IL
VOLONTARIATO:
DINAMICA
CENTRALE DELLA MISSIONE ECCLESIALE
1.
VOLONTARIATO O LAVORO?
Il
titolo assegnatomi, per questa relazione, mi ha inizialmente sorpreso, perché
mi è giunto nel momento in cui si acuiva in Italia la polemica tra chi
richiedeva anche al volontariato criteri di maggiore imprenditorialità e di
efficienza economica (assimilando tout court il volontariato ad altre forme
organizzate di cooperazione sociale), e chi difendeva il volontariato come
portatore gratuito dei valori della persona e della tutela dei più deboli.
Non
ho una particolare esperienza di tali questioni, ma, riandando alla storia
bimillenaria della Chiesa, si scopre che, quasi sempre, la "carità
cristiana" dapprima anticipa la risposta ai bisogni sociali emergenti -
quando ancora la società civile non è in grado di dare e, forse, neppure di
immaginare o di voler dare risposte (il che può durare dei secoli) - poi, per
un certo tempo, le opere e le imprese della carità convivono assieme alle
risposte che la società e gli stati imparano a dare (risposte che pian piano
diventano, in senso proprio, "lavoro"), e infine queste ultime
s'impongono e si assumono quasi totalmente la risposta sociale a quelle
determinate necessità; ma nel frattempo la "carità cristiana" ha
intravisto nuovi e disattesi e più gravi bisogni, e ha iniziato a dare nuove
risposte...
E
non è affatto escluso che certi nuovi bisogni e certe nuove risposte siano
esigite proprio dal fatto che il lavoro che ha ereditato le opere della carità
ha, nel frattempo, dimenticato la "compassione".
Personalmente,
dunque, penso che allo stesso modo oggi dovrebbe essere considerata
positivamente sia l'insistenza irriducibile di chi vuole difendere il proprium
del volontariato (soprattutto di quello cristiano) -individuato nella gratuità-,
sia la convinzione di chi vede, in tutto il cosiddetto "terzo settore"
e nelle varie forme di "economia sociale", il bacino più ampio che,
da un lato, potrebbe saggiamente garantire il proprium gratuitum del
volontariato, ma, dall'altro, potrebbe proiettare esigentemente le stesse
realizzazioni del volontariato nel più vasto campo della solidarietà sociale e
della politica.
Dopo
queste brevi osservazioni, che non vogliono avere alcuna pretesa risolutiva,
ritorno al tema fissatomi che lega strettamente tra loro l'esperienza del
volontariato e la missione ecclesiale; e le lega a tal punto da voler scoprire
nel volontariato "la dinamica centrale della missione".
2.
VOLONTARIATO E MISSIONE ECCLESIALE?
Domandiamoci:
non è questa un'esagerazione o una pretesa eccessiva nel momento in cui molte
espressioni di volontariato non amano dirsi cristiane e rivendicano la più
completa laicità?
Da
un certo punto di vista ciò e innegabile, e la Chiesa non pretende certo di
appropriarsi di qualcosa che è -come si è espresso Giovanni Paolo II nel-
"quasi una legge dell'esistenza", che si radica "in quel moto
innato del cuore che stimola ogni essere umano ad aiutare il proprio
simile"1.
E
tuttavia, anche in questo caso, il Papa non ha esitato a cercare in Cristo
"la ragione profonda di questa universale esperienza umana".
Perciò,
pur rispettando l'identità e le posizioni ideali di tutti i volontari, è
giusto anche esplicitare quale sia in proposito il punto di vista di una Chiesa
che sa "di non aver mai cessato in due millenni di testimoniare
l'amore", camminando sulle orme di Cristo e scrivendo pagine edificanti
grazie a santi e sante che hanno segnato la storia".2
La
storia insegna che, fino alla nascita del cristianesimo, quasi non si parla di
carità, né tanto meno di volontariato nel servizio ai poveri e ai derelitti,
se non parzialmente nella ristretta cerchia della società giudaica.
Nel
mondo greco-romano si parla, al più, di una vaga filantropia che raggiunge i
poveri nella forma dell'evergetismo (da euverge,ths: benefattore dello Stato),
avente lo scopo di esaltare la liberalità e la magnificenza del benefattore.
In
un recente studio sociologico, dedicato a questo tema, leggiamo:
"Le
paganisme abandonnait sans grands remords l'affamé, le vieillard ou le malade;
asiles des vieillards, orphelinats, hôpitaux, etc. sont des institutions qui n'apparaissent
qu'à l'époque chrétienne; leurs noms mêmes sont nouveaux en latin et en
grec3; il suffit de parcourir le titre 1,2 du Code Justinien relatif aux églises
et à leurs privilèges. (Sur l'importance de ces innovations dans l'histoire de
la civilisation, voir Jean Daniélou et H. I. Mouroux dans Nouvelle Histoire de
l'Eglise, Seuil, 1963, vol. I, p. 369). Les païens déposaient bien des
esclaves malades dans certains temples, mais était surtout pour s'en débarrasser
décemment en les confiants au dieu. Le paganisme ignorait tellement les
institutions charitables que, lorsque Julien l'Apostat, voudra battre avec ses
propres armes le christianisme (qu'il appelait athéisme) il trouvera tout à
faire: 'Ne voyons-nous pas ce qui a le plus contribué à rehausser l'athéisme?'
-écrit-il- 'C'est la philanthropie4 envers les étrangers, l'attention qu'ils
apportent à ensevelir leurs morts!'. (C'est le christianisme, en effet, qui a
valu à tout homme d'être enterré avec quelque cérémonie, quel que fût son
statut social; chez les païens les corps des esclaves et des miséreux étaient
jetés à la voirie). 'Comme nos prêtres ne se souciaient pas et ne s'occupaient
pas des miséreux', continue Julien, 'les impies Galiléens ont inventé de s'adonner
à cette forme de philanthropie pour populariser leur exécrable entreprise'"
5.
