PONTIFICIO CONSIGLIO PER LA PROMOZIONE
DELL'UNITÀ DEI CRISTIANI
DIRETTORIO PER L’APPLICAZIONE
DEI PRINCIPI E DELLE NORME SULL’ECUMENISMO
PREMESSA
1. La ricerca dell’unità dei cristiani è stata uno degli obiettivi principali
del concilio Vaticano II. Il Direttorio ecumenico, richiesto durante il Concilio
e pubblicato in due parti, l’una nel 1967 e l’altra nel 1970 [1], «si è
rivelato strumento prezioso per orientare, coordinare e sviluppare lo sforzo
ecumenico» [2].
Motivi della presente revisione
2. Oltre la pubblicazione del Direttorio, numerosi altri documenti che si
riferiscono all’ecumenismo sono stati pubblicati dalle competenti autorità [3].
La promulgazione del nuovo Codice di Diritto canonico per la Chiesa
latina (1983) e quella del Codice dei Canoni delle Chiese orientali
(1990) hanno creato, in materia ecumenica, una situazione disciplinare in parte
nuova per i fedeli della Chiesa cattolica.
Allo stesso modo il Catechismo della Chiesa Cattolica, pubblicato nel
1992, ha posto la dimensione ecumenica nell’insegnamento di base per tutti i
fedeli della Chiesa.
3. Inoltre, dopo il Concilio si sono intensificati rapporti fraterni con le Chiese
e le comunità ecclesiali che non sono in piena comunione con la Chiesa
cattolica; si sono avviati e moltiplicati i dialoghi teologici. Nel suo discorso
in occasione di un’assemblea plenaria del Segretariato (1988), che si occupava
della revisione del Direttorio, il Santo Padre fece rilevare che «l’estensione
del movimento ecumenico, la moltiplicazione dei documenti di dialogo, l’urgenza
avvertita di una maggior partecipazione di tutto il popolo di Dio a tale
movimento e, conseguentemente, la necessità di una informazione dottrinale
esatta in vista di un giusto impegno, tutto ciò esige che, senza indugio, si
diano direttive aggiornate» [4]. E in questo spirito ed alla luce ditali
sviluppi che si è proceduto alla revisione del Direttorio.
Destinatari del Direttorio
4. Il Direttorio ha come primi destinatari i Pastori della Chiesa cattolica,
ma riguarda anche tutti i fedeli, chiamati a pregare e ad agire per l’unità dei
cristiani sotto la guida dei loro vescovi. Costoro, individualmente per la
propria diocesi e collegialmente per tutta la Chiesa, sono responsabili, sotto
l’autorità della Santa Sede, dell’indirizzo e delle iniziative in materia di
ecumenismo [5].
5. Ma c’è anche da augurarsi che il Direttorio sia utile ai membri delle Chiese e
delle comunità ecclesiali che non sono in piena comunione con la Chiesa
cattolica. Con i cattolici, essi condividono la sollecitudine per la qualità
dell’impegno ecumenico. Sarà vantaggioso per loro conoscere la direzione nella
quale i responsabili del movimento ecumenico nella Chiesa cattolica intendono
promuovere l’azione ecumenica ed i criteri ufficialmente approvati nella Chiesa.
Ciò consentirà loro di valutare le iniziative prese dai cattolici, ad ogni
livello, sì da corrispondervi in modo adeguato e meglio comprendere le risposte
dei cattolici alle proprie iniziative. Va precisato che il Direttorio non
intende trattare dei rapporti della Chiesa cattolica con le sètte o i nuovi
movimenti religiosi [6].
Finalità del Direttorio
6. La nuova edizione del Direttorio è destinata ad essere uno strumento al
servizio di tutta la Chiesa e specialmente di coloro che nella Chiesa cattolica
sono direttamente impegnati in un’attività ecumenica. Il Direttorio intende
motivarla, illuminarla, guidarla e, in alcuni casi particolari, dare anche
direttive obbligatorie, secondo la competenza propria del Pontificio Consiglio
per la promozione dell’unità dei cristiani [7]. Alla luce
dell’esperienza della Chiesa dopo il Concilio e tenendo conto dell’attuale
situazione ecumenica, il Direttorio raccoglie tutte le norme già fissate per
applicare e sviluppare le decisioni del Concilio e, quand’è necessario, le
adatta alla realtà attuale. Esso rafforza le strutture che sono state realizzate
per sostenere e guidare l’attività ecumenica ad ogni livello della Chiesa. Nel
pieno rispetto della competenza delle autorità a tali vari livelli, il
Direttorio dà orientamenti e norme d’applicazione universali, per indirizzare la
partecipazione cattolica all’azione ecumenica. La loro applicazione darà
consistenza e coerenza alle differenti maniere di praticare l’ecumenismo,
mediante le quali Chiese particolari [8] e gruppi di Chiese particolari
rispondono alle diverse situazioni locali. Esso garantirà che l’attività
ecumenica nella Chiesa cattolica sia conforme all’unità di fede e di disciplina
che unisce i cattolici fra di loro.
Nel nostro tempo c’è, qua o là, una certa tendenza alla confusione dottrinale.
Perciò è molto importante che, nel campo dell’ecumenismo come in altri, si
evitino abusi che potrebbero contribuirvi o portare all’indifferentismo
dottrinale. Se le direttive della Chiesa in questo argomento venissero
disattese, sarebbe ostacolato il progresso dell’autentica ricerca della piena
unità tra i cristiani. Spetta all’Ordinario del luogo, alle Conferenze
episcopali o ai Sinodi delle Chiese orientali cattoliche fare in modo che i
principi e le norme contenuti nel Direttorio ecumenico siano fedelmente
applicati e vigilare con cura pastorale perché sia evitata ogni possibile
deviazione.
Piano del Direttorio
7. Il Direttorio si apre con una esposizione dell’impegno ecumenico della
Chiesa cattolica (capitolo I). Segue una elencazione dei mezzi usati dalla
Chiesa cattolica per tradurre in pratica tale impegno. Essa lo realizza
attraverso l’organizzazione (capitolo II) e la formazione dei suoi membri
(capitolo III). A coloro che sono in tal modo organizzati e formati sono
destinate le disposizioni dei capitoli IV e V sull’attività ecumenica.
I. La
ricerca dell’unità dei cristiani
L’impegno ecumenico della Chiesa cattolica fondato sui principi dottrinali
enunciati dal concilio Vaticano II.
II.
L’organizzazione nella Chiesa Cattolica del servizio dell’unità dei cristiani
Le persone e le strutture destinate a promuovere l’ecumenismo a tutti i livelli,
e le norme che regolano la loro attività.
III. La
formazione all’ecumenismo nella Chiesa cattolica
Le categorie di persone da formare; finalità, ambito e metodi della formazione
nei suoi aspetti dottrinali e pratici.
IV. La comunione di
vita e di attività spirituale tra i battezzati
La comunione che esiste con gli altri cristiani sulla base del legame
sacramentale del battesimo e le norme per la condivisione della preghiera e di
altre attività spirituali, ivi compresi, in casi particolari, alcuni beni
sacramentali.
V.
Collaborazione ecumenica, dialogo e testimonianza comune
I principi, le diverse forme e le norme della collaborazione tra cristiani in
vista del dialogo e della comune testimonianza nel mondo.
8. Così, in un’epoca caratterizzata da una crescente secolarizzazione, che chiama i
cristiani ad un’azione comune nella speranza del Regno di Dio, le norme che
regolano le relazioni tra cattolici e altri cristiani, e le diverse forme di
collaborazione da essi attuate, sono stabilite in modo tale che la promozione
dell’unità desiderata da Cristo possa essere perseguita in maniera equilibrata e
coerente, nella linea e secondo i principi fissati dal concilio Vaticano II.
I
LA RICERCA DELL’UNITÀ DEI CRISTIANI
9. Il movimento ecumenico intende essere una risposta al dono della grazia di Dio,
chiamando tutti i cristiani alla fede nel mistero della Chiesa, secondo il
disegno di Dio che vuole condurre l’umanità alla salvezza e all’unità in Cristo
mediante lo Spirito santo. Questo movimento chiama i cristiani alla speranza che
si realizzi pienamente la preghiera di Gesù «perché tutti siano una sola cosa»
[9].
Li chiama a quella carità che è il comandamento nuovo di Cristo e il dono per
mezzo del quale lo Spirito santo unisce tutti i fedeli. Il concilio Vaticano II
ha esplicitamente chiesto ai cattolici di abbracciare nel loro amore tutti i
cristiani con una carità che anela a superare, nella verità, ciò che li divide e
attivamente si impegna a farlo; essi devono operare sperando e pregando per la
promozione dell’unità dei cristiani; la loro fede nel mistero della Chiesa li
stimola e li illumina in maniera tale che la loro azione ecumenica possa essere
ispirata e guidata da una vera comprensione della Chiesa che è in Cristo come
«sacramento, cioè segno e strumento dell’intima unione con Dio e dell’unità di
tutto il genere umano» [10].
10. L’insegnamento della Chiesa sull’ecumenismo, così come l’incoraggiamento a
sperare e l’invito ad amare, trovano un’espressione ufficiale nei documenti del
concilio Vaticano II e in particolare nella Lumen gentium e
nell’Unitatis redintegratio. I documenti successivi che hanno per oggetto
l’attività ecumenica nella Chiesa, ivi compreso il Direttorio ecumenico
(1967 e 1970), si basano sui principi dottrinali, spirituali e pastorali
enunciati nei documenti del Concilio. Essi hanno approfondito alcuni argomenti
cui si fa cenno nei documenti conciliari, hanno sviluppato una terminologia
teologica ed hanno impartito norme d’azione più dettagliate, pur sempre
interamente basate sull’insegnamento del Concilio stesso. Tutto ciò offre un
insieme di insegnamenti le cui grandi linee saranno esposte in questo capitolo.
Tali insegnamenti costituiscono il fondamento del presente Direttorio.
La Chiesa e la sua unità nel piano di Dio
11. Il Concilio colloca il mistero della Chiesa nel mistero della sapienza e della
bontà di Dio, il quale attira tutta la famiglia umana ed anche l’intera
creazione all’unità in lui [11]. A tal fine, Dio ha mandato nel mondo il suo Figlio
Unigenito, che, innalzato sulla croce e poi entrato nella gloria, effuse lo
Spirito santo, per mezzo del quale convoca e riunisce nell’unità della fede,
della speranza e della carità il popolo della Nuova Alleanza che è la Chiesa.
Per fondare in ogni luogo la Chiesa santa fino alla fine dei secoli, Cristo
affidò il compito di insegnare, governare e santificare al collegio dei Dodici,
al quale diede Pietro come capo. «Gesù Cristo per mezzo della fedele
predicazione del Vangelo, dell’amministrazione dei sacramenti e del governo
esercitato nell’amore da parte degli apostoli e dei loro successori sotto
l’azione dello Spirito santo, vuole che il suo popolo cresca e sia perfezionata
la sua comunione nell’unità» [12]. Il Concilio presenta la Chiesa come
il nuovo popolo di Dio, che in sé riunisce, con tutte le ricchezze della loro
diversità, uomini e donne di ogni nazione e di ogni cultura, dotati di
multiformi doni di natura e di grazia, posti a servizio gli uni degli altri, e
consapevoli d’essere mandati nel mondo per la sua salvezza [13]. Essi
accolgono nella fede la Parola di Dio, sono battezzati in Cristo, confermati
nello Spirito della Pentecoste e celebrano insieme il sacramento del corpo e del
sangue di Cristo nell’Eucaristia:
«Lo Spirito santo, che abita nei credenti e riempie e regge tutta la Chiesa,
produce la meravigliosa comunione dei fedeli e tanto intimamente tutti unisce in
Cristo, da essere il principio dell’unità della Chiesa. Egli opera la varietà
delle grazie e dei servizi e arricchisce con vari doni la Chiesa di Gesù Cristo,
“organizzando i santi per compiere l’opera del servizio e per la edificazione
del Corpo di Cristo”» [14].
12. A servizio del popolo di Dio, per la sua comune vita di fede e
sacramentale, sono posti i ministri ordinati: vescovi, presbiteri e diaconi [15].
In tal modo, unito dal triplice legame della fede, della vita sacramentale e del
ministero gerarchico, tutto il popolo di Dio realizza ciò che la tradizione di
fede dal Nuovo Testamento in poi [16] ha sempre chiamato la
koinonia/comunione. È, questo, il concetto chiave che ha ispirato
l’ecclesiologia del concilio Vaticano II [17] ed al quale il recente
insegnamento del Magistero ha dato una grande importanza.
La Chiesa come comunione
13. La comunione nella quale i cristiani credono e sperano è, nella sua realtà più profonda, la loro unità
con il Padre per Cristo nello Spirito santo. Dopo la Pentecoste essa è donata e
ricevuta nella Chiesa, comunione dei santi. Ha il suo pieno compimento nella
gloria del cielo, ma si realizza già nella Chiesa sulla terra mentre cammina
verso quella pienezza. Coloro che vivono uniti nella fede, nella speranza e
nella carità, nel servizio vicendevole, nell’insegnamento comune e nei
sacramenti, sotto la guida dei loro Pastori [18], hanno parte alla
comunione che costituisce la Chiesa di Dio. Tale comunione concretamente si
realizza nelle Chiese particolari, ognuna delle quali è riunita attorno al
proprio Vescovo. In ciascuna di esse «è veramente presente e agisce la Chiesa di
Cristo, una, santa, cattolica ed apostolica» [19]. Tale comunione, per
sua stessa natura, è perciò universale.
14. La comunione tra le Chiese si conserva e si esprime specialmente attraverso la
comunione tra i loro vescovi. Insieme essi formano un collegio, che succede al
collegio apostolico e ha come suo capo il Vescovo di Roma, quale successore di
Pietro [20]. Così i vescovi garantiscono che le Chiese di cui sono i
ministri continuano l’unica Chiesa di Cristo, fondata sulla fede e sul ministero
degli apostoli. Essi coordinano le energie spirituali e i doni dei fedeli e
delle loro associazioni, in vista dell’edificazione della Chiesa e del pieno
esercizio della sua missione.
15. Ogni Chiesa particolare, unita in se stessa e nella comunione della Chiesa una,
santa, cattolica ed apostolica, è mandata in nome di Cristo e per la potenza
dello Spirito a portare il Vangelo del Regno ad un sempre maggior numero di
persone, offrendo loro la comunione con Dio. Accogliendola, tali persone entrano
anche in comunione con tutti coloro che già l’hanno ricevuta e, con essi, sono
costituiti in un’autentica famiglia di Dio. Con la sua unità, questa famiglia
testimonia la comunione con Dio. Proprio in questa missione della Chiesa si
realizza la preghiera di Gesù; egli infatti ha pregato «perché tutti siano una
sola cosa. Come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch’essi in noi una cosa
sola, perché il mondo creda che tu mi hai mandato» [21].
16. La comunione all’interno delle Chiese particolari e tra loro è un dono di Dio.
La si deve accogliere con gioia e gratitudine, e coltivare con cura. Essa è
custodita particolarmente da coloro che sono chiamati a esercitare nella Chiesa
il ministero di pastore. L’unità della Chiesa si realizza nel contesto di una
ricca diversità. La diversità è una dimensione della cattolicità della Chiesa.
La ricchezza stessa ditale diversità può, tuttavia, generare tensioni nella
comunione. Ma, nonostante queste tensioni, lo Spirito continua ad agire nella
Chiesa chiamando i cristiani, nella loro diversità, ad una sempre più profonda
unità.
17. I cattolici conservano la ferma convinzione che l’unica Chiesa di Cristo
sussiste nella Chiesa cattolica, «governata dal successore di Pietro e dai
vescovi in comunione con lui» [22]. Essi confessano che la totalità
della verità rivelata, dei sacramenti e del ministero, dati da Cristo per
l’edificazione della sua Chiesa e per il compimento della missione che le è
propria, si trova nella comunione cattolica della Chiesa. Certo, i cattolici
sono consapevoli di non aver vissuto e di non vivere personalmente in pienezza
dei mezzi di grazia di cui la Chiesa è dotata. Malgrado tutto, la loro fiducia
nella Chiesa non viene mai meno. La fede dà loro la certezza che essa permane
«degna sposa del suo Signore» e non cessa, «sotto l’azione dello Spirito santo,
di rinnovare se stessa, finché attraverso la croce giunga alla luce che non
conosce tramonto» [23]. Quando perciò i cattolici usano le parole
«Chiese», «altre Chiese», «altre Chiese e comunità ecclesiali», ecc., per
designare coloro che non sono in piena comunione con la Chiesa cattolica, si
deve sempre tener conto di questa ferma convinzione e confessione di fede.
Le divisioni tra i cristiani e la ricomposizione dell’unità
18. L’insensatezza e il peccato degli uomini, tuttavia, lungo la storia hanno
opposto resistenza alla volontà unificante dello Spirito santo e indebolito la
forza dell’amore che supera le tensioni che si creano nella vita ecclesiale. Fin
dagli inizi della Chiesa avvennero scissioni. Successivamente si manifestarono
dissensi più gravi e alcune Chiese in Oriente non si trovarono più in piena
comunione con la Sede di Roma e con la Chiesa d’Occidente [24]. Più
tardi, in Occidente, divisioni più profonde causarono il formarsi di altre
comunità ecclesiali. Tali scissioni avevano alla loro origine questioni
dottrinali o disciplinari e perfino divergenze sulla natura della Chiesa [25].
Il decreto del concilio Vaticano II sull’ecumenismo riconosce che dissensi sono
nati «talora non senza colpa di uomini d’entrambe le parti» [26].
Tuttavia, per quanto la colpevolezza umana abbia potuto nuocere gravemente alla
comunione, questa non è mai stata distrutta. In effetti, la pienezza dell’unità
della Chiesa di Cristo si è conservata nella Chiesa cattolica, mentre altre
Chiese e comunità ecclesiali, pur non essendo in piena comunione con la Chiesa
cattolica, in realtà mantengono con essa una certa comunione. Il Concilio così
si esprime: «Quell’unità crediamo sussistere, senza possibilità d’essere
perduta, nella Chiesa cattolica e speriamo che crescerà ogni giorno più fino
alla fine dei secoli» [27]. Alcuni testi conciliari indicano gli
elementi che sono condivisi dalla Chiesa cattolica e dalle Chiese orientali [28]
da una parte, e dalla Chiesa cattolica e dalle altre Chiese e comunità
ecclesiali dall’altra [29]. «Lo Spirito di Cristo non ricusa di servirsi
di esse come di strumenti di salvezza» [30].
19. Tuttavia nessun cristiano o cristiana può essere pago di tali forme imperfette
di comunione, che non corrispondono alla volontà di Cristo e indeboliscono la
sua Chiesa nell’esercizio della missione che le è propria. La grazia di Dio,
soprattutto nel nostro secolo, ha spinto alcuni membri di parecchie Chiese e
comunità ecclesiali a cercare con decisione di superare le divisioni ereditate
dal passato e di ricostruire una comunione d’amore mediante la preghiera, il
pentimento, la reciproca richiesta di perdono per i peccati di divisione del
passato e del presente, e attraverso incontri per iniziative di collaborazione e
di dialogo teologico. Tali sono gli obiettivi e le attività di quello che è
stato chiamato movimento ecumenico [31].
20. Durante il concilio Vaticano II la Chiesa cattolica ha preso
solennemente l’impegno di operare per l’unità dei cristiani. Il decreto
Unitatis redintegratio precisa che l’unità voluta da Cristo per la sua
Chiesa si realizza «per mezzo della fedele predicazione del Vangelo,
dell’amministrazione dei sacramenti e del governo esercitato nell’amore da parte
degli apostoli e dei loro successori, cioè i vescovi con a capo il successore di
Pietro». Il decreto afferma che questa unità consiste «nella confessione di una
sola fede, nella comune celebrazione del culto divino e nella fraterna concordia
della famiglia di Dio» [32]. Tale unità, che per sua stessa natura esige
una piena comunione visibile di tutti i cristiani, è il fine ultimo del
movimento ecumenico. Il Concilio dichiara che essa non richiede affatto che
venga sacrificata la ricca diversità di spiritualità, di disciplina, di riti
liturgici e di elaborazione della verità rivelata che sono andati sviluppandosi
tra i cristiani [33], nella misura in cui tale diversità rimane fedele
alla tradizione apostolica.
21. Dopo il concilio Vaticano II l’attività ecumenica, in tutta la Chiesa
cattolica, è stata ispirata e guidata da diversi documenti e iniziative della
Santa Sede e, nelle Chiese particolari, da documenti e iniziative dei vescovi,
dei Sinodi delle Chiese orientali cattoliche e delle Conferenze episcopali. Si
devono anche ricordare i progressi realizzati in molteplici forme di dialogo
ecumenico e in diversi tipi di collaborazione ecumenica. Secondo la stessa
espressione del Sinodo dei vescovi del 1985, l’ecumenismo «si è profondamente e
indelebilmente impresso nella coscienza della Chiesa» [34].
L’ecumenismo nella vita dei cristiani
22. Il movimento ecumenico è una grazia di Dio, concessa dal Padre in risposta alla
preghiera di Gesù [35] e alle suppliche della Chiesa ispirata dallo
Spirito santo [36]. Pur collocandosi nell’ambito della missione generale
della Chiesa, che è di unire l’umanità in Cristo, il suo compito specifico è la
ricomposizione dell’unità tra i cristiani [37]. Coloro che sono
battezzati nel nome di Cristo sono, per ciò stesso, chiamati ad impegnarsi nella
ricerca dell’unità [38]. La comunione nel battesimo è ordinata alla
piena comunione ecclesiale. Vivere il proprio battesimo significa essere
coinvolti nella missione di Cristo, la quale consiste appunto nel raccogliere
tutto nell’unità.
23. I cattolici sono invitati a rispondere, secondo le indicazioni dei loro Pastori,
con solidarietà e gratitudine agli sforzi che si compiono per ristabilire
l’unità dei cristiani in molte Chiese e comunità ecclesiali e nelle varie
organizzazioni alle quali danno la loro collaborazione. Là dove non si realizza
nessuna attività ecumenica, almeno praticamente, i cattolici cercheranno di
promuoverla. Là dove l’impegno ecumenico incontra opposizioni o ostacoli, a
causa di tendenze settarie o di attività che portano a divisioni ancora più
profonde tra coloro che confessano il nome di Cristo, i cattolici siano pazienti
e perseveranti. Gli Ordinari del luogo [39], i Sinodi delle Chiese
orientali cattoliche [40]e le Conferenze episcopali si troveranno
talvolta nella necessità di prendere speciali misure per superare il pericolo di
indifferentismo o di proselitismo [41]. Ciò potrebbe
riguardare particolarmente le giovani Chiese. I cattolici, in tutti i loro
rapporti con membri di altre Chiese e comunità ecclesiali, agiranno con
rettitudine, prudenza e competenza. Il criterio di procedere con gradualità e
precauzione, senza eludere le difficoltà, è anche una garanzia per non cedere
alla tentazione dell’indifferentismo o del proselitismo, che sarebbe la rovina
del vero spirito ecumenico.
24. Qualunque sia la situazione locale, i cattolici, per essere in grado di
assumere le loro responsabilità ecumeniche, devono agire insieme e in accordo
con i loro vescovi. Innanzi tutto devono conoscere a fondo la natura della
Chiesa cattolica ed essere capaci di render conto del suo insegnamento, della
sua disciplina e dei suoi principi ecumenici. Quanto meglio conoscono tutto
questo, tanto meglio lo possono esporre nelle discussioni con gli altri
cristiani e convenientemente spiegarlo motivandolo. Devono anche avere una
corretta conoscenza delle altre Chiese e comunità ecclesiali con le quali sono
in rapporto. E necessario prendere in attenta considerazione le varie condizioni
preliminari all’impegno ecumenico, che sono enunciate nel decreto del concilio
Vaticano II sull’ecumenismo [42].
25. L’ecumenismo, con tutte le sue esigenze umane e morali, è talmente
radicato nell’azione misteriosa della Provvidenza del Padre, per il Figlio e
nello Spirito, da toccare le profondità della spiritualità cristiana. Esso
richiede quella «conversione del cuore e quella santità della vita, insieme con
le preghiere private e pubbliche per l’unità dei cristiani», che il decreto del
concilio Vaticano II sull’ecumenismo chiama «ecumenismo spirituale» e ritiene
essere «l’anima di tutto il movimento ecumenico» [43]. Coloro che si
immedesimano profondamente a Cristo devono conformarsi alla sua preghiera, in
particolare alla sua preghiera per l’unità; coloro che vivono nello Spirito
devono lasciarsi trasformare dall’amore, che, per la causa dell’unità, «tutto
copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta» [44] coloro che vivono
in spirito di pentimento saranno particolarmente sensibili al peccato delle
divisioni e pregheranno per il perdono e la conversione. Coloro che tendono alla
santità saranno capaci di riconoscere i suoi frutti anche al di fuori dei
confini visibili della loro Chiesa [45]. Arriveranno a conoscere
veramente Dio come colui che solo è capace di raccogliere tutti nell’unità,
essendo il Padre di tutti.
I diversi livelli dell’azione ecumenica
26. Le possibilità e le esigenze dell’azione ecumenica non si presentano nello
stesso modo in una parrocchia, in una diocesi, a livello di un’organizzazione
regionale o nazionale delle diocesi, a livello della Chiesa universale.
L’ecumenismo richiede un impegno del popolo di Dio nelle strutture
ecclesiastiche e secondo la disciplina propria di ciascuno di tali livelli.
27. Nella diocesi, raccolta attorno al suo Vescovo, nelle parrocchie e nei diversi
gruppi e comunità, l’unità dei cristiani si costruisce e si evidenzia giorno per
giorno [46]: uomini e donne ascoltano nella fede la Parola di Dio,
pregano, celebrano i sacramenti, si mettono al servizio gli uni degli altri e
testimoniano il Vangelo della salvezza a coloro che ancora non credono.
Tuttavia, quando membri di una stessa famiglia appartengono a Chiese e comunità
ecclesiali diverse, quando dei cristiani non possono ricevere la comunione con
il coniuge o i figli o gli amici, la sofferenza per la divisione si fa
acutamente sentire e dovrebbe più fortemente stimolare alla preghiera e
all’attività ecumenica.
28. Il fatto di riunire, all’interno della comunione cattolica, le Chiese
particolari in istituzioni affini, quali i Sinodi delle Chiese orientali e le
Conferenze episcopali, manifesta la comunione esistente tra queste Chiese. Tali
assemblee possono sensibilmente facilitare lo sviluppo di efficaci relazioni
ecumeniche con le Chiese e le comunità ecclesiali di una stessa regione che non
sono in piena comunione con noi. Oltre la loro tradizione culturale e civica,
esse condividono una comune eredità ecclesiale, che risale all’epoca anteriore
alle divisioni. Avendo maggiori possibilità che non una Chiesa particolare di
trattare in maniera rappresentativa i fattori regionali e nazionali
dell’attività ecumenica, i Sinodi delle Chiese orientali cattoliche e le
Conferenze episcopali possono dar vita a organizzazioni destinate a valorizzare
e coordinare le risorse e gli sforzi del loro territorio, in modo tale da
sostenere le attività delle Chiese particolari e consentire loro di seguire,
nelle loro iniziative ecumeniche, un cammino cattolico omogeneo.
29. Spetta al Collegio dei vescovi e alla Sede apostolica il giudizio in ultima
istanza sul modo in cui si deve rispondere alle esigenze della piena comunione
[47].
A questo livello si raccoglie e si valuta l’esperienza ecumenica di tutte le
Chiese particolari; si riuniscono i mezzi necessari al servizio della comunione
a livello universale e tra tutte le Chiese particolari che fanno parte di questa
comunione e per essa si adoperano; si danno le direttive che servono a orientare
e dirigere le attività ecumeniche ovunque si svolgano nella Chiesa. Spesso è a
questo livello della Chiesa che le altre Chiese e comunità ecclesiali si
rivolgono quando desiderano essere in rapporto ecumenico con la Chiesa
cattolica. Ed è a questo livello che possono essere prese le decisioni ultime
concernenti la ricomposizione della comunione.
