Cardinale Alfonso López Trujillo Presidente del Pontificio
Consiglio per la Famiglia
LA FAMIGLIA: DONO ED IMPEGNO,
SPERANZA DELL'UMANITÀ
Introduzione
Questo tema, che esprime e compendia elementi fondamentali
della famiglia, apre la mente ed il cuore ad ampie prospettive che partono dalla
sicurezza della presenza del Signore nella chiesa domestica: "Il Signore è
con voi", ricordava il Successore di Pietro nella sua Lettera alle
Famiglie, Gratissimam sane (n. 18). Questa presenza del Signore, "Capo
del corpo che è la Chiesa" (Ef 5, 23) e che arricchisce le
famiglie di eminente energia (cf. Ef 5, 27), è la chiave e
ragione di questa certezza che dà consistenza alla speranza in forza
della quale si tende e si cammina verso l'avvenire che è nelle mani di
Dio e che ci introduce dinamicamente nel Terzo Millennio. Il Santo Padre
Giovanni Paolo II ha affermato nella Lettera Apostolica Tertio Millennio
Adveniente: "È perciò necessario che la preparazione al
Grande Giubileo passi, in un certo senso, attraverso ogni famiglia" (n.
28). Già aveva detto che "l'avvenire dell'umanità passa
attraverso la famiglia" (FC 86).
Il tema, che per alcuni aspetti intendo trattare soltanto a
mo' di introduzione, ha una prospettiva cristologica che arricchisce, in questo
campo specifico, la riflessione e la preghiera in questo anno che, nel Triennio
di preparazione al Giubileo del 2000, evidenzia questa dimensione: "Gesù
Cristo, unico Salvatore, ieri, oggi e sempre" (TMA 40).
Il tema "La Famiglia: dono ed impegno, speranza
dell'umanità", che mi accingo ad illustrare, sarà
argomento del II Incontro mondiale delle Famiglie e del Congresso
Teologico-Pastorale1.
Il tema scelto dal Santo Padre s'inquadra in un momento
storico, dopo la celebrazione dell'Anno della Famiglia, che ha permesso di
approfondire le ampie possibilità della famiglia, come pure le sfide e
difficoltà che affronta. Il primo Congresso Teologico-Pastorale (ottobre
1994) si centrò nel tema "La Famiglia: cuore della civiltà
dell'amore". Ne sono stati pubblicati gli atti.
In questi ultimi anni si sono verificati nel mondo eventi
di carattere internazionale, su convocazione dell'Organizzazione delle Nazioni
Unite (ONU) che potremmo raffigurare nell'itinerario che da Rio a Istanbul,
ossia dalla Conferenza di Rio de Janeiro sull'Ambiente (1992), passando per
quella del Cairo su Popolazione e Sviluppo (1994), per quella di Pechino sulla
Donna (1995) e che ha culminato con la Conferenza di Istanbul sull'Habitat
(1996). Nell'anno 1996 s'è avuta anche la celebrazione, in Roma, nella
sede della FAO, dell'incontro mondiale sulla fame. Questi eventi politici hanno
avuto di fatto una stretta connessione, a non voler parlare d'una relazione
intenzionale.
È bene avvertire che l'accento è sulla
famiglia, fondata sul matrimonio, come istituzione naturale, con i suoi fini e
beni specifici, cellula primaria della società, la cui verità è
radicata nel cuore e nell'esperienza dei popoli per cui fa parte del loro
patrimonio culturale , realtà che s'apre a tutti i popoli, di tutti
i secoli, ai credenti e ai non credenti. La nostra riflessione non si limita
soltanto a quello che è abbordabile con la ragione, ma, e in modo molto
speciale, teniamo presente la dimensione sacramentale del matrimonio con
l'abbondante ricchezza che ce ne offre la fede. Questo è stato
evidenziato dall'ultimo Concilio (cf. Gaudium et Spes,49).
1. LA FAMIGLIA
Il contesto storico caratterizzato da una serie di
cambiamenti e alterazioni con modi di riflessione, tante volte pieni di ambiguità,
che s'è venuto instaurando e che in certa maniera mette in dubbio la
ragion d'essere e il significato stesso della famiglia, con la sua fisionomia
propria e insostituibile, che si radica nel progetto di Dio creatore, ha fatto sì
che oggi sia imprescindibile insistere sull'articolo
La (al singolare) parlando della famiglia.
