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MISCELLANEA


Presentazione del libro Fede e Cultura
32º Conferencia General de la Unesco
Hildesheimer Romseminar
Conseil de l’Europe : Forum Interculturel à Sarajevo
Semana de trabajo del Consejo Pontificio de la Cultura en Colombia

Summarium


 

 

 

FEDE E CULTURA. ANTOLOGIA DI TESTI DEL MAGISTERO PONTIFICIO DA LEONE XIII A GIOVANNI PAOLO II

 

E’ stato presentato l’11 dicembre 2003, nell’Aula Giovanni Paolo II della Sala Stampa della Santa Sede, il volume Fede e Cultura. Antologia di testi del Magistero Pontificio da Leone XIII a Giovanni Paolo II a cura del Pontificio Consiglio della Cultura, pubblicato dalla Libreria Editrice Vaticana.

 

 

Intervento del Card. Paul Poupard

 

Viene presentata oggi una singolare pubblicazione: questo poderoso volume di ben 1574 pagine. Il suo titolo è Fede e Cultura, due semplici parole, ma ricche di significati ampi e profondi, di risonanze sconfinate nella storia umana. Il sottotitolo, Antologia di testi dal Magistero Pontificio da Leone XIII a Giovanni Paolo II, focalizza il periodo di questo dialogo ininterrotto tra fede e cultura.

Vengono naturali alcuni quesiti: Perché questa pubblicazione? Perché un’Antologia e non un Enchiridion? Perché da Leone XIII a Giovanni Paolo II? A chi è destinato?

 

1. Perché questa pubblicazione?

L’opportunità di offrire un’opera di questo respiro risponde al desiderio di rendere più accessibile il Magistero Pontificio, ponendo in luce la sensibilità e l’intreccio con la cultura del tempo, mettendolo a disposizione di tutti coloro che sono impegnati nella evangelizzazione delle culture e l’inculturazione del Vangelo, che vanno di pari passo.

Scorrendo l’indice tematico del volume, ben 158 concetti, si resta colpiti dalla varietà e dalla puntualità dei temi tracciati dal Magistero Pontificio in più di cento anni: dalle arti alla tecnica, dalle ideologie alla famiglia, dallo sport alla politica, dalle università alla identità culturale, dalla globalizzazione alla inculturazione, etc.

 

2. Perché un’Antologia dei nove ultimi Papi?

Il Magistero Pontificio si svolge in un determinato contesto culturale e il pubblicare un enchiridion culturalis, con la finalità di essere esauriente compilando testi integrali, avrebbe rischiato di essere una sorta di tautologia. L’Antologia invece, è un florilegio, una selezione dei brani evidenziati secondo l’ottica trasversale della Pastorale della Cultura.

L’intento di questa Antologia è dunque quello di presentare diversi momenti e atteggiamenti pastorali degli ultimi nove Papi, segnando la continuità e l’innovazione di un dialogo fra fede e cultura, nella complessa missione di inculturare ed evangelizzare la cultura. Il ventesimo secolo ha segnato una pagina di trasformazioni paradigmatiche nello sviluppo della scienza, della tecnologia e dell’informatica, nonché degli orientamenti politici ed economici, che hanno influenzato in modo decisivo la morfologia delle culture contemporanee.

 

3. Quali sono i destinatari di questa Antologia?

La finalità è duplice: divulgazione e ricerca. Una presentazione tematica del Magistero Pontificio in campo culturale, contribuisce indubbiamente alla scelta e alla impostazione di metodi pastorali adeguati. Fornisce per di più una più sicura consapevolezza nella osservazione delle realtà umane. Presenta, infine, principi di discernimento pastorale dei cambiamenti culturali odierni che rappresentano una forte sfida per la Nuova Evangelizzazione.

