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PRESENTAZIONE
DEL MESSAGGIO DEL SANTO PADRE
PER
LA QUARESIMA 2001
Nella
Sala Stampa della Santa Sede, nella mattina del giorno 9.01.2001, si svolge la
Conferenza Stampa di presentazione del Messaggio del Santo Padre per la
Quaresima 2001, sul tema "La carità non tiene conto del male
ricevuto" (1 Cor 13,5).
Pubblichiamo
di seguito l'intervento di S.E. Mons. Paul Josef Cordes, Presidente del
Pontificio Consiglio "Cor Unum", e quello de la Sig.ra Rose Busingye,
nata in Uganda e Responsabile di "Meeting Point" de Kampala (una ONG
ugandese che sostiene i malati di AIDS e i loro familiari).
INTERVENTO
DI S.E. MONS. PAUL JOSEF CORDES
Gentili
Signore e Signori,
Due
settimane fa il Santo Padre mi ha inviato in El Salvador. Sono stato
incaricato di portare aiuto materiale e conforto alle vittime, ai Pastori e ai
soccorritori in quella zona colpita dal terremoto. E' un compito, questo, che
negli ultimi tempi ho potuto svolgere più spesso, un compito oneroso, ma
gratificante. Ogni volta si può toccare con mano la grande sensibilità
dell'uomo di oggi per quanti soffrono. Anche in El Salvador sono rimasto
colpito dalla quantità di aiuti finanziari che gli Stati e non meno le
organizzazioni cattoliche hanno messo a disposizione delle vittime. E'
veramente lodevole il fatto che il grido dei poveri trovi risposta su così
vasta scala.
La
visita non mi ha tuttavia solo confrontato con la generosità e la compassione
dell'animo umano. Sapete che fino al 1992 il Paese è stato dilaniato da una
guerra civile: due forze politiche, Arena e Frente, si sono trovate di fronte
e si sono combattute fino al sangue. Le ferite ancora non si sono rimarginate.
A volte ho riscontrato tensioni e inimicizie che ne sono scaturite. In qualche
comitato locale, che dovrebbe in realtà coordinare gli aiuti, si ostacolano.
Si creano sospetti e accuse di voler favorire gli amici di partito nella
distribuzione degli aiuti.
E'
un'esperienza veramente rattristante: neanche la disgrazia ricopre i fossati
ideologici. Ma anche un insegnamento importante: la miseria e la distruzione
cominciano nei cuori degli uomini. Simili esperienze ho dovuto fare nelle mie
visite nei Balcani, in Ruanda e in Mozambico.
Oggi
presentiamo il messaggio del Santo Padre per la Quaresima di quest'anno, per
la preparazione della Pasqua. Porta il titolo: "La carità non tiene
conto del male ricevuto". Forse la pubblica opinione è un po' sorpresa
che abbia un'accentuazione così spirituale. Normalmente siamo abituati ad
avere un appello del Papa a dare la nostra elemosina. Invece comincia con le
parole: "Saliamo a Gerusalemme" - Gerusalemme, nome del luogo e
sinonimo della salvezza definitiva per tutti gli uomini mediante la croce di
Cristo e la sua resurrezione. In tal modo il Santo Padre sottolinea come la
vera felicità dell'uomo abbia un fondamento spirituale: proviene da Dio e si
attua nel suo Figlio. La nostra lotta contro la miseria umana, nel volere il
bene dell'uomo, non deve dimenticare questa dimensione. E per il credente il
peccato nella catastrofe grida più forte che il bambino in lacrime, anche se
quest'ultimo ci commuove di più.
Il
Papa concretizza poi le conseguenze del male nel nostro cuore; parla dei
"... solchi di odio e di violenza fra popoli e popoli...tra gruppi e
fazioni all'interno di una stessa nazione" (n. 5). Perciò fa fortemente
appello alla disponibilità a riconciliarsi - con Dio e con il prossimo.