Aggiungiamo
a questa lunga citazione il fatto che Giuliano l'apostata si spingeva fino a
fustigare i suoi con questa ammissione: "E' una vergogna per noi che tra i
giudei nessuno mendica, e che gli empi galilei nutrono non solo i loro poveri,
ma anche i nostri!".
Se
quest'analisi corrisponde al vero, bisogna dunque ammettere che la carità
sociale è un'invenzione cristiana perfino nella terminologia, e che qualcosa di
originariamente cristiano resta sempre in ogni forma di volontariato che non si
basi soltanto su una generica filantropia o su forme riesumate di evergetismo.
E
il pensiero cristiano ne ha sempre sottolineato l'abissale differenza. Si tratta
di una differenza già clamorosamente evidente quando filantropia significa,
come abbiamo appena detto, evergetismo; ma lo è anche quando significa: volontà
di intervenire sul bisogno altrui e sulla miseria:
Mi
permetto di citare da un'altra relazione da me già tenuta su invito del
Pontificio Consiglio "Cor Unum", in occasione del Giubileo:
"La
filantropia ha di mira il bisogno, la sofferenza. La filantropia dura quanto
dura il bisogno altrui, non è eterna6. Essa si ferma alla pietà: è un mezzo
per alleviare l'indigenza, non è un fine. La carità invece, di per sé, non
suppone il bisogno della persona alla quale si rivolge. Se incontra il bisogno,
certo, lo solleva. Ma essenzialmente essa ha di mira la dignità e la bellezza
sacra dell'altra persona - la sua preziosa appartenenza a Cristo Gesù - a
prescindere dalle sue eventuali minorazioni. I Santi "vedono i poveri in
Gesù" perché essi hanno imparato a vedere la loro divina dignità. Ma
occorre ricordare che tale dignità essi la scoprono anzitutto in se stessi e in
qualunque uomo si accosti loro. Se si appassionano ai poveri, con amore
travolgente, è perché in costoro tale dignità ancor più grida e, a suo modo,
meglio rifulge nei volti crocifissi. Allo stesso modo essi "vedono Gesù
nei poveri" perché costoro offrono a Gesù, ormai asceso in cielo, una
specie di prolungamento di umanità che può essere "toccata" e
"onorata". In una sola parola: nei Santi, anche la carità verso il
prossimo va immediatamente a Gesù e alle sue membra, soprattutto a quelle
sofferenti perché meglio rivelano la sua interminabile Passione".
Siamo
già entrati, quasi inavvertitamente, nel cuore più profondo del mistero
cristiano, anche se per ora vogliamo sottolineare soltanto questo: che il
volontariato cristiano guarda con simpatia ogni altro volontariato, non solo
perché sa di essere nascostamente alle sue origini (anche quando queste non
vengono più riconosciute), ma anche in forza di una suprema oggettività
cristiana.
Come
il cristiano crede che Cristo facendosi uomo "si è unito in certo modo ad
ogni uomo", e che "ciascun uomo è stato compreso nel mistero della
Redenzione" (RH, 13), tanto da chiamare "Vangelo" lo stesso
"profondo stupore" che prova nei riguardi della dignità di ogni uomo
(cfr. RH, 10), così crede che esista un oggettivo riferimento a Cristo tutte le
volte che tra gli uomini si instaurano legami di reciproca salvezza, a
prescindere che se ne abbia o no esplicita coscienza.
Dire
perciò - e torniamo così al nostro titolo - che il volontariato è al centro
della missione ecclesiale, non significa cooptare a forza tutti i volontari in
questa missione, ma significa che il cristiano è lieto di percepire - oltre
ogni confine visibile ed esplicito - l'"unico cuore" ("cor
unum") che batte in chiunque si dedichi al suo prossimo.
3.
LA "BUONA VOLONTÀ" DI DIO ALLE ORIGINI DEL VOLONTARIATO CRISTIANO
Dopo
una visione quanto più possibile ampia, ci interessa comunque precisare i
contenuti di coscienza e di azione specifici del volontariato cristiano.
Se
non vado errato, nelle attuali lingue europee, solo la lingua francese, mantiene
un certo ricordo delle origini cristiane della parola volontariato, parlando di
bénévolat (per cui l'infermiera volontaria è una "infirmière bénévole"),
con un certo oggettivo riferimento a quel testo evangelico natalizio che sembra
fatto apposta per mettere subito in evidenza la discriminante teologica del
nostro problema.
Tutti
sanno, infatti, che gli "homines bonae voluntatis", (ai quali il canto
angelico augurava la pace natalizia), sono diventati tradizionalmente gli
"uomini di buona volontà", anche se il testo intendeva più
propriamente parlare della "buona volontà di Dio" che si manifesta
agli uomini con la venuta del Salvatore.
Questa
è propriamente la discriminante della carità cristiana che fluisce sì
benevolmente da uomo a uomo, ma solo perché l'onda dell'amore sgorga dal seno
stesso della Trinità e riempie il cuore della creatura.
Noi
cristiani siamo tutti abituati a parlare della inscindibile unità dei due
grandi comandamenti - l'amore di Dio e l'amore del prossimo - ma non siamo
altrettanto abituati a riflettere che l'unità è più un avvenimento che
un'indicazione morale.
Che
altro è l'evento dell'incarnazione del Figlio di Dio se non l'avvenimento di
Dio che si fa prossimo? Se è vero che il bambino è il primo prossimo della sua
mamma, in Maria accade appunto il miracolo dell'unificazione assoluta dei due
comandamenti: Maria ama il suo Dio che è il suo prossimo e, in questo amore, è
ricambiata da un prossimo che è il suo Dio.
La
stessa meravigliosa scoperta faranno poi gli apostoli, nel tempo della prima
sequela, imparando giorno dopo giorno che il loro amico e maestro è anche il
loro Dio.
