
I
FONDAMENTI E LA QUESTIONE ONTOLOGICA
Nello scorso mese di gennaio, dal
giorno 7 al giorno 10, si è tenuto presso la Pontificia Università Lateranense
un Congresso Internazionale su: I Fondamenti e la Questione Ontologica.
Prospettive per il Nuovo Millennio. Questo Congresso è stato organizzato
dall’IRAFS, International Research Area on Foundations of the
Sciences della Facoltà di Filosofia dell’Università
(http://www.pul.it/pul/irafs/irafs.htm), in collaborazione con l’UIP,
Université Interdisciplinaire de Paris, Francia, (http://www.uip.edu) e lo
SSQ,
Science and the Spiritual Quest, un programma di ricerca del CTNS,
Center for Theology and Natural Sciences di Berkeley, USA
(http://www.ctns.org), sotto l’Alto Patrocinio del Pontificio Consiglio
della Cultura.
Scopo del Congresso
Lo scopo del Congresso è stato
quello di presentare e discutere durante i quattro giorni del suo svolgimento la
situazione e le prospettive dell’indagine sui fondamenti in tre differenti aree
della ricerca scientifica: «Logica e Matematica», «Fisica e Cosmologia» e
«Scienze Cognitive», con un’attenzione speciale alle implicazioni ontologiche
dello studio sui fondamenti in ciascuno di questi campi. Queste implicazioni
sono state in maniera specifica discusse nella quarta sezione del Congresso
dedicata alle «Connessioni Ontologiche».
L’attenzione alle questioni
ontologiche è giustificata da due fattori:
1.
Innanzitutto per il grande pubblico, ciò che è realmente interessante nel
dibattito sui fondamenti non sono i tecnicismi sul formalismo delle teorie
scientifiche, ma le conseguenze dell’uso di differenti linguaggi formali per una
conoscenza dell’oggetto reale d’indagine di una data teoria scientifica.
Per esempio, la gente non è
interessata, a proposito dell’ipotesi sul «big-bang» in cosmologia, a sapere se
esso debba considerarsi o meno una «singolarità» del continuo spazio-temporale
della teoria generale della relatività. Invece il grande pubblico è interessato
a sapere che cosa l’ipotesi del «big-bang» può dirci sull’origine dell’universo
in cui viviamo e, semmai, se dal punto di vista religioso, essa può fornire una
base fisica ragionevole al dato di fede di una creazione dell’universo da parte
di Dio.
2.
Un secondo fattore rende il dibattito ontologico sui fondamenti così
importante nell’orizzonte scientifico contemporaneo. Soprattutto in campi quali
la fisica quantistica o le scienze cognitive, le acquisizioni più recenti nel
dibattito sui fondamenti nei rispettivi campi, riguardano proprio la natura
degli oggetti reali di questi tipi d’indagine.
Riguardo alla fisica quantistica, le
scoperte riguardo alla cosiddetta «non-località» dei fenomeni nella fisica
dell’infinitamente piccolo stanno cambiando profondamente il punto di vista
moderno sulla natura dello spazio e del tempo, come pure le «vecchie»
convinzioni sul determinismo nella realtà fisica. Con «non-località quantistica»
s’intende infatti la capacità di due particelle di uno stato quantico ad
interagire simultaneamente (di essere entangled), quasi fossero dotate di
capacità «telepatiche». Ebbene, negli ultimi vent’anni, è stato scoperto che
questi fenomeni avvengono non solo quando le particelle sono vicinissime, ma
anche quando sono estremamente lontane l’una dall’altra – fino a 12 km di
distanza! Se si pensa che l’unità di misura quantistica, dove «è normale» che
avvengano questi fenomeni di entanglement è dell’ordine dei 10-8
cm (100 milionesimi di centimentro, il raggio di un atomo), la suddetta distanza
(1,2 milioni di centimetri) vuol dire salire di ben 14 ordini di grandezza,
moltiplicare cioè l’unità quantistica per centomila miliardi di volte! Si
comprende allora perché una gran parte delle relazioni che nel Congresso hanno
trattato questioni di fisica sia nella Sezione di cosmologia, sia nella Sezione
di ontologia hanno trattato delle profonde implicazioni che questi fenomeni
hanno sul nostro modo di considerare l’ontologia della realtà fisica.
