Pontificia Università Lateranense, Roma
Una iniziativa
peculiare
La tipicità dell’incontro mondiale dei Docenti
Universitari è evidenziata da tre note salienti.
1. Carattere universitario
Il convenire a Roma per il grande Giubileo si profila come
iniziativa e impegno del mondo universitario: numerose Università – in esse
in primo luogo i Docenti cattolici – organizzano i Convegni Scientifici, cui
invitano i Colleghi di tutto il mondo.
Anche l’università non meno di altre istituzioni sente il
travaglio dell’ora presente. E, tuttavia, in forme certo mutate e in via di
mutazione, essa mantiene una polarità spiccata nel campo attivo della cultura.
L’evento giubilare è occasione opportuna per ribadire che
l’Università è luogo di relazioni interpersonali qualitative, non interrotte
dalla polarizzazione sui ‘contenuti’, che interferiscono come diaframma
opaco.
2. Dimensione mondiale
L’incontro ha carattere di universalità: del sapere, delle
culture, delle religioni. Come apertura e dialogo secondo lo spirito e la
lettera di Tertio Millennio Adveniente.
Non secondo lo spirito di una globalizzazione mortificante,
ma nella prospettiva originale di una cattolicità operante.
3. Dimensione ecclesiale
"L’Università e, in maniera più vasta, la cultura
universitaria costituiscono una realtà d’importanza decisiva. In questo
ambiente, questioni vitali sono in gioco e profondi mutamenti culturali con
conseguenze sconcertanti suscitano nuove sfide. La Chiesa non può mancare di
raccoglierle nella sua missione d’annunziare il Vangelo" (Congregazione
per l’Educazione Cattolica – Pontificio Consiglio per i Laici – Pontificio
Consiglio della Cultura, Presenza della Chiesa nell’Università e nella
cultura universitaria, 22 maggio 1994, n. 3).
L’iniziativa risponde alla celebrazione del Giubileo, si
svolge con il coinvolgimento delle Chiese locali, culmina nell’incontro con il
Papa, a Roma.
Un gesto di alto valore simbolico e di grande portata per il
rapporto fede-cultura: la Chiesa si fa luogo di promozione del sapere autentico,
in cui coglie un riflesso di Dio creatore, e offre l’illuminazione del Vangelo
a tutti gli uomini di buona volontà.
I Docenti cattolici sono rafforzati e sostenuti nel loro
impegno di soggetti attivi di nuova evangelizzazione nel campo della cultura.
Oltre lo scacco della
modernità
Il ‘divorzio’ tra fede e cultura (cf. En 20), oltre a
segnalare una sofferta marginalità della fede cristiana dal punto di vista
socioculturale ed esistenziale, registra l’estraneità della fede alle
categorie culturali e linguistiche dell’uomo contemporaneo. La Bibbia tanto più
diventa appassionato e appassionante testo di studio antropologico, letterario,
semantico, strutturale, tanto più si estranea dalla consuetudine quotidiana,
tanto meno è compagna nella vita di ogni giorno dell’uomo medio. Il problema
è quello di una fede che non è riuscita a comprendersi entro il paradigma
della modernità. Questa è la prima sfida. Questo processo ha radici lontane; e
a lungo si è consumato nei santuari della cultura dotta. Solo ora, però, che
la modernità, ormai nei suoi esiti estremi e cangianti, raggiunge e segna di sé
la mentalità diffusa nei suoi strati più ampi e popolari (sia pure in forme
non sempre rispondenti ai parametri e ai pronostici degli ‘intellettuali’),
solo ora tale estraneità e – quasi – incapacità si manifesta e viene colta
in tutta la sua inquietante portata.
Il fatto che questo fenomeno – alienazione culturale –
tenda oggi ad aggredire non solo la fede e la Chiesa, ma, più trasversalmente,
tutte le realtà istituzionali storiche non è di grande consolazione, né può
indurre a un attendismo rassegnato.
Bisogna rifuggire, inoltre, sia dal romanticismo (teologico)
che vede nelle culture altre solo aspetti interessanti e positivi, sia
dall’euforia del multiculturalismo, in cui l’elogio della differenza
supplisce surrettiziamente (e maldestramente) al vuoto dei contenuti e delle
identità. Una certa nozione di multiculturalismo rende invisibile la complessa
dinamica della società moderna [multiformità di culture primarie, divisioni di
classe, individualismo nutrito dal mercato, consumi, istituzioni democratiche…
minaccia della cultura secondaria = ‘colonizzazione’ degli ambienti vitali].
Questo pluralismo culturale ingenuo si attende magicamente apporti positivi da
una realtà che in sé è solo frammentata e dispersa.
