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CELEBRAZIONE DEI VESPRI A CONCLUSIONE
DELLA "SETTIMANA DI PREGHIERA PER L’UNITÀ DEI CRISTIANI 2005"
NELLA DIOCESI DI ROMA

OMELIA DEL CARD. WALTER KASPER

Martedì, 25 gennaio 2005 

 

Gesù Cristo: il nostro fondamento comune

Cari fratelli e sorelle,

"Nessuno può porre un fondamento diverso da quello che già vi si trova, che è Gesù Cristo." (1 Cor 3,11) Con queste forti parole l’Apostolo Paolo ci ricorda l’unico fondamento sul quale la Chiesa è costruita, e allo stesso tempo ci spiega la ragione del nostro impegno ecumenico. Perché essere fondato nell’unico Signore Gesù Cristo implica la professione nella "Chiesa, una e santa" ed esclude le divisioni. Non si può dire: "Io sono di Paolo" o "io sono di Apollo" (1 Cor 3,4). Tramite l’unico battesimo siamo tutti in Cristo. La "Unitatis redintegratio", cioè la ricomposizione dell’unità è dunque uno dei compiti prioritari della Chiesa.

1. Lo scorso anno abbiamo celebrato il 40mo anniversario del Decreto conciliare "Unitatis redintegratio", che parla di ecumenismo. La Conferenza Internazionale a Rocca di Papa nel mese di novembre è stata un’ulteriore conferma dell’attualità di questo documento e dell’urgente necessità di renderlo una realtà concreta. Il Decreto, infatti, esprime chiaramente una delle priorità del Concilio Vaticano II: l’unità visibile di tutti i discepoli di Cristo, per la quale il nostro Signore ha pregato alla vigilia della sua morte (cf. Gv 17,21). In occasione di tale anniversario, abbiamo espresso la nostra profonda gratitudine per ciò che lo Spirito Santo ha realizzato nel corso degli ultimi quarant’anni.

Oggi, all’inizio di questo nuovo anno, non vogliamo volgere uno sguardo al passato, ma desideriamo guardare al futuro, al futuro dell’ecumenismo. Dai suoi albori, all’inizio del XX secolo, il movimento ecumenico ha conosciuto grandi cambiamenti nel mondo e nelle nostre Chiese. La situazione ecumenica stessa è molto diversa. A volte, lo slancio iniziale sembra correre il rischio di scivolare in uno stato letargico e di perdere la sua credibilità. Emergono, da un lato, segni di reticenza e di resistenza e, dall’altro, segni di rassegnazione e di frustrazione. Allora, non possiamo continuare a ripetere: "business as usual", tutto come al solito. Cosa dovremmo fare, piuttosto? Cosa possiamo fare?

2. Non mancano proposte per rivedere i metodi, cambiare le strutture, integrare nuovi membri, esaminare le questioni urgenti, persino rilanciare una riflessione sui nostri intenti, sui nostri scopi e sul nostro ordine del giorno.

Questi suggerimenti possono essere, in una certa misura, ragionevoli e rilevanti. Ma nella lettura che abbiamo appena ascoltato, Paolo ci fa un’altra proposta. Egli si definisce un architetto che, come tale, deve progettare la costruzione della casa, ovvero della dimora e del tempio di Dio, che è la Chiesa. Un buon architetto – ci dice Paolo – non inizia con il tetto o con la struttura interna, ma comincia dalle fondamenta. Soltanto un solido fondamento, edificato non sulla sabbia ma sulla roccia, secondo le parole di Gesù nel discorso della montagna, fa sì che la casa rimanga salda e non crolli allo scatenarsi delle intemperie (cf. Mt 7,24-27).

Perciò Paolo ci invita a riflettere di nuovo sul fondamento del nostro lavoro. La sua risposta è chiarissima: "Nessuno può porre un fondamento diverso da quello che già vi si trova, che è Gesù Cristo". La risposta alle nuove sfide è una risposta di fede ed una risposta spirituale, cioè una risposta radicata nella vita e nello spirito di Cristo.

La fede in Gesù Cristo, vero Dio e vero uomo, è il fondamento del battesimo, che fa di noi dei cristiani, incorporandoci nella Chiesa (cf. 1 Cor 12,13; Gal 3,28). La confessione cristologica di fede in Gesù Cristo come unico salvatore di tutta l’umanità fa parte della formula di base del Consiglio Ecumenico delle Chiese e costituisce l’accordo fondamentale, il denominatore comune, di tutti coloro che partecipano al movimento ecumenico. E la comune testimonianza missionaria, la quale professa che la salvezza è solo nel nome di Gesù Cristo (Atti 4,12), davanti a un mondo che ancora non lo conosce, o non lo conosce più, è precisamente il fine dell’impegno ecumenico. Così, Gesù Cristo non è soltanto il fondamento, ma è lo scopo del nostro impegno ecumenico; in Lui tutti noi saremo una sola cosa. "Tutti sotto l’unico capo Gesù Cristo", hanno detto i padri fondatori luterani nei loro scritti confessionali.