D’altro canto nelle scienze
cognitive, ci troviamo di fronte ad un drastico cambio di paradigma
nell’interpretare la natura della mente e delle operazioni mentali, soprattutto
la conoscenza. Invece d’interpretare la conoscenza nei termini moderni di
rappresentazione «interna» di una realtà «esterna» come nelle filosofie di
Cartesio, Hume e Kant – e dove dunque, per questo preconcetto
rappresentazionistico si era costretti ad attribuire una consistenza puramente
ipotetica alla realtà esterna medesima –, i modelli basati sul principio
d’intenzionalità sembrano più adeguati a corrispondere all’evidenza
neurologica e psicologica attualmente disponibile. Si tratta infatti – come si è
molto insistito nelle relazioni della Sezione di scienze cognitive – di modelli
dove il flusso di conoscenza viene interpretato nei termini dell’«arco
intenzionale» fra l’agente e il mondo. «Non appena l’agente acquisisce una
determinata abilità – ha affermato testualmente Deyfus –, queste abilità vengono
“immagazzinate” non come rappresentazioni nella mente ma come disposizioni
sempre più raffinate a rispondere alle sollecitazioni di percezioni sempre più
raffinate a loro volta, della situazione corrente».
Da un altro punto di vista, questa
focalizzazione sulle implicazioni ontologiche della ricerca scientifica hanno
consentito al nostro Congresso di fornire un duplice contributo:
·
Agli scienziati
impegnati nella ricerca su fondamenti, ha fornito l’occasione – invero sempre
più rara – di presentare e discutere gli ultimi risultati della loro ricerca;
·
Ai filosofi e anche ai
teologi ha fornito un contributo perché le loro ricerche sui risultati e le
applicazioni delle scienze naturali e matematiche, possa basarsi anche sulla
ricerca fondazionale condotta indipendentemente all’interno di ciascuna
disciplina. Ciò potrà fornire un non piccolo aiuto per evitare incomprensioni e
conclusioni affrettate.
I
relatori
L’aspetto certamente più
qualificante del Congresso, capace di suscitare l’interesse anche della stampa
italiana, è stato certamente l’alto livello dei relatori invitati a dare il loro
contributo. E’ stato questo il risultato più immediato della collaborazione
delle istituzioni internazionali impegnate nell’organizzazione di questo evento.
Per evidenziare l’altissimo livello
scientifico del nostro Congresso, è sufficiente dare solo la lista dei relatori.
Ogni commento ulteriore sarebbe superfluo.
·
Per la Sezione
«Matematica e Logica», Edward Nelson, Princeton University, USA (chairman);
Pierre Cartier, École Normale Supérieure de Paris, France; Bengt Nordström,
Chalmers University of Technology, Göteborg, Sweden; Simon Kochen, Princeton
University, USA.
·
Per la Sezione «Fisica
e Cosmologia», Roger Penrose, Oxford University, GB (chairman); Anton Zeilinger,
Wien Universität, Austria;
Paul Steinhardt, Princeton University, USA; Joe Silk, Oxford University, GB;
Lyman Page, Princeton University, USA.
·
Per la Sezione
«Scienze Cognitive», Walter Freeman (chairman) e Hubert Dreyfus, ambedue
dall’Università di Berkeley, USA; Arthur Peacocke, Oxford University, GB; Philip
Johnson-Laird, University of
Princeton, USA; Rodolfo Llinàs, University of New York, USA.
·
Per la Sezione sulle
«Implicazioni Ontologiche», Bernard D’Espagnat, Institut de France, Paris
(chairman); John Polkinghorne, Cambridge University, GB; Basarab Nicolescu,
Université de Paris, France; Philip Clayton, Harvard University, USA.
Il livello scientifico dei relatori
ha ottenuto un risultato duplice ed in qualche modo inaspettato.
