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Giubileo degli Artisti

festa del Beato Fra’Angelico

San Pietro, 18 febbraio 2000

Cari Amici Artisti,

‘E proprio così che devo chiamarvi? Nella varietà lussureggiante delle Arti che esercitate, "Artisti" è senza dubbio un denominatore comune, un nome impostovi dagli altri più che dato da voi stessi, quasi un soprannome familiare, tinto di stranezza come se veniste da un altro pianeta! Non penso, tuttavia, che la vostra assemblea giubilare si situi nella gamma dei pellegrinaggi di categoria. Voi rappresentate semplicemente l’uomo, l’uomo nella sua integrità che non può essere amputato della dimensione artistica.

 

Dio fa l’uomo creatura "creatrice."

 

Perchè siamo tutti artisti, creati a somiglianza di Dio che il profeta Isaia descrive come un vasaio: "Noi siamo argilla, tu sei il nostro vasaio, noi siamo tutti opera delle tue mani" (Is. 64,7). E che artista prestigioso questo Dio che ci ha plasmato uno per uno come tanti pezzi unici, ciascuno recante la sua firma autentica!

A ognuno di noi incombe il dovere di essere, come Lui, artista non certo per professione ma per nascita. E il vostro pellegrinaggio giubilare viene felicemente a ricordarci tutta la nobiltà di questa nascita che ci costituisce, per natura se posso dirlo, delle creature "creatrici". Mi piace questa battuta di un filosofo: "Dio ha creato l’uomo il meno possibile", come una sorta di abbozzo della sua immagine, affidandogli la cura di rifinire la sua opera. Lo spazio intermediario tra questa creazione incompiuta e la sua perfezione divina è il campo illimitato aperto alla libertà per fare di noi più che degli artigiani laboriosi, degli artisti appassionati della nostra somiglianza con Dio.

Come il Papa Giovanni Paolo II vi scrive nella sua Lettera della Pasqua scorsa (4 aprile 1999), sapete per esperienza "lo scarto irrimediabile" che esiste tra le vostre opere, per quanto riuscite, e "la folgorante perfezione della bellezza percepita nel fervore del momento creatore"(n.6). È lì la vostra passione quotidiana nel duplice significato della parola "passione": sacrificio e entusiasmo. Nell’amore insaziabile di una pienezza segretamente ambita, attingete tutta la forza necessaria per proseguire, costi quel che costi, la vostra opera artistica. Che questo pellegrinaggio giubilare vi aiuti soprattutto a ridurre lo scarto tra il Creatore e voi stessi, abbandonandovi nelle mani di Dio, questo Padre che sopprime le distanze andando incontro al figliol prodigo e coprendolo di baci, come lo ha colto il pennello di Rembrandt. Più sarete vicini a Dio, e più aspirerete voi stessi il suo soffio creatore, più soffierete voi pure sulle ceneri per rivelare l’incandescenza e la singolarità della vita a uomini che non sanno più che fabbricare il mondo in serie e senza calore.

Con Paul Claudel, nella "Messa laggiù", diciamo questa preghiera di offertorio:

Dio mio, vi offro questo grande desiderio di esistere!

Dio mio, vi offro questo grande desiderio di sfuggire al caso e all’apparenza!

Nell’Amore che è il mio fine faccia a faccia, nella Causa che è la Verità,

Lì soltanto troverò la mia dimora".

La caratteristica dell’Arte è di farci vedere le cose allo stato di genesi, come se Dio le presentasse ad Adamo nel giardino dell’Eden e ci facesse ripetere: "e Dio vide che ciò era buono" con quel filo di nostalgia lancinante che accompagna un bolero.

Dio si fa uomo, "luce nata dalla luce".

Accanto a Dio che fa l’uomo creatura "creatrice", il Giubileo ci mostra innanzi tutto, come in una dissolvenza incrociata, Dio che si è fatto uomo. Duemila anni che l’uomo continua a cercare, fin nel profondo di se stesso, Gesù Cristo, questa "icona del Dio invisibile" come dice san Paolo (Co 1,15). La grande arte della Chiesa, affinata da duemila anni di prove e di ritocchi, (il suo repertorio non varia) è di incidere in noi i tratti di Dio il cui fulgore più puro risplende sul volto dell’"Ecce homo" in piena Passione, come ne hanno testimoniato i grandi pittori e musicisti. "Se non hai visto la bellezza nel momento della sofferenza, non hai mai visto la bellezza", dice il poeta Schiller.

Bellezza dell’uomo di dolori, senza bellezza secondo questo mondo che lo nasconde sotto una maschera.

