessione e della direzione spirituale. “Di preferenza lavorò come confessore e come direttore del Terz’Ordine di san Francesco”. “Il suo campo di apostolato fu principalmente la predicazione”. Nella Provincia cappuccina di Valencia passò come uno dei migliori predicatori. La sua limpida devozione alla Vergine rimase scolpita in un piccolo opuscolo dedicato alla Vergine di Montiel, dal titolo Historias, Novenas, Favores y Montielerías de Nuestra Señora de Montiel, venerada en su ermita de Benaguacil, che nel 1934 giungeva alla terza edizione.

 Risiedeva nel convento di Massamagrell (Valencia), quando si scatenò la persecuzione religiosa del 1936 in Spagna; si rifugiò allora in casa della Sig.ra María Orts Lloris a Vinalesa. Dal suo nascondiglio desiderava di morire per Cristo nella Chiesa cattolica. “Non ebbe reazione contro il martirio - dichiara la Sig.ra María Orts - anzi, al contrario, aveva ardente desiderio di  morire per Cristo. La sua reazione davanti al pericolo che correva era di grande serenità e di animo coraggioso. ‘Mi uccideranno - diceva - ma a voi non succederà niente’, come poi effettivamente avvenne”.

A Vinalesa sarà arrestato la notte del 24 agosto 1936. Portato in auto fino a Valencia, quella stessa notte verrà ucciso. In quel momento - racconta la Sig.ra María - “il Servo di Dio ci chiese di pregare che non tornasse indietro nel suo cammino. I miliziani erano armati di fucili e di mitragliatrici. P. Ambrogio dalla nostra casa fu portato al Comitato di Vinalesa per l’interrogatorio. Un’ora più tardi lo condussero al luogo del martirio. Mi consta che durante la strada lo insultarono e lo maltrattarono, imputandogli il delitto di aver tenuto a Benaguacil una predica contro il comunismo. Al che il Servo di Dio rispose: ‘Io ho predicato soltanto la dottrina di Dio e il Vangelo’”.  

 

  1. Fr. PIETRO DE BENISA, OFM Cap ( al secolo Alejandro Mas Ginestar ), (1876-1936)  

Fr. PIETRO DE BENISA

Nacque a Benisa (Alicante) l’11 dicembre 1876, ultimo dei quattro figli degli sposi D. Francisco Mas e Donna Vicenta Ginestar; e fu battezzato il 12 dicembre 1876 nella parrocchia della “Purísima xiqueta” di Benisa. Entrò nell’Ordine cappuccino, vestendo l’abito il 1° agosto 1893 nel convento di S. Maria Maddalena a Massamagrell. Fece la professione temporanea il 3 agosto 1894 e quella perpetua l’8 agosto 1897.

Terminati gli studi ecclesiastici, fu ordinato sacerdote a Ollería il 22 dicembre 1900. E da allora svolse il suo ministero apostolico in diverse case della Provincia, consacrandosi principalmente all’apostolato della gioventù e della catechesi.

Si distinse sempre per la sua fedeltà alla Regola. “Era fedele osservante della Regola francescana e delle Costituzioni - dice di lui D. Francisco Barres, abitante di Massamagrell - fino al punto di lasciare i giovani alcuni momenti prima del suono della campana per un qualsiasi atto comunitario per poter arrivare in tempo”. Tutti sapevano che era “uomo di carattere, ma sapeva dominarsi e si dimostrava persona piena di bontà”. “Fu un buon religioso - afferma Donna Josefa Moreno - e, data la sua bontà, in più di un’occasione intervenne presso i suoi per risolvere situazioni difficili in famiglia, conciliando gli animi e procedendo sempre con squisita prudenza”. “Mentre era nascosto - dichiara la Sig.na Mercedes Lloris - mostrò sempre grande serenità. Pregava moltissimo e il santo Rosario lo recitavamo sempre in famiglia su suo invito”.

Pure lui si vide obbligato ad abbandonare il convento dopo il 18 luglio 1936 e si rifugiò prima in casa di alcuni amici e poi in casa di una sorella, a Vergel (Alicante). “Durante questo tempo - ricorda il Sig. Barres Ferrer - lo si vide sereno, senza lamentarsi che Dio permettesse tali cose. Dimostrò pazienza e recitava l’Ufficio divino”. “Si rendeva perfettamente conto - afferma la Sig.a María Jansarás - del grande pericolo che correvano lui e tutti, e lo diceva molto a mio padre. Ci esortava a pregare molto e ad essere sempre preparati abbandonandoci nelle mani di Dio. Durante il tempo in cui stette nascosto, ogni volta che gli facevamo visita, si mostrava rassegnato e ci ripeteva molte volte ‘che non piangessimo, perché, dal momento che Dio lo permetteva, ciò era bene per noi’. Pregava costantemente”. Fu preso dai miliziani il 26 agosto 1936 e poi ucciso nella cosiddetta “Alberca de Denia”; poi sepolto nel cimitero di Denia. Il 30 luglio 1939 i suoi resti furono esumati; il suo cranio era totalmente fracassato. Aveva ricevuto più di quattordici fucilate. I suoi resti riposano nella cappella dei martiri cappuccini del convento della Maddalena a Massamagrell.

I sentimenti di P. Pietro davanti alla morte sono condensati in alcune espressioni che egli ripeteva alla sorella: “Se vengono a prendermi, sono pronto”.

 

  1. Fr. JOAQUÍN DE ALBOCÁCER, OFM Cap ( al secolo José Ferrer Adell ), (1879-1936)  

Fr. JOAQUÍN DE ALBOCÁCER

Nacque il 23 aprile 1879 a Albocácer, diocesi di Tortosa e provincia di Castellón de la Plana. Venne battezzato lo stesso giorno della nascita. Era figlio unico degli sposi D. José Ferrer e Donna Antonia Adell.

Dopo aver compiuto i primi studi nel Seminario serafico dei Cappuccini, vestì l’abito a Massamagrell il 1° gennaio 1896 e professò il 3 gennaio dell’anno seguente. Fece gli studi di filosofia a Totana (Murcia) e quelli di teologia a Orihuela (Alicante). Fu ordinato sacerdote il 19 dicembre 1903 per le mani del Vescovo di Segorbe.

Nel 1913 partì come missionario per la Colombia, dove nel 1925 fu nominato Superiore regolare della Custodia di Bogotá. Terminato il servizio di Superiore regolare, ritornò in Spagna e fu nominato direttore del Seminario serafico di Massamagrell. Come direttore cercò di infondere lo spirito missionario negli aspiranti ala vita religiosa. “Il P. Joaquín - dice D. José Piquer - si dedicava nel convento di Massamagrell all’insegnamento dei seminaristi come direttore del detto Seminario”. “Era infaticabile nel lavoro e nell’insegnamento agli alunni e li trattava come un buon padre”, dichiara di lui D. Antonio Sales. Viene ricordato come un mistico: “Era una persona mistica; dolce nel tratto con tutti”, dice di lui il Sig. Antonio Sales. Era veramente consacrato alla salvezza di tutti. Fu anima eucaristica: la rivista “Vita eucaristica” da lui fondata, l’adorazione diurna, le Ore Sante, i Giovedì eucaristici, furono opere a cui si dedicò con autentica generosità.

