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COMMISSIONE PER I RAPPORTI RELIGIOSI CON L'EBRAISMO
ORIENTAMENTI E SUGGERIMENTI PER L'APPLICAZIONE DELLA DICHIARAZIONE CONCILIARE
NOSTRA AETATE (n. 4)
PREAMBOLO
La dichiarazione del concilio Vaticano II
Nostra Aetate (28 ottobre 1963) "sulle
relazioni della Chiesa con le altre religioni non cristiane" (n.4), segna una
svolta importante nella storia dei rapporti ebreo - cattolici. Inoltre l'iniziativa
conciliare è situata in un contesto profondamente modificato dal ricordo delle
persecuzioni e dei massacri subiti dagli Ebrei in Europa immediatamente prima e
durante la seconda guerra mondiale.
Benché il cristianesimo sia nato nell'ebraismo e abbia ricevuto da esso alcuni
elementi essenziali della sua fede e del suo culto, la frattura fra le due
religioni è divenuta sempre più profonda, fino a giungere quasi ad una reciproca
incomprensione. Dopo duemila anni, troppo spesso segnati da ignoranza reciproca
e da frequenti urti, la dichiarazione
Nostra Aetate dava l'occasione di
instaurare o perseguire un dialogo rivolto ad una migliore conoscenza reciproca.
Durante i nove anni trascorsi dalla promulgazione della dichiarazione, numerose
iniziative sono state prese in diversi paesi. Tali iniziative hanno permesso di
enucleare più chiaramente le condizioni nelle quali le nuove relazioni tra Ebrei
e cristiani possono essere elaborate e sviluppate. Sembra dunque giunto il
momento di proporre, secondo gli orientamenti del concilio, dei suggerimenti
concreti, basati sull'esperienza, nella speranza che aiutino ad attuare nella
vita della Chiesa le intenzioni esposte nel documento conciliare.
Sulla base del documento bisogna qui ricordare semplicemente che i legami
spirituali e le relazioni storiche che ricollegano la chiesa all'ebraismo
condannano, come avversi allo spirito stesso del cristianesimo, tutte le forme
di antisemitismo e di discriminazione che d'altra parte, la dignità della
persona umana è per se stessa sufficiente a condannare. Non solo, ma questi
legami e queste relazioni impongono il dovere di una migliore comprensione
reciproca e di una rinnovata mutua stima. Praticamente è dunque necessario, in
particolare, che i cristiani cerchino di capire meglio le componenti
fondamentali della tradizione religiosa ebraica e apprendano le caratteristiche
essenziali con le quali gli Ebrei stessi si definiscono alla luce della loro
attuale realtà religiosa.
Sulla base di queste considerazioni di principio, proponiamo semplicemente
alcune prime applicazioni pratiche in campi essenziali della vita della Chiesa,
al fine di instaurare o sviluppare in modo sano le relazioni tra i Cattolici e i
loro fratelli Ebrei.
I. Dialogo
C'è da dire in verità, che le relazioni tra Ebrei e Cristiani, quando ce ne sono
state, non hanno generalmente mai superato lo stadio di monologo. Ciò che ora
importa è stabilire un vero dialogo. Il dialogo presuppone il desiderio di
conoscersi reciprocamente, e di sviluppare e approfondire tale conoscenza. Esso
costituisce un mezzo privilegiato per favorire una più profonda conoscenza
reciproca e particolarmente per quanto riguarda il dialogo tra Ebrei e
Cristiani, un mezzo per approfondire la ricchezza della propria tradizione.
Condizione del dialogo è il rispetto dell'altro, così come esso è soprattutto
rispetto della sua fede e delle sue convinzioni religiose.
In virtù della sua missione divina, la Chiesa per sua natura deve annunciare
Gesù Cristo al mondo (ad Gentes, 2). Per evitare che questa testimonianza non
appaia agli Ebrei come un'aggressione, i Cattolici abbiano la cura di vivere ed
annunciare la loro fede nel più rigoroso rispetto della libertà religiosa
secondo gli insegnamenti del Concilio Vaticano II (Dichiarazione
Dignitatis
Humanae). Essi si sforzino anche di comprendere le difficoltà che l'anima
ebraica, giustamente impregnata d'una nozione molto alta e pura della
trascendenza divina, prova davanti al mistero del Verbo incarnato.