Complessità e diversità della situazione ecumenica
30. Il movimento ecumenico vuole essere obbediente alla Parola di Dio, alle
ispirazioni dello Spirito santo e all’autorità di coloro ai quali è affidato il
ministero di assicurare che la Chiesa rimanga fedele a quella tradizione
apostolica in cui vengono accolti la Parola di Dio e i doni dello Spirito. Ciò
che si ricerca è la comunione, che è il cuore del mistero della Chiesa, ed è per
questo che il ministero apostolico dei vescovi è particolarmente necessario
nell’ambito dell’attività ecumenica. Le situazioni di cui l’ecumenismo si occupa
molto spesso sono senza precedenti, variano da luogo a luogo e di epoca in
epoca. Vanno incoraggiate anche le iniziative dei fedeli nel campo
dell’ecumenismo. E però indispensabile un attento e continuo discernimento, che
compete a coloro che hanno la responsabilità ultima della dottrina e della
disciplina della Chiesa [48]. A costoro spetta incoraggiare iniziative
serie ed assicurare che siano attuate secondo i principi cattolici
dell’ecumenismo. Essi devono ridare fiducia a coloro che si lasciano scoraggiare
dalle difficoltà e moderare la generosità imprudente di coloro che non soppesano
debitamente le reali difficoltà disseminate sulla via della ricomposizione
dell’unità. Il Pontificio Consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani,
il cui ruolo e la cui responsabilità consistono nel dare direttive e
suggerimenti per l’attività ecumenica, offre lo stesso servizio all’intera
Chiesa.
31. La natura dell’azione ecumenica intrapresa in una regione particolare subirà
sempre l’influsso del carattere particolare della situazione ecumenica del
luogo. La scelta dell’impegno ecumenico appropriato spetta primariamente al
Vescovo, il quale deve tener conto delle specifiche responsabilità e delle
esigenze tipiche della sua diocesi. È impossibile passare in rassegna la varietà
delle situazioni; si possono nondimeno fare alcune osservazioni abbastanza
generali.
32. Il compito ecumenico si presenterà in modo diverso in un paese in
prevalenza cattolico e in un paese in cui cristiani orientali o anglicani o
protestanti sono in gran numero o maggioranza. Il compito assumerà aspetti
ancora diversi in paesi nei quali c’è una maggioranza di non cristiani. La
partecipazione della Chiesa cattolica al movimento ecumenico in paesi in cui
essa è largamente maggioritaria è cruciale perché l’ecumenismo sia un movimento
che coinvolga tutta la Chiesa.
33. Allo stesso modo, il compito ecumenico varierà notevolmente a seconda che la
maggioranza dei nostri interlocutori cristiani appartenga parte a una o a più
Chiese orientali anziché a comunità della Riforma. Ogni caso ha una propria
dinamica e sue peculiari possibilità. Molti altri fattori, politici, sociali,
culturali, geografici ed etnici, possono dare un’impronta specifica al compito
ecumenico.
34. Le diverse caratteristiche del compito ecumenico dipenderanno sempre dal
particolare contesto locale. L’importante è che, nello sforzo comune, i
cattolici, ovunque nel mondo, si sostengano vicendevolmente con la preghiera e
il reciproco incoraggiamento, in modo che si possa perseguire la ricerca
dell’unità dei cristiani, nei suoi molteplici aspetti, nell’obbedienza al
comandamento del Signore.
Le sètte e i nuovi movimenti religiosi
35. Il panorama religioso del nostro mondo, negli ultimi decenni, è andato
notevolmente evolvendosi e in alcune parti del mondo il cambiamento di maggior
rilievo è stato il proliferare di sètte e di nuovi movimenti religiosi, la cui
aspirazione a relazioni pacifiche con la Chiesa cattolica può talvolta essere
debole o non esistere affatto. Nel 1986, quattro dicasteri della Curia romana
hanno pubblicato congiuntamente un rapporto [49], che richiama
l’attenzione sulla fondamentale distinzione da farsi tra le sètte e i nuovi
movimenti religiosi da una parte e le Chiese e comunità ecclesiali dall’altra.
In questo campo sono in corso ulteriori studi.
36. Per quel che riguarda le sètte e i nuovi movimenti religiosi, la situazione è
assai complessa e si presenta in modo differente secondo il contesto culturale.
In alcuni paesi le sètte si sviluppano in un ambiente culturale fondamentalmente
religioso. In altri luoghi si diffondono in società sempre più secolarizzate, ma
che, al tempo stesso, conservano credenze e superstizioni. Certe sètte sono e si
dicono di origine non cristiana; altre sono eclettiche; altre ancora si
dichiarano cristiane, ma possono sia aver rotto con comunità cristiane, sia
conservare ancora legami con il cristianesimo. È chiaro che spetta primariamente
al Vescovo, alla Conferenza episcopale o al Sinodo delle Chiese orientali
cattoliche discernere il miglior modo di rispondere alla sfida rappresentata
dalle sètte in una determinata regione. Bisogna però insistere sul fatto che i
principi della condivisione spirituale o della cooperazione pratica indicati in
questo Direttorio si applicano esclusivamente alle Chiese e alle comunità
ecclesiali con le quali la Chiesa cattolica ha instaurato relazione ecumeniche.
Al lettore di questo Direttorio apparirà con chiarezza che l’unico fondamento
per tale condivisione e per tale cooperazione sta nel riconoscere da una parte e
dall’altra una certa comunione già esistente, anche se imperfetta, congiunta
all’apertura e al rispetto reciproco generati da un simile riconoscimento.
II
L’ORGANIZZAZIONE NELLA CHIESA CATTOLICA DEL SERVIZIO
DELL’UNITÀ DEI CRISTIANI
Introduzione
37. Attraverso le Chiese particolari, la Chiesa cattolica è presente in molti luoghi
e regioni in cui affianca altre Chiese e comunità ecclesiali. Queste regioni
hanno caratteristiche loro proprie d’ordine spirituale, etnico, politico e
culturale. In molti casi, in tali regioni risiede la suprema autorità
religiosa di altre Chiese e comunità ecclesiale; queste regioni spesso
corrispondono al territorio di un Sinodo delle Chiese orientali cattoliche o di
una Conferenza episcopale.
38. Di conseguenza, una Chiesa cattolica particolare, o parecchie Chiese particolari
che hanno tra loro stretti rapporti di collaborazione, possono trovarsi in
posizione molto favorevole per entrare in contatto, a questo livello, con altre
Chiese o comunità ecclesiali. Possono stabilire con esse relazioni ecumeniche
fruttuose, giovando al movimento ecumenico nel suo insieme [50].
39. Il concilio Vaticano II ha raccomandato l’azione ecumenica in modo speciale «ai
vescovi d’ogni parte della terra, perché sia promossa con sollecitudine e sia
con prudenza da loro diretta» [51]. Questa direttiva, che spesso è già
stata tradotta in pratica da singoli vescovi, da Sinodi delle Chiese orientali
cattoliche o da Conferenze episcopali, è stata introdotta nei Codici di diritto
canonico.
Per la Chiesa latina il CIC, can. 755, afferma:
« § 1. Spetta in primo luogo a tutto il Collegio dei vescovi e alla Sede
apostolica sostenere e dirigere presso i cattolici il movimento ecumenico, il
cui fine è il ristabilimento dell’unità tra tutti i cristiani, che la Chiesa è
tenuta a promuovere per volontà di Cristo».
«§ 2. Spetta parimenti ai vescovi, e, a norma del diritto, alle Conferenze
episcopali, promuovere la medesima unità e, secondo che le diverse circostanze
lo esigano o lo consiglino, impartire norme pratiche, tenute presenti le
disposizioni emanate dalla suprema autorità della Chiesa».
Per le Chiese orientali cattoliche il CCEO, cann. 902–904, § 1,
afferma:
Canone 902: «Poiché la sollecitudine di ristabilire l’unità di tutti quanti i
cristiani spetta all’intera Chiesa, tutti i fedeli cristiani, ma specialmente i
Pastori della Chiesa, devono pregare il Signore per questa desiderata pienezza
di unità della Chiesa e darsi da fare partecipando ingegnosamente all’attività
ecumenica suscitata dalla grazia dello Spirito Santo.».
Canone 903: «Spetta alle Chiese orientali cattoliche il compito speciale di
promuovere l’unità fra tutte le Chiese orientali anzitutto con la preghiera, con
l’esempio della vita, con la religiosa fedeltà verso le antiche tradizioni delle
Chiese orientali, con una migliore conoscenza vicendevole, con la collaborazione
e la fraterna stima delle cose e dei cuori».
Canone 904, § 1: «Siano promosse assiduamente le iniziative del movimento
ecumenico in ciascuna Chiesa sui iuris con norme speciali di diritto
particolare sotto la guida dello stesso movimento da parte della Sede apostolica
romana per la Chiesa universale».
40. Alla luce di questa competenza particolare per promuovere e guidare l’attività
ecumenica, è proprio della responsabilità dei singoli vescovi diocesani, dei
Sinodi delle Chiese orientali cattoliche, o delle Conferenze episcopali
stabilire le norme secondo cui le persone o le commissioni sotto indicate
svolgeranno le attività loro demandate e vigilare sull’applicazione di tali
norme. Inoltre, si dovrà aver cura che coloro ai quali verranno affidate queste
responsabilità ecumeniche abbiano un’adeguata conoscenza dei principi cattolici
dell’ecumenismo e siano seriamente preparati per il loro compito.
Il delegato diocesano per l’ecumenismo
41. Nelle diocesi il Vescovo nomini una persona competente come delegato diocesano
per le questioni ecumeniche. Costui potrà essere incaricato di animare la
commissione ecumenica diocesana e di coordinarne le attività, come è indicato al
n. 44 (oppure di svolgere tali attività, in mancanza della suddetta
commissione). In quanto stretta collaboratrice del Vescovo e con l’aiuto
conveniente, questa persona incoraggerà, nella diocesi, svariate iniziative di
preghiere per l’unità dei cristiani, avrà cura che le esigenze ecumeniche
influenzino le attività della diocesi, identificherà i bisogni particolari della
diocesi e su di essi la terrà informata. Tale delegato è anche il responsabile
che rappresenta la comunità cattolica nei suoi rapporti con le altre Chiese e
comunità ecclesiali e i loro dirigenti, di cui facilita le relazioni con il
Vescovo del luogo, il clero e il laicato a diversi livelli. Egli sarà il
consigliere del Vescovo e delle altre istanze della diocesi in materia ecumenica
e faciliterà la condivisione di esperienze di iniziative ecumeniche tra i
pastori e le organizzazioni diocesane. Avrà cura di mantenere contatti con i
delegati o le commissioni di altre diocesi. Anche là dove i cattolici sono in
maggioranza, oppure nelle diocesi che hanno limitato personale e limitate
risorse, si raccomanda che venga nominato un delegato diocesano (o una delegata
diocesana) per attuare le attività predette, nella misura in cui ciò sia
possibile e conveniente.
La commissione o il segretariato ecumenico di una diocesi
42. Il Vescovo della diocesi, oltre a nominare un delegato diocesano per le
questioni ecumeniche, istituirà un consiglio, una commissione o un segretariato
con l’incarico di attuare le direttive o gli orientamenti che egli potrà dare,
e, più generalmente, di promuovere l’attività ecumenica nella diocesi [52].
Laddove le circostanze lo richiedano, più diocesi possono riunirsi per
costituire una commissione o un segretariato del genere.
43. La commissione o il segretariato sia rappresentativo dell’intera diocesi e, in
linea di massima, comprenda membri del clero, dei religiosi, delle religiose e
del laicato, con varie competenze, e specialmente persone che abbiano una
specifica competenza ecumenica. È auspicabile che rappresentanti del consiglio
presbiterale, del consiglio pastorale e dei seminari diocesani o regionali siano
annoverati tra i membri della commissione o del segretariato.
Tale commissione dovrà cooperare con le istituzioni o organizzazioni ecumeniche
già esistenti o che saranno istituite, avvalendosi del loro apporto quando se ne
presenti l’occasione. Essa dovrà essere pronta ad aiutare il delegato diocesano
per l’ecumenismo e a mettersi a disposizione di altre organizzazioni diocesane o
di iniziative private per il reciproco scambio di informazioni e di idee.
Sarebbe particolarmente importante che esistessero rapporti con le parrocchie e
le organizzazioni parrocchiali, con le iniziative apostoliche dei membri di
istituti di vita consacrata e di società di vita apostolica, e con movimenti e
associazioni di laici.
44. Oltre alle funzioni che già le sono state assegnate, è compito di questa
commissione:
a) tradurre in
pratica le decisioni del Vescovo diocesano concernenti
l’applicazione dell’insegnamento e delle norme del concilio
Vaticano II sull’ecumenismo come pure i documenti postconciliari
che vengono emanati dalla Santa Sede, dai Sinodi delle Chiese
orientali cattoliche e dalle Conferenze episcopali;
b) mantenere
rapporti con la commissione ecumenica territoriale (cfr.
infra) e adattare i suoi consigli e i suoi suggerimenti alle
condizioni locali. Quando la situazione lo richiede, è
raccomandabile che si trasmettano al Pontificio Consiglio per la
promozione dell’unità dei cristiani informazioni su determinate
esperienze e sui loro risultati, o altre informazioni utili;
c) favorire
l’ecumenismo spirituale secondo i principi indicati dal decreto
conciliare sull’ecumenismo e in altri punti di questo Direttorio
riguardo alla preghiera, pubblica e privata, per l’unità dei
cristiani;
d) offrire aiuto e
appoggio, con mezzi quali sessioni di lavoro e seminari per la
formazione ecumenica del clero e dei laici, per un’adeguata
applicazione della dimensione ecumenica a tutti gli aspetti
della vita, prestando una speciale attenzione al modo in cui i
seminaristi vengono preparati a dare la dovuta dimensione
ecumenica alla predicazione, alla catechesi e ad altre forme di
insegnamento, nonché per le attività pastorali (per esempio, per
la pastorale dei matrimoni misti), ecc.;
e) coltivare la
cordialità e la carità tra i cattolici e gli altri cristiani con
i quali ancora manca la piena comunione ecclesiale, seguendo i
suggerimenti e le direttive che si daranno più sotto (in
particolare ai nn. 205–218);
f) proporre e guidare conversazioni e
consultazioni con loro, tenendo ben presente che è opportuno
adattarle alla diversità dei partecipanti e dei soggetti del
dialogo [53];
g) indicare
esperti da incaricare, a livello diocesano, per il dialogo con
le altre Chiese e comunità ecclesiali;
h) promuovere, in collaborazione con altre
organizzazioni diocesane e con gli altri cristiani, nella misura
del possibile, una testimonianza comune di fede cristiana e,
allo stesso modo, un’azione comune in ambiti quali l’educazione,
la moralità pubblica e privata, la giustizia sociale, le
questioni connesse con la cultura, la scienza e le arti [54];
i) proporre
ai vescovi scambi di osservatori e invitati in occasione di
importanti conferenze, di sinodi, dell’insediamento di autorità
religiose e in altre circostanze simili.
45. Nelle diocesi, le parrocchie dovrebbero essere incoraggiate a prender parte ad
iniziative ecumeniche a livello parrocchiale e, quand’è possibile, a costituire
gruppi incaricati di realizzare tali attività (cfr. infra, n. 67). Le
parrocchie dovrebbero rimanere in stretto rapporto con le autorità diocesane e
scambiare informazioni ed esperienze con esse, con le altre parrocchie e altri
gruppi.
La commissione ecumenica dei Sinodi delle Chiese orientali
cattoliche e delle Conferenze episcopali
46. Ogni Sinodo delle Chiese orientali cattoliche e ogni Conferenza episcopale,
secondo le procedure loro proprie, costituiranno una commissione episcopale per
l’ecumenismo, assistita da esperti, uomini e donne, scelti tra il clero, tra
religiosi e religiose e tra laici. Per quanto è possibile, tale commissione sarà
affiancata da una segreteria permanente. Questa commissione, il cui metodo di
lavoro sarà determinato dagli statuti del Sinodo o della Conferenza, avrà il
compito di proporre orientamenti in materia ecumenica e concreti modi d’azione,
in conformità con la legislazione, le direttive, le legittime consuetudini
ecclesiali in vigore e tenendo presenti le reali possibilità di una determinata
regione. È necessario che vengano prese in considerazione tutte le circostanze
di luoghi e di persone del territorio di competenza, ma che si tenga anche conto
della Chiesa universale. Nel caso in cui il piccolo numero dei membri della
Conferenza episcopale non consentisse di costituire una commissione di vescovi,
si dovrebbe almeno nominare un Vescovo responsabile dei compiti ecumenici
indicati qui sotto al n. 47.
47. Le funzioni di questa commissione comprenderanno quelle enumerate al n.
44, nella misura in cui esse trovano riscontro nella competenza dei Sinodi delle
Chiese orientali o delle Conferenze episcopali. Ma essa deve anche assumersi
altri compiti, di cui ecco alcuni esempi:
a) mettere in
pratica le norme e le istruzioni della Santa Sede in materia;
b) consigliare e
assistere i vescovi che istituiscono una commissione ecumenica
nella loro diocesi, e stimolare la collaborazione tra i
responsabili diocesani dell’ecumenismo e tra le commissioni
stesse, organizzando, per esempio, incontri periodici di
delegati e di rappresentanti delle commissioni diocesane;
c) incoraggiare e,
quando se ne ravvisi l’opportunità, aiutare le altre commissioni
della Conferenza episcopale e dei Sinodi delle Chiese orientali
cattoliche a tener conto della dimensione ecumenica
dell’attività di detta Conferenza, delle sue dichiarazioni
ufficiali, ecc.;
d) promuovere la
collaborazione tra i cristiani, arrecando, per esempio, un aiuto
spirituale e materiale, ove ciò sia possibile, tanto alle
organizzazioni ecumeniche esistenti quanto alle iniziative
ecumeniche da promuovere nell’ambito dell’insegnamento e della
ricerca, oppure in quello della pastorale e dell’approfondimento
della vita cristiana, secondo i principi del decreto conciliare
sull’ecumenismo, ai nn. 9–12;
e) avviare
consultazioni e un dialogo con i responsabili di Chiesa e con i
consigli di Chiese esistenti a livello nazionale o territoriale
(distinti, però, dalla diocesi) e creare strutture adatte per
tali dialoghi;
f) designare
esperti che, col mandato ufficiale della Chiesa, partecipino
alle consultazioni e al dialogo con gli esperti delle Chiese,
delle comunità ecclesiali e delle organizzazioni sopra
menzionate;
g) intrattenere
rapporti e un’attiva collaborazione con le strutture ecumeniche
realizzate da istituti di vita consacrata e da società di vita
apostolica e con quelle di altre organizzazioni cattoliche,
all’interno del territorio;
h) organizzare lo
scambio di osservatori e di invitati in occasione di importanti
assemblee ecclesiali e di altri avvenimenti analoghi di livello
nazionale o territoriale;
i) informare
i vescovi della Conferenza e dei Sinodi sugli sviluppi dei
dialoghi che si svolgono nell’ambito del territorio; rendere
partecipe di tali informazioni il Pontificio Consiglio per la
promozione dell’unità dei cristiani, a Roma, in modo tale che il
vicendevole scambio di opinioni e di esperienze e i risultati
del dialogo possano promuovere altri dialoghi a differenti
livelli della vita della Chiesa;
j) in
generale, mantenere rapporti, in ordine alle questioni
ecumeniche, tra i Sinodi delle Chiese orientali cattoliche o le
Conferenze episcopali e il Pontificio Consiglio per l’unità dei
cristiani, a Roma, come pure con le commissioni ecumeniche di
altre Conferenze territoriali.
Strutture ecumeniche in altri contesti ecclesiali
48. Organismi sopranazionali, variamente configurati, che assicurano cooperazione e
sostegno tra le Conferenze episcopali avranno anch’essi strutture che possano
dare una dimensione ecumenica al loro lavoro. L’estensione e la forma delle loro
attività siano determinate dagli statuti e regolamenti di ciascuno ditali
organismi e in base alle concrete possibilità del territorio.
49. Nella Chiesa cattolica esistono comunità e organizzazioni che hanno un posto
specifico nell’attuazione della vita apostolica della Chiesa. Pur non facendo
parte direttamente delle strutture ecumeniche predette, la loro attività molto
spesso ha un’importante dimensione ecumenica e dovrebbe essere organizzata in
strutture adeguate, in armonia con le finalità dell’organizzazione. Tra queste
comunità e organizzazioni, ci sono gli istituti di vita consacrata e le società
di vita apostolica e diverse organizzazioni di fedeli cattolici.
Istituti di vita consacrata e società di vita apostolica
50. Poiché la cura di ristabilire l’unità dei cristiani riguarda tutta la Chiesa,
tanto i ministri sacri quanto i laici [55], gli ordini religiosi, le
congregazioni religiose e le società di vita apostolica, per la natura stessa
dei loro compiti nella Chiesa e per il loro contesto di vita, hanno occasioni
specifiche di favorire l’ideale e l’azione ecumenica. In conformità ai propri
carismi e alle proprie costituzioni — di cui alcune sono anteriori alle
divisioni dei cristiani — e alla luce dello spirito e delle finalità di
ciascuno, tali istituti e tali società sono incoraggiati ad attuare, secondo le
loro concrete possibilità e nei limiti delle loro regole di vita, le seguenti
prospettive e attività:
a) favorire la
consapevolezza dell’importanza ecumenica delle loro particolari
forme di vita, poiché la conversione del cuore, la santità
personale, la preghiera, pubblica e privata, e il servizio
disinteressato alla Chiesa e al mondo sono il cuore del
movimento ecumenico;
b) aiutare a far
comprendere la dimensione ecumenica della vocazione di tutti i
cristiani alla santità della vita, offrendo occasioni per far
progredire la formazione spirituale, la contemplazione,
l’adorazione e la lode di Dio, il servizio del prossimo;
c) tenendo conto
della natura e delle esigenze dei luoghi e delle persone,
organizzare incontri con cristiani di diverse Chiese e comunità
ecclesiali per preghiere liturgiche, riflessioni, esercizi
spirituali e per una comprensione più profonda delle tradizioni
spirituali cristiane;
d) mantenere
rapporti con monasteri o comunità cenobitiche di altre Comunioni
cristiane per lo scambio di ricchezze spirituali e
intellettuali, e di esperienze di vita apostolica, poiché lo
sviluppo dei carismi religiosi di tali Comunioni può costituire
un reale apporto per l’intero movimento ecumenico. Potrebbe in
tal modo essere suscitata una feconda emulazione spirituale;
e) nel dare
indirizzi alle proprie istituzioni educative, numerose e varie,
tener presente l’attività ecumenica secondo i principi sotto
indicati in questo Direttorio;
f)
collaborare con altri cristiani in un’azione comune per la
giustizia sociale, lo sviluppo economico, il miglioramento delle
condizioni sanitarie e dell’educazione, la tutela del creato, e
per la pace e la riconciliazione tra le nazioni e le comunità;
g) «Per quanto lo
permettano le condizioni religiose, va promossa un’azione
ecumenica tale che i cattolici, esclusa ogni forma sia di
indifferentismo e di confusionismo, sia di sconsiderata
concorrenza, attraverso una comune, per quanto è possibile,
professione di fede in Dio e in Gesù Cristo di fronte alle
genti, attraverso la cooperazione nel campo tecnico e sociale
come in quello religioso e culturale, collaborino fraternamente
con i fratelli separati, secondo le norme del decreto
sull’ecumenismo. Collaborino soprattutto per la causa di Cristo,
loro comune Signore: il suo Nome li unisca!» [56].
Nel compiere tali attività osserveranno le norme che il Vescovo diocesano, i
Sinodi delle Chiese orientali cattoliche o le Conferenze episcopali avranno
stabilite per l’opera ecumenica, considerata come un elemento della loro
cooperazione all’insieme dell’apostolato in un determinato territorio.
Mantengano strette relazioni con le diverse commissioni ecumeniche diocesane o
nazionali e, nei casi indicati, con il Pontificio Consiglio per la promozione
dell’unità dei cristiani.
51. Avviando tale attività ecumenica, è molto opportuno che i vari istituti di vita
consacrata e le società di vita apostolica, a livello della propria autorità
centrale, nominino un delegato, oppure una commissione, con il compito di
promuovere e di assicurare il proprio, impegno ecumenico. La funzione di questi
delegati, o commissioni, sarà di favorire la formazione ecumenica di tutti i
membri, di collaborare alla formazione ecumenica specializzata dei consiglieri
per le questioni ecumeniche presso le autorità a livello generale e locale degli
istituti e delle società; più particolarmente sarà loro compito mettere in atto
e assicurare le attività sopra descritte (n. 50).
Organizzazioni dei fedeli
52. Le organizzazioni dei fedeli cattolici di un territorio particolare o di una
nazione, e anche le organizzazioni internazionali che si propongono come fine,
per esempio, il rinnovamento spirituale, l’azione per la pace e la giustizia
sociale, l’educazione a vari livelli, l’aiuto economico a paesi e istituzioni,
ecc. svilupperanno gli aspetti ecumenici delle proprie attività. Avranno cura
che le dimensioni ecumeniche della propria opera siano oggetto di una
sufficiente attenzione e anche, se necessario, che esse siano espresse negli
statuti e nelle strutture. Nello svolgere le loro attività ecumeniche, restino
in rapporto con le commissioni ecumeniche territoriali e locali e, quando le
circostanze lo richiedono, con il Pontificio Consiglio per la promozione
dell’unità dei cristiani, per un proficuo scambio di esperienze e consigli.
Il Pontificio Consiglio per la promozione dell’unità dei
cristiani
53. A livello della Chiesa universale, il Pontificio Consiglio per la promozione
dell’unità dei cristiani, che è un dicastero della Curia romana, ha la
competenza e l’incarico di promuovere la piena comunione di tutti i cristiani.
La costituzione apostolica Pastor Bonus (cfr. supra, n. 6) afferma
che, da un lato, il Consiglio promuove lo spirito e l’azione ecumenica
all’interno della Chiesa cattolica, e, dall’altro, cura le relazioni con le
altre Chiese e comunità ecclesiali.
a) Il Pontificio
Consiglio si occupa della retta interpretazione dei principi
dell’ecumenismo e dei mezzi per la loro applicazione; attua le
decisioni del concilio Vaticano Il concernenti l’ecumenismo;
stimola e assiste i gruppi nazionali e internazionali impegnati
a promuovere l’unità dei cristiani e aiuta a coordinare le loro
iniziative.
b) Organizza
dialoghi ufficiali con le altre Chiese e comunità ecclesiali a
livello internazionale; delega osservatori cattolici a livello
internazionale; delega osservatori cattolici alle conferenze e
alle riunioni ditali istituzioni e di altre organizzazioni
ecumeniche, e invita loro osservatori a riunioni della Chiesa
cattolica, tutte le volte che ciò parrà opportuno.
54. Per adempiere tali compiti, il Pontificio Consiglio per la promozione dell’unità
dei cristiani pubblica di quando in quando orientamenti e direttive valevoli per
tutta la Chiesa cattolica. Inoltre, rimane in contatto con i Sinodi delle Chiese
orientali cattoliche e con le Conferenze episcopali, con le loro commissioni
ecumeniche e con i vescovi e le organizzazioni all’interno della Chiesa
cattolica. Il coordinamento delle attività ecumeniche dell’intera Chiesa
cattolica richiede che tali contatti siano reciproci. È quindi opportuno che il
Consiglio sia informato delle iniziative di rilievo prese ai diversi livelli
della vita della Chiesa. Ciò è necessario, in particolare, quando si tratta di
iniziative che hanno implicazioni internazionali, come allorché a un livello
nazionale o territoriale vengono organizzati dialoghi importanti con altre
Chiese e comunità ecclesiali. Il mutuo scambio di informazioni e di consigli
giova alle attività ecumeniche a livello internazionale come agli altri livelli
della vita della Chiesa. Tutto ciò che potenzia lo sviluppo dell’armonia e
dell’impegno ecumenico coerente, consolida parimenti la comunione all’interno
della Chiesa cattolica.
III
LA FORMAZIONE ALL’ECUMENISMO NELLA CHIESA CATTOLICA
Necessità e finalità della formazione ecumenica
55. «La cura di ristabilire l’unione riguarda tutta la Chiesa, sia i fedeli che i
pastori, e tocca ognuno secondo la propria capacità, tanto nella vita cristiana
di ogni giorno quanto negli studi teologici e storici» [57]. Tenuto
conto della natura della Chiesa cattolica, i cattolici troveranno nella fedeltà
alle indicazioni del concilio Vaticano II i mezzi per contribuire alla
formazione ecumenica sia di ciascun membro sia dell’intera comunità alla quale
appartengono. L’unità di tutti in Cristo sarà così il risultato di una crescita
comune e di una comune maturazione; infatti l’appello di Dio alla «conversione
interiore» [58] e al «rinnovamento della Chiesa» [59], che hanno
un’importanza singolare per la ricerca dell’unità, non esclude nessuno.