Quando si scatenò la persecuzione religiosa, prima mise in salvo i suoi seminaristi, poi andò a Rafelbuñol (Valencia) e si rifugiò in casa “Piquer”, seguendo di lì i suoi studenti e occupando il tempo nella preghiera con piena fiducia nella Provvidenza divina. Lì fu catturato dai miliziani il 30 agosto e condotto a Albocácer con i suoi familiari. Poi sarebbe portato davanti al presidente del Comitato di Rafelbuñol alle dieci del mattino e alle quattro del pomeriggio dello stesso giorno, con la stessa auto, sarebbe condotto al km. 4 della strada di Puebla Tornesa a Villafamés, dove fu ucciso, e poi sepolto nel cimitero di Villafamés. I suoi resti non hanno potuto essere identificati.

Il P. Joaquín, durante le sue poche ore di carcere, cercò di incoraggiare e aiutare i suoi compagni. Alcuni testimoni dicono che “quando fu catturato ebbe un atteggiamento di massima umiltà e arrendevolezza” e salutando i suoi familiari disse loro: “Se non ci rivediamo sulla terra, arrivederci nella gloria”.

 

  1. Fr. MODESTO DE ALBOCÁCER, OFM Cap ( al secolo Modesto García Martí ),(1880-1936)  

 

Fr. MODESTO DE ALBOCÁCER

Il P. Modesto nacque ad Albocácer, diocesi di Tortosa e provincia di Castellón de la Plana, il 18 gennaio 1880. Era il terzo di sette figli di una famiglia cristiana, avendo per genitori D. Francisco García e Donna Joaquina Martí. Fu battezzato il 19 gennaio 1880 nella parrocchia di Nuestra Señora de la Asunción di Albocácer. Entrò da bambino nel Seminario serafico dei Cappuccini della Provincia di Valencia a Massamagrell. Vestì l’abito nello stesso convento il 1° gennaio 1896; emise i voti temporanei il 3 gennaio 1897 e quelli perpetui il 6 gennaio 1900. Compì gli studi di filosofia a Orihuela e quelli di teologia a Massamagrell; fu ordinato sacerdote il 19 dicembre 1903. Esercitò la maggior parte del suo ministero apostolico come missionario in Colombia nella Custodia di Bogotá. Al suo ritorno a Valencia fu nominato guardiano per vari anni.

Coloro che lo conobbero parlano di lui come di un sacerdote apostolicamente dedito alla predicazione, agli esercizi spirituali, alla direzione spirituale,...che furono, insieme ad altre, le sue attività preferite. Così dicono coloro che vissero con lui: “Il suo campo di apostolato preferito - afferma la Sig.na Pilar Beltrán - fu la predicazione, gli esercizi spirituali e la direzione delle anime. Mai ho udito critiche sul suo operato”. Godeva fama di santità sia in convento che fra i fedeli. “Era di temperamento pacifico. La sua qualità più notevole - nota il Sig. Daniel García - era l’amabilità. Godeva di buona fama fra i compagni di religione e fra i fedeli. Era osservante fedele delle Regole e delle Costituzioni francescane”.

Al momento della Rivoluzione nazionale era guardiano di Ollería (Valencia), dove “la comunità fu violentemente dissolta, il convento e la chiesa distrutti dalle fiamme, la pineta dello stesso convento tagliata, distrutti i muri di cinta, così che tutto fu ridotto a nulla” (Art. 84-8). Quando furono ristabilite le comunicazioni, P. Modesto si recò al suo paese e si rifugiò nella casa della sorella Teresa, insieme a suo fratello sacerdote Mosén Miguel, parroco di Torrembesora. Per maggiore sicurezza fuggirono alla cascina “la Masá”, dove egli fu catturato dai miliziani armati. P. Modesto “si consegnò con mansuetudine e umiltà - afferma il Sig. Arturo Adell - e senza alcuna protesta”. “Il suo atteggiamento durante questo periodo - dice la Sig.na Pilar Beltrán - fu di totale abbandono al Signore e di una vita esemplare”.  Fu ucciso alle quattro del pomeriggio del 13 agosto, nelle vicinanze del bacino del “Valle” fra Albocácer e la cascina “la Masá”, a circa 600 metri dalla cascina, sulla stessa strada che va dalla cascina al paese. Dopo la liberazione di Albocácer furono esumati i resti di P. Modesto e allora si costatò che il suo cranio era attraversato da parte a parte da un grosso chiodo. I suoi resti - secondo ciò che dichiara il Sig. Felipe Mateu “furono sepolti in una fossa comune del cimitero del paese e attualmente riposano in una nicchia del detto cimitero”.

 

6. Fr. GERMÁN DE CARCAGENTE, OFM Cap ( al secolo José M. Garrigues Hernández (1895-1936 )  

Fr. GERMÁN DE CARCAGENTE

Il P.Germán nacque a Carcagente (Valencia), nel seno di una famiglia cristiana, il 12 febbraio 1895. Fu battezzato lo stesso giorno della nascita nella parrocchia di Nuestra Señora de la Asunción di Carcagente e ricevette la Confermazione il 22 luglio 1912 da Mons. Fr. Atanasio Soler Royo, debitamente autorizzato dall’arcivescovo della diocesi. Nella famiglia di D. Juan Bautista Garrigues e di Donna María Ana Hernández nacquero otto figli, tre dei quali divennero cappuccini come il nostro José M.

Fece i suoi primi studi nel Seminario serafico dei Cappuccini a Monforte del Cid; entrò nell’Ordine cappuccino, vestendo l’abito il 13 agosto 1911; emise la professione temporanea il 15 agosto 1912 e quella perpetua il 18 dicembre 1917. Mons. Ramón Plaza lo ordinò sacerdote a Orihuela il 9 febbraio 1919. I Superiori lo destinarono alla formazione e all’insegnamento; e allo stesso tempo lavorò nell’apostolato. Dice P. Domingo Garrigues, cappuccino, che “disimpegnò le cariche di Vicemaestro dei novizi e di professore di una scuola primaria ad Alcira. S’impegnò specialmente nell’apostolato del confessionale, degli infermi e anche della catechesi ai bambini della scuola”.

Molti di quelli che lo conobbero parlano di lui come di un religioso fedele alla vocazione, fervoroso nella preghiera e molto caritatevole: Tra i fedeli - dice la sorella Mercedes Garrigues - come pure tra i fratelli di religione godeva di fama molto buona per il suo carattere gioviale, per la sua carità e il suo candore. Erano soliti dire: ‘E’ un angelo’. Dagli stessi religiosi udii dire che era un religioso molto osservante di tutte le Regole e Costituzioni francescano-cappuccine”. “Le sue qualità più rimarchevoli - afferma suo fratello, il Sig. Francisco Pascual Garrigues - erano la sua profonda pietà e l’attrattiva che esercitava sui giovani, senza che gli si possa riconoscere alcun difetto”. Enrique Albelda, abitante di Carcagente, ricorda che “il suo temperamento era di modi semplici e gioviali. Devo pure sottolineare come sua qualità notevole l’essere caritatevole e facile a fare elemosina. Era uomo virtuoso, risaltando per la sua pazienza senza limiti. Era sereno, umile, giudizioso e modesto.

