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PONTIFICIO CONSIGLIO PER LA PROMOZIONE DELL'UNITÀ DEI CRISTIANI

MEDITAZIONE DI S.E. MONS. BRIAN FARRELL

Principale strumento del movimento ecumenico


 

Ogni volta che i battezzati si radunano in preghiera, è lo Spirito Santo a guidarli e ad insegnare loro come pregare. È lo stesso Spirito che edifica l'unità della Chiesa: "Lo Spirito Santo, che abita nei credenti e tutta riempie e regge la Chiesa, produce una meravigliosa comunione dei fedeli e tanto intimamente tutti unisce a Cristo, da essere il principio dell'unità della Chiesa" (1).

Quando i cristiani divisi si radunano per pregare per l'unità, essi accedono alla preghiera stessa di Gesù, e danno espressione a quei vincoli sostanziali e attuali di grazia e di comunione già esistenti tra loro, e che li rendono fratelli e sorelle in una unica vita nello Spirito (2). Ne consegue che la preghiera per l'unità dei cristiani è il principale strumento del movimento ecumenico.

Ovviamente, da sempre si prega per l'unità dei seguaci di Cristo. I cristiani che hanno a cuore il capitolo 17 del Vangelo di Giovanni sanno che le cose non sono come dovrebbero essere, e che lo scandalo della divisione indebolisce la proclamazione del Vangelo; essi sanno che il movimento ecumenico non è un lusso superfluo nella vita della Chiesa. Non possiamo separare, infatti, la nostra sequela di Cristo dalla passione per l'unità del suo Corpo, la Chiesa. Certamente tutti condividono la convinzione espressa da Papa Giovanni Paolo II nella sua pregevole Enciclica sull'ecumenismo: "[...] ne risulta inequivocabilmente che l'ecumenismo, il movimento a favore dell'unità dei cristiani, non è soltanto una qualche "appendice", che s'aggiunge all'attività tradizionale della Chiesa. Al contrario esso appartiene organicamente alla sua vita e alla sua azione e deve, di conseguenza, pervadere questo insieme ed essere come il frutto di un albero che, sano e rigoglioso, cresce fin a raggiungere il suo pieno sviluppo. Così credeva nell'unità della Chiesa Papa Giovanni XXIII e così egli guardava all'unità di tutti i cristiani".

Riferendosi agli altri cristiani, alla grande famiglia cristiana, egli constatava:  ""È molto più forte quanto ci unisce di quanto ci divide"" (3).

Quest'anno, la "Settimana di Preghiera per l'Unità dei Cristiani" compie 99 anni. Le sue lontane origini risalgono alla metà del XIX secolo e derivano da specifiche iniziative di alcuni movimenti e circoli ecclesiali in ambito anglicano e protestante. Padre Paul Wattson, un sacerdote anglicano, co-fondatore della Society of Atonement, introdusse un Ottavario per l'unità dei cristiani che fu celebrato per la prima volta dal 18 al 25 gennaio del 1908. L'anno prossimo dunque la "Settimana" avrà 100 anni, e sarà la comunità dell'Atonement a presentare il primo progetto per la "Settimana" 2008.

Per il Padre Wattson l'unità significava un "ritorno" alla Chiesa cattolica romana, da qui la scelta delle date simboliche del 18 gennaio, giorno in cui si celebrava allora la festa della Cattedra di Pietro, e del 25 gennaio, festa della Conversione di Paolo. Questa iniziativa è considerata oggi come gli inizi della "Settimana". Dopo che, nel 1909, la Society of Atonement fu ufficialmente incorporata  alla  Chiesa cattolica, Papa Pio X approvò l'Ottava per l'Unità ed incoraggiò l'idea di pregare, nella lingua di quel tempo, affinché tutti i cristiani "si riunissero" con la Chiesa cattolica quando ciò sarebbe stato gradito a Dio.

Nel 1936, un pioniere dell'ecumenismo, l'Abbé Couturier, cattolico francese, avanzò una diversa interpretazione dell'Ottava per l'Unità, constatando come l'idea del "ritorno" costituisse una difficoltà, che impediva a molti cristiani di unirsi alla preghiera con i cattolici. L'Abbé Couturier diede pertanto inizio alla "Settimana di Preghiera Universale per l'Unità dei Cristiani", mantenendo le stesse date del 18-25 gennaio, ma esortando a pregare per l'unità della Chiesa "secondo la volontà di Cristo". Ecco la ragione che ci raduna qui questa sera:  pregare insieme per l'unità, la piena comunione di tutti i battezzati, nei modi e nei tempi che il Signore realizzerà attraverso l'opera dello Spirito Santo.