Per questo motivo, tutti i fedeli sono chiamati ad impegnarsi per realizzare una
comunione crescente con gli altri cristiani. Un contributo particolare, però,
può essere dato dai membri del popolo di Dio che sono impegnati nella
formazione, quali i superiori e gli insegnanti di istituti superiori e di
istituti specializzati. Coloro che svolgono un’attività pastorale, in
particolare i parroci e gli altri ministri ordinati, hanno una funzione da
svolgere in questo campo. Attiene alla responsabilità di ogni Vescovo, dei
Sinodi delle Chiese orientali cattoliche e delle Conferenze episcopali impartire
direttive generali riguardanti la formazione ecumenica.
Adeguamento della formazione alle condizioni concrete delle
persone
56. L’ecumenismo esige un rinnovamento di atteggiamento e una certa duttilità nei
metodi di ricerca dell’unità. Si deve tener conto anche della diversità delle
persone, delle funzioni e delle situazioni, come pure della specificità delle
Chiese particolari e delle comunità impegnate con esse nella ricerca dell’unità.
Di conseguenza, la formazione ecumenica richiede una pedagogia che sia adattata
alle concrete situazioni di vita delle persone e dei gruppi e che rispetti
l’esigenza di progressività in uno sforzo di rinnovamento continuo e di
cambiamento di atteggiamento.
57. Tutti coloro che si occupano di pastorale e non soltanto gli insegnanti
verranno, quindi, formati gradatamente, secondo i seguenti orientamenti
fondamentali:
a) Fin dagli inizi
sono necessarie la conoscenza della sacra Scrittura e la
formazione dottrinale, non disgiunte dalla conoscenza della
storia e della situazione ecumenica del paese in cui si vive.
b) La conoscenza
della storia delle divisioni e degli sforzi di riconciliazione,
come pure delle posizioni dottrinali delle altre Chiese e
comunità ecclesiali consente di analizzare i problemi nel loro
contesto socioculturale e di discernere, nelle espressioni della
fede, le diversità legittime e le divergenze incompatibili con
la fede cattolica.
c) In tale
prospettiva, si terrà conto dei risultati e dei chiarimenti
forniti dai dialoghi teologici e dagli studi scientifici. È
anche auspicabile che i cristiani scrivano insieme la storia
delle loro divisioni e dei loro sforzi nella ricerca dell’unità.
d) Può essere così
evitato il pericolo di interpretazioni soggettive, tanto nella
presentazione della fede cattolica quanto nel modo in cui la
Chiesa cattolica comprende la fede e la vita delle altre Chiese
e comunità ecclesiali.
e) Man mano che
progredisce, la formazione ecumenica fa sentire come
inseparabili la sollecitudine per l’unità della Chiesa cattolica
e quella della comunione con le altre Chiese e comunità
ecclesiali.
f) La
sollecitudine per questa unità e per questa comunione implica
che ai cattolici stia a cuore l’approfondimento delle relazioni
tanto con i cristiani orientali quanto con i cristiani sorti
dalla Riforma.
g) Il metodo
d’insegnamento, che mai disattende l’esigenza della
progressività, permette di distinguere e di distribuire
gradualmente la materia e i rispettivi contenuti secondo le
diverse fasi della formazione dottrinale e dell’esperienza
ecumenica.
Così tutti coloro che si occupano di pastorale saranno fedeli alla santa e
vivente tradizione, che nella Chiesa è sorgente di azione. Sapranno vagliare e
accogliere la verità, ovunque sia: « Ogni verità, da qualunque parte venga, è
dallo Spirito santo» [60].
A.
FORMAZIONE DI TUTTI I FEDELI
58. La sollecitudine per l’unità è al cuore della concezione della Chiesa.
Scopo della formazione ecumenica è che tutti i cristiani siano animati dallo
spirito ecumenico, qualunque sia la loro particolare missione e la loro
specifica funzione nel mondo e nella società. Nella vita del fedele, riempito
dello Spirito di Cristo, è di capitale importanza il dono implorato da Cristo
prima della sua Passione, cioè «la grazia dell’unità». Tale unità è, in primo
luogo, l’unità con Cristo in un unico moto di carità verso il Padre e verso il
prossimo. In secondo luogo, è la comunione profonda e attiva del fedele con la
Chiesa universale nella Chiesa particolare cui appartiene [61]. In terzo
luogo, è la pienezza dell’unità visibile ricercata con tutti i cristiani delle
altre Chiese e comunità ecclesiali.
I mezzi di formazione
59. L’ascolto e lo studio della Parola di Dio. La Chiesa cattolica ha sempre considerato «le divine Scritture», unitamente alla
tradizione, «come la regola suprema della propria fede»; esse sono «per i figli
della Chiesa, [...] cibo dell’anima, sorgente pura e perenne di vita spirituale»
[62].
I nostri fratelli e le nostre sorelle di altre Chiese e comunità ecclesiali
hanno profonda venerazione e amore per la sacra Scrittura. Ciò li spinge allo
studio costante e diligente dei libri sacri [63]. Quindi, la Parola di
Dio, essendo unica e la stessa per tutti i cristiani, rinvigorirà
progressivamente il cammino verso l’unità nella misura in cui verrà accostata
con religiosa attenzione e con uno studio appassionato.
60. La predicazione. È necessario prestare una cura particolare alla predicazione, sia durante sia al
di fuori del culto propriamente liturgico. Come dice il papa Paolo VI, «in
quanto evangelizzatori, noi dobbiamo offrire ai fedeli di Cristo l’immagine non
di uomini divisi e separati da litigi che non edificano affatto, ma di persone
mature nella fede, capaci di ritrovarsi insieme al di sopra delle tensioni
concrete, grazie alla ricerca comune, sincera e disinteressata della verità»
[64].
Le varie parti dell’anno liturgico offrono occasioni propizie per sviluppare i
temi dell’unità cristiana e per stimolare allo studio, alla riflessione e alla
preghiera.
La predicazione deve preoccuparsi di rivelare il mistero dell’unità della Chiesa
e, per quanto è possibile, di promuovere l’unità dei cristiani in modo visibile.
Nella predicazione si deve evitare ogni uso improprio della sacra Scrittura.
61. La catechesi. La catechesi non consiste
soltanto nell’insegnare la dottrina, ma nell’iniziare all’intera
vita cristiana, con la piena partecipazione ai sacramenti della
Chiesa. Questo insegnamento, però, può contribuire anche a
formare ad un autentico comportamento ecumenico, come è indicato
nell’esortazione apostolica di Giovanni Paolo II Catechesi tradendae (nn. 32–33) secondo queste linee
direttive:
a) Innanzi tutto
la catechesi deve esporre con chiarezza, con carità e con la
dovuta fermezza tutta la dottrina della Chiesa cattolica,
rispettando specialmente l’ordine e la gerarchia delle verità
[65]
ed evitando le espressioni e i modi di esporre la dottrina
che potrebbero riuscire di ostacolo al dialogo.
b) Parlando delle
altre Chiese e comunità ecclesiali, è importante presentare
correttamente e lealmente il loro insegnamento. Tra gli elementi
dai quali la stessa Chiesa è edificata e vivificata, alcuni,
anzi parecchi e di grande valore, possono trovarsi fuori dei
confini visibili della Chiesa cattolica [66]. Lo Spirito
di Cristo non rifiuta di servirsi ditali comunità come mezzi di
salvezza. Fare ciò mette in risalto le verità di fede che le
differenti confessioni cristiane hanno in comune. Questo
«aiuterà i cattolici, da una parte, ad approfondire la loro fede
e, dall’altra, li metterà in condizione di conoscere meglio e
stimare gli altri cristiani, facilitando così la ricerca in
comune del cammino verso la piena unità, nella verità tutta
intera» [67].
c) La catechesi ha
una dimensione ecumenica se suscita e alimenta un vero desiderio
dell’unità, e più ancora, se ispira sforzi sinceri, inclusi
sforzi di umiltà per purificarsi, al fine di sgomberare gli
ostacoli lungo la strada, non attraverso facili omissioni e
concessioni sul piano dottrinale, ma in vista dell’unità
perfetta, quale la vuole il Signore e con i mezzi che Egli vuole
[68].
d) La catechesi,
inoltre, è ecumenica, se si sforza di preparare i fanciulli e i
giovani, come pure gli adulti, a vivere in contatto con altri
cristiani, pur formandosi come cattolici e rispettando la fede
degli altri [69].
e) Ciò si può fare
attraverso il discernimento delle possibilità offerte dalla
distinzione tra le verità di fede e i loro modi di espressione
[70]
attraverso il reciproco sforzo di conoscenza e di stima
dei valori presenti nelle rispettive tradizioni teologiche;
mostrando chiaramente che il dialogo ha creato nuovi rapporti,
che, se ben compresi, possono portare alla collaborazione e alla
pace [71].
f)
L’esortazione apostolica Catechesi tradendae dovrebbe
essere il punto di riferimento nella elaborazione dei nuovi
catechismi che vengono preparati nelle Chiese locali sotto
l’autorità dei vescovi.
62. La liturgia. Essendo «la prima e indispensabile sorgente dalla quale i fedeli possono
attingere uno spirito veramente cristiano» [72], la liturgia dà un
importante contributo all’unità di tutti coloro che credono in Cristo; essa è
una celebrazione e un fattore di unità; dove è pienamente compresa e dove ognuno
vi partecipa pienamente, «contribuisce in sommo grado a che i fedeli esprimano
nella loro vita e manifestino agli altri il mistero di Cristo e la genuina
natura della vera Chiesa» [73].
a) Poiché la santa
eucaristia è «il mirabile sacramento dal quale l’unità della
Chiesa è simboleggiata e prodotta» [74], è molto
importante aver cura che sia ben celebrata, affinché i fedeli
che vi partecipano, «offrendo la vittima immacolata, non
soltanto per le mani del sacerdote, ma insieme con lui, imparino
ad offrire se stessi, e di giorno in giorno, per mezzo di Cristo
mediatore, siano perfezionati nell’unità con Dio e tra di loro,
di modo che Dio sia finalmente tutto in tutti» [75].
b) È bene essere
fedeli alla preghiera per l’unità dei cristiani, secondo le
indicazioni del presente Direttorio, sia nei momenti in cui la
liturgia lo propone — come, per esempio, in occasione di
celebrazioni della Parola oppure delle celebrazioni orientali
chiamate “Litia” e “Mole–ben” —, sia specialmente durante la
Messa — al momento della preghiera universale — oppure durante
le litanie dette “Ectenie”, sia ancora mediante la celebrazione
della Messa votiva per l’unità della Chiesa, con l’aiuto di
appositi formulari.
Inoltre, è molto utile per la formazione ecumenica estendere le preghiere per
l’unità a certe occasioni, come quella della settimana di preghiere per l’unità
(18–25 gennaio), o quella della settimana tra l’Ascensione e la Pentecoste,
affinché lo Spirito santo confermi la Chiesa nell’unità e nell’apostolicità
della sua missione universale di salvezza.
63. La vita spirituale. Nel movimento ecumenico è necessario dare la priorità alla conversione del
cuore, alla vita spirituale e al suo rinnovamento. «Questa conversione del cuore
e questa santità della vita, insieme con le preghiere private e pubbliche per
l’unità dei cristiani, si devono ritenere come l’anima di tutto il movimento
ecumenico e si possono giustamente chiamare ecumenismo spirituale» [76].
Pertanto ogni cristiano, nella misura in cui vive una vita spirituale autentica,
che ha come centro lo stesso Cristo Salvatore e come fine la gloria di Dio
Padre, può sempre e ovunque partecipare in profondità al movimento ecumenico,
rendendo testimonianza al Vangelo di Cristo con la propria vita [77].
a) I cattolici
valorizzeranno certi elementi e beni, sorgenti di vita
spirituale, che si trovano nelle altre Chiese e comunità
ecclesiali e che appartengono all’unica Chiesa di Cristo: sacra
Scrittura, sacramenti e altre azioni sacre, fede, speranza,
carità e altri doni dello Spirito [78]. Tali beni hanno
dato frutti copiosi, ad esempio, nella tradizione mistica
dell’Oriente cristiano e nei tesori spirituali della vita
monastica, nel culto e nella pietà degli anglicani, nella
preghiera evangelica e nelle diverse forme di spiritualità dei
protestanti.
b) Tale
apprezzamento non deve rimanere puramente teorico; quando le
condizioni particolari lo permettono, deve essere completato
dalla conoscenza pratica delle altre tradizioni di spiritualità.
Conseguentemente, la condivisione della preghiera e un certo
tipo di partecipazione al culto pubblico e a forme di devozione
degli altri cristiani, in conformità alle norme vigenti, possono
avere un valore formativo [79].
64. Altre iniziative. La collaborazione ad iniziative caritative e sociali — nelle scuole, negli
ospedali, nelle carceri, ecc. — ha un valore formativo comprovato; così come
l’attività per la pace nel mondo, o in particolari regioni della terra dove è
minacciata, e quella in difesa dei diritti dell’uomo e della libertà religiosa
è [80].
Tali azioni, ben dirette, possono mostrare l’efficacia dell’applicazione sociale
del Vangelo e la forza pratica della sensibilità ecumenica in diversi settori.
Una periodica riflessione sui fondamenti cristiani di queste azioni, per
verificarne la qualità e la fecondità e per correggerne i difetti, sarà
parimenti educativa e costruttiva.
Gli ambiti più adatti alla formazione
65. Sono i luoghi in cui si sviluppano gradualmente la maturità umana e cristiana,
il senso della socialità e la comunione. Per questo la famiglia, la parrocchia,
la scuola, i gruppi, le associazioni e i movimenti ecclesiali hanno una
singolare importanza.
66. La famiglia, chiamata dal concilio Vaticano
II «Chiesa domestica» [81], è il primo
ambiente in cui quotidianamente si costruisce o si indebolisce l’unità, mediante
l’incontro di persone, per molti aspetti diverse, che però si accettano in una
comunione d’amore; è nella famiglia che si deve aver cura di non alimentare
pregiudizi, ma, al contrario, di ricercare in tutto la verità.
a) La
consapevolezza della propria identità cristiana e della propria
missione dispone la famiglia ad essere anche una comunità per
gli altri, aperta non soltanto nei confronti della Chiesa, ma
pure nei confronti della società umana, disposta al dialogo e
all’impegno sociale. Come la Chiesa, la famiglia deve essere uno
spazio in cui il Vangelo è trasmesso e da cui esso si irradia; e
infatti la costituzione conciliare Lumen gentium afferma
che, nella Chiesa domestica, «i genitori devono essere per i
loro figli, con la parola e con l’esempio, i primi annunciatori
del Vangelo» (n. 11).
b) Le famiglie
sorte da un matrimonio misto hanno il dovere di sforzarsi di
annunziare Cristo secondo tutte le esigenze del battesimo che i
loro membri hanno in comune; inoltre, hanno il non facile
compito di rendersi esse stesse artefici di unità [82].
«Il comune battesimo e il dinamismo della grazia forniscono agli
sposi, in questo matrimonio, la base e la motivazione per
esprimere la loro unità nella sfera dei valori morali e
spirituali» [83].
67. La parrocchia, in quanto unità ecclesiale radunata attorno all’Eucaristia, deve essere e
proclamarsi luogo dell’autentica testimonianza ecumenica. Uno dei grandi doveri
della parrocchia è, pertanto, quello di coltivare nei suoi membri lo spirito
ecumenico. Ciò esige una diligente attenzione ai contenuti e alle forme della
predicazione, in particolare dell’omelia, come pure della catechesi. Inoltre,
richiede un programma pastorale e ciò suppone che qualcuno sia incaricato
dell’animazione e del coordinamento ecumenico, operando in stretta
collaborazione con il parroco; costui si incaricherà eventualmente anche delle
varie forme di collaborazione con le corrispondenti parrocchie degli altri
cristiani. Infine, è necessario che la parrocchia non sia lacerata da polemiche
interne, da polarizzazioni ideologiche o da reciproche accuse tra cristiani, ma
ognuno, secondo il proprio spirito e la propria vocazione, si faccia servo della
verità nell’amore [84].
68. La scuola, di ogni ordine e grado, deve dare una dimensione ecumenica all’insegnamento
religioso in essa impartito e, secondo la propria peculiarità, tendere alla
formazione del cuore e dell’intelligenza ai valori umani e religiosi, educando
al dialogo, alla pace, alle relazioni interpersonali [85].
a) Lo spirito di
carità, di rispetto e di dialogo esige che si mettano al bando i
pregiudizi e le parole che danno un’immagine falsa degli altri
fratelli cristiani. Ciò vale soprattutto per le scuole
cattoliche, nelle quali i giovani devono crescere nella fede,
nella preghiera e nella decisione di mettere in pratica il
Vangelo cristiano dell’unità. Si avrà cura di insegnare loro
l’ecumenismo autentico, seguendo la dottrina della Chiesa
cattolica.
b) Quando è
possibile, in collaborazione con gli altri insegnanti, non si
mancherà di presentare le varie materie, come, per esempio, la
storia e l’arte, in modo da sottolineare i problemi ecumenici in
uno spirito di dialogo e di unità. A tal fine, è auspicabile
anche che i docenti abbiano una corretta e adeguata conoscenza
delle origini, della storia e delle dottrine delle altre Chiese
e comunità ecclesiali, soprattutto di quelle che sono presenti
sullo stesso territorio.
69. I gruppi, le associazioni e i movimenti ecclesiali.
La vita cristiana, e in modo speciale la vita delle Chiese particolari, nel
corso della storia si è arricchita di una varietà di espressioni, di progetti,
di spiritualità conformi ai carismi donati dallo Spirito per l’edificazione
della Chiesa, in cui si manifesta una netta distinzione di compiti al servizio
della comunità.
Coloro che fanno parte di questi gruppi, movimenti e associazioni devono essere
animati da un forte spirito ecumenico. Per vivere il loro impegno battesimale
nel mondo [86], ricercando sia l’unità cattolica attraverso il dialogo e
la comunione tra i diversi movimenti e le diverse associazioni sia una comunione
più vasta con altre Chiese e comunità ecclesiali e con i movimenti e i gruppi
che ad esse si ispirano, è necessario che i loro sforzi siano fondati su una
solida formazione e siano illuminati dalla saggezza e dalla prudenza cristiane.
B.
FORMAZIONE DI COLORO CHE OPERANO NEL MINISTERO PASTORALE
1. Ministri ordinati
70. Tra i principali doveri di ogni futuro ministro ordinato c’è quello di formarsi
una personalità che, per quanto possibile, sia all’altezza della sua missione di
aiutare gli altri ad incontrare Cristo. In questa prospettiva, il candidato al
ministero deve coltivare pienamente le qualità umane che rendono una persona
accetta agli altri e credibile, vigilante sul proprio linguaggio e sulle proprie
capacità di dialogo, per acquisire una attitudine autenticamente ecumenica. Ciò
è essenziale per chi ha una funzione di maestro e di pastore in una Chiesa
particolare, come il Vescovo, come pure per chi come presbitero viene destinato
alla cura d’anime, ma non è meno importante per il diacono, e in modo
particolare per i diaconi permanenti, chiamati a servire la comunità dei fedeli.
71. Quando prende iniziative e organizza incontri, è necessario che il
ministro agisca con lucidità e nella fedeltà alla Chiesa, rispettando le diverse
competenze e osservando le disposizioni che i Pastori della Chiesa, in forza del
loro mandato, stabiliscono per il movimento ecumenico della Chiesa universale e
per ogni Chiesa particolare, al fine di collaborare alla costruzione dell’unità
dei cristiani senza pregiudizi e senza iniziative inopportune.
a) Formazione dottrinale
72. Le Conferenze episcopali si accerteranno che i piani di studi mettano in
rilievo la dimensione ecumenica di ogni materia e prevedano uno studio specifico
dell’ecumenismo. Verificheranno che questi piani di studio siano conformi alle
indicazioni del presente Direttorio.
1) La
dimensione ecumenica delle varie materie
73. L’azione ecumenica «non può essere se non pienamente e sinceramente
cattolica, cioè fedele alla verità che abbiamo ricevuta dagli apostoli e dai
Padri, e conforme alla fede che la Chiesa cattolica ha sempre professato» [87].
74. Gli studenti devono imparare a distinguere tra le verità rivelate — le quali
esigono tutte il medesimo assenso di fede —, il modo con cui vengono enunziate e
le dottrine teologiche [88]. Per quel che riguarda la formulazione delle
verità rivelate, si terrà conto di ciò che, tra gli altri documenti, viene
affermato dalla dichiarazione della Congregazione per la dottrina della fede
Mysterium Ecclesiae, 5: «Sebbene le verità che la Chiesa con le sue formule
dogmatiche intende effettivamente insegnare, si distinguano dalle mutevoli
concezioni di una determinata epoca e possano essere espresse anche senza di
esse, può darsi tuttavia che quelle stesse verità dal sacro Magistero siano
enunciate con termini che risentono ditali concezioni. Ciò premesso, si deve
dire che le formule dogmatiche del Magistero della Chiesa fin dall’inizio furono
adatte a comunicare la verità rivelata, e che restano per sempre adatte a
comunicarla a chi le comprende rettamente» [89]. Gli studenti, quindi,
imparino a distinguere tra «il deposito della fede, cioè le verità contenute
nella nostra veneranda dottrina» [90], e il modo in cui tali verità sono
formulate; tra le verità da enunciare e i vari modi di concettualizzarle e di
esporle; tra la tradizione apostolica e le tradizioni strettamente
ecclesiastiche; e al tempo stesso imparino a riconoscere e rispettare il valore
permanente delle formule dogmatiche. Fin dal tempo della loro formazione
filosofica, gli studenti devono essere preparati a cogliere la legittima
diversità che nella teologia deriva dai diversi metodi e dai diversi linguaggi
usati dai teologi per indagare i divini misteri. In realtà potrà risultare che
le diverse formulazioni teologiche più che contraddittorie siano complementari.
75. Inoltre, è necessario che sia sempre rispettata la «gerarchia delle
verità» della dottrina cattolica; tali verità, sebbene esigano tutte l’assenso
di fede loro dovuto, non hanno però tutte la medesima centralità nel mistero
rivelato in Gesù Cristo, perché diverso è il loro nesso con il fondamento della
fede cristiana [91].
2)
Dimensione ecumenica delle discipline teologiche in generale
76. L’apertura ecumenica è una dimensione costitutiva della formazione dei
futuri presbiteri e diaconi: «L’insegnamento della sacra teologia e delle altre
discipline, specialmente storiche, deve essere fatto anche sotto l’aspetto
ecumenico, perché abbia sempre meglio a corrispondere alla verità dei fatti»
[92].
La dimensione ecumenica della formazione teologica non deve essere limitata alle
differenti categorie di insegnamento. Poiché parliamo di insegnamento
interdisciplinare — e non soltanto «pluridisciplinare» —, questo dovrà implicare
la collaborazione tra i professori interessati e un coordinamento reciproco. Per
tutte le materie, anche per quelle fondamentali, si potranno opportunamente
sottolineare i seguenti aspetti:
a) gli elementi
del patrimonio cristiano sul piano della verità e della santità
che sono comuni a tutte le Chiese e comunità ecclesiali, sebbene
talvolta siano enunciati secondo una diversa formulazione
teologica;
b) le ricchezze di
liturgia, di spiritualità e di dottrina che sono proprie di ogni
comunione, ma che possono aiutare i cristiani a raggiungere una
conoscenza più profonda della natura della Chiesa;
c) i punti che, in
materia di fede e di morale, sono causa di disaccordo, ma che
possono incoraggiare ricerche più approfondite sulla Parola di
Dio e portare a distinguere le contraddizioni reali da quelle
apparenti.
3)
Dimensione ecumenica delle discipline teologiche in particolare
77. In ogni disciplina teologica, l’approccio ecumenico deve portare a considerare
il legame esistente tra la materia particolare e il mistero dell’unità della
Chiesa. Inoltre, l’insegnante deve inculcare ai suoi alunni la fedeltà a tutta
la tradizione autenticamente cristiana in materia di teologia, di spiritualità e
di disciplina ecclesiastica. Gli studenti, dal confronto del proprio patrimonio
con le ricchezze delle tradizioni cristiane dell’Oriente e dell’Occidente, nella
loro espressione antica o moderna, trarranno una consapevolezza più viva ditale
pienezza [93].
78. Questo studio comparativo è importante in tutte le materie: per lo studio
della Scrittura, sorgente comune della fede di tutti i cristiani; per lo studio
della tradizione apostolica che si trova nelle opere dei Padri della Chiesa e
degli altri autori ecclesiastici d’Oriente e d’Occidente; per la liturgia, dove
le diverse forme del culto divino e la loro importanza dottrinale e spirituale
sono scientificamente raffrontate; per la teologia dogmatica e morale,
soprattutto per quel che concerne i problemi sorti dal dialogo ecumenico; per la
storia della Chiesa, in cui si deve fare una scrupolosa indagine sull’unità
della Chiesa e sulle cause di separazione; per il diritto canonico, dove è
doveroso fare una netta distinzione tra gli elementi di diritto divino e quelli
che sono di diritto ecclesiastico e che possono essere passibili di cambiamenti
secondo le epoche, le forme di cultura o le tradizioni locali; e, infine, per la
formazione pastorale e missionaria come per gli studi sociologici, in cui si
deve porre attenzione alla situazione comune a tutti i cristiani di fronte al
mondo moderno. Così la pienezza della Rivelazione divina sarà espressa nel modo
migliore e più completo, e noi adempiremo meglio la missione che Cristo ha
affidato alla sua Chiesa per il mondo.
4) Corsi
speciali di ecumenismo
79. Anche se tutta la formazione teologica dev’essere permeata dalla dimensione
ecumenica, è di singolare importanza che nell’ambito del primo ciclo, al momento
più adatto, sia proposto un corso di ecumenismo, che dovrebbe essere reso
obbligatorio. A grandi linee, e con possibili adattamenti, tale corso può avere
il seguente contenuto:
a) le nozioni di
cattolicità, di unità organica e visibile della Chiesa, di
oikouméne, di ecumenismo, secondo la loro origine storica e
nel loro significato attuale dal punto di vista cattolico;
b) i fondamenti
dottrinali dell’attività ecumenica, con speciale attenzione ai
legami di comunione che attualmente esistono tra le Chiese e le
comunità ecclesiali [94];
c) la storia
dell’ecumenismo, che comprende quella delle divisioni e dei
numerosi tentativi, compiuti nel corso di secoli, per ricomporre
l’unità, e dei loro successi e insuccessi, come pure lo stato
attuale della ricerca dell’unità;
d) il fine e il
metodo dell’ecumenismo, delle diverse forme di unione e di
collaborazione, la speranza di ricomporre l’unità, le condizioni
dell’unità, il concetto di piena e perfetta unità;
e) l’aspetto
«istituzionale» e la vita attuale delle diverse comunità
cristiane; tendenze dottrinali, cause reali delle separazioni,
iniziative missionarie, spiritualità, forme di culto divino,
necessità di una più profonda conoscenza della teologia e della
spiritualità orientali [95];
f) alcuni
problemi specifici, quali: la partecipazione comune al culto, il
proselitismo e l’irenismo, la libertà religiosa, i matrimoni
misti, il posto dei laici, e segnatamente delle donne, nella
Chiesa;
g) l’ecumenismo
spirituale, in particolare il senso della preghiera per l’unità
e delle altre forme di avvicinamento all’unità per la quale
Cristo ha pregato.
80. Per l’organizzazione del piano di studi, si danno i seguenti suggerimenti:
a) È opportuno
fare assai presto un’introduzione generale all’ecumenismo, in
modo che gli studenti fin dall’inizio degli studi teologici
possano essere sensibilizzati alla dimensione ecumenica dei loro
studi [96]. Tale introduzione dovrebbe trattare gli
elementi di base dell’ecumenismo.
b) La parte
speciale dell’insegnamento sull’ecumenismo dovrebbe normalmente
trovare il suo posto alla fine del primo ciclo di studi
teologici o altrimenti verso il termine degli studi nei
seminari, in modo che gli studenti, acquistando una larga
conoscenza dell’ecumenismo, possano farne una sintesi con la
loro formazione teologica.
c) È necessario
scegliere con cura i testi di studio e i manuali; essi devono
esporre con fedeltà l’insegnamento degli altri cristiani nel
campo della storia, della teologia e della spiritualità, in modo
non solo da consentire un confronto onesto e obiettivo, ma anche
stimolare un ulteriore approfondimento della dottrina cattolica.