Questo importante lavoro di ricerca e divulgazione si offre come strumento utile di consultazione per le Conferenze Episcopali, le Commissioni di Cultura e gli addetti ai diversi programmi di Pastorale della Cultura. D’altra parte, apre un campo di ricerca alle Università e agli Istituti di Teologia e Scienze Religiose, nonché ai Centri Culturali. Anche i professori delle facoltà di Filosofia, Teologia, Scienze Sociali, Educazione e dei Seminari, troveranno punti di riferimento per adeguare il ricco patrimonio dottrinale della Chiesa al linguaggio attuale, ravvivando la ricerca di una armoniosa sintesi tra la fedeltà e creatività di questo terreno pastorale.

Non di meno questo volume è per voi giornalisti, con la sua raccolta dei temi vari ed attuali, mi auguro che vi troviate un aiuto al vostro complesso servizio di comunicare.

 

4. Cosa è la fede?

Se la fede viene identificata come la risposta dell’uomo alla rivelazione di Dio nella storia, il cui culmine è Gesù Cristo, è chiaro che la risposta stessa in quanto umana, e quindi storica, s’inserisce nella cultura vissuta.

Cosa è la cultura? Se riprendiamo la definizione usata dall’Unesco dal 1982, cultura come “L’insieme dei tratti distintivi, spirituali e materiali, intellettivi e affettivi, che caratterizzano una società o un gruppo sociale. Essa comprende, oltre alle arti e alle lettere, i modi di vita, i diritti fondamentali dell’essere umano, i sistemi di valori, le tradizioni e le credenze”.

Questa definizione viene anticipata già nel Concilio Vaticano II, per il quale la cultura indica: “tutti quei mezzi con i quali l’uomo affina ed esplica le molteplici sue doti di anima e di corpo, procura di ridurre in suo potere il cosmo stesso con la conoscenza e il lavoro; rende più umana la vita sociale sia nella famiglia che in tutta la società civile, mediante il progresso del costume e delle istituzioni; infine, con l’andar del tempo, esprime, comunica e conserva nelle sue opere le grandi esperienze e aspirazioni spirituali, affinché possano servire al progresso di molti, anzi di tutto il genere umano” (GS 53). Fede e cultura sono due compagni inseparabili del cammino umano, mentre la fede mostra la destinazione e la scia, la seconda indica il ritmo e la distanza mancante.

 

5. 1890-2002, uno sguardo di simpatia critica

Sulla copertina viene giustamente riportato un frammento del manoscritto dello storico discorso all’Unesco del Papa Giovanni Paolo II: “Il significato essenziale della cultura consiste […] nel fatto che essa è una caratteristica della vita umana come tale. L’uomo vive di una vita veramente umana grazie alla cultura” (§1128). Fu dopo quell’intervento del Papa, quando ero Rettore dell’Istituto Cattolico di Parigi, che ho ricevuto l’invito a venire a Roma per la creazione del Pontificio Consiglio della Cultura.

Leone XIII mostra un concetto dinamico nel rapporto fede/cultura: “Richiamarsi ai precetti della sapienza cristiana e conformare profonda­mente ad essi la vita, i costumi e le istituzioni dei popoli è cosa che ogni giorno più appare necessaria”.

Pio X non finisce di sorprenderci con la sua visione di 92 anni fa, quando le Chiese erano ancora piene, nel delineare alcuni tratti del complesso movimento New Age: “grande movimento (di apostasia organizzato in ogni paese) per stabilire ovunque una chiesa universale che non avrà né dogmi, né gerarchia, né regole per lo spirito (§151).

Benedetto XV e Pio XII mostrano la convinzione che la fede cristiana non può essere rinchiusa nell’ambito del privato, anzi è fermento di pace internazionale. Mostra di esso è quel concetto di cultura che all’epoca era denominato Civiltà (§§208 e 627).

Pio XI chiamava questa proposta nella enciclica Divini Redemptoris: nuova civiltà universale.