Richiama la famosa frase dell'apostolo delle genti: "La carità non tiene
conto del male ricevuto" (1 Cor 13, 5). Così indica nel tempo
quaresimale una opportunità speciale per perdonare e vivere la verità di
questa frase. "Mediante il sacramento della riconciliazione, il Padre ci
dona in Cristo il suo perdono e questo ci spinge a vivere nella carità,
considerando l'altro non come un nemico, ma come un fratello" (n. 5).
Questo
accento spirituale verrebbe certamente malinteso se vi si leggesse uno
scivolamento verso lo spiritualismo. La riconciliazione con il prossimo che
Dio dà si esprime nella buona azione (cfr. allegato). Non è un caso se il
Messaggio recita: "Un cuore riconciliato con Dio e con il prossimo è un
cuore generoso" (n. 5). Così Giovanni Paolo II ci incoraggia alla
consueta colletta quaresimale, che non è cosa da trascurare. Chi predica
l'amore di Dio, deve aver cura che esso venga sperimentato. Proprio in
situazioni di necessità il dono ricevuto, necessario per sopravvivere,
risveglia nuova speranza e fiducia nel futuro. La nostra conferenza stampa ha
perciò, oltre alla presentazione delle parole del Papa, un secondo accento.
In
occasione di un pellegrinaggio il Comune di Milano aveva regalato al Santo
Padre un miliardo per l'Africa. La somma è stata girata a "Cor
Unum", che con essa intende realizzare un progetto di assistenza ai
bambini orfani dell'AIDS in Uganda.
L'International
Herald Tribune dello scorso 6 febbraio parla attualmente di 12 milioni di
bambini orfani. Si veda anche la scheda distribuita. Chi sono questi orfani?
Si tratta di minori di 18 anni, che hanno perso uno o entrambi i genitori, e
vivono in maniera precaria: o perché lasciati soli a se stessi, o perché
infettati dal virus, o perché debilitati hanno contratto malattie. A volte
sono essi stessi ad essere a capo famiglia, perché hanno a carico fratelli più
piccoli.
Il
Santo Padre si è fatto voce delle vittime di questa terribile malattia.
Scrive nella Esortazione Apostolica "Ecclesia in Africa": "La
lotta contro l'AIDS deve essere ingaggiata da tutti. Facendo eco alla voce dei
Padri sinodali, anch'io domando agli operatori pastorali di portare ai
fratelli e alle sorelle colpiti dall'AIDS tutto il conforto possibile sia
materiale che morale e spirituale"(n. 116). Dando seguito a queste
indicazioni, la Chiesa cattolica si impegna nel settore in diverse forme:
-
formando operatori pastorali e sanitari e dei giovani stessi;
-
cercando di prevenire mediante la sensibilizzazione e l'educazione all'amore
responsabile vissuto in famiglia;
-
curando ed assistendo in campo sanitario con l'impiego di personale medico,
attuando programmi di assistenza alle vittime e creando centri di
riabilitazione e di accoglienza dei malati, oltre che all'accompagnamento
dei loro familiari;
-
seguendo pastoralmente i malati e i loro familiari, soprattutto quelli in
stato di solitudine e di abbandono, come lo sono per esempio gli orfani dei
genitori morti per AIDS.
CAFOD,
CRS, Misereor e molte altre agenzie cattoliche di aiuto ed assistenza operano
in questo campo in maniera coordinata a partire dal 1988. Fin dall'inizio una
delle categorie ad essere presa più in considerazione sono stati i bambini.
In particolare, oltre che alla cura sanitaria, è importante operare per
superare la discriminazione e le paure legate alla malattia, che emarginano le
vittime. Ripeto che per la Chiesa importante è un approccio globale al
problema, che non si fermi alla semplice terapia o prevenzione, ma che
consideri la totalità della persona e miri alla responsabilità del singolo.
Determinante diventa quindi l'educazione, la relazione con la comunità,
l'assunzione responsabile della vita matrimoniale e familiare.