81. Può essere utile invitare conferenzieri ed esperti delle altre tradizioni nel
contesto degli accordi di collaborazione tra le istituzioni cattoliche e i
centri che dipendono dagli altri cristiani [97]. Se sorgono problemi
particolari in un seminario o in un determinato istituto, spetta al Vescovo
diocesano decidere, conformemente alle direttive stabilite dalla Conferenza
episcopale, in merito alle iniziative da prendere, sotto la responsabilità delle
autorità accademiche, e dopo aver verificato le qualità morali e professionali
richieste per i conferenzieri delle altre Chiese e comunità ecclesiali. In
questi scambi culturali, occorre assicurare che non venga meno il carattere
cattolico dell’istituto di formazione, come pure il suo diritto e il suo dovere
di formare i propri candidati e d’insegnare la dottrina cattolica secondo le
norme della Chiesa.
b) Esperienza ecumenica
82. Nel periodo di formazione, affinché l’approccio all’ecumenismo non sia staccato
dalla vita, bensì radicato nell’esperienza viva delle comunità, è opportuno
organizzare incontri e colloqui con altri cristiani, sempre rispettando le norme
della Chiesa cattolica, a livello tanto universale quanto particolare, e
invitando rappresentanti delle altre comunità che abbiano la preparazione
professionale, religiosa e lo spirito ecumenico necessari per un dialogo franco
e costruttivo. Si possono anche programmare incontri con studenti di altre
Chiese e comunità ecclesiali [98]. Gli istituti di formazione, però,
sono talmente differenti che è impossibile stabilire regole uniformi. In
effetti, la realtà comporta sfumature connesse con la diversità dei paesi o
delle regioni e con la diversità dei rapporti tra la Chiesa cattolica e le altre
Chiese e comunità ecclesiali sul piano dell’ecclesiologia, della collaborazione
e del dialogo. Anche a questo riguardo è molto importante e indispensabile tener
presente l’esigenza della progressività e dell’adattamento. I superiori devono
rifarsi ai principi generali, adattandoli alle circostanze e alle occasioni
particolari.
2. Ministri e collaboratori non ordinati
a) Formazione dottrinale
83. All’azione pastorale, oltre ai ministri ordinati, collaborano altri
operatori riconosciuti: i catechisti, gli insegnanti, gli animatori laici. Per
la loro formazione, nelle Chiese locali sono stati costituiti gli istituti di
scienze religiose, gli istituti di pastorale e altri centri di formazione e di
aggiornamento. Valgono per essi gli stessi piani di studio e le medesime norme
degli istituti di teologia, ma con i necessari adattamenti al livello dei
partecipanti e dei loro studi.
84. In modo particolare, tenuto conto della legittima varietà dei carismi e delle
attività proprie dei monasteri, degli istituti di vita consacrata e delle
società di vita apostolica, è di singolare importanza che «tutti gli istituti
partecipino alla vita della Chiesa e, secondo il loro carattere, facciano propri
e sostengano nella misura delle proprie possibilità le sue iniziative e gli
scopi che essa si propone di raggiungere nei vari campi», ivi compreso quello «
ecumenico » [99].
La loro formazione deve comprendere una dimensione ecumenica fin dal noviziato e
poi durante le tappe successive. La Ratio formationis di ogni istituto
deve prevedere, in parallelo con i piani di studio dei ministri ordinati, che
sia sottolineata la dimensione ecumenica delle diverse discipline e insieme che
sia proposto un corso specifico di ecumenismo, adattato alle circostanze e alle
situazioni locali. Al tempo stesso, è importante che l’autorità competente
dell’istituto abbia cura della formazione di specialisti in ecumenismo, al fine
di orientare l’impegno ecumenico dell’intero istituto.
b) Esperienza ecumenica
85. Per tradurre in pratica quanto si studia, è utile incoraggiare i rapporti e gli
scambi tra i monasteri e le comunità religiose cattoliche e quelli delle altre
Chiese e comunità ecclesiali, sotto forma di scambi di informazione, di aiuto
spirituale, e talvolta materiale, o sotto forma di scambi culturali
[100].
86. Data l’importanza del ruolo dei laici nella Chiesa e nella società, si
incoraggeranno i laici responsabili dell’azione ecumenica a sviluppare i
contatti e gli scambi con le altre Chiese e comunità ecclesiali, seguendo le
norme contenute in questo Direttorio.
C.
FORMAZIONE SPECIALIZZATA
87. Importanza della formazione al dialogo. Tenendo conto dell’influenza dei centri superiori di cultura, appare evidente
che le facoltà ecclesiastiche e gli altri istituti di studio superiori hanno una
funzione particolarmente importante nella preparazione al dialogo ecumenico, in
vista del suo svolgimento e del progresso dell’unità dei cristiani, che proprio
il dialogo aiuta a conseguire. La preparazione pedagogica al dialogo deve
rispondere alle seguenti esigenze:
a) un impegno
personale e sincero, vissuto nella fede, senza la quale il
dialogo non è più un dialogo tra fratelli e sorelle, ma un puro
esercizio accademico;
b) la ricerca di
vie e di mezzi nuovi per stabilire reciproche relazioni e per
ricomporre l’unità, fondata su una maggior fedeltà al Vangelo e
sull’autentica professione della fede cristiana nella verità e
nella carità;
c) la
consapevolezza che il dialogo ecumenico non ha un carattere
puramente privato tra persone o gruppi particolari, ma si
inserisce nell’impegno dell’intera Chiesa e conseguentemente
deve essere condotto in modo coerente con l’insegnamento e le
direttive dei suoi Pastori;
d) una
disposizione a riconoscere che i membri delle diverse Chiese e
comunità ecclesiali possono aiutarci a meglio comprendere e a
presentare con esattezza la dottrina e la vita delle loro
comunità;
e) il rispetto
della coscienza e della convinzione personale di chiunque
esponga un aspetto o una dottrina della propria Chiesa, oppure
il suo modo particolare di comprendere la Rivelazione divina;
f) il
riconoscimento del fatto che non tutti possono valersi di una
eguale preparazione per prendere parte al dialogo, dal momento
che i livelli di educazione, di maturità critica e di progresso
spirituale sono diversi.
Ruolo delle facoltà ecclesiastiche
88. La costituzione apostolica Sapientia christiana precisa che, fin
dal primo ciclo della facoltà di teologia, si deve studiare la teologia
fondamentale con riferimento anche alle questioni connesse con l’ecumenismo
[101].
Parimenti, durante il secondo ciclo, «le questioni ecumeniche devono essere
accuratamente trattate, secondo le norme emanate dalla competente autorità
ecclesiastica» [102].
In altri termini, sarà opportuno istituire corsi di specializzazione
sull’ecumenismo, i quali, oltre agli elementi sopra indicati al n. 79, potranno
trattare anche gli argomenti qui sotto elencati:
a) lo stato
attuale dei rapporti tra la Chiesa cattolica e le altre Chiese e
comunità ecclesiali, sulla base dello studio dei risultati del
dialogo resi pubblici;
b) lo studio del
patrimonio e delle tradizioni degli altri cristiani d’Oriente e
d’Occidente;
c) l’importanza
del Consiglio ecumenico delle Chiese per il movimento ecumenico
e la situazione attuale dei rapporti tra la Chiesa cattolica e
questo stesso Consiglio;
d) il ruolo dei
Consigli di Chiese nazionali o sopranazionali, le loro
realizzazioni e le loro difficoltà.
Va inoltre ricordato che nell’insegnamento e nella ricerca teologica non deve
mai mancare la dimensione ecumenica.
Ruolo delle università cattoliche
89. Anche le università cattoliche sono chiamate a dare una solida formazione
ecumenica. Fra le misure appropriate che esse possono prendere, se ne indicano
alcune a titolo di esempio:
a) Quando la
materia lo consente, occorre cercare di dare una dimensione
ecumenica ai metodi d’insegnamento e di ricerca.
b) Vanno previsti
colloqui e giornate di studio dedicate alle questioni
ecumeniche.
c) Si organizzino
conferenze e incontri per fare, in comune, uno studio, un lavoro
o una attività sociale, riservando del tempo per ricercare i
principi cristiani di azione sociale e i mezzi per applicarli.
Queste occasioni, riunendo soltanto cattolici oppure cattolici e
altri cristiani, devono, per quanto è possibile, stimolare alla
collaborazione con gli altri istituti superiori esistenti sul
territorio.
d) Nei periodici e
nelle riviste universitarie si riservi uno spazio per la cronaca
degli avvenimenti che riguardano l’ecumenismo e anche per studi
più approfonditi, che preferibilmente commentino i documenti
comuni dei dialoghi tra le Chiese.
e) Nei collegi
universitari si devono caldamente raccomandare i cordiali
rapporti tra i cattolici e gli altri studenti cristiani, i
quali, se ben guidati, grazie a tali rapporti, possono imparare
a vivere insieme in un profondo spirito ecumenico ed essere
testimoni fedeli della loro fede cristiana.
f) È
opportuno dare un rilievo particolare alla preghiera per
l’unità, non soltanto durante la settimana ad essa dedicata, ma
anche in altre occasioni nel corso dell’anno. Secondo le
circostanze di luoghi e di persone e in conformità alle norme
stabilite per le celebrazioni comuni, si possono programmare
ritiri in comune, sotto la direzione di una guida spirituale di
sicura esperienza.
g) Un campo molto
vasto si offre quanto alla testimonianza comune, in particolare
per le opere a carattere sociale o caritativo. Gli studenti
devono essere preparati e stimolati a ciò: non soltanto gli
studenti di teologia, ma anche quelli delle altre facoltà, come
le facoltà di diritto, di sociologia, di economia politica, che,
con la loro collaborazione, aiuteranno a facilitare e a
realizzare iniziative del genere.
h) I cappellani,
gli assistenti spirituali degli studenti e i professori avranno
particolarmente a cuore di adempiere i loro doveri in uno
spirito ecumenico, segnatamente organizzando alcune delle
iniziative sopra indicate. Tale compito richiede loro
un’approfondita conoscenza della dottrina della Chiesa,
un’adeguata competenza nelle discipline accademiche, una ferma
prudenza e il senso della misura: tutte queste qualità devono
metterli in grado di aiutare gli studenti ad armonizzare la
propria vita di fede con l’apertura agli altri.
Ruolo degli istituti ecumenici specializzati
90. Per svolgere il suo compito ecumenico, la Chiesa ha bisogno di un buon
numero di esperti in questa materia: ministri ordinati, religiosi, laici, uomini
e donne. Costoro sono necessari anche nelle regioni a maggioranza cattolica.
a) Ciò richiede
istituti specializzati dotati:
— di un’adeguata documentazione sull’ecumenismo,
particolarmente sui dialoghi in corso e sui programmi futuri;
— di un corpo docente capace e ben preparato, sia nel
campo della dottrina cattolica sia in quello dell’ecumenismo.
b) Le istituzioni
si impegnino soprattutto nella ricerca ecumenica, in
collaborazione, per quanto è possibile, con esperti di altre
tradizioni teologiche e con i loro fedeli; organizzino incontri
ecumenici, come conferenze e congressi; rimangano anche in
rapporto con le commissioni ecumeniche nazionali e con il
Pontificio Consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani,
per essere costantemente tenuti al corrente dello stato attuale
dei dialoghi interconfessionali e dei progressi compiuti.
c) Gli esperti
così formati potranno fornire di personale il movimento
ecumenico nella Chiesa cattolica, come membri o dirigenti degli
organismi responsabili diocesani, nazionali o internazionali,
come professori di corsi di ecumenismo in istituti o centri
ecclesiastici, oppure come animatori di un autentico spirito
ecumenico e dell’attività ecumenica nel loro ambiente.
D.
FORMAZIONE PERMANENTE
91. La formazione dottrinale e pratica non si limita al periodo di formazione, ma
esige dai ministri ordinati e dagli operatori pastorali un continuo
aggiornamento, dato che il movimento ecumenico è in evoluzione.
Nell’attuare quanto programmato per l’aggiornamento pastorale del clero —
attraverso riunioni e congressi, ritiri o giornate di riflessione o di studio
sui problemi pastorali — i vescovi e i superiori religiosi prestino un’attenta
considerazione all’ecumenismo, sulla base delle seguenti indicazioni:
a) I sacerdoti, i
diaconi, i religiosi, le religiose e i laici siano
sistematicamente informati sullo stato attuale del movimento
ecumenico, così da poter inserire la dimensione ecumenica nella
predicazione, nella catechesi, nella preghiera e nella vita
cristiana in generale. Se lo si ritiene possibile e opportuno,
sarebbe bene qualche volta invitare un ministro di un’altra
Chiesa a parlare della propria tradizione o anche di problemi
pastorali, che spesso sono comuni a tutti.
b) Là dove si
presenta l’occasione e con il consenso del Vescovo della
diocesi, il clero cattolico e coloro che nella diocesi si
occupano di pastorale potranno partecipare a riunioni
interconfessionali allo scopo di migliorare le relazioni
reciproche e di risolvere, con il contributo di tutti, problemi
pastorali comuni. La realizzazione di tali iniziative spesso è
facilitata dalla creazione, per i ministri ordinati, di consigli
o associazioni locali e regionali, ecc., oppure anche
dall’adesione ad associazioni analoghe già esistenti.
c) Le facoltà di
teologia, gli istituti di studi superiori, i seminari e altri
istituti di formazione possono dare un grande contributo alla
formazione permanente, sia organizzando corsi di studi per
coloro che operano nel ministero pastorale, sia offrendo la loro
collaborazione, in personale insegnante e in materiale, per
discipline e corsi programmati da altri.
d) Sono di grande
utilità, inoltre, i seguenti mezzi: una informazione oggettiva
attraverso gli strumenti di comunicazione sociale della Chiesa
locale e, possibilmente, attraverso quelli dello Stato; uno
scambio di informazione con i servizi degli strumenti di
comunicazione sociale delle altre Chiese e comunità ecclesiali;
rapporti sistematici e permanenti con la commissione ecumenica
diocesana o con quella nazionale, in modo da dare a tutti i
cattolici impegnati nella pastorale una documentazione precisa
sugli sviluppi del movimento ecumenico.
e) È opportuno,
poi, approfittare delle diverse forme di incontri spirituali per
approfondire gli elementi di spiritualità comuni e specifici.
Questi incontri offrono l’occasione di riflettere sull’unità e
di pregare per la riconciliazione di tutti i cristiani. La
partecipazione, a tali incontri, di membri di diverse Chiese e
comunità ecclesiali può giovare alla reciproca comprensione e
alla crescita della comunione spirituale.
f) Infine, è
auspicabile che periodicamente si faccia una valutazione
dell’attività ecumenica.
IV
COMUNIONE DI VITA E DI ATTIVITÀ SPIRITUALE TRA I BATTEZZATI
A. IL
SACRAMENTO DEL BATTESIMO
92. Per mezzo del sacramento del battesimo una persona è veramente incorporata a
Cristo e alla sua Chiesa, e viene rigenerata per partecipare alla vita divina
[103].
Il battesimo costituisce quindi il vincolo sacramentale dell’unità che esiste
tra tutti quelli che, per suo mezzo, sono rinati. Il battesimo, di per sé, è
soltanto un inizio, poiché tende all’acquisizione della pienezza della vita in
Cristo. Pertanto esso è ordinato alla professione della fede, alla piena
integrazione nell’economia della salvezza e alla comunione eucaristica
[104].
Istituito da Gesù stesso, il battesimo, mediante il quale si partecipa al
mistero della sua morte e della sua risurrezione, implica la conversione, la
fede, la remissione del peccato e il dono della grazia.
93. Il battesimo è conferito con l’acqua e una formula che indica chiaramente
l’atto di battezzare nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito santo. Di
conseguenza, è di somma importanza per tutti i discepoli di Cristo che il
battesimo venga amministrato da tutti in questo modo e che le diverse Chiese e
comunità ecclesiali giungano, per quanto è possibile, ad un accordo sul suo
significato e sulla validità della sua celebrazione.
94. È vivamente raccomandato che il dialogo circa il significato e la valida
celebrazione del battesimo avvenga tra le autorità cattoliche e quelle delle
altre Chiese e comunità ecclesiali a livello diocesano o di Conferenze
episcopali. In tal modo sarà loro possibile arrivare a dichiarazioni comuni,
nelle quali potranno esprimere il reciproco riconoscimento dei battesimi,
pronunciandosi anche sul modo d’agire nei casi in cui potrebbero esserci dubbi
sulla validità di questo o quel battesimo.
95. Per arrivare a tali forme di accordo, occorrerà avere ben presenti i seguenti
punti:
a) Il battesimo
per immersione, o per infusione, con la formula trinitaria è, in
sé, valido. Di conseguenza, se i rituali, i libri liturgici o le
consuetudini stabilite da una Chiesa o da una comunità
ecclesiale prescrivono uno di questi modi di battezzare, il
sacramento deve essere ritenuto valido, a meno che si abbiano
fondate ragioni per mettere in dubbio che il ministro abbia
osservato le norme della propria comunità o Chiesa.
b) La fede
insufficiente di un ministro in ciò che concerne il battesimo,
di per sé non ha mai reso invalido un battesimo. L’intenzione
sufficiente del ministro che battezza deve essere presunta, a
meno che non ci sia un serio motivo di dubitare che egli abbia
voluto fare ciò che fa la Chiesa.
c) Se si sollevano
dubbi sull’uso dell’acqua e sul modo di adoperarla
[105],
il rispetto per il sacramento e la deferenza verso le comunità
ecclesiali implicate richiedono che sia condotta una seria
indagine sulla pratica della comunità in questione, prima di
qualsiasi giudizio sulla validità del battesimo da essa
amministrato.
96. Secondo la situazione locale e qualora se ne presenti l’occasione, i cattolici
possono far memoria, in una celebrazione comune con altri cristiani, del
battesimo che li unisce, rinnovando con loro la rinunzia al peccato e l’impegno
di vivere una vita pienamente cristiana, impegno assunto con le promesse del
loro battesimo, e proponendo risolutamente di cooperare con la grazia dello
Spirito santo per cercare di sanare le divisioni che esistono tra i cristiani.
97. Sebbene con il battesimo la persona venga incorporata a Cristo e alla sua
Chiesa, ciò concretamente si realizza in una determinata Chiesa o comunità
ecclesiale. Pertanto un battesimo non deve essere conferito congiuntamente da
due ministri appartenenti a Chiese o a comunità ecclesiali diverse. D’altra
parte, secondo la tradizione liturgica e teologica cattolica, il battesimo è
amministrato da un solo celebrante. Per ragioni pastorali, in circostanze
eccezionali, l’Ordinario del luogo può tuttavia permettere che il ministro di
una Chiesa o comunità ecclesiale partecipi alla celebrazione, proclamando una
lettura o facendo una preghiera, ecc. La reciprocità è possibile solo nel caso
in cui il battesimo celebrato in un’altra comunità non sia in contrasto né con i
principi né con la disciplina della Chiesa cattolica [106].
98. Secondo il pensiero cattolico, i padrini e le madrine, nell’accezione liturgica
e canonica, devono essere membri della Chiesa o della comunità ecclesiale nella
quale viene celebrato il battesimo. Essi non si assumono soltanto la
responsabilità dell’educazione cristiana della persona battezzata (o cresimata)
in qualità di parente o amico; essi sono lì pure come rappresentanti di una
comunità di fede, garanti della fede e del desiderio di comunione ecclesiale del
candidato.
a) Basandosi sul
battesimo comune, e a causa dei vincoli di parentela o di
amicizia, un battezzato che appartiene ad un’altra comunità
ecclesiale può tuttavia essere ammesso come testimone del
battesimo, ma soltanto insieme con un padrino cattolico [107].
Un cattolico può svolgere la medesima funzione nei confronti di
una persona che deve essere battezzata in un’altra comunità
ecclesiale.
b) In forza della
stretta comunione esistente tra la Chiesa cattolica e le Chiese
orientali ortodosse, è consentito, per un valido motivo,
ammettere un fedele orientale con il ruolo di padrino
congiuntamente ad un padrino cattolico (o una madrina) al
battesimo di un bambino o di un adulto cattolico, a condizione
che si sia sufficientemente provveduto all’educazione del
battezzato e che sia riconosciuta l’idoneità del padrino.
Il ruolo del padrino a un battesimo conferito in una Chiesa orientale ortodossa
non è interdetto a un cattolico, se vi è invitato. In tal caso l’obbligo di
prendersi cura dell’educazione cristiana spetta in primo luogo al padrino (o
alla madrina) che è membro della Chiesa nella quale il bambino è battezzato
[108].
99. Ogni cristiano ha il diritto, per motivi di coscienza, di decidere liberamente
di entrare nella piena comunione cattolica [109]. Adoperarsi per
preparare una persona che desidera essere ricevuta nella piena comunione della
Chiesa cattolica è, in sé, un’azione distinta dall’attività ecumenica
[110].
Il rito dell’Iniziazione cristiana degli adulti prevede una formula per ricevere
tali persone nella piena comunione cattolica. Nondimeno, in simili casi, così
come nel caso dei matrimoni misti, l’autorità cattolica può avvertire la
necessità di indagare per sapere se il battesimo, già ricevuto, sia stato
celebrato validamente. Nel compiere tali accertamenti, si tenga conto delle
seguenti raccomandazioni:
a) La validità del
battesimo, come è conferito nelle varie Chiese orientali, non è
assolutamente oggetto di dubbio. E quindi sufficiente stabilire
che il battesimo sia stato amministrato. In queste Chiese il
sacramento della confermazione (crismazione) è legittimamente
amministrato dal sacerdote contemporaneamente al battesimo; può
pertanto accadere con una certa frequenza che nella
certificazione canonica del battesimo non sia fatta alcuna
menzione della confermazione. Ciò non autorizza affatto a
mettere in dubbio che sia stata conferita anche la
confermazione.
b) Quanto ai
cristiani di altre Chiese e comunità ecclesiali, prima di
esaminare la validità del battesimo di un cristiano, sarà
necessario sapere se sia stato realizzato un accordo sul
battesimo dalle Chiese e dalle comunità ecclesiali delle regioni
o località in causa (come detto sopra, al n. 94), e se il
battesimo sia stato effettivamente amministrato in conformità a
tale accordo. Tuttavia, va fatto rilevare che la mancanza di un
accordo formale sul battesimo, non deve automaticamente condurre
a dubitare della validità del battesimo.
c) A riguardo di
questi cristiani, quando è stata rilasciata una attestazione
ecclesiastica ufficiale, non c’è alcun motivo di dubitare della
validità del battesimo conferito nelle loro Chiese o comunità
ecclesiali, a meno che, per un caso particolare, un esame non
riveli che c’è una seria ragione per dubitare della materia,
della formula usata per il battesimo, dell’intenzione del
battezzato adulto e del ministro che ha battezzato [111].
d) Se, anche dopo
una scrupolosa ricerca, rimane un fondato dubbio sulla corretta
amministrazione del battesimo e si ritiene necessario battezzare
sotto condizione, il ministro cattolico dovrà dar prova del suo
rispetto per la dottrina secondo la quale il battesimo può
essere conferito una volta sola, spiegando alla persona
interessata perché in quel caso venga battezzata sotto
condizione e, anche, il significato del rito del battesimo sotto
condizione; inoltre, il rito del battesimo sotto condizione
dev’essere celebrato in privato e non in pubblico [112].
e) È auspicabile
che i Sinodi delle Chiese orientali cattoliche e le Conferenze
episcopali diano direttive in ordine all’accettazione nella
piena comunione cattolica di cristiani battezzati in altre
Chiese e comunità ecclesiali, tenendo conto del fatto che non si
tratta di catecumeni e anche del grado di conoscenza e di
pratica della fede cristiana che costoro possono avere.
100. Secondo il rito dell’iniziazione cristiana degli adulti, coloro che aderiscono a
Cristo per la prima volta sono normalmente battezzati durante la Veglia
pasquale. Là dove la celebrazione ditale rito comprende l’accettazione di coloro
che, già battezzati, entrano nella piena comunione cattolica, bisogna fare una
netta distinzione tra questi ultimi e coloro che non hanno ancora ricevuto il
battesimo.
101. Allo stato attuale delle nostre relazioni con le comunità ecclesiali sorte
dalla Riforma del XVI secolo, non si è ancora arrivati ad un accordo né sul
significato, né sulla natura sacramentale e neppure sull’amministrazione del
sacramento della confermazione. Di conseguenza, nelle circostanze attuali, le
persone che entrassero nella piena comunione della Chiesa cattolica e che
venissero da queste comunità, dovrebbero ricevere il sacramento della
confermazione secondo la dottrina e il rito della Chiesa cattolica, prima di
essere ammesse alla Comunione eucaristica.
B.
CONDIVISIONE DI ATTIVITÀ E DI RISORSE SPIRITUALI
Principi generali
102. I cristiani possono essere incoraggiati a condividere attività e risorse
spirituali, cioè a condividere quell’eredità spirituale che essi hanno in
comune, in una maniera e a un livello adeguati al loro stato attuale di
divisione [113].
103. L’espressione «condivisione di attività e di risorse spirituali» comprende
realtà quali la preghiera fatta in comune, la partecipazione al culto liturgico
in senso stretto, come viene specificato sotto, al n. 116, e così pure l’uso
comune dei luoghi e di tutti gli oggetti liturgici necessari.
104. I principi che dovranno regolare la condivisione spirituale sono i
seguenti:
a) Nonostante le
profonde differenze che impediscono la piena comunione
ecclesiale, è chiaro che tutti coloro che per il battesimo sono
incorporati a Cristo hanno in comune molti elementi della vita
cristiana. Esiste, quindi, tra i cristiani una reale comunione,
che, quantunque imperfetta, può essere espressa in molti modi,
ivi compresa la condivisione della preghiera e del culto
liturgico [114], come si preciserà al paragrafo
seguente.
b) Secondo la fede
cattolica, la Chiesa cattolica è dotata di tutta la verità
rivelata e di tutti i mezzi di salvezza per un dono che non può
venir meno [115]. Tuttavia, tra gli elementi e i doni
che appartengono alla Chiesa cattolica (per esempio la Parola di
Dio scritta, la vita della grazia, la fede, la speranza e la
carità, ecc.), molti possono esistere fuori dei suoi confini
visibili. Le Chiese e le comunità ecclesiali, che non sono in
piena comunione con la Chiesa cattolica, non sono affatto state
private di significato e di valore nel mistero della salvezza,
poiché lo Spirito di Cristo non ricusa di servirsi di esse come
mezzi di salvezza [116]. Secondo modi che variano in
rapporto alla condizione di ciascuna Chiesa o comunità
ecclesiale, le loro celebrazioni possono nutrire la vita della
grazia nei loro membri che vi partecipano e dare accesso alla
comunione della salvezza [117].
c) Pertanto, la
condivisione delle attività e delle risorse spirituali deve
riflettere questa duplice realtà:
1) la reale comunione nella vita dello Spirito che già esiste tra i cristiani
e che si esprime nella loro preghiera e nel culto liturgico;
2) il carattere incompleto ditale comunione a motivo di differenze di fede e
a causa di modi di pensare che sono inconciliabili con una condivisione piena
dei doni spirituali.
d) La fedeltà a
questa realtà complessa rende necessario stabilire norme di
condivisione spirituale tenendo conto della diversità di
situazione ecclesiale esistente tra le Chiese e le comunità
ecclesiali che vi sono implicate, in modo che i cristiani
apprezzino le loro ricchezze spirituali comuni e ne gioiscano,
ma siano anche resi consapevoli della necessità di superare le
separazioni che tuttora esistono.
e) Poiché la
concelebrazione eucaristica è una manifestazione visibile della
piena comunione di fede, di culto e di vita comune della Chiesa
cattolica, espressa dai ministri di questa Chiesa, non è
permesso concelebrare l’Eucaristia con ministri di altre Chiese
o comunità ecclesiali [118].
105. Sarebbe necessaria una certa «reciprocità», dal momento che la condivisione
delle attività e delle risorse spirituali, pur entro limiti precisi, è un
contributo, in spirito di buona volontà e di carità, alla crescita dell’armonia
tra cristiani.
106. Riguardo a tale condivisione, sono raccomandate consultazioni tra le autorità
cattoliche competenti e quelle delle altre Comunioni, per ricercare le
possibilità di una legittima reciprocità secondo la dottrina e le tradizioni
delle differenti comunità.
