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OTTAVA SEDUTA PUBBLICA DELLE PONTIFICIE ACCADEMIE

Contributo delle Pontificie Accademie all'umanesimo cristiano

 

I Martiri e le loro memorie monumentali,
pietre vive nella costruzione dell'Europa

6 novembre 2003

 

 

Indirizzo di saluto e apertura dei lavori del Cardinale Paul Poupard

 

Relazioni accademiche

Prof. DANILO MAZZOLENI
I martiri dei primi secoli nell'epigrafia paleocristiana come testimonianza per la nascita dell'Europa

Prof.ssa LUCREZIA SPERA
I sepolcri dei martiri come fondamenta dell'Europa cristiana

 

Messaggio di Sua Santità Giovanni Paolo II

 

Premio delle Pontificie Accademie

 


 

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INDIRIZZO DI SALUTO
E APERTURA DEI LAVORI
DEL CARDINALE PAUL POUPARD
 

Presidente del Pontificio Consiglio della Cultura

e del Consiglio di Coordinamento fra Accademie Pontificie

 

 

Eminenze ed Eccellenze Reverendissime,

Signori Ambasciatori,

Illustri Accademici,

Signore e Signori,

 

sono veramente lieto, ed onorato, di accogliervi per l'Ottava Seduta Pubblica delle Pontificie Accademie, riunite nel Consiglio di Coordinamento tra Accademie Pontificie, creato da Giovanni Paolo II per favorire lo scambio culturale tra le varie istituzioni che ne fanno parte e promuovere insieme un nuovo umanesimo cristiano, cioè una visione della vita e una cultura profondamente radicate in Cristo, Redentore dell'Uomo.

 

1. La Ottava Seduta Pubblica delle Pontificie Accademie ha come ambito di riflessione l'archeologia e la storia, il culto dei martiri ed i monumenti che ricordano e celebrano i testimoni della fede cristiana.

La Seduta è stata, pertanto, organizzata dalle due Accademie che hanno come centro delle loro riflessioni e delle loro attività la figura dei martiri ed i monumenti archeologici che li ricordano: la Pontificia Accademia Romana di Archeologia e la Pontificia Accademia “Cultorum Martyrum“.

Saluto, quindi, molto cordialmente i Signori Cardinali, Arcivescovi e Vescovi presenti, i signori Ambasciatori che ci onorano con la loro presenza, i Presidenti e gli Accademici delle Pontificie Accademie. Rivolgo un particolare saluto alla nuova Presidente dell'Accademia di Archeologia, la Professoressa Letizia Pani Ermini, e quindi a tutti gli amici che partecipano a questo solenne appuntamento annuale.

Un grazie cordiale e riconoscente va ai due illustri Relatori che, a nome delle due Accademie organizzatrici, ci offriranno le loro riflessioni, certamente interessanti.

Saluto e ringrazio, poi, i musicisti del quartetto d'archi, che allietano questa manifestazione e la rendono ancora più significativa con i brani musicali prescelti.

Vorrei, infine, rivolgere insieme a voi un affettuoso e grato pensiero a Mons. Victor Saxer, già Presidente della Pontificia Accademia Romana di Archeologia.

 

2. Ed è proprio al suo intervento, tenuto in questa sede il 3 novembre 1999, in occasione della Quarta Seduta Pubblica delle Pontificie Accademie, dedicata a “Il Martire identificato a Cristo, protomartire fedele“, che voglio rifarmi per questo mio indirizzo di saluto.

Così egli apriva il suo intervento: “La cultura contemporanea ha in gran parte perduto la consapevolezza dell radici cristiane. L'illustrano su un punto particolare ricerche 'sul tema del martirio'.“ (Atti della Quarta Seduta Pubblica, p.17).

A quattro anni di distanza tale affermazione appare ancora più evidente, oltrechè profetica. Proprio mentre la Comunità Europea si apre all'ingresso di nuovi Paesi, per arrivare ad essere composta di ben 25 Nazioni, e si sta lavorando a tappe forzate per definire il testo della Costituzione Europea, emerge con forza e con vivacità la problematica delle radici cristiane dell'Europa.

Il Santo Padre è tornato numerosissime volte sul tema, sia nei discorsi di accoglienza dei nuovi Ambasciatori di Paesi europei, accreditati presso la Santa Sede, sia negli Angelus dell'estate scorsa ed in ogni occasione in cui si presentava l'opportunità.

Come è possibile definire l'identità, e quindi i progetti futuri dell'Europa come “casa comune“ dei popoli, dimenticando la propria memoria storica, le radici da cui continua ad affluire anche nel presente la linfa vitale della consapevolezza di ciò che si è veramente?

Ecco allora la scelta della tematica da proporre in questa Ottava Seduta Pubblica delle Pontificie Accademie: “I Martiri, e le loro memorie monumentali: pietre vive nella costruzione dell'Europa“. Evidentemente pensiamo ai martiri dei primi secoli, le cui memorie monumentali sono ancor oggi méta di pellegrinaggio e punto di riferimento per le comunità cristiane. Ma non dimentichiamo certo i martiri che in altre epoche della storia hanno offerto la loro singolare testimonianza, fino a quelli del secolo appena trascorso.

Per offrire un effettivo e valido contributo alla costruzione di un'Europa che sia davvero casa comune e accogliente per tutti i popoli che abitano il Continente, dall'Atlantico agli Urali, per dare una vera anima a questa epocale realizzazione, i cristiani non possono dimenticare tutti coloro che, in duemila anni di cristianesimo, hanno vissuto la loro fedeltà a Cristo proponendo coraggiosamente quei valori che sono, e devono essere, alla base di ogni autentica convivenza umana: la dignità della persona umana ed il rispetto assoluto per la vita, la libertà di professare la propria fede, la solidarietà nei confronti dei più deboli, la pace che scaturisce dalla giustizia.

Durante il Grande Giubileo del 2000 abbiamo vissuto, il 7 maggio, una suggestiva commemorazione dei martiri del XX secolo, con una Celebrazione eucaristica presieduta dal Santo Padre ed una celebrazione ecumenica svoltasi davanti al Colosseo. Nell'Omelia Gioanni Paolo II ci ha ricordato che “L'esperienza dei martiri e dei testimoni della fede non è caratteristica soltanto della Chiesa degli inizi, ma connota ogni epoca della sua storia¼ La loro memoria – prosegue il Santo Padre – non deve andare perduta, anzi va recuperata in maniera documentata“. Concludendo l'omelia Egli lancia un vigoroso appello: “Resti viva, nel secolo e nel millennio appena avviati, la memoria di questi nostri fratelli e sorelle. Anzi, cresca! Sia trasmessa di generazione in generazione, perché da essa germini un profondo rinnovamento cristiano! Sia custodita come un tesoro di eccelso valore per i cristiani del nuovo millennio e costituisca il lievito per il raggiungimento della piena comunione di tutti i discepoli di Cristo!“ (La Traccia, giugno 2000, 387-389).

Questa Solenne Seduta Pubblica delle Pontificie Accademie vuole, dunque, rispondere a tale appello e concorrere a fare memoria di quanti, in due millenni di storia cristiana, hanno offerto la propria vita per Cristo e per i fratelli, divenendo così, davvero, pietre vive nella costruzione non solo dell'Europa ma di un mondo più umano, illuminato e fecondato dalla luce e dalla forza del Vangelo.

Cedo, ora, volentieri la parola ai due illustri Relatori di questa Seduta Pubblica, il chiarissimo professor Danilo Mazzoleni, della Pontificia Accademia Romana di Archeologia, e la Dott.ssa Lucrezia Spera, della Pontificia Accademia Cultorum Martyrum, vincitrice, nel 1999, della III Edizione del Premio delle Pontificie Accademie.

 


 

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I MARTIRI DEI PRIMI SECOLI
NELL'EPIGRAFIA PALEOCRISTIANA
COME TESTIMONIANZA PER LA NASCITA DELL'EUROPA
 

Relazione del Prof. Danilo MAZZOLENI
della Pontificia Accademia Romana di Archeologia

 

La ricca e preziosa documentazione offerta da molte decine di migliaia di epigrafi paleocristiane (soprattutto di carattere sepolcrale) offre lo spunto per condurre molte ricerche su tanti aspetti della società cristiana dei primi secoli, da quelli linguistici a quelli sociali, da quelli familiari a quelli che investono più propriamente la religiosità.

Non potevano mancare in tale contesto allusioni al culto martiriale e, passando in rassegna il materiale noto, si può agevolmente rilevare che ci sono diversi tipi di testi che possono contenere riferimenti a martiri: in primo luogo – e sono i più preziosi- gli epitaffi originali posti sulle tombe di questi testimoni della fede, o le lastre iscritte che, sempre nell’antichità cristiana, si sostituirono a quelle primitive in seguito alla monumentalizzazione di quei sepolcri; poi – per quanto riguarda soprattutto Roma - i celebri carmi di papa Damaso; i graffiti dei pellegrini, che talvolta invocano qualcuno di questi martiri; iscrizioni pertinenti a reliquiari; epigrafi funerarie di fedeli, in cui si cita la vicinanza con un sepolcro venerato; epigrafi votive; dediche di chiese, o elenchi di reliquie custodite in edifici di culto; didascalie di pitture, mosaici o altre raffigurazioni, mediante le quali viene chiarita l’identità del martire effigiato.

Si tratta, quindi, di una casistica quanto mai eterogenea, che trova molti riscontri a Roma, ma anche in altri centri del mondo cristiano antico. Non potendo ovviamente presentare una rassegna completa di tutti questi materiali, si è ritenuto preferibile classificarli tipologicamente, offrendo per ogni gruppo di iscrizioni un certo numero di esempi significativi, pertinenti certamente a Roma, ma anche ad altre località del mondo cristiano antico, limitando peraltro il discorso ai confini geografici dell’Europa, nell’ottica del tema generale di questa adunanza.

A mo’ di premessa, sembra opportuno rilevare che non potevano mancare molteplici relazioni fra le epigrafi cristiane e il culto dei martiri, vista la devozione dei fedeli che faceva loro desiderare di riposare in pace il più vicino possibile ai sepolcri venerati, o li spingeva ad intraprendere lunghi e faticosi viaggi per vedere le tombe di quei testimoni della fede e pregare su di esse.

Iniziando questo suggestivo itinerario da Roma, città che conserva una quantità preponderante di testimonianze epigrafiche, si può affermare che l’esame delle dediche offre molteplici spunti interessanti a questo riguardo, a cominciare dagli scarni epitaffi di età precostantiniana, contemporanei alle prime grandi persecuzioni, per proseguire poi con i celebri epigrammi di colui che per primo operò per favorire e incrementare il culto dei martiri, facendo incidere quelle che sono ritenute tuttora le più belle iscrizioni cristiane, papa Damaso, per finire con gli umili graffiti, tanto complessi spesso nella loro corretta interpretazione, quanto preziosi per i riferimenti o le allusioni che possono contenere ai personaggi venerati nelle diverse catacombe.

 

 

Gli epitaffi dei martiri

 

Solo in pochi casi si ha la fortuna di avere conservate le epigrafi originali che chiudevano il sepolcro dei martiri, denominate “eortologiche”[1] e un’unica volta nella Roma sotterranea avvenne che una di esse fosse ritrovata ancora integra. Accadde nel cimitero di S. Ermete, dove il 21 marzo 1845 il gesuita padre Giuseppe Marchi scoprì il loculo intatto di S. Giacinto, contenente ancora le sue spoglie, poi traslate prima a Piazza di Spagna e poi sul Gianicolo, nella chiesa del Collegio Urbaniano.