Quando si scatenò la persecuzione religiosa in Spagna si vide forzato, come i suoi fratelli, a rifugiarsi nella casa paterna, conducendo lì una vita dedita alla preghiera. Sarebbe stato preso dai miliziani il 19 agosto 1936 e condotto al Centro del Partito comunista, da dove poi alla mezzanotte sarebbe stato portato al ponte di ferro della ferrovia sopra il fiume Júcar, dove fu ucciso. “Se Dio mi vuole martire - aveva detto durante il periodo in cui era stato nascosto - mi darà la forza per subire il martirio”. Quando arrivò al luogo del martirio - afferma il Sig. Clemente Albelda - il P. Germán, dopo aver baciato le mani ai carnefici e averli perdonati, s’inginocchiò”.  Il cadavere del P. Germán fu sepolto in terra, nel cimitero di Carcagente e il 15 dicembre 1940 i suoi resti furono identificati e trasferiti nel nuovo cimitero di Carcagente. Attualmente i suoi resti riposano nella cappella dei Martiri cappuccini del Convento della Maddalena a Massamagrell.  

 

7. Fr. BUENAVENTURA DE PUZOL, OFM Cap (al secolo Julio Esteve Flors) (1897-1936)  

 

Fr. BUENAVENTURA DE PUZOL

Nacque il 9 ottobre 1897 a Puzol ( Valencia) e fu battezzato il 10 ottobre seguente nella parrocchia de los Santos Juanes di Puzol. Era figlio di D. Vicente Esteve e di Donna Josefa Flors, da cui nacquero nove figli.

Il piccolo Julio fece i suoi studi nel Seminario serafico, vestendo poi l’abito cappuccino il 15 settembre 1913 cambiando il nome in quello di Buenaventura. Emise la professione temporanea il 17 settembre 1914 e quella perpetua il 18 settembre 1918.  Inviato a Roma per perfezionare gli studi, divenne dottore in filosofia all’Università Gregoriana. In questa stessa città fu ordinato sacerdote dall’arcivescovo di Filipos, José Palica, il 26 marzo 1921. Al suo rientro in Provincia fu nominato lettore di filosofia e di diritto canonico nello Studentato di teologia di Orihuela. Si distinse anche come predicatore, conferenziere, direttore spirituale, ma soprattutto come uomo di Dio. Cose che ci vengono confermate dal Sig. Juan F. Escrirá: “Si dedicò allo studio e alla predicazione. Era di temperamento pacifico. Era inoltre persona molto accorta e intelligente, come pure molto educato e corretto. Molto edificante tra i fedeli. Era un autentico uomo di Dio.” Dati che vengono confermati anche dal Sig. Vicente Aguilar, abitante di Puzol: “Lavorò specialmente nel campo apostolico della predicazione della parola di Dio. Le sue qualità più notevoli erano: una grande bontà e intelligenza. Era molto umile e  mortificato”. Con la persecuzione religiosa si vide obbligato ad abbandonare il convento, conducendo una vita di preghiera: “Nel periodo in cui stette nascosto - afferma il Sig. Vicente Aguilar - non si lamentava che Dio permettesse tali cose, nonostante che presentisse che si trattava di un tempo di martirio e di persecuzione per la Chiesa, come disse a coloro che parlavano con lui o lo frequentavano. Nonostante ciò, si mostrava sereno nella sua vita di costante preghiera”. Si era rifugiato nella casa paterna di Carcagente, da dove fu sequestrato dal Comitato di Puzol il 24 settembre 1936 per fare alcune dichiarazioni. La notte del 26 settembre insieme ad altri detenuti sarebbe condotto nel cimitero di Gilet (Valencia), dove fu ucciso alle due del mattino. Prima di morire P. Buenaventura aveva dichiarato: “Mi preparo [ ? ] per la palma del martirio”. E avanti di essere giustiziato disse ai suoi carnefici: “Con la stessa misura con cui misurerete ora, sarete poi misurati voi”. Finita la guerra, queste stesse parole furono ricordate dai suoi carnefici quando caddero nelle mani della giustizia. “Ora ci succede quello che ci disse il frate”, ricordarono. La Sig. Vicenta Esteve Flors, sorella del P. Buenaventura, ricorda come suo fratello “si comportò negli ultimi istanti con la stessa serenità di sempre, e avanti di essere fucilato diede l’assoluzione a circa tredici detenuti che erano trasportati in un camion, fra i quali c’erano anche il padre e il fratello del Servo di Dio”.

Fu sepolto nel cimitero di Gilet, in una fossa comune. Terminata la guerra civile, i suoi resti furono esumati, riconosciuti dalla sorella Vicenta e trasportati nel panteon dei martiri del cimitero di Puzol. Attualmente riposano nella cappella dei martiri cappuccini del convento della Maddalena di Massamagrell.  

 

8. Fr. SANTIAGO DA RAFELBUÑOL, OFM Cap (al secolo Santiago Mestre Iborra) (1909-1936)  

Fr. SANTIAGO DA RAFELBUÑOL

Nacque a Rafelbuñol (Valencia) il 10 aprile 1909. Fu battezzato il 12 aprile seguente nella parrocchia di san Antonio Abad di Rafelbuñol. Ebbe come genitori D. Onofre Mestre e Donna Mercedes Iborra, sposi dai quali nacquero nove figli. Santiago era il settimo. Tutti morirono insieme vittime della stessa persecuzione religiosa.

 Santiago si distinse fin da bambino per la sua vita di pietà. I suoi vicini raccontano di lui che era un ragazzo modello ed esemplare in tutto. Entrò nell’Ordine cappuccino a dodici anni; vestì l’abito il 6 giugno 1924 a Ollería (Valencia); fece la professione temporanea il 7 giugno 1925 e quella perpetua a Roma il 21 aprile 1930 nelle mani di P. Melchor de Benisa, Ministro generale dell’Ordine. Fu ordinato sacerdote a Roma il 26 marzo 1932.

Conseguito il dottorato in teologia all’Università Gregoriana, rientrò in Spagna e fu nominato vicedirettore del Seminario serafico di Massamagrell. Nella sua breve vita religiosa si distinse per la sua devozione alla Vergine, per la sua semplicità, obbedienza e umiltà e come uomo di profonda vita interiore. “Era di carattere buono e di temperamento vivace...Dai fedeli era considerato religioso esemplare...Nonostante le sue doti di scienza e la sua virtù, si mostrava sempre umile e semplice...Si impegnò sempre nei lavori apostolici propri della sua condizione di religioso”, dicono di lui i suoi fratelli in religione.

Allo scoppio del Movimento Nazionale P. Santiago cercò di mettere in salvo i seminaristi affidati alle sue cure, poi cercò rifugio nel suo paese di Rafelbuñol. Qui il Comitato locale lo pose a lavorare come manovale nei lavori che allora si facevano nella casa Abadía, prendendo rottami dalla chiesa parrocchiale, e poté condurre una vita normale. Un giorno ricevé notizia che i suoi fratelli erano stati detenuti dal Comitato e che correvano grave pericolo di vita. Si disse: “Vado al Comitato a vedere se, prendendo me prigioniero, liberano i miei fratelli”. Quando si presentò al Comitato fu preso insieme ai fratelli e fatto prigioniero il 26 settembre 1936. In carcere ascoltò la confessione di tutti i prigionieri. La notte dal 28 al 29 settembre i prigionieri furono condotti al cimitero di Massamagrell; passando davanti alla chiesa della patrona, la Vergine del Miracolo, acclamarono la Vergine e, giunti al cimitero, al grido di “Viva Cristo Re!” furono fucilati.

