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JEAN-PAUL II                  -                    JOHN PAUL II
                          GIOVANNI PAOLO II             -              JUAN PABLO II

 

Inculturing the truths of the Gospel

 

At the beginning of a new millennium the Church in Thailand is being challenged to present the mystery of Christ in a way that corresponds to your people’s cultural patterns and ways of thinking, by drawing on the positive elements of Thailand’s great human patrimony. On the other hand, the process of inculturation calls for careful discernment on your part to ensure that the principles of compatibility with the Gospel and communion with the universal Church are fully respected. Clearly, inculturation is more than external adaptation, for it entails “the intimate transformation of authentic cultural values through their integration into Christianity and the insertion of Christianity in the various human cultures” (Redemptoris Missio, 52). I urge you to make continuing efforts in this field, so that the truths and values of the Gospel will be seen ever more clearly as responding to your people’s genuine spiritual and human needs and aspirations.

 

To the Bishops of Thailand in “ad Limina” visit, 16-11-2001.

 

 

Un nuevo humanismo en Europa

 

[…] Permitidme que os repita una vez más, especialmente a vosotros: “¡No tengáis miedo!”. “Remad mar adentro” e id con confianza al encuentro de Jesús, porque en él seréis libres y estaréis seguros, incluso cuando los caminos de la vida resultan abruptos e insidiosos. Fiaos de él, jóvenes universitarios de diversas naciones europeas. Acogerlo significa abrirle la riqueza de cada cultura y nación, exaltando su originalidad, en el dinamismo de un diálogo fecundo y en la articulación armoniosa de las diversidades.

“Una voz dice: «¡Grita!»” (Is 40,6). Esta exhortación del profeta resuena con singular vigor en nuestra asamblea litúrgica. Se dirige a vosotros, que formáis el mundo de las universidades y de la cultura. Queridos amigos, también vosotros debéis gritar. En efecto, no se puede callar la verdad de Cristo. Exige ser anunciada sin arrogancia, pero con firmeza y valentía. Esta es la parresía de la que habla el Nuevo Testamento, la cual debe caracterizar también el compromiso cultural de los cristianos. [...]

Europa necesita una nueva vitalidad intelectual. Una vitalidad que proponga proyectos de vida austera, capaz de compromiso y sacrificio, sencilla en sus aspiraciones legítimas, clara en sus realizaciones y transparente en sus comportamientos. Es necesaria una nueva valentía del pensamiento, libre y creativo, dispuesto a aceptar, desde la perspectiva de la fe, las exigencias y los desafíos que surgen de la vida, para mostrar con claridad las verdades últimas del hombre.

Queridos hermanos y hermanas, procedéis de diferentes naciones de Europa, de Oriente y Occidente. Sois como un símbolo de la Europa que debéis construir juntos. […]

Homilía durante la misa para los universitarios romanos como preparación a la Navidad, 11-12-2001.

 

 

Essere solleciti verso la cultura

 

[…] Occorre sottolineare il fatto, che sembra essere raramente messo in rilievo, che il Cardinale Wyszyński, sia come pastore, sia come uomo di stato, poneva un forte accento sul ruolo della cultura, intesa in senso ampio, nella formazione del volto spirituale della Chiesa e della nazione. Anzi, egli mai separava questi due campi nell’influsso esercitato dalla cultura. Tale questione doveva stargli molto a cuore, se nell’anno del Millennio, 1966, egli disse: “Gli studi sul nostro passato culturale, a causa del lavoro della Chiesa e dell’ispirazione che la Chiesa dà all’arte e ad ogni tipo di creatività, sono sempre aperti e molto auspicabili. L’attuale impoverimento del pensiero (…) evidenzia una sventura della cultura, sperimentata come conseguenza dell’abbandono delle ispirazioni religiose” (Varsavia, 23.06.1966).

Il passato culturale, il patrimonio dello sforzo creativo del pensiero e delle mani di generazioni animate dallo spirito di fede radicato nel Vangelo, è il fondamento dell’identità della nazione polacca. Il Primate del Millennio indicava giustamente la necessità di studiare questo patrimonio, di conoscere le fondamenta che mille anni prima furono poste sotto l’ispirazione che di generazione in generazione porta in sé la comunità della Chiesa, unita intorno a Cristo, colma di Spirito Santo, in cammino verso la casa del Padre. Non è questo il primo compito delle Università? Ancor più, non è questo il compito di un’Università che porta il nome del Primate del Millennio? Come la sede primaziale di Gniezno salvaguarda la tradizione religiosa di Sant’Adalberto, così la vostra Università salvaguardi il patrimonio culturale che in tale tradizione ha la sua fonte. Siate fedeli alla chiamata del Cardinale Stefan Wyszyński ad essere solleciti verso la cultura. […]