Giovanni XXIII, 40 anni fa, nella enciclica Pacem in terris, indirizzava un invito al discernimento e alla azione culturale per quella civiltà: “Non basta essere illuminati dalla fede ed accesi dal desiderio del bene per penetrare di sani principi una civiltà e vivificarla nello spirito del Vangelo. A tale scopo è necessario inserirsi nelle sue istituzioni e operare validamente dal di dentro delle medesime (§438). Civiltà che Paolo VI e Giovanni Paolo II hanno presentato come civiltà della solidarietà (§840) e dell’amore (§1286).

Paolo VI al nominare la pace come progresso, nell’Enciclica Populorum Progressio del 1967, Martedì di Pasqua mi ricordo bene, poiché era la mia prima conferenza alla Sala Stampa, non fa altro che richiamarsi al concetto già espresso da Benedetto XV nella enciclica Pacem Dei munus del 1920: “Non occorre che ci dilunghiamo troppo a dimostrare come l’umanità andrebbe incontro ai più gravi disastri, se, pur conclusa la pace, continuassero tra i popoli latenti ostilità e avversioni. Non parliamo dei danni di tutto ciò che è frutto della civiltà e del progresso, come dei commerci e delle industrie, delle lettere e delle arti, le quali cose fioriscono soltanto in seno alla tranquilla convivenza dei popoli (Cfr. §201).

Giovanni Paolo II mi disse un giorno proprio all’inizio del suo Pontificato, lavorando già per creare il Pontificio Consiglio della Cultura: “Sans pastorale de la Culture, il n’y a pas de Pastorale du tout. Certezza messa nella lettera autografa di fondazione del Pontifico Consiglio della Cultura, il 20 maggio 1982: “Una fede che non diventa cultura è una fede non pienamente accolta, non interamente pensata, non fedelmente vissuta” (§1273).

Desidero concludere ringraziando vivamente per questo lavoro di appro­fondimento, tutti coloro che hanno prestato servizio presso il Pontificio Consiglio della Cultura. Il loro impegno è stato coordinato dal Rev. Padre Fabio Duque Jaramillo, fino a pochi giorni fa Sotto-Segretario di questo Dicastero, nominato alla fine dello scorso mese di novembre Vescovo della Diocesi di Armenia in Colombia. Il suo lavoro è un filiale omaggio al Santo Padre per i venticinque anni del suo Pontificato così ricco per la fede e la cultura, e allo stesso tempo, un servizio alla Chiesa, espressamente invitata ad impegnarsi in un rinnovato annuncio del Vangelo, coadiuvato da una feconda pastorale della Cultura.

 

*     *     *

 

Il 9 gennaio 2003, nel quadro di una udienza privata, il Cardinale Paul Poupard, assieme allo staff del Pontificio Consiglio della Cultura, ha presentato il volume Fede e Cultura. Antologia di testi del Magistero Pontificio da Leone XIII a Giovanni Paolo II al Santo Padre, quale omaggio per il XXV anniversario del suo Pontificato.

 

 

Discorso del Santo Padre

 

Signor Cardinale,

carissimi componenti del Pontificio Consiglio della Cultura!

Grazie per questa vostra visita: a ciascuno rivolgo il mio cordiale benvenuto. Saluto, in particolare, il Card. Paul Poupard, vostro Presidente, e gli sono riconoscente per le cortesi parole indirizzatemi a nome di tutti i presenti.

Il libro che oggi mi presentate raccoglie i testi più significativi dei Papi, da Leone XIII ad oggi, circa il rapporto tra la fede e la cultura. Il volume è una ulteriore testimonianza che nel corso dei secoli il magistero pontificio ha sempre coltivato una visione positiva dei rapporti tra Chiesa e protagonisti del mondo della cultura. L’ambito culturale costituisce, infatti, un significativo areopago dell’azione missionaria della Chiesa.

Durante questi anni, anch’io, seguendo le orme dei miei venerati Predecessori, ho cercato di intrattenere un costante dialogo con gli esponenti della cultura, presentando all’uomo del terzo millennio il messaggio salvifico di Cristo.