I testi

Ci si può chiedere da dove provengano di testi che, ogni anno, guidano la preghiera durante la "Settimana". Nella storia dell'ecumenismo, l'elaborazione di tali testi rappresenta un capitolo che mostra eloquentemente il cambiamento verificatosi negli ultimi cento anni. Nel 1915 alcune Chiese protestanti negli Stati Uniti pubblicarono un "Manuale di Preghiera per l'Unità dei Cristiani"(4). La breve introduzione del Manuale esprimeva la speranza che le varie Comunioni pregassero per l'unità, ma non necessariamente che esse pregassero fisicamente insieme. Ciò non era concepibile a quel tempo. Né ci si attendeva che "delle Chiese liturgiche, come la Chiesa cattolica romana o le sante Chiese ortodosse orientali" usassero tale sussidio, nella convinzione che esse avrebbero potuto pregare per l'unità della Chiesa attingendo dal loro ricco patrimonio liturgico. A partire dal 1921, il Comitato Permanente della Conferenza Mondiale di Fede e Costituzione pubblicava dei sussidi per un Ottavario di preghiera da tenere ogni anno, e che si concludeva a Pentecoste. Nel 1941, Fede e Costituzione anticipava le date dell'Ottavario al mese di gennaio in modo che esse coincidessero con l'iniziativa cattolica e che la pratica della preghiera avesse una connotazione più universale. Dal 1958, i sussidi preparati da Fede e Costituzione erano ampiamente armonizzati con quelli elaborati a Lione, sebbene ciò avvenisse discretamente poiché tali iniziative ecumeniche non erano ancora ufficialmente incoraggiate dalla Chiesa cattolica.

Avvenne poi qualcosa di meraviglioso e straordinario. Proprio per la conclusione della "Settimana di Preghiera" nel 1959, nella festa della Conversione di San Palo, il Beato Giovanni XXIII annunciava la sua intenzione di convocare un Concilio. Uno dei risultati più visibili e decisivi del Concilio Vaticano II fu l'ingresso ufficiale e convinto della Chiesa cattolica nel movimento ecumenico. Si apriva così la possibilità di avviare una collaborazione tra il Consiglio Ecumenico delle Chiese ed il Segretariato per l'Unità dei Cristiani. Nel 1968, i testi della "Settimana di Preghiera" erano preparati congiuntamente, ma la loro pubblicazione avveniva separatamente, a Ginevra ed a Roma. Grazie alla determinazione di entrambe le parti, nel 2004 Fede e Costituzione ed il Pontificio Consiglio per la Promozione dell'Unità dei Cristiani (5) pubblicavano congiuntamente i sussidi per la "Settimana", cosicché il mondo cristiano nella sua stragrande maggioranza la celebra attualmente sulla base degli stessi testi.

Il tema di quest'anno preparato in Sud Africa

Il tema scritturale della "Settimana di Preghiera" 2007 è tratto da un racconto del Vangelo di Marco (7, 31-37) che narra della guarigione di un uomo che non poteva né udire né parlare. Gesù guardando verso il cielo, emette un sospiro e dice: "Effatà", cioè "Apriti", e il sordomuto può sentire e parlare. "Fa udire i sordi e fa parlare i muti". Gesù riporta la persona alla sua normale condizione, nella quale essa può, senza impedimenti, ricercare il suo compimento in contatto ed in comunione con gli altri. L'uomo guarito diventa il simbolo di una umanità risanata e riconciliata, capace di coltivare e mettere in pratica tutti quei valori e qualità che rendono l'esistenza umana un riflesso della vita interiore di Dio stesso:  comunicazione, armonia, solidarietà, amore, giustizia e pace.

Chi decide ogni anno il testo base della "Settimana"? Il processo inizia a livello locale, ogni anno in un paese diverso. In questo modo i cristiani attraverso il mondo pregano sulla base delle reali esperienze di vita di chi cerca di raccogliere le sfide di una particolare situazione. Per la preparazione della "Settimana" dello scorso anno, un gruppo costituito in Irlanda, con la collaborazione del P. Brendan Leahy, e l'appoggio della Conferenza Episcopale Irlandese, aveva suggerito il tema di Cristo presente in ogni luogo in cui i cristiani si radunano per invocarlo. I decenni di violenza settaria, che hanno afflitto l'Irlanda, hanno acuito in molte persone il senso dell'inadeguatezza di ogni iniziativa meramente politica per mettere in atto una riconciliazione. I cristiani appartenenti a varie tradizioni hanno scoperto la potenza della preghiera nel radunarli insieme al di là di ogni barriera:  "Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro" (Mt 18, 18-20).