Ucciso insieme ai suoi fratelli, P. Santiago fu sepolto in una fossa comune nel cimitero di Massamagrell. I suoi resti furono esumati e identificati e poi trasferiti al panteon dei caduti di Rafelbuñol. Oggi riposano nella cappella dei Martiri cappuccini del convento della Maddalena a Massamagrell.  

 

9. Fr. ENRIQUE DE ALMAZORA, diacono, OFM Cap (al secolo Enrique García Beltrán) (1913-1936)  

Fr. ENRIQUE DE ALMAZORA

Nacque ad Almazora, diocesi di Tortosa e provincia di Castellón de la Plana, il 16 marzo 1913. Fu battezzato lo stesso giorno nella chiesa parrocchiale. Era figlio di D. Vicente García e di Donna Concepción Beltrán.

Nella sua infanzia crebbe in un ambiente profondamente religioso. Dice il Sig. Vicente Beltrán, suo zio: “Nella sua infanzia era quello che si dice un angelo. Il bambino non usciva dalla chiesa; il tempo lo impiegava fra questa, la scuola e la casa paterna”. A 14 anni entrò nel Seminario serafico di Massamagrell. Vestì l’abito cappuccino il 13 agosto 1928 nelle mani di P. Eloy de Orihuela, guardiano, definitore e maestro dei novizi del convento di Massamagrell. Fece la professione temporanea il 1° settembre 1929 a Ollería nelle mani di P. Pio da Valencia, guardiano; e la professione perpetua il 17 settembre 1935.

La Rivoluzione lo sorprese quando era ancora diacono e si preparava a ricevere il sacerdozio. “Era di temperamento gioviale e docile”. Fra i suoi compagni religiosi “godeva di fama di pietà. Era uomo di vita interiore e aveva una grande devozione a san Giuseppe. Amava la liturgia. Si dedicò allo studio della musica sacra con lo scopo di dare splendore al culto divino. Si distingueva nel coro per la sua devozione nel canto delle ore canoniche. Era temperato e mortificato nei pasti; e per il resto era molto umile e notevole per il suo modo di comportarsi e per la sua sottomissione...”. Lo si ricorda ancora “come fedele osservante delle Regole e delle Costituzioni, sia negli atti diurni che notturni”. Allo scoppio della Rivoluzione si era rifugiato in casa dei genitori, preparandosi al martirio con la preghiera e lo studio e con grande serenità e coraggio. Un giorno, nel mese di agosto del 1936, si presentarono nella sua casa due miliziani, che lo arrestarono e lo condussero al posto di guardia della Guardia Civile, che serviva da carcere. D. Miguel Pesudo, compagno di carcere di fr. Enrique, dice che “visse con  fr. Enrique come compagno di prigione, osservando come egli conservasse sempre un carattere gioviale e gioioso. Ed era uniformato alla volontà di Dio”. Fu preso fuori dal carcere il 16 agosto 1936 e con un gruppo di secolari fu condotto in un luogo detto “La Pedrera” sulla strada da Castellón de la Plana a Benicasim. Lì furono uccisi, mentre gridavano: “Viva Cristo Re!”.

Terminata la guerra, i suoi resti furono identificati e portati nel cimitero di Almazora.

 

10. Fr. FIDEL DE PUZOL, OFM Cap (al secolo Mariano Climent Sanchís) (1856-1936)  

Fr. FIDEL DE PUZOL  

Era nato a Puzol, diocesi di Valencia, l’8 gennaio 1856. Crebbe in una famiglia devota. Era figlio di D. Mariano Climent e di Donna Mariana Sanchís. Presto rimase orfano di padre e di madre e fu affidato alle cure della zia materna, Josefa Sanchís, che gli diede un’educazione cristiana.

Fece il servizio militare, giungendo a partecipare alla guerra carlista. Terminata la guerra, entrò fra i Cappuccini, vestendo l’abito come fratello e emettendo la professione temporanea il 14 giugno 1881 e quella perpetua il 17 giugno 1884.

La figura francescana di fr. Fidel ricorda quella dei santi fratelli cappuccini: entrati in convento in età matura, la loro vocazione non è tuttavia frutto delle pazzie proprie dell’età giovanile; lavoratori instancabili: s’impegnarono a lunghezza di anni come portinai, questuanti, ortolani, sacrestani, cuochi,..., lavori che richiedono, tutti, una complessione fisica robusta. Erano poi uomini di vita di fede, di profonda preghiera, devoti alla Madonna, obbedienti e sottomessi in tutto, silenziosi, penitenti, austeri,... Fr. Fidel, durante la sua vita religiosa, passò per i conventi di Barcellona, Totana, Orihuela, Massamagrell e Valencia, lavorando come portinaio, cuoco, aiutante nel Seminario serafico, compagno del P. Provinciale.

Ecco un piccolo ritratto di come lo ricordano i religiosi: “Era di temperamento quieto e mite. Non si turbava per niente e il suo aspetto era sempre sorridente. Era tenuto in grande stima e in buona fama sia dai religiosi che dai fedeli tutti. Adempiva in ottima maniera i suoi doveri e le Regole dell’Ordine. Era totalmente un uomo di Dio. Era sempre applicato alla preghiera. Aveva sempre il Rosario in mano ed era molto devoto della Vergine. Aveva fama di santo”.

Quando fu chiuso il convento di Valencia, fr. Fidel cercò rifugio a Puzol, nella casa di alcuni parenti, dalla quale non usciva, data la sua avanzata età di 82 anni, molto più che stava piuttosto male di vista. Lì rimase, sereno, occupato nella preghiera. E lì sarebbe stato preso il 27 settembre, sulla sera, da alcuni membri del Comitato locale, con il pretesto di portarlo all’asilo delle “Hermanitas de los Pobres” di Sagunto. Lo portarono invece sulla strada principale di Barcellona fino al distretto municipale di Sagunto, dove, all’entrata della cascina “Laval de Jesús”, fu ucciso. Fu l’abitante di questa cascina che avvertì della presenza di un cadavere all’entrata, che da due giorni era lì insepolto. Risultò che era il cadavere di fr. Fidel.

Fu sepolto nel cimitero di Sagunto insieme ad altri cadaveri; ma i suoi resti non hanno potuto essere identificati.