Non è utile la mera giustapposizione multiculturale, che
lascia libero campo alle forze che tendono a disarticolare la società. Non è
possibile una vera integrazione (se non a prezzo di violenza culturale). E’
utile e fruttuosa la convergenza, da perseguire con lucidità finché non
diventi possibile articolare – in un quadro di pluralismo culturale – valori
pubblici comuni.
La celebrazione non retorica dell’evento giubilare spinge a
raccogliere la sfida. A partire da alcuni riferimenti sostanziali.
1. Fede e ragione
E’ qui chiamata in causa, anzitutto, la costitutiva
dimensione culturale della fede: non solo nel senso di cultura diffusa, ma nel
senso della capacità di esibire criticamente le proprie ragioni. Il sapere
della fede ha carattere di dignità culturale qualificata. Sotto questo
profilo, bisogna uscire dalla compressione culturale che il fatto e la parola
della fede hanno subito negli ultimi due secoli, fino ad apparire realtà agli
antipodi della scienza e del sapere. La fede, certo, è anzitutto dono di Dio e
rischiaramento dello Spirito; ma non per questo essa cessa di rivendicare con
dignità e con rigore la qualità razionale dei propri asserti e dei propri
processi. E’ compito urgente e primario sfatare nella opinione diffusa,
anzitutto in quel luogo simbolico della cultura che è l’Università,
l’immagine – per la verità ignorante e grossolana – di una fede
sprovveduta sotto il profilo della investigazione razionale. Questo è, ci
sembra, obiettivo primo del progetto culturale; ed è, senza dubbio, carattere
distintivo della pastorale universitaria. "Alla parresia della fede deve
corrispondere l’audacia della ragione" (Fides et Ratio, 48).
L’eclissi dell’aspetto cognitivo in merito alle ragioni
del credere è preoccupante. La cultura moderna tende a confinare la religione
fuori dei circuiti della razionalità. Non vere ragioni, argomentazioni, ma solo
opinioni. E’ urgente, in questo nostro tempo, riscoprire e riproporre con
chiarezza le ‘ragioni del credere’. Abolire ogni sana apologetica è rendere
un cattivo servizio alla evangelizzazione.
La ricerca delle ragioni del credere ha una profonda qualità
di umanesimo.
Inoltre, il sapere della fede illumina la ricerca
dell’uomo:
-
la interpreta umanizzandola: senza pretesa alcuna di
esclusiva, la prospettiva credente esprime la convinzione che "in realtà
solamente nel mistero del Verbo incarnato trova vera luce il mistero
dell’uomo… Cristo, che è il nuovo Adamo, proprio rivelando il mistero
del Padre e del suo amore svela anche pienamente l’uomo all’uomo e gli
fa nota la sua altissima vocazione" (GS 22);
-
la integra in un progetto trasparente, unitario e
costruttore di vita, strappandola alla tentazione del pensiero calcolatore,
che strumentalizza il sapere e fa delle scoperte scientifiche mezzi di
potere e di asservimento dell’uomo;
-
la orienta e la fa capace di discernimento, in merito
alle questioni che toccano il senso, il valore e l’integrità della vita.
In questo senso, la cultura si colloca nell’orizzonte della
sapienza biblica (cf. Sp 7,7ss).
2. Dentro la storia
Il rapporto tra Vangelo e storia è strettissimo: il
Cristianesimo si allontana decisamente dalla concezione di religione
‘separata’, relegata nel privato e nello ‘spirituale’, e rivendica con
forza la propria competenza a servizio dell’uomo nella sua interezza. "La
cultura è un terreno privilegiato nel quale la fede si incontra con
l’uomo" (Giovanni Paolo II, Discorso al Convegno ecclesiale di Palermo,
n. 3). Non si tratta di invasione di campo né di pretesa indebita. Al
contrario. Infatti, "generatrice qual è di cultura, la fede in Gesù reca
in sé al tempo stesso, l’esigenza di estendersi a tutti gli ambiti
dell’umano e ai vari settori della conoscenza, per manifestarvi quella luce
intellettiva che illumina le singole realtà e le diverse situazioni nelle quali
è in questione l’uomo, come pure quell’energia morale necessaria per
avanzare sulla via della verità e del bene in ogni circostanza e frangente del
vivere umano" (Giovanni Paolo II, Messaggio alla Pontificia Università
Lateranense, 7 novembre 1996, n. 3).