Quello che può destare meraviglia è l’estrema semplicità di questa lapide, pur essendo quella di un testimone della fede, vittima della persecuzione di Valeriano nel 258: vi si legge solo la data della deposizione, espressa come di consueto in Occidente secondo il calendario romano (tre giorni prima delle idi di settembre, ossia l’11 settembre), poi il nome e la qualifica di martyr, senza nessun altro simbolo cristiano o espressione elogiativa nei suoi confronti[2]. Inoltre, anche la qualità della grafia è certamente scadente: le lettere sono, come di consueto nei testi funerari cristiani, capitali attuarie rustiche, ma anche le linee, in cui il breve testo si dispone, mostrano notevoli irregolarità.

D’altronde, una simile stringatezza, con l’assenza di qualsiasi altro elemento accessorio, caratterizza anche le antiche lapidi sepolcrali di due pontefici martiri della cripta dei papi a S. Callisto, il luogo, ubicato nel secondo piano del primo cimitero comunitario romano, che accolse le deposizioni di nove papi fra il 230 e il 283 e di alcuni vescovi[3]. Anzi, in quel caso manca perfino l’indicazione del dies natalis (ossia del giorno della morte) e l’appellativo di martire – inciso successivamente da un’altra mano –, è indicato con una sigla, formata dal legamento di alcune lettere greche (m,r,t). Così si legge, con il termine episcopus usato ancora come epiteto del vescovo di Roma: “Fabiano papa martire”[4], o “Ponziano papa martire”[5]; e anche nella cripta di S. Cornelio della medesima catacomba la celebre iscrizione ritrovata nel XIX secolo da Giovanni Battista de Rossi recita: “Cornelio martire papa”[6], con la differenza che in quest’ultimo caso l’epigrafe è in latino e la qualifica di martyr è scritta per esteso, ma ugualmente è frutto di un’aggiunta successiva alla prima incisione della lapide.  Ponziano, papa dal 230 al 235, era nato a Roma; esiliato in Sardegna e condannato a lavorare nelle miniere dall’imperatore Massimino il Trace, morì in seguito agli stenti e il suo corpo fu traslato a Roma proprio dal suo successore, Fabiano, anch’egli martire e romano di nascita, che resse il pontificato dal 236 al 250 e cadde vittima della persecuzione di Decio. Cornelio, suo successore nel 251, non ebbe un lungo pontificato, perché l’anno successivo fu esiliato dall’imperatore Treboniano Gallo a Centumcellae, l’odierna Civitavecchia, dove dovette subire patimenti tali, che lo condussero alla morte. Anche le sue spoglie furono trasportate a Roma nella Cripta dei Papi.  

Fra gli epitaffi originari di martiri uno risulta oggi purtroppo perduto, ma fu visto e trascritto da Tiberio Alfarano nel 1574: si tratta dell’epigrafe posta sul sarcofago di santa Petronilla, deposta nel cimitero di Domitilla sulla via Ardeatina e traslata da Paolo I (757-767) nella rotonda detta di S. Andrea, annessa alla basilica di San Pietro in Vaticano.

Il testo era molto semplice[7] e riportava solo la dedica (da parte di anonimi genitori) alla dolcissima figlia Aurelia Petronilla, ma non vi compariva il titolo di martire e neppure esso era stato aggiunto successivamente. Ciò diede lo spunto per aprire una polemica talvolta animata da parte degli studiosi sulla effettiva storicità di questa martire, ma bisogna ricordare, in proposito, che la didascalia di un affresco, eseguito nella medesima catacomba nella seconda metà del IV secolo, dice inequivocabilmente: Petronella mart(yr)[8].Una testimonianza inoppugnabile ed antica per accreditare, quindi, la tesi che realmente Petronilla era stata una martire.

Bisognerà giungere all’epoca di papa Damaso per avere veri elogi dei martiri, nell’ambito degli interventi compiuti dal pontefice per rinsaldarne e diffonderne il culto. Ma saranno tutti epigrammi celebrativi, certamente importanti, ma composti almeno un sessantennio dopo la fine dell’ultima grande persecuzione e non opera di contemporanei. 

Allargando l’orizzonte al di fuori di Roma, in Romania si conservano interessanti epigrafi martiriali. A Niculiþel, nel distretto di Tulcea, nel 1971 fu trovato un insospettato martyrium a cupola emisferica, inserito nel presbiterio di una basilica a tre navate, preceduta da un atrio e da un nartece. All’interno del vano due iscrizioni dipinte in rosso sulle pareti dell’ambiente funerario ricordano in maniera quanto mai sintetica, ma esplicita, la deposizione di quattro martiri, citati anche dal Martirologio Geronimiano a Noviodunum (distante pochi chilometri dal luogo della scoperta) il 4 giugno: Zotico, Attalo, Kamasis e Filippo, chiamati “martiri di Cristo”, forse vittime della persecuzione dioclezianea[9]. I quattro scheletri erano integri e si tratta perciò di un evento quanto mai raro, di aver potuto rinvenire le spoglie intatte di questi testimoni della fede.

Altre indagini rivelarono al di sotto del piano delle deposizioni, a sinistra, un deposito di reliquie con una lapide in calcare fissata con calce, che diceva[10]: WDE K(aˆ) WDE ICWR MARTURWN, cioè “qui e là sangue di martiri”. Furono lì ritrovati frammentini di ossa di due uomini (di età compresa fra i 45 e i 55 anni), motivo per cui forse si trattava di una seconda deposizione di altri due martiri non meglio identificabili. Anche se resta tuttora discussa la data di costruzione della basilica (si propose la fine IV o gli inizi V secolo)[11], quello di Niculiþel fu certamente il più importante santuario della regione e il suo abbandono precipitoso forse si deve imputare ad un’improvvisa e devastante incursione barbarica, che non diede neppure il tempo di portar via le reliquie venerate.

Sempre nell’odierno territorio rumeno si può ricordare nel Museo di Costanza una dedica funeraria del IV secolo, purtroppo mutila, relativa ad un “martire di Cristo e vescovo”, di cui però non si conserva il nome[12].

Altre iscrizioni funerarie martiriali ci riportano in Italia, nel territorio di Aquileia, e più precisamente nel vicus denominato dalle fonti Aquae Gradatae, dove si conservavano le memorie di cinque martiri, Canzio, Canziano e Canzianilla, Proto e Crisogono. Tre testi epigrafici riguardano questi ultimi due personaggi: due sono incisi sulla fronte di sarcofagi, uno su quella che dovette essere una stele, in seguito segata e reimpiegata.

Si tratta di tre notevoli iscrizioni martiriali, che dovevano essere pertinenti alla primitiva memoria di San Proto, un ambiente rettangolare pavimentato a mosaico ed eretto sullo stesso sito, dove oggi si trova una piccola cappella del XVI secolo, successivamente sostituita da due aule più ampie, pure rettangolari e mosaicate [13].

Fu a lungo dibattuta un’intricata questione agiografica[14], inerente le figure di S. Proto e di S. Crisogono, ma indubbiamente l’esistenza di queste tre testimonianze ha un peso considerevole in merito, attestando che esisteva una tradizione consolidata riguardo ai due personaggi, per lo meno dal pieno IV secolo. Essa sarà successivamente confortata anche dalle immagini di Proto e Crisogono, soli martiri aquileiesi raffigurati nel mosaico con la teoria dei martiri della Basilica di S. Apollinare Nuovo a Ravenna[15].

Si ha l’impressione che le epigrafi dei due sarcofagi non siano proprio coeve, per cui si può accettare l’ipotesi, a suo tempo avanzata[16], di una maggiore antichità relativa dell’iscrizione incisa sul sarcofago di Crisogono rispetto a quella di Proto, ma a sua volta la dedica della stele sembrerebbe – sia pure di poco anteriore ad essa[17]. Per cui si concluse che “i due sarcofagi, comunque votivi, potrebbero essere venuti a sostituire rispettivamente la stele di Proto, rimastaci, ed una ipotetica ed analoga di Crisogono perduta”[18].

Ad entrambi i sarcofagi fa riferimento già una fonte del 1521, Giovanni Candido[19], che comunque doveva aver ripreso la notizia della loro esistenza da altri, senza averli visti personalmente, poiché egli riporta i testi in maniera del tutto inesatta ed arbitraria. Nel primo (che non risulta in buono stato di conservazione), all’interno di uno spazio rettangolare, si legge su tre righe la stringata dedica al beatissimo martire Crisogono[20]. La qualità dell’incisione appare piuttosto scadente, con sensibili irregolarità nel modulo delle lettere.

Sulla seconda fronte, di marmo greco, è incisa, con una grafia non molto diversa, un’iscrizione simile per il beatissimo martire Proto[21]. Questo sarcofago è ritenuto più antico del primo, che fu riadattato[22].

Si pensa, invece, che facesse in origine parte di una stele sepolcrale (o di un cippo), la lastra resecata nella parte superiore e a sinistra con andamento semicircolare, scoperta nel 1880, in occasione di restauri compiuti alla colonna mariana, sita nella piazza del paese.

Essa ripete l’ultimo testo con la dedica a Proto, sia pure con l’abbreviazione per sospensione dell’appellativo di martire, che invece nel primo caso è scritto per esteso. Questa epigrafe è ritenuta, in genere, anteriore di qualche decennio al sarcofago[23], nel quale forse è da vedersi il primo segnacolo del sepolcro del martire aquileiese, che fu, secondo la tradizione agiografica, pedagogo dei tre Canziani[24].

Come giustamente fu notato[25], comunque, in questo caso la grafia (una capitale attuaria rustica di uso comune) non offre elementi di spicco per confortare una datazione precisa. L’unico elemento, che potrebbe semmai posticipare la cronologia, a dire la verità, è la presenza della croce detta “latina”, che nelle lapidi funerarie ricorre soprattutto a partire dal V secolo, anche se non è sconosciuta prima.

Riguardo al formulario usato nei tre testi, esso è indubbiamente essenziale, ma si può ricordare che tale esordio è comune ad altre epigrafi martiriali romane, più dedicatorie che sepolcrali, come quella, celeberrima, che Damaso indirizzò a Gennaro nel cimitero di Pretestato[26].

Anzi, si possono trovare ulteriori autorevoli riscontri, come quello della lapide dedicata –forse sul volgere del IV secolo, in sostituzione di un testo precedente- a Paolo apostolo e martire, posta sul suo sepolcro nella basilica della via Ostiense[27]. Anche in questo caso non sono esplicitamente citati i dedicanti, che sono evidentemente i membri della comunità cristiana. Quindi, la semplicità del testo inciso per i santi Proto e Crisogono non deve stupire, come non desta meraviglia quella che caratterizza l’epitaffio dell’apostolo delle genti.

Riguardo alla tipologia delle prime due iscrizioni di S. Canzian d’Isonzo, il fatto che esse siano incise su sarcofagi autorizza logicamente a credere che all’interno di essi fossero custodite (magari in seconda deposizione) le spoglie dei due martiri per un certo periodo di tempo. Se si fosse trattato di dediche votive, volte a commemorare qualche opera realizzata in loro onore, evidentemente si sarebbero scelti altri supporti, ossia lapidi marmoree o di pietra.

 

 

Gli epigrammi di papa Damaso

 

Papa Damaso[28], non ebbe certo un pontificato tranquillo, stando alle notizie delle fonti sulla sua biografia; anzi, esercitò una pastorale, che è stata definita “energica”, per fronteggiare una situazione difficile e complessa per la Chiesa romana e per la sua stessa persona, ma certamente si adoperò molto per dare notevole impulso al culto martiriale, promuovendo lavori e restauri nei cimiteri e lasciando testimonianza visibile di questa sua politica in sessanta epigrammi, noti in parte dagli originali, in parte dalle sillogi dell’VIII-IX secolo[29] e caratterizzati da uno stile laudativo e di celebrazione del martirio, oppure elogiativi verso alcuni suoi familiari, il padre Antonio, la madre Lorenza, la sorella Irene.

