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PONTIFICIO CONSIGLIO PER LA PROMOZIONE DELL'UNITÀ DEI CRISTIANI

RAPPORTO DI MONS. JOHN A. RADANO*

Ecumenismo, una sfida
a diffidenze e incomprensioni

L'esperienza del Global Christian Forum

 


Tra le esperienze più innovative e incoraggianti del movimento ecumenico un posto di particolare rilievo occupa il Global Christian Forum (Gcf). Si tratta di una realtà che in pochi anni ha contribuito ad allargare notevolmente il processo di coinvolgimento, di partecipazione e di conoscenza reciproca. Un processo confermato anche dall'ultimo di questi incontri che si è svolto nel novembre scorso a Limuru (Nairobi) in Kenya. Vi hanno partecipato circa duecentotrenta rappresentanti di numerose Chiese e Comunità cristiane da settantadue nazioni; erano presenti cattolici, ortodossi, anglicani, fedeli di diverse tradizioni protestanti, pentecostali, evangelicali e vari organismi ecumenici quali il Consiglio ecumenico delle Chiese, l'Alleanza evangelica mondiale ed altri. Mai si era assistito ad una riunione di così tante Chiese e Comunità cristiane. Come indicava il messaggio pubblicato dopo l'incontro: "qui a Limuru abbiamo sperimentato una svolta storica, in un incontro globale senza precedenti".

Dei duecentotrenta partecipanti, venti erano cattolici. Questi comprendevano tre membri del Simposio delle Conferenze episcopali di Africa e Madagascar (Secam), tra cui il cardinale Théodore-Adrien Sarr; quattro rappresentanti della Federazione delle Conferenze episcopali dell'Asia (Fabc); tre delle Conferenze episcopali dell'America Latina (Celam); tre delle Conferenze dei vescovi cattolici degli Stati Uniti (Usccb); due del Consiglio delle Conferenze episcopali europee (Ccee); due delle Conferenze episcopali del Kenya; due membri del Pontificio Consiglio per la Promozione dell'Unità dei cristiani (Pcpuc), tra cui il Segretario, monsignor Brian Farrell, coordinatore della delegazione cattolica.

L'inizio

Il Gcf non è il progetto di una singola Chiesa o di una singola organizzazione ecumenica, ma è un'iniziativa appoggiata da molte Chiese e Comunioni ecclesiali. Alla sua origine vi è il Consiglio ecumenico delle Chiese (Cec). Nel corso degli anni Novanta, mentre il Cec stava conducendo uno studio sulla propria auto-comprensione ed i propri intenti, il suo Segretario generale, il dottor Konrad Raiser, riconobbe che vi erano ancora molti cristiani che non partecipavano al Cec o al movimento ecumenico. Egli propose di istituire un certo tipo di forum al quale si potessero invitare i rappresentanti di quelle comunità cristiane, come i pentecostali e gli evangelicali, che si stavano espandendo in tutto il mondo ma che rimanevano fuori dal movimento ecumenico. Essi avrebbero partecipato al forum insieme al Cec, alla Chiesa cattolica, agli ortodossi e ad altri. Il forum non avrebbe avuto un regolamento prestabilito o degli statuti già fissati; sarebbero stati i partecipanti stessi a sviluppare insieme le dovute procedure.

Il processo

Un primo incontro sponsorizzato dal Cec nel 1998 dette avvio alle discussioni su tale progetto. Ma ad esso era presente un solo pentecostale. Come risultato della riunione, si istituì un piccolo Continuation Committee di otto persone, che comprendeva un rappresentante del Pcpuc. Il Pcpuc si trovò d'accordo con gli altri gruppi partecipanti sul fatto che il nuovo forum non doveva sostituire l'obiettivo del movimento ecumenico, che è l'unità visibile di tutti i cristiani, né gli importanti processi ecumenici (tra cui i vari dialoghi) che tentano di chiarire questioni teologiche da secoli controverse. Né sarebbe stata auspicabile una nuova e costosa organizzazione ecumenica.

Il Continuation Committee volle verificare se vi era o meno l'interesse di costituire un simile forum, organizzando una piccola consultazione con trentacinque persone, in prevalenza leader pentecostali ed evangelicali da varie parti del mondo. I partecipanti invitarono il Continuation Committee a portare avanti il progetto. Un secondo incontro, più ampio, con circa sessanta persone, fu tenuto nel 2002 nello stesso luogo del primo, ovvero presso il "Fuller Theological Seminary" in California. In entrambe le riunioni fu adottata una metodologia che verrà poi utilizzata anche in seguito: si lasciò spazio ai partecipanti affinché parlassero della propria esperienza personale, condividendo gli uni con gli altri il loro percorso di fede. Grazie a questo modo di procedere, fu possibile superare stereotipi e creare un'atmosfera di fiducia reciproca.

