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PONTIFICIA COMMISSIONE PER
I BENI CULTURALI DELLA CHIESA
LETTERA
CIRCOLARE SULLA NECESSITÀ E URGENZA DELL'INVENTARIAZIONE E
CATALOGAZIONE DEI BENI CULTURALI DELLA CHIESA
Città del Vaticano, 8 Dicembre 1999
Eminenza (Eccellenza) Reverendissima,
La Pontificia Commissione per i Beni Culturali della Chiesa, dopo aver trattato
delle biblioteche e degli archivi,(1) con questo documento rivolge la sua
attenzione all’inventariazione-catalogazione dei beni culturali appartenenti a
enti e istituzioni ecclesiastiche, al fine di tutelare e valorizzare l’ingente
patrimonio storico-artistico della Chiesa. Tale patrimonio è costituito da
opere di architettura, pittura, scultura, oltre che da arredi, suppellettili,
vesti liturgiche, strumenti musicali, ecc.(2) Esso può essere considerato come il
volto storico e creativo della comunità cristiana. Il culto, la catechesi, la
carità, la cultura hanno modellato l’ambiente in cui la comunità dei
credenti apprende e vive la propria fede. La traduzione della fede in immagini
arricchisce il rapporto con la creazione e con la realtà soprannaturale,
richiamando le narrazioni bibliche e rappresentando le diverse espressioni della
devozione popolare.
Le singole comunità cristiane si riconoscono così nelle varie manifestazioni
dell’arte, e dell’arte sacra in particolare, realizzando un forte legame che
caratterizza e distingue le Chiese particolari nel comune itinerario religioso.
Esse inoltre hanno raccolto in archivi, biblioteche, musei, un’innumerevole
quantità di manufatti, documenti e testi che sono stati prodotti lungo i secoli
per rispondere alle diverse necessità pastorali e culturali.
Tali attività liberali “sono tanto più orientate a Dio e all’incremento
della sua lode e della sua gloria, in quanto nessun altro fine è loro assegnato
se non contribuire il più efficacemente possibile […] a indirizzare
pienamente le menti degli uomini a Dio”.(3)
Se le biblioteche possono essere considerate i luoghi della riflessione e gli
archivi i luoghi della memoria, il patrimonio storico-artistico della Chiesa è
la testimonianza concreta della creatività artigianale e artistica espressa
dalle comunità cristiane per dare splendore di bellezza ai luoghi del culto,
della pietà, della vita religiosa, dello studio e della memoria. Si può
affermare, quindi, che monumenti e oggetti, di ogni genere e stile, accompagnano
le vicende storiche della Chiesa. Essi, nelle loro interrelazioni, sono
strumenti idonei a promuovere l’evangelizzazione dell’uomo contemporaneo.
L’incidenza del patrimonio storico-artistico della Chiesa nel complesso dei
beni culturali dell’umanità è enorme, sia per la quantità e la varietà dei
manufatti, sia per la qualità e la bellezza di molti di essi. Non si possono
neppure dimenticare le insigni personalità che hanno messo il loro genio a
servizio della Chiesa. Ogni vocazione artistica può, infatti, dare
testimonianza del messaggio cristiano presso tutti i popoli. Tutte le opere
d’arte di ispirazione cristiana sono espressione di spiritualità universale e
locale. Esse possono coincidere con la ricerca religiosa, individuale e
comunitaria, raggiungendo, in alcuni casi, forme di totale sintonia spirituale
tra percorso creativo e fruitivo.
L’ininterrotta funzione culturale ed ecclesiale che caratterizza tali beni
rappresenta il miglior sostegno alla loro conservazione. È sufficiente pensare
quanto difficile e oneroso per la collettività diventi il mantenimento di
strutture che abbiano perso la propria destinazione originaria e quanto
complesse siano le scelte per identificarne delle nuove. Oltre alla “tutela
vitale” dei beni culturali è dunque importante la loro “conservazione
contestuale”, poiché la valorizzazione deve essere intesa complessivamente,
specie per quanto concerne i sacri edifici, dove è presente la maggior parte
del patrimonio storico-artistico della Chiesa. Non si può, inoltre,
sottovalutare l’esigenza di mantenere, per quanto possibile, inalterato il
legame tra gli edifici e le opere in essi contenute, onde garantirne una
completa e globale fruizione.
Requisito previo per salvaguardare questo ingente patrimonio è l’impegno
conoscitivo. Esso è preliminare ai successivi interventi e a tutti i tipi di
attività che interessano le autorità sia ecclesiastiche sia civili, secondo le
rispettive competenze.
Il percorso della conoscenza si può esplicare in diverse forme che trovano,
comunque, nella inventariazione e nella successiva catalogazione un supporto
valido e ampiamente riconosciuto nei suoi presupposti di base. Evidenziare i
singoli componenti e ricostituire la trama di relazioni stabilitesi tra i
manufatti nei diversi contesti è uno dei princípi-guida sottesi alle
metodologie di una moderna attività di ricognizione documentaria.
La presente circolare, pertanto, è rivolta ai Vescovi diocesani perché si
facciano portavoce dell’urgenza di curare il patrimonio storico-artistico,
partendo anzitutto dall’inventario, per approdare auspicabilmente alla
realizzazione del catalogo. Con essa si vorrebbe sensibilizzare anche i
Superiori degli Istituti di vita consacrata e delle Società di vita apostolica,
che nei secoli hanno dato origine a un patrimonio culturale di incalcolabile
valore.
Nel suo insieme la circolare intende illustrare nelle linee essenziali
l’inventariazione, da cui si può procedere per impostare l’attività
catalogatoria. Si tratta di un’operazione complessa e in continuo sviluppo,
urgente e necessaria, che deve essere condotta con rigore scientifico per
evitare soluzioni precarie e sperperi di risorse.
A partire dal persistente interesse della Chiesa per i beni culturali,
dimostrato fin dai primi secoli, e dopo aver chiarito la nozione, l’oggetto,
il metodo e il fine dell’inventariazione-catalogazione, il documento si
sofferma in primo luogo ad esporre l’urgenza dell’inventariazione. In
secondo luogo esso indica alcuni elementi per la successiva attività di
catalogazione. L’attenzione va poi alle istituzioni e ai soggetti responsabili
del settore.
Il documento riunisce i concetti di inventariazione e di catalogazione in un
unico concetto complesso. Questo per motivi di ordine teorico e pratico, quali
la necessaria continuità tra i due processi, le legittime differenze nel
concepirli, i diversi stadi di elaborazione dei medesimi e, soprattutto, la
diversa situazione delle singole Chiese particolari. Il documento, quindi,
presenta un itinerario che dall’inventariazione, necessaria e urgente, conduce
alla catalogazione, auspicabile e importante.
Il progetto parte dal disposto del Codice di Diritto Canonico, il quale
prescrive l’obbligo di redigere “un dettagliato inventario […] dei beni
immobili, dei beni mobili sia preziosi, sia comunque riguardanti i beni
culturali, e delle altre cose con la loro descrizione e la stima”.(4) Da qui si
procede a presentare l’opportunità di una descrizione sempre più completa
del patrimonio storico-artistico della Chiesa nelle sue componenti e nel suo
contesto. Infatti la disposizione del Codice, pur prescrivendo una procedura di
ordine amministrativo ai fini della tutela, sollecita, sia nella norma del
canone citato sia nel suo intento generale, la realizzazione di un inventario
accuratum ac distinctum teso a favorire la valorizzazione ecclesiale dei beni
culturali, in conformità con l’azione della Chiesa, orientata alla salus
animarum. Del resto, la descrizione del bene in oggetto conduce alla sua
dettagliata inventariazione e parimenti stimola alla progressiva elaborazione di
un catalogo.
Il documento intende così offrire alle Chiese particolari un orientamento
generale sull’inventariazione del proprio patrimonio storico-artistico, da
integrare progressivamente in un sistema catalogatorio, tenendo conto delle
esigenze ecclesiali, delle situazioni politiche, delle possibilità economiche,
del personale disponibile, ecc.
1. L’inventariazione-catalogazione:
Cenni storici
La Chiesa fin dai tempi più antichi comprese l’importanza dei beni culturali
nell’espletamento della sua missione. Infatti a tutto ciò che “attraverso i
secoli in qualsiasi modo le appartenne” diede dignità d’arte, imprimendovi
“come un riflesso della propria bellezza spirituale”.(5) Essa inoltre non solo
è stata committente d’arte e di cultura, ma anche si è prodigata per la
salvaguardia e la valorizzazione dei propri beni culturali, come si può
evincere da una pur rapida indagine storica.
Dell’importanza data dalla Chiesa alle opere d’arte sono valida
testimonianza le pitture delle catacombe, lo splendore delle chiese e il pregio
delle suppellettili sacre. Il Liber Pontificalis(6) e gli Inventari conservati
nell’Archivio Segreto Vaticano(7) documentano quale assidua cura ponessero i
Papi nell’ornare le chiese e come gli oggetti d’arte fossero ben presto
considerati patrimonio da curare con attenzione.
In epoca antica un primo intervento da parte del magistero papale sul
riconoscimento del valore dell’arte sacra avvenne per opera del Papa Gregorio
Magno (590-604). Egli sostenne l’uso delle immagini in quanto utili a fissare
la memoria della storia cristiana e a suscitare quel sentimento di compunzione
che porta il fedele all’adorazione; ma soprattutto costituiscono lo strumento
con cui si possono insegnare agli illetterati le vicende narrate nella
Scrittura.(8) A concludere la lotta iconoclasta, che travagliò per molti decenni
la Chiesa d’Oriente, con notevoli ripercussioni in Occidente e a dettare i
criteri dell’iconografia cristiana fu poi il Concilio Niceno II (787).(9)
Per tutto il Medio Evo è noto come gli Ordini monastici (specialmente i
Benedettini) e gli Ordini Mendicanti abbiano coltivato una grande attenzione
verso i beni artistici, fino a caratterizzarne lo stile e a emanare norme che
talvolta sono entrate a far parte delle stesse regole religiose.