 

11. Fr. BERARDO DE LUGAR NUEVO DE FENOLLET, OFM Cap (al secolo José  Bleda Grau), (1867-1936)  

Fr. BERARDO DE LUGAR NUEVO DE FENOLLET

Era nato a Lugar Nuevo de Fenollet (Valencia) il 23 luglio 1867. Fu battezzato il 28 dello stesso mese  nella parrocchia  di san Diego  de Alcalá  de Lugar Nuevo  dal  parroco  D.Antonio Donat, che gli pose il nome di José. Era il maggiore dei tre figli che ebbero gli sposi D. José Bleda Flores e Donna Rosario Antonia Grau Más. Nel suo paese ricordano che “fu un bambino di grande pietà fin dall’infanzia. Nella sua casa - dicono - si conserva ancora una pietra sulla quale, a detta di tutti, si inginocchiava per la preghiera. Apparteneva ad una famiglia molto cristiana. Nonostante fin dall’infanzia desiderasse abbracciare la vocazione religiosa, siccome un suo fratello faceva il servizio militare a Cuba e lui doveva aiutare i genitori, ritardò l’ingresso nell’Ordine cappuccino fino al rientro del fratello”. Entrò nell’Ordine cappuccino nel 1900, vestendo l’abito come fratello a 32 anni di età, il 2 febbraio 1900 dalle mani del P. Provinciale Luís de Massamagrell. Fece la professione temporanea il 2 febbraio 1901 e quella perpetua il 14 febbraio 1904 a Orihuela.

I religiosi dicono di lui che “era figlio dell’obbedienza...Il suo temperamento era straordinariamente pacifico; la qua qualità più notevole era il suo abbandono alla volontà di Dio...Era fedele osservante delle Regole cappuccine...Fr. Berardo era un sant’uomo. Non osava alzare lo sguardo da nessuna parte...era un religioso molto esemplare. Compì perfettamente gli incarichi a cui fu destinato dai Superiori. Era amato da tutti coloro che lo conoscevano”. Dopo la professione fu destinato al convento di Orihuela (Alicante), dove passò tutta la vita come questuante e come sarto della comunità, edificò la gente della città con la sua vita esemplare quando chiedeva l’elemosina e la sua comunità con la sua bontà, umiltà e santità di vita.

Chiuso il convento a causa della persecuzione del 1936, fr. Berardo si rifugiò nel suo paese dai suoi familiari, dedicandosi alla preghiera e alle opere di carità, mostrando in ogni momento pazienza e rassegnazione. Era quasi completamente cieco. La notte del 30 agosto 1936 fu preso dai membri del Comitato locale, con il pretesto che avrebbe dovuto fare alcune dichiarazioni. Lo misero in un’auto e lo condussero al passo della strada di Beniganim, distretto di Genovés (Valencia), dove fu ucciso. Nel Registro civile la sua morte è alla data del 4 settembre 1936.

Il Sig. Francisco Cháfer, abitante del paese, ricorda come scoprì il cadavere di fr. Berardo: “A fine di agosto e in un giorno molto caldo io andavo con mio padre al vicino paese di Beniganim e vidi nella cunetta della strada il cadavere di un anziano. Mio padre mi disse di andare avanti e io, ragazzo di tredici anni, vinto dalla curiosità, mi avvicinai e vidi che era stato colpito da una fucilata in un occhio e che sanguinava copiosamente”.

Così si seppe della sua morte. Il suo corpo fu sepolto in una fossa comune nel cimitero di Genovés. I suoi resti non hanno potuto essere identificati.

 

12. Fr. PACÍFICO DE VALENCIA, OFM Cap (al secolo Pedro Salcedo Puchades) (1874-1936)

Fr. PACÍFICO DE VALENCIA  

Era nato a Castellar (Valencia) il 24 febbraio 1874. Era il secondo dei cinque figli degli sposi D. Matías Salcedo e Donna Elena Puchades. Fu battezzato il 25 febbraio 1874 nella sua parrocchia natale. L’ambiente familiare era povero, ma profondamente cristiano e devoto. La sua infanzia e la sua giovinezza furono un fedele riflesso di tale ambiente familiare. Prima di entrare in convento, ogni domenica frequentava il convento dei Cappuccini di Massamagrell.

Nel suo paese lo ricordano come “un bambino buono, di famiglia onorata e devota”. “Era molto pacifico - dice una conoscente - e la sua qualità più notevole era la pietà, fino al punto che quando in casa si pregava il rosario non voleva che si facessero lavori che potessero impedire l’attenzione”. E raccontano di lui che “entrò in religione mosso da un grande amore alla penitenza”.

Si fece cappuccino, vestendo l’abito come fratello, a Ollería il 21 luglio 1899, dalle mani del P. Francisco M. de Orihuela. Fece la professione temporanea a ventisei anni davanti a P. Luís de Massamagrell il 21 giugno 1900 e la professione perpetua il 21 febbraio 1903.

Destinato al convento di Massamagrell, per 37 anni esercitò l’ufficio di questuante. I religiosi non risparmiano elogi quando parlano di lui: “Il suo temperamento era semplice e tranquillo. Godeva di molta buona fama fra i compagni e i fedeli ed era un religioso molto osservante...Era un uomo molto virtuoso, soprattutto era molto umile e molto attento ad adempiere i voti religiosi...Il suo temperamento era bonario. Era devotissimo della santissima Vergine e consacrò la sua vita interamente a vivere l’austerità e la povertà  in grado eminente. Era molto umile e pieno di abnegazione e il suo letto era seminato di pietre e di cocci per una maggiore mortificazione”. Era molto stimato da tutti sia dentro che fuori del convento.

Quando nel luglio del 1936 fu chiuso il convento di Massamagrell a causa della persecuzione religiosa, fr. Pacífico si rifugiò in casa di un suo fratello, dove rimase quattro mesi, dedicandosi alla preghiera. Qui la notte del 12 ottobre fu preso dai miliziani che lo portarono via a spinte e a colpi di calcio del fucile, mentre recitava il rosario, in direzione di Monteolivete fino a el Azud, vicino al fiume, dove fu ucciso.

Il giorno seguente alcuni suoi nipoti, andando al mercato a Valencia, scoprirono il suo cadavere, che teneva fortemente stretto sul petto il crocifisso con la mano sinistra. I suoi resti furono sepolti nel cimitero di Valencia, ma non poterono essere identificati.  

 

13. SOR MARÍA  JESÚS MASIÁ FERRAGUT, Clarissa cappuccina (1882-1936) 

 

SOR MARÍA  JESÚS MASIÁ FERRAGUT

Nacque ad Algemesí (Valencia) il 12 gennaio 1882. Fu battezzata lo stesso giorno dal parroco D. Joaquín Cabanes. Ricevette la Confermazione nella parrocchia di S. Jaime  Apóstol di Algemesí per mano di D. Sebastián Herrero y Espinosa de los Monteros, arcivescovo di Valencia, il 19 maggio 1899. Vestì l’abito nel monastero delle Clarisse cappuccine di Agullent (Valencia) il 13 dicembre 1900 e professò il 16 gennaio 1902. Morì ad Alcira (Valencia) nel luogo detto “Cruz cubierta” il 25 ottobre 1936.

 

14. SOR MARÍA VERÓNICA MASIÁ FERRAGUT, Clarissa cappuccina (1884-1936)  

 

SOR MARÍA VERÓNICA MASIÁ FERRAGUT  

Nacque a Algemesí (Valencia) il 15 giugno 1884. Fu battezzata il giorno seguente da D. José Sanchís, beneficiato. Ricevette la Confermazione il 19 maggio 1899. Entrò nel monastero delle Clarisse cappuccine di Agullent (Valencia), vestendo l’abito il 18 gennaio 1903. Emise la professione temporanea il 26 gennaio 1904 e quella perpetua il 10 aprile 1907. Morì ad Alcira (Valencia) nel luogo detto “Cruz cubierta” il 25 ottobre 1936.