Innanzitutto ha coinvolto tutti i
relatori e il pubblico presente nella sala, non solo a partecipare attivamente a
tutte le Sezioni con molte domande alla fine di ogni relazione – malgrado gli
argomenti trattati fossero molto specialistici e talvolta anche molto distanti
fra loro, almeno per i non addetti ai lavori – ma anche a partecipare
attivamente a ciascuna delle tavole rotonde che alla fine di ogni Sezione la
concludeva. Abbiamo partecipato – e anche organizzato – nella nostra attività
professionale molti simposi e congressi in diverse parti del mondo. E’ stata la
prima volta, però, in questo Congresso che ci è accaduta una simile cosa. Ogni
giorno era difficile concludere in tempo la tavola rotonda, malgrado durasse più
di un’ora, per le molte persone che volevano intervenire.
Naturalmente questo grosso
coinvolgimento ha fatto sì che anche molte relazioni interpersonali si
stringessero fra i relatori, e anche fra e con gli scienziati e gli studenti
presenti nel pubblico. Si tratta di una dato molto importante, perché la
conoscenza personale fra ricercatori, ai vari livelli, è la condizione
necessaria per futuri lavori comuni oltre che spesso il motivo principale per
partecipare a Congressi da parte dei ricercatori stessi. Ciò che in un Congresso
viene detto si può leggerlo negli Atti. Le relazioni interpersonali possono
stringersi solo partecipando personalmente all’evento.
Il secondo risultato è stato
l’attenzione al Congresso riservata dal primo quotidiano economico nazionale «Il
Sole 24 Ore», il più venduto in Italia e in Europa. Non solo il nostro Congresso
è stato annunciato sul suo prestigioso Supplemento Culturale Domenicale letto da
centinaia di migliaia di lettori in tutta Italia, ma stiamo trattando per la
possibilità di pubblicare un ampio resoconto speciale dell’evento in uno dei
prossimi numeri del Supplemento. Le molte centinaia di richieste che stiamo
ricevendo in queste settimane, chiedendoci i testi delle relazioni dei diversi
Autori, testimoniano l’interesse che è stato suscitato in tutta Italia e non
solo dall’evento. In ogni caso stiamo terminando la raccolta di questi testi che
saranno disponibili on line sul sito web dell’IRAFS,
http://www.pul.it/irafs/irafs.htm, a partire dall’ultima settimana di febbraio.
Prospettive
L’interesse per le questioni
ontologiche suscitate dalla ricerca scientifica è dunque evidente. Ciò che
spesso dal grande pubblico non è ancora molto conosciuto è che attualmente la
ricerca ontologica è uno dei programmi di ricerca interdisciplinare più
promettenti (e anche sempre più massicciamente finanziati), a cavallo fra
logica, linguistica, informatica, filosofia e praticamente ciascuna delle
discipline scientifiche, naturali ed umane oggi coltivate. Questo fenomeno è
legato, da una parte, al progresso della ricerca nella logica simbolica e nella
filosofia analitica degli ultimi cinquant’anni, ormai ben lontane dal
riduzionismo della prima metà del secolo scorso legato alla loro origine
all’interno del movimento neo-positivista. D’altra parte, l’interesse alla
ricerca ontologica ha ricevuto un tremendo impulso negli ultimi dieci anni
dall’urgente bisogno di rigorosi strumenti trans-culturali e trans-disciplinari
richiesti dal fenomeno impetuoso della globalizzazione in ogni campo della
ricerca scientifica, economica, sociale, culturale e ormai anche religiosa della
nostra società ormai di dimensione mondiale.
In questa situazione, non è
sorprendente la nascita di una nuova disciplina a metà strada fra l’analisi
metafisica, logica e linguistica chiamata «ontologia formale». E non è
sorprendente che uno dei più promettenti settori di sviluppo in tutto il mondo
di questa neonata disciplina è la sua inaspettata applicazione informatica,
chiamata «ingegneria dell’ontologia formale» (formal ontology engineering).