A
rivelazione conclusa, dopo che lo sguardo dei discepoli si sarà fissato
successivamente sul Crocifisso e sul Risorto e sul pane eucaristico e sulla
contemplazione del mistero nascosto da secoli (quello, per ripeterci, che lega
Gesù ad ogni uomo), l'unione dei due comandamenti diventerà per il mondo
intero la buona novella: tutti siamo stati amati da un Dio fattosi nostro
prossimo, e tutti siamo divenuti prossimo che merita infinito, divino amore.
Ci
sono molti modi di definire la Chiesa e nessuno di essi è esaustivo,
soprattutto se la si contempla - come facevano i Padri della Chiesa - già
esistente "fin dalla creazione del mondo, o prima ancora" ed estesa
"usque ad ultimum electum".
Un
modo sufficientemente rispettoso delle dimensioni del mistero, ci sembra
tuttavia questo: la Chiesa è sempre là dove il mondo impara a conoscere ed
amare Dio: la Chiesa è il mondo che conosce è ama il suo Creatore.
E
poiché Dio ha voluto rivelare il suo volto in quello del suo Figlio unigenito,
la Chiesa può essere definita come "il mondo che impara a conoscere ed
amare Gesù Cristo": dal centro della massima coscienza amante (quella di
Maria e, in subordine, dei santi) alla massima circonferenza dove si realizzi un
rapporto ancora inespresso, anche solo in forza di un presentimento, di un
desiderio, di un orientamento oggettivo.
Ed
è chiaro che questo amore, che dal mondo si protende a Cristo, altro non è che
la risposta fragile ma vera dell'amore che il mondo ha ricevuto e continuamente
riceve in Cristo.
La
Chiesa altro non è che questo scambio d'amore che la grazia di Dio realizza nel
mondo, anche se si tratta di un amore ancora amalgamato a mille impurità.
Ed
è questo amore, questa carità, che costituisce la Chiesa.
4.
QUALCHE APPUNTO SULLA CARITÀ ECCLESIALE NEL PRIMO MILLENNIO
A
voler ripercorre la storia della carità ecclesiale, ci si accorge che devono
anzitutto essere superati almeno due stereotipi.
Il
primo stereotipo è quello di chi pensa all'attività caritativa come ad un
fiore che nasce e si sviluppa là dove si estenua o non giunge la
Chiesa-istituzione.
Storicamente
è vero esattamente il contrario: la storia della carità, nella Chiesa, è
anzitutto la storia ufficiale della carità dei vescovi da subito considerati e
chiamati "padri dei poveri" (così già nelle Costituzioni
Apostoliche). Ed è questa loro carità che - fin dall'epoca costantiniana - si
sostituisce all'evergetismo degli antichi notabili, con nuove motivazioni di
vera e intelligente compassione, di vera e responsabile paternità per la massa
dei diseredati.
Ai
vescovi gli imperatori delegano "l'ufficio della carità sociale", e
il Codice di Giustiniano sancirà - come abbiamo visto - il fatto, descrivendo i
compiti e i privilegi delle Chiese.
Se
vogliamo scegliere, tra tutte, una pagina celebre, merita d'essere ricordata qui
l'esperienza del grande Basilio che "completò", per così dire, la
sua diocesi di Cesarea edificandole accanto "Basileide", la città
della carità, la città di tutte le opere di misericordia saggiamente
organizzate.
Certo,
con i vescovi collaborarono subito i nobili cristiani costruendo e offrendo
ospedali (come quello di Fabiola a Roma), e ospizi dei poveri (come quello di
Pammachio ad Ostia).
Tra
il sec. VI e il sec. IX, quando il mondo antico cede definitivamente il passo e
nasce, dall'incontro della Chiesa con i popoli barbari, una nuova civiltà
cristiana, l'azione caritativa diventa un fatto istituzionale con le
"diaconie" che nascono qua e là nella Chiesa e la cui organizzazione
si afferma soprattutto a Roma.
Al
tempo di Leone III, si contano già 24 diaconie: esse tengono le liste dei
poveri, provvedono alla conservazione e distribuzione di generi alimentari,
offrono ospitalità a forestieri e malati, gestiscono magazzini, bagni, e sono
dotate di proprietà rurali e urbane.
Vi
lavoravano, in qualità di dirigenti e inservienti, preti, monaci e laici, anche
se il "pater diaconiae" era quasi sempre un laico.
Ospedali
e xenodochi, a volte venivano assorbiti dalle diaconie, a volte si sviluppavano
in proprio.
E
resta da menzionare, negli stessi secoli, la nascita di scholae (francorum,
frisonorum, saxonum, longobardorum, che col tempo si organizzeranno in colonie e
corporazioni, con scopi anche militari) tenute da stranieri per ospitare e
assistere i pellegrini della propria nazione7.
La
nascita di liberi "carismi" più esplicitamente finalizzati a
promuovere movimenti di carità, risale al Medioevo, quando la Chiesa cominciò
ad essere spogliata dei suoi beni dai signori feudali e il disordine sociale
crebbe a dismisura.
Ma,
anche allora, è la casa del vescovo che continua ad essere punto di riferimento
per poveri, malati, pellegrini e stranieri; e, accanto ad essa, vengono spesso
costruiti opportuni edifici destinati al loro sollievo.
Quando
il potere vescovile s'indebolisce, sono i monasteri (tra cui si distinguono
quelli cistercensi) a prendersi cura anche dell'assistenza materiale e sanitaria
delle popolazioni loro affidate.
Ciò
ci ricorda che un altro stereotipo da superare è quello di chi pensa al fiorire
delle opere di carità come ad un avvenimento alternativo o almeno parallelo al
fiorire delle istituzioni monastico-contemplative.
Si
proietta, cioè, indietro nel tempo quell'apparente dualismo che oggi c'è tra
istituti religiosi dediti alla carità (alla cosiddetta "vita attiva")
e istituti esclusivamente dediti alla contemplazione che invece si
preoccuperebbero solo di Dio e della dimensione trascendente.
