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FESTA DI SANT'ANDREA APOSTOLO,
PATRONO DEL PATRIARCATO ECUMENICO DI COSTANTINOPOLI

DISCORSO DI S.Em. IL CARDINALE WALTER KASPER

Cattedrale di San Giorgio al Fanar, Istanbul
Martedì, 30 novembre 2004

 

Santità,

Gli scorsi anni, nel rivolgermi a Lei con il saluto dell'Apostolo Paolo ho avuto l'onore di consegnarLe un messaggio di Papa Giovanni Paolo II. Quest'anno, il messaggio del Vescovo di Roma è soprattutto costituito dalle reliquie dei Santi Giovanni Crisostomo e Gregorio il Teologo rimesse con solennità alla Santità Vostra tre giorni fa a Roma. Esse sono le reliquie dei Suoi predecessori sul venerabile Trono di Costantinopoli, le reliquie di due Padri della Chiesa che ci sono comuni e sono oggetto di profondo rispetto e venerazione in Oriente e in Occidente.

Tale messaggio è segno ed espressione della crescita di comunione tra la Chiesa di Roma e la Chiesa di Costantinopoli durante gli ultimi decenni. Dopo lo storico incontro, quarant'anni orsono, sul Monte degli Olivi, nella Città Santa di Gerusalemme, tra il Patriarca Atenagoras e Papa Paolo VI, ha preso avvio una nuova fase delle relazioni tra la Chiesa di Roma e la Chiesa di Costantinopoli, che faceva seguito alla "notte della separazione" - come affermò il Patriarca Atenagora -, al "silenzio" e all'"attesa", come si espresse Papa Paolo VI (cfr Tomos Agapis, pag. 110s; pag. 120s). Abbiamo avviato un dialogo di carità e di verità. In occasione della Sua visita al Papa Giovanni Paolo II per la festa dei Santi Pietro e Paolo, lo scorso giugno, Vostra Santità stessa ha riconosciuto che l'incontro di Gerusalemme ha costituito una pietra miliare di fondamentale importanza.

Gli ultimi quattro anni, sebbene non scevri di tensioni, sono stati sempre caratterizzati dalla nostra volontà autentica e condivisa di progredire nel cammino verso la piena comunione.

Con l'aiuto di Dio, abbiamo ottenuto importanti risultati in numerosi scambi personali e per mezzo di vari dialoghi. La celebrazione di oggi esprime e suggella tale crescita della comunione nello Spirito Santo.

Tuttavia, Santità, ciò che ho appena affermato resta insufficiente ad esprimere quanto profondi e significativi siano stati gli eventi che abbiamo celebrato nella Basilica di San Pietro qualche giorno fa, e che continuiamo a celebrare oggi in questa cattedrale di San Giorgio. Queste reliquie non sono un semplice dono o un segno di amicizia meramente umana. Esse sono le reliquie di due Testimoni profondamente venerati e di due Maestri della nostra comune fede appartenenti al primo millennio, una fede alla quale l'Oriente e l'Occidente sono rimasti fedeli nel secondo millennio, e che noi siamo chiamati dal nostro comune Signore Gesù Cristo a testimoniare insieme nel terzo millennio.

Ciò che ci unisce è dunque molto di più di una umana comunione; è una comunione nella fede, che Giovanni Crisostomo e Gregorio il Teologo hanno confessato e coraggiosamente proclamato, per la quale entrambi hanno combattuto e sofferto; essa è una comunione nella fede in Gesù Cristo, vero Dio e vero uomo, e nella professione della Santissima Trinità. Queste reliquie sono segno e testimonianza di un'eredità e di un compito che condividiamo, del nostro dovere di proclamare insieme a tutte le genti il messaggio di salvezza in Cristo Gesù (cfr Mt 28, 19s).

Il significato di un tale messaggio, tuttavia, è ancora più profondo di quanto mi sono adoperato fino ad ora ad esprimere. Queste reliquie non sono ossa prive di vita, ma le spoglie mortali di due Santi che, secondo la nostra comune fede, vivono ora nella gloria del Signore. Perciò esse sono un'epifania, cioè l'attualizzazione della vita nuova in Gesù Cristo alla quale siamo chiamati, e che già condividiamo nella celebrazione dei santi sacramenti.

Per mezzo della venerazione di queste reliquie, noi siamo immessi nella realtà divina. La nostra comune venerazione è communicatio in sacris, "comunione con il sacro e comunione del sacro" (koinwnia tou agiou kai koinwnia twn agiwn). Le celebrazioni a Roma lo scorso sabato ed oggi qui al Fanar esprimono la koinwnia tou pneumatoV alla quale si riferisce l'Apostolo Paolo.