Più precisamente, trenta carmi si riferiscono a martiri romani, sei sono di carattere sepolcrale, ma non martiriale, quattro – in prosa o in poesia sono caratterizzati da notevole brevità, cinque sono pertinenti ad opere architettoniche o a lavori fatti eseguire dal papa, due sono epigrammi che ebbero solo un uso liturgico e letterario, senza mai essere incisi su lapidi, e infine di altre tredici composizioni restano frammenti più o meno estesi, non ricostruibili nella loro completezza testuale, perché non trasmesse dalla tradizione manoscritta.

Basandosi soprattutto sugli epigrammi, e lasciando da parte gli altri scritti esegetici a lui attribuiti, bisogna riconoscere che i giudizi espressi sul valore poetico di Damaso sono tuttora discordanti: se il suo stile generalmente non è originale né elevato, egli si rifà non di rado agli autori classici, ma indubbiamente dimostra una personalità spiccata, sincerità di sentimenti e di intenti e di frequente adopera immagini efficaci nella loro stringatezza. Nel reperire le fonti, utili per attingere notizie su determinati martiri, a volte Damaso si basa su conoscenze personali, oppure deve accontentarsi di tradizioni orali e lo dice: “lo stesso carnefice me lo riferì quand’ero fanciullo”[30]; “queste cose riferisce Damaso dopo averle udite”[31]; “è fama”[32]; oppure “si racconta”[33], aggiungendo, comunque, che “Cristo è garante di ogni cosa” (probat omnia Christus).

Veramente inconfondibile è il tipo di scrittura capitale adottata in questi epigrammi, ideata dal calligrafo Furio Dionisio Filocalo e che da lui prende il nome. Egli seppe far rivivere le migliori tradizioni dei lapicidi di epoca classica, elaborando una grafia particolare, che pur ispirandosi alle precedenti, si può certamente definire originale. Ogni incisione veniva attentamente studiata prima dell’esecuzione e le lettere, molto regolari, sono inscrivibili in rettangoli o quadrati, con le aste più o meno rilevate e gli eleganti apici ricurvi. Per risparmiare spazio, laddove era necessario, si usavano spesso legamenti, lettere rimpicciolite o rialzate e altre originali soluzioni grafiche. Talora il calligrafo si firmava esplicitamente, ponendo in rilievo il suo rapporto di stima e di confidenza con il pontefice, come accade nell’elogio di sant’Eusebio papa a san Callisto: Furius Dionisius Filocalus Damasi papae cultor adque amator, ossia “Furio Dionisio Filocalo, seguace ed amico di papa Damaso”[34].

In ogni modo, non tutte le lastre furono incise direttamente dal Filocalo; anzi, ad un attento esame critico si è potuto appurare che furono sua opera personale solo una ventina delle sessanta epigrafi note, scritte essenzialmente nel decennio fra il 370 e il 380. Si può, d’altronde, constatare che alcune altre lapidi scritte da Damaso adoperano lettere comuni del IV secolo, oppure scadenti filocaliane[35], opera di artefici non all’altezza del maestro calligrafo.   

Il personaggio, comunque, è conosciuto anche per un altro motivo, poiché si tratta dello stesso Filocalo, autore del più antico calendario della Chiesa romana, il Cronografo romano del 354[36]. Egli lavorava per Damaso, ma non solo per lui, visto che sono, comunque, pervenuti anche frammenti di iscrizioni firmate da Filocalo, ma non pertinenti ad epigrammi damasiani; è il caso di un epitaffio mutilo, ora ai Musei Vaticani, di ignota provenienza[37].

Si può ricordare, poi, che per la sua attività poetica, accompagnata da un’intensa opera di esplorazione e ricerca delle tombe venerate, e per la sistemazione monumentale che a molte di esse diede, Damaso venne solennemente proclamato nel 1926 dal papa Pio XI patrono dell’archeologia cristiana.

Durante il suo pontificato, infatti, egli seppe organizzare veri centri di culto martiriale, che da allora per più secoli furono mèta di ininterrotti pellegrinaggi da ogni parte del mondo cristiano antico[38]. E le grandi lapidi damasiane (per lo più in versi, ma anche in prosa, come quella in onore di S. Gennaro a Pretestato[39]) erano appositamente collocate in modo da essere chiaramente visibili all’interno di cripte, di basilichette cimiteriali o di spazi liturgici creati lungo le gallerie, in corrispondenza dei sepolcri venerati, perché venisse degnamente celebrata la memoria di quei “testimoni della fede”.

In seguito alle travagliate vicende che colpirono Roma, soprattutto in occasione della guerra greco-gotica, nel corso del VI secolo, molti luoghi venerati furono però devastati e danneggiati e la stessa sorte toccò spesso alle iscrizioni, il cui contenuto in diversi casi ci è pervenuto solo grazie alle copie che in età altomedievale se ne fecero e che confluirono nelle sillogi epigrafiche.

Il valore delle iscrizioni damasiane, dal punto di vista storico, archeologico, oltre che agiografico, è innegabile, specialmente quando esse costituiscono l’unica fonte (o la più accreditata) per ricostruire le vicende legate a particolari personaggi, come accade per S. Eutichio a S. Sebastiano[40]. Questo “testimone della fede” dovette subire atroci tormenti in carcere, dal digiuno alla sofferenza per la mancanza del sonno, finché non fu gettato da un dirupo. Damaso narra nel suo epigramma che poté ritrovare il sepolcro del martire in seguito ad un sogno rivelatore, e provvide a dargli una decorosa sistemazione, invitando i fedeli a venerarne la memoria.

Con un suo carme, un tempo affisso nella Memoria Apostolica, cioè a S. Sebastiano, Damaso conferì il crisma dell’ufficialità e della solennità anche al culto degli apostoli Pietro e Paolo, diffuso a Roma almeno dal III secolo, definendoli “nuove stelle” e proclamandoli cittadini romani d’elezione, se non di nascita. Ma forse il suo più celebre epigramma è quello collocato nella già ricordata “cripta dei papi” della catacomba di S. Callisto, dove furono deposti, nel corso del III secolo, nove papi e tre vescovi, che termina con la frase: “Qui, lo confesso, avrei voluto io, Damaso, riporre le mie membra, ma ebbi timore di recare molestia alle santi ceneri dei giusti”[41]

Per lo stesso cimitero fu composto il carme in onore di papa Sisto II (257-258), vittima con i suoi quattro diaconi della persecuzione di Valeriano per aver sfidato l’editto che vietava le celebrazioni nelle catacombe; ne restano solamente due frammenti, ma il testo si può integrare agevolmente con il sussidio delle già citate trascrizioni medievali.

Un altro elemento che è stato giustamente evidenziato riguarda la presenza, per così dire, costante di Damaso in prima persona nei suoi epigrammi, in cui egli può assumere vesti diverse: da semplice fedele a dedicante, da garante delle notizie indicate ad autore delle composizioni. Tutto questo non è casuale, ma fa parte della sua politica e dei suoi intendimenti[42], come viene espressamente dichiarato nell’iscrizione composta per la basilica titolare, che lui stesso fondò: “volli eseguire queste nuove opere¼, perché esse conservino nei secoli il mio nome, Damaso”[43].

Comunque, le poesie damasiane ebbero una notevole fortuna nell’antichità e molti brani furono citati successivamente da altri autori cristiani (come Venanzio Fortunato e Prudenzio) e negli scritti agiografici, ma anche nei formulari funerari di semplici fedeli[44]. Questo può essere ritenuto un altro aspetto interessante della popolarità degli epigrammi del papa-poeta.

 

 

La devozione dei fedeli verso i martiri

 

Le iscrizioni delle catacombe romane possono contenere riferimenti di vario tipo ai martiri venerati, a seconda che esse siano votive o funerarie: nel primo caso la memoria di lavori effettuati nelle cripte storiche può essere legata a personaggi di rilievo del clero o a semplici laici, spinti dalla realizzazione di un voto compiuto, o da altri motivi che non vengono specificati. Nel secondo caso si può trovare, invece, un’allusione al sepolcro martiriale, per porre in rilievo la vicinanza della tomba dei fedeli con essa.

Quest’ultimo fenomeno ha notevole diffusione proprio a partire dal pontificato di Damaso, quando molti devoti aspiravano ad una sepoltura vicina ad una memoria venerata e questo è ritenuto dagli studiosi un “effetto immediato e macroscopico della pastorale martiriale perseguita dal papa per quasi un ventennio”[45].

Per esemplificare la tipologia di queste epigrafi, fra le votive è sufficiente citare una dedica incisa su una transenna di un altare del cimitero di S. Alessandro sulla via Nomentana, in cui si legge che un tale Delicatus donò quella suppellettile marmorea, dedicata dal vescovo Ursus per adempiere ad una promessa fatta, in onore dei martiri locali Evenzio ed Alessandro[46]. Nella catacomba di S. Felicita, invece, due fedeli, Petrus e Pancara, fecero un dono per sciogliere un voto in onore della stessa martire Felicita[47].

Fra i numerosi testi di carattere votivo, si può citare anche quello del diacono Gaudenzio, che finanziò dei lavori in una catacomba della via Tiburtina, ignorata dalle fonti ufficiali, in onore del discusso martire Novaziano, da alcuni identificato con l’antipapa promotore di uno scisma, martirizzato durante la persecuzione di Valeriano nel 258[48].

Logicamente, questo tipo di testi si trova anche in altre regioni del mondo cristiano antico: basti citare, nell’odierna Romania, la dedica votiva di Eufrasio, che fece un’offerta ai martiri Cirillo, Kyndeas e Tasio, venerati ad Axiopolis[49]. L’epigrafe, in cui compaiono i tre nomi al dativo di dedica, ma senza l’appellativo di martiri, è riferita alla fine del III o all’inizio del IV secolo e sarebbe coeva, quindi, all’ultima grande persecuzione.

Restando nel medesimo genere di testimonianze, è più tarda risalendo al V-VI secolo , ma non meno interessante, la dedica incisa su una placchetta di calcare proveniente da Bizone (oggi Kavarna, in Bulgaria), in cui si ricorda un’opera realizzata per volere del diacono Stefano, per rendere grazie ai doni ricevuti da Dio e dai martiri Cosma e Damiano[50], molto venerati nel mondo cristiano antico soprattutto a partire dall’epoca di Giustiniano[51].

Si poteva anche fare un’offerta per la costruzione di un pavimento a mosaico di una chiesa, per rendere grazie a Dio e a determinati martiri di un beneficio ricevuto: così, nella basilica di S. Eufemia a Grado, datata al 579, la sola dedica in greco dice che un tale Giovanni, per gratitudine verso Dio e verso S. Eufemia, donò la somma corrispondente a cento piedi di tessellato[52] e nel medesimo contesto alcuni oblatori, Nonnus, Eusebia, Petrus e Iohannes si proclamano per devozione “servi della beata martire Eufemia”[53].

Passando nell’antica Dalmazia (odierna Croazia), si possono ricordare alcune iscrizioni musive pavimentali della Basilica dei Cinque Martiri a Kapliuæ, presso Salona, datate al V secolo[54]: nella prima si menziona lo scioglimento di un voto al martire locale, il presbitero Asterio (al quale era dedicato l’edificio di culto), probabilmente il 24 aprile di un anno non precisato; nella seconda si parla di un ex-voto simile, sciolto da un fedele, che si chiamava Mercurio (se il supplemento del nome è giusto), al martire soldato Antiochiano. Quelli menzionati sono due dei cinque compagni, vittime della persecuzione dioclezianea, venerati in quella basilica cimiteriale, sorta evidentemente sul loro sepolcro.

L’identità di tutto il gruppo è chiarita da un’epigrafe frammentaria, proveniente dal vicino sito di Manastirine ed ora conservata al Museo salonitano[55], in cui si citano appunto Antiochiano, Gaiano, Telio, Paoliniano e Asterio. Si tratta dei medesimi personaggi, effigiati ed identificati con didascalie nel mosaico parietale della cappella di S. Venanzio del Battistero lateranense a Roma[56].