Il nostro tempo, così ricco di mezzi (almeno nei paesi
occidentali) si scopre drammaticamente povero di fini; privo di riferimenti
oggettivi e interpretativi globali, aggredito da un diffuso scetticismo sui
fondamenti stessi del sapere e dell’etica, l’uomo tende a ripiegare su
orizzonti ristretti e approdi temporanei. In questa concezione relativista, in
una concezione che esalta in modo assoluto il singolo e non lo dispone alla
solidarietà, incombe il rischio che la libertà si trasformi in arbitrio dei più
forti contro i più deboli, contraddicendo se stessa: "la libertà rinnega
se stessa, si autodistrugge e si dispone all’eliminazione dell’altro quando
non conosce e non rispetta più il suo costituivo legame con la verità. Ogni
volta che la libertà, volendo emanciparsi da qualsiasi tradizione e autorità,
si chiude persino alle evidenze primarie di una verità oggettiva e comune,
fondamento della vita personale e sociale, la persona finisce con l’assumere
come unico e indiscutibile riferimento per le proprie scelte non più la verità
sul bene e sul male, ma solo la sua soggettiva e mutevole opinione o,
addirittura, il suo egoistico interesse e il suo capriccio" (Evangelium
Vitae, 19).
L’ultima modernità, ha avviato un nuovo processo di
disincanto, quello dalla visione scientista del mondo; tuttavia, a differenza di
quello pronosticato in passato, esso non si prospetta come successo e
rafforzamento della ragione, ma come suo sconfitto ripiegamento. Con
l’inevitabile segmentazione dei rapporti interpersonali, resi sempre più
virtuali, quasi interfacciati dai ruoli e dalle funzioni, sempre meno partecipi
di un ambiente vitale di autentiche relazioni personali, sempre più disperse
nell’affollato crocevia delle figure funzionali. Dove il sapere decade a
strumento.
3. A servizio dell’uomo
Con la sua alta qualità umanistica, la fede cristiana
costituisce un fattore di richiamo e una presenza efficace a servizio di tutti
coloro che dedicano all’Università le loro energie e i loro pensieri al fine
di formare personalità robuste di professionisti, ricercatori, uomini di
cultura, protagonisti della vita civile e sociale. Perché la fede cristiana
costituisce illuminazione feconda dell’esistenza in ogni suo ambito: "La
fede infatti tutto rischiara di una luce nuova, e svela le intenzioni di Dio
sulla vocazione integrale dell’uomo, e perciò guida l’intelligenza verso
soluzioni pienamente umane" (GS 11).
In prima istanza, emerge l’esigenza di ricondurre
l’istituzione universitaria alla sua originaria ispirazione educativa. La
frammentazione del sapere e, soprattutto, la tendenza culturale diffusa a
interpretarlo strumentalmente impoveriscono l’Università e ne abbassano il
profilo. In questa prospettiva è necessario sottoporre a vaglio critico gli
ordinamenti degli studi, che troppo spesso si appiattiscono sulle richieste di
mercato, minimaliste e pragmatiche.
In questa linea l’Università affronta tempi e
problematiche nuove ritrovando se stessa: "Si ritorna così idealmente alle
radici dell’università, nata per conoscere e scoprire progressivamente la
verità. ‘Tutti gli uomini per natura desiderano sapere’ si legge
all’inizio della Metafisica di Aristotele. In questa sete di conoscenza, in
questo protendersi verso la verità, la Chiesa si sente profondamente solidale
con l’università… il fine che ha mosso e muove la Chiesa è solo quello di
offrire il Vangelo a tutti, e quindi anche all’università. Nel Vangelo si
fonda una concezione del mondo e dell’uomo che non cessa di sprigionare
valenze culturali, umanistiche ed etiche da cui dipende tutta la visione della
vita e della storia" (Giovanni Paolo II, Discorso al Forum dei Rettori
delle Università Europee, 19 aprile 1991).
4. Per una cultura di valori
La nostra prospettiva ribadisce con fermezza il carattere valoriale
della cultura. Il passaggio da una accezione umanistica a una meramente
sociologica della cultura ne segna il regresso a figura formale, senza
istanza di valore e senza proiezioni contenutisticamente contrassegnate: la
cultura è allora il nome che si dà a ciò che accade, comunque accada, senza
riguardo all’uomo e alla società. Questa neutralizzazione della cultura è lo
sfondo su cui prende forma la diffusa e nefasta neutralizzazione della
democrazia, dell’educazione ecc.
Rimossa la qualità cognitiva dai giudizi di valore, la presa
di posizione sì/no non esprime più pretesa di validità, ma soltanto pura
pretesa di potere. Viene respinta, perciò, la concezione di una cultura senza
istanze di valore, speculare a quell’altra, secondo la quale tutte le culture
sarebbero di uguale valore e dignità: neutralizzazione molto insidiosa. Deve
essere sfatato il mito della innocenza della cultura, così come respinto il suo
scadimento pragmatico (concezione funzionale: magazzino di strumenti a
disposizione). Nessun preconcetto e nessuna ‘classifica’ delle culture; ma,
certo, necessità di una valutazione di singoli aspetti e della ispirazione di
fondo: non solo legittima, ma necessaria. Infatti, è la cultura che conferisce
alla vita di una comunità concreta la sua particolare fisionomia storica. E’
quella dimensione del pensiero concreto che iscrive il vissuto di un individuo o
di un gruppo in un universo di senso. La fede cristiana valorizza la cultura nel
suo spessore di visione del mondo e della vita identificabile, e si pone come
forza ispiratrice, critica, produttrice di modelli culturali specifici.