Il Concilio Vaticano II ha individuato tale koinwnia tou pneumatoV specialmente nella celebrazione dell'Eucaristia. Il Concilio parla dell'Eucaristia quale sorgente della vita della Chiesa e pegno della gloria futura, per mezzo della quale noi parteciperemo della natura divina (qeiaV koinwnoi fusewV ; 2 Pt 1, 4). Il Concilio cita San Giovanni Crisostomo (In Ioannem Homilia XLVI): "Perciò per mezzo della celebrazione dell'Eucaristia del Signore in queste singole Chiese la Chiesa di Dio è edificata e cresce" (Unitatis redintegratio, 15). Tutte le Chiese d'Oriente e d'Occidente, che celebrano l'Eucaristia dovrebbero pertanto considerarsi tra loro come Chiese sorelle" (cfr Paolo VI, Breve Anno Ineunte del 25 luglio 1967, in Tomos Agapis, pagg. 386-393).

La comunione che si esprime attraverso queste reliquie è per noi fonte di gioia e di gratitudine a Dio, il Dispensatore di ogni dono perfetto (Gc 1, 17). Questo vincolo di comunione è lo Spirito Santo di Dio che ce lo ha dato in dono, e lo Spirito Santo ci ha sostenuto malgrado tutte le incomprensioni, le divisioni e le dispute per le quali dobbiamo chiedere perdono a Dio e gli uni agli altri. Con l'Apostolo Paolo, possiamo dire: Euxaristw tw qeou mou pantote peri umwn epi thxariti tou qeou th doqeish umiì en Xristh Ihsou (1 Cor 1, 4).

Siamo consapevoli che questa koinwnia non è ancora piena comunione. Nel rendere grazie a Dio, dovremmo dunque, e allo stesso tempo, rafforzare la nostra volontà di progredire nel cammino verso la piena comunione. I cristiani, cattolici ed ortodossi, dovrebbero andare al di là dei sospetti e delle maldicenze e riconoscersi reciprocamente come cristiani che, per mezzo dell'unico battesimo, sono parte dell'unico Corpo di Cristo (1 Cor 12, 13; Gal 3, 27 s); ovunque dovrebbe essere possibile dire insieme pathr umwn pregare insieme la preghiera del Signore. Infine, dovremmo riattivare, senza indugi, il dialogo teologico internazionale, che la Santità Vostra ha appoggiato sin dai suoi inizi.

Molti cristiani - ed in special modo Papa Giovanni Paolo II - nutrono il sincero desiderio che questa celebrazione possa incoraggiarci ad approfondire la reciproca comprensione per molte questioni concrete, con l'aiuto di Dio e l'intercessione di Maria, Madre di Dio (QeotokoV),e dei due Santi Padri della Chiesa dei quali veneriamo le reliquie. Dovremmo essere indotti particolarmente a farlo considerando che essi furono entrambi grandi promotori di pace (eirhnopoioi) (Mt 5, 9).

San Giovanni Crisostomo ci ammonisce a non far sì che la nostra comune espressione liturgica, la Pace sia con te, resti un mero saluto formale (Commento alla Lettera ai Colossesi, Omelia VIII, 4; cfr Commento a Matteo, Omelia XXXII, 6).

Nell'anno 364, quando fu ristabilita la pace nella Chiesa di Nazianzo dopo un conflitto, San Gregorio dichiarò con dolore che, a causa della divisione, il Corpo di Cristo era stato dilaniato (Oratio VI, 1). Egli descrive l'assurdità di tali divisioni: "Noi che amiamo così tanto Cristo, abbiamo diviso Cristo. Per amore della verità, ci siamo mentiti a vicenda ... per amore della pace, abbiamo fatto la guerra" (ibid 3). San Gregorio aggiunge che, comportandoci in questo modo, noi siamo diventati lo zimbello di coloro che non credono, e oggetto di disprezzo da parte delle nazioni. Poi egli si rivolge a Dio con gratitudine, così come anche noi speriamo ardentemente di fare quanto prima: "Tu ci hai permesso di odiare l'odio e ci hai guidato alla pace. Tu operi attraverso i contrari.

Ci hai diviso affinché noi potessimo anelare l'uno verso l'altro" (ibid. 8). E conclude: "Noi tutti desideriamo stare insieme in un solo spirito, combattendo per la fede al Vangelo ... conservando la splendida tradizione che abbiamo ereditato dai nostri Padri. Ci prostriamo, in adorazione, davanti al Padre, al Figlio e allo Spirito Santo adorando il Figlio nello Spirito. Noi siamo stati battezzati in loro" (ibid. 22).

Queste parole dei grandi Testimoni e nostri Padri comuni nella fede ci ammoniscono a ricercare la pace; allo stesso tempo, esse ci sono di incoraggiamento. Una tale pace è un dono dello Spirito di Dio, che Gesù Cristo ci ha promesso oltre ogni dubbio. Possiamo dunque pregare dicendo:

Eirhnh kai h koinwnia tou agiou pneumatoV meta pantwn hmwn.

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