All'incontro del 2002, circa la metà dei partecipanti erano pentecostali ed evangelicali; l'altra metà comprendeva soprattutto Chiese storiche. Anche in questa occasione, si chiese al Comitato di continuare con i preparativi e si decise di aumentare il numero dei suoi membri, da otto a dodici, per ampliarne la rappresentatività geografica. Fu elaborata una breve dichiarazione come base teologica per il processo e si programmò una serie di conferenze regionali per sondare l'opinione in varie parti del mondo.

Incontri regionali hanno avuto luogo nel frattempo in Asia (Hong Kong, 2004), in Africa (Lusaka, Zambia, 2005), in Europa (Warburg, Germania, 2006) ed in America Latina (Santiago, Cile, 2007). Una sessantina di partecipanti erano presenti ad ognuno di questi: per metà leader pentecostali ed evangelicali, per metà leader di Chiese storiche.

Una nuova iniziativa

Il Gcf rappresenta una "nuova" iniziativa ecumenica sotto molti aspetti. Innanzitutto, si è trattato fin dall'inizio di un "nuovo sforzo", compiuto a partire dagli anni Novanta nel Cec, di avvicinare pentecostali ed evangelicali al movimento ecumenico. Contatti bilaterali erano già stati allacciati precedentemente, ad esempio tramite il dialogo tra i cattolici e i pentecostali e la consultazione tra i pentecostali ed il Cec stesso. Ma questa volta si è trattato di uno sforzo ben più ampio, nel tentativo di stabilire relazioni con quelle comunità pentecostali ed evangelicali che non erano state ancora coinvolte.

In secondo luogo, si è fatto ricorso ad una "nuova metodologia" nei vari incontri: negli Stati Uniti (2000 e 2002), in Asia (2004), in Africa (2005), in Europa (2006), in America Latina (2007) e recentemente a Nairobi (2007). Invece di iniziare con interventi di natura teologica - che sono e rimangono comunque importanti - si è cominciato con il dare la parola ai partecipanti affinché condividessero la propria esperienza di fede vissuta. Tale metodologia è risultata preziosa nel superare antichi pregiudizi, nell'agevolare un franco dibattito - ad esempio sul problema del proselitismo - e nel permettere lo svilupparsi di un'amicizia tra persone che si conoscevano appena o non si conoscevano affatto.

In terzo luogo, tutti questi incontri sono stati organizzati sulla base di una "nuova configurazione" (o proporzione): si è fatto in modo che la metà dei partecipanti comprendesse leader pentecostali ed evangelicali, e l'altra metà leader di Chiese storiche. Questo pare che abbia incoraggiato pentecostali ed evangelicali a partecipare alle riunioni, senza il timore di essere "offuscati" da una maggioranza di cattolici, ortodossi o altre tradizioni ecclesiali coinvolte nel movimento ecumenico.

Infine, il fatto che il Continuation Committee, responsabile dell'organizzazione del Gcf, sia "indipendente" - seppur appoggiato - dal Cec, dalle Chiese storiche e dalle altre organizzazioni, rappresenta di per sé una certa "novità". Anche questo aspetto ha favorito la presenza di alcune tradizioni ecclesiali che altrimenti sarebbero state reticenti a partecipare, a causa del loro atteggiamento negativo nei confronti del Cec.

L'incontro di Limuru

A conclusione dell'ultimo incontro del Gcf tenutosi a Limuru (Nairobi) dal 6 al 9 novembre 2007, si è pubblicato un messaggio che riflette lo spirito di tale iniziativa e lo spirito dell'intero processo sviluppatosi nel corso dell'ultimo decennio. Per prima cosa, nel messaggio, i partecipanti stessi riconoscono la novità dell'incontro da molti punti di vista ed esprimono a Dio la loro gratitudine. Vi si trovano infatti espressioni come: "l'opportunità senza precedenti che abbiamo avuto"; un "nuovo inizio per l'incontro ed il dialogo"; il "respiro del tutto speciale di questo incontro"; la "nascita del Gcf per grazia divina, che ha favorito una nuova consapevolezza ed una nuova comprensione dell'altro".

In secondo luogo, il messaggio rispecchia uno spirito di pentimento. Riferendosi all'atmosfera di fiducia e di apertura dell'incontro, i partecipanti aggiungono: "riconosciamo e ci pentiamo della nostra incapacità, nel passato, di accettarci gli uni gli altri nell'amore. Riconosciamo che spesso abbiamo permesso ai pregiudizi di forgiare la nostra idea delle altre tradizioni cristiane ed accogliamo l'opportunità offertaci, come figli adottivi di Dio, di incontrarci e di esplorare insieme il perdono e la redenzione che troviamo in Cristo (cfr. Lettera agli Efesini 1, 5)".