Carissimi, Iddio vi accompagni nel vostro quotidiano lavoro. Su di voi invoco la costante protezione di Maria, Sede della Sapienza, perché renda fruttuosi i vostri sforzi per la diffusione del Vangelo. Con tali sentimenti, di cuore vi benedico insieme a tutte le persone a voi care.

 

 

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32º CONFERENCIA GENERAL DE LA UNESCO

 

Del 9 al 14 de octubre de 2003 Fray Fabio Duque Jaramillo, ofm, Subsecretario del Consejo Pontificio de la Cultura, participó como Delegado de la Santa Sede en las deliberaciones de la IV Comisión, en el marco de la 32º Con­ferencia General de la Unesco, celebrada en la sede parisina de este organismo.

La agenda de esta Comisión preveía los siguientes puntos:

  1. Examen y aprobación del Proyecto de Programa y Presupuesto para 2004-2005.

  2. Preparación del Proyecto de Programa y Presupuesto para 2006-2007.

  3. 2004 Año Internacional de Conmemoración de la Lucha contra la Esclavitud y su Abolición.

  4. Proyecto de modificación de los Estatutos del Fondo Internacional para la Promoción de la Cultura.

  5. Anteproyecto de Convención Internacional para la salvaguardia del patrimonio cultural inmaterial.

  6. Conveniencia de elaborar un instrumento normativo internacional sobre la diversidad cultural.

  7. Aplicación de la Convención sobre las medidas que deben adoptarse para prohibir e impedir la importación, la exportación y la trasferencia de propiedad ilícitas de bienes culturales (1970).

  8. Proyecto de Declaración de la Unesco relativa a la destrucción intencional del patrimonio cultural.

  9. Jerusalén y la aplicación de la Resolución 31 C/31.

10. Aplicación de la Resolución 31 C/43 relativa a las instituciones educativas y culturales en los territorios árabes ocupados.

Una agenda tan densa conllevó un trabajo asiduo y constante y la prolongación de las sesiones más allá del horario previsto. Las delegaciones se mostraron muy interesadas en los puntos relativos al Proyecto de programa para el 2004-2005, así como en los primeros pasos para la elaboración del proyecto y presupuesto para el 2006-2007. Los delegados participaron activamente sobre todo en los temas candentes de la diversidad cultural y la salvaguardia del patrimonio cultural inmaterial. No pocos aprovecharon la ocasión también para dar a conocer las prioridades de sus respectivas políticas culturales, que con frecuencia constituyen meros excesos retóricos.

Ha quedado patente que las políticas culturales de los países no siempre se basan en los valores culturales de sus pueblos, sino que se hayan condicionadas por la posibilidad de obtener ayudas económicas de las naciones ricas. Sigue percibiéndose un ambiente de una mal entendida laicidad de los Estados y de separación radical entre la Iglesia católica y los Estados. So capa de laicidad se pretende despojar las culturas de su dimensión religiosa, o bien reducir la fe a mera expresión cultural. En este último aspecto juega un papel preponderante la Unión Europea, abanderada por Alemania y Francia, con una política fuertemente hostil al cristianismo, que no es sino la reafirmación del silencio de la futura Constitución Europea acerca de las raíces cristianas. En este punto, la posición de Estados Unidos es diferente, pues acepta la dimensión cultural del hecho religioso sin reducirlo a una mero folklore. Sin embargo, detrás del interés USA hay con frecuencia un marcado aspecto económico.

El regreso de Estados Unidos de América como miembro a pleno derecho de la Unesco ha marcado también los trabajos de la Comisión. Su regreso fue saludado con entusiasmo en la sala, sin que ello obstara para el anti-americanismo de muchas intervenciones. Por otra parte, este regreso compromete seriamente la posición de la Santa Sede, pues el reglamento de funcionamiento de las Comisiones prevé la intervención de los Estados Observadores sólo tras los Estados Miembros. Mientras Estados Unidos era Miembro Observador, los observadores podían intervenir de hecho en cualquier momento del debate. Con el retorno a la aplicación del reglamento, las intervenciones de éstos tienen lugar sólo al final, ante una Asamblea ya cansada, con un considerable recorte del tiempo de intervención, lo que puede acabar relegando a la Santa Sede al nivel una Organización no Gubernamental (ONG). Hay que decir, con todo, que, en general, las intervenciones de la Santa Sede son escuchadas con agrado.