Se è vero che in questo campo regna ed è ancora abbastanza diffuso un clima di
sospetto dovuto all'influenza di un passato da deplorare, i cristiani, da parte
loro dovranno saper riconoscere la loro parte di responsabilità e trarre le
conseguenze pratiche per l'avvenire. Oltre che i colloqui fraterni, dovranno
essere incoraggiati anche gli incontri di esperienza per studiare i molteplici
problemi connessi alle convinzioni fondamentali dell'ebraismo e del
cristianesimo. Grande apertura spirituale, differenza verso i propri pregiudizi,
tatto, sono le qualità indispensabili per non ferire, se pure involontariamente,
l'interlocutore.
Nelle circostanze in cui sarà possibile e reciprocamente augurabile, si potrà
favorire un incontro comune davanti al Signore, nella preghiera e nella
meditazione silenziosa, così efficace perché nasca quello spirito di umiltà,
quell'apertura di spirito e di cuore, necessarie per la conoscenza profonda di
se stessi e degli altri. Lo si farà, in particolare, a proposito di grandi cause
come quelle della giustizia della giustizia e della pace.
II. Liturgia
Ci si dovrà ricordare dei legami che esistono tra la liturgia cristiana e quella
ebraica. La comunità di vita nel servizio di Dio e dell'umanità per amore di
Dio, proprio come si realizza nella liturgia, caratterizza la liturgia ebraica
come quella cristiana. Per le relazioni ebraico-cristiane, è importante prendere
consapevolezza degli elementi comuni della vita liturgica (formule, feste, riti,
ecc.) nella quale alla Bibbia è assegnato un posto essenziale.
Ci si sforzerà di comprendere meglio ciò che, nell'Antico Testamento, conserva
un valore proprio ed eterno (cf.
Dei Verbum 14-15), che non è cancellato
dall'interpretazione ulteriore del Nuovo Testamento che gli conferisce il suo
pieno significato, allorché vi si trovano reciprocamente luce e spiegazione (cf.
ibid., 16). Ciò è tanto importante nella misura in cui la riforma liturgica
mette in contatto sempre più frequentemente i cristiani con i testi dell'Antico
Testamento.
Nel commento dei testi biblici, senza minimizzare gli elementi originali del
Cristianesimo, si metterà in luce la continuità della nostra fede con quella
dell'antica Alleanza, nella linea delle promesse. Noi crediamo che esse sono
state compiute al momento del primo avvento del Cristo; non è meno vero che
siamo ancora in attesa del loro perfetto compimento nel momento del suo ritorno
glorioso alla fine dei tempi.
Per quanto riguarda le letture liturgiche, si avrà cura di darne, nell'omelia,
una giusta interpretazione, soprattutto per quanto concerne quei passaggi che
sembrano porre il popolo ebraico in quanto tale in una situazione sfavorevole.
Ci si sforzerà di istruire il popolo cristiano in modo che esso giunga a
comprendere ogni testo nel senso autentico, nel suo significato per il credente
di oggi.
Le commissioni incaricate di traduzioni liturgiche saranno particolarmente
attente nel rendere le espressioni ed i passaggi che possono essere interpretati
in senso tendenzioso da parte di Cristiani insufficientemente acculturati. È di
tutta evidenza che non si può cambiare il testo biblico, pur avendo la cura, in
una versione destinata all'uso liturgico, di rendere esplicito il significato di
un testo tenendo conto degli studi esegetici.
III. Insegnamento ed educazione
Sebbene vi sia ancora un vasto lavoro da svolgere, negli anni appena trascorsi
si è giunti ad una migliore comprensione dell'ebraismo in sé e della sua
relazione col cristianesimo, grazie agli insegnamenti della chiesa, agli studi e
alle ricerche degli esperti e al dialogo che si è potuto instaurare. A tale
proposito meritano di essere ricordati i seguenti punti:
- È lo stesso Dio "il quale ha ispirato i libri dell'uno e dell'altro
Testamento" (Dei Verbum, n. 16), che parla nell'antica e nella nuova alleanza.
- Il giudaismo del tempo di Cristo e degli apostoli era una realtà complessa che
assorbiva in sé tutto un mondo di tendenze, di valori spirituali, religiosi,
sociali e culturali.
- L'Antico Testamento e la tradizione ebraica su di esso fondata non debbono
essere considerati in opposizione al Nuovo Testamento, come se essi
costituissero una religione della sola giustizia, del timore e del legalismo
senza appello all'amore di Dio e del prossimo (Cf. Dt 6,5; Lv 19, 18; Mt
22,34-40).