In
realtà il monachesimo (sia quello antico che quello benedettino) non ha mai
messo a tema la cosiddetta "carità sociale" (che a tanti
contemporanei sembra l'unica comprensibile e accettabile), ha messo
semplicemente a tema la scelta totalizzante di Cristo: il fatto che il monaco
"non deve avere al mondo nulla di più caro di Cristo", il fatto che
"nulla assolutamente deve esser anteposto all'amore di Cristo".
Ma,
su questa base e per questo scopo, i monaci si mostrarono capaci della più
grande carità verso l'uomo al punto da salvaguardare l'umano, la società, la
civiltà, sotto tutti gli aspetti.
Seppero
così ricostruire un mondo in rovina, e difendere, ristabilire o riscoprire
tutti i nessi sociali, sia materiali che spirituali, della carità.
Il
ricordo di S. Benedetto è qui di rigore.
Mi
permetto di citare una pagina del profilo che gli ho dedicato nei miei Ritratti
di Santi:
"L'esistenza
che la Regola (benedettina) descrive e prescrive è tutta organizzata attorno a
un duplice "lavoro" ("opus"): il lavoro per Dio e il lavoro
delle mani. I monaci sono infatti "operai del Signore". L'opus Dei (la
preghiera comune di tutti i monaci) è un lavoro che dev'essere compiuto
"al cospetto degli angeli" e deve scandire le ore del giorno e della
notte. Esso dà un orientamento verticale e purificatore a tutte le tensioni
dell'esistenza (...). L'opus manuum è il lavoro a cui tutti devono applicarsi
negli altri tempi della giornata. In un'epoca in cui il lavoro è affare di
schiavi, Benedetto lo fa diventare questione di umana dignità, di fraterna
solidarietà e di spirituale offerta. Perfino gli strumenti di lavoro vanno
trattati "come i vasi sacri dell'altare". Ora et labora, il motto
sintetico che diverrà poi tradizionale, descrive il monaco che sa di lavorare
con Dio e per Dio, ma sa che anche Dio lavora con lui e in lui. Fu così che i
monaci, guidati da questa Regola impararono a rendere "eroica la vita
quotidiana e quotidiana la vita eroica" con lo stesso ritmo con cui
apprendevano "a dissodare terre e a darle alla civiltà", dopo aver
dissodato e offerto a Dio il loro cuore. Col passare dei secoli "l'Europa
sarà rinserrata in una rete di fattorie modello, di centri di allevamento, di
focolai di alta cultura, di fervore spirituale, di arte di vivere, di volontà
di azione, in una parola: di civiltà ad alto livello che emerge dai flutti
tumultuosi della barbarie. San Benedetto è senza alcun dubbio il Padre
d'Europa. I Benedettini, suoi figli, sono i padri della civiltà europea":
così ha scritto Léo Moulin. Col tempo i monaci impareranno a dissodare terre,
bonificare, irrigare, fino a gestire vere e proprie aziende agricole,
allevamenti, vivai, serre sperimentali. Impareranno e insegneranno la
viticultura, lo sfruttamento delle foreste, l'uso delle piante medicinali. Si
preoccuperanno di ricopiare nei loro freddi "scriptoria" tutte le
opere dell'antichità classica che oggi noi conosciamo soltanto per loro merito.
I monasteri diverranno perfino centri finanziari, e adempiranno per secoli anche
alla funzione di banche di depositi e prestiti. Dicono che in Europa non c'è
luogo in cui non si trovino tracce dell'azione dei monaci, e molte città ebbero
il loro primo nucleo in un'abbazia. La Regola è all'origine di tutto questo: ha
salvato e costruito l'Europa non perché offrisse un progetto dettagliato e
credibile di ricostruzione, ma perché trasmetteva un modello di vita in cui
"la dignità umana aveva un riconoscimento quotidiano" (Bernard de
Jouvenel) e - aggiungiamo noi - tale dignità era riconosciuta in ogni azione
del giorno: dalla più sacra alla più umile. Lo scopo di Benedetto - e poi
quello dei suoi monaci - non fu quello di supplire alle deficienze di una società
in sfacelo, ma quello di poter semplicemente realizzare la vocazione che Dio
dona all'uomo. Benedetto credette, insomma, che era possibile anche nel deserto
(geografico e morale) aprire una "schola dominici servitii": "una
scuola per imparare a servire il Signore"; ma comprese che, in quell'anno e
in quei secoli, una simile "scuola" doveva semplicemente farsi carico
di insegnare tutto, anche tutto l'umano: dalla cortesia al senso della misura,
dalla tenerezza alla serietà, dall'onorare Dio all'onorare i propri fratelli e
le proprie responsabilità"8.
Se
abbiamo citato questa pagina di storia benedettina, è solo per combattere -lo
ripetiamo- lo stereotipo di chi considera la vita monastica-contemplativa come
socialmente inutile in confronto alle esistenze dedicate alla carità sociale.
Tutte
le soppressioni degli istituti dei secoli scorsi furono giustificate con questo
assurdo criterio. Ma la validità sociale delle istituzioni contemplative, e
l'influsso storico e caritativo dei contemplativi è stato ed è ancora così
ampio, che gli stessi fondatori degli istituti più attivi si sono personalmente
considerati dei contemplativi e hanno strettamente legato le loro opere a forme
di esperienza contemplativa.
La
vita monastica-contemplativa esercita sempre un'oggettiva funzione di traino
sociale, anche quando non si dedica esplicitamente a opere di carità. Si dedica
infatti ad affermare -per dirla alla maniera di Pascal- che "l'uomo supera
infinitamente l'uomo".
Senza
questa affermazione, anche la promozione sociale dei derelitti finisce per
essere, nel migliore dei casi, il passaggio da una forma inferiore di schiavitù
a una forma di schiavitù superiore, più raffinata e disperante.
5.
QUALCHE APPUNTO SULLA CARITÀ ECCLESIALE NEL SECONDO MILLENNIO
E'
vero comunque che nella storia della Chiesa si assiste a un progressivo
chiarirsi di due dimensioni costitutive, ambedue essenziali e portanti: quella
istituzionale e quella carismatica.