En las discusiones se pudo apreciar una polarización de los delegados en dos bloques bien definidos: el primero coloca la economía como parámetro fundamental para valorar la acción cultural de los diferentes países. Esta posición se halla representada principalmente por Estados Unidos, que en esta Conferencia regresaba como miembro de pleno derecho. La otra línea, que aglutina la mayoría de los países, se pronuncia por una defensa de las culturas, especialmente aquellas amenazadas de desaparición, exigiendo que sean respetadas como una riqueza y patrimonio de la humanidad.

Los dos temas principales –Convención internacional para la salvaguardia del patrimonio cultural inmaterial y la elaboración de un instrumento normativo internacional sobre la diversidad cultural–, fueron ampliamente discutidos. También aquí se apreciaron dos tendencias, expresión de los dos grupos anteriormente mencionados. Para la tendencia neoliberal, la cultura es importante, en cuanto factor económico de productividad. Los países en vía de desarrollo, por el contrario, luchan por defender sus culturas y valores, ya que la globalización, a pesar de sus aspectos positivos, es una amenaza para la diversidad cultural. En estas posiciones falta el equilibrio entre la riqueza de la diversidad, por una parte, y la apertura a otras culturas, por otra.

Un consenso importante se logró en la convención para la salvaguardia del patrimonio cultural inmaterial, así como acerca de la conveniencia de elaborar un instrumento normativo internacional para la diversidad cultural. La Santa Sede está llamada acompañar este proceso de la reflexión desde la perspectiva del desarrollo integral de la persona humana y la riqueza que representa la cultura para cada persona.

 

 

 

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HILDESHEIMER ROMSEMINAR

 

E’ un programma impegnativo, fitto di incontri da mattina alla sera, quello che si nasconde dietro il termine “Hildesheimer Romseminar”, cioè Seminario romano di Hildesheim. Si tratta di una iniziativa di S.E.R. Mons. Josef Homeyer, Vescovo diocesano di Hildesheim, affidata alla direzione di Mons. Nikolaus Wyrwoll, voluta “affinché aumenti la sensibilità dei sacerdoti della diocesi per la dimensione globale dell’impegno della Chiesa tramite il contatto diretto con le autorità centrali della Santa Sede”, come aveva proposto in una sua lettera il Segretario di Stato di Sua Santità, il Cardinale Angelo Sodano, al Vescovo di Hildesheim.

Nell’ambito di questo seminario, svoltosi con regolarità da diversi anni, nel 2003 due gruppi – uno di una quindicina di giovani parroci e un altro composto da sacerdoti e da collaboratori laici – si sono recati a Roma e durante il loro soggiorno di quattro giorni hanno visitato più di dieci dicasteri della Curia Romana, come anche la Pontificia Università Gregoriana e la Pontificia Accademia Ecclesiastica.

Nella loro visita al Pontificio Consiglio della Cultura, il 13 e il 21 novembre 2003, sono stati ricevuti da Mons. Gergely Kovács, il quale ha presentato il Dicastero: un breve percorso storico dalla fondazione ai nostri giorni e l’impegno concreto nella promozione dell’incontro tra il messaggio salvifico del Vangelo e le culture, indicandone i compiti affidati ad esso. Infine, ha risposto alle domande, nell’ambito di un dialogo molto fruttuoso.