Gli storici vedono, inoltre, nella preghiera d’istituzione degli ostiarii
(databile forse nella metà del III secolo) un primo sacro impegno per la tutela
dei beni da parte della Chiesa: “Badate a che per la vostra negligenza non
vada in rovina niente di quelle cose che sono nella chiesa. Agite in modo tale
come da render conto a Dio di quelle cose che sono custodite da queste chiavi
[che vi sono consegnate]”.(10)
Ben presto apparvero numerosi interventi normativi dei Romani Pontefici,
specialmente per quanto riguarda l’alienazione o la donazione di beni
culturali, che infliggevano gravi pene, non esclusa la scomunica, a coloro che
procedevano a tali atti senza le debite autorizzazioni.(11)
Non solo i Pontefici, ma anche i Concili Ecumenici si occuparono della tutela
dei beni culturali. Al riguardo possono essere ricordati il Concilio
Costantinopolitano IV (869-70)(12) e il secondo Concilio di Lione (1274).(13) In
particolare il Concilio di Trento, oltre a ribadire con un decreto la sua
posizione contro l’iconoclastia, aggiunse un elemento nuovo e assai
importante, cioè l’appello fatto ai vescovi di istruire i fedeli sul
significato e sull’utilità delle immagini sacre per la vita cristiana e
l’obbligo di sottoporre ogni immagine “insolita” al giudizio del vescovo
competente.(14)
Il 28 novembre 1534 il Papa Paolo III nominò per la prima volta un Commissario
per la conservazione dei beni culturali antichi.(15) In tempi più recenti un
chirografo del Papa Pio VII, in data 1° ottobre 1802, incluse tra i beni da
conservare, oltre a quelli antichi, anche tutti quelli delle altre epoche della
storia.(16) Basandosi su queste indicazioni, il 7 aprile 1820 il Camerlengo
Cardinale Pacca decretò l’inventariazione di tutti i beni culturali a Roma e
nello Stato Pontificio: “Qualunque Superiore, Amministratore, e Rettore, o che
abbia comunque direzione di pubblici Stabilimenti, e Locali tanto Ecclesiastici,
che Secolari, comprese le Chiese, Oratorj e Conventi, ove si conservano raccolte
di Statue e di Pitture, Musei di Antichità sacre e profane, e anche uno o più
Oggetti preziosi di belle arti in Roma e nello Stato, niuna persona eccettuata,
sebbene privilegiata e privilegiatissima, dovranno presentare una esattissima, e
distinta Nota degli Articoli sopra espressi in duplo sottoscritta, con
distinzione di cadaun pezzo”.(17) Tale editto, che servì di base e di
ispirazione per le leggi sulle “belle arti” in non poche nazioni europee del
sec. XIX e XX, per la prima volta dispose la redazione dell’inventario.
Anche se le summenzionate disposizioni si riferiscono propriamente allo Stato
Pontificio, esse tuttavia costituiscono una significativa testimonianza
dell’interesse della Chiesa circa la salvaguardia dei beni culturali e la
progressiva coscienza della loro inventariazione in vista della tutela
giuridica.
Per quanto riguarda la legislazione ecclesiastica specificatamente universale,
oltre alle già citate disposizioni dei Concili ecumenici, giova tenere presente
che fin dal 1907 Pio X imponeva agli Ordinari d’Italia la costituzione del
“Commissariato diocesano”, per valutare i beni culturali, vigilare sulla
loro conservazione ed esaminare i progetti di restauro e di nuove costruzioni.(18)
La preoccupazione della Chiesa che quanto era ordinato al culto dovesse essere
d’indiscutibile valore artistico è evidente nelle istruzioni sulla musica
sacra di Pio X del 22 novembre 1903.(19) La vigilanza sull’idoneità sacrale dei
manufatti che dovevano arredare le Chiese viene poi inculcata dall’enciclica
di Pio XII Mediator Dei (1947).(20)
Di conseguenza anche il Codice di Diritto Canonico del 1917 impegnava, con il
canone 1522, gli amministratori dei beni ecclesiastici a redigere un accurato e
distinto inventario delle cose immobili, delle cose mobili preziose o delle
altre con la loro descrizione ed estimazione. Dell’inventario andavano fatte
due copie, delle quali una era da conservare nell’archivio
dell’amministrazione, l’altra nell’archivio della Curia. In entrambe le
copie doveva essere annotato qualsiasi cambiamento che subisse il patrimonio.(21)
Di notevole importanza, ai fini della conservazione e valorizzazione del
patrimonio artistico culturale sacro, sono le circolari del Segretario di Stato,
Card. Gasparri, del 15 aprile 1923, n. 16605, e del 1° settembre 1924, n.
34215.(22) Con quest’ultima, diretta agli Ordinari d’Italia, si notificava
l’istituzione in Roma, presso la Segreteria di Stato di Sua Santità, di
“una speciale Commissione Centrale per l’Arte Sacra in tutta l’Italia”,
allo scopo di mantenere desto e operoso ovunque, mediante una propria azione di
direzione, d’ispezione e di propaganda, in collaborazione con le Commissioni
diocesane (o interdiocesane, o regionali), il senso dell’arte cristiana e di
promuovere la corretta conservazione e l’incremento del patrimonio artistico
della Chiesa.
Altre norme e istruzioni furono dettate, al medesimo fine, nelle circolari della
stessa Segreteria di Stato del 3 ottobre 1923, n. 22352(23) e del 1° dicembre
1925, n. 49158,(24) riportanti disposizioni pontificie in materia d’arte sacra.
Sono pure da menzionare le circolari della S. Congregazione del Concilio
rispettivamente in data 10 agosto 1928, 20 giugno 1929(25) e 24 maggio 1939.(26)
Con lettera circolare dell’11 aprile 1971 la Congregazione per il Clero
prescriveva l’inventario per gli edifici sacri e gli oggetti di valore
artistico o storico presenti in essi.(27)
L’attuale Codice di Diritto Canonico del 1983, nel canone 1283, n. 2-3,
ribadisce la norma del Codice del 1917, aggiungendo tra i beni da inventariare
anche tutti quei beni mobili che comunque riguardano i beni culturali.(28)
In sintesi si può dire che la Chiesa è stata fra le prime istituzioni
pubbliche che abbiano regolato con leggi proprie la creazione, la conservazione
e la valorizzazione del patrimonio artistico posto al servizio della propria
missione.
2. L’inventariazione-catalogazione:
prospettive generali
L’inventariazione-catalogazione esige anzitutto la precisazione dei termini in
questione secondo il pensiero della Chiesa. Occorre pertanto evidenziarne la
nozione, l’oggetto, il metodo e gli obiettivi.
2.1. La nozione
Bisogna dapprima distinguere la nozione di inventariazione da quella di
catalogazione. Le due operazioni hanno abitualmente finalità e metodologie
distinte, anche se connesse e complementari, in quanto parti organiche di
un’unica operazione conoscitiva e di un unico campo di interessi generali.
L’inventariazione è un’attività conoscitiva di base. Si può definire
“anagrafica” per il sistema puramente elencativo di carattere estrinseco con
cui si costituisce. La catalogazione invece prende in considerazione il bene nel
suo complesso e nelle sue finalità intrinseche. Si pone come momento più
approfondito di conoscenza dell’oggetto considerato nel suo contesto, nel suo
significato e nel suo valore.
La catalogazione, quindi, è l’esito maturo di un’iniziativa conoscitiva di
cui l’inventariazione costituisce l’indispensabile fase preliminare. Dal
momento che si tratta di un unico processo continuativo, la circolare,
nell’evidenziare oggetto, metodo, obiettivi, si avvale del termine congiunto
di inventariazione-catalogazione. Data infatti la natura sui generis del
patrimonio storico-artistico della Chiesa, non solo l’inventariazione, ma
anche la catalogazione risulta indispensabile. Tali beni, infatti, hanno una
naturale rilevanza culturale, sociale e religiosa, così che non possono essere
adeguatamente conosciuti, tutelati, valorizzati con una semplice operazione
elencativa. Tuttavia la diversa situazione delle singole Chiese particolari non
permette soluzioni univoche e neppure tempi brevi di elaborazione dei dati.
2.2. L’oggetto
L’oggetto materiale dell’inventariazione-catalogazione è il bene culturale
di interesse religioso in quanto manufatto, cioè in quanto opera prodotta
dall’uomo, visibile, misurabile, deperibile. Tale opera è dotata di
un’apprezzabile dimensione di rappresentatività religiosa, così che assume
il valore di bene culturale ecclesiale.
Da questa definizione restano esclusi i “beni ambientali”, cioè gli oggetti
non prodotti dall’uomo, e l’universo dei “beni culturali non materiali”,
quali la lingua, le consuetudini, i miti, i modelli di comportamento.
Tipologicamente, i beni materiali soggetti all’inventariazione-catalogazione
si dividono in “beni immobili” (quali gli edifici di culto e annessi, i
monasteri e i conventi, gli episcopi e le case parrocchiali, i complessi
educativi e caritativi, e altro) e in “beni mobili” (quali le pitture, le
sculture, gli arredi, le suppellettili, le vesti, gli strumenti musicali, e
altro). Gli altri beni (compresi i documenti archivistici e i libri), dei quali
è comunque auspicabile prendere coscienza per il loro valore antropologico,
culturale e ambientale, sono oggetto di una diversa metodologia investigativa e
ricognitiva.
L’oggetto formale dell’inventariazione-catalogazione è dato dalla raccolta
ordinata e sistematica delle informazioni relative a tali manufatti. Già la
fase iniziale della ricerca dei dati mediante una rigorosa documentazione,
l’individuazione dei beni culturali e la redazione del loro inventario
generale (cioè di un elenco nominale) comporta un’accurata operazione di
valutazione e di selezione. Infatti, in tutto il suo processo
l’inventariazione-catalogazione non è una semplice operazione enumerativa, ma
una selezione ragionata di informazioni in base a un particolare quadro
ideologico ed epistemologico di riferimento. Pertanto, già a partire
dall’organizzazione dei dati ricercati, deve essere maturata l’intenzione di
prendere in considerazione il valore storico-artistico, lo specifico ecclesiale,
l’unità contestuale, l’appartenenza giuridica, lo stato materiale di tali
beni, al fine di sintonizzare il lavoro di ricognizione con il sensus ecclesiae.
2.3. Il metodo
Il metodo di lavoro dell’inventariazione-catalogazione è sostanzialmente
riconducibile a quello delle discipline storico-artistiche. Esso si può
suddividere in tre fasi: a) la fase euristica o dell’individuazione dei beni
culturali, che si conclude con la redazione dell’inventario generale; b) la
fase analitica o della schedatura descrittiva del singolo bene culturale, che si
conclude con la compilazione della scheda nelle sue varie articolazioni; c) la
fase della sintesi o dell’ordinamento delle schede, che si conclude con
l’auspicabile formazione del catalogo propriamente detto.
Ciascuna di queste fasi presenta particolari e delicate problematiche che si
possono superare con rigore di procedimento, con la pratica esecutiva e con il
buon senso. È tuttavia essenziale che l’intera operazione non dimentichi i
fini verso cui è tesa: quello immediato della formazione dell’inventario e
del catalogo (fine materiale) e quello ultimo della conservazione e fruizione
(fine formale).
Un sistema di inventariazione-catalogazione può essere impostato facendo
riferimento a esigenze particolari di gestione, così che non tutti gli elementi
previsti per la scheda completa devono comparire, ad esempio, in quelle per le
forze di polizia, per l’uso turistico, per la divulgazione generale, per i
percorsi didattici, per la consultazione immediata, e altro. Tuttavia è
auspicabile l’integrazione dei dati tra i vari sistemi, in modo da non dover
ripetere l’operazione di inventariazione-catalogazione in funzione delle
diverse utenze, con dispendio inutile di risorse, prolungamento dei tempi
esecutivi, minore qualità dei risultati, difficile circolazione e interazione
delle informazioni.