È necessario dare tutta l'enfasi all'uso del
singolare: La Famiglia, quando diventa più frequente l'uso del
plurale, Le Famiglie, con quanto implica di negazione d'un modello
della famiglia, fondata sul matrimonio, comunità di amore e di vita, d'un
uomo e una donna, aperta alla vita. Connessa con la concezione originale e nel
singolare de La famiglia, v'è la sua filosofia, il suo fondamento
antropologico, su cui il Papa ha apportato tanti aspetti illuminanti con il suo
magistero2.
Mantenendo senza confusioni e senza concessioni indebite il
modello della famiglia, voluto da Dio, ci teniamo lontani da una visione
superficiale e affrettata che concepisce il matrimonio e la famiglia come frutto
della volontà umana, prodotto di consensi mutevoli. Consensi, accordi,
che non offrono la stabilità e l'identità, come una ricchezza, ma
piuttosto la precarietà, per cui l'unità matrimoniale è
esposta al deterioramento per successive erosioni che debilitano la famiglia.
Nel testo di Genesi 2, 24, il Signore dichiara solennemente
il precetto di Dio, fin dal principio della creazione ("ab initio":
come modello voluto dal creatore). V'è un ordine stabilito da Dio fin
dalla creazione (Ap Arches) (Mt 19, 4): "Li creò maschio e
femmina
Per questo l'uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà
a sua moglie e i due saranno una sola carne. Così che non sono più
due, ma una carne sola. Quello dunque che Dio ha congiunto, l'uomo non lo separi"3.
Il Catechismo della Chiesa Cattolica riporta il commento di Tertulliano:
"Non v'è nessuna divisione quanto allo spirito e quanto alla carne.
Anzi sono veramente due in una sola carne e dove la carne è unica, unico è
lo spirito" (CCC, n. 1642). C'è da ricordare che "carne"
nel linguaggio biblico denota non solo la parte materiale dell'uomo, ma l'uomo
stesso come persona. San Paolo, nella Lettera agli Efesini, si riferisce anche a
questo passaggio della Genesi (cf. Ef 5, 31) e lo segnala come "mistero
grande" (to mysterion
mega) (Ef 5, 32), in rapporto a Cristo
e alla Chiesa. Il "mega" (il grande del mistero, nel processo a cui
allude la Scrittura) si basa sul fatto che l'uomo (anthropos: Adamo) è
tipo (typos) dell'amore di Cristo e della Chiesa4.
Il tema che stiamo trattando trova la chiave nel dono
che ha la sua sorgente in Dio, da cui viene ogni dono (cf. Gc 1, 17). È
dono ricevuto nella Chiesa ("dono di Chiesa") e per essa mediante la
chiesa domestica.
Il dono che i futuri sposi si offrono mutuamente, con la
corrispondente libera ed esplicita accoglienza, che è il consenso,
configura l'elemento indispensabile "che costituisce il matrimonio" (CCC,
n. 1626). È meglio che "l'atto umano col quale i coniugi mutuamente
si danno e si ricevono" (CCC, n. 1627) sia espresso con la formula
che la coppia dovrebbe imparare a memoria e saperla esprimere in modo personale
e significativo.
Si potrebbe dire che l'insistenza della Chiesa per
un'adeguata preparazione al matrimonio, nelle differenti tappe, cerca di
assicurare che il "Sì" degli sposi abbia tutta la sicurezza e
consistenza (cf. CCC, n. 1632) giacché sta alla base dei beni e
dei doveri dell'amore coniugale. Lì si trova la chiave della loro felicità,
come è detto nella benedizione nuziale terza del rituale: "che
trovino la loro felicità nella mutua donazione". La celebrazione
liturgica deve esprimere tutto quanto è implicito in questa mutua
donazione tra gli stessi sposi, tra gli sposi e la Chiesa e Dio, con questo
amore effuso nei loro cuori5.
Il dono degli sposi, puntuale e permanente, che suppone ed
esprime il consenso in nome della Chiesa, "esprime visibilmente che il
matrimonio è una realtà ecclesiale" (cf. CCC, nn.