 

 

 

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CONSEIL DE L’EUROPE : FORUM INTERCULTUREL À SARAJEVO

 

Du 10 au 12 décembre 2003, le Comité Directeur de la Culture du Conseil de l’Europe a organisé à Sarajevo, en Bosnie-Herzégovine, en coopération avec le Centre International de la Paix et le soutien de la Fondation du Japon, un Colloque d’experts sur le thème : « (Re)penser les stéréotypes : La construction du dialogue interculturel et interreligieux ». Le Projet Dialogue interculturel et prévention des conflits, du CDCult, se proposait d’analyser les sources et les mécanismes à l’origine des conflits entre communautés culturelles et religieuses, d’où le choix d’une réflexion sur les « stéréotypes ».

Ce premier Forum Interculturel fait suite à la « Déclaration d’Opatija »(1) sur « Le nouveau rôle et les nouvelles responsabilités des ministres de la culture pour initier le Dialogue interculturel, dans le respect de la diversité culturelle », adoptée le 22 octobre 2003, en Croatie, par les Ministres de la Culture des pays signataires de la Convention européenne. Ce texte recommande, pour assurer son suivi et son application, d’« organiser dans une ville symbolique de la diversité et de la démocratie culturelle un Forum Interculturel annuel afin de suivre au plus près et d’encourager les différents développements du dialogue interculturel ».

Chercheurs, personnalités politiques, artistes, représentants des grandes religions, médiateurs culturels se sont joints aux membres du CDCult pour : s’interroger sur les sources des stéréotypes ; examiner, en partant d’exemples pratiques et théoriques, les moyens de « vivre avec les divergences » ; engager la réflexion sur le rôle des valeurs fondamentales dans la construction du dialogue. Le Père Laurent Mazas, du Conseil Pontifical de la Culture, représentait le Saint-Siège.

Les autorités religieuses de Sarajevo, invitées pour la séance d’ouverture, ont rappelé que dans la ville de Sarajevo, la cathédrale, les mosquées et les églises orthodoxes sont restées debout pendant la guerre. Le Cardinal Puljić a tenu à affirmer que même aux moments les plus tragiques du conflit, des passerelles ont toujours existé entre les « religieux ». Leur conviction partagée est que ce conflit n’a pas sa source dans la religion, mais que celle-ci a été tragiquement utilisée à des fins politiques, notamment nationalistes. « Ce qui est beau, vous en êtes fiers, ce qui est laid, vous en êtes responsables ». Cet avertissement de l’Imam de Sarajevo stigmatise la responsabilité de l’Europe. Or, pour exercer cette responsabilité, a souligné le Cardinal Archevêque, « l’Europe peut puiser dans ses fondements ». Le dialogue est possible entre les peuples, mais la « gestion post-conflit » n’est pas une affaire de mots : il s’agit de panser des blessures, qui sont profondes, et surtout d’exercer les droits pour tous : droit au travail, à la santé et à l’éducation. Aussi l’Europe doit-elle aider la Bosnie à sortir de sa grave crise sociale, économique, politique et morale : « En nous aidant, l’Europe s’aide elle-même ».

Les débats se sont développés autour de la nature du stéréotype, son processus de formation, son rôle – positif ou négatif – dans les rapports entre les personnes et les peuples. Les notions de respect, tolérance et pardon sont perçues comme des valeurs ou des pratiques qui permettent de sortir de l’impasse dans laquelle les stéréotypes risquent d’enfermer l’autre, tandis que l’apprentissage du « vivre-ensemble », l’acceptation des différences et la prise de conscience de l’enrichissement que permet la diversité sont rendus possibles par une juste éducation. Pour permettre l’édification d’une culture de la paix, le modèle éducatif doit suivre les principes suivants : ne pas tout dire, ne pas tout transmettre de nos haines et de nos sentiments à nos enfants(2); pour que cesse la peur, c’est l’ignorance qui doit être combattue ; abandonner les systèmes de comparaison et développer le sens de l’hétérogénéité, pour que la diversité soit accueillie comme une véritable richesse pour l’humanité.