Si
sa che l'Uganda è uno dei Paesi più colpiti da questa piaga. Per esempio
alla fine del 1997 la prevalenza dell'infezione da HIV negli adulti ugandesi
era 9, 51%. 1.700.000 erano in quel periodo i bambini rimasti orfani per la
malattia. D'altra parte in Uganda, grazie alla prevenzione, si sono fatti
grandi passi in avanti nella lotta contro la malattia: in qualche zona rurale
la percentuale di ragazze tra i 10 e i 20 anni con infezione da HIV è scesa
da 4, 4 % nel 1989-90 a 1,4 % in 1996-7, dato delle Nazioni Unite del luglio
2000 (UNAIDS). Abbiamo voluto favorire un progetto di recupero in un Paese così
colpito, per manifestare che con la buona volontà e l'aiuto di molti si
possono ottenere risultati seri in questo settore.
Città
del Vaticano, 9 febbraio 2001
Il
messaggio fatto vita: un lavoro con gli orfani di AIDS
INTERVENTO
DE LA SIG.RA ROSE BUSINGYE
Io
voglio ringraziare il Santo Padre. Mi permetterei di dire che è anche il
Padre di ciò che faccio dall'inizio. La testimonianza che ci da sul valore
umano, sul valore della persona, non me l'ha mai mostrato nessuno nella mia
vita. Io imparo da questa instancabilità insistente sulla coscienza di ciò
che l'uomo è. Voglio ringraziarLa non tanto perché ci sta dando fondi ma
perché permette alla mia persona di non essere divisa.
Se
la fede determina il mio lavoro allora l'unità della mia persona è
salvaguardata. Vale a dire il senso di responsabilità di fronte a qualcosa di
più grande.
Siccome
tutto il mio lavoro riguarda l'uomo, occorre che la fede investa la modalità
del mio agire che genera il soggetto giusto e così uno sa come trattare bene
l'altro.
E'
di moda fare progetti diversi ed è così facile confondere o sostituire
l'uomo con quello che dobbiamo o riusciamo a fare per lui e quando le cose non
quadrano siamo violenti con lui e anche con noi stessi.
Ciò
che importa è il valore positivo, che la tecnica ha usato, che l'uomo non sia
un oggetto meccanico di meccanismi usati.
L'uomo
è una situazione di bisogni. Se non percepiamo questo, se non abbiamo questa
sensibilità, è come passargli accanto agli indifferenti.
In
Uganda tutti fanno progetti sia per distribuire i preservativi, per difendere
i diritti umani, per sconfiggere la povertà, per difendere le donne, i
bambini, ecc. ma tutti sono di fronte ai progetti non alla persona. La persona
non è nessuno, è ridotta ai suoi problemi.
Per
esempio uno ha l'Aids o ha mal di testa, sono di fronte all'Aids, non alla
persona con l'Aids. Non si cura un pezzo di uomo, si cura un uomo. Toccare una
parte dell'uomo implica la totalità del suo organismo.
Io
lavoro con i malati di Aids, bambini, adulti e gli orfani. E' un'avventura ed
è anche divertente, mi trovo di fronte ai desideri, caratteri, bisogni,
tradizione, comportamento diversi. E' interessante proprio lavorare con ciò
che si chiama "uomo e i suoi bisogni".
Perché
aiutare la gente? Chi sono per noi? E io chi sono?
Il
Meeting Point (M.P.) è una esperienza concreta di un gruppo di amici che si
sono trovati di fronte al problema dell'HIV/AIDS, o perché sono colpiti
personalmente, o nelle loro famiglie o tra gli amici più cari desiderando di
scoprire un senso nella sofferenza e nella morte.
Lo
scopo del M.P. è non lasciare da soli i malati di AIDS davanti alla malattia
e alla morte e questo avviene attraverso una compagnia matura e quotidiana e
che tiene conto di tutti i bisogni.
Noi
offriamo innanzi tutto un rapporto umano, un'amicizia che nel tempo si
approfondisce e attraverso questo i malati, i bambini scoprono come affrontare
la realtà con libertà e gioia sconosciuti prima e anche noi cresciamo con
loro.