 

15. SOR MARÍA FELICIDAD MASIÁ FERRAGUT, Clarissa cappuccina (1890- 1936)  

 

SOR MARÍA FELICIDAD MASIÁ FERRAGUT

Nacque ad Algemesí (Valencia) il 28 agosto 1890. Vestì l’abito nel monastero delle Clarisse cappuccine di Agullent (Valencia) il 17 aprile 1909. Emise i voti temporanei il 20 aprile 1916 e quelli perpetui il 26 aprile 1913. Morì ad Alcira (Valencia) nel luogo detto “Cruz cubierta” il 25 ottobre 1936.  

Le tre sorelle erano nate nello stesso paese. Ebbero come genitori D. Vicente Masiá e Donna Teresa Ferragut. I due sposi ebbero sette figli, dei quali cinque furono religiose cappuccine di clausura e l’unico figlio maschio fu cappuccino. La loro sorella Purificación dice che fin da giovani esse “frequentavano i sacramenti, comunicandosi ogni giorno. Mai furono viste in luoghi pubblici o frequentati. Mia madre seppe educare le mie sorelle inculcando loro il santo timore di Dio”.

   La vita religiosa delle tre cappuccine si svolse parallela. “Durante la loro vita in convento - dice la loro sorella Purificación - tenevano una condotta religiosa che causava l’ammirazione delle altre religiose per l’esemplarità e il modo di comportarsi propri della loro professione. Nonostante fossero sorelle, non esisteva distinzione alcuna fra loro e riguardo alle altre. Le tre sorelle erano molto stimate dalla comunità. La loro pietà era solida e vigorosa, inculcata dalla nostra cara mamma. Molto amanti del sacrificio e molto osservanti del silenzio, delle Regole e delle Costituzioni”. Suor Bienvenida Amorós, religiosa dello stesso monastero, descrive così la loro vita religiosa: “Mai udii alcuna critica sul modo di agire di queste religiose. La loro pietà era solida. Erano dedite particolarmente alla preghiera e in esse traspariva la presenza di Dio. Erano molto umili e sempre disposte a sacrificarsi per le altre sorelle. Erano devotissime dell’Eucaristia e della santissima Vergine e in una forma straordinaria della Passione del Signore”.

Con l’avvento della Repubblica nel 1931 uscirono dal monastero e rimasero nella loro casa per circa due mesi, finché ritornarono in convento senza aver subito vessazioni. All’inizio della rivoluzione del 1936 tornarono a rifugiarsi nella loro casa di Algemesí, dove rimasero fino al 16 ottobre dello stesso anno, occupandosi nei lavori della casa, facendo vita di comunità, dedite completamente alla preghiera. Furono arrestate il 19 ottobre 1936 dai miliziani, alle quattro del pomeriggio, insieme ad un’altra suora, religiosa agostiniana del convento di Beniganim. Teresa, la madre delle religiose, non volle abbandonarle e andò con loro. Furono imprigionate nel convento di “Fons Salutis” che serviva da carcere. Qui rimasero otto giorni, serene e rassegnate. Finalmente condivisero la stessa sorte finale. La notte del 28 ottobre - che era domenica e festa di Cristo Re - i miliziani le condussero alla morte. Volevano escludere la madre, ma essa si oppose e chiese di accompagnare le figlie e di essere fucilata per ultima. Vide cadere una dopo l’altra le figlie, che animava dicendo: “Figlie mie, siate fedeli al vostro sposo celeste e non desiderate né consentite agli allettamenti di questi uomini”. Portate con un camion nel luogo detto “Cruz abierta” in direzione di Alcira, lì furono martirizzate. I resti delle cinque martiri furono sepolti ad Alcira. Attualmente riposano nella parrocchia di Algemesí.  

 

16. SOR ISABEL CALDUCH ROVIRA, Clarissa cappuccina (al secolo Josefina Calduch Rovira), (1882-1936)    

 

SOR ISABEL CALDUCH ROVIRA

Nacque ad Alcalá de Chivert, diocesi di Tortosa e provincia di Castellón de la Plana, il 9 maggio 1882. Suoi genitori furono D. Francisco Calduch Roures e Donna Amparo Rovira Martí. Da loro nacquero cinque figli, l’ultima dei quali fu Isabel. I suoi vicini dicono di lei: “Durante la sua infanzia visse in un ambiente molto cristiano. Esercitò in quel tempo la carità verso i bisognosi. Essa stessa con un’amica andava a portare a mangiare ad un’anziana, che aiutava anche per la pulizia personale e la pulizia della casa”. Durante la giovinezza ebbe relazione con un giovane del luogo, molto cristiano; relazione che essa poi interruppe per abbracciare uno stato di vita più perfetto, sempre con il consenso dei suoi genitori. Entrò nel monastero delle Cappuccine di Castellón de la Plana vestendo l’abito nel 1900. Dice suo fratello José: “Solo la vocazione fu il motivo che indusse la sorella a entrare in religione”. Emise la professione temporanea il 28 aprile 1901 e quella perpetua il 30 maggio 1904. Dicono le religiose: “Era di temperamento pacifico e amabile, sempre gioiosa. Era una religiosa esemplare. Sempre contenta. Molto osservante delle Regole e delle Costituzioni. Molto modesta negli occhi, prudente nel parlare e molto mortificata. Molto mortificata nei pasti; sempre molto stimata dalla comunità. Era un’anima d’intensa vita interiore, molto devota del Santissimo, della Vergine e di san Giovanni Battista”. Nel monastero disimpegnò l’incarico di Maestra delle novizie, “facendolo con molto zelo affinché fossero religiose osservanti; non facendo distinzioni fra le novizie”, dice di lei Suor Micaela. Fu rieletta per un altro triennio, che non arrivò a completare per il sopravvenire della rivoluzione. Allo scoppio della rivoluzione Suor Isabel andò ad Alcalá de Chivert (Castellón), dove aveva un fratello sacerdote, Mosén Manuel, che poi sarà ucciso. Durante la permanenza nel suo paese si dedicò al ritiro e alla preghiera. Lì sarebbe arrestata il 13 aprile 1937 da un gruppo di miliziani, insieme a P. Manuel Geli, francescano. Condotti tutt’e due al Comitato locale di Alcalá de Chivert, furono ingiuriati e maltrattati. Fu uccisa nel distretto di Cuevas de Vinromá (Castellón), nel cui cimitero fu anche sepolta.