Due
dimensioni sempre esistite, sia chiaro, come espressione dell'unica guida
dell'unico Spirito Santo, ma che esplicitano man mano il loro rispettivo scopo:
stabilire e guidare la Chiesa come corpo organico di Cristo (dimensione
istituzionale) e animarla con carismi molteplici, come Sposa amante di Cristo,
occupata nella salvezza del mondo (dimensione carismatica).
Doni
gerarchici e doni carismatici non si oppongono né si elidono a vicenda;
costituiscono anzi assieme l'unico "corpo della carità", ed è
assieme che tali doni permettono al mondo di sapersi e sentirsi amato da Dio.
Fu
soprattutto nell'epoca comunale, quando l'istituzione ecclesiale era
particolarmente appesantita, che la carità divenne per così dire una questione
"carismatica".
Nacquero
allora comunità religiose laicali destinate alla cura degli infermi e dei
poveri che si concepirono e si strutturarono come veri e propri ordini religiosi
ospedalieri; si diffuse soprattutto il sistema delle Confraternite o Compagnie o
Misericordie che esplicitamente radunavano i cristiani attorno a qualche
particolare opera di carità.
Ma
fu soprattutto per l'indubbio influsso del movimento francescano che i poveri
vennero percepiti e indicati, come non mai, come "amici di Dio".
Segno
particolare dei tempi è la cura dei lebbrosi, che incutevano sì terrore, ma
venivano anche chiamati "infermi di Dio", "martiri di
Cristo". Si costruirono lebbrosari (pare circa 3000) e non mancarono
cristiani che si misero al loro servizio. Come non mancarono lebbrosari che si
autogestivano totalmente nella forma di comunità religiosa.
Se
la giovanissima Elisabetta di Turingia o d'Ungheria (1207-1231) è considerata
nel calendario della Chiesa "patrona delle associazioni caritative, e di
vedove, orfani, malati, mendicanti e dei perseguitati ingiustamente e di tutti i
sofferenti" non è perché sia capostipite di un particolare movimento
carismatico al riguardo9, o perché sia stata fondatrice di almeno due ospedali,
ma perché personifica lo spirito di tutta un'epoca che, al seguito di Francesco
d'Assisi, si innamora di Cristo povero e quindi dei "poveri
cristiani", quale che sia la miseria che li affligge. Ed è uno sguardo così
totalizzante ed esigente che Theodor Schnizler l'ha paradossalmente definita
"la santa della giustizia".
Un
altro passo significativo venne poi compiuto nell'epoca moderna, soprattutto
quando la miseria e i miseri cominciarono ad essere considerati dagli Stati più
come un problema di ordine sociale e di "polizia" che come stimolo per
la carità cristiana.
In
questo senso gli influssi negativi della Riforma protestante furono
considerevoli.
Per
fortuna, incrollabile fu la forza cattolica nel riaffermare la dottrina della
necessità delle opere per la salvezza.
Il
vivaio di una poderosa rinascita delle "opere di carità" fu allora
quella "compagnia del Divino Amore" che si assunse il peso della
riforma cattolica e che aveva come scopo primario quello di "piantare in li
cori il Divino Amore", raggruppando e "mettendo in movimento"
cristiani di ogni estrazione: cardinali, preti, frati, laici, uomini e donne.
E'
in tale contesto che la carità diventa evidentemente opera di personalità
carismatiche che si sentono chiamati a rinnovare e riformare la Chiesa, non con
la polemica e il dibattito teologico, ma con un rinnovato amore al mistero
dell'Incarnazione, e con l'assunzione missionaria di qualche particolare bisogno
ecclesiale.
Gli
ammalati negli ospedali, i mendicanti, gli appestati e gli incurabili, gli
orfani e i trovatelli, le donne perdute, i carcerati e i galeotti, i condannati
a morte, i vecchi abbandonati, i pazzi, gli schiavi, i moribondi vengono non
solo assistiti, ma "onorati" come Cristo stesso (soprattutto questo è
l'aspetto -propriamente contemplativo- che caratterizza il carismatico).
Nominare
grandi figure come S. Giovanni di Dio, S. Camillo de Lellis, San Girolamo
Emiliani, S. Angela Merici, S. Carlo Borromeo è qui di rigore.
La
loro opera tenderà quasi tutta a confluire -non giuridicamente ma idealmente-
in quella di colui che è chiamato per antonomasia "il Santo della Carità",
S. Vincenzo de' Paoli, sulle cui braccia sembrano cadere, nella Francia del sec.
XVII, tutte le necessità e tutte le povertà: ed egli tutte le accoglie
spiegando sempre a discepoli e seguaci, che quell'ammasso di miserie è un fiume
di grazie con cui Dio privilegia i suoi chiamati.
Oltretutto
Vincenzo de' Paoli ebbe il merito d'essere il primo a saper liberare per la
carità -in maniera organica- un'immensa forza fino ad allora pochissimo
utilizzata: quella delle donne, costruendo per loro una sorta di "clausura
della carità" nella quale il servizio ai poveri è strutturato ed esigente
come lo sono gli spazi, i tempi, i ritmi di un monastero.
A
partire dalla rivoluzione francese le grandi opere e i grandi istituti votati
alla carità vengono laicizzati e praticamente distrutti, da un illuminismo
insipiente.
Per
grazia di Dio, il secolo XIX vede la nascita o rinascita di numerose
congregazioni religiose maschili e femminili votate alle più diverse forme di
carità (Giovanni Bosco, Cottolengo, Orione, Francesca Saverio Cabrini, Maria
Crocifissa Di Rosa, Antida Thouret, Maddalena di Canossa sono i primi nomi che
vengono in mente) contemporaneamente al fiorire di numerose associazioni di
laici, direttamente o indirettamente partecipi dell'uno o dell'altro carisma.
Il
nome più noto è quello di Federico Ozanam e delle sue "Conferenze di S.