Ai tempi del Cardinal Wyszyński si doveva sottolineare l’importanza della cultura e della scienza per la sopravvivenza della nazione di fronte ai pericoli del totalitarismo. Sembra che oggi, continuando tale opera di fronte alle altre minacce portate dal nuovo secolo, si debba andare oltre. Osserviamo il processo di unificazione dei Paesi dell’Europa e della globalizzazione di numerosi settori della vita nel mondo. Questo processo non può attuarsi senza prendere in considerazione le tradizioni spirituali e culturali delle nazioni. Bisogna dunque provvedere affinché esso si svolga con una positiva, creativa partecipazione delle persone e degli ambienti responsabili alla cultura, alla conservazione e allo sviluppo del proprio retaggio di secoli. […]

 

Ai Membri del Senato accademico dell’Università “Kardynał Stefan Wyszyński” di Varsavia, Polonia, 15-12-2001.

 

 

Le dialogue entre les cultures

 

[…] L’exemple des deux frères, Cyrille et Méthode, nous indique la route à suivre aujourd’hui, celle du dialogue entre les cultures et entre les peuples, qui s’attache à respecter chacun dans son identité et ses richesses propres, mais aussi à l’ouvrir, au-delà de tout nationalisme étroit, à la connaissance et à la reconnaissance de l’autre. C’est là un chemin de paix exemplaire, qui impose de renoncer aux moyens de puissance et à toute volonté de domination, pour travailler ensemble au bien commun. C’est aussi un chemin de vérité, qui demande souvent de reconnaître les fautes commises dans le passé les uns contre les autres. C’est encore un chemin de justice, qui demande de réparer les torts et les dommages faits à autrui et de veiller au respect des droits et des devoirs de chacun. […]

Je me réjouis également de savoir que votre nation, dont la situation originale de pont entre l’Europe orientale et l’Europe du sud l’établit en quelque sorte comme une terre de rencontre et de tolérance, se fait un devoir de travailler, dans le concert des nations et particulièrement sur le continent européen, en faveur de la paix et de la coopération entre les peuples.

 

À l’Ambassadeur de Bulgarie auprès du Saint-Siège, 21-12-2001.

 

 

Cristo es nuestra paz

 

Supliquemos a Cristo el don de la paz para cuantos sufren a causa de conflictos antiguos y nuevos. [...] Que Cristo sea luz y apoyo de quienes, a veces contra corriente, creen y actúan en favor del encuentro, del diálogo y de la cooperación entre las culturas y las religiones. Que Cristo guíe en la paz los pasos de quienes se empeñan incansablemente por el progreso de la ciencia y la técnica. Que nunca se usen estos grandes dones de Dios contra el respeto y la promoción de la dignidad humana. ¡Que jamás se utilice el nombre santo de Dios para corroborar el odio! ¡Que jamás se haga de él motivo de intolerancia y violencia! Que el dulce rostro del Niño de Belén recuerde a todos que tenemos un único Padre.

 

Mensaje “Urbi et orbi” en la Solemnidad de la Navidad, 25-12-2001.

 

 

Exhortation apostolique Ecclesia in Oceania

 

7. I missionari portarono la verità del Vangelo che non è estranea a nessuno; ma talvolta alcuni cercarono di imporre elementi che erano culturalmente alieni a quei popoli. Ora vi è la necessità di un accurato discernimento per vedere ciò che appartiene al Vangelo e ciò che non gli appartiene, ciò che è essenziale e ciò che lo è meno. Un simile compito, occorre dirlo, è stato reso ancor più difficile a causa del processo di colonizzazione e di modernizzazione, che ha offuscato il confine fra ciò che è indigeno e ciò che è importato.

