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PONTIFICIA COMMISSIONE PER I BENI CULTURALI DELLA CHIESA

INTERVENTO DI S.E. MONS. MAURO PIACENZA

 

Il complesso monumentale di S. Clemente:
gli strati della fede

 

Nel novembre del 1857 il padre domenicano irlandese Joseph Mullooly o.p. invitò i rappresentanti della Pontificia Commissione di Archeologia Sacra a prendere visione delle scoperte effettuate presso il complesso monumentale di S. Clemente sull’antica via Labicana, corrispondente all’odierna via di S. Giovanni in Laterano. In effetti, lo scavo del Mullooly dava avvio ad una interminabile attività archeologica, che vedrà sempre attivi ed impegnati i padri domenicani irlandesi, ben consapevoli che quelle indagini avrebbero recuperato non solo e non tanto le origini antiche della basilica di S. Clemente, ma avrebbero restituito molte pagine della storia di Roma, con particolare riferimento alla diffusione del Cristianesimo nell’Urbe, colto nelle costruzioni finalizzate alle celebrazioni liturgiche.

Un secolo e mezzo è passato da quelle prime indagini e il cantiere archeologico ha visto alternarsi personalità, gruppi di lavoro, studiosi, specialisti della conservazione e del restauro, sempre sotto lo sguardo vigile dei domenicani irlandesi, che hanno rivestito in tutto questo lungo periodo, il duplice ruolo di custodi e di promotori illuminati della ricerca storica ed archeologica, animati da intenso spirito di fede.

Alla luce di tutte queste indagini, oggi possiamo affermare che il complesso di S. Clemente si propone come uno dei monumenti più ricchi, articolati ed eloquenti della Roma antica, nel senso che le indagini archeologiche, che hanno condotto gli scavi a ben 14 metri di profondità, hanno rivelato un vero e proprio palinsesto storico, una straordinaria stratificazione di fasi di vita che, dai primi secoli dell’impero, giunge al maturo medioevo.

In questo senso, scendendo nell’area archeologica di S. Clemente, si ha l’impressione di ripercorrere la storia di Roma, di strato in strato, di fase in fase, di momento in momento, seguendo, in maniera suggestiva e commovente, la crescita della comunità cristiana, osservando la costituzione dei primi edifici per le assemblee riunite per la celebrazione fervorosa del Santo Sacrificio, la creazione di una prima basilica paleocristiana, la sua ridefinizione bizantina, la sistemazione medievale, la costruzione dell’attuale basilica, che ancora affascina ed emoziona il visitatore dei nostri tempi, invitandolo alla riflessione sulla forza di una fede, che ha ispirato presbiteri, pontefici, semplici devoti, rendendoli artifices di Dio, una fede che ha promosse l’uomo in tutte le sue dimensioni.

Il pellegrino, il devoto, lo stesso turista che scende negli scavi del complesso di S. Clemente, ammirando marmi, affreschi, colonne, pavimenti musivi, arredi, cicli narrativi può riscoprire il succedersi naturale e straordinario della sovrapposizione di quegli “strati della fede”, che gli archeologi hanno scavato con tanta pazienza e con tanti anni di ricerche, per comprendere il succedersi complicato delle fasi architettoniche, ma anche per indovinare quel “filo rosso” che è rappresentato dall’immutabile fede cristiana e che si legge perfettamente lungo l’interminabile itinerario costruttivo e cultuale.

Se vogliamo seguire questo percorso, dobbiamo scendere sino al livello più profondo, per scoprire che, tra il I e il II secolo d. C., in corrispondenza dell’attuale basilica di S. Clemente, situata in una valle tra il Celio e il colle Oppio, non lontana dal Colosseo, fu costruito un grande edificio, presumibilmente appartenente alla Zecca imperiale (Moneta), dove si conservavano grandi quantità di grano. La maestosa struttura era adiacente ad un vasto quartiere abitativo, dove, già nel III secolo d.C., fu inserito un mitreo, utilizzato sino al IV secolo.

Forse già dal III secolo, su questa struttura fu edificata una grande aula, presumibilmente da considerare un vero e proprio edificio di culto, dotato, in un secondo momento, di un’abside. Alla fine del secolo IV, o agli inizi del seguente, come si desume esplicitamente da una epistula scritta da papa Zaccaria nel 417, esisteva, con sicurezza, una sancti Clementis basilica, la stessa che continuerà a vivere sino al IV secolo e che si doterà di un secretarium, di un consignatorium, per l’amministrazione della cresima e di un battistero. Al VI secolo rimandano, poi, i preziosi arredi marmorei, ora smontati e sistemati nella basilica superiore, donati da papa Giovanni II (533 – 535) e caratterizzati da un tipo di scultura, che ci accompagna verso le prestigiose botteghe costantinopolitane, che avevano prodotto i plutei e le transenne di S. Sofia.

Nell’alto medioevo la basilica fu interessata da varie decorazioni pittoriche, a cominciare dalla splendida Madonna Regina tra sante martiri già dell’VIII secolo, continuando con il dettagliato ciclo cristologico del IX secolo e, per finire, nella seconda metà dell’XI secolo, con le storie di S. Clemente, che mostrano le prime preziosissime testimonianze scritte del “volgare” in territorio laziale.

Nei primi decenni del XII secolo la basilica inferiore fu obliterata e fu costruito un nuovo maestoso edificio, a tre navate, con atrio, portico di ingresso ed un’abside decorata con uno dei più sontuosi mosaici a fondo d’oro che ci abbia consegnato la civiltà figurativa medievale. Il mosaico si articola tutto attorno ad un ricco e sinuoso tralcio di acanto, popolato di animali e personaggi, come per rappresentare l’universo ordinato dalla splendida immagine di Cristo in croce, motore invincibile e trionfante, anche nel drammatico momento della morte sul patibulum. La croce è infatti decorata da dodici colombe, che rappresentano gli apostoli, mentre, ai lati, Maria SS.ma e S. Giovanni Battista danno vita al tema teofanico della Deesis.

Questo splendido mosaico, che illustra singolarmente la basilica di S. Clemente, rappresenta l’apex di un sorprendente cumulo di edifici, di storie, di uomini, che si sono succeduti, con l’intento insopprimibile di manifestare la fede di appartenenza e di aderire, nel tempo e secondo imprese e manifestazioni architettoniche diverse, al credo che abbraccia l’uomo in quel mirabile piano salvifico, progettato per accompagnarlo verso la meta ambita della salvezza finale.

Non sarà difficile, anche per il frettoloso visitatore dei nostri giorni, veder sfilare, al di là delle rimanenze archeologiche, spesso esigue e oramai ingiudicabili, le storie delle comunità cristiane, che si sono succedute e che hanno frequentato quegli edifici di culto; prima semplici, nella forma di case private, forse delle vere e proprie domus ecclesiae, poi più organizzate, nella specie di un titulus Clementis, omonimo del pontefice romano, autore della celebre lettera ai Corinzi, in seguito più sontuose, in quanto decorate e decorose basiliche commissionate dai pontefici, luoghi privilegiati del culto e della sinassi eucaristica. Dalla successione di tutte queste fasi emerge commuovente il lievitare della vita cristiana lungo i tornanti della storia e la bellezza, la vivacità di quella perenne “Traditio Ecclesiae” che, fra l’altro, si riverbera anche benefica sull’intera società.

Mauro Piacenza
Presidente della Pontificia Commissione di Archeologia Sacra e
della Pontificia Commissione per i Beni Culturali della Chiesa

 
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