Per quest'anno 2007, l'ispirazione viene dal Sud Africa, e precisamente da Umlazi, nei dintorni di Durban. Umlazi è una specie di "riserva", di "città ghetto" di gente di colore, uno di quei luoghi di segregazione nei quali la popolazione nera era costretta a vivere durante l'epoca dell'apartheid. Umlazi è un luogo di disoccupazione e di povertà, con tutte le conseguenze che ne derivano: mancanza di strutture sanitarie, di case, di scuole, di coesione sociale e di speranza. A Umlazi, come in altre "città ghetto" dello stesso tipo, l'AIDS ha raggiunto livelli pandemici, con una percentuale superiore al 50% di persone che hanno contratto la malattia.

Esiste poi una tragedia nella tragedia. Nella lingua locale "ubunqunu" evoca il significato di "scoperto", "nudo", e si riferisce a tutte quelle cose che gli abitanti di Umlazi non possono neppure nominare. Esiste un codice di silenzio su certi aspetti della vita; esiste un codice di silenzio per l'ADS. Si tratta di una malattia stigmatizzata. Quando non possono più nasconderne i sintomi, le persone si rinchiudono nelle loro baracche, e raramente accade che siano viste di nuovo in circolazione. Non cercano aiuto. Le loro famiglie non ne parlano più. Il Sud Africa è un paese che molto lentamente perviene ad ammettere pubblicamente l'esistenza del problema. Le Chiese del Sud Africa lavorano insieme per infrangere questo codice di silenzio che conduce alla morte. Esse hanno elaborato dei servizi ecumenici di preghiera incentrati sul tema:  "infrangere il codice del silenzio" Attraverso la preghiera, la gente, specialmente i giovani, acquistano la fiducia ed il coraggio di "parlare dell'innominabile".

I sussidi preparati per la "Settimana di Preghiera per l'Unità" di quest'anno hanno come fulcro un appello urgente a "rompere il silenzio". In ogni cultura è presente un enorme desiderio insoddisfatto: i poveri, i malati, i senzatetto, i rifugiati, gli emarginati, sono i nostri vicini. L'ingiustizia, la discriminazione, la violenza, ogni tipo di schiavitù, costituiscono un tributo da pagare nelle strade di Dublino e di ogni città di questo nostro mondo contrassegnato dal peccato. Il sordomuto del Vangelo di San Marco è un esempio di ciò che siamo noi, come individui e come collettività. Analogamente all'uomo che non poteva né sentire né parlare, se il Signore scoglie la nostra lingua, la nostra capacità di comprendere e di parlare ad alta voce, nella verità e nell'onestà, ciò sarebbe senz'altro una benedizione per le società alle quali apparteniamo.

Dobbiamo notare tuttavia che Gesù guarisce dapprima l'impossibilità di udire dell'uomo del racconto evangelico: "Effatà - Apriti". Certamente il Signore non vuole soltanto che l'uomo senta il suono delle parole, ma che ascolti chi gli sta intorno. Non è "il sentire" bensì "l'ascoltare" che crea i vincoli di comunicazione e di comunione, e che rende dunque possibile quell'unità di intenti senza la quale nessun problema può essere affrontato e risolto. Nei sussidi offerti dalla popolazione di Umlazi è compresa una preghiera per infrangere il silenzio. Essa recita: "Apri le nostre orecchie per renderci capaci di ascoltare le voci soffocate dalle tribolazioni e dalla sofferenza di questo mondo che passa". Se ascoltiamo questo grido con il nostro cuore e la nostra coscienza, potremo diventare persone migliori, più impegnati seguaci di Gesù, il solo che ha parole di vita eterna, il solo che possa insegnarci che cosa significa essere genuinamente umani in un mondo tanto disumano.