 

17. SOR MILAGROS ORTELLS GIMENO, Clarissa cappuccina (al secolo Milagros Ortells Gimeno), (1882-1936)  

SOR MILAGROS ORTELLS GIMENO  

Nacque a Valencia il 29 novembre 1882, nella via Zaragoza. Fu la terza e ultima figlia degli sposi D. Enrique Ortells e Donna Dolores Gimeno. Fu battezzata il 30 novembre 1882 nella chiesa parrocchiale di san Juan Bautista. Durante la sua infanzia fu molto devota e l’ambiente familiare in cui crebbe era eminentemente cristiano. Il suo vicini ricordano che: “la sua pietà era straordinaria, il suo amore alla penitenza singolare, fino al punto che un giorno sua madre la sorprese mentre stava aspirando cattivi odori, non avendo altro modo per mortificarsi...In chiesa, invece di sedersi sulla sedia, si sedeva per terra...”.

Suor Virtudes, cappuccina, ricorda che suor Milagros “entrò in quest’Ordine cappuccino portata dal suo desiderio di maggiore perfezione. Sua madre le proponeva di essere religiosa Riparatrice, ma essa non volle accettare cercando la maggiore strettezza della Regola cappuccina”. Entrò nel monastero delle Cappuccine di Valencia il 9 ottobre 1902. Lì ricordano che “quando entrò lo fece con molto entusiasmo”. In questo monastero ebbe gli incarichi di infermiera, refettoriera, rotara, sagrestana e Maestra delle novizie, tutti uffici che disimpegnò con fedeltà.

Le sue sorelle religiose descrivono la sua autentica personalità con questi tratti: “Era molto caritatevole e si offriva sempre a prestare qualsiasi servizio alle sorelle religiose. La si vedeva sempre raccolta interiormente. Dopo il mattutino di mezzanotte era solita rimanere ancora per un po’ di tempo, con l’intenzione di praticare maggiore penitenza.” “Godeva fama di santità fra le sue sorelle di religione, fino al punto che esclamavano sempre: ‘E’ una piccola santa’”.”La sua pietà era solida; la sua caratteristica più notevole era il suo amore all’Eucaristia e all’Immacolata. La sua penitenza era straordinaria, usava discipline, cilici, ecc. Era molto stimata da tutte le religiose e osservava molto bene tutte le Regole. Evidenti in lei erano la preghiera e la presenza di Dio. Chiaramente manifesta era la sua umiltà, credendosi indegna di cariche e anche di ricevere l’Eucaristia”.

Allo scoppio della rivoluzione dovette rifugiarsi in casa della sorella Maria, a Valencia, e lì conduceva una vita di preghiera e di raccoglimento. Poi si rifugiò in una casa della via Maestro Chapí, di Valencia, dove c’erano pure altre religiose della Dottrina cristiana. Lì sarebbe stata presa da un gruppo di miliziani il 20 novembre 1936 e uccisa insieme ad altre 17 religiose della Dottrina cristiana, nel luogo conosciuto come “Picadero de Paterna”. Fu sepolta nel cimitero di Valencia. Il 30 aprile 1940 i suoi resti furono esumati e portati nel monastero delle Cappuccine di Valencia, dove riposano attualmente.  

 

Venerabili

Nome

Caratteristica

Date della vita

Dove

Angelo da Cañete Sacerdote Martire a causa dei marxisti 1879-1936 Spagna

 

Angelo da Cañete e 6 compagni  
(1879-1936)
 

 

Giuseppe González Ramos (Angelo da Cañete) e 6 Compagni, servi di Dio. Nacque il 24 febbraio 1879; vestì l'abito nella provincia cappuccina di Andalusia il 24 giugno 1896, professò l'11 luglio dell'anno seguente, e fu ordinato sacerdote il 26 aprile 1903. Per le sue virtù religiose e le sue doti, fu più volte definitore provinciale e superiore in diversi conventi. Guardiano del convento di Antequera (Màlaga), dal 20 luglio 1936 visse con la sua comunità e il seminario serafico in stato di assedio da parte delle milizie armate marxiste, che più volte minacciarono l'assalto al convento e la morte dei frati. Nel pomeriggio del 6 agosto fu fatto uscire davanti a quattro confratelli; portando in mano il crocifisso, appena giunti al vicino monumento all'Immacolata, furono crivellati da pallottole alla schiena, davanti a una folla curiosa e crudele. Gli furono compagni nel martirio: Egidio dal Puerto di Santa Maria (Andrea Soto Carrera, n. 29 giugno 1883, v. 3 luglio 1898, pr. 27 luglio 1899, sac. 21 dicembre 1907); Ignazio da Galdácano (Giuseppe Maria Recalde Magúregui, n. 7 febb. 1912, v. 3 lug. 1927, pr. 8 lug. 1928, sac. 6 apr. 1935); il diacono perpetuo Giuseppe da Chauchina (Alessandro Casares Menéndez, n. 24 febb. 1897, v. 18 ago. 1912, pr. 19 ago. 1913); il fratello non chierico Crispino da Cuevas de San Marcos (Giovanni Silverio Pérez Ruano, n. 27 dic. 1875, v. 7 sett. 1905, pr. 9 sett. 1906).

Appartenevano alla stessa comunità altri due confratelli, anch'essi sacrificati: Luigi Maria da Valencina (Girolamo Limón Márquez, n. 27 mar. 1885, v. 8 magg. 1900, pr. 5 giu. 1901, sac. 4 apr. 1908), ex ministro provinciale (1926-29) e allora direttore del seminario serafico. Il 3 agosto tentò di fuggire, ma slogandosi un piede fu catturato dai miliziani, i quali lo massacrarono davanti all'ospedale, mentre egli raccomandava il suo spirito al Signore con le mani giunte. Anche il fratello questuante Pacifico da Ronda (Raffaele Rodriguez Navarro, n. 8 nov. 1882, v. 12 nov. 1901, pr. 8 dic. 1902) era fuggito lo stesso giorno, ma acciuffato e gettato in carcere, il 6 agosto seppe della sua condanna a morte e trascorse tutta la giornata tranquillo, recitando il rosario e il piccolo Ufficio della Madonna. Nelle prime ore del 7 fu fucilato nei pressi del cimitero.

Il processo ordinario sulla fama di martirio di questi sette cappuccini, iniziato presso la Curia diocesana di Màlaga il 19 luglio 1954 e seguito da quello sul "non cultu", fu aperto nella S. Congregazione dei Riti il 14 gennaio 1955; il 28 giugno 1956 fu la volta del processo ordinario sugli scritti. Il decreto di validità del Processo informativo è stato emanato il 2 maggio 1997.