Per aiutare il lettore – sicuramente sconvolto da queste nostre affermazioni,
abituato com’è alle geremiadi esistenzialiste sull’oblio dell’essere nella
cultura contemporanea – a rendersi conto di quanto sia diffuso questo programma
di ricerca anche per un dialogo fra filosofia e scienza, lo invitiamo a visitare
il sito web http://www.formalontology.it. Attualmente è il sito Internet più
completo e aggiornato sull’argomento, indispensabile per avere uno sguardo
d’insieme immediato su quanto nel mondo si fa in questo campo, anche attraverso
la vasta bibliografia continuamente aggiornata ivi suggerita, nonché attraverso
il gran numero di collegamenti ad altri siti nel mondo dedicati a questo tema.
Per comprendere brevemente cosa
sia l’ontologia formale, è necessario ricordare che il potere della scienza
moderna, come G. Leibniz per primo comprese all’inizio dell’età moderna, è
legato all’uso del linguaggio formale, «libero da contenuti (content-free)»
della matematica. Ogni scienziato usa formule (matematiche) per comunicare con
altri scienziati in una maniera non-ambigua. Per comprendere infatti cosa
significa una formula matematica, non è necessario condividere tutto il
background culturale dell’inventore di quella formula e men che mai essere
convinto della sua verità o utilità per un certo problema: è sufficiente
conoscere le regole sintattiche del linguaggio matematico. Nondimeno, anche lo
scienziato deve usare il linguaggio ordinario – italiano, francese, inglese,
tedesco… – quando vuole illustrare ad altre persone (se stesso compreso, quando
riflette in un secondo momento sulla propria teoria) la sua teoria scientifica
formalizzata. La principale differenza fra i linguaggi ordinari e i linguaggi
formali è così che i primi sono «dipendenti dal contenuto (content-dependent)»
i secondi «liberi da contenuti». Per questa ragione, quando vogliamo parlare di
qualcosa (le teorie scientifiche formali incluse) è necessario usare il
linguaggio ordinario. E per questa stessa ragione ogni ontologia, filosofica,
religiosa o teologica usa i linguaggi ordinari per esprimere i suoi propri
contenuti.
La falsa dicotomia che ha bloccato
la mentalità moderna nella falsa contrapposizione fra le due culture è perciò
presto detta. Se si usano i linguaggi formalizzati delle scienze, si hanno
linguaggi non ambigui, resi universali dalla semplice conoscenza di regole
sintattiche, mediante i quali gli scienziati possono comunicare esclusivamente
fra di loro, senza alcun riferimento né ai loro rispettivi e diversi background
culturali, né con alcun impegno ontologico sull’esistenza o meno dei propri
oggetti in senso extra-linguistico. In tal modo si può minimizzare l’utilizzo
del tempo per la comprensione reciproca e massimizzare tutte le risorse alla
soluzione dei problemi. D’altro canto, un’ontologia che si affida esclusivamente
all’uso dei linguaggi ordinari per esprimere i propri contenuti sembra «più
democratica» in quanto chiunque può condividere il processo comunicativo, senza
una specifica preparazione di tipo scientifico. Ma questa è solo apparenza: di
fatto la mancanza di ogni linguaggio formale di tipo simbolico, opportunamente
adattato ad esprimere contenuti ontologici, costringe gli agenti del processo
comunicativo a dover condividere di fatto, per la mancanza di
qualsiasi esplicitazione delle regole di costruzione delle
espressioni linguistiche, la più gran parte del background culturale l’uno
dell’altro per riuscire a comprendere senza fraintendimenti ciò che l’uno
intendeva davvero comunicare all’altro con una data formula o espressione
linguistica. E senza una previa comprensione di ciò che qualcuno intende
con una data espressione, è impossibile comprendere l’oggetto a cui questa
espressione si riferisce. L’ontologia sembra così condannata ad un
indefinito processo alle intenzioni.