107. I cattolici devono dar prova di un sincero rispetto per la disciplina
liturgica e sacramentale delle altre Chiese e comunità ecclesiali: queste sono
invitate a mostrare lo stesso rispetto per la disciplina cattolica. Uno degli
obiettivi della consultazione, cui sopra si è accennato, dovrebbe essere quello
di puntare ad una migliore comprensione reciproca della disciplina di ciascuna
comunità e anche a un accordo sul modo di regolare una situazione in cui la
disciplina di una Chiesa mette in causa o contrasta con la disciplina
dell’altra.
Preghiera in comune
108. Là dove è opportuno, i cattolici devono essere incoraggiati a radunarsi per
pregare con cristiani appartenenti ad altre Chiese e comunità ecclesiali,
secondo le norme dettate dalla Chiesa. Queste preghiere in comune sono senza
dubbio un mezzo efficace per impetrare la grazia dell’unità, e sono una genuina
manifestazione dei vincoli con i quali i cattolici sono ancora uniti con questi
altri cristiani [119]. La preghiera in comune è, in se stessa, una via
che conduce alla riconciliazione spirituale.
109. La preghiera in comune è raccomandata ai cattolici e agli altri cristiani per
presentare a Dio, insieme, le necessità e le preoccupazioni che condividono —
come ad esempio la pace, le questioni sociali, la mutua carità tra gli uomini,
la dignità della famiglia, le conseguenze della povertà, la fame e la violenza,
ecc. Si equiparano a tali casi le occasioni in cui, secondo le circostanze, una
nazione, una regione o una comunità vuole comunitariamente render grazie a Dio o
implorare il suo aiuto; ciò può avvenire nella ricorrenza di una festa
nazionale, così pure in tempo di calamità o di lutto pubblico, nel giorno della
commemorazione dei caduti per la patria, ecc. La preghiera comune è raccomandata
anche negli incontri che vedono riuniti i cristiani per lo studio o l’azione.
110. La preghiera comune dovrebbe avere però come oggetto innanzi tutto la
ricomposizione dell’unità dei cristiani. Può incentrarsi, per esempio, sul
mistero della Chiesa e della sua unità, sul battesimo come vincolo sacramentale
di unità, oppure sul rinnovamento della vita personale e comunitaria come via
necessaria per rendere perfetta l’unità. La preghiera comune è particolarmente
raccomandata durante la « Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani» o
nel periodo che intercorre tra l’Ascensione e la Pentecoste.
111. Tale preghiera dovrebbe essere preparata di comune accordo, con l’apporto
dei rappresentanti di Chiese, comunità ecclesiali o altri gruppi. E insieme che
converrebbe precisare il ruolo degli uni e degli altri e scegliere i temi, le
letture bibliche, gli inni e le preghiere da utilizzare.
a) Una
celebrazione del genere può comprendere qualsiasi lettura,
preghiera e inno che esprimano ciò che è comune a tutti i
cristiani riguardo alla fede o alla vita spirituale. Può
includere una esortazione, un’allocuzione o una meditazione
biblica che, attingendo alla comune eredità cristiana, accresca
il reciproco amore e l’unità.
b) Bisogna aver
cura che le traduzioni della sacra Scrittura di cui ci si serve
siano accettabili da tutti e siano traduzioni fedeli del testo
originale.
c) È auspicabile
che la struttura di dette celebrazioni tenga conto dei diversi
modelli di preghiera comunitaria in armonia con il rinnovamento
liturgico di molte Chiese e comunità ecclesiali, pur prestando
una particolare attenzione al comune patrimonio di inni, di
testi tratti dai lezionari e di preghiere liturgiche.
d) Preparando
celebrazioni tra cattolici e membri di una Chiesa orientale, è
necessario considerare attentamente la disciplina liturgica
propria di ciascuna delle Chiese, conformemente a quanto si dice
qui sotto al n. 115.
112. Sebbene la propria chiesa sia il luogo in cui una comunità ha l’abitudine di
celebrare normalmente la propria liturgia, le celebrazioni comuni, di cui si è
ora parlato, possono aver luogo nella chiesa dell’una o dell’altra delle
comunità interessate, con il consenso di tutti i partecipanti. Qualunque sia il
luogo di cui ci si serve, occorre che sia a tutti gradito, che possa essere
convenientemente sistemato e che favorisca la devozione.
113. Con il comune consenso dei partecipanti, coloro che in una cerimonia hanno
una funzione possono indossare l’abito proprio del loro rango ecclesiastico e
della natura della celebrazione.
114. In alcuni casi, sotto la direzione di persone che abbiano ricevuto una
particolare formazione e abbiano fatto una adeguata esperienza, può essere utile
ricorrere alla condivisione spirituale sotto la forma di ritiri, di esercizi
spirituali, di gruppi di studio e di reciproca comunicazione di tradizioni di
spiritualità, nonché di forme di incontro più stabili per l’approfondimento di
una vita spirituale comune. E necessario che si presti sempre seria attenzione
tanto a ciò che è stato detto sul riconoscimento delle reali differenze di
dottrina che esistono, quanto all’insegnamento e alla disciplina della Chiesa
cattolica sulla condivisione sacramentale.
115. Dato che la celebrazione dell’Eucaristia nel giorno del Signore è il
fondamento e il centro di tutto l’anno liturgico [120], i cattolici,
fatto salvo il diritto delle Chiese orientali [121], hanno l’obbligo di
partecipare alla messa la domenica e nei giorni di precetto [122]. Per
questo motivo si sconsiglia di organizzare servizi ecumenici la domenica e si
ricorda che, anche quando dei cattolici partecipano a servizi ecumenici e a
servizi di altre Chiese e comunità ecclesiali, nei giorni suddetti rimane
l’obbligo di partecipare alla messa.
Condivisione della liturgia non sacramentale
116. Per culto liturgico si intende il culto celebrato secondo i libri, le
norme e le consuetudini di una Chiesa o comunità ecclesiale e presieduto da un
ministro o da un delegato di tale Chiesa o comunità. Questo culto liturgico può
avere carattere non sacramentale oppure può consistere nella celebrazione di uno
o più sacramenti cristiani. Qui si tratta del culto liturgico non sacramentale.
117. In certe occasioni, la preghiera ufficiale di una Chiesa può essere
preferita a celebrazioni ecumeniche preparate per l’occasione. La partecipazione
a celebrazioni quali la preghiera del mattino o della sera, a veglie
straordinarie, ecc. permetterà a persone di tradizioni liturgiche diverse —
cattoliche, orientali, anglicane e protestanti — di meglio comprendere la
preghiera delle altre comunità e di condividere più profondamente tradizioni
che, spesso, si sono sviluppate partendo da radici comuni.
118. Nelle celebrazioni liturgiche che si fanno in altre Chiese e comunità
ecclesiali, si consiglia ai cattolici di prender parte ai salmi, ai responsori,
agli inni, ai gesti comuni della Chiesa di cui sono gli invitati. Se i loro
ospiti lo propongono, possono proclamare una lettura o predicare.
119. Quando si tratta di assistere ad una celebrazione liturgica di tal genere, si
dovrebbe prestare un’attenzione del tutto particolare alla sensibilità del clero
e dei fedeli di tutte le comunità cristiane interessate, come anche alle
consuetudini locali, che possono variare secondo i tempi, i luoghi, le persone e
le circostanze. In una celebrazione liturgica cattolica, i ministri delle altre
Chiese e comunità ecclesiali possono avere il posto e gli onori liturgici che
convengono al loro rango e al loro ruolo, se lo si ritiene opportuno. I membri
del clero cattolico invitati alla celebrazione di un’altra Chiesa o comunità
ecclesiale possono, se ciò è gradito a coloro che li accolgono, indossare
l’abito e le insegne della loro funzione ecclesiastica.
120. A prudente giudizio dell’Ordinario del luogo, il rito della Chiesa
cattolica per le esequie può essere concesso a membri di una Chiesa o di una
comunità ecclesiale non cattolica, a condizione che ciò non sia contrario alla
loro volontà, che il loro ministro ne sia impedito [123] e che non vi si
oppongano le disposizioni generali del diritto [124].
121. Le benedizioni ordinariamente impartite ai cattolici possono essere
impartite anche agli altri cristiani, su loro richiesta, in conformità alla
natura e all’oggetto della benedizione. Preghiere pubbliche per altri cristiani,
vivi o defunti, per i bisogni e secondo le intenzioni delle altre Chiese e
comunità ecclesiali e dei loro capi spirituali, possono essere offerte durante
le litanie e altre invocazioni di un servizio liturgico, ma non nel corso
dell’anafora eucaristica. L’antica tradizione cristiana liturgica ed
ecclesiologica non permette di citare nell’anafora eucaristica se non i nomi
delle persone che sono in piena comunione con la Chiesa che celebra quella
Eucaristia.
Condivisione di vita sacramentale, in particolare
dell’Eucaristia
a)
Condivisione di vita sacramentale con i membri delle varie
Chiese orientali
122. Tra la Chiesa cattolica e le Chiese orientali che non sono in piena comunione
con essa, esiste comunque una comunione molto stretta nel campo della fede
[125].
Inoltre, «per mezzo della celebrazione della Eucaristia del Signore in queste
singole Chiese, la Chiesa di Dio è edificata e cresce» e «quelle Chiese,
quantunque separate, hanno veri sacramenti e soprattutto, in forza della
successione apostolica, il sacerdozio e l’Eucaristia[…]»
[126]. Ciò,
secondo la concezione della Chiesa cattolica, costituisce un fondamento
ecclesiologico e sacramentale per permettere e perfino incoraggiare una certa
condivisione con quelle Chiese, nell’ambito del culto liturgico, anche per
quanto riguarda l’Eucaristia, «presentandosi opportune circostanze e con
l’approvazione dell’autorità ecclesiastica» [127]. Tuttavia, è noto che
le Chiese orientali, in forza della concezione ecclesiologica loro propria,
possono avere una disciplina più restrittiva in tale materia, disciplina che gli
altri devono rispettare. È necessario che i pastori istruiscano con cura i
fedeli, perché abbiano una chiara conoscenza delle precise ragioni ditale
condivisione nel campo del culto liturgico e delle diverse discipline esistenti
al riguardo.
123. Ogniqualvolta una necessità lo esiga o una vera utilità spirituale lo consigli e
purché sia evitato il pericolo di errore o di indifferentismo, è lecito a ogni
cattolico, per il quale sia fisicamente o moralmente impossibile accedere al
ministro cattolico, ricevere i sacramenti della penitenza, dell’Eucaristia e
dell’unzione degli infermi da parte di un ministro di una Chiesa orientale
[128].
124. Poiché presso i cattolici e presso i cristiani orientali vigono usanze
diverse riguardo alla frequenza della comunione, alla confessione prima della
comunione e al digiuno eucaristico, è necessario che i cattolici abbiano cura di
non suscitare scandalo e diffidenza tra i cristiani orientali non seguendo le
consuetudini delle Chiese d’Oriente. Un cattolico che desidera legittimamente
ricevere la comunione presso i cristiani orientali deve, nella misura del
possibile, rispettare la disciplina orientale e, se questa Chiesa riserva la
comunione sacramentale ai propri fedeli escludendo tutti gli altri, deve
astenersi dal prendervi parte.
125. I ministri cattolici possono amministrare
lecitamente i sacramenti della penitenza, dell’Eucaristia e
dell’unzione degli infermi ai membri delle Chiese orientali
qualora questi li richiedano spontaneamente e abbiano le dovute
disposizioni. Anche in tali casi bisogna prestare attenzione
alla disciplina delle Chiese orientali per i loro fedeli ed
evitare ogni proselitismo, anche solo apparente [129].
126. Durante una celebrazione liturgica sacramentale in una Chiesa orientale, i
cattolici possono proclamare letture, se vi sono stati invitati. Un cristiano
orientale può essere invitato a proclamare letture durante celebrazioni analoghe
in chiese cattoliche.
127. Un ministro cattolico può presenziare e prender parte, in una Chiesa
orientale, ad una cerimonia di matrimonio, celebrata secondo le norme, tra
cristiani orientali o tra due persone di cui una è cattolica e l’altra cristiana
orientale, se vi è stato invitato dall’autorità della Chiesa orientale e se si
conforma alle norme date qui sotto per i matrimoni misti, là dove vengono
applicate.
128. Una persona appartenente a una Chiesa orientale può fare da testimone a un
matrimonio in una chiesa cattolica; allo stesso modo una persona appartenente
alla Chiesa cattolica può fare da testimone a un matrimonio, celebrato secondo
le norme, in una Chiesa orientale. In ogni caso, questa prassi deve essere
conforme alla disciplina generale delle due Chiese, riguardante le regole di
partecipazione a tali matrimoni.
b)
Condivisione di vita sacramentale con i cristiani di altre
Chiese e comunità ecclesiali
129. Il sacramento è un’azione di Cristo e della Chiesa per mezzo dello Spirito
[130].
La celebrazione di un sacramento in una comunità concreta è il segno della
realtà della sua unità nella fede, nel culto e nella vita comunitaria. In quanto
segni, i sacramenti, e in modo particolarissimo l’Eucaristia, sono sorgenti di
unità della comunità cristiana e di vita spirituale e mezzi per incrementarle.
Di conseguenza, la comunione eucaristica è inseparabilmente legata alla piena
comunione ecclesiale e alla sua espressione visibile.
Al tempo stesso, la Chiesa cattolica insegna che mediante il battesimo i membri
di altre Chiese e comunità ecclesiali si trovano in una comunione reale, anche
se imperfetta, con la Chiesa cattolica [131] e che «il battesimo
costituisce il vincolo sacramentale dell’unità, che vige tra tutti quelli che
per mezzo di esso sono stati rigenerati, esso tende interamente all’acquisto
della pienezza della vita in Cristo» [132]. Per i battezzati,
l’Eucaristia è un cibo spirituale, che li rende capaci di vincere il peccato e
di vivere della vita stessa di Cristo, di essere più profondamente incorporati a
Lui e di partecipare più intensamente a tutta l’economia del mistero di Cristo.
E alla luce di questi due principi basilari, i quali devono sempre essere
considerati insieme, che la Chiesa cattolica, in linea di principio, ammette
alla comunione eucaristica e ai sacramenti della penitenza e della unzione degli
infermi esclusivamente coloro che sono nella sua unità di fede, di culto e di
vita ecclesiale [133]. Per gli stessi motivi, essa riconosce anche che,
in certe circostanze, in via eccezionale e a determinate condizioni,
l’ammissione a questi sacramenti può essere autorizzata e perfino raccomandata a
cristiani di altre Chiese e comunità ecclesiali [134].
130. In caso di pericolo di morte, i ministri cattolici possono amministrare questi
sacramenti alle condizioni sotto elencate (n. 131). In altri casi, è vivamente
raccomandato che il Vescovo diocesano, tenendo conto delle norme che possono
esser state stabilite in tale materia dalla Conferenza episcopale o dai Sinodi
delle Chiese orientali, fissi norme generali che permettano il discernimento in
situazioni di grave e pressante necessità e la verifica delle condizioni qui
sotto elencate (n. 131) [135]. In conformità al diritto canonico
[136],
tali norme generali devono essere stabilite soltanto previa consultazione
dell’autorità competente, almeno locale, dell’altra Chiesa o comunità ecclesiale
interessata. I ministri cattolici vaglieranno i casi particolari e
amministreranno questi sacramenti solo in conformità a tali norme, là dove sono
state emanate. Diversamente, giudicheranno in base alle norme del presente
Direttorio.
131. Le condizioni in base alle quali un ministro cattolico può amministrare i
sacramenti dell’Eucaristia, della penitenza e dell’unzione degli infermi a una
persona battezzata, che venga a trovarsi nelle circostanze di cui si fa menzione
qui sopra (n. 130), sono: che detta persona sia nell’impossibilità di accedere
ad un ministro della sua Chiesa o comunità ecclesiale per ricevere il sacramento
desiderato, che chieda del tutto spontaneamente quel sacramento, che manifesti
la fede cattolica circa il sacramento chiesto e che abbia le dovute disposizioni
[137].
132. Rifacendosi alla dottrina cattolica dei sacramenti e della loro validità,
un cattolico, nelle circostanze sopra indicate (nn. 130–131), non può chiedere i
suddetti sacramenti che a un ministro di una Chiesa i cui sacramenti sono
validi, oppure a un ministro che, secondo la dottrina cattolica
dell’ordinazione, è riconosciuto come validamente ordinato.
133. Durante una celebrazione eucaristica della Chiesa cattolica la
proclamazione della sacra Scrittura è fatta da membri di questa Chiesa. In
occasioni eccezionali e per una giusta causa, il Vescovo diocesano può
permettere che un membro di un’altra Chiesa o comunità ecclesiale vi svolga la
funzione di lettore.
134. Per la liturgia eucaristica cattolica, l’omelia, che è parte della
liturgia stessa, è riservata al sacerdote o al diacono, perché in essa vengono
presentati i misteri della fede e le norme della vita cristiana in consonanza
con l’insegnamento e la tradizione cattolica [138].
135. Per la proclamazione della sacra Scrittura e per la predicazione durante
celebrazioni diverse dalla celebrazione eucaristica, devono essere osservate le
norme date sopra (n. 118).
136. I membri di altre Chiese o comunità ecclesiali possono fare da testimoni a
una celebrazione di matrimonio in una Chiesa cattolica. Anche i cattolici
possono essere testimoni a matrimoni celebrati in altre Chiese e comunità
ecclesiali.
Condivisione di altre risorse per la vita e l’attività
spirituale
137. Le chiese cattoliche sono edifici consacrati o benedetti, che hanno un
importante significato teologico e liturgico per la comunità cattolica. Di
conseguenza, sono generalmente riservate al culto cattolico. Tuttavia, se
sacerdoti, ministri o comunità che non sono in piena comunione con la Chiesa
cattolica non hanno un luogo, né gli oggetti liturgici necessari per celebrare
degnamente le loro cerimonie religiose, il Vescovo diocesano può loro permettere
di usare una chiesa o un edificio cattolico e anche prestar loro gli oggetti
necessari per il loro culto.
In circostanze analoghe può essere loro consentito di fare funerali o di
celebrare ufficiature in cimiteri cattolici.
138. A causa dell’evoluzione sociale, del rapido incremento demografico e
dell’urbanizzazione e per motivi finanziari, là dove esistono buone relazioni
ecumeniche e c’è comprensione tra le comunità, il possesso o l’uso comune di
luoghi di culto per un periodo prolungato può diventare di interesse pratico.
139. Quando il Vescovo diocesano ne ha dato l’autorizzazione, in conformità
alle norme della Conferenza episcopale o della Santa Sede, nel caso vi fossero
tali luoghi comuni di culto, è necessario prendere saggiamente in considerazione
la questione della riserva del SS .mo Sacramento, in modo che sia risolta
secondo una sana teologia sacramentale e con tutto il rispetto che gli è dovuto,
tenendo anche conto delle diverse sensibilità di coloro che usano l’edificio,
costruendo, per esempio, un vano separato o una cappella.
140. Prima di fare i progetti di un edificio comune, le autorità delle comunità
interessate dovranno innanzi tutto raggiungere un accordo su come verranno
rispettate le differenti discipline, particolarmente per ciò che riguarda i
sacramenti. Inoltre, sarà opportuno stendere un accordo scritto in cui, in modo
chiaro e adeguato, vengano trattate tutte le questioni che possono essere
sollevate in materia di finanze e di obblighi di fronte alle leggi
ecclesiastiche e civili.
141. Nelle scuole e istituzioni cattoliche si deve fare ogni sforzo per rispettare la
fede e la coscienza degli studenti o dei docenti che appartengono ad altre
Chiese o comunità ecclesiali. In conformità con gli statuti loro propri e
approvati, le autorità di dette scuole e istituzioni dovrebbero vigilare a che i
ministri ordinati delle altre comunità possano esercitare senza alcuna
difficoltà il servizio spirituale e sacramentale per i loro fedeli che
frequentano tali scuole o istituzioni. Per quanto le circostanze lo consentono,
con il permesso del Vescovo diocesano, tali opportunità possono essere offerte
in locali appartenenti ai cattolici, ivi compresa una chiesa o una cappella.
142. Negli ospedali, nelle case per persone anziane e nelle istituzioni
analoghe dirette da cattolici, le autorità devono darsi premura di avvertire i
sacerdoti e i ministri delle altre comunità cristiane della presenza di loro
fedeli, e agevolarli perché possano far visita a dette persone e portar loro un
aiuto spirituale e sacramentale in condizioni degne e decorose, anche con l’uso
della cappella.
C. MATRIMONI
MISTI
143. La presente sezione del Direttorio ecumenico non si prefigge di trattare
in modo esaustivo tutte le questioni pastorali e canoniche connesse sia alla
celebrazione stessa del sacramento del matrimonio cristiano, sia all’azione
pastorale da svolgere presso le famiglie cristiane, dal momento che simili
questioni rientrano nell’azione pastorale generale di ogni Vescovo o della
Conferenza regionale dei vescovi. Quanto qui si espone mette l’accento sulle
questioni specifiche che riguardano i matrimoni misti e in tale contesto deve
essere inteso. L’espressione «matrimonio misto» si riferisce ad ogni matrimonio
fra una parte cattolica e una parte cristiana battezzata che non è in piena
comunione con la Chiesa cattolica [139].
144. In ogni matrimonio la principale preoccupazione della Chiesa è di
conservare la solidità e la stabilità del vincolo coniugale indissolubile e
della vita familiare che ne deriva. La perfetta unione delle persone e la
condivisione completa della vita, che costituiscono lo stato matrimoniale, sono
più facilmente assicurati quando i coniugi appartengono alla medesima comunità
di fede. Inoltre, la concreta esperienza e le osservazioni che scaturiscono da
diversi dialoghi tra i rappresentanti di Chiese e di comunità ecclesiali
dimostrano che i matrimoni misti presentano spesso difficoltà per le coppie
stesse e per i loro figli in ordine alla conservazione della fede, all’impegno
cristiano e all’armonia della vita familiare. Per tutti questi motivi, il
matrimonio tra persone che appartengono alla stessa comunità ecclesiale rimane
l’obiettivo da raccomandare e da incoraggiare.
145. Poiché tuttavia si constata il numero crescente di matrimoni misti in
molte parti del mondo, la viva sollecitudine pastorale della Chiesa si estende
alle coppie che si preparano a contrarre tali matrimoni e alle coppie che già li
hanno contratti. Questi matrimoni, nonostante le loro particolari difficoltà,
«presentano numerosi elementi che è bene valorizzare e sviluppare, sia per il
loro intrinseco valore, sia per l’apporto che possono dare al movimento
ecumenico. Ciò è particolarmente vero quando ambedue i coniugi sono fedeli ai
loro impegni religiosi. Il comune battesimo e il dinamismo della grazia
forniscono agli sposi, in questi matrimoni, la base e la motivazione per
esprimere la loro unità nella sfera dei valori morali e spirituali» [140].
146. Appartiene alla permanente responsabilità di tutti, ma in primo luogo dei
presbiteri, dei diaconi e di coloro che li affiancano nel ministero pastorale,
offrire un insegnamento e un sostegno particolari al coniuge cattolico nella sua
vita di fede e alle coppie dei matrimoni misti per la loro preparazione alle
nozze, durante la celebrazione sacramentale e per la vita comune che ne
consegue. Questa cura pastorale deve tener conto della concreta condizione
spirituale di ogni coniuge, della sua educazione alla fede e della sua pratica
della fede. Al tempo stesso, si deve rispettare la situazione particolare di
ogni coppia, la coscienza di ogni coniuge e la santità dello stesso matrimonio
sacramentale. Se si ritiene utile, i vescovi diocesani, i Sinodi delle Chiese
orientali cattoliche o le Conferenze episcopali potranno stabilire direttive più
particolareggiate per questo servizio pastorale.
147. Per affrontare questa responsabilità, quando la situazione lo richiede, se
possibile, occorrerà fare passi positivi per creare legami con il ministro
dell’altra Chiesa o comunità ecclesiale, anche se ciò non riesce sempre facile.
In linea di massima, gli incontri tra pastori cristiani, al fine di sostenere i
matrimoni misti e di conservarne i valori, possono essere un eccellente terreno
di collaborazione ecumenica.
148. Stendendo i programmi della preparazione necessaria al matrimonio, il
presbitero o il diacono, e coloro che li affiancano, dovranno insistere sugli
aspetti positivi di ciò che la coppia, in quanto cristiana, condivide della vita
di grazia, di fede, di speranza e di amore e degli altri doni interiori dello
Spirito santo [141]. Ciascuno dei coniugi, pur continuando ad essere
fedele al proprio impegno cristiano e a viverlo, dovrà ricercare ciò che può
condurre all’unità e all’armonia, senza minimizzare le reali differenze ed
evitando un atteggiamento di indifferenza religiosa.
149. Per favorire una maggiore comprensione e una più profonda unità, ciascun
coniuge dovrà cercare di conoscere meglio le convinzioni religiose dell’altro e
gli insegnamenti e le pratiche religiose della Chiesa o comunità ecclesiale cui
l’altro appartiene. Per aiutare i due sposi a vivere dell’eredità cristiana che
è loro comune, si deve loro ricordare che la preghiera in comune è essenziale
per la loro armonia spirituale, e che la lettura e lo studio della sacra
Scrittura sono di grande importanza. Durante il periodo di preparazione,
l’impegno della coppia per comprendere le tradizioni religiose ed ecclesiali di
ognuno e il serio esame delle differenze esistenti, possono condurre ad una
onestà, ad una carità e ad una comprensione più grandi verso tali realtà, ma
anche verso lo stesso matrimonio.
150. Quando, per «una causa giusta e ragionevole», viene richiesto il permesso
di contrarre un matrimonio misto, le due parti dovranno essere istruite sui fini
e sulle proprietà essenziali del matrimonio, che non devono essere escluse da
nessuno dei due contraenti. Inoltre, si chiederà alla parte cattolica, secondo
la forma stabilita dal diritto particolare delle Chiese orientali cattoliche o
dalla Conferenza episcopale, di dichiararsi pronta ad allontanare i pericoli di
abbandonare la fede e di promettere sinceramente di fare quanto è in suo potere
perché tutti i figli siano battezzati ed educati nella Chiesa cattolica. L’altra
parte deve essere informata ditali promesse e responsabilità [142]. Al
tempo stesso, bisogna constatare che la parte non cattolica può essere tenuta ad
un obbligo analogo in forza del proprio impegno cristiano. È da notare che, nel
diritto canonico, non è richiesta a questa parte nessuna promessa, né scritta né
verbale.
Nei contatti che si avranno con coloro che intendono celebrare un matrimonio
misto, si suggerirà e si favorirà, prima del matrimonio, la discussione e, se
possibile, la decisione circa il battesimo e l’educazione cattolica dei figli
che nasceranno.
L’Ordinario del luogo, per vagliare l’esistenza o meno di «una causa giusta e
ragionevole», in vista di concedere il permesso del matrimonio misto, terrà
conto, tra l’altro, di un rifiuto esplicito della parte non cattolica.
151. Il genitore cattolico, nel compiere il proprio dovere di trasmettere la
fede cattolica ai figli, rispetterà la libertà religiosa e la coscienza
dell’altro genitore, e avrà cura dell’unità e della stabilità del matrimonio e
di conservare la comunione della famiglia. Se, nonostante tutti gli sforzi, i
figli non vengono battezzati né educati nella Chiesa cattolica, il genitore
cattolico non incorre nella censura comminata dal diritto canonico [143].
Tuttavia, non cessa per lui l’obbligo di condividere con i figli la fede
cattolica. Tale esigenza rimane e può comportare, per esempio, che egli svolga
una parte attiva nel contribuire all’atmosfera cristiana della famiglia; che
faccia quanto è in suo potere con la parola e con l’esempio per aiutare gli
altri membri della famiglia ad apprezzare i valori peculiari della tradizione
cattolica; che coltivi tutte le disposizioni necessarie perché, ben istruito
nella propria fede, sia capace di esporla e di discuterne con gli altri; che
preghi con la sua famiglia per implorare la grazia dell’unità dei cristiani,
com’è nella volontà del Signore.