I popoli tradizionali dell’Oceania formano un mosaico di molte culture diverse: aborigena, melanesiana, polinesiana e micronesiana. Sin dai tempi della colonizzazione, anche la cultura occidentale ha modellato la regione. In anni recenti pure le culture dell’Asia sono divenute parte della scena culturale, particolarmente in Australia. Ciascun gruppo culturale, differente per grandezza e per forza, ha le proprie tradizioni e la propria esperienza di integrazione in una nuova terra. Essi vanno da società con forti caratteristiche tradizionali e comunitarie, a società di stampo principalmente occidentale e moderno. In Nuova Zelanda, e ancor più in Australia, le politiche di immigrazione coloniali e post-coloniali hanno reso gli indigeni una minoranza nella propria terra e un gruppo culturale espropriato in molti modi. […]

La diversité culturelle de l’Océanie n’est pas à l’abri du processus mondial de modernisation, qui a des effets à la fois positifs et négatifs. L’époque moderne a sans aucun doute mis en relief et a mieux souligné des valeurs humaines positives, telles que le respect des droits inaliénables de la personne, l’introduction de processus démocratiques dans les administrations et dans les gouvernements, le refus d’accepter la pauvreté comme structurelle et inchangeable, le rejet du terrorisme, de la torture et de la violence comme moyens de changement politique, le droit à l’éducation, aux soins médicaux et au logement pour tous. Ces valeurs, souvent enracinées dans le christianisme – même si ce n’est pas de manière explicite –, exercent une influence positive en Océanie ; et l’Église désire faire tout ce qui est en son pouvoir pour encourager ce processus.

Mais la modernisation a aussi des effets négatifs dans cette région, qui voit les sociétés traditionnelles se battre pour maintenir leur identité lorsqu’elles entrent en contact avec les sociétés occidentales sécularisées et urbanisées, et qu’elles subissent l’influence culturelle grandissante des immigrés asiatiques. Les Évêques ont notamment évoqué un affaiblissement progressif du sens religieux naturel qui a désorienté la vie morale et la conscience de ces peuples. Une grande partie de l’Océanie, en particulier l’Australie et la Nouvelle-Zélande, est entrée dans une ère marquée par une sécularisation croissante. La religion, spécialement le christianisme, est reléguée à la périphérie de la vie sociale et tend à être considérée comme une affaire strictement privée relevant de chaque personne, avec peu d’impact dans la vie publique. Les convictions religieuses et les éléments de la foi se voient parfois dénier leur rôle propre dans la formation de la conscience des peuples. De même, l’Église et les autres communautés religieuses ont de moins en moins voix au chapitre dans les affaires publiques. Dans le monde d’aujourd’hui, les technologies les plus avancées, une meilleure connaissance de la nature humaine et de ses comportements, les développements économiques et politiques mondiaux, posent de nouvelles et difficiles questions aux peuples de l’Océanie.

16. The process of inculturation is the gradual way in which the Gospel is incarnated in the various cultures. On the one hand, certain cultural values must be transformed and purified, if they are to find a place in a genuinely Christian culture. On the other hand, in various cultures Christian values readily take root. Inculturation is born out of respect for both the Gospel and the culture in which it is proclaimed and welcomed. The process of inculturation began in Oceania as immigrant people brought the Christian faith from their homelands. For the indigenous peoples of Oceania, inculturation meant a new conversation between the world that they had known and the faith to which they had come. As a result, Oceania offers many examples of unique cultural expressions in the areas of theology, liturgy and the use of religious symbols. […]

Inculturation, the “incarnation” of the Gospel in the various cultures, affects the very way in which the Gospel is preached, understood and lived. The Church teaches the unchanging truth of God, addressed to the history and the culture of a particular people. Therefore, in each culture the Christian faith will be lived in a unique way. […] “The Gospel is not opposed to any culture, as if engaging a culture the Gospel would seek to strip it of its native riches and force it to adopt forms which are alien to it”. It is vital that the Church insert herself fully into culture and from within bring about the process of purification and transformation.

An authentic inculturation of the Gospel has a double aspect. On the one hand, a culture offers positive values and forms which can enrich the way the Gospel is preached, understood and lived. On the other hand, the Gospel challenges cultures and requires that some values and forms change. […] The process of inculturation engages the Gospel and culture in “a dialogue which includes identifying what is and what is not of Christ”. Every culture needs to be purified and transformed by the values which are revealed in the Paschal Mystery. In this way, the positive values and forms found in the cultures of Oceania will enrich the way the Gospel is preached, understood and lived.

 

 

Aprire la conoscenza e la cultura alla fede

 

San Tommaso d’Aquino, di cui lunedì scorso abbiamo celebrato la festa, osservava che “genus humanum arte et ratione vivit” (In Arist. Post. Analyt., 1). Ogni conoscenza immediata e scientifica va rapportata ai valori e alle tradizioni che costituiscono la ricchezza di un popolo. Attingendo a quei valori che accomunano e insieme distinguono un popolo dall’altro, l’Uni­versità diviene cattedra di una cultura a misura veramente umana e si pone come ambiente ideale per armonizzare il genio individuale di una nazione e i valori spirituali che appartengono all’intera famiglia degli uomini.