Vi è ancora qualcosa da imparare dalla gente di Umlazi. Nella sua grave indigenza e angoscia per la pandemia dell'AIDS, essa guarda alle Chiese per ricevere luce e sostegno. E che cosa vede? Rispondo con le sue parole: "A Umlazi c'è un luogo dove si amministra la giustizia, un ospedale, un ufficio postale, una clinica, una serie di negozi, e un cimitero che riflette una sfida schiacciante per la gente. In questa stessa "città ghetto", la popolazione, quasi interamente cristiana, aderisce alle Scritture le quali professano che vi è un solo corpo, un solo Spirito, una sola speranza, un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo, un solo Dio e Padre di tutti" (cfr Ef 4, 4-6). Eppure ci sono molte Chiese che non sono in piena comunione tra loro, a che restano segno di una cristianità divisa. A Umlazi c'è impazienza e frustrazione nella gente per le divisioni che essa ha ereditato, e che si sono verificate molti secoli fa, in altre terre".

Il peccato e lo scandalo della divisione affligge il cuore del popolo di Dio. Le nostre divisioni sono profonde; tutte le nostre Chiese sono ferite ed hanno bisogno di conversione, purificazione e guarigione. Certamente la ricerca dell'unità dei  cristiani sarà lunga e difficile. Possiamo pertanto chiederci: a che punto siamo?

Quali speranze per l'ecumenismo?

Credetemi, non stiamo attraversando un inverno ecumenico. Limitandoci all'anno appena trascorso, si deve dire che esso ha registrato un evento ecumenico dopo l'altro: i dialoghi teologici bilaterali hanno portato avanti i loro programmi, con molti e buoni risultati; visite ed incontri tra le massime autorità delle Chiese e Comunità ecclesiali si sono succeduti senza soluzione di continuità; sono sempre più numerose le persone e le comunità locali che partecipano a ciò che è ormai comunemente definito "ecumenismo spirituale". Vorrei accennare, limitatamente all'anno appena trascorso, ad alcune di queste esperienze che ho vissuto in prima persona.

- L'Assemblea Generale del Consiglio Ecumenico delle Chiese a Porto Alegre, nel febbraio 2006, ha radunato più di trecento Chiese e Comunioni che praticamente rappresentavano tutte le tradizioni cristiane; il Dialogo teologico internazionale cattolico-ortodosso a Belgrado, in settembre; il Dialogo teologico con le Antiche Chiese ortodosse orientali (le Chiese apostolica armena, copta, siro-ortodossa, del Malankar, etiopica ed eritrea). Hanno avuto luogo continui contatti, incontri e dialoghi praticamente con tutte le Comunioni cristiane mondiali. Il Pontificio Consiglio per la Promozione dell'Unità dei Cristiani è direttamente impegnato in dodici dialoghi ufficiali, a livello internazionale, con altre Chiese e Comunità ecclesiali; esso prende parte a numerosi altri incontri ed attività di interesse ecumenico, oltre ad essere regolarmente invitato e presente a tutti i maggiori eventi della vita di queste Chiese e Comunità ecclesiali.

Delegazioni ufficiali, a livello internazionale, in visita a Papa Benedetto XVI

- L'Alleanza Mondiale delle Chiese Riformate, la Chiesa luterana di Finlandia, Norvegia e Svezia; il Consiglio Metodista Mondiale; la Federazione Luterana Mondiale; l'Arcivescovo di Canterbury (Comunione Anglicana), l'Arcivescovo di Atene e di tutta la Grecia, Christodoulos (Chiesa ortodossa di Grecia). Come ogni anno, vi è stato poi uno scambio di delegazioni tra il Papa ed il Patriarca ecumenico, per la fine di giugno, in occasione della Festa dei Santi Pietro e Paolo, Patroni della Chiesa di Roma, e alla fine di novembre per la Festa del Patrono del Patriarcato ecumenico, Sant'Andrea. Con l'eccezione che quest'anno, la Delegazione della Santa Sede a Costantinopoli era guidata dallo stesso Papa Benedetto XVI.