L’inventario-catalogo può essere realizzato tanto su supporto cartaceo,
quanto su supporto informatico, a seconda delle diverse esigenze e situazioni.
Dal momento che l’informatizzazione sta assumendo grande rilievo, il supporto
informatico è abitualmente da preferire, anche se il supporto cartaceo non è
da sottovalutare. L’evolversi dell’inventariazione-catalogazione su supporto
informatico non deve però dare adito a eliminare o distruggere qualsiasi
documento cartaceo, salvo quanto contemplato esplicitamente dal Codice di
Diritto Canonico.(29)
2.4. Gli obiettivi
Gli obiettivi dell’inventariazione-catalogazione sono molteplici e di primaria
importanza. Fondamentalmente essi sono riducibili a tre: la conoscenza, la
salvaguardia e la valorizzazione del patrimonio storico-artistico secondo
criteri culturali ed ecclesiali.
2.4.1. La conoscenza
L’obiettivo fondamentale dell’inventariazione-catalogazione è la conoscenza
del patrimonio storico-artistico nei singoli oggetti, nella sua unitaria
globalità, nella complessità dei rapporti esistenti fra i vari oggetti che lo
compongono, nella sua inscindibile relazione alla storia e al territorio. Solo
all’interno di questi sistemi i beni che vi insistono acquistano significato e
valore. Essendo finalizzata a un’adeguata conoscenza del manufatto in quanto
bene culturale, l’inventariazione-catalogazione presenta un processo di
progressiva conoscenza contestuale dell’oggetto. La fase finale comporta
l’approfondimento investigativo tanto del bene e del suo contesto in una
logica interdisciplinare, quanto delle sue condizioni fisiche,
giuridico-amministrative e attinenti alla sicurezza. Questo al fine di
registrare i vari mutamenti a cui è soggetto ogni bene culturale e di fungere
da supporto documentario a qualsiasi richiesta di intervento.
L’attività che ne consegue sviluppa una serie articolata di conoscenze, che
deve essere organizzata secondo una precisa metodologia. Tale sistema permette
la realizzazione di obiettivi complessi e interrelati di fondamentale importanza
per ogni forma di approccio al patrimonio storico-artistico.
All’inventariazione-catalogazione va pertanto riconosciuta anche una funzione
propulsiva, al fine di una maggiore conoscenza del territorio e dei beni
culturali in esso presenti. Questo è possibile attraverso l’individuazione
delle caratteristiche geomorfologiche, economico-strutturali e storico-culturali
che ne determinano la complessa identità.
In proposito alcune Nazioni hanno maturato, ormai da lungo tempo, una radicata
consapevolezza e adeguati strumenti giuridici intesi a soddisfare le
summenzionate esigenze, mentre altre solo in tempi recenti si sono avviate sul
medesimo cammino.
2.4.2. La salvaguardia
La salvaguardia si caratterizza nella tutela giuridica e nella conservazione
materiale. Essa non si concretizza solo in adempimenti giuridici e
amministrativi orientati alla mera registrazione dei manufatti, attraverso la
pur preziosa redazione di inventari. La sua efficacia si misura soprattutto
nella predisposizione di quanto è utile alla redazione del catalogo quale
strumento di conoscenza, ordinato alla programmazione e pianificazione delle
molteplici forme di intervento. In tal senso si possono favorire il restauro, la
conservazione, la tutela, la prevenzione (contro furti e danneggiamenti),
oltreché la gestione globale dei beni presenti in un determinato territorio.
Nel contesto ecclesiastico ogni intervento di salvaguardia non può prescindere
dal valore cultuale, catechetico, caritativo, culturale del patrimonio
storico-artistico. Il primato, nella mens della Chiesa, va infatti al contenuto,
dal momento che i beni sono in funzione della missione pastorale e come tali
devono apparire nei riscontri inventariali e catalografici. Svolgendo una
costante azione di salvaguardia, la Chiesa crea e consolida di generazione in
generazione il legame tra i fedeli e le espressioni storico-artistiche
ecclesiali. Queste configurano l’appartenenza di una comunità al proprio
territorio, al vissuto ecclesiale, alle tradizioni religiose. La consapevolezza
di questo legame agisce come efficace antidoto al deterioramento e al
danneggiamento dei monumenti e degli oggetti ivi contenuti.
Da un punto di vista ecclesiale la salvaguardia, in ordine alla stesura
dell’inventario-catalogo, deve evidenziare l’uso del bene, al fine di
difenderne la connaturalità religiosa. Da un punto di vista tecnico essa
comporta la conoscenza preventiva delle peculiarità del bene e del contesto
storico per predisporre i successivi controlli e per stimolare gli interventi.
Da un punto di vista amministrativo essa esige la chiarificazione della proprietà,
l’aggiornamento catastale, la regolamentazione dell’usufrutto,
l’impostazione della gestione. Da un punto di vista della sicurezza essa
prevede una schedatura congrua alle esigenze dell’ente responsabile e degli
organi di polizia eventualmente preposti al settore.
2.4.3. La valorizzazione
La valorizzazione risulta emergente in ogni fase dell’attività di
inventariazione-catalogazione e ne determina finalità, modi e contenuti.
L’attività di valorizzazione è molto articolata e complessa. Attraverso
l’inventario-catalogo e con quanto può essere divulgato desumendo da esso, si
può creare una coscienza di rispetto e di fruizione dei beni nella loro identità
ecclesiale, culturale, sociale, storica, artistica. L’inventario-catalogo deve
cioè mettere in rapporto le persone con i beni culturali della Chiesa presenti
nelle grandi aree urbane, in quelle rurali e nei complessi museali. Tale ruolo
è di particolare importanza, perché il significato e il valore dei beni possa
essere approfondito attraverso un’analisi sistematica in grado di reintegrare
e riallacciare il rapporto vitale tra la singola opera d’arte e il contesto di
appartenenza.
In ambito ecclesiale la valorizzazione può tradursi nel far emergere le forme
legate alle singole identità culturali e religiose, consolidatesi all’interno
delle varie Chiese particolari. La maggiore conoscenza e l’individuazione
delle realtà che l’azione delle varie comunità ecclesiali ha prodotto
(luoghi di culto, monasteri e conventi; vie di pellegrinaggio e punti di
accoglienza; opere di carità espresse dalle confraternite e da altre
associazioni; istituzioni culturali, biblioteche, archivi e musei;
trasformazioni del territorio per opera delle istituzioni religiose; e altro)
consentono di mettere in luce l’opera di inculturazione e di assimilazione
avviata fin dall’origine del cristianesimo.(30)
Sia l’individuazione del bene nella complessità contestuale sia l’accesso
ai relativi dati informativi può essere favorita dalle tecniche informatiche.
Attraverso di esse diventa possibile comunicare con un sempre maggiore numero di
persone, informandole sui beni, ma anche su quanto viene distrutto da calamità
naturali e da eventi bellici. È questo un modo per sensibilizzare le coscienze,
promuovere strategie di intervento e, pertanto, valorizzare i beni culturali.
Non si deve inoltre dimenticare che le molteplici iniziative di valorizzazione
costituiscono un’occasione di occupazione e aprono a forme organizzate di
volontariato professionale, in cui devono sentirsi coinvolte anche le
istituzioni ecclesiastiche.
3. L’inventariazione:
un primo livello di conoscenza
L’inventariazione costituisce il primo passo nell’attività di conoscenza,
di salvaguardia e di valorizzazione del patrimonio storico-artistico di una
comunità ecclesiale. Infatti tale operazione, da una parte ostacola le
dispersioni di tale patrimonio, poiché fornisce un supporto materiale
attraverso cui ne viene conservata la memoria e, dall’altra, registra gli
ulteriori sviluppi, le trasformazioni, le sparizioni e le acquisizioni.
L’inventariazione favorisce pertanto l’incontro della comunità ecclesiale
con il proprio patrimonio culturale, diventando uno stimolo per conoscerlo,
conservarlo, fruirlo e arricchirlo. Tutela, conservazione, manutenzione,
valorizzazione, accrescimento del patrimonio storico-artistico sono dunque
aspetti intimamente connessi con l’inventariazione in quanto la presuppongono.
3.1. Il valore del patrimonio storico-artistico
Per adempiere alla propria missione pastorale, la Chiesa è impegnata a
mantenere il patrimonio storico-artistico nella sua funzione originaria,
indissolubilmente connessa con la proclamazione della fede e con il servizio
della promozione integrale dell’uomo. Viene così sottolineata la dimensione
specifica del bene culturale di carattere religioso, anteriore agli stessi usi
ai quali sarà ordinato. Il tesoro d’arte ereditato dalla Chiesa va conservato
perché esso “è come la veste esteriore e l’orma materiale della vita
soprannaturale della Chiesa”.(31)
In forza del suo valore pastorale, il patrimonio storico-artistico è ordinato
all’animazione del popolo di Dio. Esso giova all’educazione alla fede e alla
crescita del senso di appartenenza dei fedeli alla propria comunità. In molti
casi esso è espressione dei desideri, dell’ingegno, dei sacrifici e
soprattutto della pietà di persone di ogni condizione sociale, che si
riconoscono nella fede. Il tesoro artistico di ispirazione cristiana dà dignità
al territorio e costituisce un’eredità spirituale per le future generazioni.
Esso è riconosciuto come mezzo primario d’inculturazione della fede nel mondo
contemporaneo, poiché la via della bellezza apre alle dimensioni profonde dello
spirito e la via dell’arte di ispirazione cristiana istruisce tanto i credenti
quanto i non credenti. Soprattutto nell’ambito della celebrazione dei divini
misteri, i beni culturali contribuiscono ad aprire le menti degli uomini a Dio e
a far risplendere per dignità, decoro e bellezza, i segni e i simboli delle
realtà spirituali.(32)
Per il suo significato sociale, il patrimonio storico-artistico rappresenta un
peculiare strumento di aggregazione. Esso è fonte di civiltà, poiché attiva
processi di trasformazione dell’ambiente a misura d’uomo, sostiene nelle
singole generazioni la memoria del proprio passato, offre la possibilità di
trasmettere le proprie opere ai posteri. In esso la società contemporanea
riconosce l’immagine concreta e inequivocabile della propria identità storica
e sociale. Il dissolversi dell’unità culturale in tante società del mondo
moderno, a causa della frammentazione ideologica ed etnica, può essere
efficacemente bilanciata con la riscoperta del proprio passato, delle radici
comuni, della vicenda storica, della memoria culturale di cui il patrimonio
storico-artistico è espressione. L’inventariazione favorisce, quindi, la
percezione del significato sociale del bene culturale, incentivandone
l’urgenza di una tutela e di una fruizione “globale”.
3.2. La contestualizzazione del patrimonio storico-artistico
Dal momento che i beni culturali della Chiesa hanno importanza soprattutto nel
loro complesso e non solo nella loro individualità e materialità,
l’attenzione al contesto ecclesiale è di fondamentale importanza. I beni
culturali della Chiesa, in tutte le loro espressioni, sono testimonianze
specifiche della “Tradizione”, ovvero dell’azione con cui la Chiesa,
guidata dallo Spirito Santo, porta il Vangelo alle “genti”. Essi si
qualificano come “beni” in quanto ordinati alla promozione umana e
all’evangelizzazione.