Les médias apparaissent comme l’un des vecteurs qui contribuent le plus à la diffusion des stéréotypes, d’où la responsabilité de ceux qui gèrent la communication. Dans un monde en pleine mutation, les stéréotypes culturels changent profondément, et ces changements sont parfois largement manipulés par les médias. Il a été dit que le conflit de l’ex-Yougoslavie a été favorisé par les médias qui ont accentué, ces dernières années, la dramatique résurgence des affrontements ethniques.

La tolérance des différences est, certes, un premier pas pour aller à la rencontre de l’autre, mais il faut aller plus loin en étant capable de valoriser les divergences. D’où le rôle de l’éducation – « le plus court moyen d’encourager le respect d’autrui » –, la culture populaire – cinéma et littérature –, et les moyens de communication sociale. Le pardon apparaît comme nécessaire à la déconstruction des stéréotypes pour le changement des comportements. Les ombres du passé récent qui continuent de se projeter sur les communautés de la ex-Yougoslavie – signe de la fragilité de la paix –, montrent à l’évidence le rôle de l’éducation pour une culture de la paix. Si la tolérance porte sur les actions et non sur les êtres, le respect, lui, est dû aux êtres. Un philosophe et croyant musulman, renvoie chacun au fondement éthique de la croyance religieuse : « Il ne s’agit pas seulement de tolérer l’autre ; on lui doit reconnaissance et amour ». La croyance mène à la liberté intérieure. Quand elle devient idéologie, elle rend impossible le dialogue. Politisée, la prophétie devient instrument de domination. L’unité à laquelle les hommes sont appelés trouve son essence dans la transcendance et dans l’immanence de Dieu. Le vrai problème de l’homme existentiel est l’intériorisation de la foi. Ce ne sont pas les religions qui se rencontrent, mais les croyants. Pour reprendre Goethe : « La tolérance doit évoluer vers l’acceptation, autrement elle est une insulte ».

Qu’est-ce que recouvre le concept distant et ambigu de « respect » ? Il est obéissance : il s’agit de respecter une loi, un feu rouge, etc. Il est subjectif et se rapporte à la responsabilité du sujet : je respecte mes engagements. Il est distance : se tenir en respect, présenter ses respects. Tout ce qui est respectable implique un ordre ; or, quand l’ordre est injuste, le respecter c’est se faire complice de cette injustice. Le respect des traditions ne signifie pas l’adhésion au fondement de ces traditions : la foi morte peut se poursuivre dans une culture religieuse. Au niveau social, l’affirmation du respect renvoie à celle de l’ordre nécessaire de la société. Un stéréotype non respectueux est condamnable.

Selon le délégué du Saint-Siège, quatre thèmes méritent une attention particulière :

1. la religion, créatrice de culture, n’est pas objet de « tolérance », mais de « respect » ;

2. la violence ne peut être commise au nom de Dieu ; or, nous constatons que, même dans les Organismes Internationaux, le stéréotype qui identifie « religion et violence » ne cesse d’être promu ;

3. la croyance religieuse demande à être intériorisée par chacun des croyants, ce qui relève de leur liberté de conscience : nul ne peut forcer un croyant à vivre sa foi à la perfection. Les religions ne peuvent être condamnées pour les dérives de ceux qui se réclament d’elles.

4. le pardon doit être compris dans sa totalité qui engage : la culpabilité de la faute, qui demande d’être lucide et donc capable de se référer à la voix de la conscience, engage vis-à-vis de l’offensé. Il n’est vraiment pardon que s’il est finalisé par l’amour.

 

P. Jean-Marie Laurent Mazas, f.s.j.

Conseil Pontifical de la Culture

 

 

 

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SEMANA DE TRABAJO

DEL CONSEJO PONTIFICIO DE LA CULTURA EN COLOMBIA

 

El Cardenal Paul Poupard, Presidente del Consejo Pontificio de la Cultura, junto con otros oficiales del Dicasterio, mantuvieron una semana de trabajo en Colombia, del 25 de enero al 1 de febrero, con ocasión de la ordenación episcopal de Mons. Fabio Duque Jaramillo, hasta ahora Subsecretario de este Dicasterio, elegido como IV obispo de Armenia, Colombia.