In terzo luogo, il messaggio riflette la comune base teologica dei partecipanti, che "confessano il Dio trino e Gesù Cristo come perfetto nella sua divinità e nella sua umanità". Allo stesso tempo, non viene taciuta l'esistenza di importanti divergenze: "Riconosciamo che abbiamo visioni diverse su questioni fondamentali quali l'ecclesiologia, e la portata dell'evangelizzazione e della missione"; alla luce di ciò, si può parlare di "un nuovo inizio per l'incontro e il dialogo".

Un quarto aspetto del messaggio è l'enfasi posta sull'importanza dell'unità dei cristiani: "affermiamo l'importanza di riflettere insieme sulla preghiera del nostro Signore affinché coloro che credono in Lui possano essere una cosa sola, così che il mondo creda che Dio lo ha mandato (cfr Giovanni 17, 21). Ci impegniamo a promuovere una crescente comprensione e collaborazione tra i cristiani". Nel sottolineare, come abbiamo visto più sopra, l'unicità di questa iniziativa, i partecipanti riconoscono al contempo il loro debito nei confronti dei precedenti sforzi ecumenici: "stiamo costruendo sulla base di molte altre iniziative ecumeniche, interconfessionali e storiche che hanno tentato di superare le divisioni all'interno della famiglia cristiana". E aggiungono un altro elemento molto importante: "Non intendiamo sostituire tali sforzi".

Infine, il messaggio si riferisce alla metodologia di base adottata in questo processo: "Abbiamo iniziato col condividere testimonianze personali sul nostro incontro con Cristo e siamo stati arricchiti da un forum in cui abbiamo potuto esprimere la nostra fede partendo dalle nostre rispettive tradizioni confessionali e riflettere su cosa significhi camminare insieme nell'obbedienza a Cristo".

Tali testimonianze personali non di rado riguardavano il modo in cui alcuni hanno dovuto combattere per la propria fede, oppure sono stati perseguitati a causa di questa o ancora sono cresciuti grazie al contatto e alla rivalutazione della fede di altri. Questo tipo "personale" di ecumenismo ha permesso di superare pregiudizi tra fedeli le cui comunità sono da tempo divise. È analogo al processo sviluppatosi decenni fa nell'ambito delle relazioni tra cattolici e ortodossi, grazie alla promozione di un "dialogo della carità" comprendente maggiori contatti personali volti all'approfondimento della conoscenza reciproca ed al diffondersi di una maggiore fiducia, necessaria per un dialogo teologico su questioni da secoli controverse. Se consideriamo che molti partecipanti al Gcf appartengono a comunità che sono rimaste virtualmente isolate dalle altre, dobbiamo riconoscere che questo primo passo verso una crescente comprensione reciproca è assolutamente cruciale. Esso getta le basi per un eventuale dialogo futuro, più formale.

Osservazioni conclusive

L'importanza di questo intero processo, sviluppatosi nel corso di vari anni, va ricercata nel fatto che esso ha contribuito notevolmente all'ampliamento del movimento ecumenico.

Da quasi un secolo, a partire dalla Conferenza missionaria mondiale tenutasi a Edimburgo nel 1910 (evento questo che è spesso considerato come l'origine del movimento ecumenico), la maggior parte delle Chiese e delle tradizioni cristiane ha progressivamente aderito al movimento in maniera ufficiale. I frutti ecumenici sono troppo numerosi per essere menzionati nel loro insieme. Basti citare la creazione del Consiglio ecumenico delle Chiese (1948); lo spirito che ha caratterizzato il Concilio Vaticano II (1962-1965); i numerosi dialoghi teologici tra le varie Chiese e Comunioni cristiane; i diversi accordi di piena comunione raggiunti specialmente negli ultimi decenni, tra cui quelli tra le chiese-membro della Comunione anglicana e della Federazione luterana mondiale; le dichiarazioni cristologiche comuni tra i Pontefici (Paolo VI e Giovanni Paolo II) e i Patriarchi delle Chiese ortodosse orientali; la Dichiarazione comune sulla dottrina della giustificazione tra la Chiesa cattolica e la Federazione luterana mondiale, a cui ha recentemente aderito anche il Consiglio metodista mondiale.

Molti partecipanti al forum, come i cristiani appartenenti alle comunità pentecostali ed evangelicali in rapida espansione, non hanno avuto stretti contatti con il movimento ecumenico nelle sue espressioni tradizionali e di questo sono stati spesso sospettosi. Ma il processo del Gcf e soprattutto il recente incontro di Limuru hanno offerto la possibilità di allacciare nuove relazioni su più ampia scala, allargando così il movimento ecumenico. I rappresentanti di alcuni gruppi e di alcune Chiese, sia storiche che pentecostali ed evangelicali, hanno permesso che il nome della propria comunità comparisse sul messaggio preparato alla fine dell'incontro. Alcuni acconsentivano per la prima volta a firmare un messaggio insieme ad altri. Si è trattato dunque di un chiaro passo in avanti. La prossima sfida sarà capire qual è il modo migliore per continuare questo importante processo.

 

* Pontificio Consiglio per la Promozione dell'Unità dei Cristiani

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