Attraverso tali beni si dispiega l’azione pastorale della Chiesa dando
continuità e prospettiva alla vita ecclesiale. Essi sono culturalmente e
spiritualmente significativi nell’ambito della comunità cristiana che li ha
prodotti e nell’offerta alla fruizione di coloro che ne vengono in contatto.
Di conseguenza non si possono considerare isolatamente dal complesso cui
appartengono e devono subordinarsi alla missione della Chiesa. Per questo
l’opera di inventariazione deve identificarne il contesto in modo da
sottolineare la natura relazionale e l’afflato spirituale di cui sono segni
sensibili.
L’importanza del contesto per i beni culturali ecclesiastici comporta quindi
la necessità di conservarli quanto più possibile nei luoghi e nelle sedi
originarie. Tuttavia l’esigenza primaria della salvaguardia e i motivi di
sicurezza possono consentire lo spostamento delle opere dal loro contesto
originario. In tale prospettiva, il progressivo diffondersi dell’istituzione
di musei ecclesiastici a carattere territoriale, apprezzabile da molti punti di
vista, va valutato con attenzione, tenendo presente l’esigenza di mantenere,
per quanto possibile, l’originario legame tra il bene, il luogo di
appartenenza e la comunità dei fedeli. È questo, infatti, un rapporto vitale
difficilmente sostituibile dalla musealizzazione delle testimonianze cristiane
presenti in un determinato territorio. A questo scopo il “museo diffuso”,(33)
la conservazione del materiale in disuso nell’ambito originario, i centri
regionali di elaborazione dati, costituiscono soluzioni che contemperano le
molteplici e talvolta discrepanti esigenze contestuali e conservative.
La necessaria ricognizione contestuale facilita la ricostruzione dell’ambiente
storico e sociale, la ricomposizione delle stratificazioni culturali e
religiose, la conoscenza dei materiali e delle tecniche di esecuzione. Questo
processo ricognitivo fa convergere tutto quanto può concorrere a una
comprensione accurata e dinamica delle opere storiche e artistiche. A questo
proposito, il diffondersi dei sistemi di inventariazione informatica, se da una
parte facilitano agli utenti la conoscenza del bene, dall’altra potrebbero
diminuire la peculiarità della fruizione in loco. L’esigenza di consentire
l’accesso ai beni come espressione della cultura del territorio può essere
soddisfatta con la valorizzazione del manufatto sul posto, l’organizzazione di
mostre, l’elaborazione di visualizzazioni informatiche.
3.3. La ricognizione degli oggetti
Le precedenti considerazioni fanno emergere l’importanza di
un’inventariazione che sia strumento di salvaguardia dell’opera nella sua
individualità, nel suo ambiente ecclesiale, nel suo contesto territoriale e
nella sua vitalità spirituale. L’opera di ricognizione attraverso
l’inventariazione richiede dunque un’accurata pianificazione degli
interventi, che auspicabilmente comporta l’intesa tra le varie istituzioni
ecclesiastiche e civili interessate, dal momento che in molti casi l’ingente
patrimonio storico-artistico della Chiesa è diventato anche prezioso patrimonio
delle singole nazioni. Tale concertazione deve essere ordinata all’uso
razionale delle risorse, all’integrazione dei sistemi di inventariazione, alla
protezione giuridica dei dati e alla regolamentazione del loro accesso.
Gli orientamenti comuni che ne derivano possono migliorare la gestione del
patrimonio storico-artistico e guidare in modo adeguato gli interventi degli
organismi ecclesiastici e civili preposti istituzionalmente a questi compiti.
Nell’elaborazione di tali orientamenti si devono tenere presenti le esigenze
sociali e pastorali. Rispettando infatti le finalità culturale e religiosa, si
possono programmare molteplici attività inerenti alla salvaguardia e al pieno
godimento dei beni di carattere storico-artistico, nel rispetto delle diverse
funzioni che li contraddistinguono.
In situazioni particolari, laddove gli organismi statali non siano in grado di
avviare programmi intesi a favorire la conoscenza del patrimonio culturale, la
Chiesa, secondo la sua tradizione, può farsene doverosamente promotrice. Essa
può quindi diventare soggetto di riferimento per dar vita a iniziative che, a
partire dall’inventariazione, siano in grado di documentare le connessioni tra
cultura materiale e religiosa, quale espressione viva della spiritualità che
caratterizza i diversi popoli.
Qualora si giunga poi alla collaborazione tra autorità ecclesiastiche e civili
nella costituzione di inventari territoriali, verrebbe facilitata la
circolazione integrata delle informazioni relative al patrimonio
storico-artistico della Chiesa. Le informazioni raccolte in maniera univoca e
organizzate in archivi, soprattutto se telematizzate, potranno infatti
costituire una “banca-dati” utile per diverse finalità e potranno essere
consultati in un unico centro o in più sedi debitamente collegate e gestite.
La diffusione delle informazioni a livello mondiale rappresenta una sfida per il
nostro tempo. Nell’attuale contesto di globalizzazione, la tecnologia è in
grado di fornire gli strumenti per affrontare con successo tale sfida. È però
importante giungere alla definizione di protocolli di intesa che impegnino gli
organismi ecclesiastici e civili (nei vari livelli regionali, nazionali,
internazionali) alla collaborazione, alla programmazione, alla realizzazione di
progetti congiunti, nel pieno riconoscimento delle distinte finalità e
competenze.(34) La globalizzazione non può ridursi a un fatto economico che
rischi di emarginare ulteriormente i più poveri. Essa deve far nascere una
nuova civiltà, dove più facilmente sia possibile accedere in modo controllato
alle informazioni per usufruire della memoria storica dell’intera umanità.
3.4. Il rischio di dispersione
Come si è documentato nel punto 1., nel corso della sua storia bimillenaria la
Chiesa si è preoccupata non solamente di promuovere la creazione di beni
culturali ordinati alla sua missione, ma anche di provvedere alla loro
salvaguardia, emanando anzitutto disposizioni che prevenissero comportamenti
illeciti e indebite alienazioni. In tal senso gli amministratori pro tempore di
tali beni, essendo i custodi e non i proprietari di un patrimonio, che è
destinato alla comunità dei fedeli, da tempo immemorabile sono tenuti a curare
la stesura e ad aggiornare gli inventari conformemente alle norme universali
della Chiesa e alle disposizioni delle Chiese particolari o delle singole
istituzioni ecclesiastiche.
Tuttavia il rischio della dispersione continua a incombere sul patrimonio dei
beni culturali della Chiesa, sia nei paesi di antica, sia in quelli di recente
evangelizzazione. Nei primi, a causa del ridimensionamento di varie istituzioni
e dei frequenti mutamenti di destinazione d’uso, avvengono alienazioni e
trasferimenti di opere di interesse storico e artistico. Negli altri non sempre
esistono le condizioni per un’efficace attività di salvaguardia, data la
precarietà di tante situazioni e l’abituale povertà delle risorse. Per
arginare il rischio di dispersione, l’inventariazione “accurata e
dettagliata” è di fondamentale importanza, poiché, mentre consente
un’analitica ricognizione del patrimonio storico-artistico, promuove
l’acquisizione di una “cultura della memoria”.
Particolarmente nella nostra epoca il patrimonio culturale ecclesiastico sta
correndo vari pericoli: la disgregazione delle tradizionali comunità urbane e
rurali, il dissesto ambientale e l’inquinamento atmosferico, le alienazioni
inconsulte e talora dolose, la pressione del mercato antiquario e i furti
sistematici, i conflitti bellici e le ricorrenti espropriazioni, la maggiore
facilità dei trasferimenti conseguente all’apertura delle frontiere tra molti
Paesi e la scarsità di mezzi e di persone preposte alla tutela, la mancanza di
integrazione dei sistemi giuridici.
In questa situazione l’attività inventariale è un valido deterrente, un
segno di civiltà e uno strumento di tutela. Essa mette in guardia dai
comportamenti illeciti mediante un documento ufficiale che può essere fatto
valere in sede privata e pubblica da parte di istituzioni ecclesiastiche e
civili, tanto locali quanto nazionali e internazionali. L’inventario, e
soprattutto il catalogo, sono infatti uno strumento di fondamentale importanza
per il recupero, da parte delle forze di polizia, delle opere rubate, disperse,
o trasferite illecitamente. Infatti senza un supporto documentario, accompagnato
dalla fotografia, è difficile, se non impossibile, dimostrare la provenienza
delle opere in questione, al fine di restituirle ai legittimi proprietari.
In ambito ecclesiastico l’inventariazione è compito delle singole Chiese
particolari, si avvale degli eventuali orientamenti delle Conferenze episcopali
e fa capo alle direttive della Santa Sede.
L’inventariazione sollecita inoltre le collettività al rispetto dei beni
comuni (sia del passato sia del presente), educando al senso di appartenenza. In
tale contesto anche i mezzi di informazione di massa e le istituzioni educative
possono promuovere un nuovo approccio ai beni culturali tanto dei responsabili,
quanto della collettività.
3.5. L’organizzazione
dell’inventariazione
L’inventariazione può essere organizzata su supporti sia cartacei sia
informatici, che non si escludono a vicenda. Dal momento che
l’informatizzazione sta modellando gli attuali sistemi culturali, è bene
utilizzare, laddove è possibile, anche tali moderne tecnologie, al fine di
attivare una schedatura più duttile, maggiormente usufruibile, facilmente
integrabile.
Nell’organizzazione dell’inventariazione è di primaria importanza la
regolamentazione dell’accesso alle informazioni, poiché non tutti i dati
devono essere messi a disposizione di chiunque per ovvi motivi di sicurezza del
patrimonio storico-artistico. Occorre per questo distinguere l’inventario
completo (cartaceo o informatico) dall’eventuale inventario immesso in reti
informatiche. Inoltre anche i dati in rete devono essere consultabili in modo
diversificato e graduale, usufruendo di distinti codici di accesso.
Nell’impostazione delle schede inventariali è opportuno servirsi di
metodologie in uso a livello nazionale e internazionale. Nel lavoro si può
procedere da un’organizzazione elementare, che permetta di compilare una
scheda essenziale, ad una più elaborata, che porti a raccogliere e articolare
più dati. È quindi necessario che l’impostazione del lavoro inventariale
permetta ulteriori sviluppi e integrazioni.
L’inventario va conservato in luogo idoneo e sicuro. Si può pensare alla
realizzazione di unità centrali e periferiche, in misura delle diverse esigenze
generali e locali.
Per l’elaborazione delle schede occorre avvalersi, per quanto possibile, di
personale adeguatamente preparato. I responsabili devono saper comprendere le
finalità dell’inventario, le procedure organizzative, la regolamentazione
dell’accesso. È necessario che i singoli operatori siano in grado di
elaborare le schede (cartacee o computerizzate), raccogliendo i dati e
inserendoli in esse. Pertanto nell’organizzazione dell’inventario di una
Chiesa particolare ci si può avvalere di consulenze esterne professionali, al
fine di ottenere le direttive essenziali per chi deve poi svolgere concretamente
il lavoro.