In altri termini, per questa
dicotomia, l’ontologia – e dunque la metafisica, la religione e la teologia, che
sono le forme di ontologia che caratterizzano una data cultura – sono state
confinate nella prigione delle ideologie. Perpendicolarmente ai linguaggi
formali delle scienze moderne, l’ontologia sembra essere concepita per
massimizzare il tempo dedicato alla reciproca comprensione, così da minimizzare
il tempo dedicato alla definizione – e ancor meno, perciò – alla soluzione dei
problemi comuni. Ogni progresso diviene così straordinariamente lento, se non
del tutto impossibile: ars longa vita brevis, sentenziavano con tanta
sapienza gli antichi! Se questa situazione non era poi così tragica in un’epoca
dove le ideologie erano confinate in una ben definita «nicchia» territoriale e
temporale, per le difficoltà della comunicazione sia fisica che informazionale,
questa situazione non è più sostenibile in un’epoca globale come la nostra. Per
esempio, com’è possibile tollerare che i problemi legali di un commercio
mondializzato siano lasciati al «libero gioco delle interpretazioni» dei diversi
sistemi giuridici o addirittura di singoli giudici? O com’è possibile che i
formalismi delle diverse teorie scientifiche, quando trasferiti dall’accademia
al pubblico dominio e anche al pubblico utilizzo per supportare decisioni
etiche, politiche, amministrative o anche semplicemente industriali o
commerciali – non meno importanti e decisive per la vita e il benessere di
migliaia se non milioni di uomini –, siano di nuovo oggetto di «libere
interpretazioni», dove ognuno è autorizzato a leggere e utilizzare i dati
scientifici come meglio crede? O com’è possibile tollerare che le differenti
religioni siano ridotte a sempre più violenti strumenti di conflitto fra
integralismi opposti?
Una via percorribile per cominciare
ad uscire da questa impasse è stata trovata negli ultimi cinquant’anni e
solo ora comincia ad essere utilizzata sistematicamente e conosciuta dal grande
pubblico. Essa consente che si vada oltre ed anzi si possa supportare in forma
di condizione sufficiente l’indispensabile buona volontà per un dialogo, che
rimane ineliminabile condizione necessaria per qualsiasi comunicazione efficace.
Consiste nella chiara distinzione fra la logica estensionale della matematica e
dei linguaggi formali e la logica intensionale dei linguaggi ordinari,
dipendenti da un contenuto, propri delle differenti ontologie. Si presti
attenzione ad un punto fondamentale: la formalizzazione dei linguaggi ordinari,
mediante l’uso della logica simbolica di tipo intensionale, è del tutto
differente da quella cui siamo abituati nella logica simbolica di tipo
estensionale propria della matematica e della scienza. Le logiche intensionali e
i loro simbolismi sono finalizzati non a eliminare le differenze fra le diverse
ontologie, secondo un programma riduzionista, quale quello della filosofia
analitica neo-positivista della prima metà del ‘900 che, appunto, pretendeva di
usare i formalismi della logica matematica come criterio di sensatezza di ogni
linguaggio, giungendo perciò a eliminare come privi di senso tutti i linguaggi
non-scientifici.
Al contrario, l’uso dei modelli di
logica intensionale è finalizzato non a ridurre, bensì ad evidenziare le
differenze fra le differenti ontologie, rendendole esplicite, così da
minimizzare le ambiguità e le supposizioni tacite e facilitare la reciproca
comprensione. In una parola: l’uso di simbolismi intensionali è un
indispensabile strumento di onestà intellettuale per chiunque voglia
davvero far capire ciò che intende dire. In una parola, se ciascuno degli agenti
di un processo comunicativo, fa lo sforzo di formalizzare le sue convinzioni e
le sue intenzioni, è possibile vedere dove le differenze realmente si trovano.
In questo modo, diviene fattibile anche trovare, quando è possibile, soluzioni
comuni che non contraddicano ciò che è davvero essenziale per ciascun sistema di
convinzioni. Questa formalizzazione delle differenti ontologie mediante modelli
di logica intensionale (logiche modali, epistemiche, temporali, deontiche, etc.)
è ciò che s’intende coll’espressione «ontologia formale».
