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NOTA AL RAPPORTO FINALE
DEL DIALOGO CATTOLICO-PENTECOSTALE
“DO NOT QUENCH THE SPIRIT”

Padre Raniero Cantalamessa, ofm cap.

 

Ho letto con interesse e con grande arricchimento personale il rapporto, frutto della sesta fase del dialogo cattolico-pentecostale. Si tratta, a mio avviso, di un testo eccellente per l’ampiezza dei riferimenti biblici e l’attenzione alla storia delle rispettive tradizioni. Esso tocca un aspetto della dottrina e della vita della Chiesa in cui, a differenza di altri ambiti, si registra con soddisfazione un fondamentale e incoraggiante accordo tra cattolici e pentecostali.

Questo accordo è stato possibile grazie al Concilio Vaticano II che, nella Lumen gentium, ha parlato della dimensione carismatica come costitutiva della Chiesa, insieme alla dimensione gerarchica e istituzionale (LG 12). I carismi non sono più visti come riservati a persone particolari, i santi, ma come doni elargiti gratuitamente da Dio a tutti i credenti in Cristo. L’accordo è anche frutto dell’esperienza di fatto dei carismi che milioni di cattolici hanno fatto dopo il Concilio, grazie anche a un sano “contagio” dei fratelli pentecostali.

Una nota al nr. 16 del documento segnala un disaccordo tra cattolici e pentecostali circa la natura dei “Sette doni dello Spirito Santo” che, secondo la tradizione cattolica, apparterebbero all’azione santificatrice dello Spirito e non alla sua azione carismatica. Credo che anche questa differenza, alla luce degli studi più recenti, sia meno netta di quanto si è soliti pensare, almeno se si tiene conto della tradizione più antica, anteriore alla Scolastica. In essa i “Sette doni” appaiano piuttosto una categoria particolare di carismi, precisamente quelli destinati a chi governa, come in Isaia 11, che è all’origine del tema e dove essi appaiono come i doni che avrebbero caratterizzato il futuro re Messia. Un discorso dunque suscettibile di ulteriore avvicinamento.

A proposito del discernimento degli spiriti credo che si debba riconoscere al movimento pentecostale il merito di avere riportato alla luce il senso originario che il dono ha nel Nuovo Testamento, dove appare più legato alla vita concreta e al culto della comunità che non a un generico “accompagnamento” o “direzione” spirituali, come è avvenuto nell’interpretazione cattolica tradizionale.

Dove l’accordo cessa è nello stabilire dove risiede l’autorità che deve giudicare e dire l’ultima parola sull’autenticità o meno dei carismi. Dopo aver esposto tutti i punti di convergenza, il testo accenna, in modo piuttosto sbrigativo, anche a un punto di divergenza. Dice: “But there are also differences in the way Catholics and Pentecostals understand these gifts, their exercise, discernment and oversight” (nr. 109). L’ultima parola della frase è quella più problematica. Come giudicare dell’autenticità di un carisma o di un carismatico là dove non esiste, o non è riconosciuta, un’autorità superiore, alla quale il singolo è tenuto ad obbedire? Chi protegge la comunità in questo caso, se il carismatico non risponde che a se stesso? Si comprendono facilmente le ragioni per le quali si è rinunciato ad approfondire questo punto nel contesto di un dialogo sui carismi, e non si può non approvarle. Esso infatti investe ambiti ben più fondamentali delle rispettive ecclesiologie. E’ il nodo che il dialogo ecumenico, a tutti i livelli, è chiamato a sciogliere nel suo futuro, e non necessariamente in una direzione unica.

 

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