4. La catalogazione:
un livello più approfondito di conoscenza
In continuità e come sviluppo dell’inventariazione vi è la catalogazione che
può essere realizzata anch’essa su supporto cartaceo, informatico o misto. Al
riguardo, nell’impostare le schede, si devono stabilire criteri e terminologie
uniformi e rigorose, al fine di permettere un ordinamento organico.
Di primaria importanza è la configurazione della scheda catalografica. Questa
dev’essere concepita quale struttura flessibile, idonea a raccogliere dati
secondo diversi livelli di competenza, consentendo, dopo il primo rilevamento
del bene mediante l’inventario, il suo successivo approfondimento. Alla scheda
iniziale si devono perciò poter allegare altre informazioni. In particolare è
indispensabile un repertorio fotografico ed è auspicabile un riscontro
cartografico contestuale.
4.1. Il supporto della catalogazione
La catalogazione cartacea, ereditata dal passato, non ha perso la sua importanza
e in alcuni casi continua a essere l’unica forma possibile di raccolta dei
dati, specie in situazioni in cui le risorse economiche sono limitate. Tuttavia
la catalogazione realizzata esclusivamente attraverso l’uso di schede cartacee
presenta vari limiti, sia per l’eccessiva ampiezza di spazi necessari a
contenere le schede, sia per la difficile diffusione delle informazioni sui beni
catalogati. È pertanto auspicabile promuovere l’uso del supporto informatico
accanto al tradizionale sistema cartaceo. L’informatizzazione permette,
infatti, consultazioni rapide, rendendo più efficaci gli interventi di
salvaguardia e di recupero dei beni. In particolare questo impegno è
significativo per il patrimonio storico-artistico ecclesiastico, sia per quello
in uso, perché più esposto a furti o danneggiamenti, sia per quello in disuso,
perché spesso depositato in luoghi di difficile accesso.
In riferimento ai beni culturali della Chiesa, l’eventuale catalogazione
informatizzata deve poter ottemperare ad alcuni criteri: adattarsi ai diversi
contesti locali e, nel contempo, integrarsi con programmi di più ampio respiro
e tra loro interconnessi; favorire la consultazione dei dati di interesse
ecclesiale, anche superando i vincoli imposti da pertinenze non ecclesiastiche;
facilitare la ricostruzione del contesto originario e la riqualificazione
religiosa dei beni dispersi; finalizzare la raccolta dei dati alla
valorizzazione del bene nel suo contenuto religioso; promuovere la fruizione in
loco delle opere, in modo da evitare la tentazione di approcci puramente
virtuali.
Dal punto di vista tecnico l’informatizzazione va impostata tenendo conto
delle dimensioni e della tipologia di un determinato sistema catalogatorio. Un
catalogo di piccole dimensioni richiede investimenti limitati per l’acquisto
di apparecchiature e per il personale da coinvolgere; inoltre l’attività di
formazione di quest’ultimo è meno complessa. Un catalogo di grandi dimensioni
e di importanza rilevante, al contrario, necessita di investimenti più onerosi
sia per le apparecchiature da utilizzare, sia per la preparazione del personale
coinvolto.
Le caratteristiche di ogni catalogo condizionano la scelta appropriata
dell’hardware e software, il grado di preparazione del personale, il numero
degli esperti da coinvolgere e la metodologia da adottare. Inoltre, dal momento
che gli attuali sistemi informatici sono collegati in rete, è auspicabile una
pianificazione a largo raggio attraverso il concorso di istituzioni
ecclesiastiche e civili, al fine di ottenere una comune e più efficiente
organizzazione, interazione e utilizzazione del materiale raccolto.
Per il reperimento delle risorse finanziarie sarà bene ricordare che in molti
casi le provvidenze pubbliche possono assumere la forma di contributi a fondo
perduto per progetti che hanno rilevante valenza culturale, ambientale,
turistica, e altro. Alcuni organismi nazionali e internazionali, inoltre,
nell’ambito delle loro politiche culturali, stanno elaborando programmi di
catalogazione informatica di materiali localizzati anche in aree molto lontane
tra loro. È perciò opportuno che le Chiese particolari e le Conferenze
episcopali promuovano accordi con tali istituzioni per accedere a progetti tesi
a favorire l’integrazione dei dati e a concedere aiuti economici. Dopo attenta
valutazione sulla convenienza e sull’opportunità, si possono avanzare
richieste di finanziamento anche a enti privati.
In ogni tipo di accordo occorre sempre evitare ogni indebita
commercializzazione, discernere l’impostazione delle schede, legalizzare la
proprietà dei dati raccolti, regolamentare l’uso delle informazioni.
Per facilitare e ampliare la possibilità di consultazione del catalogo si
possono anche attivare collegamenti via internet. In tal caso occorre un’opera
di attento discernimento e controllo delle informazioni da immettere oltreché
di impostazione delle modalità di accesso alle medesime. Il sistema internet
non costituisce un investimento molto oneroso e si apre a nuove prospettive di
finanziamento. La crescente affidabilità e diffusione dello strumento lo rende
accessibile a tutti coloro che hanno una conoscenza di base dell’informatica.
Grazie a internet la fruizione di un catalogo può essere aperta a una più
larga cerchia di studiosi e cultori con l’abbattimento di barriere ideologiche
e religiose. Per una diffusione riservata delle informazioni è tuttavia
opportuno utilizzare sistemi di rete intranet. Poiché l’universo telematico
è in continua e rapida crescita, le competenti autorità ecclesiastiche, nella
misura del possibile, dovrebbero studiare le modalità per eventuali
investimenti nel settore. I processi informatici, infatti, costituiscono le
nuove frontiere della comunicazione e pertanto sono da considerare un veicolo
particolarmente adatto per conservare e trasmettere alle future generazioni
quanto il cristianesimo ha creato nel campo dei beni culturali.
4.2. I criteri della catalogazione
Nel processo di catalogazione è di grande importanza la fase analitica, che si
conclude con la compilazione della scheda catalografica propriamente detta. Essa
costituisce il momento centrale e qualificante dell’intera operazione. Una
volta compilata, la scheda costituisce il “referto sintetico” di
un’indagine critica sul bene culturale nella sua identità e dev’essere
concepita come modulo destinato a raccogliere in organica sintesi tutte le
informazioni di carattere morfologico, storico-critico, tecnico, amministrativo
e giuridico, relative alle cose catalogate.
Nella scelta della scheda è bene avvalersi dei sistemi già in uso a livello
nazionale e internazionale, sempre allo scopo di favorire la circolazione e
l’integrazione dei dati. Nelle nazioni in via di sviluppo, dove non sono
ancora stati elaborati metodi catalografici efficienti, ci si può orientare
verso i sistemi più comuni a livello internazionale, scegliendo quelli già
collaudati e maggiormente compatibili con altri sistemi. Grazie infatti
all’operato di organismi internazionali si stanno concertando criteri comuni e
sistemi compatibili di catalogazione.(35)
Di conseguenza, per la definizione del modello di scheda di rilevamento relativo
alle diverse tipologie di beni, si sono sviluppate metodologie che permettono
l’organizzazione uniforme e sistematica delle specifiche informazioni, tenendo
presente l’esigenza di ricostituire il legame delle opere tra loro e con il
territorio di appartenenza. I dati informativi contenuti nella scheda vanno
necessariamente scomposti in unità elementari (campi), al fine di consentire la
schedatura analitica e l’eventuale trattamento informatico.
Nell’impostazione della scheda è pertanto importante conformare la
distinzione dei campi e l’uso della terminologia. I principali campi possono
essere così enucleati: oggetto, materiale, misure, località, proprietà, stato
di conservazione. La scheda analitico-sintetica che ne deriva deve
progressivamente rispondere ai seguenti requisiti, al fine di identificare
chiaramente l’oggetto e il relativo contesto:
a) assegnare un “codice” che riconduca in maniera univoca al bene culturale
in oggetto (sigla numerica o alfanumerica);
b) adottare una terminologia comune e stabilita, avvalendosi dei glossari;(36)
c) identificare il bene culturale (oggetto, materiale, misure, stato di
conservazione);
d) identificare la condizione giuridica e topografica del bene culturale
(diocesi, parrocchia, provincia, comune, ente usufruttuario o proprietario,
collocazione, provenienza, notifiche);
e) dare una descrizione visiva del bene culturale (fotografia, disegno, rilievo,
planimetria);
f) creare la possibilità di ulteriori integrazioni e aggiunte (epoca, autore,
descrizione storico-artistica e iconografica, valutazione critica, descrizioni
particolareggiate, trascrizioni epigrafiche, bibliografia specifica, “cartella
clinica” dei restauri, registro degli interventi manutentivi, notizie su
mostre e convegni, dati sul catalogatore);
g) impostare la scheda in modo da favorire la lettura e la gestione dei dati da
parte di coloro che devono utilizzarla;
h) collocare le schede in luogo sicuro e in un ambiente idoneo alla loro
conservazione e consultazione;
i) fornire il catalogo di uno schedario analitico (cartaceo o informatico) per
facilitare la ricerca;
j) tutelare giuridicamente l’utilizzazione e la proprietà delle informazioni
raccolte.
4.3. La documentazione attraverso la cartografia
La cartografia storica riflette attraverso i tempi l’immagine dell’ambiente
creato dalle diverse comunità. Essa costituisce una documentazione essenziale
per rintracciare e fissare le fasi del continuo mutare del territorio in
relazione alle diverse esigenze, incluse quelle spirituali, che hanno indotto
l’azione dell’uomo a modificare il contesto urbano e ambientale.
Specie nei centri storici di città e nei complessi ecclesiastici di antica
fondazione, se ancora non esiste, occorre avviare una ricerca che metta in
evidenza le varie fasi di sviluppo del territorio. A integrazione della scheda
catalografica, perciò, vi può essere il riscontro cartografico che documenti
la situazione dei beni ecclesiastici nelle sue fasi storiche.
L’esigenza di una lettura approfondita dell’evoluzione storica delle realtà
urbane e rurali, laddove i beni di carattere religioso hanno un ruolo emergente,
richiede di impegnarsi nella conoscenza, conservazione e valorizzazione, anche
mediante pubblicazioni, della cartografia storica, abitualmente custodita negli
archivi ecclesiastici (curie, capitoli, monasteri, conventi, confraternite, e
altrove).
Accanto alla cartografia storica si pone quella contemporanea, significativa per
rilevare il bene nella situazione odierna. La piena contestualizzazione dei beni
e la comparazione dei dati rappresentano quindi un requisito fondamentale per
conoscere sia la prassi religiosa, sia l’incidenza socio-culturale del
patrimonio storico-artistico della Chiesa, sia per assicurare la pertinenza
giuridica.