El 26 de enero, en Medellín, la segunda ciudad del país, el Cardenal mantuvo un encuentro denominado Diálogos de la Catedral, que consiste en un coloquio con los representantes del mundo de la cultura. El Cardenal participó con la ponencia: La identidad católica de los pueblos de América, esperanza para el futuro, presentando los rasgos constitutivos que configuran su identidad, de donde extraer nuevas energía para la construcción de la sociedad del nuevo milenio. Al día siguiente, martes 27, inauguró el Año Académico en la Pontificia Universidad Bolivariana, la más prestigiosa de la ciudad y una de las más importantes del país, con una lección inaugural sobre Santo Tomás de Aquino y la vocación de la Universidad Católica.

El 28 de enero, el Cardenal, mantuvo una intensa jornada de trabajo en la sede de la Conferencia Episcopal de Colombia, encontrándose los Rectores de la Universidades más importantes de Colombia, así como con los miembros del Comité Permanente de la Conferencia Episcopal de ese País. Se trató de un encuentro de trabajo que mira a proyectar futuras iniciativas conjuntas en el ámbito de la evangelización de la cultura y de la inculturación de la fe en el continente americano. Durante este segundo momento fue presentado el Seminario de Formación para la Pastoral de la Cultura, importante proyecto elaborado por el Departamento de Cultura y Universidades de la Conferencia Episcopal de Colombia, cuya estructura se articula en base al documento Para una pastoral de la Cultura del Consejo Pontificio de la Cultura.

El 29 de enero tuvo lugar el encuentro del Cardenal Paul Poupard y el Secretario General del CELAM, los Secretarios Adjuntos y Ejecutivos de diversos Departamentos y Secciones del mismo. Este acontecimiento constituyó un momento de intenso intercambio, así como de perspectivas en orden a próximas colaboraciones. Se realizó en torno a tres intervenciones: 1) La presentación del Instrumentum laboris para la próxima Asamblea Plenaria en torno al problema de la no creencia. 2) El discurso del Cardenal Poupard a los presentes, en el que presentó una vista panorámica de los campos de pastoral de la cultura en el que el CELAM y el Consejo de la Cultura mutuamente han colaborado, señalando retos precisos. 3) El intercambio de perspectivas sobre los desafíos enunciados tanto en el Instrumentum laboris como en el Discurso del Cardenal. Entre las colaboraciones más inmediatas destaca la próxima publicación del Vademecum de Centros Culturales Católicos, en cuya traducción, adaptación y presentación han colaborado este Dicasterio, la Pontificia Universidad Católica de Valparaíso y el CELAM.

El día 29 en la tarde, el Cardenal abrió el año académico en la Universi­dad San Buenaventura, con una Conferencia denominada El Itinerarium de San Buenaventura y la paradoja de la velocidad. La propuesta sapiencial de un método. La conferencia propone una visión integral del saber y del cono­cimiento humano frente a la dispersión informativa, el ansia de inmediatez y el sincretismo religioso, inspirado en la conocida obra del Doctor Seráfico.

Por último la ordenación episcopal tuvo lugar el sábado 31 en la Catedral de Armenia, donde fue ordenado por primera vez en su breve historia –la diócesis fue creada en 1950– un obispo diocesano. A la celebración litúrgica participaron, junto a los cardenales Paul Poupard y Pedro Rubiano, más de 35 Arzobispos y Obispos.



(1) Cf. Francisco Javier Lozano, « Promouvoir le dialogue des cultures », in Cultures et Foi, XI – 4 (2003) p. 293-294.

(2) Le premier article de l’Édit de Nantes, promulgué en France en 1598 par Henri IV, stipule : « Que la mémoire de toute chose passée demeurera éteinte et assoupie, comme chose non advenue ».

 

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