Vincenzo de' Paoli", nelle quali il servizio ai poveri era vissuto come
espressione e salvaguardia immediata della fede.
E'
questa la storia dei carismi che, nel corso del secondo millennio, ha espresso,
assimilato, stimolato un flusso inarrestabile e molteplice di carità
organizzata a bene della Chiesa e del mondo.
6.
DESCRIZIONE TEOLOGICA DEI CARISMI
Ma
poiché il nostro tema è pur sempre quello del volontariato (di osservare cioè
l'onda dell'amore cristiano là dove essa genera un cuore capace di
atteggiamenti gratuiti verso il prossimo), è necessario studiare almeno un po'
la natura di questi particolari carismi che nel corso della storia della Chiesa
hanno generato opere e opere di carità.
Teniamo
dunque sullo sfondo la coscienza che la Chiesa è in senso proprio e ultimo una
"istituzione di carità" fermamente retta dallo Spirito Santo, e
osserviamo come questo stesso Spirito si prenda poi cura di arricchire
l'istituzione -o, se si vuole, si prende cura di mettere in movimento la sua
stessa Istituzione- attraverso una libera, ricca, fantasiosa distribuzione di
carismi.
Per
parlarne correttamente è essenziale non trattenere in sé, in maniera acritica,
una concezione sociologica del carisma, che lo identifica con le capacità
psicologiche e spirituali di un soggetto in grado di mettere in atto una certa
leaderhsip e di dare impulso a un certo movimento storico.
Il
carisma di cui noi parliamo è invece un avvenimento di grazia, la cui regia è
totalmente in mano dello Spirito.
Ed
è un avvenimento che può essere più facilmente raccontato che spiegato.
Mi
permetto citare da un mio recente pubblicato in questi giorni.
"Sintetizzando
ed esemplificando gli elementi offerti da molti documenti del Magistero e dalla
più recente ricerca teologica, l'avvenimento di tale carisma sembra
svilupparsi, di solito, con questi passaggi, ben integrati tra loro:
-
Lo Spirito Santo, in un particolare momento della storia della Chiesa e per
rispondere a particolari necessità dei fedeli, getta, per così dire, una luce
nuova sul mistero di Cristo: da tale luce viene illuminato tutto il mistero
cristiano (dato che esso non può mai essere frammentato), ma secondo una
particolare prospettiva unificante. Ad esempio: lo Spirito fa splendere una
particolare luce sul mistero della povertà di Cristo per S. Francesco d'Assisi;
sul mistero della Sua obbedienza per S. Ignazio di Loyola; sul mistero della
sofferenza e della passione di Gesù per S. Camillo de Lellis, ecc...
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Lo Spirito Santo, con lo stesso unico getto di luce, brucia il cuore del
carismatico (del futuro "Fondatore") che s'innamora del Signore Gesù
e del suo mistero amorosamente e indimenticabilmente contemplato in quella
speciale prospettiva che gli è stata offerta. Ad esempio: S. Francesco si
innamora del Bambino infreddolito nel presepio, del nudo Crocifisso che sposa
sulla croce madonna Povertà, del "povero" pane eucaristico ecc.; S.
Ignazio contempla amorosamente Cristo che si lascia inviare fin sulla croce e
obbedisce al Padre fino all'ultimo respiro; S. Camillo ha lo sguardo fisso su
Gesù che predica le beatitudini dei sofferenti e che, nell'ultimo giudizio, si
manifesterà sotto le spoglie dei più abbandonati...
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Lo Spirito Santo, con questa stessa duplice e indivisibile luce, fa risaltare
una specifica drammaticità della situazione ecclesiale, alle cui necessità il
carismatico sente di dover dare risposta, con opere molteplici corrispondenti
alla illuminazione ricevuta. Ad esempio: per S. Francesco, è il dramma della
Chiesa troppo invischiata nel potere e nello sfarzo dei nobili, e quello dei
poveri privi di evangelizzazione; per S. Ignazio, è il dramma della Chiesa
disunita, culturalmente indebolita e bisognosa di un esercito di missionari
disposti a lasciarsi inviare ovunque; per S. Camillo, è il dramma di
un'assistenza sanitaria allora priva di carità, priva d'intelligenza cristiana,
priva di energia spirituale...
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Lo Spirito Santo mobilita tutte le energie, naturali e soprannaturali, del
carismatico perché possa fedelmente adempiere il compito che gli è affidato, e
diffonde la sua "luce" anche su coloro che questi raduna attorno a sé
come discepoli, non solo nei primi tempi della sua missione, ma anche nel corso
della storia durante cui quel carisma si prolungherà e si consoliderà. Nascono
così, in diverse epoche storiche, il primo "movimento francescano",
la prima "compagnia di Gesù", il primo gruppo di "ministri degli
infermi"...: movimenti che poi si evolvono e si rinnovano nei secoli
seguenti.
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Lo Spirito Santo illumina anche i responsabili della Chiesa, perché possano
discernere il carisma, possano accoglierlo e valorizzarlo, e possano
armonizzarlo con gli altri doni, perché serva all'edificazione dell'unico corpo
ecclesiale. Per questo tutti i Fondatori sottomettono volentieri ai Papi la loro
opera e la loro Regola: ne chiedono la conferma e ne accettano le correzioni.
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Lo Spirito Santo, nei successivi momenti della storia, farà sì che la stessa
luce originaria si proietti ancora su necessità nuove e inedite della Chiesa e
del mondo: in tal modo la fedeltà allo stesso e identico carisma si coniugherà
con forme nuove di servizio ecclesiale e missionario. Un esempio convincente di
tale fedeltà e di tale creatività lo daranno -nelle singole famiglie religiose
o nei singoli movimenti- tutti quei Santi che vivranno di quel carisma
originario conferendogli nuova evidenza e nuovo vigore"10.
