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PONTIFICIO CONSIGLIO PER LA PROMOZIONE DELL'UNITÀ DEI CRISTIANI RIFLESSIONI DI S.E. MONS. BRIAN FARRELL* Dalle affermazioni teologiche a un autentico confronto
Già nel 1965, quando l'allora Segretariato per la promozione dell'unità dei cristiani si accingeva a tradurre nella pratica l'invito espresso dal Concilio Vaticano II di avviare relazioni ecumeniche con le altre Chiese e Comunioni ecclesiali, il gruppo misto di lavoro tra la Chiesa cattolica e il Consiglio ecumenico delle Chiese studiava la questione della metodologia da seguire nel dialogo ecumenico. Nel 1967 il gruppo misto pubblicò i risultati di tale riflessione in un documento di lavoro. Tre anni dopo, anche il Segretariato per la promozione dell'unità dei cristiani produsse un testo contenente "riflessioni e suggerimenti riguardanti il dialogo ecumenico". I due documenti, nella loro complementarità, hanno fornito per quarant'anni una solida base e un utile riferimento per le attività ecumeniche. Con il passare del tempo, tuttavia, è emersa sempre più chiaramente la necessità di chiarire ulteriormente il concetto di dialogo. Entrambi i testi sembrano infatti oscillare tra due nozioni di dialogo: da un lato, il dialogo è inteso come ricerca comune di una più profonda comprensione della verità nel tentativo di pervenire a un accordo, dall'altro esso è visto come sforzo volto ad esprimere e rendere manifesta la comunione reale, seppur incompleta, che già esiste tra i cristiani sulla base della comune grazia battesimale. La questione cruciale è capire se il dialogo è fondamentalmente un discorrere teologico con la speranza di trovare che si è d'accordo senza averlo saputo prima, oppure è l'acquisizione di un "qualcosa della Chiesa" che forse giaceva nell'ombra ma che il dialogo riporta alla luce e che aiuta i partners a scoprirsi più simili di quanto credevano perché portatori di uno stesso dono della grazia.
Su questo fondamento il dialogo ha prodotto molti frutti, ma è innegabile che esso sia comunque rimasto prevalentemente al livello accademico, come scambio di idee tra i vari interlocutori: si ha talvolta l'impressione che si tratti di una questione interna tra specialisti. Non di rado gli accordi raggiunti rispondono a problematiche relative a controversie storiche. Di conseguenza, appaiono lontani, poco rilevanti per la vita dei fedeli e difficilmente vengono recepiti. Occorreva pertanto perfezionare il concetto di dialogo perché i suoi frutti potessero essere tradotti in un'esperienza concreta di fede, quale testimonianza e servizio d'amore, "affinché il mondo creda" (Giovanni 17, 21). Nell'enciclica Ut unum sint, Giovanni Paolo II arricchì il concetto di dialogo ecumenico, conferendogli un'ulteriore dimensione. L'enciclica iscrive il dialogo nel contesto di una profonda visione antropologica: il dialogo non è solo uno scambio di idee, ma è un dono di sé all'altro, compiuto in maniera reciproca come atto esistenziale. Prima di parlare del dialogo come un modo di superare i dissensi, l'enciclica ne sottolinea la dimensione verticale. Il dialogo non si svolge semplicemente ad un livello orizzontale, ma ha in sé una dinamica trasformatrice in quanto cammino di rinnovamento e di conversione, incontro non solo dotto ma anche spirituale che permette "uno scambio di doni" (Ut unum sint, n. 28, 57). Così, il dialogo comporta un esame di coscienza e una purificazione del cuore, che conducono ad un comune riconoscimento dei "peccati contro l'unità", sia personali che sociali e strutturali. "La dimensione verticale del dialogo sta nel comune e reciproco riconoscimento della nostra condizione di uomini e donne che hanno peccato. È proprio esso ad aprire nei fratelli che vivono all'interno di comunità non in piena comunione fra di loro, quello spazio interiore in cui Cristo, fonte dell'unità della Chiesa, può agire efficacemente, con tutta la potenza del suo Spirito paraclito" (Ut unum sint, n. 35). L'enciclica concepisce il dialogo come un processo in cui i cristiani riconoscono i peccati che hanno causato la divisione e si sforzano di confessare insieme la verità nell'amore e nella comunione, al fine di ricomporre l'unità visibile nella diversità. Il dialogo presuppone dunque una genuina volontà di trasformazione, per via di una più radiale fedeltà al Vangelo, e il superamento di ogni narcisismo ecclesiale. Se non vogliamo che il movimento ecumenico si avvii verso un irreversibile declino, è necessario che questo processo di trasformazione non sia solo un fatto personale, ma sia accettato anche dalle Chiese e Comunioni ecclesiali coinvolte nel dialogo ecumenico; esso richiede coraggio da parte di tutti, anche di noi cattolici. Chi crede e spera nella ricomposizione dell'unità dei discepoli di Cristo può trarre incoraggiamento dalle parole di Benedetto XVI, il quale parla con la convinzione di chi ha sempre coltivato amicizie tra i fratelli e le sorelle delle altre Chiese e Comunioni ecclesiali ed è stato attivo nel dialogo per tutta la sua vita di teologo e pastore. Nell'ottobre del 2006, in occasione di un incontro con i Segretari generali delle comunioni cristiane mondiali, egli ha affermato: "I dialoghi teologici intrapresi da molte comunioni cristiane mondiali sono caratterizzati dall'impegno ad andare oltre le cose che dividono, verso l'unità in Cristo che noi cerchiamo (...) Possiamo sentirci scoraggiati quando i progressi sono lenti, ma la posta in gioco è troppo alta per tornare indietro. Al contrario, vi sono buone ragioni per andare avanti, come ha sottolineato il mio predecessore Papa Giovanni Paolo II nella sua lettera enciclica Ut unum sint sull'impegno ecumenico della Chiesa cattolica, dove parla di fraternità ritrovata e di maggiore solidarietà nel servizio dell'umanità (n. 41ss.)". Se vogliamo che l'impegno ecumenico della Chiesa cattolica risulti sincero e genuino, dobbiamo accettare i frutti raggiunti come doni della forza trasformante e rigenerante dello Spirito Santo, che è l'unico a poter realizzare l'unità verso cui tendiamo. Questi "doni" dovrebbero essere assimilati con maggiore slancio ed intensità, non solo nel cerchio ristretto degli addetti al lavoro, ma nella vita concreta della Chiesa, dai pastori e da tutto il popolo.
* Segretario del Pontificio Consiglio per la Promozione dell'Unità dei Cristiani
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