Anche per questo complesso di informazioni è importante individuare le
metodologie e gli standards che garantiscono la corretta gestione e acquisizione
dei dati. È opportuno avvalersi dei sistemi cartografici esistenti a livello
nazionale e internazionale.
4.4. La documentazione fotografica
Parte integrante della catalogazione è costituita dalla documentazione
fotografica e, pertanto, in ogni scheda deve figurare almeno una fotografia del
bene recensito. Inoltre è auspicabile un archivio fotografico dove si documenti
l’opera nei particolari: condizione fisica, eventuali restauri, eventi
particolari in cui è coinvolto il bene in oggetto. Curare in maniera attenta e
completa la documentazione fotografica, infatti, è premessa indispensabile per
l’identificazione del bene, l’esame storico-critico, il recupero in caso di
furto o di illecita alienazione.
Anche il recupero e la conservazione di materiale fotografico prodotto nel corso
del nostro secolo, rappresentano un notevole impegno, la cui importanza è
estremamente significativa, poiché tale repertorio documentario è la
testimonianza, talvolta unica, delle trasformazioni avvenute. Occorre, perciò,
particolare attenzione nel custodire adeguatamente, e nel riportare
eventualmente su supporti moderni, la documentazione fotografica acquisita in
epoche precedenti.
La multimedialità offre oggi varie potenzialità anche nel campo fotografico.
Gli attuali sistemi possono essere utilizzati anche a fini didattici e
divulgativi, allo scopo di favorire i processi di informazione e formazione
dell’opinione pubblica. Per questo non va sottovalutato l’apporto di tali
risorse tecnologiche nel corredare il catalogo di documentazioni in video.
Indubbiamente non in tutte le situazioni, in cui si trova a operare la Chiesa,
sono attuabili simili provvedimenti. Tuttavia, la conoscenza delle possibilità
e dei limiti delle nuove tecnologie permette di evitare errori, omissioni e
inutili soluzioni intermedie.
4.5. L’impostazione
del catalogo
Le schede catalografiche vanno ordinate in un catalogo, che è il collettore del
processo di raccolta e di sistemazione delle informazioni. Ogni catalogo deve
elaborare un sistema di funzionamento atto a stabilire la metodologia di
collocazione, integrazione, gestione e consultazione delle schede.
Le archiviazioni su supporti cartacei hanno avuto tradizionalmente un
ordinamento topografico atto a garantire la reperibilità del documento in un
determinato ambito territoriale, con immediato riscontro delle eventuali lacune.
Al sistema topografico si è talvolta aggiunta la schedatura per soggetti e per
persone al fine di fornire altre chiavi di ricerca. In tal caso, oltre le schede
catalografiche e gli eventuali fascicoli integrativi, si è provveduto a un
sistema di schede di rimando. L’introduzione dell’informatica sta ora
determinando il superamento di questo sistema. Le informazioni raccolte,
infatti, risultano reperibili e consultabili attraverso molteplici chiavi di
accesso, determinate preventivamente e organizzate in sistemi di ricerca.
Le attuali esigenze di ordinamento e di consultazione dei cataloghi, soprattutto
di quelli centrali che raccolgono una grande quantità di materiali documentari,
conducono a realizzare forme di gestione automatizzata che si affiancano alle
metodologie tradizionali. Tale gestione informatica del catalogo offre
molteplici vantaggi per la completezza dei dati, il risparmio delle risorse,
l’agevole consultazione, la possibilità di ottenere statistiche tanto sulla
gestione delle informazioni quanto sugli oggetti recensiti, facilitando inoltre
le attività di controllo e di programmazione a livello sia centrale sia
periferico.
Nell’ordinamento di un catalogo non sempre però si possono raggiungere
soluzioni informatiche di alto livello professionale, anche se queste stimolano
operazioni catalogatorie di più ampia prospettiva. La realizzazione di un
catalogo informatico collegabile con altri comporta poi l’adozione di
programmi tra loro compatibili, così che occorre arrivare a un accordo
interistituzionale. E’ necessario, tuttavia, ribadire che il catalogo
informatico non annulla la presenza e la validità di cataloghi cartacei
preesistenti o concorrenti.
4.6. La gestione del catalogo
Data la complessità degli elementi in giuoco, particolare cura deve essere
riservata alla gestione dell’impresa catalogatoria in ogni singola Chiesa
particolare. Questo impegno va assolto per non sprecare risorse economiche e di
personale. Conseguentemente esso è ordinato a discernere le metodologie idonee
a breve, medio e lungo termine.
La gestione deve perciò essere indirizzata e diretta da strumenti di analisi
preventiva, mirati all’individuazione delle emergenze e delle priorità
operative. In tal senso è possibile ottemperare alle diverse finalità che si
legano a problematiche in ordine alla sicurezza materiale, agli interventi
manutentivi, all’utilizzazione pastorale. Qualunque sia la struttura
gestionale adottata occorre ordinarla alla tutela del bene nel suo contesto e
nel suo uso ecclesiale.
La gestione deve impostare il catalogo nel suo ordinamento generale e nella sua
utilizzazione. Specialmente nel contesto ecclesiale il catalogo non deve essere
considerato come un “archivio” chiuso e definitivo, bensì come una
“anagrafe” aperta a integrazioni, arricchimenti, aggiornamenti, correzioni e
rettifiche. Solo in tal modo il catalogo dei beni culturali può mantenere e
svolgere la sua funzione di strumento attivo di conoscenza, gestione, tutela e
valorizzazione del patrimonio storico-artistico.
5. L’inventariazione-catalogazione:
istituzioni preposte e agenti
L’impostazione dell’inventariazione e della catalogazione esige un’attenta
considerazione sull’organizzazione delle istituzioni preposte alla
preparazione degli agenti del settore.
In questo quadro assume particolare significato il rapporto interistituzionale,
la sensibilizzazione dei responsabili ecclesiastici, l’educazione della
comunità cristiana.
5.1. Le istituzioni
La cura della catalogazione rientra negli impegni di ogni Chiesa particolare
che, a tale scopo, è chiamata ad attivare organismi e promuovere collaborazioni
al fine di impostare un congruo sistema operativo. In particolare le competenti
autorità ecclesiastiche, nel rispetto delle diverse situazioni, sono invitate,
dove è possibile e opportuno, a promuovere e concordare intese con Enti
pubblici e privati per pianificare la gestione, configurare le metodologie,
formare i catalogatori, reperire le risorse. Anche se le singole Chiese
particolari possono redigere autonomamente un loro catalogo dei beni culturali
di pertinenza ecclesiastica, è opportuno adoperarsi per il coinvolgimento
attivo di tutte le forze (Chiesa, Stato, privati) interessate a un’esatta
conoscenza del patrimonio storico-artistico-culturale di un determinato
territorio. In tale contesto la pianificazione dell’inventario-catalogo può
raggiungere risultati ottimali.
L’inventariazione-catalogazione del patrimonio storico-artistico-culturale
avvia processi di fruttuosa collaborazione interistituzionale nel comune impegno
degli organismi ecclesiastici e civili. La reciproca disponibilità di dati e di
immagini è la premessa al buon esito dell’iniziativa. La possibilità di
integrarli in un unico sistema presuppone l’adesione a direttive di merito e
di metodo stabilite dagli organismi istituzionalmente deputati a realizzare
questi obiettivi nei vari contesti ecclesiastici, nazionali,
internazionali.
Nel caso in cui la collaborazione tra Enti ecclesiastici e civili fosse
impossibile, la Chiesa, come è già stato affermato, è comunque chiamata a
procedere all’inventariazione e auspicabilmente alla catalogazione dei propri
beni, secondo la sua specifica legislazione.
5.2. Gli agenti
L’inventariazione-catalogazione deve essere realizzata da persone (sia
chierici sia laici) adeguatamente preparate. Tale preparazione è diretta alla
compilazione delle schede inventariali-catalografiche e alla gestione
dell’inventario-catalogo.
Particolare importanza assume il ruolo dello schedatore. Molteplici sono le
discipline connesse con la ricerca delle varie classi di beni culturali di
valenza religiosa (reperti archeologici, complessi architettonici, opere
d’arte, suppellettili sacre, arredi liturgici, vesti sacre, e altro).
Per maturare la propria professionalità lo schedatore deve anzitutto acquisire
la tecnologia per l’organizzazione redazionale delle schede e dev’essere un
esperto in “cultura materiale”, in modo da saper individuare nei manufatti
più diversi l’impronta della cultura che li ha prodotti. È inoltre
auspicabile che lo schedatore abbia una sufficiente conoscenza di altre
discipline comuni (storia dell’arte, storia della Chiesa, storia civile,
teologia, liturgia, diritto canonico). Non potendo estendere la sua competenza a
tutte le scienze, lo schedatore deve però essere in grado di cercare la
collaborazione nei campi che di volta in volta affiorano (archeologia,
architettura, paleografia, oreficeria, gemmologia, scienze del tessuto,
bibliologia e altro). Inoltre deve saper ricorrere a tecnici, quali fotografi,
rilevatori, cartografi, disegnatori, per corredare, all’occorrenza, le schede
di un supporto visivo del bene in sé o del suo contesto. Dev’essere poi
coadiuvato da consulenti giuridici e amministrativi, che gli consentano di
tutelare le legittime autonomie degli Enti ecclesiastici (proprietari o
usufruttuari dei beni) e di gestire correttamente l’utilizzazione dei dati
raccolti.
La necessità di sostenere l’inventariazione-catalogazione con l’uso di
strumenti e di metodologie informatiche richiede un’adeguata formazione anche
in relazione agli strumenti che l’operatore è chiamato ad utilizzare, sia per
la rilevazione sia per un primo controllo dei dati ritrovati.
La notevole complessità metodologica e gestionale rende necessario
l’inserimento di personale esperto a fianco di operatori meno preparati (che
in molti casi prestano già il loro servizio nelle istituzioni ecclesiastiche).
Il contributo di volontari, quale supporto all’attività del personale
esperto, è anch’esso non solo utile, ma talvolta necessario.
La preparazione degli schedatori è la maggiore garanzia per condurre
l’impresa in modo rigoroso, per assicurare la continuità del lavoro, per
permettere ulteriori approfondimenti scientifici. L’attività di formazione
degli schedatori dev’essere accuratamente predisposta con corsi specifici che
abbiano una struttura curricolare, capace di sviluppare le conoscenze richieste.
Anche ai fotografi si richiede professionalità ed esperienza nello specifico
dell’inventariazione-catalogazione. E’ auspicabile, infine, un periodico
aggiornamento dello schedatore, il quale va reso consapevole dell’approccio
sempre più sistematico e articolato ai beni culturali.