In altri casi i fedeli, quasi con orgoglio, specificano sulla propria lapide di essere riusciti ad acquistarsi una tomba vicino ad un sepolcro venerato, come accade a Vittore, che riuscì a procurarsi una sepoltura per lui e due familiari proprio nell’area funeraria, in cui riposavano papa Damaso e i suoi cari[57]; a Priscilla, invece, Felicissimo e Leoparda avevano un bisomo, ossia un loculo a due posti, vicino all’ingresso del cubicolo di S. Crescenzione[58]. A S. Callisto Serpentius dichiara di aver comperato una tomba dal fossore Quinto accanto alla cripta di S. Cornelio[59] e Iovina acquistò per sé un arcosolio in Callisto presso la memoria funeraria di San Gaio[60], mentre un altro fedele, Draconzio Pelagio, fece deporre la figlia vicino al martire Ippolito al di sopra di un arcosolio[61].

Si potrebbe proseguire questa interessante campionatura di testi, contenenti riferimenti all’acquisto di tombe vicino a sepolture venerate, citandone due altri molto noti, provenienti dal cimitero di Ciriaca: nel primo Lucilius Pelio precisa che da vivo era riuscito a comperare un sepolcro a due posti nella basilica maior vicino a S. Lorenzo, nell’area centrale del presbiterio[62]; nell’altro Flavio Eurialo, personaggio di rango piuttosto elevato, specifica che aveva acquisito dal fossore Faustino una tomba proprio accanto al beato martire Lorenzo, ubicata a destra rispetto a coloro che scendevano nella cripta venerata[63].

Al di fuori di Roma, al Museo di Bruxelles si conserva un’iscrizione latina del V-VI secolo proveniente da Salonicco, di un domestico, deposto presso il martyrium di un non altrimenti noto martire locale S. Giovanni; quel fedele pagò la tomba tre solidi e mezzo[64].

Era ritenuto un grande privilegio per molti fedeli dei primi secoli essere deposti vicino a memorie martiriali; anzi, per citare una celebre lapide romana, questo era ciò “che molti desiderano, ma che pochissimi riescono ad ottenere” (Quod multi cupiunt, sed rari accipiunt)[65]. Lo stesso S. Agostino[66] riferisce della credenza che la vicinanza con una memoria venerata potesse essere una sorta di vantaggio per ottenere il premio eterno. Tale opportunità doveva, però, essere confortata da un comportamento in vita irreprensibile e conforme ai precetti divini[67].

Talora si è voluto vedere nei sepolcri che si affollavano vicino a quelli dei martiri, i cosiddetti retrosancta, solo aree riservate a fedeli di classe elevata o ad ecclesiastici di prestigio della comunità. Tale teoria, però, è stata giustamente contestata dal Fiocchi Nicolai[68], il quale ha fatto notare che esistono in catacomba zone adiacenti a memorie venerate, occupate da sepolture di fedeli certamente di ceto umile, come accade, ad esempio, a Commodilla, dove la cosiddetta “galleria intatta”, vicina alle tombe dei santi Felice ed Adautto, è costellata di loculi di fedeli di levatura certamente modesta.

Il desiderio di riposare vicino a uno o più martiri era in generale forte e prevaleva su altre esigenze solitamente molto sentite: esso poteva anche portare alla rinuncia ad una tomba singola e ben riconoscibile, preferendo semmai una sepoltura intensiva, ed anonima, come accade a molti cristiani stipati, ad esempio, nei cosiddetti “cameroni” della catacomba di S. Tecla.

Se questa era l’ambizione di molti, ivi compreso il papa Damaso, che nel suo celebre epigramma, già citato, confessa di aver desiderato di essere sepolto anche lui nell’area della cripta dei papi a S. Callisto[69], ma di non essersi ritenuto degno di tale privilegio, qualcuno tuttavia esprimeva in proposito un’opinione diversa, come un ecclesiastico deposto vicino all’ingresso della basilica di S. Lorenzo, l’arcidiacono Sabino[70]: “Non reca alcun giovamento, anzi accresce il peso (della responsabilità), riposare accanto ai sepolcri dei pii [ossia, dei martiri]; una vita ottima è vicina ai meriti dei santi. Non c’è utilità nel corpo; ci rivolgiamo a loro con l’anima, la quale, se è salva, può essere (anche) la salvezza del corpo”[71].

Questa sembra essere, comunque, una voce abbastanza isolata, ma qualcuno[72] ha notato, forse un po’ maliziosamente, che – a quanto pare , pur manifestando tale dissenso al costume generale, anche Sabino ebbe il suo sepolcro non lontano da quello del martire Lorenzo. La risposta la dà, in certo senso, lo stesso arcidiacono in un altro brano della sua lunga iscrizione, quando dice[73]: “ho scelto di essere portiere di questo santo luogo”.

In ogni modo, a parte ogni altra considerazione, questi riferimenti epigrafici espliciti sono preziosi indizi per individuare (o confermare) la presenza di sepolcri venerati nelle catacombe[74].

Talora le allusioni a martiri sono invece inserite in invocazioni contenute negli epitaffi. Ad essi si rimettono anche i propri cari scomparsi, come in due iscrizioni del cimitero di S. Ermete[75]: “raccomando a Bassilla l’innocenza di Gemello!”; “signora Bassilla, noi, Crescentino e Micina, ti affidiamo la figlia nostra Crescenzia, che visse dieci mesi e (pochi) giorni!”[76].

Si conserva anche qualche lapide commemorativa con l’indicazione precisa della festa di alcuni martiri, come al Coemeterium Maius sulla via Nomentana, dove si legge che “il 16 settembre qui nel Cimitero Maggiore (si celebra la commemorazione) dei martiri Vittore, Felice, Papia, Emerenziana ed Alessandro”[77]. La data indicata corrisponde a quella riportata dal Martirologio Geronimiano. Ai medesimi personaggi una fedele, Patricia, dedicò una transenna marmorea[78].

In qualche altro caso, può essere citato il giorno della celebrazione liturgica di un martire, se esso casualmente veniva a coincidere con quello della morte di un fedele, ma  tale indicazione non è necessariamente connessa con la catacomba in cui egli è deposto. Così, a Commodilla, Pascasus pose termine alla sua vita terrena il 12 ottobre, “nell’ottavo giorno prima della celebrazione di S. Asterio”, che cadeva il 19 ottobre[79], ma che non aveva alcuna relazione con quel cimitero, pur essendo particolarmente venerato da quel defunto.

Si può ricordare, ancora, una celebre epigrafe del cimitero di Panfilo, che, sia pure esprimendosi in un latino non immune da volgarismi, attesta la venerazione dei fedeli verso tutti i martiri in generale, ai quali essi si rivolgevano, perché intercedessero in loro favore[80]: “Martiri santi, buoni e benedetti, voi, aiutate Ciriaco!”.

Questa preghiera ricorda quella che si legge in un’epigrafe di Aquileia, un altro centro fra i più importanti in Italia per quanto riguarda le testimonianze epigrafiche conservate. Si tratta di un lungo testo inciso all’interno di un clipeo di calcare, di una giovane morta a quasi sedici anni e mezzo, Aurelia Maria, che era stata fidanzata con un tale Aurelius Damas per soli venticinque giorni, prima che terminasse la propria vita terrena[81]. Suo padre, che era un veterano dell’esercito e si chiamava Aurelius Ienisireus, e sua madre Sextilia, affranti dal dolore per la perdita della loro figlia amatissima, rivolgono alla fine dell’epitaffio questa preghiera a tutti i martiri: martyres sancti, in mente havite (!) Maria (!) (“martiri santi, ricordatevi di Maria!”).

Un’ulteriore tipologia di epigrafi martiriali riguarda i reliquiari, contenitori di materiale diverso, dalla pietra all’avorio, dal marmo all’argento, che possono presentare un testo che chiarisce l’identità delle memorie conservate all’interno della teca. Basti citare l’iscrizione latina di un reliquiario fittile, conservato al Museo di Sofia e proveniente da Perivol, datata alla fine del V o agli inizi del VI secolo, la quale attesta che lì erano contenute le reliquie di S. Tommaso apostolo e del vescovo Babila con tre fanciulli (gli antiocheni Urbano, Prelidiano ed Epolone)[82].

 

 

I graffiti

 

Direttamente connessi con il culto dei martiri e con il fenomeno dei pellegrinaggi sono i numerosi graffiti di ecclesiastici e di fedeli, che si trovano in tante catacombe, soprattutto nelle vicinanze di un luogo venerato[83], ma anche in altri santuari del mondo cristiano antico[84]. Queste umili epigrafi, tracciate con una punta dura sull’intonaco o sul tufo vergine di gallerie, arcosoli o cubicoli, più volte costituiscono una prova dell’esistenza (e della vicinanza) di un sepolcro martiriale. Purtroppo, una parte di essi risulta in tutto o in parte indecifrabile, poiché le lettere appaiono spesso deformate e quasi irriconoscibili, data anche la mescolanza di grafie di tipo diverso. Inoltre, non è raro che esse si intreccino le une sulle altre sovrapponendosi, così da rendere non di rado complessa (se non impossibile) la loro interpretazione.

Il contenuto dei graffiti è quanto mai vario, come diversa è la loro cronologia, visto che a Roma i più antichi (tracciati nella cosiddetta triclia della Memoria Apostolorum sulla via Appia[85]) risalgono alla seconda metà del III secolo e i più recenti sono immediatamente precedenti al fenomeno delle traslazioni, fra la fine dell’VIII e gli inizi del IX secolo. Sono noti soprattutto i graffiti delle catacombe romane, ma anche altri santuari conservano interessanti testimonianze di questo genere, come, ad esempio, quello di S. Felice a Cimitile, in Campania (dove queste epigrafi furono magistralmente studiate dal padre Ferrua una quarantina di anni fa)[86], o quello, molto celebre, di Monte S. Angelo in Puglia, anche se indubbiamente esso ebbe origine in epoca più tarda[87].

Nella maggior parte dei casi è il solo nome ad essere inciso dai fedeli, che desideravano restasse un segno della loro presenza in quei luoghi santi e proprio tali appellativi possono talora rivelare una possibile origine “barbarica” di chi li tracciò, come per i longobardi Liutprando a Marcellino e Pietro[88] e Gaido nella nicchietta con la distrutta pittura votiva di Maria con il Bambino del cimitero di Panfilo[89]. Questo stesso antroponimo ricorre anche sull’affresco raffigurante S. Luca a Commodilla[90], a riprova del fatto che i pellegrini usavano visitare più santuari martiriali.

In quest’ultima catacomba è stata individuata in anni recenti l’unica testimonianza scritta finora nota a Roma in alfabeto runico, tracciata con ogni probabilità da un fedele giunto nell’Urbe dall’Europa centrale per visitare le tombe dei martiri[91]. L’origine straniera dei devoti -e spesso dei presbiteri che celebravano le sinassi ad corpus- è solo in pochi casi esplicitamente dichiarata, come per il napoletano Pascalis di Panfilo[92], o per il reatino Giovanni di Marcellino e Pietro[93]. Altre volte si incidono acclamazioni per i vivi e per i propri defunti, del tipo “Leonzio, che tu possa vivere in Cristo!”, che si legge nella Cripta dei Papi a S. Callisto[94].

I graffiti, però, risultano particolarmente preziosi soprattutto quando menzionano o invocano un martire deposto in un determinato cimitero: la scoperta del nome di Panfilo, inciso da un anonimo fedele nel cubicolo venerato dell’omonima catacomba, ha consentito di acquisire un elemento fondamentale per risalire all’identità di un personaggio, prima avanzata solo ipoteticamente[95]. Così, in una galleria vicina alla Cripta dei Papi callistiana, si legge, fra l’altro, “San Sisto, ricordati nelle orazioni di Aurelio Repentino...”[96]; nel cimitero dei SS. Marcellino e Pietro: “Marcellino (e) Pietro, intercedete per Gallicano cristiano!”[97] e a Priscilla; “Salvami, san Crescenzione, mia luce!”[98].