Bellezza di uno crocifisso che è sceso agli inferi, che ha visto cioè le viscere più oscure della terra e sa, quindi, quello che vi è nell’uomo.

Bellezza di una pietà come quella di Michelangelo, in cui la vita e la morte, tra il figlio e la madre, hanno perduto gli spigoli vivi al punto di confondersi.

Bellezza di uno risuscitato, illuminato dalla vittoria sulla morte e per la morte.

"Ecce Homo". Ecco l’uomo. Pilato ha detto bene.

Solo quell’uomo può riconciliarci con il vero Dio.

Solo quel Dio può rivelarci la verità dell’uomo.

Solo davanti alla Croce, l’uomo può sottrarsi al fascino della bellezza del diavolo per assaporare la follia del Dio di tenerezza e di misericordia.

Dio si è fatto uomo, "luce nata dalla luce", proclama il Credo. Anche le galassie lontane gravitano attorno a Gesù. Che questo pellegrinaggio giubilare aiuti voi esploratori della luce, voi catturatori della luce, voi giocatori con la luce, a fare dapprima luce in voi stessi. Quand’anche ben rinchiudeste nelle vostre opere tutta la luce del firmamento e del primo giardino, se non accoglierete "la luce nata dalla luce" che è Gesù Cristo, non avrete in voi la gioia perfetta, non sarete voi stessi luce per i vostri fratelli, come lo richiede il Vangelo di questa messa del Beato Angelico. Nella vita cristiana, come nella vita artistica, ciò che conta è l’occhio. Dimmi com’è il tuo occhio e ti dirò chi sei. "Se il tuo occhio è chiaro, tutto il tuo corpo sarà nella luce," dice Gesù (Mt. 6,22). Fra’ Angelico è stato chiamato "beato" già dai suoi contemporanei perchè ha saputo trasmettere, per la sua vita più che per la sua pittura, la luce divina che contemplava nel convento domenicano.

 

Artisti nell’arena della morte verso la Vita.

Non è tutto. Voi che fate grondare di vita e di luce le vostre opere, più di altri affrontate duramente la morte. È nell’arena della morte che gli artisti portano le vesti più belle della luce perchè, si dice, "solo il sole e la morte non possono guardarsi in faccia". Ma nessuno - all’infuori di Cristo- ha dato la stoccata alla morte e niente serve a farla sparire dal campo della nostra coscienza, essa verrà bene un giorno a falciare le nostre vite, le nostre opere, i nostri sogni. "Signore, dona a ciascuno la morte nata dalla sua propria vita" (R.M. Rilke). Il disegnatore cristiano delle notti di Montmarte, Willette, circa ccnto anni fà, aveva spinto l’umorismo fino ad ottenere dai seminatori di vita, che sono gli artisti, di salutare la morte all’inizio di ogni Quaresima a guisa di gladiatori romani: "Ti salutiamo, Signore, prima di morire"... "morituri te salutant".

Che il vostro pellegrinaggio giubilare vi aiuti a presentarvi davanti alla morte di faccia e non furtivamente, come voi siete, nel cavo della vostra miseria ma anche nello slancio della gioia nata dalla misericordia di Dio. Poichè, per noi cristiani, il vero volto della morte è quello del Vincitore della morte, del Risuscitato nel sole senza tramonto di Pasqua. Ritroviamo così Dio nel suo primo ruolo, nel suo unico ruolo di Maestro della Vita, direi Coreografo dell’Universo. Come potremmo sfuggirlo, alla maniera di quei bambini di cui parla il Vangelo ai quali si suonava il flauto e non volevano ballare? (Lc.7, 32). Nè danza dei morti, nè farandola o tarantella, e neppure "La Danza" di Matisse dai colori e dalle forme vertiginosi.

 

Quando il Signore mi inviterà ad entrare nella Sua gioia (cfr. Mt 25,21) preferirei entrare nella danza angelica dipinta da Fra’ Angelico nel "Giudizio finale" sui muri del convento San Marco di Firenze!

 

Cari amici artisti, possa questo pellegrinaggio giubilare permettere a tutta la Chiesa di ascoltare la vostra voce,

una voce fraterna, per condividere i vostri segreti più ricchi,

una voce ispirata, per trasmettere i vostri pensieri più nobili,

una voce calorosa, per proclamare l’uomo più grande dell’universo,

una voce raccolta per mormorare una preghiera più profonda dell’acqua dei ghiacciai,

una voce che si fa silenzio, per contemplare le nevi eterne del Regno dei cieli.

Amen.

 

Cardinale Roger Etchegaray

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