Gli istituti che agiscono nell’ambito dell’inventariazione-catalogazione dei
beni culturali dovranno svolgere un ruolo attivo per la formazione degli
schedatori professionisti e degli eventuali volontari. Accanto agli istituti
operanti direttamente nell’ambito dell’inventariazione-catalogazione è
assai opportuno che le università civili e i centri accademici ecclesiastici
attivino appositi corsi per la formazione dei vari operatori.(37)
6. Conclusione
La cura del patrimonio storico-artistico ecclesiastico è un fatto di civiltà,
che coinvolge la Chiesa in primo piano. Essa si è sempre dichiarata “esperta
in umanità”,(38) ha favorito in tutte le epoche lo sviluppo delle arti
liberali e ha promosso la cura di quanto è stato creato per adempiere alla
missione evangelizzatrice. Infatti, “quando la Chiesa chiama l’arte ad
affiancare la propria missione, non è soltanto per ragioni di estetica, ma per
obbedire alla “logica” stessa della rivelazione e dell’incarnazione”.(39)
In questo contesto l’inventario-catalogo si pone come strumento di
salvaguardia e di valorizzazione dei beni culturali della Chiesa.
L’impostazione scientifica e la successiva utilizzazione dei risultati delle
ricerche si definiscono come momenti complementari dell’inventario-catalogo.
Dall’ordinamento logico del materiale raccolto s’avvia così
l’interpretazione critica dei dati, la contestualizzazione dei beni, il
mantenimento del loro uso religioso e culturale.
La concezione dell’operazione di raccolta delle informazioni come mero
censimento del patrimonio, tutt’al più finalizzato alla sua tutela giuridica,
può considerarsi pertanto superata. Le esigenze attuali richiedono invece
conoscenze che garantiscano l’attendibilità scientifica, il continuo
aggiornamento e, soprattutto, la valorizzazione culturale ed ecclesiale dei dati
raccolti.
L’inventariazione-catalogazione va intesa, quindi, come un insieme di attività
dirette all’organizzazione delle conoscenze, finalizzate agli obiettivi di
salvaguardia, gestione, valorizzazione dei beni culturali, secondo metodologie
che non precludono le soluzioni informatiche e le connessioni con altri sistemi.
All’idea di un archivio come semplice deposito di carte rapidamente
deteriorabili e di difficile consultazione, si va sostituendo l’immagine di un
archivio dinamico, relazionato al suo interno attraverso campi definiti e, al
tempo stesso, relazionabile alla innumerevole serie di archivi diffusi sul
territorio ecclesiale, nazionale e internazionale.
La Chiesa in questo settore dell’inventariazione-catalogazione è chiamata ad
uno sforzo di rinnovamento per tutelare il proprio patrimonio, regolamentare
l’accesso ai propri dati, dare un valore spirituale a quanto in essi raccolto.
Dal momento poi che i beni culturali di contenuto religioso gravitano anche
sotto altre pertinenze, l’impegno dell’inventariazione-catalogazione non può
ridursi alle sole responsabilità ecclesiastiche, ma dovrebbe vedere coinvolte,
quando le circostanze lo permettono, anche le autorità civili e i privati.
Con un’efficiente impostazione dei propri inventari-cataloghi la Chiesa entra
nella cultura della “globalizzazione”, dando un significato ecclesiale alle
informazioni documentarie di sua pertinenza e dimostrando la propria universalità
attraverso il riscontro accessibile dell’ingente patrimonio che ha creato e
continua a creare in tutti i luoghi dove è presente con la sua opera di
evangelizzazione. Questo perché con l’inventariazione-catalogazione
informatica si realizzi l’auspicio di Giovanni Paolo II: “Dai siti
archeologici alle più moderne espressioni dell’arte cristiana, l’uomo
contemporaneo deve poter rileggere la storia della Chiesa, per essere così
aiutato a riconoscere il fascino misterioso del disegno salvifico di Dio”.(40)
Questo lavoro, che impegna tutte le Chiese particolari, tanto quelle di antica
quanto quelle di recente evangelizzazione, è certamente ostacolato dal problema
delle risorse, specialmente nei paesi in via di sviluppo, dove il superamento
dell’indigenza costituisce il problema primario per la comunità cristiana.
Tuttavia per incrementare il progresso è anche importante creare la coscienza
della propria civiltà. Infatti “la Chiesa, maestra di vita, non può non
assumersi anche il ministero di aiutare l’uomo contemporaneo a ritrovare lo
stupore religioso davanti al fascino della bellezza e della sapienza che si
sprigiona da quanto ci ha consegnato la storia”.(41)
Per questo la conoscenza del patrimonio storico artistico, anche se minimo,
diventa un fattore non indifferente di progresso. In tal caso sarà cura dei
Pastori sollecitare la solidarietà nazionale e internazionale e sarà premura
delle Chiese dei Paesi più abbienti favorire iniziative di tutela delle culture
delle minoranze e dei popoli che versano in gravi difficoltà economiche.
Beneaugurando per il Suo ministero pastorale che congiunge intimamente l’opera
di evangelizzazione con la promozione umana, mi è cara l’occasione per
esprimerLe il mio deferente e cordiale saluto con cui mi confermo
dell’Eminenza (Eccellenza) Vostra Reverendissima
dev.mo in G. C. Francesco Marchisano Presidente
Carlo Chenis, S.D.B. Segretario
Città del Vaticano, 8 Dicembre 1999
1 Cf. Pontificia Commissione per i Beni Culturali della Chiesa, Lettera
circolare Le biblioteche ecclesiastiche, 10 aprile 1994, Prot. N. 179/91/35;
Ead., Lettera circolare La funzione pastorale degli archivi ecclesiastici, 2
febbraio 1997, Prot. N. 274/92/118.
2 Nell’allocuzione rivolta ai membri della prima Assemblea Plenaria della
Pontificia Commissione per i Beni Culturali della Chiesa, il 12 ottobre 1995,
Giovanni Paolo II afferma che con il concetto di “beni culturali” si
intendono “innanzitutto i patrimoni artistici della pittura, della scultura,
dell’architettura, del mosaico e della musica, posti al servizio della
missione della Chiesa. A questi vanno poi aggiunti i beni librari contenuti
nelle biblioteche ecclesiastiche e i documenti storici custoditi negli archivi
delle comunità ecclesiali. Rientrano, infine, in questo ambito le opere
letterarie, teatrali, cinematografiche, prodotte dai mezzi di comunicazione di
massa” (L’Osservatore Romano, 13 ottobre 1995, p. 5). Cf. pure Codex Iuris
Canonici (= CIC) can. 1189.
3 Concilio Ecumenico Vaticano II, Costituzione Sacrosanctum Concilium, n. 122:
“Quae […] Deo eiusdemque laudi et gloriae provehendae eo magis addicuntur,
quo nihil aliud eis propositum est, quam ut operibus suis ad hominum mentes pie
in Deum convertendas maxime conferant” (Sacrosanctum Oecumenicum Concilium
Vaticanum II, Constitutiones, Decreta, Declarationes, cura et studio Secretariae
Generalis Concilii Oecumenici Vaticani II, Città del Vaticano 1993, p. 56).
4 CIC can.1283: “Antequam administratores suum munus ineant […] 2°
accuratum ac distinctum inventarium, ab ipsis subscribendum, rerum immobilium,
rerum mobilium sive pretiosarum sive utcumque ad bona culturalia pertinentium
aliarumve cum descriptione atque aestimatione earundem redigatur, redactumque
recognoscatur; 3° huius inventarii alterum exemplar conservetur in tabulario
administrationis, alterum in archivo curiae; et in utroque quaelibet immutatio
adnotetur, quam patrimonium subire contingat”. Cf. pure Codex Canonum
Ecclesiarum Orientalium (= CCEO) can. 252-261.
5 Cf. Circolare della Segreteria di Stato di Sua Santità ai Rev.mi Ordinari
d’Italia, 1° settembre 1924, n. 34215, in: Fallani G. (a cura), Tutela e
conservazione del patrimonio storico e artistico della Chiesa in Italia, Roma
1974, p. 192.
6 Per es., a proposito del Papa S. Leone Magno (440-461) si legge: “Hic
renovavit post cladem Wandalicam omnia ministeria sacrata argentea per omnes
titulos conflata, hydrias VI argenteas: duas basilice Constantiniane, duas
basilice beati Petri, duas basilice beati Pauli […] quae omnia vasa renovavit
sacrata […] Et basilicam beati Pauli apostoli renovavit […] Hic quoque
constituit super sepulchra apostolorum custodes qui dicuntur cubicularii, ex
clero romano” (Liber Pontificalis, a cura di Prerovsky U. [= Studia Gratiana,
22], vol. II, Roma 1978, p. 108-110).
7 Cf. Archivio Segreto Vaticano, Armadi I-LXXX; Fondi Segreteria dei Brevi;
Congregazione del Concilio; Congregazione delle Indulgenze e SS. Reliquie;
Brevia et Decreta.
8 Papa Gregorio Magno, intervenendo presso Sereno, vescovo di Marsiglia, che
aveva fatto rimuovere dalle Chiese le pitture, temendo l’idolatria, scrive:
“Aliud est enim picturam adorare, aliud per picturae historiam quid sit
adorandum addiscere. Nam quod legentibus scriptura, hoc idiotis praestat pictura
cernentibus, quia in ipsa etiam ignorantes vident quid sequi debeant, in ipsa
legunt qui litteras nesciunt… Ac deinde subjungendum quia picturas imaginum,
quae ad aedificationem imperiti populi fuerant factae, ut nescientes litteras,
ipsam historiam intendentes, quid actum sit discerent… ut ex visione rei
gestae ardorem compunctionis percipiant, et in adoratione solius omnipotentis
sanctae Trinitatis humiliter prosternantur” (Gregorius Magnus, Epistulae, in:
Patrologia Latina (= PL) 77, 1128 C; 1129 BC).
9 Cf. Conciliorum Oecumenicorum Decreta, a cura di Alberigo G. e altri, Bologna
31973, p. 133-137.
10 Egger A., Kirchliche Kunst und Denkmalpflege, Brixen 1932, p. 7: “Providete
[…] ne per negligentiam vestram illarum rerum, quae intra ecclesiam sunt,
aliquid pereat. Sic agite, quasi Deo reddituri rationem pro iis rebus, quae his
clavibus recluduntur”.
11 Il 31 ottobre 447 il Papa Leone I proibisce ai vescovi e a tutti i chierici,
sotto pena di scomunica e persino di laicizzazione, di dare in regalo, cambiare
o vendere i beni preziosi delle chiese senza motivo grave e senza il consenso di
tutto il clero: “Sine exceptione decernimus, ne quis episcopus de ecclesiae
suae rebus audeat quidquam vel donare vel commutare vel vendere. Nisi forte ita
aliquid horum faciat, ut meliora prospiciat, et cum totius cleri tractatu, atque
consensu, id eligat, quod non sit dubium Ecclesiae profuturum. Nam presbyteri
vel diaconi, aut cuiuscumque ordinis clerici, qui conniventiam in Ecclesiae
damna miscuerint, sciant se et ordine et communione privandos, quia plenum
iustitiae est, ut non solum episcopi, sed etiam totius cleri studio,
ecclesiasticae utilitatis incrementa serventur, et eorum munera illibata
permaneant, quae pro animarum suarum salute, fideles de propria substantia
ecclesiis contulerunt” (cf. Magnum Bullarium Romanum, Graz 1964, vol. I, p.