Per
Alice, 46 anni Hiv/Aids da 10 anni, disperata. Cercava medicine per morire
subito. Non sapevo cosa fare con lei. Prima di andare a lavorare passavo da
lei, a volte stavo lì senza parole, non potevo neanche consolarla. Dopo una
settimana mi ha detto piangendo: "Sai avevo mio marito, ho 6 figli, nel
rapporto con mio marito è l'unico rapporto che stavo bene, mi dava senso,
adesso non c'è più, è come se tutto smarrisse il senso, non ho più
consistenza, sono smarrita, niente, voglio morire, aiutami a morire subito.
Non lo dirò a nessuno. Da allora sono passati 8 anni. Tanti mi accusano di
aver dato medicine speciali, pesa
quasi 90 chili e dice: "Basta guardare qualcuno che ha un senso di
vivere, vive anche lei". Adesso fa la volontaria del Meeting Point perché
vuole fare ciò che faccio io.
La
nostra amicizia con i malati e le loro famiglie è una scuola dove impariamo
come amare veramente e totalmente la vita delle persone e il loro destino. Il
preservativo e la paura sono un modo negativo senza soluzione di affrontare la
sfida dell'epidemia.
Noi
offriamo un rapporto psicologico ai pazienti, ai giovani e delle norme
sanitarie e un corretto comportamento sessuale. Vi ho già detto che è
un'avventura lavorando con gli adulti, i giovani, i bambini c'è tanto da
scoprire e non puoi dire oggi: "Ho capito cosa ha bisogno l'uomo".
E'
successo che ero contenta del tempo, dei fondi, del cibo, delle medicine che
davo ai miei pazienti. Invece è successo il contrario, nonostante tutto a un
certo punto i bambini invece di andare a scuola stavano nella spazzatura,
rifiutavano di parlare o inventavano malattie per non andare a scuola, si
nascondevano sotto i letti o dietro la casa o non volevano mangiare. I malati
non volevano le medicine neanche mangiare. Mi veniva voglia di piantare tutto
e di andare via. Così mi è venuta quella domanda. "Ma chi sono questi
qui per me?", "Ma chi sono io per loro?"
Fino
a qualche tempo fa in Uganda ognuno sapeva di appartenere alla tribù, al
clan, alla famiglia: uno sapeva di essere di qualcuno. Adesso tutto questo ha
perso significato: le famiglie sono sfasciate, le tribù non si occupano più
dell'interesse comune, ma soltanto d'interessi particolari. Prima il bambino
apparteneva a tutta la tribù, era di un popolo e così aveva una consistenza
e una dignità.
Ora
i bambini, le donne si trovano senza difese, senza dignità, fino a diventare
malinconici, senza voglia di vivere e senza aspettative.
Non
hanno più un valore per le loro famiglie, come d'altra parte la moglie non ha
più valore per il marito e il marito per la moglie. Per chi si vive? Per chi
ci si sposa? Per chi si fanno i figli?
Smarrendo
il senso di se stessi è stato smarrito il senso di tutto. Avendo perso il
punto che dava loro significato non sanno più perché devono andare a scuola
o perché devono prendere le medicine o parlare, ecc. Alla fine non si fidano
di nessuno.
Il
lavoro che abbiamo provato a fare è stato innanzitutto entrare in rapporto
con loro: è chiaro che noi non siamo lì a sostituire i loro genitori, ma è
altrettanto chiaro che noi vogliamo loro bene, che sono importanti e che hanno
un valore per noi. Non si può dare un'idea di dignità espressa nella formula
"essere qualcuno" se non all'interno di un rapporto.
Il
M.P. è presente nei sobborghi di Kampala, Hoima e Kitgum. Kampala è una città
costruita su sette colline e ai piedi di ciascuna c'è una slum. Noi giriamo
ogni mattina in questi slum. Nella città c'è un gran numero di malati di
Aids. Da questa cresce sempre di più il problema degli orfani. Se non sono
curati vivono per le strade.