- Gesù, come i suoi apostoli e un gran numero dei suoi primi discepoli, è nato
dal popolo ebraico. Egli stesso, rivelandosi come Messia e Figlio di Dio (Cf. Mt
16,16), portatore di un nuovo messaggio, quello del Vangelo, si è presentato
come il compimento e il perfezionamento della precedente rivelazione. E benché
l'insegnamento di Cristo abbia un carattere profondamente nuovo, esso tuttavia
si fonda a più riprese, sull'insegnamento dell'Antico Testamento. Il Nuovo
Testamento è intimamente contrassegnato dalla sua relazione all'Antico. Come ha
dichiarato il concilio Vaticano II: "Dio, il quale ha ispirato i libri dell'uno
e dell'altro Testamento e ne è l'autore, ha sapientemente disposto che il Nuovo
fosse nascosto nel Vecchio e il Vecchio diventasse chiaro nel Nuovo" (Dei Verbum,
n. 16). E inoltre Gesù fa uso di metodi di insegnamento analoghi a quelli usati
dai rabbini del suo tempo.
- Per quanto riguarda il processo e la morte di Gesù, il concilio ha ricordato
che la passione, non può essere imputata né indistintamente a tutti gli ebrei
allora viventi, né agli Ebrei nel nostro tempo" (Nostra Aetate, n.4).
- La storia dell'ebraismo non si è conclusa con la distruzione di Gerusalemme.
Questa storia ha continuato a svolgersi sviluppando una tradizione religiosa la
cui portata, pur assumendo - crediamo noi - un significato profondamente diverso
dopo Cristo, resta tuttavia ricca di valori religiosi.
- Con i profeti e con l'apostolo Paolo "la chiesa attende il giorno, che solo
Dio conosce, in cui tutti i popoli acclameranno il Signore con una sola voce e
lo "serviranno appoggiandosi spalla spalla" (Sof 3,9)" (Nostra Aetate, n.4). L'informazione
su queste questioni deve riguardare tutti i livelli d'insegnamento e di
educazione del cristiano. Tra i mezzi di informazione, una particolare
importanza rivestono quelli qui di seguito elencati:
- manuali di catechesi;
- libri di storia;
- mezzi di comunicazione sociale (stampa, radio, cinema, televisione).
L'uso efficace di tali mezzi presuppone una specifica formazione degli
insegnanti e degli educatori nelle scuole, come pure nei seminari e nelle
università. Si stimolerà la ricerca degli specialisti sui problemi relativi
all'ebraismo e alle relazioni ebreo-cristiane, specialmente nei campi
dell'esegesi, della teologia, della storia e della sociologia. Gli istituti
superiori cattolici di ricerca, possibilmente in collaborazione con altri
istituti cristiani ad essi analoghi, come pure gli specialisti, sono invitati a
dare il loro contributo per la soluzione di tali problemi. Si istituiranno poi -
dove ciò sia possibile - delle cattedre per studi ebraici, e si incoraggerà una
collaborazione con studiosi ebraici.
IV. Azione sociale e comune
La tradizione ebraica e cristiana fondata sulla parola di Dio, è cosciente del
valore della persona umana, immagine di Dio. L'amore per un medesimo Dio deve
tradursi in una concreta azione in favore dell'uomo. In accordo con lo spirito
dei profeti, Ebrei e Cristiani collaboreranno di buon grado nelle ricerca della
giustizia sociale e della pace, a livello locale, nazionale e internazionale.
Questa azione comune può allo stesso tempo favorire largamente una stima e una
conoscenza reciproche.
Conclusione
Il
Concilio Vaticano II ha indicato la via da seguire per promuovere una
profonda fraternità tra Ebrei e Cristiani. Ma un lungo cammino resta ancora da
percorrere. Il problema dei rapporti tra Ebrei e Cristiani riguarda la Chiesa
come tale, poiché è "scrutando il suo proprio mistero" che essa fronteggia il
mistero di Israele. Questo problema conserva dunque tutta la sua importanza
anche in quelle regioni dove non esistono comunità ebraiche. Esso ha inoltre una
implicazione ecumenica: il ritorno dei Cristiani alle sorgenti e alle origini
della loro fede, innestata sull'antica alleanza, contribuisce alla ricerca
dell'unità in Cristo, pietra angolare. A questo proposito, nel quadro della
disciplina generale della chiesa e dell'insegnamento comunemente professato per
mezzo del suo magistero, i vescovi sapranno prendere le opportune iniziative
pastorali. Essi istituiranno, ad esempio, a livello nazionale o regionale, delle
commissioni o segretariati appositi, o nomineranno persone competenti con
l'incarico di promuovere la messa in atto delle direttive conciliari e dei
suggerimenti qui esposti.
Roma, 1 dicembre 1974
( a cura del Segretariato per l'Unità dei Cristiani)
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