152. Pur tenendo ben presente l’esistenza di differenze dottrinali che impediscono la
piena comunione sacramentale e canonica tra la Chiesa cattolica e le varie
Chiese orientali, nella pastorale dei matrimoni tra cattolici e cristiani
orientali si deve porre una particolare attenzione all’insegnamento corretto e
solido della fede condivisa dai due sposi e al fatto che nelle Chiese orientali
si trovano «veri sacramenti e soprattutto, in forza della successione
apostolica, il sacerdozio e l’Eucaristia, per mezzo dei quali esse restano
ancora unite con noi da strettissimi vincoli» [144]. Una genuina
attenzione pastorale accordata alle persone che hanno contratto questo
matrimonio può aiutarle a meglio comprendere come i loro figli verranno iniziati
ai misteri sacramentali di Cristo e ne saranno spiritualmente nutriti. La loro
formazione all’autentica dottrina cristiana e al modo di vivere da cristiani
deve essere, per la maggior parte, simile in ognuna delle Chiese. Le diversità
in materia di vita liturgica e di devozione privata possono servire ad
incoraggiare la preghiera familiare, anziché ostacolarla.
153. Il matrimonio tra una parte cattolica e un membro di una Chiesa orientale è
valido se è stato celebrato secondo un rito religioso da un ministro ordinato,
purché le altre disposizioni del diritto canonico richieste per la validità
siano state rispettate. In questo caso la forma canonica della celebrazione è
necessaria per la liccità [145]. La forma canonica è richiesta per la
validità dei matrimoni tra cattolici e cristiani di altre Chiese e comunità
ecclesiali [146].
154. Per gravi motivi, l’Ordinario del luogo della parte cattolica, fatto salvo il
diritto delle Chiese orientali [147], previa consultazione
dell’Ordinario del luogo in cui verrà celebrato il matrimonio, può dispensare la
parte cattolica dall’osservanza della forma canonica del matrimonio
[148].
Tra i motivi della dispensa possono essere tenuti presenti la conservazione
dell’armonia familiare, il raggiungimento dell’accordo dei genitori per il
matrimonio, il riconoscimento del particolare impegno religioso della parte non
cattolica o del suo legame di parentela con un ministro di un’altra Chiesa o
comunità ecclesiale. Le Conferenze episcopali dovrebbero stabilire norme in base
alle quali la predetta dispensa possa essere concessa secondo una pratica
comune.
155. L’obbligo, imposto da alcune Chiese o comunità ecclesiali, di osservare la forma
del matrimonio loro propria non costituisce una causa di automatica dispensa
dalla forma canonica cattolica. Le situazioni particolari di questo tipo devono
essere oggetto di dialogo tra le Chiese, almeno a livello locale.
156. Si terrà presente che una qualche forma pubblica di celebrazione è richiesta per
la validità del matrimonio [149], se esso è celebrato con la dispensa
dalla forma canonica. Per sottolineare l’unità del matrimonio, non è consentito
che abbiano luogo due celebrazioni religiose distinte, per cui lo scambio del
consenso sarebbe espresso due volte, oppure un solo servizio religioso durante
il quale lo scambio del consenso verrebbe richiesto congiuntamente o
successivamente da due ministri [150].
157. Con la previa autorizzazione dell’Ordinario del luogo, un presbitero cattolico o
un diacono, se vi è invitato, può essere presente o in qualche modo partecipare
alla celebrazione dei matrimoni misti, allorché sia stata accordata la dispensa
dalla forma canonica. In questo caso non può esservi che una sola cerimonia
durante la quale la persona che presiede riceve lo scambio del consenso degli
sposi. Su invito del celebrante, il presbitero cattolico o il diacono può
recitare preghiere supplementari e appropriate, leggere le Scritture, fare una
breve esortazione e benedire la coppia.
158. Se la coppia lo chiede, l’Ordinario del luogo può permettere che il
presbitero cattolico inviti il ministro della Chiesa o della comunità ecclesiale
della parte non cattolica a partecipare alla celebrazione del matrimonio,
proclamarvi le letture bibliche, fare una breve esortazione e benedire la
coppia.
159. Poiché possono presentarsi problemi riguardanti la condivisione
eucaristica, a causa della presenza di testimoni o di invitati non cattolici, un
matrimonio misto, celebrato secondo la forma cattolica, ha generalmente luogo al
di fuori della liturgia eucaristica. Tuttavia, per una giusta causa, il Vescovo
diocesano può permettere la celebrazione dell’Eucaristia [151]. In
quest’ultimo caso, la decisione di ammettere o no la parte non cattolica del
matrimonio alla comunione eucaristica va presa in conformità alle norme generali
esistenti in materia, tanto per i cristiani orientali [152] quanto per
gli altri cristiani [153], e tenendo conto di questa situazione
particolare, che cioè ricevono il sacramento del matrimonio cristiano due
cristiani battezzati.
160. Sebbene gli sposi di un matrimonio misto abbiano in comune i sacramenti del
battesimo e del matrimonio, la condivisione dell’Eucaristia non può essere che
eccezionale e, in ogni caso, vanno osservate le disposizioni indicate qui sopra,
riguardanti l’ammissione di un cristiano non cattolico alla comunione
eucaristica [154], e così pure quelle concernenti la partecipazione di
un cattolico alla comunione eucaristica in un’altra Chiesa [155].
V
COLLABORAZIONE ECUMENICA, DIALOGO E TESTIMONIANZA COMUNE
161. Quando i cristiani vivono e pregano insieme nel modo descritto nel capitolo IV,
danno testimonianza della fede che condividono e del loro battesimo nel nome di
Dio, il Padre di tutti, nel Figlio suo Gesù, Redentore di tutti, e nello Spirito
santo che con la potenza del suo amore tutto trasforma e unisce. Fondate su
questa comunione di vita e di doni spirituali, ci sono molte altre forme di
collaborazione ecumenica che esprimono e giovano all’unità e mettono in luce la
testimonianza della potenza salvifica del Vangelo che i cristiani offrono al
mondo. Quando collaborano nello studio e nella diffusione della Bibbia, negli
studi liturgici, nella catechesi e negli studi superiori, nella pastorale,
nell’evangelizzazione, nel servizio della carità verso un mondo che lotta per
realizzare gli ideali di giustizia, di pace e di amore, i cristiani mettono in
pratica ciò che è stato proposto nel decreto sull’ecumenismo:
«Tutti i cristiani professino davanti a tutti i popoli la fede in Dio uno e
trino, nell’incarnato Figlio di Dio, Redentore e Signore nostro, e con comune
sforzo, nella mutua stima, rendano testimonianza della speranza nostra, che non
inganna. Siccome in questi tempi si stabilisce su vasta scala la cooperazione
nel campo sociale, tutti gli uomini senza esclusione sono chiamati a questa
comune opera, ma a maggior ragione quelli che credono in Dio, e più ancora tutti
i cristiani, essendo essi insigniti del nome di Cristo. La cooperazione di tutti
i cristiani esprime vivamente quella unione, che già vige tra di loro, e pone in
una luce più piena il volto di Cristo Servo» [156].
162. I cristiani non possono chiudere il cuore al forte appello che sale dalle
necessità dell’umanità nel mondo contemporaneo. Il contributo che essi possono
dare in ogni campo della vita umana in cui si manifesta il bisogno di salvezza è
più efficace quando lo danno tutti insieme e quando si vede che sono uniti
nell’operare. Essi, quindi, desidereranno compiere insieme tutto ciò che è
consentito dalla loro fede. La mancanza di una completa comunione tra le diverse
Chiese e comunità ecclesiali, le divergenze che ancora esistono
nell’insegnamento della fede e della morale, le ferite non dimenticate e
l’eredità di una storia di divisione, sono tutti elementi che pongono limiti a
quanto i cristiani possono compiere insieme in questo momento. La loro
collaborazione li può aiutare a superare ciò che ostacola la piena comunione, a
mettere insieme le loro risorse per realizzare una vita e un servizio cristiani
insieme alla comune testimonianza che ne deriva, in vista della missione che
condividono:
«In questa unione nella missione, di cui decide soprattutto Cristo stesso, tutti
i cristiani debbono scoprire ciò che già li unisce, ancor prima che si realizzi
la loro piena comunione» [157].
Forme e strutture della collaborazione ecumenica
163. La collaborazione ecumenica può assumere la forma di una partecipazione, da
parte di varie Chiese e comunità ecclesiali, a programmi già definiti da uno dei
loro membri, oppure quella di coordinamento di attività indipendenti, così da
evitare la ripetizione di iniziative e la inutile moltiplicazione di strutture
amministrative, o ancora quella di iniziative e di programmi congiunti. Si
possono creare vari tipi di consigli o di comitati, con forme più o meno
permanenti, per facilitare le relazioni tra Chiese e comunità ecclesiali e per
promuovere tra loro la collaborazione e la testimonianza comune.
164. La partecipazione cattolica a tutte le forme di incontri ecumenici e di progetti
di cooperazione rispetterà le norme stabilite dall’autorità ecclesiastica
locale. Spetta da ultimo al Vescovo diocesano giudicare sulla opportunità e
sulla idoneità di tutte le forme d’azione ecumenica locale, tenendo conto di ciò
che è stato deciso a livello regionale o nazionale. I vescovi, i Sinodi delle
Chiese orientali cattoliche e le Conferenze episcopali agiranno in accordo con
le direttive della Santa Sede e in particolare con quelle del Pontificio
Consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani.
165. Gli incontri di rappresentanti autorizzati di Chiese e di comunità
ecclesiali, che si tengono periodicamente o in speciali occasioni, possono
essere di grande aiuto per promuovere la collaborazione ecumenica. Pur
costituendo in se stessi un’importante testimonianza dell’impegno dei
partecipanti per la promozione dell’unità dei cristiani, tali incontri possono
dare il suggello dell’autorità alle attività che i membri delle Chiese e delle
comunità, che essi rappresentano, realizzano in collaborazione. Possono anche
offrire l’occasione per esaminare quali siano i problemi specifici e i compiti
da affrontare nella cooperazione ecumenica e per prendere le decisioni
necessarie a costituire gruppi di lavoro e programmi che se ne facciano carico.
Consigli di Chiese e Consigli cristiani
166. I Consigli di Chiese e i Consigli cristiani sono le più stabili tra le strutture
costituite per promuovere l’unità e la collaborazione ecumenica. Un Consiglio di
Chiese è composto di Chiese [158] ed è responsabile nei confronti delle
Chiese che lo formano. Un Consiglio cristiano è composto, oltre che di Chiese,
di altre organizzazioni e gruppi cristiani. Esistono pure altre istituzioni di
cooperazione simili ai predetti Consigli, ma con titoli diversi. In generale,
Consigli e istituzioni analoghe procurano di dare ai loro membri la possibilità
di operare insieme, di avviare un dialogo, di superare le divisioni e le
incomprensioni, di sostenere la preghiera e l’azione per l’unità, e di offrire,
nella misura del possibile, una testimonianza e un servizio cristiani comuni.
Essi devono essere valutati in base alle loro attività e a come si definiscono
nelle loro costituzioni; hanno esclusivamente la competenza loro accordata dai
membri costituenti; in generale, non hanno poteri di responsabilità nelle
trattative in vista dell’unione tra Chiese.
167. Essendo auspicabile che la Chiesa cattolica trovi, a differenti livelli,
l’espressione propria delle sue relazioni con altre Chiese e comunità
ecclesiali, ed essendo i Consigli di Chiese e i Consigli cristiani tra le forme
più importanti della collaborazione ecumenica, ci si deve rallegrare dei
contatti sempre più frequenti che la Chiesa cattolica stabilisce con questi
Consigli in diverse parti del mondo.
168. La decisione di associarsi ad un Consiglio è di competenza dei vescovi della
regione in cui il Consiglio opera; essi hanno anche la responsabilità di
vigilare sulla partecipazione cattolica a tali Consigli. Quanto ai Consigli
nazionali, competenza e responsabilità saranno generalmente del Sinodo delle
Chiese orientali cattoliche o della Conferenza episcopale (eccetto il caso in
cui nella nazione vi sia una sola diocesi). Nell’esaminare la questione
dell’appartenenza a un Consiglio, le autorità competenti — nel preparare la
decisione — abbiano cura di prendere contatti con il Pontificio Consiglio per la
promozione dell’unità dei cristiani.
169. Tra i numerosi fattori che bisogna considerare in funzione della decisione di
aderire come membro ad un Consiglio, c’è l’opportunità pastorale di un tale
passo. Si deve innanzi tutto accertare che la partecipazione alla vita del
Consiglio sia compatibile con l’insegnamento della Chiesa cattolica e non
attenui la sua identità specifica e unica. La prima preoccupazione deve essere
quella della chiarezza dottrinale, soprattutto in ciò che concerne
l’ecclesiologia. In effetti, i Consigli di Chiese e i Consigli cristiani né in
se stessi né per se stessi contengono l’inizio di una nuova Chiesa, che
sostituirebbe la comunione attualmente esistente nella Chiesa cattolica. Essi
non si definiscono Chiese e non pretendono per se stessi un’autorità che
permetta loro di conferire un ministero della parola o del sacramento
[159].
E bene prestare una particolare attenzione al sistema di rappresentatività di
questo Consiglio e al diritto di voto, alle procedure per giungere alle
decisioni, al modo di fare dichiarazioni pubbliche e al grado di autorità ad
esse attribuito. Si arrivi ad un accordo chiaro e preciso sui suddetti punti
prima di fare il passo di adesione in qualità di membro [160].
170. L’appartenenza cattolica ad un Consiglio locale, nazionale o regionale è
completamente differente dalle relazioni tra la Chiesa cattolica e il Consiglio
ecumenico delle Chiese. Il Consiglio ecumenico, infatti, può invitare Consigli
scelti «ad entrare in rapporti di lavoro in qualità di Consigli associati», ma
non ha nessuna autorità e nessun controllo su tali Consigli o sulle Chiese che
ne sono membri.
171. Va considerato che aggregarsi ad un Consiglio comporta l’accettazione di
importanti responsabilità. La Chiesa cattolica deve essere rappresentata da
persone competenti e impegnate. Nell’esercizio del loro mandato esse siano
perfettamente consapevoli dei limiti al di là dei quali non possono impegnare la
Chiesa senza interpellare l’autorità da cui sono state nominate. Quanto più
l’attività di questi Consigli sarà seguita attentamente dalle Chiese che vi sono
rappresentate, tanto più il loro contributo al movimento ecumenico sarà
importante ed efficace.
Il dialogo ecumenico
172. Il dialogo è al centro della collaborazione ecumenica e l’accompagna in
tutte le sue forme. Il dialogo esige che si ascolti e si risponda, che si cerchi
di comprendere e di farsi comprendere. Significa essere disposti a porre
interrogativi e ad essere a propria volta interrogati. Significa comunicare
qualcosa di sé e dar credito a ciò che gli altri dicono di sé. Ogni
interlocutore deve essere pronto a chiarificare sempre di più e a modificare le
proprie vedute personali e la propria maniera di vivere e di agire, lasciandosi
guidare dal genuino amore della verità. La reciprocità e l’impegno vicendevole
sono clementi essenziali del dialogo e, così pure, la consapevolezza che gli
interlocutori sono su un piede di parità [161]. Il dialogo ecumenico
permette ai membri delle diverse Chiese e comunità ecclesiali di pervenire ad
una conoscenza reciproca, di identificare i punti di fede e di pratica che hanno
in comune e quelli in cui differiscono. Gli interlocutori cercano di capire le
radici ditali differenze e di valutare in quale misura costituiscano un reale
ostacolo ad una fede comune. Quando riconoscono che esse rappresentano
un’autentica barriera per la comunione, si sforzano di trovare i mezzi per
superarle alla luce di quei nuclei della fede che già hanno in comune.
173. La Chiesa cattolica può avviare il dialogo a livello diocesano, a livello di
Conferenza episcopale o di Sinodi delle Chiese orientali cattoliche e a livello
di Chiesa universale. La sua struttura, come comunione universale di fede e di
vita sacramentale, le consente di presentare una posizione coerente e unita a
ciascuno dei suddetti livelli. Quando non c’è che un solo interlocutore, Chiesa
o comunità, il dialogo viene detto bilaterale, quando ce ne sono parecchi, viene
definito multilaterale.
174. A livello locale vi sono innumerevoli occasioni di incontro tra cristiani: dalle
conversazioni informali che avvengono nella vita quotidiana fino alle sessioni
organizzate per esaminare insieme, sotto un’angolatura cristiana, problemi della
vita locale o di particolari gruppi professionali (medici, operatori sociali,
genitori, educatori), come pure ai gruppi di studio su argomenti specificamente
ecumenici. I dialoghi possono essere condotti da gruppi sia di laici, sia di
membri del clero, sia di teologi di professione, oppure da aggregazioni di
persone appartenenti a questi gruppi. Tali incontri, abbiano o no uno statuto
ufficiale — conseguente alla loro promozione o autorizzazione formale da parte
della autorità ecclesiastica —, devono sempre essere caratterizzati da un
fortissimo senso ecclesiale. I cattolici che vi prendono parte avvertiranno il
bisogno di conoscere a fondo la loro fede e di averla saldamente radicata nella
loro vita e procureranno di rimanere in comunione di pensiero e di volontà con
la loro Chiesa.
175. In alcuni dialoghi i partecipanti sono mandati dalla gerarchia e vi
prendono perciò parte non a titolo personale, ma in qualità di rappresentanti
delegati della loro Chiesa. Tali mandati possono essere conferiti dall’Ordinario
del luogo, dal Sinodo delle Chiese orientali cattoliche o dalla Conferenza
episcopale per il suo territorio, o dalla Santa Sede. In questi casi, i
partecipanti cattolici hanno una singolare responsabilità nei confronti
dell’autorità che li ha mandati. Questa autorità dovrà dare la propria
approvazione a qualsiasi risultato del dialogo prima che esso impegni
ufficialmente la Chiesa.
176. Gli interlocutori cattolici del dialogo si attengano ai principi riguardanti la
dottrina cattolica enunciati dal decreto Unitatis redintegratio:
«Il modo e il metodo di annunziare la fede cattolica non devono in alcun modo
essere di ostacolo al dialogo con i fratelli. Bisogna assolutamente esporre con
chiarezza tutta intera la dottrina. Niente è più alieno dall’ecumenismo, quanto
quel falso irenismo, dal quale ne viene a soffrire la purezza della dottrina
cattolica e ne viene oscurato il suo senso genuino e preciso.
Nello stesso tempo, la fede cattolica deve essere spiegata con più profondità ed
esattezza, con quel modo di esposizione e di espressione, che possa essere
compreso bene anche dai fratelli separati.
Inoltre, nel dialogo ecumenico, i teologi cattolici, restando fedeli alla
dottrina della Chiesa, nell’investigare con i fratelli separati i divini
misteri, devono procedere con amore della verità, con carità e umiltà. Nel
mettere a confronto le dottrine, si ricordino che esiste un ordine o «gerarchia»
nelle verità della dottrina cattolica, essendo diverso il loro nesso con il
fondamento della fede cristiana. Così si preparerà la via, nella quale, per
mezzo della fraterna emulazione, tutti saranno spinti verso una più profonda
conoscenza e una più chiara manifestazione delle insondabili ricchezze di
Cristo» [162].
La questione della gerarchia delle verità è parimenti trattata nel documento
intitolato Riflessioni e suggerimenti a proposito del dialogo ecumenico:
«Tutto non sta sullo stesso piano, tanto nella vita della Chiesa quanto nel suo
impegno; è indubbio che tutte le verità rivelate esigano la stessa adesione di
fede, ma, secondo la maggiore o minore prossimità che hanno nei confronti del
fondamento del mistero rivelato, esse sono in posizioni diverse le une rispetto
alle altre e in differenti rapporti tra loro» [163].
177. Il soggetto del dialogo può essere costituito da un largo ventaglio di
questioni dottrinali che coprono un certo lasso di tempo, oppure da una sola
questione limitata ad una epoca ben determinata; può trattarsi di un problema
pastorale o missionario di fronte al quale le Chiese vogliono trovare una
posizione comune, al fine di eliminare le tensioni che si creano tra loro e di
promuovere un reciproco aiuto e una testimonianza comune. Per alcune questioni
può rivelarsi più efficace un dialogo bilaterale, per altre dà risultati
migliori un dialogo multilaterale. L’esperienza dimostra che, nel complesso
impegno di promuovere l’unità dei cristiani, le due forme di dialogo sono
complementari. E bene che i risultati di un dialogo bilaterale siano
sollecitamente comunicati a tutte le altre Chiese e comunità ecclesiali
interessate.
178. Una commissione o un comitato istituito per avviare il dialogo su
richiesta di due o più Chiese o comunità ecclesiali può giungere a gradi diversi
di accordo sul tema proposto e può formulare conclusioni in una dichiarazione.
Anche prima che si raggiunga l’accordo, una commissione può talvolta giudicare
opportuno pubblicare una dichiarazione o un rapporto in cui indicare le
convergenze raggiunte, individuare i problemi rimasti in sospeso e suggerire la
direzione che un futuro dialogo potrebbe prendere. Tutte le dichiarazioni o i
rapporti delle commissioni del dialogo sono sottoposte, per l’approvazione, alle
Chiese interessate. Le dichiarazioni fatte dalle commissioni del dialogo hanno
un valore intrinseco, in ragione della competenza e dello statuto dei loro
autori. Esse, però, non impegnano la Chiesa cattolica finché non siano state
approvate dalle competenti autorità ecclesiastiche.
179. Quando le competenti autorità ritengono i risultati di un dialogo pronti per
essere sottoposti ad una valutazione, i membri del popolo di Dio, secondo il
loro ruolo e il loro carisma, devono essere impegnati in questo processo
critico. I fedeli, infatti, sono chiamati a esercitare «il senso soprannaturale
della fede (sensus fidei)», che è dell’intero popolo, allorché, «dai
vescovi fino all’ultimo dei fedeli laici» esprime un consenso universale alle
verità concernenti la fede e i costumi. Questo senso della fede, suscitato e
sorretto dallo Spirito di verità e sotto la guida del sacro Magistero
(magisterium), mette in grado, se gli si obbedisce fedelmente, di accogliere
non più una parola umana, ma la parola di Dio qual è veramente [164]
grazie ad esso il popolo di Dio aderisce indefettibilmente alla fede trasmessa
ai santi una volta per tutte [165] vi penetra più a fondo
interpretandola dovutamente e la mette in atto più perfettamente nella propria
vita [166].
Si deve compiere ogni sforzo per trovare il modo migliore di offrire i risultati
del dialogo all’attenzione di tutti i membri della Chiesa. Le nuove comprensioni
della fede, le nuove testimonianze della sua verità e le nuove forme
d’espressione di essa sviluppate nel dialogo, così come la portata degli accordi
proposti, siano spiegate per quanto possibile ai fedeli. Ciò consentirà un equo
giudizio sulle reazioni di tutti, valutando la loro fedeltà alla tradizione di
fede ricevuta dagli apostoli e trasmessa alla comunità dei credenti, sotto la
guida dei suoi maestri qualificati. Si deve sperare che questo modo di procedere
venga adottato da ogni Chiesa o comunità ecclesiale interlocutrice del dialogo e
anche da tutte le Chiese e comunità ecclesiali sensibili all’appello per
l’unità, e che le Chiese collaborino a questo sforzo.
180. La vita di fede e la preghiera di fede, come pure la riflessione sulla dottrina
della fede, entrano in questo processo di ricezione, attraverso il quale, sotto
l’ispirazione dello Spirito santo che «dispensa tra i fedeli di ogni ordine
grazie speciali» [167] e che più particolarmente anima il ministero di
coloro che insegnano, tutta la Chiesa fa propri i frutti di un dialogo, in un
cammino di ascolto, di sperimentazione, di discernimento e di vita.
181. Nel vagliare e nell’assumere nuove forme di espressione della fede, che possono
comparire in dichiarazioni finali del dialogo ecumenico, oppure antiche
espressioni cui si è tornati perché preferite a certi termini teologici più
recenti, i cattolici terranno presente la distinzione fatta, nel decreto
sull’ecumenismo, tra «il deposito o le verità della fede» e «il modo con cui
vengono enunciate» [168]. Avranno però cura di evitare le espressioni
ambigue, particolarmente nella ricerca di un accordo sui punti di dottrina
tradizionalmente controversi. Terranno pure conto del modo con cui lo stesso
concilio Vaticano II ha applicato tale distinzione nella sua formulazione della
fede cattolica; ammetteranno anche la «gerarchia delle verità» nella dottrina
cattolica, di cui parla il decreto sull’ecumenismo [169].
182. Il processo di ricezione include una riflessione teologica di carattere
tecnico sulla tradizione di fede come pure sulla realtà pastorale e liturgica
della Chiesa d’oggi. Importanti contributi provengono a questo processo dalla
specifica competenza delle facoltà di teologia. Tutto il processo è guidato
dall’autorità docente ufficiale della Chiesa, che ha la responsabilità di
esprimere il giudizio finale sulle dichiarazioni ecumeniche. Le nuove
prospettive, che vengono così accolte, entrano nella vita della Chiesa e, in un
certo senso, rinnovano ciò che favorisce la riconciliazione con altre Chiese e
comunità ecclesiali.
Il lavoro comune a riguardo della Bibbia
183. La Parola di Dio, consegnata nelle Scritture, alimenta in diversi modi
[170]
la vita della Chiesa ed è un «eccellente strumento nella potente mano di Dio per
il raggiungimento di quella unità, che il Salvatore offre a tutti gli uomini»
[171].
La venerazione delle Scritture è un fondamentale legame di unità tra i
cristiani, legame che rimane anche quando le Chiese e le comunità ecclesiali
alle quali i cristiani appartengono non sono in piena comunione le une con le
altre. Tutto quello che può essere fatto perché i membri delle Chiese e delle
comunità ecclesiali leggano la Parola di Dio e, se possibile, lo facciano
insieme (per esempio, le «Settimane bibliche»), rafforza il legame di unità già
tra loro esistente, li apre all’azione unificante di Dio e dà maggior forza alla
testimonianza comune resa alla Parola salvifica di Dio e da loro offerta al
mondo. La pubblicazione e la diffusione di adeguate edizioni della Bibbia sono
condizioni preliminari all’ascolto della Parola. La Chiesa cattolica, pur
continuando a pubblicare edizioni della Bibbia che rispondano alle proprie norme
ed esigenze, collabora però volentieri con altre Chiese e comunità ecclesiali
per realizzare traduzioni e per pubblicare edizioni comuni in conformità con
quanto è stato previsto dal concilio Vaticano II ed è enunciato nel Diritto
canonico [172]. Essa considera la collaborazione ecumenica in questo
campo una forma importante di servizio comune e di comune testimonianza nella
Chiesa e per il mondo.
184. La Chiesa cattolica è impegnata in questa collaborazione in molti modi e a molti
livelli. Il Pontificio Consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani, nel
1969, ha ispirato la fondazione della Federazione cattolica mondiale per
l’Apostolato biblico (Federazione biblica cattolica), la quale è una
organizzazione cattolica internazionale a carattere pubblico, che ha il compito
di dare attuazione pastorale al capitolo VI della Dei Verbum. In vista di
questa finalità, appare auspicabile che, là dove le circostanze lo consentono,
tanto a livello di Chiese particolari quanto a livello regionale, si favorisca
una collaborazione effettiva tra il delegato per l’ecumenismo e le locali
sezioni della Federazione.
185. Il Pontificio Consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani, tramite il
Segretariato generale della Federazione biblica cattolica, stabilisce e sviluppa
rapporti con l’Alleanza biblica universale, che è l’organizzazione cristiana
internazionale con cui il Segretariato ha congiuntamente pubblicato le
Direttive riguardanti la cooperazione interconfessionale nella traduzione della
Bibbia [173]. Questo documento stabilisce i principi, i mezzi e gli
orientamenti pratici di questo particolare genere di collaborazione nel campo
biblico, che ha già dato risultati apprezzabili. Analoghi rapporti e una simile
cooperazione con istituzioni che hanno come scopo la pubblicazione e la
diffusione della Bibbia, sono incoraggiati ad ogni livello della vita
ecclesiale. Essi possono facilitare la cooperazione tra le Chiese e comunità
ecclesiali per l’attività missionaria, per la catechesi e l’insegnamento
religioso, come pure per la preghiera e lo studio in comune. Spesso possono
portare all’edizione comune di una Bibbia, che può essere utilizzata da molte
Chiese e comunità ecclesiali di un dato ambito culturale o a scopi più precisi,
quali lo studio o la vita liturgica [174]. Una collaborazione di questo
tipo può costituire un antidoto contro l’uso della Bibbia secondo una
prospettiva fondamentalista o con vedute settarie.