Se
si osserva bene l'articolazione dell'avvenimento descritto, ci si accorge subito
che il carismatico "personifica anzitutto la Chiesa atteggiata sponsalmente,
recettivamente, nei riguardi del Cristo-Sposo, e la missione di cui si sente
investito (prima nei riguardi dei suoi discepoli, e quindi nei riguardi della
Chiesa e del mondo intero) la sperimenta con la stessa urgenza di una donna resa
feconda, e gravida, e desiderosa di dare alla luce il frutto delle sue viscere,
e di farlo crescere" (ivi).
Il
carisma insomma genera modelli e testimoni ed è perfino superfluo sottolineare
l'importanza che essi hanno per rendere credibile il messaggio cristiano.
L'apologetica
tradizionale ha insistito molto su questo aspetto, anche se, in verità, tutti i
"messaggi" hanno i loro "testimoni", anche quando l'uno e
gli altri sfiorano la disumanità e la follia.
Quel
che di caratteristico c'è nel cristianesimo è piuttosto il fatto che i
testimoni (i santi) rendano credibile il messaggio nei due sensi: illustrano sia
la fides qua creditur, (non destando solo ammirazione o stupore, ma mostrando la
forza attraente della rivelazione) sia la fides quae creditur (nella sua
oggettiva bellezza e divino-umanità).
Detto
in altro modo, i santi mostrano semplicemente d'essersi "innamorati",
e sono credibili perché dimostrano che cosa valga, in questo mondo e per questo
mondo, una creatura innamorata di Dio e consapevole d'essere da Lui
infinitamente amata.
La
storia della Chiesa è stata arricchita da un numero incredibile di carismi, e
quasi tutti hanno dato origine a flussi stabili di storia e a imprese
permanenti, tanto da ricevere, quasi tutti, la qualifica di carismi di
fondazione.
Ordini,
Congregazioni, Istituti -maschili e femminili- si sono, via via, solidificati
nelle più diverse forme di vita consacrata, ognuna finalizzata ad assumersi
l'uno o l'altro bisogno di carità (nel campo dell'assistenza, dell'educazione,
della sanità ecc.).
Quasi
sempre questo nucleo carismatico solidificato nello stato di vita consacrata ha
poi mantenuto attorno a sé un alone più vasto di volontariato laicale, al
quale ha assicurato sostegno e formazione e dal quale ha ricevuto tesori di
collaborazione e di efficienza.
Nell'ultimo
mezzo millennio, si può dire che la quasi totalità dei carismi donati dallo
Spirito e solidificati in molteplici Istituti religiosi e Congregazioni, hanno
avuto di mira la risposta a particolari bisogni del popolo cristiano (e del
mondo) nel campo della carità e della missione, tanto che si potrebbe scrivere
una storia della Chiesa anche solo elencando nomi e opere di tali istituti.
Non
sono mancati i rischi: se al tempo dell'eresia protestante (perché tale essa
fu) l'errore fu quello di volere appiattire duramente la carità sulla fede, in
tempi recenti l'eresia (per fortuna meno organizzata) è stata, a volte, quella
di voler appiattire la fede sulla carità.
Cosa
che una più profonda riflessione sui vari "carismi di fondazione" e
sulla loro permanenza nei successori -come "grazia vivente"- avrebbe
dovuto impedire o correggere.
Così,
fin quasi al Concilio Vaticano II, che permette pian piano l'inizio di una
"nuova stagione ecclesiologica".
7.
UNA "NUOVA STAGIONE ECCLESIOLOGICA" ANCHE PER LA CARITÀ
Un
passo avanti nella storia della carità è certamente stato fatto con la nascita
di molteplici e nuovi "movimenti ecclesiali", ma con una
sottolineatura particolare: che il "carisma originario" di tali
movimenti -anche quando poi genera imponenti intraprese caritative- non è
immediatamente finalizzato alla carità e alla sue opere, ma all'integrum
dell'esperienza cristiana. Un integrum che riguarda contemporaneamente:
l'indissolubilità fra le delle tre virtù teologali; l'indissolubilità tra la
dimensione comunionale con quella missionaria; l'indissolubilità ecclesiologica
tra la dimensione carismatica e quella istituzionale; l'indissolubilità tra
l'azione associata e la buona azione quotidiana.
Ed
è soprattutto davanti a quest'ultimo approdo della evoluzione storica ed
ecclesiologica, che alcuni interrogativi nuovi devono essere posti.
Qui
possiamo solo accennarvi.
Nella
storia dei movimenti antichi e nuovi c'è all'inizio l'avvenimento del carisma
come l'abbiamo più sopra descritto: un'azione dello Spirito volta a innamorare
il carismatico nei riguardi di un certo "volto" di Cristo; di
conseguenza una luce ardente su un particolare bisogno della Chiesa e del mondo;
poi una forza aggregante e una energia indomabile nell'intraprendere "opere
e opere".
Di
solito questi movimenti (a volte per una forza intrinseca a volte per interventi
preoccupati della gerarchia) tendono a generare al loro interno una forma di
vita consacrata. E' un fenomeno che accade anche nei nuovi movimenti, ed è
indubbiamente un bene, a causa della particolare sintonia che nativamente esiste
tra il carisma e il dono dei consigli evangelici.
Ma
qui si nota anche una clamorosa differenza.
Nei
nuovi Movimenti, il carisma raggiunge i fedeli, in quanto fedeli, ed esso li
abilita a una esperienza di comunione e a una certa missionarietà,
anticipatamente rispetto allo stato di vita in cui ognuno si sentirà poi
chiamato.
Ne
segue che un eventuale carisma orientato alle opere caritative si potrà
esprimere in tutte le forme sia quelle laicali che quelle consacrate, sia quelle
organizzate che quelle personali.
E
ne segue, ancor più, che qualsiasi carisma (anche se non esplicitamente
orientato alle opere di carità) avrà una inevitabile componente caritativa, e
una inevitabile operosità nel campo delle opere di misericordia.