Oltre a numerosi esponenti del clero, i graffiti recano testimonianza di molti monaci devoti dei martiri, come il “Maiulus monaco peccatore” di Panfilo[99], o “Rapulus umile ed indegno monaco” di Marcellino e Pietro[100]. Peccato che nella maggior parte dei casi essi non specifichino di quale cenobio facevano parte.

 

 

Iscrizioni della Spagna

 

Giunti quasi al termine di questa rassegna, sembra opportuno per lo meno fare cenno ad un’altra regione geografica particolarmente ricca di testimonianze epigrafiche martiriali paleocristiane, la Spagna. Esse presentano peculiarità diverse rispetto alle più note iscrizioni africane di questo tipo, a causa di una cronologia più avanzata, di talune espressioni caratteristiche ricorrenti nei formulari (si legge spesso che le reliquie sono conditae o reconditae, cioè “nascoste”) e di origini differenti dei santi più popolari[101].

Quasi tutte le epigrafi sono comprese fra il VI e l’VIII secolo e sono costituite da testi dedicatori di chiese, spesso in versi. Ci sono, però, anche un certo numero di iscrizioni relative a deposizioni di reliquie ed epitaffi, che parlano espressamente di sepolture vicino a tombe venerate. Queste ultime, tuttavia, sono in genere di difficile datazione.

Yvette Duval[102], autrice di un’indagine specifica in merito, suddivise le epigrafi martirologiche iberiche in cinque gruppi, ponendo al primo posto qualche sporadico e molto dubbio epitaffio di martiri; poi deposizioni di reliquie; molte dediche di chiese; iscrizioni eterogenee legate al culto e alla liturgia dei santi e, infine, testi funerari relativi a deposizioni in aree martiriali.

In realtà, il primo tipo si riduce purtroppo ad un unico esempio, in cui si potrebbe vedere forse una tomba venerata, quella dell’abate Vincenzo, nella chiesa del monastero di S. Claudio di Léon[103]. L’originale è perduto, ma l’epigramma pervenuto in facsimile si può riferire precisamente all’11 marzo del 630. In realtà, tutto si basa solo sull’epiteto venerandum e non si fa riferimento esplicito a morte violenta di questo sacerdos, né ad altro evento che possa giustificare il titolo di culto. Si parla di invenzione di reliquie, ma verosimilmente un vescovo trovò le spoglie dell’abate, che fu ritenuto emulo di un martire unicamente per la santità di costumi proclamata[104].

Fra le tante dediche, se ne può ricordare, a conclusione di questo intervento, almeno una di Toledo, della seconda metà del VII secolo, in cui si rivolge una preghiera ai martiri locali, affidando loro la salvezza della città e della sua popolazione[105]: “Voi, santi signori, di cui rifulge in questo luogo la presenza, custodite con il consueto favore questa città e i (suoi) abitanti!”.


 

ABBREVIAZIONI BIBLIOGRAFICHE

 

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I SEPOLCRI DEI MARTIRI

COME FONDAMENTA DELL'EUROPA CRISTIANA

 

Relazione della Prof.ssa Lucrezia SPERA

della Pontificia Accademia «Cultorum Martyrum»

 

 

“Non sapete che Dio ha scelto le cose spregevoli del mondo e le cose che non sono, quasi che fossero, per rendere inefficaci le cose che sono? Furono sollevati dal letamaio Pietro e Paolo, i quali, quando furono uccisi, erano oggetto di disprezzo, ma ora che la terra è stata ingrassata dal loro martirio, ne spunta fuori una messe abbondante per la Chiesa. Ecco una realtà sublime e straordinaria in questo mondo: un generale vittorioso torna a Roma, e dove si dirige per primo? Al tempio dell’Imperatore o al sepolcro del Pescatore?”[106]. Una domanda retorica, quella di Agostino, capace di riassumere con immediatezza i caratteri della profonda cristianizzazione di Roma alle soglie del V secolo; l’Urbs caput mundi trova ormai nei santuari dei martiri, e in particolare dei principi degli apostoli, la rinnovata linfa vitale per riemergere dalle rovine dell’Impero, sottrarsi all’inevitabile processo di marginalizzazione politico-culturale e ridefinire se stessa come polo centralizzante di civiltà, ispiratrice di un linguaggio nuovo comune a etnie e paesi.

Roma, la grande Roma “che un tempo ebbe il primato soltanto per l’Impero e le armi vittoriose”, scrive il vescovo di Nola Paolino, “ora si innalza prima fra le terre anche per le tombe degli apostoli”[107], i veri fondatori della città, contrapposti esplicitamente nei sermoni di Leone Magno ai mitici Romolo e Remo[108], e generosi protettori dei romani, i quali durante le devastazioni e i saccheggi trovano il migliore rifugio proprio nelle basiliche apostoliche[109]. La città, risorgendo dal sangue dei martiri sepolti nelle già esistenti necropoli extramuranee o nei nuovi cimiteri riservati della comunità, ha accolto progressivamente, e con risvolti sempre più macroscopici dopo la pace costantiniana, nel suo tessuto urbano e periurbano in via di radicale mutazione, i segni monumentali del cristianesimo: ai peregrini, romani o stranieri, che fino alle soglie del medioevo si accalcavano nelle strade verso i luoghi di devozione, l’area intorno alle Mura Aureliane doveva presentarsi come un’intricata rete di santuari, sub divo o sotterranei, di dissimile impatto visivo, disposti come una preziosa corona santificante dell’Urbe.

In una valutazione di insieme, la storia monumentale dei santuari del suburbio romano appare l’esito di una sequenza talora complessa di interventi alterativi, destinati, ad un tempo, all’enfatizzazione degli apparati cultuali e al progressivo affinamento delle forme di accoglienza e di fruibilità dei limina sancta. In molti casi l’esuberanza architettonica dell’assetto definitivo del luogo, in particolare per le grandi basiliche plurinavi, disperde del tutto l’immagine dei contesti primitivi, che nell’intero repertorio di casi meglio noti archeologicamente si riassumono in semplicissime tombe, simili per forme e arredi ai sepolcri dei comuni fedeli, per lo più prive di decorazioni eccezionalmente distintive.

Un fortunatissimo rinvenimento, effettuato durante i lavori del 1845 nella catacomba di Bassilla, sulla via Salaria vetus, ha restituito l'unico sepolcro martiriale integro della Roma cristiana, quello di Giacinto, nascosto da un rialzamento pavimentale nel cubicolo originario che lo aveva preservato dal prelievo sistematico delle reliquie dei martiri, trasferite nelle chiese urbane durante i secoli dell’altomedioevo. Il loculo, racconta con grande trepidazione il gesuita Giuseppe Marchi[110], si presentò al fossore Zinobili, artefice della scoperta, con la lastra originaria ancora affissa recante l'iscrizione Iacinthus martyr, anticipata dal ricordo del giorno di deposizione, III idus septe(m)br(es), l'11 settembre, data concordante con il dies natalis riferito dalla depositio martyrum[111]; la rimozione del marmo portò a verificare che il sepolcro era costituito da una nicchietta ampia, scrive il Marchi, “quanto bastava per raccogliere ... un gruppo di poche ceneri ed ossa combuste involte in tela d'oro ed aromi”, quelle appunto di Giacinto, che con un compagno di passione, Proto, di cui però non è stato possibile riconoscere precisamente il sepolcro nel medesimo vano, aveva affrontato la pena capitale forse durante la persecuzione di Diocleziano.

Come semplici tombe dovettero profilarsi anche, nel momento della sepoltura, gli stessi loci che accolsero le spoglie di Pietro e Paolo nelle necropoli sul colle Vaticano e lungo la via Ostiense; ma in pochi decenni un parallelo programma di enfatizzazione monumentale seppe visualizzare il senso della vittoria contenuto in quelle morti esemplari, emulative della passione di Cristo, e così il presbitero Gaio, vissuto ai tempi del papa Zefirino, in base ad un noto passo riportato nell’Historia ecclesiastica di Eusebio, poteva indicare a Proclo, capo della setta dei Montanisti, i ôñüðáéá, “i trofei dei fondatori di questa Chiesa”[112], quello di Pietro ragionevolmente riconosciuto nel manufatto a edicola addossato al “muro rosso”, riportato alla luce durante gli scavi degli anni Quaranta dello scorso secolo sotto il presbiterio della basilica vaticana dedicata all’apostolo.   

Ma è soprattutto nel periodo seguente la pace della Chiesa che si ricostruisce il più significativo sviluppo dei santuari, alimentato dall’intervento diretto dei pontefici nella sistemazione dei sepolcri dei martiri, per alcuni dei quali, ormai caduti in oblio, si attuano vere e proprie operazioni di inventio, e nello studio delle prime  strategie di razionalizzazione dei percorsi di visita alle tombe venerate.

Se le fonti letterarie, talora felicemente integrabili con i dati monumentali, permettono di riferire a papa Silvestro, coadiuvato dallo stesso imperatore Costantino, le basiliche ad corpus di San Pietro e di San Paolo e i primi lavori in rapporto al sepolcro di Lorenzo, a Giulio l’edificio più antico in onore di Valentino, a Liberio una precoce ornamentazione della tomba di Agnese[113], è solo con il papa Damaso che il programma si amplifica e acquista caratteri globalizzanti, imponendo la Chiesa come vera e unica “impresaria” del culto dei santi, in relazione al quale poteva essere finalmente costruita quella autentica e auspicata unità dei fedeli, messa ancora in pericolo da correnti eretiche e scismatiche. A questo pontefice si lega senza dubbio un’opera di potenziamento dei santuari che non trova confronti in tutti i secoli della tarda antichità: al generico riferimento del biografo, secondo il quale, semplicemente, hic multa corpora sanctorum requisivit et invenit, quorum etiam versibus declaravit[114], si contrappone una copiosa serie di reperti epigrafici dall’incisione inconfondibile, opera del segretario e calligrafo Furio Dionisio Filocalo,   reperti che firmano interventi sistematici e, va supposto, piuttosto standardizzati sotto il profilo monumentale in tutti i martyria del suburbio romano. Si può a ragione intuire che dopo il 384, anno della morte di Damaso, ogni tomba venerata risultasse sottratta all’indistinta appartenenza a omogenei contesti sepolcrali e affidata alla devozione dei fedeli con chiari segni di un riconoscimento ufficiale, segni riepilogabili nell’arredo epigrafico di apparato, nella valorizzazione architettonica e  decorativa, spesso con l’uso di splendidi marmi, nell’idoneo inserimento entro un circuito di visita con tappe ben articolate.