Ella, Signor Rettore, ha poc’anzi richiamato quanto ebbi a ricordare alcuni anni or sono, che cioè l’uomo vive una vita veramente umana grazie alla cultura. Cultura e culture non devono porsi in contrapposizione tra loro, bensì intrattenere un dialogo arricchente per l’unità e la diversità del vivere umano. Siamo qui in presenza di una pluralità feconda, che permette alla persona di svilupparsi senza perdere le proprie radici, perché l’aiuta a conservare la dimensione fondamentale del proprio essere integrale.

La persona è soggettività spirituale e materiale, capace di spiritualizzare la materia, rendendola docile strumento delle proprie energie spirituali, e cioè dell’intelligenza e della volontà. Al tempo stesso, essa è in grado di dare una dimensione materiale allo spirito, di rendere cioè incarnato e storico quanto è spirituale. Si pensi, ad esempio, alle grandi intuizioni intellettuali, artistiche, tecniche, divenute «materia», cioè concrete e pratiche espressioni del genio, che le ha concepite in antecedenza nella propria mente.

Questo cammino non può prescindere da un confronto leale a tutto campo con i valori etici e morali connessi con la dimensione spirituale dell’uomo. La fede illumina il quadro di riferimento fondamentale dei valori irrinunciabili iscritti nel cuore di ciascuno. Basta guardare alla storia con occhi obiettivi, per rendersi conto di quanto importante sia stata la religione nella formazione delle culture e quanto abbia plasmato con il suo influsso l’intero habitat umano. Ignorare ciò o negarlo non rappresenta soltanto un errore di prospettiva, ma anche un cattivo servizio alla verità sull’uomo. Perché aver timore di aprire la conoscenza e la cultura alla fede? La passione e il rigore della ricerca nulla hanno da perdere nel dialogo sapienziale con i valori racchiusi nella religione. Da questa osmosi non è forse scaturito quell’umanesimo di cui va giustamente fiera la nostra Europa, oggi protesa verso nuovi traguardi culturali ed economici?

 

Discorso all’Università “Roma Tre” in occasione dell’inaugurazione del decimo anno accademico, 31-01-2002.

 

 

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ASIAN AND PACIFIC PRESENCE: HARMONY IN FAITH
U.S. Bishops’ Pastoral Statement
 

 

 

The following are excerpts taken from the U.S. Bishops’ Pastoral Statement entitled Asian and Pacific Presence: Harmony in Faith which was released on 3rd December, 2001. The text was overwhelmingly approved and is an expression of “heartfelt concern” for the Asian and Pacific people in the United States [The full text of the Pastoral Statement can be found in Origins January 3, 2002, Vol. 31, No. 29].

 

1. Though this pastoral letter is a teaching instrument about all of our Asian and Pacific sisters and brothers, most sections will focus on Asians from the South, South-east and East Asian regions since more than two-thirds of Americans of Asian heritage and a majority of recent immigrants are from these regions.

2. Asian and Pacific American communities exhibit great complexities and disparities. Their challenge is that of diversity – ethnicity, language, culture, place of birth, religious tradition, recency of U.S. arrival and endowment of human capital. They are among the best endowed and yet the least endowed of all Americans. They are among the best and the least educated.

3. Except for the Filipinos, the majority of Asian and Pacific people in the United States are followers of Buddhism, Confucianism, Hinduism and Islam.

4. Today the number of Asian and Pacific Catholics in the United States presents a difficult and complex question. Hard data is difficult to obtain or is non-existent. Bishop Joseph A. Fiorenza has pointed out that “Catholics from Asia, especially from the Philippines and Vietnam, make up the third largest group of people of color and account for about 2.6% of the Catholics in the United States”.

5. Many Asian and Pacific Catholics who migrated to this country came with a rich experience of being active lay members and ministers of the Church.

6. The arrival of immigrants – even of those who come bearing gifts of time, talent and treasure – creates challenges and tensions. The very gifts they bring challenge the Church to view itself and the world in a different perspective. Asian and Pacific communities present different ways of relating to other people, of believing, of praying, of being church.

7. Caught between seeming contradictions, many Asian and Pacific youth experience a deep identity crisis that becomes more serious as the communication and generation gap between the youth and elders widens.