"Dio, infatti, rivelandosi al suo popolo, fino alla piena manifestazione di
sé nel Figlio incarnato, ha parlato secondo il tipo di cultura proprio delle
diverse epoche storiche" (EN 63; cf. GS 38).
Non si tratta soltanto, però, di una prospettiva di
ermeneutica interpretativa. Piuttosto, a partire da una solida prospettiva
antropologica: "Dalla centralità di Cristo si può ricavare un
orientamento globale per tutta l’antropologia, e così per una cultura
ispirata e qualificata in senso cristiano. In Cristo infatti ci è data
un’immagine e un’interpretazione determinata dell’uomo, un’antropologia
plastica e dinamica capace di incarnarsi nelle più diverse situazioni e
contesti storici, mantenendo però la sua specifica fisionomia, i suoi elementi
essenziali, i suoi contenuti di fondo. Ciò riguarda in concreto la filosofia
come il diritto, la storiografia, la politica, l’economia. Incarnare e
declinare nella storia – per noi nelle vicende concrete dell’Italia di oggi
– questa interpretazione cristiana dell’uomo è un processo sempre aperto e
mai compiuto" (Camillo Card. Ruini, Intervento conclusivo al Convegno
ecclesiale di Palermo, 7). Ne viene ridisegnato tutto l’orizzonte della
precomprensione storico-esistenziale e tutta la visione della costruzione
sociale. Come insegna già il Vaticano II: "L’opera della redenzione di
Cristo, mentre per natura sua ha come fine la salvezza degli uomini, abbraccia
pure l’instaurazione di tutto l’ordine temporale. Per cui la missione della
Chiesa non è soltanto portare il messaggio di Cristo e la sua grazia agli
uomini, ma anche animare e perfezionare l’ordine temporale con lo spirito
evangelico" (AA 5). E’ la sostanza della Dottrina Sociale, costantemente
ribadita dal Papa Giovanni Paolo II.
Conclusione
Il Giubileo apre la ‘grande porta’ sul terzo millennio.
Per questa porta devono passare anzitutto i credenti, fatti consapevoli della
fecondità storica del Vangelo per la città degli uomini: dono di Dio per la
costruzione della civiltà dell’amore. La comunità cristiana deve essere
aiutata a camminare verso il Giubileo come esperienza significativa, capace di
rinnovamento e di nuovo impegno missionario. Per questo appare importante:
-
attivare una coscienza storica che favorisca la comunità
ecclesiale nella sua fatica di ricerca
-
aprire spazi (persone e strutture) in cui questo lavoro
di ricerca trovi opportuna e fruttuosa realizzazione
-
assumere alcune problematiche fondamentali dell’attuale
contesto storico come tema di riflessione e confronto ecclesiale, per
testimoniare in concreto come il Vangelo è in grado di illuminare e
orientare la loro soluzione. Si tratta di superare lo stadio generico e
declamatorio di troppa pastorale, per assumere coraggiosamente la dinamica
della presenza storica. Sono le tematiche dei Convegni scientifici
articolate nelle quattro aree.
- - -
[English]
Monsignor Sergio Lanza, one of the Pontifical Council for Culture’s
Consultors, approaches the Jubilee of Universities from what may, perhaps, be an
unusual perspective – that of culture. The fragmentation and, above all, the
increasingly widespread instrumentalisation of knowledge impoverish universities
and give them a lower profile. So there seems to be a need to restore to the
university system its original educational inspiration.
[Español]
Mons. Sergio Lanza, consultor del Pontificio Consejo de la Cultura,
presenta el Jubileo del Mundo Universitario desde la insólita perspectiva de la
cultura. En efecto, la fragmentación del saber y, sobre todo, la difusa
tendencia cultural a interpretarlo instrumentalmente empobrecen la Universidad.
Urge reconducir la Universidad a su vocación original.
[Français]
Mgr Sergio Lanza, Consulteur du Conseil Pontifical de la Culture, présente
le Jubilé du monde universitaire, dans une perspective peut-être insolite :
celle de la culture. En fait, la fragmentation du savoir et, par dessus tout, la
tendance toujours plus répandue à l’instrumentaliser, appauvrissent
l’Université et en altèrent la mission. D’où l’exigence de ramener
l’institution universitaire à son inspiration éducative des origines.