Si può ipotizzare che i più precoci interventi furono attuati dal pontefice nel cimitero di Callisto, il quale conservò fino agli ultimi decenni del suo sviluppo i caratteri di un contesto elitario strettamente legato alla gerarchia ecclesiastica, sia nel cubicolo di Cornelio, successore di Pietro dal 251 al 253, sia nella cripta dove erano deposti nove papi del III secolo, da Fabiano a Eutichiano; qui, in rapporto alla tomba di fondo nella quale erano le spoglie di Sisto II, martire della cruenta persecuzione di Valeriano, Damaso fece collocare due iscrizioni, una dedicata al suo predecessore nella parte alta e, in basso, un epigramma in onore di tutti i santi  venerati nel cimitero[115].  Il prezioso sepolcro, nascosto dietro un muro foderato con marmi, venne reso traguardabile attraverso una fenestella, struttura che, come apprendiamo soprattutto da un passo di Gregorio di Tours relativo al santuario di San Pietro[116], era destinata ai devoti visitatori, i quali, introducendo il capo “attraverso la piccola apertura”, potevano pregare ad immediato contatto con il venerato corpo e santificare oggetti ex-contactu, soprattutto brandea e palliola, lasciati per un breve tempo all’interno del sepolcro. In alcuni contesti l’intervento damasiano sulla tomba martiriale previde l’applicazione di uno schema più elaborato, riconducibile anche ad un potenziamento simbolico dell’ornamentazione, allusiva, si è ipotizzato, ad un ciborio con la funzione di enfatizzare la presenza pregnante del sacro. Gli esempi meglio conservati sono nella catacomba di Pretestato, sulla tomba del martire Gennaro e nella cripta attribuita ai diaconi Felicissimo e Agapito; qui le iscrizioni risultano fiancheggiate da colonne sorreggenti un architrave marmoreo, con transenne traforate a riempimento degli spazi centrali, uno schema riproposto anche nel santuario di Marcellino e Pietro sulla via Labicana, dove le colonne sono sostituite da pilastri scanalati perfettamente aderenti alle pareti.

Nei secoli successivi al IV, e sino alle soglie del medioevo, il repertorio dei poli venerati nel suburbio romano acquista caratteri di straordinaria varietà nelle soluzioni monumentali, che richiamano certo il concorso di diversi fattori, soprattutto le peculiarità dei contesti di appartenenza, ad aperto cielo o sotterranei, talora modificabili a costo di gravi manomissioni delle preesistenze; la capacità attrattiva dei culti, anche quelli innestati a Roma con l’arrivo di reliquie e particolarmente cari ai gruppi etnici di riferimento; i non trascurabili interventi di devoti evergeti, che spesso apportarono importanti trasformazioni strutturali e decorative all’assetto dei luoghi santi. In una considerazione generale e estremamente riassuntiva, tale evoluzione materiale dei santuari si può ridurre ad un fenomeno di progressiva conquista di uno spazio proprio, sempre più idoneo alle esigenze liturgiche e cultuali, all’accoglienza dei numerosi visitatori e al programma di creare nuovi, richiestissimi sepolcri, privilegiati dalla vicinanza ai limina sanctorum, esigenze cui risposero in misura adeguata le numerose basiliche, anche di notevoli dimensioni, impiantate, in particolare tra il VI e il VII secolo, sulle stesse tombe martiriali; in parallelo, il luogo oggetto di devozione maturava una propria identità architettonica e funzionale rispetto alle necropoli originarie, gradualmente in disuso dai primi anni del V secolo, la cui sopravvivenza, non più garantita dall’attività sepolcrale, andò riducendosi alla vita dello stesso santuario.

E Roma, va detto, è solo il modello in chiave enfatizzata e macroscopica di quell’eccezionale esplosione di culti martiriali che segna, con affini dinamiche di insediamento e di evoluzione e con alcune, logiche, variabili temporali, lo straordinario radicalizzarsi del cristianesimo in tutti i centri abitati, urbani o rurali, grandi e piccoli, dell’Orbis Christianus. La Chiesa, scrive ancora Paolino da Nola, con tutti i martiri venerati nei territori dell’Impero di Romolo, allarga i suoi confini in mezzo ad innumerevoli popoli[117], e i santuari, parte integrante del  territorio, compongono una complessa maglia di ricchezze comuni, veicolo di inesauribili interscambi, sia con lo spostamento di reliquie e la ramificazione geografica dei culti, sia con il richiamo costante di pellegrini che, ricalcando strade e rotte, fanno della visita ai centri di maggiore pregnanza devozionale una tappa imprescindibile del percorso terreno dell’uomo. Nel culto dei santi, compagni e intercessori di salvezza, si riducono le distanze tra i paesi, si abbattono le differenze di mentalità e cultura e i fedeli possono ritrovarsi in un unico anelito, in una condivisa identità spirituale.

Roma, la città santa per eccellenza, sa conservare, per tutti i secoli che segnano il passaggio dall’antichità al medioevo, connotati da profondi squilibri e da radicali trasformazioni, il suo ruolo inalterabile di preminente richiamo, attraendo, con spiccati caratteri di centralità e di internazionalità, gruppi di fedeli e personaggi di rilievo. Se già alla fine del II secolo, tra il 170 e il 200, Abercio, il vescovo di Ierapoli della Frigia, si era recato nell’Urbe “per contemplare un regno e vedere una regina dalle vesti auree e dagli aurei calzari”[118] e Origene vi era giunto, alimentato dal solo desiderio di “vedere l’antichissima Chiesa dei Romani”, solo pochi anni più tardi, al tempo di papa Zefirino,[119], periodo nel quale nella memoria dedicata a Pietro e Paolo sulla via Appia si distinguono con certezza firme di visitatori provenienti dai paesi d’oltremare, dal IV secolo si sottraggono a qualsiasi computo le “miriadi di anime” descritte da Eusebio di Cesarea “accorrenti da tutte le parti dell’Impero”[120], e tra questi pellegrini, significativamente richiamati nella regale città “dalle tombe di un pescatore e di un venditore di tende”, assimilati a due fari rischiaranti tutto l’universo,  Giovanni Crisostomo annoverava anche consoli, condottieri e imperatori[121], come Onorio nel 403 e, nel 500, l’ariano Teoderico, che si recò a visitare la tomba di Pietro “come fosse un devotissimo cattolico”[122]. L’universalità del culto apostolico, richiamata da Ambrogio nella vita di Pietro (totius orbis veneratione celebratur[123]), trovava una mirabile concretizzazione nella straordinaria affluenza di fedeli per i festeggiamenti del 29 giugno, il dies triumphi apostolici, come si deriva in particolare dalle concordanti descrizioni di Paolino da Nola, del poeta spagnolo Prudenzio, nell’Urbe tra il 401 e il 402, e dell’inno pseudoambrosiano Apostolorum passio[124]: quest’ultimo, in particolare, segue la plebs dei fedeli che si snoda, come un esercito in marcia (agmina), attraverso le tre vie principali, l’Aurelia, l’Ostiense e l’Appia, di collegamento con i luoghi delle celebrazioni, i due santuari ad corpus e la memoria fondata in funzione del culto congiunto dei principi apostolici, forse già nel buio periodo della persecuzione di Valeriano; tali pellegrini, spesso vescovi con il loro clero, partecipando insieme ai riti ufficiali, riconoscevano la superiorità di Roma, electa gentium caput, recita il medesimo inno, proprio in quanto sedes magistri gentium

Le visite ai limina apostolorum potevano acquisire, in alcuni casi, valenze differenziate e potenziate, talora ricadute di natura penitenziale, come per il presbitero Filoramo, vissuto in Galazia al tempo di Giuliano l’apostata, di cui Palladio ricorda, tra le varie penitenze, l’essere giunto a Roma a piedi, per pregare nel “martyrion” dei santi Pietro e Paolo[125], talora significati di tipo ideologico-ecclesiale:  se già nel III secolo Cipriano di Cartagine aveva accusato un gruppo di suoi concittadini, sostenitori del vescovo scismatico Fortunato, i quali “osavano navigare ad Petri cathedram” al fine di ottenere l’unione con la Chiesa di Roma[126], ad Atanasio si deve la testimonianza secondo la quale, quando Eusebio fu inviato a Roma presso il papa Liberio dall’imperatore Costanzo per richiedere la condanna dello stesso Atanasio, non avendo ottenuto quanto desiderato portò i doni destinati al papa direttamente al sepolcro di Pietro, per un responso senza intermediari, ma fu punito dal pontefice per “l’illecito sacrificio”[127]; secondo Ottato di Milevi, poi, quando, intorno al 365, il vescovo donatista Macrobio venne a Roma, non essendo riconosciuto dalla Chiesa romana, non poté accedere ai santuari apostolici, né gli fu permesso di celebrare presso la memoria apostolorum della via Appia, luoghi che arrivavano a garantire implicitamente  l’ortodossia dei visitatori[128].

Tra la fine del IV e gli inizi del secolo successivo, dunque,  Roma si era ormai trasformata in una vera e propria città-santuario, in cui le numerosissime tombe martiriali - 170 ne riporta un documento della prima metà del VII secolo, la Notitia ecclesiarum - definivano una globale e omogenea santificazione degli spazi, nei quali romani e non romani avevano acquisito l’abitudine di muoversi con disinvoltura e sistematicità; in una lettera da Betlemme a Leta, la figlia del pontefice pagano Albino, Girolamo poteva descrivere enfaticamente gli abitanti della città aggirarsi tra gli edifici un tempo splendenti coperti di ragnatele e di fuliggine, senza alcun interesse verso i templi semidiroccati, che l’immaginario popolare vedeva abitati da schiere di demonii, e accorrere ad martyrum tumulos[129]; egli stesso, scrive nel commentario in Ezechielem, durante gli anni dell’adolescenza trascorsi a  Roma per la formazione “negli studi liberali”, era solito recarsi ogni domenica, insieme con altri coetanei, a visitare “i sepolcri degli apostoli e dei martiri girando intorno alla città” ed introdursi “spesso nelle cripte profonde, avvolte nell’oscurità, che offrono agli occhi dei visitatori sepolcri su tutte le pareti ....”[130].

La storia del pellegrinaggio, e degli scambi tra i popoli attraverso il culto dei santi, nei secoli dell’altomedioevo risente in misura inevitabile dei mutamenti nell’assetto politico e amministrativo: se da una parte la crisi della circolazione nel Mediterraneo va affievolendo la straordinaria intesa con le Chiese e i fedeli dell’Africa, dall’altra parte Roma è chiamata ad un rinforzato ruolo di guida ideale nei confronti dei paesi d’oltralpe, proprio nel momento in cui si andava formando lentamente una nuova identità e una nuova comunanza e si ponevano le più antiche radici culturali al processo di formazione dell’Europa.

Per la neocristianizzata Inghilterra, nella cui evangelizzazione Roma aveva svolto un ruolo di imprescindibile importanza, la città sede del papato e la sua Chiesa appaiono un costante punto di riferimento nel processo di autodefinizione dottrinale e istituzionale e con i numerosi  membri della gerarchia ecclesiastica ricordati nell’Urbe dall’Historia ecclesiastica di Beda  per apprendere correttamente i principi della fede, partecipare ai concili, ricevere investiture,  giungevano ormai abitualmente de Britannia, anche sulla base di una nota testimonianza di Paolo Diacono, multi Anglorum gentes nobiles et ignobiles, viri et feminae, duces et privati, tutti divini amoris instinctu[131]; ancora nel IX secolo Walafrid Strabo scriveva che per gli Irlandesi l’abitudine del pellegrinaggio era divenuta “una seconda pelle”[132] e Alcuino nella Vita del monaco frisone Willibrord fa un elogio dell’urbs sacra, caput orbis, verso la quale gentes et populi cum devoto pectoris officio cotidie concurrunt [133]. Venire nella città, ad limina apostolorum, espressione ormai con valenza metonimica, abbandonando, per un periodo che non doveva essere breve,  il proprio paese, i propri affetti e le proprie cose[134],  costituiva un desiderio più volte espresso nelle biografie dei vescovi dell’area nord-europea; Roma era divenuta anche luogo di espiazione per eccellenza e qui, tra VII e VIII secolo, stando ancora alla testimonianza di Beda, addirittura diversi capi anglosassoni, come Caedwalla, rex Occidentalium Saxonum,  Ina, suo successore, Cenred, re dei Merci, e Offa, figlio del re dell’Essex Sighere[135], avevano rinunciato al potere temporale per dedicarsi esclusivamente alla conquista della vita eterna. Il primo, nel 688, abbandonato l’impero per il regno perpetuo, venit Romam con il desiderio di ricevere il battesimo proprio al fons ad limina beatorum apostolorum, in quo solo didicerat genere humano patere vitae coelestis introitum; e avendo lasciato subito, appena battezzato dal papa Sergio, le spoglie terrene, ottenne anche l’ambitissimo privilegio di essere sepolto a S. Pietro.