- Evento unico e del tutto inedito del 2006 è stato poi l'incontro dello scorso ottobre tra Papa Benedetto ed i Segretari delle "Christian World Communions". I partecipanti all'incontro spaziavano dalle Comunioni a carattere meno liturgico come i "Friends" (Quaccheri), alle Comunioni rigorosamente liturgiche, come gli ortodossi e noi cattolici, passando per gli Evangeli, i Pentecostali, i Battisti, i Mennoniti, i Discepoli di Cristo, i Metodisti, i Luterani, gli Anglicani. Nel saluto rivolto al gruppo, Papa Benedetto ha chiesto, per lui stesso e per tutti i cattolici, di sostenere la ricerca dell'unità: "I dialoghi teologici nei quali sono coinvolte molte "Comunioni Cristiane Mondiali" sono caratterizzati dall'impegno di andare al di là ciò che divide, verso l'unità in Cristo che ricerchiamo. Tuttavia, nell'affrontare intrepidamente il viaggio, non dobbiamo perdere di vista il suo obiettivo finale: la comunione piena e visibile in Cristo e nella Chiesa. Possiamo sentirci scoraggiati quando il progresso è lento, ma la posta in gioco è troppo alta per tornare indietro. Inversamente, esistono buone ragioni per adoperarci ad andare avanti, come ha indicato il mio Predecessore, Papa Giovanni Paolo II, nella sua Lettera Enciclica Ut unum sint sull'impegno ecumenico della Chiesa cattolica, parlando della fraternità ritrovata e della maggiore solidarietà a servizio dell'umanità" (6).

La gente vuole vedere i risultati di questa attività. Ma la comunione che ricerchiamo non è una questione di diplomazia o di accordi ecclesiali strategici raggiunti dietro le quinte. Nel suo significato originario essa ha a che fare con la "partecipazione", cioè con "l'avere parte", con "il condividere" il dono di Dio della redenzione e della grazia. Noi accediamo alla comunione - con Dio e gli uni con gli altri - quando condividiamo la stessa grazia:  un solo Signore, un solo battesimo, un solo Spirito, un solo Padre di tutti. Ed il segno visibile della comunione sarà come San Paolo ce lo descrive nella sua prima Lettera ai Corinzi: "Il calice della benedizione che noi benediciamo, non è forse comunione con il sangue di Cristo? E il pane che noi spezziamo, non è forse comunione con il corpo di Cristo?" (1 Cor 10, 16-17). Il nostro viaggio ecumenico non tende a giungere ad una semplice apparenza d'unità, ad una specie di buon vicinato ecclesiastico. La comunione che ricerchiamo ha la sua sorgente, il suo modello ed il suo compimento nella vita stessa della Trinità. I gesti superficiali non realizzeranno quell'unità per la quale il Signore ha pregato.

Molto spesso dei gesti significativi anche se quasi impercettibili evidenziano il progresso che si realizza. Vorrei darvi al riguardo due esempi. L'attuale sotto segretario del Pontificio Consiglio per la Promozione dell'Unità dei Cristiani, che ha iniziato la sua collaborazione con il Dicastero poco dopo la sua creazione, durante il Concilio Vaticano II, è stato un testimone di tutti gli eventi di questi anni. Dopo la visita di Papa Benedetto al Patriarca ecumenico Bartolomeo, alla fine di novembre scorso, ha rilevato due segni sfuggiti all'attenzione dei più.

- In primo luogo, egli ha osservato che il Patriarca ed il Papa avevano scambiato l'abbraccio di pace durante la liturgia stessa. Fino a quella circostanza, al Fanar lo scambio del segno di pace era sempre avvenuto dopo la celebrazione, tenendo conto che per i nostri fratelli ortodossi, il segno della pace durante la Divina Liturgia esprime un impegno molto importante, introdotto dal diacono con la seguente esortazione: "Amiamoci gli uni gli altri affinché con una mente sola possiamo fare insieme la nostra professione di fede". Segue poi la proclamazione del Credo. Quanto ho citato può sembrare una piccola cosa; al contrario, essa ha un significato profondamente spirituale.

- Un altro fattore importante riguarda la Dichiarazione Comune firmata dal Papa e dal Patriarca, nella quale essi affermano: "non possiamo dimenticare il solenne atto ecclesiale che ha relegato nell'oblio le antiche scomuniche, le quali, lungo i secoli, hanno influito negativamente sulle relazioni tra le nostre Chiese. Non abbiamo ancora tratto da questo atto tutte le conseguenze positive che ne possono derivare per il nostro cammino verso la piena unità". Con ciò essi vogliono dire chiaramente: procediamo in modo fattuale e pratico per eliminare gli ostacoli che ancora permangono e che ci dividono. Ed è significativo che Papa Benedetto abbia scelto la solenne Liturgia al Patriarcato per affrontare una delle sfide più impegnative del cammino ecumenico. Nell'affermare: "il tema del servizio universale di Pietro e dei suoi successori ha sfortunatamente dato origine alle nostre differenze di opinione, che speriamo di superare, grazie anche al dialogo teologico, ripreso di recente". Egli ha poi proseguito riaffermando l'impegno preso dal suo venerato predecessore, il Servo di Dio Papa Giovanni Paolo II: "Papa Giovanni Paolo fece l'invito ad entrare in dialogo fraterno, con lo scopo di identificare vie nelle quali il ministero petrino potrebbe essere oggi esercitato, pur rispettandone la natura e l'essenza, così da "realizzare un servizio di amore riconosciuto dagli uni e dagli altri" (ibid., 9). È mio desiderio oggi richiamare e rinnovare tale invito". Il cammino verso la piena comunione può svolgersi con lentezza, ma lo Spirito Santo è all'opera, e un giorno, senza che noi sapremo come, esso porterà a compimento ciò che ha iniziato.