8. Learning about inter-cultural communication is doubly important because it is needed not only to work effectively in various ministries, but also to help the different ethnic and cultural communities in our parishes understand what is happening to them. Sometimes it is mistakenly presumed that everyone knows all about intercultural communication because American society is multicultural.

 

In the conclusion the U.S. Bishops state: “By being authentically Christian and truly Asian in the footsteps of Christ, they have brought to us a more profound understanding of what it means to be truly Catholic. They have taught the church in the United States the meaning of harmony; the necessity of dialogue with their cultures, with other religions and with the poor; a renewed sense of family loyalty; the unity between diverse cultures and diverse Catholic Church communities; and the closeness of all God’s creation”.

 

 

 

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2002 – U.N. YEAR FOR CULTURAL HERITAGE
Resolution of the General Assembly of the United Nations
 

 

 

On November 21, 2001, the General Assembly of the United Nations adopted without votation the Resolution A/56/L.13 declaring the year 2002 as the United Nations Year for Cultural Heritage.

 

The General Assembly,

Recalling the international conventions dealing with the protection of cultural and natural heritage, including the Hague Convention for the Protection of Cultural Property in the Event of Armed Conflict of 1954[1] and its two Protocols,[2] the Convention on the Means of Prohibiting and Preventing the Illicit Import, Export and Transfer of Ownership of Cultural Property of 1970,[3] and the Convention Concerning the Protection of the World Cultural and Natural Heritage of 1972,[4] and recalling also the Recommendation on the Safeguarding of Traditional Culture and Folklore of 1989,

Welcoming the ratification of the Convention Concerning the Protection of the World Cultural and Natural Heritage by one hundred and sixty-seven State parties and noting the inscription of more than six hundred and ninety sites on the World Heritage List,

Mindful of the importance of protecting the world cultural tangible and intangible heritage as a common ground for the promotion of mutual understanding and enrichment among cultures and civilizations,

Noting the work already undertaken to protect the world cultural and natural heritage by the United Nations Educational, Scientific and Cultural Organization, including the international campaigns,

Welcoming the decisions adopted at the twenty-ninth and thirty-first sessions of the General Conference of the United Nations Educational, Scientific and Cultural Organization and the one hundred and sixty-first session of the Executive Board of the United Nations Educational, Scientific and Cultural Organization envisaging and calling for the proclamation of a United Nations Year for Cultural Heritage,

Taking into consideration the thirtieth anniversary of the Convention Concerning the Protection of the World Cultural, and Natural Heritage in 2002,

1. Proclaims the year 2002 as the United Nations Year for Cultural Heritage;

2. Invites the United Nations Educational, Scientific and Cultural Organization to serve as the lead agency for the year;

3. Also invites the United Nations Educational, Scientific and Cultural Organization to intensify, in collaboration with States, observers, relevant United Nations bodies, within their respective mandates, other international organizations and relevant non-governmental organizations, the implementation of programmes, activities and projects aimed at the promotion and protection of world cultural heritage;

4. Invites Member States and observers to promote education and raise public awareness to foster respect for national and world cultural heritage;

5. Calls upon Member States, observers, national and international organizations, non-governmental organizations and the private sector to make voluntary contributions to finance and support the activities aimed at. the promotion and protection of national and world culture heritage, including relevant activities of the United Nations Educational, Scientific and Cultural Organization;

6. Decides to devote one day of plenary meetings at the fifty-seventh session of the General Assembly, on 4 December 2002, to mark the end of the United Nations Year for Cultural Heritage, and encourages Member States and observers to be represented in those meetings at the highest level possible;

7. Requests the Secretary-General to report to the General Assembly at its fifty-eighth session on the activities performed during the United Nations Year for Cultural Heritage;

8. Decides to include in the provisional agenda of its fifty-seventh session the item entitled “United Nations Year for Cultural Heritage”.


[1] United Nations, Treaty Series, vol. 249, No. 3511
[2] Ibid., vol. 1125, Nos. 17512 and 17513.
[3] Ibid., vol. 823, No. 11806.
[4] Ibid., vol. 1037, No. 15511.


 

 

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CURIA ROMANA

 


 

 

NOMINATIONS AU CONSEIL PONTIFICAL DE LA CULTURE

 

Le 14 mai 2001, Sa Sainteté le Pape Jean-Paul II a nommé Membres du Conseil Pontifical de la Culture ad quinquennium les Éminents Cardinaux Louis-Marie Billé, Ivan Dias, Cláudio Hummes, Walter Kasper, Jorge María Mejía et José da Cruz Policarpo.

 

 


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