Il pellegrinaggio di massa verso Roma segnò il territorio dell’Europa con una serie di tracciati preferenziali, lungo i quali, si può ritenere, avvenne concretamente quell’incontro di etnie e tradizioni, capace di produrre nel tempo una comune ridefinizione etica, sociale e culturale: il dettagliato viaggio descritto da Sigerico, arcivescovo di Canterbury, nel 990, ricompone un sistema organico ed efficiente di strade, adeguatamente corredate di strutture ricettive, che dal canale della Manica, attraverso la Fiandra, l’Artois e la Champagne, scavalcando i valichi alpini e appenninici, indirizzava, mediante la via detta a proposito Francigena, verso l’urbs sacra, l’altera Jerusalem. E qui i viatores trovavano una città predisposta per un’accoglienza ad ampio spettro, anche sulla linea di una lunga e autentica tradizione cosmopolita, con numerosi xenodochia, attestati per lo più dalle fonti letterarie, ben inseriti nell’assetto abitativo della città e in particolare presso i più frequentati poli martiriali; lo stesso tessuto urbano si prestò in misura tangibile all’inserimento delle presenze straniere e, implicitamente, ad un precoce riconoscimento delle nascenti identità nazionali: è significativo che proprio nelle adiacenze della basilica vaticana vennero impiantate, entro l’VIII secolo, quattro scholae peregrinorum, rispettivamente dei Longobardi, dei Sassoni, dei Franchi e dei Frisoni, organismi sostanzialmente autonomi dal punto di vista istituzionale e amministrativo, destinati all’ospitalità e alla cura dei pellegrini conterranei, ma operanti anche nell’istruzione e nella salvaguardia della propria connotazione culturale.

Meta delle visite dei numerosissimi e ferventi peregrini d’oltralpe sono ancora le “cripte profonde” e buie, rischiarate da solo sporadici raggi di luce, descritte secoli prima da San Girolamo; molti di questi visitatori, a testimonianza del trepidante e accorato passaggio, lasciarono, su marmi e intonaci presso i limina sancta, rapide firme che riassumono un repertorio onomastico dal carattere effettivamente multietnico, nel quale rientrano molti antroponimi anglosassoni e franco-longobardi, talora accompagnati da epiteti di umiliazione, da richieste di preghiere o da citazioni scritturistiche. Tutte tracce preziosissime di una devozione senza confini.

 


 


[1] Testini 19802, pp. 481-484.

[2] ICUR X, 26672: d(e)p(ositus) III idus Septe(m)br(es) / Yacinthus / martyr.

[3] Carletti 1972, pp. 104-106 ; Baruffa 19923, pp. 49-67.

[4] ICUR IV, 10694: FabianØj _p¼(skopoj) m(£)rt(uj).

[5] ICUR IV, 10670: PontianØj _p¼sk(opoj) m(£)rt(uj).

[6] ICUR IV, 9367: Cornelius martyr ep(iscopus).

[7] ICUR III, 8456.

[8] ICUR III, 6963.

[9] Popescu 1976, n. 267, pp. 276-278.

[10] Baumann 1977, pp. 245-255.

[11] Radulescu-Lungu 1989, pp. 2614-2615.

[12] Popescu 1976, n. 22, p. 58.

[13] Mirabella Roberti 1960, cc. 85-94 e 1966, cc. 85-94.

[14] Saxer 1980, pp. 373-392; Cuscito 1992, pp. 65-80.

[15] Deichmann 1958, p. 124.

[16] Tavano 1960, p. 13.

[17] Cuscito 1980, p. 659: “ripete il testo del sarcofago di Proto, ma è anteriore di qualche decennio”.

[18] Tavano 1960, p. 14.

[19] Candido 1521.

[20] CIL V, Suppl., I, 1224; Tavano 1960, p. 8. Il sarcofago misura cm. 57 (h) x 183 (l.) x 56 (pr.), mentre lo specchio epigrafico è di cm. 45 (h) x 147 (l.).

[21] CIL V, Suppl., I, 1223; Tavano 1960, p. 9. Il sarcofago misura cm. 63 (h) x 203 (l.) x 68 (pr.), lo specchio epigrafico cm. 40 (h) x 87 (l.).

[22] Mirabella Roberti-Tavano 1981, p. 14.

[23] CIL V, 236; Tavano 1960, pp. 10-12. Il frammento ha le seguenti misure: cm. 79,5  (h) x 49,5 (l.) x 2,8 (sp.).

[24] Mirabella Roberti-Tavano 1981, p. 2.

[25] Tavano 1960, p. 11.

[26] ICUR V, 13871: beatiss[i]mo martyri Ianuario Damasus epis[c]op(us) fecit.

[27] ICUR II, 4775: Paulo apostolo mart(yri).

[28] Carletti 2000.

[29] Carletti 2000, p. 351.

[30] Ferrua 1942, n. 28: percussor retulit mihi cum puer essem.

[31] Ferrua 1942, n. 35,8: haec audita refert Damasus.

[32] Ferrua 1942, nn. 37,1, 48,1:  fama refert.

[33] Ferrua 1942, n. 35,1: fertur.

[34] Ferrua 1942, n. 18,27.

[35] Ferrua 1939, pp. 35-47.

[36] In cod. Barb. 2154 (copia del Peiresc da codice lussemburghese perduto del IX sec.).

[37] Di Stefano Manzella 1997, pp. 260-261 (scheda di C. Lega e G. De Felice).

[38] Sui vari aspetti della personalità di Damaso si vedano, ad esempio, i diversi contributi editi negli atti del Convegno Internazionale per il XVI Centenario della morte di papa Damaso, svoltosi a Roma dal 10 al 12 dicembre 1984 (Città del Vaticano 1986).

[39] ICUR V, 13871: Beatiss[i]mo martyri / Ianuario / Damasus epis[c]op(us) /  fecit.

[40] Ferrua 1942, n. 21; ICUR V, 13274; Ferrua-Carletti 1985, pp. 32-34.

[41] Ferrua 1942, n. 16; ICUR IV, 9513; Ferrua-Carletti 1985, pp. 19-23: ... hic fateor Damasus volui mea condere membra / sed cineres timui sanctos vexare piorum.

[42] Carletti 2000, p. 369.

[43] Ferrua 1942, n. 57,7.

[44] Carletti 2000, p. 369.

[45] Carletti 2000, p. 366.

[46] ICUR VIII, 22958: [s(an)c(t)is martyrib(us) Eventio] et Alexandro Delicatus voto posuit / dedi/can/te ae/pis/cop(o) / Urs[o]..

[47] ICUR VIII, 23398.

[48] ICUR VII, 20334: Novatiano beatissimo marturi Gaudentius diac(onus) f[ecit].

[49] Popescu 1976, n. 194, pp. 205-206: Kur¼llw Kunda¼a Tase¼w parat¼qomai EÙfr£sin.

[50] Beševliev 1964, p. 56, n. 84; Mazzoleni 2002, p. 276.

[51] Perraymond 1998.

[52] L’iscrizione stranamente non compare in Brusin 1993. Cfr. Guarducci 1978, pp. 515-517.

[53] Brusin 1993, p. 1173, n. 3336.

[54] Ceci 1963, tavv. VIII-IX e p. 129; Caillet 1993, pp. 386-390: die oct]avo K[al. Maiar?]um votum fecit ad martirem Asterium; die Ioves X [kal. Martias?- - -]itio Mercu[rius? ad] martirem An[tiochianum vot(um) solvit o fecit].

[55] Ceci 1963, pp. 108-109.

[56] Wilpert-Schumacher 1976, pp. 94-95.

[57] ICUR IV, 12502.

[58] ICUR IX, 25165: Filicissimus (!) et Leopar[da] / bisomum at Criscent[ionem] / introitu.

[59] ICUR IV, 9441: Ser[[pe]]ntiu/s emit loc(u)/m a Quinto / fossore ad / santum (!) Co/rnelium.

[60] ICUR IV, 9924: ...Iovine... conpa[ra]bit sibi arco[so]lium in Callisti at domn[um] Gaium...

[61] ICUR VII, 20059.

[62] ICUR VII, 17912.

[63] ICUR VII, 17535.

[64] Feissel 1983, pp. 172-173, n. 204.

[65] ICUR I, 3127. Cfr. Fiocchi Nicolai 1998, p. 56.

[66] Aug., Cur. Mort., 5 (=CSEL 41, p. 631) ; CIL V, p. 617, n. 5.

[67] Janssens 1981, pp. 246-247.

[68] Picard 1992, pp. 8-9, 21-22, 33-34; Fiocchi Nicolai 1998, p. 56.

[69] ICUR IV, 9513.

[70] ICUR VII, 18017.

[71] Janssens 1981, p. 243.

[72] Brown 1983, nota 46 a p. 68.

[73] ICUR VII, 18017, r. 3: elegi sancti ianitor esse loci.

[74] Ibidem.

[75] ICUR X, 27034: ...conmando Bassila (!) innocentia Gemelli.

[76] ICUR X, 27060: domina Bassilla com/mandamus tibi Cres/centinus et Micina / filia nostra Crescen(tiam?) / que vixit men(ses) X et d(i)es.

[77] ICUR VIII, 21590: XVI kal(endas) Octob(res) marturoru(m) h[i]c in cimi/teru maiore Victor[[i]]s Felicis Papiantis / Emerentianetis et Alexandri.

[78] ICUR VIII, 21592: [Alexa]ndro Victo[ri Mau[ro Papie et Felici Patricia [- - - vot]un solvit.

[79] ICUR II, 6094: fecit fatu IIII idus / Octtrobis (!) &II ante / natale domni As/teri depositus in / pace.

[80] ICUR X, 26350.

[81] Brusin 1993, n. 2925, p. 1030.

[82] Beševliev 1964, pp. 28-29, n. 42: + Hic insunt reliquiae sanct(i) Thomae apost(oli) et Babylae ep(iscopi) cum tribus parvulis.

[83] Carletti 1995, Pietri 1997, Mazzoleni 1998, pp. 179-180.

[84] Carletti 2002.

[85] Le numerose invocazioni a Pietro e Paolo sono, per alcuni studiosi, indizio valido per sostenere la presenza di reliquie apostoliche in quel luogo dalla seconda metà del III fino ai primi decenni del IV secolo. Su questo dibattuto argomento si veda, ad esempio, Ferrua 1991, pp. 297-314 e Carletti 1997, pp. 148-149.

[86] Ferrua 1963.

[87] Otranto 1980, Otranto 1994.

[88] ICUR VI, 15979: [L]uitprandiu (!).

[89] ICUR X, 26320.

[90] ICUR II, 6449, 7 e 19; Carletti 1984-85, p. 132.

[91] Carletti 1984-85, p. 132 e 141-142: Eadbald.

[92] ICUR X, 26316: Pascal(is a) Neapoli.

[93] ICUR VI, 15984 b: Iohan[nes] / Reat[inus].

[94] ICUR IV, 9524, 20: Leonti vib[as] in Chr(isto).

[95] ICUR X, 26317;  Mazzoleni 1993, pp. 108-113.

[96] ICUR IV, 9521: Sante Suste in mente / habeas in horationes (!) / Aureliu Repentinu (!). Si veda anche Baruffa 1992, p. 51.

[97] ICUR VI, 15963: Marcelline / Petre petite / [p]ro Gallicanu (!) /[c]hristiano.

[98] ICUR IX, 24853: salba me / domne Crescentionem / meam luce (!).

[99] ICUR X, 26315: Maiulus mon(achus) peccator.

[100] ICUR VI, 15969: eg(o) Rapulus humilis et indignus monachus.