Come
cresce la popolazione, anche la malattia si diffonde e questa provoca una
grande confusione di giudizi e di sentimenti in cui prevalgono la paura, la
vergogna e il rifiuto dei malati da parte dei parenti. Questo crea difficoltà.
Non ci sono famiglie che accolgono gli orfani il cui numero aumenta.
Infatti
i più colpiti dall'Aids sono donne e uomini di età tra i 20 - 45 anni, cioè
la parte di popolazione più attiva. La maggior parte di essi muore dopo
lunghe sofferenze e spesso in povertà, avendo dovuto abbandonare il lavoro, e
senza aiuto.
Stiamo
attualmente aiutando quasi 600 malati registrati nel Meeting Point, e quasi
1000 orfani in tutta la città di Kampala.
Seguiamo
gli ammalati anche dal punto di vista medico, attraverso visite a domicilio e
portando medicinali a quelli che non possono affrontare le spese di un
ricovero ospedaliero.
Per
gli orfani un grosso aiuto è il pagamento delle tasse scolastiche perché
tanti di loro possono frequentare almeno le scuole primarie. Distribuiamo cibo
e altri beni di prima necessità: coperte, sapone, pentole, ecc.
Seguiamo
le vedove e i malati anche dal punto di vista legale (problemi di eredità,
adozione, ecc.)
Non
sto qui a descrivere tutto ma ciò che mi interessa di comunicarvi e che mi
sta a cuore è quest'uomo, ciò che riguarda l'uomo - lo so che lo sapete - ma
lavorando con loro, partendo da me stessa, è più evidente vedere la
debolezza perché io non posso stare in piedi da sola, è molto più facile
intuire la grandezza dell'uomo e il valore inattaccabile da chiunque che egli
ha.
Un
uomo è qualcosa che ha dentro una complessità e una varietà di commozione,
di rabbia, d'ira, di reazione, di tenerezza che è inconcepibile in qualunque
altro fenomeno della natura. Allora il tempo che usiamo, i soldi, il cibo, le
medicine, sono strumento per dire loro che hanno un valore più grande di
tutto il valore del mondo e che sono responsabili di questo e della loro vita.
Non si tratta di una responsabilità collettiva; se non passa attraverso il
singolo, non serve a niente, è totalmente inutile. Per questo si ha bisogno
di avere persone responsabili a cui guardare. Per essere precisi nell'usare
strumenti su una persona bisogna avere amore alla persona, avere la stima per
la persona.
Di
fronte alla drammaticità della vita che abbiamo in Africa: malattia, guerra,
conflitti, per raggiungere la nostra felicità ci vuole uno che abbia passione
per la nostra dignità, che abbia rispetto per la nostra persona.
Il
mio maestro mi diceva che la novità del mondo è se l'uomo appartiene, perché
è in un'appartenenza che tutto cambia. Da questo può nascere una società
nuova, una civiltà nuova.
Questo
ho visto accadere nella mia vita e nella vita delle persone che curo. Sembrava
una cosa astratta, invece ho visto le persone cambiare, i malati che pensavo
fosse impossibile che cambiassero, cambiare. e cambiano anche me.
I
bambini che mi chiamano mamma - perché hanno trovato la vita, Viccky
prostituta: "Non so cosa sia il M.P. però quello che so è che ci sono
persone che mi vogliono bene in cui io voglio vivere per loro -, i bambini di
Akello, donna nel campo rifugiati.
Ecco
ho detto già che l'appartenenza sembra una cosa astratta, invece è la
coscienza di ciò che l'uomo è, la responsabilità verso la sua dignità
cambiano il volto del mondo e possono giungere fino a rompere anche le
strutture. Quello che desidero è
che l'oggetto del mio lavoro sia Uno, cioè il rapporto con un amico. E questa
precisione di posizione può farmi cambiare e creare una cosa nuova dentro le
strutture.
Grazie.
Città
del Vaticano, 9 febbraio 2001
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