Nei
carismi più antichi, invece, (ma ci riferiamo anche a quelli che hanno
originato gli istituti religiosi degli ultimi due secoli), il movimento iniziale
di fedeli (a prescindere dallo stato di vita) ha perduto presto la sua
primogenitura (per una sorta di ossequio teologico verso lo stato di vita
consacrata) ed è quasi interamente confluito nell'unico stato di vita
consacrata. La componente laicale (inizialmente presente), se è rimasta, è
rimasta come alone "terziario", segnato da una generica spiritualità
dell'istituto e da un generico apostolato "volontario".
Il
confronto con i nuovi Movimenti e con la riconosciuta "novità
ecclesiologica" di cui essi sono portatori, non può non interrogare
seriamente tutti i detentori degli antichi carismi: perché non ricollocare
anche questi là dove possano nuovamente fruirne tutti i fedeli, anticipatamente
alla scelta dello stato di vita?
Per
parlare un linguaggio moderno, molte istituzioni di carità sono iniziate come
volontariato carismatico di "fedeli", ma si sono precisate troppo
esclusivamente come "forme di vita consacrata": arricchendosi per un
certo verso, ma impoverendosi o almeno limitandosi dall'altro.
Oggi
ci si dovrebbe chiedere se la risposta propriamente cristiana a un volontariato
che sempre più tende ad essere assimilato da altre forme di azione sociale e
politica non sia proprio quella di un "volontariato carismatico": un
volontariato, cioè, che rinasca dai molteplici carismi (antichi e nuovi) che
Dio ha donato e continua a donare alla Chiesa.
Ma
a tale scopo, lo ripetiamo, deve farsi strada negli Ordini religiosi, negli
Istituti e nelle Congregazioni una coscienza nuova: a un carisma si appartiene
in quanto battezzati, in quanto "fedeli", il che non impedisce certo
che questi debbano poi scegliere, al momento opportuno, se essere laici o
consacrati o ministri. Questo riposizionamento di tutti i carismi farà sì che
essi possano esplicitare tutto il loro potenziale caritativo.
Un
esempio può aiutare a capire la gravità della posta in gioco. Lo citiamo da un
nostro volume esplicitamente dedicato a tale problematica: "Molti Istituti
religiosi, nati per l'assistenza sanitaria o per la formazione della gioventù,
sono destinati a morire non perché abbiano perso di utilità, ma perché il
carisma - che di natura sua potrebbe essere offerto anche ai laici (medici,
infermieri, o insegnanti ecc.) - è rimasto "proprietà" di
consacrati/e e non è stato offerto ai laici in forma loro propria. Al massimo
ci si è accontentati di chiedere loro qualche collaborazione o qualche
sostegno. Il carisma di "guardare e curare il malato con gli occhi e le
mani di Cristo" dovrebbe affascinare tutti i battezzati che lavorano nel
campo sanitario. Dovrebbe essere perciò "naturale" una comunicazione
di questo fascino tra consacrati e laici che vivono a continuo contatto
"per la stessa missione"" 11.
E'
questo che intendiamo per "ricollocare i carismi a livello dei semplici
fedeli". E lo si può fare con tutti i carismi.
8.
PER CONCLUDERE
Per
concludere, vorrei infine ricordare che c'è una parola che può esprimere,
meglio di ogni altra, l'origine, lo scopo e la natura di ogni "volontariato
cristiano": è la parola "santità". Essa esprime quella
"misura alta" del vivere che la Novo Millennio ineunte ha chiesto a
tutti i cristiani. Non possiamo dimenticare che la carità cristiana è
questione di santi: non solo perché la volontà di essere caritatevoli coincide
con la volontà di essere santi (e in ambedue i casi si tratta di accogliere
umilmente un dono di Dio), ma anche perché la carità tende a fare dei santi,
come usava dire, in maniera sorprendente, con una arguzia12 e una forza tutte
caratteristiche la beata madre Teresa di Calcutta: "Io lavoro per la
santificazione dei poveri, per donare a Dio dei Santi...".
Città
del Vaticano, 6 febbraio 2002
P.
ANTONIO MARIA SICARI
NOTE
1
Messaggio al termine dell'anno internazionale del Volontariato, Dicembre 2001.
2
Ivi.
3
Xenodochium, orphanatrophium, ptochotrophium, brephotrophium, gerontocomium.
4
Giuliano sdegna il termine carità, ritenendolo volgare rispetto al più nobile
"filantropia".
5
P. VEYNE, Le pain et le cirque. Sociologie historique d'un pluralisme politique,
Editions du Seuil, 1976.
6
Già S. Agostino lo faceva polemicamente osservare: "Togli via gli
infelici: sarà finita con le opere di misericordia? S'estinguerà dunque il
fuoco dell'amore?" (In Ep. ad J., PL 35,2038).
7
Cfr. A. TREVISAN, La carità a Roma nei secoli VII-IX, in Quaderni Carmelitani,
15 (1998) pp. 177-197.
8
A. M. SICARI, Il sesto libro di ritratti di Santi, ed. Jaca Book, Milano 2000,
pp. 39ss.
9
Esistono tuttavia le "conferenze femminili della carità", nate dalle
"conferenze di S. Elisabetta" fondate nel 1845 a Treviri.
10
A. M. SICARI, Gli antichi carismi nella Chiesa. Per una nuova collocazione, ed.
Jaca Book, Milano 2002.
11
A. M. SICARI, Gli antichi carismi nella Chiesa. Per una nuova collocazione, Ediz.
Jaca Book, Milano 2002.
12
Davanti al Papa e ai Vescovi riuniti per il "Sinodo sulla Famiglia"
del 1980, Madre Teresa osò raccontare appunto questo sogno: "Ricordo che
agli inizi della mia opera ebbi una grande febbre, e arrivai vicino a San Pietro
che mi disse: "Torna giù, qua non ci sono quartieri poveri!". E io mi
arrabbiai molto e gli risposi: "Va bene, ti riempirò il Paradiso con la
mia gente, e allora in cielo ci saranno anche i quartieri poveri. E dovrai farmi
entrare per forza...!"".
14
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