Allora, cosa dobbiamo fare?

Poiché la Chiesa non è fatta soltanto dei suoi ministri e di coloro che la guidano, ma anche dell'intero corpo dei fedeli, è necessario che un numero sempre maggiore di questi ultimi partecipi a ciò che è stato definito "l'ecumenismo spirituale". I cristiani, indipendentemente dalla tradizione alla quale appartengono, possono dire con gioia e gratitudine che: "ciò che li unisce è più grande di ciò che li divide" (7). Essi credono in Dio Padre Onnipotente, in Gesù Cristo, Figlio di Dio e Salvatore, nello Spirito Santo, il nostro Difensore, il dispensatore di vita e di santità. Essi riconoscono che per mezzo del sacramento del battesimo essi sono spiritualmente nati a nuova vita, sono uniti a Cristo e gli uni agli altri. Insieme, essi onorano le Sacre Scritture come Parola di Dio, e immutabile norma di fede e di azione. Essi condividono la preghiera e molte altre fonti di vita spirituale. Lo Spirito Santo opera in tutti i battezzati con la sua potenza santificante. Esso chiama tutti alla vera santità, ed è lo Spirito Santo che, attraverso il susseguirsi delle generazioni, ha sempre predisposto i cristiani di tutte le tradizioni ad affrontare il martirio per Cristo.

L'ecumenismo spirituale apprezza tutti questi doni nelle Chiese e nelle Comunità ecclesiali dell'Oriente e dell'Occidente. Il Concilio Vaticano II afferma: "Né si deve dimenticare che quanto dalla grazia dello Spirito Santo viene fatto nei fratelli separati può contribuire alla nostra edificazione" (8).

Abbiamo dunque bisogno dell'opportunità di sperimentare questo spirituale scambio di doni. I cristiani appartenenti alle varie tradizioni hanno bisogno di incontrarsi e, pregando insieme, per il tramite di una purificazione delle memorie, hanno bisogno di trarre ispirazione gli uni dagli altri per crescere in una fedeltà sempre più profonda a Cristo e al Vangelo.

Quanto appena descritto costituisce, in gran parte, il valore della "Settimana di Preghiera per l'Unità dei Cristiani". Disporre di una speciale "Settimana" non esaurisce il nostro impegno, ma ci ricorda che amare la Chiesa di Cristo significa desiderare ardentemente la sua santità e la sua unità. Il volto della Chiesa è attraversato da rughe e anche da cicatrici, ed un impegno ecumenico forte è un fattore essenziale per ripristinarne la bellezza. Soltanto quando sarà esaudita la preghiera del Signore nell'Ultima Cena, soltanto quando saremo una cosa sola, come egli ardentemente desidera, soltanto allora la Chiesa apparirà chiaramente come segno e sacramento della salvezza del mondo. Soltanto allora si compierà il disegno di Dio: "affinché il mondo creda" (Gv 17, 21).



1) Concilio Vaticano II, Decreto sull'Ecumenismo Unitatis redintegratio, n. 2.

2) Ibidem, n. 8.

3) Giovanni Paolo II, Lettera Enciclica Ut unum sint, n. 20.

4) Cfr "The Commission of the Protestant Episcopal Church in the United States on the World Conference of Faith and Order".

5) Si tratta dello stesso Segretario per la Promozione dell'Unità dei Cristiani, istituito da Papa Giovanni XXIII con le altre Commissioni incaricate di preparate il Concilio Vaticano II, e riconfermato come Dicastero della Santa Sede a conclusione dell'assise conciliare -, al quale la Costituzione Pastor Bonus del 28 giugno 1988 aveva nel frattempo mutato il titolo.

6) Loc. cit., nn 41ss.

7) Parole di Giovanni Paolo II, loc. cit., n. 20.

8) Unitatis redntegratio, loc. cit., n. 4.

 

 

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