186. I cattolici possono prender parte allo studio delle Scritture insieme con
membri di altre Chiese e comunità ecclesiali in parecchi modi e a molti
differenti livelli: dal tipo di lavoro che può essere fatto in gruppi di
vicinato o parrocchiali fino alla ricerca scientifica tra esegeti di
professione. Tale studio, perché abbia un valore ecumenico, a qualsiasi livello,
deve essere fondato sulla fede e nutrire la fede. Spesso sarà tale studio a far
vedere chiaramente, a coloro che vi partecipano, come le posizioni dottrinali
delle diverse Chiese e comunità ecclesiali e le differenze dei loro approcci
nell’utilizzazione e nell’esegesi della Bibbia conducano ad interpretare certi
passi in modo diverso. Per i cattolici, è utile che le edizioni delle Scritture
delle quali si servono attirino l’attenzione sui passi in cui è impegnata la
dottrina della Chiesa. I cattolici non tralasceranno di affrontare le difficoltà
e le differenze derivanti dall’uso ecumenico delle Scritture con comprensione e
lealtà verso l’insegnamento della Chiesa. Ciò però non impedirà loro di
riconoscere quanto siano vicini agli altri cristiani nell’interpretazione delle
Scritture. Finiranno così con l’apprezzare la luce gettata dall’esperienza e
dalle tradizioni delle diverse Chiese sui passi delle Scritture particolarmente
significativi per loro. Saranno aperti alla possibilità di trovare nelle
Scritture nuovi punti di partenza per discutere su passi controversi. Saranno
spinti a scoprire il significato della Parola di Dio in rapporto alle situazioni
umane contemporanee che condividono con i loro fratelli cristiani. E
sperimenteranno, con gioia, la potenza unificatrice della Parola di Dio.
Testi liturgici comuni
187. Le Chiese e le comunità ecclesiali i cui membri vivono in un ambiente culturale
omogeneo dovrebbero, là dove è possibile, redigere insieme una raccolta dei più
importanti testi cristiani (il Padre Nostro, il Simbolo degli apostoli, il Credo
di Nicea–Costantinopoli, una Dossologia trinitaria, il Gloria). Tale raccolta
sarebbe destinata ad essere usata regolarmente da tutte le Chiese e comunità
ecclesiali, almeno quando pregano in comune, in occasioni ecumeniche. Sarebbe
ugualmente auspicabile un accordo su una traduzione del Salterio per l’uso
liturgico, o quanto meno un accordo su alcuni salmi che vengono usati con
maggior frequenza. Si raccomanda di cercare un analogo accordo per alcune
letture comuni delle Scritture destinate all’uso liturgico. L’uso di preghiere
liturgiche e di altre preghiere che risalgono all’epoca della Chiesa indivisa
può contribuire ad accrescere lo spirito ecumenico. Vengono parimenti
raccomandati libri di canto comuni o almeno una raccolta di canti comuni da
inserire nei libri di canto delle varie Chiese e comunità ecclesiali; è pure
raccomandabile una collaborazione nello sviluppo della musica liturgica. Quando
dei cristiani pregano insieme, con una sola voce, la loro comune testimonianza
raggiunge i cieli ma è intesa anche sulla terra.
La collaborazione ecumenica nel campo della catechesi
188. A integrazione della normale catechesi, che in ogni modo i cattolici devono
ricevere, la Chiesa cattolica riconosce che, in situazioni di pluralismo
religioso, la collaborazione nel campo della catechesi può arricchire la sua
vita e quella di altre Chiese e comunità ecclesiali, e anche rafforzare la sua
capacità di rendere, in mezzo al mondo, una testimonianza comune alla verità del
Vangelo, nella misura attualmente possibile. Il fondamento ditale
collaborazione, le sue condizioni e i suoi limiti sono esposti nell’esortazione
apostolica Catechesi tradendae:
«Tali esperienze trovano il loro fondamento teologico negli elementi che sono
comuni a tutti i cristiani. Tuttavia, la comunione di fede tra i cattolici e gli
altri cristiani non è completa e perfetta; ci sono anzi, in certi casi,
divergenze profonde. Di conseguenza, questa collaborazione ecumenica è per sua
stessa natura limitata: essa non deve mai significare una «riduzione» ad un
minimum comune. La catechesi, per di più, non consiste soltanto
nell’insegnare la dottrina, ma nell’iniziazione a tutta la vita cristiana,
facendo partecipare pienamente ai sacramenti della Chiesa. Di qui la necessità,
laddove sia in atto un’esperienza di collaborazione ecumenica nel campo della
catechesi, di vigilare a che la formazione dei cattolici sia ben assicurata,
nella Chiesa cattolica, in materia di dottrina e di vita cristiana»
[175].
189. In alcuni paesi, lo Stato o particolari circostanze impongono una forma di
insegnamento cristiano comune ai cattolici e agli altri cristiani, insegnamento
che comporta libri di testo e la determinazione del contenuto dei corsi. In
questi casi, non si tratta di una vera catechesi, né di libri che possano essere
usati come catechismi. Tuttavia, un tale insegnamento, quando presenta con
lealtà elementi di dottrina cristiana, ha un autentico valore ecumenico. Pur
apprezzando il valore potenziale ditale insegnamento, resta però indispensabile
in questi casi assicurare ai ragazzi cattolici una catechesi specificamente
cattolica.
190. Quando l’insegnamento della religione nelle scuole è fatto in collaborazione con
membri di religioni diverse da quelle cristiane, deve essere compiuto uno sforzo
particolare per assicurare che il messaggio cristiano venga presentato in modo
da mettere in evidenza l’unità di fede che esiste tra i cristiani su punti
fondamentali, pur spiegando al tempo stesso le divisioni che sussistono e le
iniziative intraprese per superarle.
La collaborazione in istituti d’insegnamento superiore
191. Molte occasioni di collaborazione ecumenica e di testimonianza comune sono
offerte dallo studio scientifico della teologia e delle discipline ad essa
connesse. Tale collaborazione è vantaggiosa per la ricerca teologica. Essa
migliora la qualità dell’insegnamento teologico, aiutando i professori ad
accordare all’aspetto ecumenico delle questioni teologiche l’attenzione che,
nella Chiesa cattolica, è richiesta dal decreto conciliare Unitatis
redintegratio [176]. Facilita la formazione ecumenica degli
operatori pastorali (si veda sopra, al c. III). Aiuta i cristiani ad esaminare
insieme i grandi problemi intellettuali affrontati dagli uomini e dalle donne
d’oggi, partendo da una base comune di sapienza e di esperienza cristiane.
Invece di accentuare la loro differenza, i cristiani sono capaci di accordare la
dovuta preferenza alla profonda armonia di fede e di comprensione che può
esistere nella diversità delle loro espressioni teologiche.
Nei seminari e durante il primo ciclo
192. La collaborazione ecumenica, tanto nello studio quanto nell’insegnamento, è
auspicabile già nei programmi della fase iniziale dell’insegnamento teologico,
quali sono stabiliti nei seminari e nel primo ciclo delle facoltà di teologia,
quantunque a questi livelli lo studio e l’insegnamento ancora non possano
seguire il metodo che è proprio della ricerca e di coloro che hanno concluso la
loro formazione teologica generale. Una condizione di importanza fondamentale
per la collaborazione ecumenica a questi livelli superiori, di cui si tratterà
ai nn. 196–203, è che i partecipanti abbiano una solida formazione nella loro
fede e nella tradizione della loro Chiesa. L’istruzione del seminario o del
primo ciclo della teologia ha come fine di dare allo studente tale formazione di
base. La Chiesa cattolica, come le altre Chiese e comunità ecclesiali, elabora
il programma e i corsi che considera adeguati a questo fine e sceglie direttori
e docenti competenti. La norma è che i docenti dei corsi di dottrina siano
cattolici. Di conseguenza, i principi elementari della iniziazione
all’ecumenismo e alla teologia ecumenica, che è una componente necessaria della
formazione teologica di base [177], vengono dati da docenti cattolici.
Una volta che sono rispettati questi fondamentali interessi della Chiesa circa
l’obiettivo, il valore, le esigenze di una formazione teologica iniziale —
compresi e condivisi da molte altre Chiese e comunità ecclesiali –, gli studenti
e i docenti dei seminari cattolici e delle facoltà di teologia possono
partecipare alla collaborazione ecumenica in diverse maniere.
193. Le norme per promuovere e regolare la collaborazione tra i cattolici e gli altri
cristiani, a livello di seminario e di primo ciclo degli studi teologici, devono
essere fissate dai Sinodi delle Chiese orientali cattoliche e dalle Conferenze
episcopali, particolarmente per tutto ciò che riguarda l’istruzione dei
candidati all’ordinazione. La commissione ecumenica competente dovrà essere
intesa a questo riguardo. Le direttive richieste devono essere incluse nel
programma di formazione dei presbiteri, elaborato in conformità al decreto sulla
formazione sacerdotale Optatam totius. Dal momento che gli istituti di
formazione per i membri degli ordini religiosi possono egualmente essere
interessati a questa forma di collaborazione ecumenica nella formazione
teologica, i superiori maggiori o i loro delegati devono contribuire a redigere
regolamenti secondo il decreto conciliare Christus Dominus [178].
194. Gli studenti cattolici possono assistere a corsi speciali che nelle istituzioni,
ivi compresi i seminari, vengono tenuti da cristiani di altre Chiese e comunità
ecclesiali, corsi che siano in armonia con i criteri generali per la formazione
ecumenica degli studenti cattolici e che rispettino tutte le norme eventualmente
stabilite dal Sinodo delle Chiese orientali cattoliche o dalla Conferenza
episcopale. Quando si deve prendere una decisione sull’opportunità o meno che
studenti cattolici assistano a tali corsi speciali, vanno attentamente valutati
l’utilità del corso nel contesto generale della loro formazione, la qualità e lo
spirito ecumenico del docente, il livello di preparazione preliminare degli
stessi studenti, la loro maturità spirituale e psicologica. Quanto più le
conferenze o i corsi si riferiscono da vicino a soggetti dottrinali, tanto più
si dovrà vagliare con cura l’opportunità, per gli studenti, di assistervi. La
formazione degli studenti e lo sviluppo del loro senso ecumenico esigono
gradualità.
195. Nel secondo e terzo ciclo delle facoltà e nei seminari, dopo che gli studenti
hanno ricevuto la formazione di base, si possono invitare docenti di altre
Chiese e comunità ecclesiali a tenere conferenze sulle posizioni dottrinali
delle Chiese e delle comunità che essi rappresentano, al fine di completare la
formazione ecumenica che gli studenti stanno ricevendo da parte dei loro docenti
cattolici. Tali docenti potranno anche tenere corsi di natura tecnica, come, per
esempio, corsi di lingue, di comunicazione sociale, di sociologia religiosa,
ecc. Stabilendo norme per regolare questo tipo di collaborazione, le Conferenze
episcopali e i Sinodi delle Chiese orientali cattoliche terranno conto del grado
di sviluppo raggiunto dal movimento ecumenico nel loro paese e della natura
delle relazioni tra i cattolici e le altre Chiese e comunità ecclesiali [179].
Preciseranno, innanzi tutto, come applicare nella propria regione i criteri
cattolici sulla qualificazione dei docenti, sul periodo del loro insegnamento e
sulla loro responsabilità in ordine al contenuto dei corsi [180].
Indicheranno pure in che modo l’insegnamento ricevuto dagli studenti cattolici
in tali corsi potrà essere integrato nell’insieme del loro programma. I docenti
invitati avranno la qualifica di “conferenzieri invitati”. Se necessario, le
istituzioni cattoliche organizzeranno seminari o corsi per collocare nel suo
contesto l’insegnamento impartito dai conferenzieri di altre Chiese o comunità
ecclesiali. I docenti cattolici invitati, in analoghe circostanze, a tenere
conferenze nei seminari e nelle scuole teologiche di altre Chiese, accetteranno
di buon grado le medesime condizioni. Un tale scambio di docenti, che rispetti
gli interessi di ogni Chiesa in ordine alla formazione teologica di base dei
propri membri e specialmente di coloro che sono chiamati ad essere suoi
ministri, è una efficace forma di collaborazione ecumenica e offre una valida
testimonianza comune dell’interesse cristiano per un insegnamento autentico
nella Chiesa di Cristo.
Negli istituti superiori e di ricerca teologica
196. A coloro che sono impegnati nella ricerca teologica e a coloro che insegnano ad
un livello superiore si apre un campo più vasto di collaborazione ecumenica
rispetto ai docenti dei seminari o del livello accademico istituzionale. La
maturità dei partecipanti (ricercatori, docenti, studenti) e gli studi superiori
già compiuti sulla fede e sulla teologia della propria Chiesa, danno alla loro
collaborazione una sicurezza e una ricchezza del tutto particolari, che non ci
si può aspettare da coloro che sono ancora impegnati nella formazione
istituzionale nelle facoltà o in quella seminaristica.
197. A livello degli studi superiori, la collaborazione è assicurata da esperti
che si scambiano le loro ricerche e le condividono con esperti di altre Chiese e
comunità ecclesiali. E attuata da gruppi ecumenici e da associazioni di esperti
designati a tale scopo. E assicurata, in modo precipuo, nell’ambito dei vari
tipi di relazioni instaurate tra istituzioni per lo studio della teologia che
appartengono a Chiese diverse. Tali relazioni e la collaborazione che esse
favoriscono possono concorrere a dare un carattere ecumenico a tutta l’attività
delle istituzioni che vi partecipano. In tale contesto si può arrivare a mettere
a disposizione comune il personale, le biblioteche, i corsi, i locali e altri
mezzi, così che se ne avvantaggino i ricercatori, i docenti e gli studenti.
198. La collaborazione ecumenica è particolarmente indicata per gli istituti che sono
stati creati, in seno a facoltà di teologia già esistenti, per la ricerca e la
formazione specializzata in teologia ecumenica oppure per l’esercizio pastorale
dell’ecumenismo; è pure indicata per gli istituti indipendenti creati per il
medesimo scopo. Questi ultimi, sebbene possano appartenere a Chiese particolari
o a comunità ecclesiali, avranno un’efficacia maggiore se cooperano attivamente
con istituti analoghi che appartengono ad altre Chiese. Da un punto di vista
ecumenico, è utile che gli istituti ecumenici abbiano nel loro corpo docente e
tra i loro studenti membri di altre Chiese o comunità ecclesiali.
199. La creazione e l’amministrazione di queste istituzioni e strutture per la
collaborazione ecumenica nello studio della teologia dovrebbero, normalmente,
essere affidate a coloro che sono a capo delle istituzioni in questione e a
coloro che vi svolgono la loro attività pur godendo di una legittima libertà
accademica. La loro efficacia ecumenica esige che agiscano in stretta relazione
con le autorità delle Chiese e comunità ecclesiali alle quali appartengono i
loro membri. Quando l’istituto impegnato in tali strutture di cooperazione fa
parte di una facoltà di teologia che già appartiene alla Chiesa cattolica, o è
stato costituito dalla Chiesa come un’istituzione separata sotto la sua
autorità, il suo rapporto con le autorità della Chiesa in ordine all’attività
ecumenica sarà definito negli articoli dell’accordo di collaborazione.
200. Gli istituti interconfessionali, creati e amministrati congiuntamente da alcune
Chiese e comunità ecclesiali, sono particolarmente indicati per trattare
questioni di interesse comune a tutti i cristiani. Studi in comune su argomenti
quali l’attività missionaria, le relazioni con le religioni non cristiane,
l’ateismo e l’incredulità, l’uso dei mezzi di comunicazione sociale,
l’architettura e l’arte sacra e, in campo teologico, l’esegesi delle Scritture,
la storia della salvezza e la teologia pastorale, contribuiranno alla soluzione
di problemi e all’adozione di programmi capaci di favorire il progresso
dell’unità dei cristiani. La responsabilità di questi istituti nei confronti
delle autorità delle Chiese e delle comunità ecclesiali interessate deve essere
definita con chiarezza nei loro statuti.
201. Si possono costituire associazioni o istituti per lo studio in comune di
questioni teologiche e pastorali da parte di ministri di diverse Chiese e
comunità ecclesiali. Questi ministri, sotto la guida e con l’aiuto di esperti in
differenti campi, discutono e analizzano insieme gli aspetti teorici e pratici
del loro ministero, in seno alle proprie comunità, nella sua dimensione
ecumenica e nel suo contributo alla testimonianza cristiana comune.
202. Il campo di studio e di ricerca, negli istituti di attività e di
collaborazione ecumenica, può abbracciare l’intera realtà ecumenica, oppure
limitarsi a questioni particolari che vengono studiate in profondità. Quando un
istituto si specializza nello studio di una disciplina dell’ecumenismo (la
tradizione ortodossa, il protestantesimo, la Comunione anglicana, e anche le
varie questioni indicate al n. 200), è importante che possa trattare tale
disciplina nel contesto di tutto il movimento ecumenico e di tutte le altre
questioni che sono collegate con esso.
203. Le istituzioni cattoliche sono incoraggiate a diventare membri di
associazioni ecumeniche dirette a far progredire il livello dell’insegnamento
teologico e ad assicurare una migliore formazione a coloro che si preparano al
ministero pastorale e una migliore collaborazione tra gli istituti
d’insegnamento superiore. Esse saranno parimenti aperte alle proposte — oggi più
frequenti — delle autorità di università pubbliche e non confessionali di
aggregare, per lo studio della religione, diversi istituti ad esse collegati.
L’appartenenza a queste associazioni ecumeniche e la partecipazione
all’insegnamento in istituti associati devono rispettare la legittima autonomia
degli istituti cattolici per quanto concerne il programma di studi, il contenuto
dottrinale degli argomenti insegnati e la formazione spirituale e sacerdotale
degli studenti che si preparano all’ordinazione.
La collaborazione pastorale in situazioni particolari
204. Se è vero che ogni Chiesa e comunità ecclesiale si occupa della cura
pastorale dei propri membri ed è edificata in modo insostituibile dai ministri
delle proprie comunità locali, tuttavia ci sono situazioni in cui al bisogno
religioso dei cristiani si potrebbe provvedere molto più efficacemente se gli
operatori pastorali ordinati o laici delle diverse Chiese e comunità ecclesiali
lavorassero insieme. Tale genere di collaborazione ecumenica può essere attuato
con successo nella pastorale degli ospedali, delle carceri, dell’esercito, delle
università, dei vasti complessi industriali. È altresì efficace per portare una
presenza cristiana nel mondo dei mezzi di comunicazione sociale. Appare
necessario coordinare accuratamente tali ministeri ecumenici speciali con le
strutture pastorali locali di ogni Chiesa e comunità ecclesiale. Ciò si realizza
molto più facilmente quando tali strutture sono animate da spirito ecumenico e
attuano la collaborazione ecumenica con le corrispondenti unità locali delle
altre Chiese e comunità ecclesiali. Il ministero liturgico, specialmente quello
dell’Eucaristia e degli altri sacramenti, in simili situazioni di
collaborazione, è assicurato in conformità alle norme che ogni Chiesa o comunità
ecclesiale stabilisce per i propri membri; per i cattolici tali norme sono
esposte nel capitolo IV di questo Direttorio.
La collaborazione nell’attività missionaria
205. La testimonianza comune data mediante tutte le forme di collaborazione ecumenica
è già per se stessa missionaria. Il movimento ecumenico, infatti, è andato di
pari passo con la riscoperta, da parte di molte comunità, della natura
missionaria della Chiesa. La collaborazione ecumenica dimostra al mondo che
coloro che credono in Cristo e vivono del suo Spirito, essendo diventati figli
di Dio, che è Padre di tutti, possono tentare di superare, con coraggio e
speranza, le divisioni umane anche in materie tanto delicate quali sono la fede
e la pratica religiosa. Le divisioni esistenti tra i cristiani sono
indubbiamente un grave ostacolo al buon esito della evangelizzazione
[181].
Ma gli sforzi che sono stati compiuti per vincerle offrono un grande contributo
per compensare lo scandalo e rendere credibili i cristiani nel proclamare che
Cristo è Colui nel quale tutte le persone e le cose sono ricapitolate
nell’unità:
«In quanto evangelizzatori, noi dobbiamo offrire ai fedeli di Cristo l’immagine
non di uomini divisi e separati da litigi che non edificano affatto, ma di
persone mature nella fede, capaci di ritrovarsi insieme al di sopra delle
tensioni concrete, grazie alla ricerca comune, sincera e disinteressata della
verità. Sì, la sorte dell’evangelizzazione è certamente legata alla
testimonianza di unità data dalla Chiesa. E questo un motivo di responsabilità
ma anche di conforto» [182].
206. La testimonianza ecumenica può essere data nella stessa attività
missionaria. Per i cattolici, le basi della collaborazione ecumenica con gli
altri cristiani nella missione sono il «fondamento del battesimo e il patrimonio
di fede che ci è comune» [183]. Le altre Chiese e comunità ecclesiali
che conducono i fedeli alla fede in Cristo Salvatore e nel battesimo nel nome
del Padre e del Figlio e dello Spirito santo, li conducono nella comunione
reale, benché imperfetta, che esiste tra loro e la Chiesa cattolica. I cattolici
ben vorrebbero che tutti coloro che sono chiamati alla fede cristiana si
unissero a loro in quella pienezza di comunione che, secondo la loro fede,
esiste nella Chiesa cattolica, e tuttavia riconoscono che, secondo la
Provvidenza di Dio, alcuni passeranno tutta la loro vita cristiana in Chiese o
comunità ecclesiali che non assicurano tale pienezza di comunione. I cattolici
saranno molto attenti a rispettare la fede viva delle altre Chiese e comunità
ecclesiali che predicano il Vangelo, e si compiaceranno del fatto che la grazia
di Dio opera in mezzo a loro.
207. I cattolici possono unirsi alle altre Chiese e comunità ecclesiali —
purché non vi sia nulla di settario o di volutamente anticattolico nella loro
attività di evangelizzazione — in organizzazioni e per programmi che offrono un
sostegno comune all’azione missionaria di tutte le Chiese partecipanti. Uno dei
principali obiettivi di simile collaborazione sarà quello di garantire che i
fattori umani, culturali e politici che non erano estranei, alle origini, alle
divisioni tra le Chiese, e che hanno segnato la tradizione storica della
separazione, non siano trapiantati nei luoghi dove viene predicato il Vangelo e
dove vengono fondate Chiese. Coloro che sono stati mandati da Società
missionarie, per dare il loro apporto alla fondazione e alla crescita di nuove
Chiese, saranno particolarmente sensibili a tale necessità. E bene che i vescovi
vi dedichino una particolare attenzione. E compito dei vescovi stabilire se sia
necessario insistere in modo speciale su punti di dottrina o di morale a
proposito dei quali i cattolici differiscono dalle altre Chiese e comunità
ecclesiali, e queste ultime potranno trovar necessario agire nello stesso modo
nei riguardi del cattolicesimo. Ciò, comunque, va fatto non con spirito
aggressivo o settario, ma con amore e rispetto reciproco [184]. I nuovi
convertiti alla fede saranno premurosamente formati nello spirito ecumenico, in
modo che
«i cattolici, esclusa ogni forma sia di indifferentismo e di confusionismo, sia
di sconsiderata concorrenza, attraverso una comune, per quanto è possibile,
professione di fede in Dio e in Gesù Cristo di fronte alle genti, attraverso la
cooperazione nel campo tecnico e sociale come in quello religioso e culturale,
collaborino fraternamente con i fratelli separati, secondo le norme del decreto
sull’ecumenismo» [185].
208. La collaborazione ecumenica è soprattutto necessaria nella missione fra le masse
scristianizzate del mondo contemporaneo. La capacità per cristiani ancora divisi
di dare, fin d’ora, una testimonianza comune alle verità centrali del Vangelo
[186]
può costituire un forte richiamo a rinnovare la stima per la fede cristiana in
una società secolarizzata. Una valutazione comune delle forme di ateismo, di
secolarizzazione e di materialismo, che sono all’opera nel mondo d’oggi, e un
modo comune di occuparsene, gioverebbero molto alla missione cristiana nel mondo
contemporaneo.
209. Un posto speciale deve essere dato alla collaborazione tra i membri di
diverse Chiese e comunità ecclesiali per quel che concerne la riflessione, di
cui si ha costantemente bisogno, sul senso della missione cristiana, sul modo di
avviare il dialogo della salvezza con i membri delle altre religioni e sul
problema generale del rapporto tra la proclamazione del Vangelo di Cristo e le
culture e gli indirizzi di pensiero del mondo contemporaneo.
La collaborazione ecumenica nel dialogo con altre religioni
210. Nel mondo d’oggi, i contatti tra cristiani e persone di altre religioni si fanno
sempre più numerosi. Tali contatti sono radicalmente diversi rispetto ai
contatti tra le Chiese e le comunità ecclesiali, che hanno come fine la
ricomposizione dell’unità voluta da Cristo tra tutti i suoi discepoli e che, a
ragione, sono detti ecumenici. Essi però, in pratica, sono profondamente
influenzati da questi ultimi e, a loro volta, influenzano le relazioni
ecumeniche, mediante le quali i cristiani possono approfondire il grado di
comunione esistente tra loro. Tali contatti costituiscono una parte importante
della cooperazione ecumenica. Ciò vale specialmente per tutto quello che si fa
al fine di sviluppare i rapporti religiosi privilegiati che i cristiani
intrattengono con il popolo ebreo.
Per i cattolici, le direttive riguardanti le loro relazioni con gli ebrei sono
dettate dalla Commissione per i rapporti religiosi con l’ebraismo, mentre le
norme per le relazioni con i membri di altre religioni sono impartite dal
Pontificio Consiglio per il dialogo interreligioso. Nello stabilire rapporti
religiosi con gli ebrei e nei loro rapporti con membri di altre religioni, in
conformità alle direttive che li regolano, i cattolici possono trovare molte
occasioni di collaborazione con membri di altre Chiese e comunità ecclesiali. Vi
sono molti ambiti nei quali i cristiani possono collaborare con gli ebrei in un
dialogo e in un’azione comune, per esempio lottando insieme contro
l’antisemitismo, il fanatismo religioso e il settarismo. La collaborazione con
altri credenti può prefiggersi lo scopo di promuovere le prospettive religiose
nei problemi della giustizia e della pace, del sostegno alla vita familiare, del
rispetto verso le comunità minoritarie; tale collaborazione però può anche
affrontare i problemi numerosi e nuovi del nostro tempo. In tali contatti
interreligiosi i cristiani, insieme, possono appellarsi alle loro comuni
sorgenti bibliche e teologiche, contribuendo così a portare una visione
cristiana in questo contesto allargato, in un modo che giovi, ad un tempo,
all’unità cristiana.
La collaborazione ecumenica nella vita sociale e culturale
211. La Chiesa cattolica considera la collaborazione ecumenica nella vita sociale e
culturale un aspetto importante dell’azione che tende all’unità. Il decreto
sull’ecumenismo ritiene che questa cooperazione esprima limpidamente il legame
che unisce tutti i battezzati [187]. E per questo che incoraggia e
appoggia forme molto concrete di collaborazione:
«Questa cooperazione, già attuata in non poche nazioni, deve essere sempre più
perfezionata — specialmente nelle nazioni dove sta compiendosi l’evoluzione
sociale o tecnica — sia nello stimare rettamente la dignità della persona umana,
sia nel promuovere il bene della pace, sia nell’attuare l’applicazione sociale
del Vangelo, sia nel far progredire con spirito cristiano le scienze e le arti,
come pure nell’usare i rimedi di ogni genere per alleviare le miserie del nostro
tempo, quali sono la fame e le calamità, l’analfabetismo e l’indigenza, la
mancanza di abitazioni e la non equa distribuzione dei beni» [188].
212. Principio generale è che la collaborazione ecumenica nella vita sociale e
culturale deve essere realizzata nel contesto globale della ricerca dell’unità
dei cristiani. Quando essa non si associa ad altre espressioni ecumeniche,
soprattutto alla preghiera e alla condivisione spirituale, può facilmente
confondersi con interessi ideologici o puramente politici e diventare così un
ostacolo al progresso verso l’unità. Come ogni altra forma di ecumenismo,
richiede la supervisione del Vescovo del luogo o del Sinodo delle Chiese
orientali cattoliche o della Conferenza episcopale.