[101] Duval 1993, p. 173.

[102] Duval 1993, p. 174.

[103] Vives 1969, n. 285.

[104] Condivido quanto scritto, in proposito, da Duval 1993, p. 176.

[105] Hübner 1871, n. 391; Duval 1993, p. 195: vos, sancti domini, quorum hic praesentia fulget, hanc urbem et plebem solito serbate favore.

[106] Enarrationes in Psalmos 140, 21 (cfr. anche 86, 8).

[107] Carmina XIII, vv. 28-31.

[108] Sermones LXXXII, in Patrologia Latina LIV, cc. 422-423.

[109] Orosio, Historiae adversus paganos VII, 39, 1-10; Girolamo, Epist. 126, 1, in Patrologia Latina XXII, cc. 1086-1087.

[110] G. Marchi, Monumenti delle arti cristiane primitive nella metropoli del Cristianesimo, disegnati ed illustrati per cura di G. Marchi. Architettura, Roma 1844, pp. 237–272; G.B.de Rossi, La cripta dei Ss. Proto e Giacinto nel cimitero di S.Ermete presso la via Salaria Vetere, in Bullettino di Archeologia Cristiana s. V, a. 4 (1894), pp. 5-36

[111] ICUR X 26662 e R. Valentini – G. Zucchetti, Codice topografico della città di Roma, II, Roma 1942, p. 26.

[112] Historia ecclesiastica II, 25, 7.

[113] Liber pontificalis I, pp. 176, 178, 181, 8, 208.

[114] Liber pontificalis I, p. 212.

[115] ICUR IV 9514 e ICUR IV 9513. 

[116] In gloria martyrum 27.

[117] Carmina XXI, vv. 29-30.

[118] Il testo dell’iscrizione in M. Guarducci, Epigrafia greca IV, Roma 1978, pp. 377-386.

[119] Eusebio, Historia ecclesiastica IV, 14, 10.

[120] Theofania Syriaca IV, 7.

[121] Contra Judaeos et Gentiles 9, in Patrologia Graeca XLIII, 825. Vd. In Ep. ad Romanos, Hom. 32, 2-3, in PG LX, c. 678 per l’assimilazione di Pietro e Paolo a due fari splendenti.

[122] Excerpta Valesiana 2, 65.

[123] De viris inlustribus, c. I, Simon Petrus, in Patrologia Latina 23, c. 609A.

[124] Paolino, Epist., 17, 1; 18, 1; 20, 2; 43, 1. Prudenzio, Peristephanon XII e Contra Symmachum, I, 578-586.

[125] Historia lausiaca CXIII, in Patrologia Graeca XXXIV, cc. 1215-1218

[126] Epist. 59, 14, 1.

[127] Historia arianorum ad monachos, 35-37, in Patrologia Graeca XXV, cc. 733-736

[128] Contra Parmenianum Donatistam  II, 4.

[129] Epist.  107, 1.

[130] Comment.  in Ezech. XII, 40, 245, in Patrologia Latina PL XXV, c. 375.

[131] Historia Langobardorum. VI, 37, in Patrologia Latina XCV, c. 648.   Cfr. anche Beda, Historia ecclesiastica V, 7, in Patrologia Latina XCV, cc. 236-238: quod his temporibus plures de gente anglorum, nobiles, ignobiles, laici, clerici, viri ac feminae certatim facere consuerunt.

[132] Vita Galli auctore Walahfrido Strabonis II (Monumenta Germaniae Historica, Rerum merovingiarum IV, p. 336).

[133] Monumenta Germaniae Historica, Rerum merovingiarum VII, p.139.

[134] Cfr. la Vita Boniti episcopi Arverni (Monumenta Germaniae Historica, Rerum merovingiarum VI, pp. 129-130): relictis omnibus, patriam parentibusque una cum sodalibus, rebusque omnibus aecclesiis ac monasteriis distributis, Romae, ad apostolorum sacra limina peregrinaturus ac pauperiem Christi secuturus, arripuit iter.

[135] Historia  ecclesiastica  IV, 5; IV, 12; V, 7; V, 19.

 


 

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MESSAGGIO DI SUA SANTITA'
GIOVANNI PAOLO II
AI PARTECIPANTI ALL'OTTAVA SEDUTA PUBBLICA
DELLE PONTIFICIE ACCADEMIE

 

 

Al Venerato Fratello

Paul Card. Poupard

Presidente del Consiglio di Coordinamento

tra Accademie Pontificie

 

1. E’ con viva gioia che invio questo mio messaggio ai partecipanti all’Ottava Seduta Pubblica delle Pontificie Accademie. E’ un incontro che intende promuovere l’opera di codeste importanti Istituzioni culturali ed assegnare, al tempo stesso, un riconoscimento a quanti si adoperano per favorire un rinnovato umanesimo cristiano.

La saluto cordialmente, Venerato Fratello, e La ringrazio per la sollecitudine con la quale segue questa iniziativa. Saluto poi i Presidenti di ciascuna Accademia e i loro collaboratori, come pure i Membri della Curia Romana intervenuti. Estendo il mio saluto alle Autorità, ai Signori Ambasciatori ed a quanti hanno voluto onorare con la loro presenza codesta manifestazione.

 

2. Il tema scelto per l’odierna seduta pubblica — I Martiri e le loro memorie monumentali, pietre vive nella costruzione dell’Europa — intende offrire una singolare chiave di lettura della svolta epocale che stiamo vivendo in Europa. Si tratta di scoprire il legame profondo tra la storia di ieri e quella di oggi, tra la testimonianza evangelica offerta coraggiosamente nei primi secoli dell’era cristiana da tantissimi uomini e donne e la testimonianza che, anche nei giorni nostri, non pochi credenti in Cristo continuano ad offrire al mondo per riaffermare il primato del Vangelo di Cristo e della carità.

Se si perdesse la memoria dei cristiani che hanno sacrificato la vita per affermare la loro fede, il tempo presente, con i suoi progetti ed i suoi ideali, perderebbe una componente preziosa, poiché i grandi valori umani e religiosi non sarebbero più confortati da una testimonianza concreta, inserita nella storia.

 

3. "Stringendovi a lui, pietra viva, rigettata dagli uomini, ma scelta e preziosa davanti a Dio, anche voi venite impiegati come pietre vive per la costruzione di un edificio spirituale" (1 Pt 2,4).

Queste parole dell’apostolo Pietro hanno animato e sostenuto migliaia di uomini e donne nell’affrontare le persecuzioni e il martirio durante duemila anni di cristianesimo. Oggi in Europa – ma così non è in altre regioni del mondo – la persecuzione non è più fortunatamente un problema. I cristiani tuttavia devono spesso affrontare forme di ostilità più o meno palesi e questo li impegna ad una testimonianza chiara e coraggiosa. Insieme a tutti gli uomini di buona volontà, essi sono chiamati a costruire una vera "casa comune", che non sia solo edificio politico ed economico-finanziario, ma "casa" ricca di memorie, di valori, di contenuti spirituali. Questi valori hanno trovato e trovano nella Croce un eloquente simbolo che li riassume e li esprime.

Nell’Esortazione apostolica post-sinodale Ecclesia in Europa ho sottolineato che il Continente europeo sta vivendo una "stagione di smarrimento" e che le Chiese europee sono anch’esse tentate da "un offuscamento della speranza" (n. 7). Tra i segnali preoccupanti ho posto in evidenza il progressivo smarrimento dell’eredità cristiana, che porta di conseguenza la cultura europea a scivolare in una sorta di "apostasia silenziosa", nella quale l’uomo vive come se Dio non esistesse.

 

4. I discepoli di Cristo sono chiamati a contemplare e imitare i tanti testimoni della fede cristiana, vissuti nell’ultimo secolo, all’Est come all’Ovest, i quali hanno perseverato nella loro adesione al Vangelo in situazioni di ostilità e persecuzione, spesso fino alla prova suprema del sangue. Questi testimoni sono convincente segno di speranza, che viene additato innanzitutto alle Chiese d’Europa. Essi, infatti, ci attestano la vitalità e la fecondità del Vangelo anche nel mondo di oggi. Sono davvero un faro luminoso per la Chiesa e per l’umanità, perché hanno fatto risplendere nelle tenebre la luce di Cristo.

Si sono sforzati di servire fedelmente Cristo ed il suo "Vangelo della speranza", e con il loro martirio hanno espresso in grado eroico la loro fede e il loro amore, ponendosi generosamente a servizio dei fratelli. Così facendo hanno dimostrato che l’obbedienza alla legge evangelica genera una vita morale e una convivenza sociale che onorano e promuovono la dignità e la libertà di ogni persona.

Sta a noi, dunque, raccogliere questa singolare e preziosissima eredità, questo patrimonio unico ed eccezionale, come già hanno fatto le prime generazioni cristiane, che hanno costruito sulle tombe dei Martiri memorie monumentali, basiliche e luoghi di pellegrinaggio, per ricordare a tutti il loro supremo sacrificio.

 

5. Questa solenne Seduta Pubblica vuol essere, perciò, innanzitutto memoria e accoglienza interiore della testimonianza dei Martiri. I cristiani di oggi non devono dimenticare le radici della loro esperienza di fede e dello stesso loro impegno civile.

Sono pertanto lieto di incaricarLa, Signor Cardinale, di consegnare il premio delle Pontificie Accademie per l’anno 2003 alla Dottoressa Giuseppina Cipriano per il suo studio dal titolo I Mausolei dell’Esodo e della Pace nella necropoli di El-Bagawat. Riflessioni sulle origini del Cristianesimo in Egitto. La prego altresì di consegnare la Medaglia del Pontificato alla Dottoressa Sara Tamarri, per l’opera dal titolo L’iconografia del leone dal Tardoantico al Medioevo.

 

Voglia al tempo stesso, Venerato Fratello, esprimere alle vincitrici il mio compiacimento per i rispettivi lavori che sottolineano il valore del patrimonio archeologico, liturgico e storico, al quale la cultura cristiana deve tanto e dal quale può tuttora attingere elementi di autentico umanesimo.

Nell’assicurare a tutti un particolare ricordo nella preghiera, volentieri imparto a Lei, Signor Cardinale, ed a ciascuno dei presenti la mia Benedizione.

 

Dal Vaticano, 3 Novembre 2003.

Ioannes Paulus II


 

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IL SANTO PADRE

GIOVANNI PAOLO II CONSEGNA

IL PREMIO DELLE PONTIFICIE ACCADEMIE

 

 

Nel corso dell'Ottava Seduta Pubblica delle Pontificie Accademie, tenutasi nell'Aula nuova del Sinodo, tramite il Cardinale Poupard, il Santo Padre Giovanni Paolo II ha consegnato per la settima volta il Premio delle Pontificie Accademie.

Presentata dal Consiglio di Coordinamento fra Accademie Pontificie, la Dottoressa Giuseppina Cipriano è stata premiata per la tesi dottorale dal titolo I Mausolei dell'Esodo e della Pace nella necropoli di El-Bagawat. Rifflessioni sulle origini del Cristianesimo in Egitto.

 Quindi, il Santo Padre ha consegnato alla Dottoressa Cipriano un assegno di 20.000 euro e una pergamena con la seguente scritta in latino:

 

Summus Pontifex Ioannes Paulus II

proponente Consilio pro Academiarum Pontificiarum coordinatione

Optimæ Dominæ

Iosephæ Cipriano

e diœcesi Panormitana

Præmium Academiarum Pontificiarum

benevole tribuit.

Ex Ædibus Vaticanis, die 6a mensis Novembris A.D. MMIII.

 

Il Pontefice, inoltre, ha voluto offrire, quale segno di apprezzamento e di incoraggiamento, una medaglia del Pontificato alla Dott.ssa Sara Tamarri, per la sua opera dal titolo: L'iconografia del leone dal Tardoantico al Medioevo.


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