145). Il 18 agosto 535 il Papa Agapito I ribadisce tale norma: “Revocant nos
veneranda Patrum manifestissima constituta, quibus prohibemur, praedia iure
Ecclesiae, cui nos omnipotens Dominus praeesse constituit, quolibet titulo ad
aliena iura transferre” (Ibid., p. 145).
12 Il Concilio Costantinopolitano IV al can. 15 ammette come motivo per alienare
i beni sacri delle chiese solo quello del riscatto dei prigionieri:
“Apostolicos et paternos canones renovans sancta haec universalis synodus,
definivit neminem prorsus episcopum vendere vel utcumque alienare cimelia et
vasa sacrata, excepta causa olim ab antiquis canonibus ordinata, videlicet quae
accipiuntur in redemptionem captivorum” (Conciliorum Oecumenicorum Decreta, p.
177).
13 Il Concilio di Lione II nella costituzione 22 richiede il permesso speciale
della Sede Apostolica per l’alienazione dei beni sacri, dichiarando
l’invalidità dell’alienazione senza il permesso e minacciando i chierici
trasgredienti della sospensione e i laici della scomunica: “Hoc consultissimo
prohibemus edicto, universos et singulos praelatos ecclesias sibi commissas,
bona immobilia seu iura ipsarum, laicis submittere, subicere seu supponere,
absque Capituli sui consensu et Sedis Apostolicae licentia speciali…
Contractus autem omnes, etiam iuramenti, poenae vel alterius cuiuslibet
firmitatis adiectione vallatos, quos de talibus alienationibus, sine huiusmodi
licentia et consensu contigerit celebrari, et quicquid ex eis secutum fuerit,
decernimus adeo viribus omnino carere, ut nec ius aliquod tribuant nec
praescribendi etiam causam parent. Et nihilominus praelatos, qui secus egerint,
ipso facto ab officio et adininistratione, clericos etiam qui scientes, contra
inhibitionem praedictam aliquid esse praesumptum, id superiori denuntiare
neglexerint, a perceptione beneficiorum, quae in ecclesia sic gravata obtinent,
triennio statuimus esse suspensos” (Conciliorum Oecumenicorum Decreta, p.
325s.).
14 “Statuit sancta synodus nemini licere [...] ullam insolitam ponere vel
ponendam curare imaginem, nisi ab episcopo approbata fuerit” (Conciliorum
Oecumenicorum Decreta, p. 775s).
15 Il commissario si chiamava Latino Giovenale Mannetto (cf. Costantini C., La
legislazione ecclesiastica sull’arte, in: Fede e Arte, 5 (1957), p. 374).
16 Cf. Emiliani A., Leggi, bandi e provvedimenti per la tutela dei beni
artistici e culturali negli antichi stati italiani 1571-1860, Bologna 1978, p.
110-126; Mariotti F., La legislazione delle Belle Arti, Roma 1892, p. 226-233.
17 Cf. Menozzi D., La Chiesa e le immagini. I testi fondamentali sulle arti
figurative dalle origini ai nostri giorni, Cinisello Balsamo 1995, p. 248;
Emiliani, Leggi, bandi e provvedimenti, p. 130-145; Mariotti , La legislazione,
p. 235-241.
18 Cf. Lettera circolare dell’Em.mo Card. Merry del Val per l’istituzione
dei Commissariati diocesani per i monumenti custoditi dal Clero, 10 dicembre
1907, n. 27114, in: Fallani, Tutela e conservazione, p. 182-184. Circa la
legislazione ecclesiastica sull’arte sacra cf. l’ampia antologia di
Costantini, La legislazione ecclesiastica, p. 359-447.
19 Cf. Motu Proprio Tra le sollecitudini, 22 novembre 1903, in: Pii X Pontificis
Maximi Acta, vol. I, Romae ex Typographia Vaticana 1905, p. 75; Costantini, La
legislazione ecclesiastica, p. 382s.
20 Cf. Acta Apostolicae Sedis (= AAS) 39 (1947) p. 590s.
21 “Antequam administratores […] suum munus ineant […] 2° Fiat accuratum
ac distinctum inventarium, ab omnibus subscribendum, rerum immobilium, rerum
mobilium pretiosarum aliarumve cum descriptione atque aestimatione earundem; vel
factum antea inventarium acceptetur, adnotatis rebus quae interim amissae vel
acquisitae fuerint; 3° Huius inventarii alterum exemplar conservetur in
tabulario administrationis, alterum in archivo Curiae; et in utroque quaelibet
immutatio adnotetur, quam patrimonium subire contingat” (CIC, 1917, can.
1522).
22 Cf. Fallani, Tutela e conservazione, p. 184-194.
23 Cf. Lettera circolare ai Vescovi Italiani Circa l’impianto
dell’illuminazione elettrica nelle Chiese, in: Archivio Segreto Vaticano,
Fondo Archivio della Segreteria di Stato, rubr. 52, 1923.
24 Cf. Costantini, La legislazione ecclesiastica, p. 425s.
25 Cf. AAS 21 (1929), p. 384-399.
26 Cf. AAS 31 (1939), p. 266-268.
27 Cf. AAS 63 (1971), p. 315-317.
28 CIC can. 1283: “Antequam administratores suum munus ineant […] 2°
accuratum ac distinctum inventarium, ab ipsis subscribendum, rerum immobilium,
rerum mobilium sive pretiosarum sive utcumque ad bona culturalia pertinentium
aliarumve cum descriptione atque aestimatione earundem redigatur, redactumque
recognoscatur; 3° huius inventarii alterum exemplar conservetur in tabulario
administrationis, alterum in archivo curiae; et in utroque quaelibet immutatio
adnotetur, quam patrimonium subire contingat”. Cf. pure CCEO can. 252-261.
29 Cf. CIC can. 489, § 2, che tratta dei documenti di particolare delicatezza,
riguardanti cause criminali in materia di costumi.
30 Tale operazione trova adeguato stimolo all’attuazione, tenendo presente
quanto afferma Giovanni Paolo II nella Lettera Apostolica Tertio Millennio
adveniente (10 novembre 1994) circa le prospettive del Grande Giubileo del 2000,
in: AAS 87 (1995), p. 5-41.
31 Circolare della Segreteria di Stato di Sua Santità ai Rev.mi Ordinari
d’Italia, 1° settembre 1924, n. 34215, in: Fallani, Tutela e conservazione,
p. 192.
32 Cf. Concilio Ecumenico Vaticano II, Costituzione Sacrosanctum Concilium, n.
122, in: Sacrosanctum Oecumenicum Concilium Vaticanum II, Constitutiones,
Decreta, Declarationes, p. 56.
33 Con il termine “museo diffuso” si vuole indicare l’insieme coordinato
dei beni nel territorio in modo che i singoli monumenti e gli oggetti, rimanendo
nella sede originaria, costituiscano un unico circuito museale.
34 In merito cf. alcuni documenti emanati da organismi internazionali in Europa
attivi nella tutela e promozione del patrimonio culturale, come ad esempio il
Consiglio d’Europa, a cui hanno aderito molte nazioni: la Convenzione Europea
sulla Protezione del Patrimonio Architettonico (Granada, Spagna, 1985); la
Convenzione Europea sulla Protezione del Patrimonio Archeologico (La Valletta,
Malta, 1992).
35 I principali documenti emanati da organismi internazionali per questo
specifico settore sono i seguenti: ICOM, Documentation Committee CIDOC, Working
Standard for Archeological Heritage del 1992; ICOM, Documentation Committee
CIDOC, Working Standard for Museum Objects del 1995; Consiglio d’Europa,
Raccomandazione N.R. (95)3 Relative á la coordination des Méthodes et des systèmes
de documentation en matière de monuments historiques et d’édifices du
patrimoine architectural adottata dal Comitato dei Ministri 11 gennaio 1995;
Consiglio d’Europa, Doc. CC-PAT(98)23 Core Data Standard for Archeological
Monuments and Sites. Gli ultimi due documenti sono stati redatti in seguito alle
riflessioni e mozioni di due incontri organizzati dal Consiglio d’Europa sui
metodi d’inventariazione e di documentazione in Europa: Colloquio di Londra
del 1989, Colloquio di Nantes del 1992.
36 A titolo puramente esemplificativo si indica il Thesaurus Multilingue del
Corredo Ecclesiastico in CD-Rom, curato dal Réseau Canadien d’Information
(RCIP)-Canadian Heritage Information Network (CHIN), dal Ministère de la
Culture et de la Communication – Sous-direction des études de la
documentation et de l’inventaire (Francia), dall’Istituto Centrale per il
Catalogo e la Documentazione (Italia) e dal The Getty Information Institute
(USA).
37 A modo di esempio si possono citare alcune iniziative per la formazione.
Presso Istituzioni Pontificie: Scuola Vaticana di Paleografia, Diplomatica e
Archivistica (Archivio Segreto Vaticano, Città del Vaticano); Scuola Vaticana
di Biblioteconomia (Biblioteca Apostolica Vaticana, Città del Vaticano);
Pontificio Istituto di Archeologia Cristiana (Roma, Italia); Corso Superiore per
i Beni Culturali della Chiesa (Pontificia Università Gregoriana, Roma, Italia).
Presso università cattoliche: Scuola di Specializzazione in Storia dell’Arte
(Università Cattolica del Sacro Cuore, Milano, Italia); Institut des Arts Sacrés
(Faculté de Théologie et des Sciences Religieuses, Institut Catholique de
Paris, Francia); Curso de Mestrado em Patrimonologia Sacra (Universidade Católica
Portuguesa, Porto, Portogallo); Curso de diplomado en Bienes Culturales de la
Iglesia (Universidad Iberoamericana, Ciudad del México, Messico); corsi di
formazione alla conservazione e promozione del patrimonio culturale
ecclesiastico (Paul VI Institute for the Arts, Washington, U.S.A.); New Jersey
Catholic Historical Records Commission (Seton Hall University, New Jersey,
U.S.A.). Presso altre istituzioni accademiche: Master de Restauración y
Rehabilitación del Patrimonio (Universidad de Alcalá, Spagna); Cátedra de
Arte Sacro (Universidad de Monterrey, Messico).
38 Paolo VI, Lettera Enciclica Populorum Progressio, n. 13: “Christi Ecclesia,
iam rerum humanarum peritissima”, in: AAS 59 (1967), p. 263.
39 Giovanni Paolo II, Allocuzione L’importanza del patrimonio artistico
nell’espressione della fede e nel dialogo con l’umanità, 12 ottobre 1995,
in: L’Osservatore Romano, 13 ottobre 1995, p. 5.
40 Giovanni Paolo II, Messaggio I beni culturali possono aiutare l’anima nella
ricerca delle cose divine e costituire pagine interessanti di catechesi e di
ascesi, 25 settembre 1997, in: L’Osservatore Romano, 28 settembre 1997, p. 7.
41 Ibid.
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