Servi di Dio

Nome

Caratteristica

Date della vita

Dove

Agostino da Montelar Martire 1907-1936 Spagna
Alessandro da Barcellona   Martire 1910-1936 Spagna
Alessandro da  Sobradillo

Sacerdote, Martire

1902-1936 Spagna
Alessandro Labaca Ugarte  

Sacerdote Missionario Martire

 

1920-1987 Spagna
Alessio da Terradillos Religioso non sacerdote  Portinaio Martire 1884-1907 Spagna
Ambrogio da Santibanez Sacerdote Missionario Martire 1888-1936 Spagna
Ambrosio da Benaguacil   Sacerdote Confessore instancabile Martire 1870-1936 Spagna
Andrea da Palazuelo   Sacerdote Direttore spirituale Martire   1883-1936 Spagna
Angelo da Ferrerias Sacerdote Martire 1905-1936 Spagna
Anselmo da Olot Sacerdote Martire   1878-1936 Spagna
Arcangelo da  Valdavida   Sacerdote
Missionario
Martire a causa  
del Fronte Popolare  
1882-1936 Spagna
Aurelio da Ocejo Religioso non sacerdote
Martire a causa del Fronte popolare  
1881-1936 Spagna
Aurelio da Vinalesa   Sacerdote
Martire a causa dei marxisti
1896-1936 Spagna
Benedetto da S.Coloma de Gramanet Sacerdote
Martire a causa degli         anarchici
1892-1936 Spagna
Benigno da Canet de Mar Sacerdote  
Martire a causa dei marxisti  
1890-1936 Spagna
Berardo da Lugar Nuevo de Fenollet Religioso non sacerdote
Sarto e questante
Martire a causa dei marxisti
1867-1936 Spagna
Berardo da Visantona Sacerdote
Confessore
Martire a causa del fronte popolare
1878-1936 Spagna
Bonaventura da Arroyo Cerezo Sacerdote
Martire a causa dei marxisti  
1913-1936 Spagna
Bonaventura da Occimiano   Sacerdote
Missionario
Testimone  
1708-1772 Italia
Bonaventura da Puzol Sacerdote
Martire a causa dei marxisti
1897-1936 Spagna
Carlo da Alcobilla Sacerdote
Artista
Martire  
1902-1937   Spagna
Cipriano da Terrasa Religioso non sacerdote
Martire
1871-1936 Spagna
Crispino da Cuevas  
de San Marcos
Religioso non sacerdote
Martire
1875-1936 Spagna
Diego da Guadilla Religioso non sacerdote
Martire a causa del Fronte Popolare
1909-1936 Spagna
Domenico da Sant Pere de Riudevitlles   Sacerdote
Missionario
Martire a causa degli anarchici  
1882-1936 Spagna
Domitillo da Ayoo Sacerdote
Martire a causa del Fronte Popolare
1907-1936 Spagna
Doroteo da Villalba   Sacerdote
Martire a causa dei marxisti
1908-1937 Spagna
Egidio dal Puerto di Santa Maria Sacerdote
Martire a causa dei marxisti  
1883-1936 Spagna
Eligio da Orihuela Sacerdote
Missionario
Martire a causa dei marxisti
1876-1936 Spagna
Eligio da Vianya   Religioso non sacerdote
Martire a causa dei marxisti
1875-1936 Spagna
Enrico da Almazora Religioso non ancora sacerdote
Martire a causa dei marxisti
1913-1936 Spagna
Eudaldo da Igualada Sacerdote
Martire a causa dei marxisti 
1918-1936 Spagna
Eusebio da Saludes Religioso non sacerdote
Missionario
Martire a causa del Fronte popolare
1885-1936 Spagna
Eustachio da Villalquite Religioso non sacerdote
Martire a causa del Fronte popolare
1893-1936   Spagna
Fedele da Puzol Religioso non sacerdote
Martire a causa dei marxisti
1856-1936 Spagna
Federico da Berga Sacerdote
Martire a causa dei marxisti
1877-1937  Spagna
Felice da Torrosa Religioso non sacerdote
Martire a causa dei marxisti
1894-1936 Spagna
Ferdinando da Santiago Sacerdote
Martire a causa dei marxisti
1873-1936 Spagna
Fiacrio da Kilkenny Religioso non sacerdote
Martire a causa di eretici
1620-1656  Irlanda
Fortunato Bakalski Sacerdote
Martire a causa dei comunisti
1916-1952 Bulgaria
Gabriele da Arostegui   Religioso non sacerdote
Martire a causa del Fronte popolare   
1880-1936 Spagna
Germano da Carcagente Sacerdote
Martire a causa dei marxisti
1895-1936 Spagna
Giacomo da Rafelbunol Sacerdote
Martire a causa dei marxisti
1909-1936 Spagna
Giancrisostomo da Gara de Gorgos Sacerdote
Martire a causa dei marxisti
1874-1936 Spagna
Gioacchino da Albocacer Sacerdote
Martire a causa dei marxisti
1880-1936 Spagna
Giorgio da Geel   Sacerdote
Missionario
Martire 
1617-1652 Belgio
Giorgio da Santa Pau Sacerdote
Martire a causa dei marxisti
1917-36  Spagna
Giuseppe da Calella Sacerdote
Martire a causa dei marxisti
1880-1936 Spagna
Giuseppe da Chauchina Diacono
Martire a causa dei marxisti  
1897-1936 Spagna
Giuseppe Maria da Manila Sacerdote
Martire a causa dei marxisti
1880-1936 Spagna
Giuseppe Oriol da  
Barcellona  
Sacerdote
Martire a causa di anarchici  
1891-1936 Spagna
Gregorio de la Mata Sacerdote
Martire a causa del Fronte Popolare
1889-1936 Spagna
Ignazio da Gualdacano Sacerdote
Martire a causa del Fronte Popolare
1912-1936 Spagna
Idelfonso da Armellada Sacerdote
Martire a causa del Fronte Popolare
1874-1936 Spagna
Luigi Maria da Valencina   Sacerdote
Martire a causa dei marxisti
1885-1936 Spagna
Martino da Barcellona Sacerdote
Martire a causa dei marxisti
1895-1936 Spagna
Marziale da Villafranca Sacerdote
Martire a causa dei marxisti
1917-1936 Spagna
Michele da Grajal Sacerdote
Martire a causa del Fronte Popolare
1898-1936 Spagna
Michele da Vianya Sacerdote
Martire a causa dei marxisti
1915-36 Spagna
Modesto da Albocácer Sacerdote
Martire a causa dei marxisti
1979-1936 Spagna
Modesto da Mieres Sacerdote
Martire a causa dei marxisti
1876-1936 Spagna
Onorato da Orihuela Sacerdote
Martire a causa dei marxisti
1888-1936 Spagna
Paciano da Barcellona Chierico
Martire a causa dei marxisti
1916-1937 Spagna
Pacifico da Ronda Religioso non sacerdote
Martire a causa dei marxisti
1882-1936 Spagna
Pacifico da Valenzia Religioso non sacerdote
Martire a causa dei marxisti
1874-1939 Spagna
Pietro da Benisa Sacerdote
Martire a causa dei marxisti
1876-1939 Spagna
Primitivo da Villamizar Religioso non sacerdote
Martire a causa dei marxisti
1884-1936 Spagna
Prudenzio da Pomar Religioso non sacerdote
Martire a causa dei marxisti
1875-1936 Spagna
Raffaele da Marrarò Sacerdote
Martire a causa dei marxisti
1902-1936 Spagna
Ramiro da Sobradillo Sacerdote
Martire a causa del Fronte Popolare
1907-1936 Spagna  
Remigio da Papiol Sacerdote
Martire a causa dei marxisti
1885-1937 Spagna
Saturnino da Bilbao Religioso non sacerdote
Martire a causa dei marxisti
1910-1936 Spagna
Timoteo da Palafrugelì Religioso non sacerdote
Martire a causa dei marxisti
1897-1936 Spagna
Vincenzo da Besalu   Sacerdote
Martire a causa dei marxisti
1880-1936 Spagna
Zaccaria da Llorens Sacerdote
Martire a causa dei marxisti
1884-1936 Spagna

  

    


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