Ma questa realtà è ancora chiara a tutti noi? La teniamo ben presente nel corso delle nostre discussioni e riflessioni? Non ci troviamo piuttosto nella situazione in cui il nostro compito prioritario, la nostra maggiore sfida è ricordare e rafforzare il nostro comune fondamento ed evitarne la vanificazione da parte di interpretazioni cosiddette liberali, che si definiscono progressiste, ma che sono in realtà sovversive? Proprio oggi, quando nella società post-moderna tutto diventa relativo e arbitrario, ed ognuno si crea la propria religione à la carte, abbiamo bisogno di un solido fondamento e di un punto di riferimento comune affidabile per la nostra vita personale e per il nostro lavoro ecumenico. E quale fondamento potremmo avere se non Gesù Cristo? Chi meglio di Lui può guidarci? Chi più di Lui può darci luce e speranza? Dove, se non in Lui, possiamo trovare parole di vita (cf. Gv 6,68)?

3. Tutto ciò, cosa significa concretamente? Menzionerò qui soltanto tre conseguenze. In primo luogo, è a proposito della Bibbia che ci siamo divisi ed è solo attraverso la lettura, lo studio e la meditazione della Bibbia che possiamo ritrovare l’unità. "L’ignoranza delle Scritture è ignoranza di Cristo" dice il Concilio (Dei Verbum 25), esortandoci a rinnovare la lunga tradizione della Lectio divina (ibid), cioè la lettura orante della Sacra Scrittura. In tale lettura spirituale, secondo i Padri della Chiesa, vi è la presenza reale ed autentica di nostro Signore Gesù Cristo, simile a quella presente nella celebrazione dell’Eucaristia (Sacrosanctum Concilium 7). Il nostro impegno ecumenico deve nutrirsi alla mensa della Parola (Dei Verbum 21). Sulla Bibbia ci siamo divisi, sulla Bibbia dobbiamo unirci di nuovo. Il migliore ecumenismo consiste nel leggere e vivere il Vangelo.

In secondo luogo, attraverso il battesimo siamo incorporati a Gesù Cristo. Nel nostro impegno ecumenico non iniziamo da zero. Attraverso il battesimo siamo già in una comunione fondamentale che ci unisce a Gesù Cristo, e che ci unisce gli uni agli altri. Allora, riflettiamo insieme: Cosa significa essere battezzati dal punto di vista della fede, ma anche dal punto di vista della vita ? Cosa significa per la nostra vita di tutti i giorni e per le risposte che diamo alle urgenti questioni etiche? San Paolo ci esorta a non conformarci alla mentalità del mondo (cf. Rom 12,2), a non lasciarci sballottare dalle onde, a non essere trascinati qua e là da qualsiasi vento di dottrina (cf. Ef 4,14). Corriamo il rischio – e a volte questo rischio è già una triste realtà – di dividerci su nuove questioni etiche e di scavare dei fossati là dove per secoli eravamo uniti. Di conseguenza, non siamo più in grado di dare una testimonianza comune della nuova creazione ad un mondo che oggi, avrebbe urgente bisogno proprio di questa testimonianza profetica.

In terzo luogo, Gesù Cristo è presente nella Chiesa per mezzo della sua parola e dei suoi sacramenti. Egli è il capo della Chiesa e la Chiesa è il suo Corpo, la Chiesa che Egli ha amato e per la quale ha dato se stesso per renderla santa, purificandola con l’acqua che lava, e questo mediante la parola (cf. Ef 5,24-26). Sì, la Chiesa pellegrinante non è ancora senza macchia o ruga, ma è tuttora in cammino lungo la via della purificazione, della penitenza e del rinnovamento (cf. Lumen gentium, 8). Eppure, Cristo la ama ugualmente e dà se stesso per lei.

Non dovremmo allora, anche noi, crescere nell’amore per la Chiesa, maturare nel "Sentire ecclesiam", ovvero "sentirci Chiesa, sentirci parte integrante della Chiesa ?". Possiamo e dobbiamo distinguere Cristo dalla Chiesa, ma non possiamo separare l’uno dall’altra. Sant’Agostino ci ha insegnato la formula Christus totus, la pienezza di Cristo come Capo e Corpo. E questo è il punto di divergenza più profondo tra le Chiese e le Comunità ecclesiali dell’Occidente, che ci impedisce di essere pienamente segno e strumento di Cristo. Il tema di Gesù Cristo come fondamento comune ci esorta a riflettere insieme, con slancio rinnovato, sulla "Natura e lo scopo della Chiesa", secondo il titolo di uno dei più recenti e principali progetti ecumenici.

Cari amici, la Chiesa è la dimora e tempio di Dio, dove i fedeli possono vivere e pregare insieme. Noi tutti siamo collaboratori di Dio (1 Cor 3,9). Alla fine, ognuno dovrà rendere conto se ha edificato una solida casa e come l’ha edificata: se ha costruito sopra l’unico fondamento, che è Gesù Cristo, con oro, argento, pietre preziose, legno, fieno o paglia. La nostra opera si manifesterà col fuoco, e il fuoco proverà la qualità dell’opera di ciascuno e se quest’opera resisterà (cf. 1 Cor 3,12 s.). In altre parole, ci verrà chiesto se abbiamo edificato o distrutto il tempio di Dio (cf. 1 Cor 3,17).

La nostra costruzione ecumenica della piena unità di tutti i discepoli di Cristo resisterà soltanto se costruiamo sull’unico fondamento, che è il Signore, se costruiamo sulla la sua Parola e il suo Sacramento, se costruiamo non sulla sapienza del mondo (cf. 1 Cor 3,19) ma nell’unico Spirito di Gesù Cristo, che questo mondo più considerare stoltezza, ma che è potenza e sapienza di Dio (cf. 1 Cor 1,24). Preghiamo dunque il Signore che faccia di noi dei buoni architetti e ci conceda forza e sapienza spirituale, coraggio, pazienza e speranza. Amen.

        

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