Per sintetizzare, la logica
intensionale è lo strumento formale per il dialogo fra le differenti culture in
tutti i campi delle discipline umanistiche, da quelle giuridiche, a quelle
etiche, a quelle filosofiche, fino alle discipline teologiche. Essa è anche uno
strumento formale per un dialogo effettivo fra discipline umanistiche e
scientifiche contro la tentazione di reciproche riduzioni e, oggi soprattutto,
di reciproche strumentalizzazioni. Infine, per comprendere come l’ontologia
formale possa riguardare anche il progresso informatico, se vogliamo che
Internet non divenga lo strumento di un’impossibile globalizzazione, tendente a
nullificare le reciproche differenze culturali – impossibile perché, come già
drammaticamente visto, porterà solo alla ribellione violenta di chi si sente, a
torto o a ragione, minacciato nella sua identità –, oppure se vogliamo che le
nuove tecnologie possano essere usate anche da popolazioni povere, addirittura
non alfabetizzate, occorre «aprire» gli stessi linguaggi formali dei nostri
computer ai differenti linguaggi ordinari. Infatti, rendere i diversi database –
veri thesauri della ricchezza spirituale e materiale dell’uomo
post-moderno – realmente accessibili a chiunque, richiede necessariamente l’uso
e l’integrazione informatica di modelli intensionali di linguaggio formalizzato.
Un primo, limitato esempio di cosa sia possibile realizzare mediante la neonata
disciplina, dal nome apparentemente assurdo, dell’«ingegneria dell’ontologia
formale», può trovarsi nell’avanzata realizzazione del progetto del Governo
Indiano del «simputer» (simple computer). Esso usa come tasti solo
simboli dell’esperienza ordinaria, dando indietro all’utilizzatore umano le sue
istruzioni non in forma scritta sul video, dove appaiono solo immagini, ma in
forma verbale usando quattro fra i più diffusi dialetti. In tal modo il simputer
può essere usato da ogni capovillaggio e dalla sua popolazione analfabeta,
consentendo loro l’accesso ad Internet, almeno per quelle funzioni dove quel
tipo d’interfaccia è stato già sviluppato.
Non è così una vana speranza
aspettarsi che, come lo sviluppo della logica matematica, estensionale, durante
l’età moderna è stato il segreto dell’incredibile sviluppo della scienze
moderne, lo sviluppo della logica intensionale e dell’ontologia formale, sarà il
motore di un analogo progresso in tutte le discipline umanistiche della nostra
età post-moderna. Lo sviluppo pacifico e sostenibile del nostro mondo e, allo
stesso tempo, il superamento del terribile divide tecnologico dipendono
da questo dialogo rinnovato fra le culture, quella scientifica e quella
umanistica innanzitutto.
Nel nostro Congresso, molti
contributi, soprattutto di quegli scienziati con una competenza specifica nei
linguaggi filosofici e teologici – come Pierre Cartier, Basarab Nicolescu e John
Polkinghorne –, se non filosofi e teologi essi stessi – come Hubert Dreyfus,
Philip Clayton e Arthur Peacocke – si sono tutti mossi in questa direzione,
anche se quasi nessuno ha fatto riferimento esplicito a termini come «logiche
intensionali» o «ontologia formale», che poi sono solo etichette, a ben
guardare, di un contenuto ben più ricco e articolato. In questo senso, il nostro
Congresso ha costituito solo un primo passo di un viaggio che speriamo lungo e
fruttuoso.
Ringraziamenti
Per concludere, vorremmo
ringraziare gli amici che hanno condiviso con noi l’onere e l’onore
dell’organizzazione e della realizzazione di questo Congresso: Sarah Jones
Nelson, dell’Università di Princeton; Jean Staune e Tom MacKenzie, dell’UIP;
Philip Clayton, Direttore del Prognamma SSQ2 del CTNS di Berkely; Melchor
Sanchez de Toca del Pontificio Consiglio per la Cultura. Senza il loro aiuto e
la loro amicizia questo Congresso non avrebbe potuto, né aver luogo né ottenere
tanto successo. Anche questa fruttuosa integrazione di competenza scientifica e
professionale, con contenuti tipicamente umani, quali l’amicizia e la passione
etica e religiosa, sono dei segni pieni di promesse della nuova era che siamo
chiamati a costruire.
Gianfranco
Basti & Antonio Luigi
Perone