213. Attraverso tale collaborazione, tutti coloro che credono in Cristo possono
facilmente imparare a meglio conoscersi gli uni gli altri, a maggiormente
stimarsi e ad appianare la via verso l’unità dei cristiani189. In
numerose occasioni il papa Giovanni Paolo Il ha ribadito l’impegno della Chiesa
cattolica nella collaborazione ecumenica [190]. La medesima affermazione
è stata espressa nella dichiarazione comune del cardinale Johannes Willebrands e
del dr. Philip Potter, segretario generale del Consiglio ecumenico delle Chiese,
in occasione della visita del Santo Padre alla sede centrale del Consiglio
ecumenico, a Ginevra, nel 1984 [191]. E in questa prospettiva che il
Direttorio ecumenico presenta alcuni esempi di collaborazione, a diversi
livelli, ma senza alcuna pretesa di essere esaustivo [192].
a) La
collaborazione nello studio comune delle questioni sociali ed
etiche
214. Le Conferenze episcopali regionali o nazionali, in collaborazione con altre
Chiese e comunità ecclesiale e anche con Consigli di Chiese, possono costituire
gruppi con l’intento di dare espressione comune ai valori cristiani e umani
fondamentali. Un simile discernimento fatto in comune può concorrere a fornire
un importante punto di partenza per affrontare in modo ecumenico questioni di
natura sociale cd etica; ciò aiuta a sviluppare la dimensione morale e sociale
della comunione non piena di cui già godono i cristiani di diverse Chiese e
comunità ecclesiali.
Il fine di uno studio di questo genere condotto in comune è di promuovere una
cultura cristiana, una «civiltà dell’amore»: l’umanesimo cristiano di cui spesso
hanno parlato i papi Paolo VI e Giovanni Paolo II. Per costruire tale cultura,
dobbiamo stabilire con chiarezza quali siano i valori che la costituiscono e
quali quelli che la minacciano. Di conseguenza, è evidente che tale studio
comporterà, per esempio, un riconoscimento del valore della vita, del senso del
lavoro umano, delle questioni della giustizia e della pace, della libertà
religiosa, dei diritti dell’uomo e dei diritti alla terra. Esso dovrà anche
porre l’accento sui fattori che nella società minacciano alcuni valori
fondamentali; fattori quali la povertà, il razzismo, il consumismo, il
terrorismo e tutto quello che minaccia la vita umana in qualsiasi stadio del suo
sviluppo. La lunga tradizione dell’insegnamento sociale della Chiesa cattolica
potrà abbondantemente fornire direttive e ispirazioni per questo genere di
collaborazione.
b) La
collaborazione nell’ambito dello sviluppo, dei bisogni umani e
della salvaguardia della creazione
215. C’è un intrinseco legame tra lo sviluppo, i bisogni umani e la salvaguardia
della creazione. L’esperienza ci ha insegnato che lo sviluppo che risponde ai
bisogni umani non può fare cattivo uso o abusare delle risorse naturali senza
gravi conseguenze.
La responsabilità della tutela della creazione, la quale ha in se stessa la
propria particolare dignità, è stata data dallo stesso Creatore a tutti i popoli
in quanto custodi della creazione [193]. A vari livelli, si incoraggiano
i cattolici a partecipare ad iniziative comuni destinate a studiare e affrontare
problemi che minacciano la dignità della creazione e mettono in pericolo
l’intera razza umana. Altri ambiti di studio e intervento possono essere, per
esempio, certe forme di rapida industrializzazione e di tecnologia non
controllate, che causano l’inquinamento dell’ambiente naturale e hanno gravi
conseguenze per l’equilibrio ecologico, come la distruzione di foreste, gli
esperimenti nucleari e l’uso irrazionale o il cattivo uso delle risorse
naturali, rinnovabili e non rinnovabili. Un aspetto importante dell’azione
comune in questo campo consiste nell’insegnare agli uomini tanto ad usare le
risorse naturali quanto a pianificarne l’uso e a salvaguardare la creazione.
L’ambito dello sviluppo, che è principalmente una risposta ai bisogni umani,
offre una vasta gamma di possibilità per la collaborazione tra la Chiesa
cattolica e le Chiese e comunità ecclesiali a livello regionale, nazionale e
locale. Tale collaborazione può comprendere, tra l’altro, l’impegno per una
società più giusta, per la pace, per il riconoscimento dei diritti e della
dignità della donna e per una più equa distribuzione delle risorse. In questo
senso, sarà possibile assicurare un servizio comune dei poveri, degli ammalati,
degli handicappati, delle persone anziane e di tutti coloro che soffrono a causa
di ingiuste «strutture di peccato» [194]. La collaborazione in questo
campo è particolarmente raccomandata là dove c’è una forte concentrazione della
popolazione, con gravi conseguenze per l’ambiente, il cibo, l’acqua, il
vestiario, l’igiene e le cure mediche. Un aspetto importante della
collaborazione in tale campo sta nell’occuparsi dei problemi dei migranti, dei
rifugiati, delle vittime di catastrofi naturali. In casi d’urgenza su scala
mondiale, la Chiesa cattolica raccomanda che, per motivi di efficacia e di
costo, risorse e servizi vengano messi a disposizione degli organismi
internazionali di Chiese. Consiglia anche la collaborazione ecumenica con
organizzazioni internazionali specializzate in materia.
c) La
collaborazione nel campo della sanità
216. Tutto il campo della sanità offre occasioni molto importanti per la
collaborazione ecumenica. In alcuni paesi la collaborazione ecumenica delle
Chiese in programmi di interventi sanitari è essenziale perché possano essere
assicurate adeguate cure. Tuttavia, la collaborazione in questo campo, sia a
livello della ricerca sia a livello degli interventi, sempre più solleva
problemi di etica medica, che rappresentano ad un tempo una sfida e una
opportunità per la collaborazione ecumenica. Il dovere, cui sopra si è
accennato, di precisare i valori fondamentali che sono parti integranti della
vita cristiana, si rivela qui particolarmente urgente, dato il rapido sviluppo
di campi quale la genetica. In tale contesto, le indicazioni del documento del
1975 sulla «collaborazione ecumenica » sono particolarmente pertinenti: «
Soprattutto quando sono in causa le leggi morali, la posizione dottrinale della
Chiesa cattolica deve essere resa nota esplicitamente e le difficoltà che
possono derivarne per la collaborazione ecumenica devono essere prese in
considerazione in tutta onestà e lealtà nei confronti dell’insegnamento
cattolico» [195].
d) La
collaborazione nei mezzi di comunicazione sociale
217. In questo campo è possibile collaborare in ordine alla comprensione della
natura dei mezzi moderni di comunicazione sociale e in particolare della sfida
che essi lanciano ai cristiani d’oggi. La collaborazione può incentrarsi sui
modi per far entrare i principi cristiani nei mezzi di comunicazione sociale,
sullo studio dei problemi che esistono al riguardo e anche sull’educazione della
gente ad un uso critico ditali mezzi. I gruppi interconfessionali possono
riuscire particolarmente efficaci come comitati consultivi per i mezzi pubblici
di comunicazione sociale, soprattutto quando si tratta di soggetti religiosi.
Essi possono essere di singolare utilità nei paesi in cui la maggioranza degli
spettatori, degli ascoltatori o lettori appartengono a una sola Chiesa e
comunità ecclesiale. «Le occasioni per una collaborazione in questo campo sono
pressoché illimitate. Alcune sono evidenti: programmi comuni radiofonici e
televisivi; progetti e servizi educativi, specialmente per i genitori e i
giovani; riunioni e discussioni tra professionisti che possono porsi a livello
internazionale; collaborazione nella ricerca nei mezzi di comunicazione,
specialmente ai fini della formazione professionale e dell’educazione»
[196].
Là dove già esistono strutture interconfessionali, con piena partecipazione
cattolica, occorrerà rafforzarle soprattutto per l’uso della radio, della
televisione, per la stampa e gli audiovisivi. E bene anche che ogni organismo
partecipante abbia la possibilità di parlare della propria dottrina e della
propria vita concreta [197].
218. Talvolta può essere importante agire in collaborazione di scambio, cioè
attraverso la partecipazione di operatori cattolici della comunicazione a
iniziative di altre Chiese e comunità ecclesiali e viceversa. La collaborazione
ecumenica può comprendere scambi tra le organizzazioni cattoliche internazionali
e le organizzazioni della comunicazione di altre Chiese e comunità ecclesiali
(come, per esempio, in occasione della celebrazione della Giornata mondiale
della comunicazione sociale).
Anche l’uso comune di satelliti e di reti televisive via cavo può costituire un
esempio di collaborazione ecumenica [198]. È evidente che un simile
genere di collaborazione va realizzata a livello regionale in rapporto con le
commissioni ecumeniche e a livello internazionale con il Pontificio Consiglio
per la promozione dell’unità dei cristiani. La formazione degli operatori
cattolici della comunicazione sociale deve comprendere una seria preparazione
ecumenica.
Sua Santità papa Giovanni Paolo II ha approvato il presente Direttorio il 25
marzo 1993. L’ha confermato con la sua autorità e ne ha ordinato la
pubblicazione. Nonostante qualsiasi disposizione in contrario.
Cardinale EDWARD IDRIS CASSIDY
Presidente
PIERRE DUPREY Vescovo tit. di Thibaris
Segretario
NOTE
[1] Segretariato per la promozione dell’unità dei cristiani (SPUC), Direttorio
ecumenico, Ad totam Ecclesiam, AAS 1967, 574–592; AAS 1970, 705–724.
[2] Discorso del papa Giovanni Paolo II all’assemblea generale del SPUC, 6 febbraio
1988, AAS 1988, 1203.
[3] Tra essi vanno ricordati il Motu proprio Matrimonia mixta, AAS 1970,
257–263; le Riflessioni e suggerimenti riguardanti il dialogo
ecumenico, SPUC, Service d’information (SI) 12, 1970, pp. 3–11;
l’Istruzione sui casi particolari di ammissione di altri cristiani alla
comunione eucaristica nella Chiesa cattolica, AAS 1972, 518–525; la Nota
su alcune interpretazioni della «Istruzione sui casi particolari di ammissione
di altri cristiani alla comunione eucaristica nella Chiesa cattolica», AAS
1973, 616–619; il documento sulla Collaborazione ecumenica a livello
nazionale e a livello locale, SPUC, SI, 29, 1975, pp. 8–34;
l’esortazione apostolica Evangelii nuntiandi (EN) del 1975; la
costituzione apostolica Sapientia christiana (SapC) sulle università e
facoltà ecclesiastiche (1979), l’esortazione apostolica Catechesi tradendae
(CT) del 1979, e la Relatio finalis del Sinodo straordinario dei
vescovi del 1985; la Ratio fundamentalis institutionis sacerdotalis della
Congregazione per l’educazione cattolica, Roma 1985; la costituzione apostolica
Ex corde Ecclesiae, AAS 1990, 1475–1509.
[4]
AAS 1988, 1204.
[5]
Cfr. CIC, can. 755; CCEO, cann. 902 e 904, § 1. In
questo Direttorio l’aggettivo «cattolico» è riferito ai fedeli e alle Chiese che
sono in piena comunione con il Vescovo di Roma.
[6]
Cfr. infra, nn. 35 e 36.
[7]
La costituzione apostolica Pastor bonus (1988) afferma:
«Art. 135: Funzione del Consiglio è di applicarsi con opportune
iniziative e attività all’impegno ecumenico per ricomporre l’unità tra i
cristiani.
«Art. 136: § I. Esso cura che siano tradotti in pratica i decreti del
concilio Vaticano II concernenti l’ecumenismo. Si occupa della retta
interpretazione dei principi ecumenici e ne cura l’esecuzione. § 2. Favorisce
convegni cattolici sia nazionali che internazionali atti a promuovere l’unità
dei cristiani, li collega e coordina e vigila sulle loro iniziative. § 3.
Sottoposte preventivamente le questioni al Sommo Pontefice, cura le relazioni
con i fratelli delle Chiese e delle comunità ecclesiali, che non hanno ancora
piena comunione con la Chiesa cattolica, e soprattutto promuove il dialogo e i
colloqui per favorire l’unità con esse, avvalendosi della collaborazione di
esperti ben preparati nella dottrina teologica. Designa gli osservatori
cattolici per i convegni tra cristiani e invita gli osservatori delle altre
Chiese e comunità ecclesiali ai convegni cattolici, tutte le volte che ciò parrà
opportuno.
«Art. 137: § 1. Poiché la materia che questo dicastero deve trattare per
sua natura tocca spesso questioni di fede, è necessario che esso proceda in
stretto collegamento con la Congregazione per la Dottrina della fede,
soprattutto quando si tratta di emanare pubblici documenti o dichiarazioni. § 2.
Nel trattare affari di maggior importanza, che riguardano le Chiese separate
d’Oriente, deve prima consultare la Congregazione per le Chiese orientali».
[8] Salvo indicazione contraria, l’espressione «Chiesa particolare» è usata in
questo Direttorio per designare una diocesi, una eparchia o una circoscrizione
ecclesiastica equivalente.
[9] Gv 17,21; cfr. Ef 4,4.
[10] Costituzione
dogmatica sulla Chiesa Lumen gentium (LG), n. 1.
[11] Cfr. LG,
nn. 1–4 e il decreto conciliare sull’ecumenismo, Unitatis redintegratio (UR),
n. 2.
[12]
UR, n. 2.
[13] Cfr. LG,
nn. 2 e 5.
[14]
UR, n. 2; cfr. Ef 4,12.
[15] Cfr. LG,
c. III.
[16] Cfr. At 2,42.
[17] Cfr. Relatio
finalis del Sinodo straordinario dei vescovi del 1985: «L’ecclesiologia di
comunione è l’idea centrale e fondamentale dei documenti conciliano» (C, 1);
cfr. Congregazione per la dottrina della fede, Lettera ai vescovi della
Chiesa cattolica su alcuni aspetti della Chiesa intesa come comunione
(28 maggio 1992).
[18] Cfr. LG,
n. 14.
[19] Decreto
sull’ufficio pastorale dei vescovi nella Chiesa, Christus Dominus (CD),
n. 11.
[20] Cfr. LG,
n. 22.
[21] Gv 17,21.
[22]
LG, n. 8.
[23]
LG, n. 9.
[24] Cfr. UR,
nn. 3 e 13.
[25] Cfr. UR,
n. 3: «Non v’è dubbio che, per le divergenze che in vari modi esistono tra loro
[coloro che credono in Cristo] e la Chiesa cattolica, sia nel campo della
dottrina e talora anche della disciplina, sia circa la struttura della Chiesa,
impedimenti non pochi, e talvolta proprio gravi, si oppongono alla piena
comunione ecclesiale, al superamento dei quali tende appunto il movimento
ecumenico». Divergenze della stessa natura continuano ad esercitare la loro
influenza e provocano a volte nuove divisioni.
[26]
UR, n. 3.
[27]
UR, n. 4.
[28] Cfr. UR,
nn. 14–18. Il termine «ortodosso» è generalmente usato per indicare le Chiese
orientali che accettano le decisioni dei concili di Efeso e di Calcedonia.
Tuttavia, recentemente questo termine, per ragioni storiche, è stato riferito
anche alle Chiese che non accettarono alcune formule dogmatiche dell’uno o
dell’altro dei due concili citati (cfr. UR, n. 13). Al fine di
evitare ogni confusione, in questo Direttorio, l’espressione generale «Chiese
orientali» sarà usata per indicare tutte le Chiese delle diverse tradizioni
orientali che non sono in piena comunione con la Chiesa di Roma.
[29] Cfr. UR,
nn. 21–23.
[30]
Ibid., n. 3.
[31] Cfr. ibid.,
n. 4.
[32]
UR, n. 2; LG, n. 14; CIC, can. 205; CCEO,
can. 8.
[33] Cfr. UR,
nn. 4 e 15–16.
[34]
Relatio finalis del Sinodo straordinario dei vescovi (1985), C, 7.
[35] Cfr. Gv 17,21.
[36] Cfr. Rm 8,26–27.
[37] Cfr. UR,
n. 5.
[38] Cfr. infra,
nn. 92—101.
[39] In questo
Direttorio quando si parla di «Ordinario del luogo» ci si riferisce anche ai
«Gerarchi del luogo delle Chiese orientali», secondo la terminologia del
CCEO.
[40] Per «Sinodi
delle Chiese orientali cattoliche» si intendono le autorità superiori delle
Chiese orientali cattoliche sui iuris come contemplato nel CCEO.
[41] Cfr. Dichiarazione conciliare Dignitatis humane (DH), n. 4: «Nel diffondere la
fede religiosa e nell’introdurre usanze ci si deve sempre astenere da ogni
genere di azione che sembri avere sapore di coercizione o di sollecitazione
disonesta o scorretta, specialmente quando si tratta di persone incolte o
bisognose». Al tempo stesso, si deve affermare, con la medesima Dichiarazione,
che «le comunità religiose hanno il diritto di non essere impedite di insegnare
e di testimoniare pubblicamente la propria fede a voce e per iscritto»
(ibid.).
[42] Cfr. UR,
nn. 9–12; 16–18.
[43]
UR, n. 8.
[44] 1 Cor 13,7.
[45] Cfr. UR,
n. 3.
[46] Cfr. LG,
n. 23; CD, n. 11; CIC, can. 383, § 3 e CCEO, can. 192, § 2.
[47] Cfr. CIC,
can. 755, § 1; CCEO, cann. 902 e 904, § 1.
[48] Cfr. CIC,
cann. 216 e 212; CCEO, cann. 19 e 15.
[49] Cfr. Il
fenomeno delle sètte o nuovi movimenti religiosi: una sfida pastorale,
Rapporto congiunto basato sulle risposte (circa 75) e la documentazione ricevute
entro il 30 ottobre 1985 dalle Conferenze episcopali regionali o nazionali,
SPUC, SI 61, 1986, pp. 158–169.
[50] Cfr. infra,
nn. 166–171.
[51]
UR, n. 4.
[52] Cfr. CCEO,
can. 904, § 1; CIC, can. 755, § 2.
[53] Cfr. UR,
nn. 9 e 11; cfr. anche Riflessioni e suggerimenti concernenti il dialogo
ecumenico, op. cit.
[54] Cfr. UR,
n. 12; decreto conciliare sull’attività missionaria della Chiesa, Ad gentes
(AG), n. 12 e La collaborazione ecumenica a livello..., op. cit., n.
3.
[55] Cfr. UR,
n. 5.
[56]
AG, n. 15; cfr. anche ibid., nn. 5 e 29; cfr. EN, nn. 23, 28 e 77;
inoltre cfr. infra, nn. 205–209.
[57]
UR, n. 5.
[58]
UR, n. 7.
[59]
UR, n. 6.
[60] Ambrosiaster,
PL 17, 245.
[61] Cfr. CIC,
can. 209, § 1; CCEO, can. 12, § 1.
[62] Costituzione
dogmatica sulla divina Rivelazione Dei Verbum (DV), n. 21.
[63] Cfr. UR,
n. 21.
[64]
EN, n. 77.
[65] Cfr. UR,
n. 11; AG, n. 15. Per queste considerazioni, cfr. Direttorio
catechistico generale, nn. 27, 43 e infra, nn. 75 e 176.
[66] Cfr. UR,
n. 3–4.
[67]
CT, n. 32 e CCEO, can. 625.
[68] Cfr. CT,
n. 32.
[69] Cfr. ibid.
[70] Cfr. UR,
n. 6 e Costituzione pastorale sulla Chiesa nel mondo contemporaneo Gaudium et
spes (GS), n. 62.
[71] Per quel che
concerne la collaborazione ecumenica nel campo della catechesi, cfr. CT,
n. 33, e infra, nn. 188–190.
[72] Costituzione
sulla sacra liturgia Sacrosanctum Concilium (SC), n. 14.
[73]
Ibid., n. 2.
[74]
UR, n. 2.
[75]
SC, n. 48.
[76]
UR, n. 8.
[77] Cfr. ibid.,
n. 7.
[78] Cfr. LG,
n. 15 e UR, n. 3.
[79] Cfr. infra,
nn. 102–142.
[80] Cfr. infra,
nn. 161–218.
[81]
LG, n. 11.
[82] Cfr. EN,
n. 71; cfr. anche infra, nn. 143–160.
[83] Esortazione
apostolica Familiaris consortio (FC), n. 78.
[84] Cfr. CIC,
can. 529, § 2.
[85] Cfr.
Dichiarazione conciliare Gravissimum educationis (GE), nn. 6–9.
[86] Cfr. LG,
n. 31.
[87]
UR, n. 24.
[88] Cfr. GS,
n. 62, § 2; UR, n. 6; Mysterium Ecclesiae (ME), n. 5.
[89] AAS 1973,
402–404.
[90]
Direttorio ecumenico, AAS 1970, 705–724.
[91] Cfr. ME,
n. 4; cfr. anche supra, n. 61a e infra n. 176.
[92]
UR, n. 10; cfr. CIC, can. 256, § 2; CCEO, cann. 350, § 4 e 352, § 3.
[93] Cfr. UR,
nn. 14–17.
[94] Cfr. UR,
c. I.
[95] Cfr. ibid.,
c. III.
[96] Cfr. supra,
nn. 76–80.
[97] Cfr. infra,
nn. 194–195.
[98] Cfr. infra,
nn. 192–194.
[99] Decreto
conciliare Perfectae caritatis (PC), n. 2.
[100] Cfr. supra, nn. 50–51.
[101] Cfr. SapC, «Norme di
applicazione», art. 51, 1°, b.
[102] SapC,
n. 69.
[103] Cfr. UR, n. 22
[104] Cfr. ibid.
[105] Per tutti i cristiani si deve tener
conto del rischio d’invalidità del battesimo conferito con l’aspersione,
soprattutto collettiva.
[106] Cfr. Direttorio ecumenico, AAS
1967, 574–592.
[107] Cfr. CIC, can. 874, § 2. In base
alla precisazione contenuta negli Acta Commissionis (Communicationes 5,
1983, p. 182), l’espressione communitas ecclesialis non include le Chiese
orientali che non sono in piena comunione con la Chiesa cattolica («Notatur
insuper Ecclesias Orientales Orthodoxas in schemate sub nomine communitatis
ecclesialis non venire»).
[108] Cfr. Direttorio ecumenico, n.
48, AAS 1967, 574–592; CCEO, can. 685, § 3.
[109] Cfr. UR, n. 4; CCEO,
cann. 896–901.
[110] Cfr. UR, n. 4.
[111] Cfr. CIC, can. 869, § 2, e
supra, n. 95.
[112] Cfr. CIC, can. 869, §§ 1 e 3.
[113] Cfr. UR, n. 8.
[114] Cfr. UR, nn. 3 e 8;
infra, n. 116.
[115] Cfr. LG, n. 8; UR, n.
4.
[116] Cfr. UR, n. 3.
[117] Cfr. ibid., nn. 3, 15,
22.
[118] Cfr. CIC, can. 908; CCEO,
can. 702.
[119] Cfr. UR, n. 8.
[120] Cfr. SC, n. 106.
[121] Cfr. CCEO, can. 881, § 1; CIC,
can. 1247.
[122] Cfr. CIC, can. 1247; CCEO,
can. 881, § I.
[123] Cfr. CIC, can. 1183, § 3;
CCEO, can. 876, § 1.
[124] Cfr. CIC, can. 1184; CCEO,
can. 887.
[125] Cfr. UR, n. 14.
[126] Ibid., n. 15.
[127] Ibid.
[128] Cfr. CIC, can. 844, § 2 e
CCEO, can. 671, § 2.
[129] Cfr. CIC, can. 844, § 3; CCEO,
can. 671, § 3 e cfr. supra, n. 106.
[130] Cfr. CIC, can. 840 e CCEO,
can. 667.
[131] Cfr. UR, n. 3.
[132] UR,
n. 22.
[133] Cfr. UR, n. 8; CIC,
can 844, § 1 e CCEO, can. 671, § 1.
[134] Cfr. CIC, can. 844, § 4 e
CCEO, can. 671, § 4.
[135] Per stabilire tali norme, ci si
riferirà ai seguenti documenti: Istruzione sui casi particolari di ammissione
di altri cristiani alla comunione eucaristica nella Chiesa cattolica (1972)
e Nota su alcune interpretazioni della «Istruzione sui casi particolari di
ammissione di altri cristiani alla comunione eucaristica nella Chiesa cattolica»
(1973).
[136] Cfr. CIC, can. 844, § 5 e
CCEO, can. 671, § 5.
[137] Cfr. CIC, can. 844, § 4 e
CCEO, can. 671, § 4.
[138] Cfr. CIC, can. 767, § 1 e
CCEO, can. 614, § 4.
[139] Cfr. CIC, can. 1124 e CCEO,
can. 813.
[140] Cfr. FC, n. 78.
[141] Cfr. UR, n. 3.
[142] Cfr. CIC, cann. 1125, 1126 e
CCEO, cann. 814, 815.
[143] Cfr. CIC, can. 1366 e CCEO,
can. 1439.
[144] UR,
n. 15.
[145] Cfr. CIC, can. 1127, § 1 e
CCEO, can. 834, § 2.
[146] Cfr. CIC, can. 1108, § 1 e
CCEO, can. 834, § 1.
[147] Cfr. CCEO, can. 835.
[148] Cfr. CIC, can. 1127, § 2.
[149] Ibid.
[150] Cfr. CIC, can. 1127, § 3 e
CCEO, can. 839.
[151] Ordo celebrandi Matrimonium,
n. 8.
[152] Cfr. supra, n. 125.
[153] Cfr. supra, nn. 129–131.
[154] Cfr. supra, nn. 125, 130 e 131.
[155] Cfr. supra, n. 132.
[156] UR,
n. 12.
[157] Lettera enciclica Redemptor hominis
(RH), n. 12.
[158] In questo contesto, il termine «Chiesa»
deve generalmente essere inteso nel senso sociologico, piuttosto che nel senso
strettamente teologico.
[159] SPUC, La collaborazione ecumenica a
livello..., op. cit., n. 4 A c.
[160] Le Conferenze episcopali e i Sinodi
delle Chiese orientali cattoliche avranno cura di non autorizzare la
partecipazione di cattolici a Consigli nei quali si trovino gruppi che non sono
veramente considerati come comunità ecclesiali.
[161] Cfr. UR, n. 9.
[162] UR, n. 11.
[163] Op. cit., n. 4, b; cfr. anche UR, n. 11 e ME, n. 4; cfr.
inoltre supra, nn. 61/a, 74–75 e infra, n. 181.
[164] Cfr. lTs 2,13.
[165] Cfr. Gd 3
[166] Cfr. LG, n. 12.
[167] Ibid.
[168] Cfr. UR, n. 6 e CS, n.
62.
[169] Cfr. UR, n. 11.
[170] Cfr. DV, c. VI.
[171] UR, n. 21.
[172] Cfr. CIC, can. 825, § 2 e
CCEO, can. 655, § 1.
[173] Edizione riveduta nel 1987 del
documento del 1968, in SI dello SPUC, n. 65, pp. 150–156.
[174] In conformità alle norme del CIC,
cann. 825–827, 838, del CCEO, cann. 655–659, 668, e del decreto della
Sacra Congregazione per la dottrina della fede Ecclesiae pastorum sulla
vigilanza dei Pastori della Chiesa riguardo ai libri (19 marzo 1975), AAS
1975, 281–284.
[175] CT,
n. 33.
[176] Cfr. nn. 10–11.
[177] Cfr. supra, n. 70, e la
Lettera circolare dello SPUC ai vescovi sull’insegnamento ecumenico, n. 6,
in SI, n. 62, 1986, p. 214.
[178] Cfr. n. 35, 5–6.
[179] Cfr. SPUC, Lettera circolare
sull’insegnamento ecumenico, op. cit., n. l0a.
[180] Cfr. ibid.
[181] Cfr. UR, n. 1.
[182] EN,
n. 77.
[183] Ibid.
[184] Cfr. AG, n. 6.
[185] Ibid.,
n. 15.
[186] Cfr. RH, n. 11.
[187] Cfr. UR, n. 12.
[188] Ibid.
[189] Cfr. ibid.
[190] Discorso alla Curia romana del 28
giugno 1985, AAS 1985, 1148–1159; cfr. anche Lettera enciclica
Sollicitudo rei socialis (SRS), n. 32.
[191] Cfr. SPUC, SI, n. 55, 1984,
pp. 46–48.
[192] La collaborazione ecumenica a livello..., op. cit.,
n. 3.
[193] Cfr. RH, nn. 8, 15, 16; SRS,
nn. 26, 34.
[194] SRS,
n. 36.
[195] Op. cit.,
n. 3 g.
[196] Istruzione pastorale della pontificia
Commissione per le comunicazioni sociali Communio et progressio, n. 99,
AAS 1971, 593–656.
[197] La collaborazione ecumenica a livello..., op. cit.,
n. 3, f.
[198] Cfr. Pontificio Consiglio per le
comunicazioni sociali, Criteri di collaborazione ecumenica e interreligiosa
nel campo delle comunicazioni sociali, nn. 11 e 14, in Enchiridium
Vaticanum, vol. 11, 2657–2679.