1630, 1631), un impegno pubblico, con il "vincolo stabilito da Dio" (CCC,
n. 1640), vincolo irrevocabile che esige fedeltà tra gli sposi e al Dio
fedele per quanto dispone nella sua divina sapienza. Cristo è presente
nel cuore delle libertà umane, con la sua potente continuità, in
un atto quotidianamente rinnovato in forza del quale i coniugi sono quasi ("veluti")
consacrati, dice la Gaudium et Spes (n. 48). Gli sposi non possono
conseguire la loro felicità e pienezza al di fuori di questa verità
che arricchisce il senso della loro libertà. Gli sposi si donano
mutuamente in Cristo, che va incontro a loro, offrendo le energie necessarie per
superare le limitazioni d'una libertà vulnerata, bisognosa, in modo che
possano esprimere con sincerità: "io
prendo te
come mia
sposa (mio sposo) e prometto di esserti fedele
per tutti i giorni della
mia vita". Queste parole dette dagli sposi stringendosi la mano, sono
cariche di significato e devono suonare come un avvertimento agli sposi sui
rischi d'un tradimento dell'amore che il mondo presenta come un diritto e
perfino come una liberazione. Così la parola diventa insignificante e il
gesto vuoto, reso misero.
2. DONO ED IMPEGNO
La famiglia, fondata sul matrimonio, comunità di
vita e d'amore (di "tutta la vita" nella formulazione del Codice di
Diritto Canonico, can. 1055), ha il suo "elemento indispensabile", che
"costituisce il matrimonio" con lo scambio dei consensi (cf. CCC,
n. 1626).
Il consenso, osserva il Catechismo della Chiesa Cattolica,
consiste in un "atto umano col quale i coniugi mutuamente si danno e si
ricevono" (GS 48) (CCC, n. 1627). Questa mutua donazione si
fa mediante la parola come solenne promessa, accompagnata da gesti che
evidenziano la volontà di mutua donazione. Il dono che si offre, la
stessa persona, assume la categoria di dono quando è accolto
aggiunge il Catechismo . "Io prendo te come sposa" "Io
prendo te come sposo". Il consenso che unisce gli sposi tra loro, trova la
sua pienezza nel fatto che i due "vengono a formare una sola carne" (CCC,
n. 1627).
Il consenso, come espressione del dono, che costituisce il
matrimonio, "il patto matrimoniale" e costituisce una comunità
di tutta la vita (CCC, n. 1601) è un dono di Dio. In Lui ha la
sua sorgente e il suo autore. Quando gli sposi si donano l'uno all'altro
arrivano ad essere un regalo di Cristo che dona l'uomo alla donna e la donna
all'uomo. È una "intima comunità di vita e d'amore coniugale,
fondata dal Creatore
Perciò è Dio stesso l'autore del
matrimonio" (GS 48). Attraverso il matrimonio, ricorda il Concilio
Vaticano II, "il Salvatore degli uomini e sposo della Chiesa, viene
incontro ai coniugi cristiani" (GS 48).
È questo il progetto della creazione voluto da Dio
al principio, che il Signore santifica solennemente ed eleva alla dignità
di sacramento. È Dio che unisce nel matrimonio, in questa comunità
"strutturata con leggi proprie", come istituto stabilito per
ordinamento divino", che non dipende dall'arbitrio umano (cf. CCC,
n. 1603). Sono ben noti i passi della teologia biblica che mostrano, nel
contesto d'una definita antropologia, come è iscritta nel cuore
dell'essere umano la chiamata alla condivisione, alla complementarietà,
ad un'accoglienza, nella realtà della prima coppia. In questa unione, di
cui è autore Dio, Egli stesso si impegna e si proietta nell'orizzonte
dell'Alleanza di Dio con l'umanità, di Cristo con la Chiesa. Con
particolare enfasi ha scritto Max Thurian: "Non è un semplice
contratto che si rapporta con una fedeltà reciproca. Dio in persona
realizza questo mistero di unione e l'assicura contro i pericoli di
disgregazione. È la caratteristica principale del matrimonio cristiano.
Il matrimonio è l'unione in Dio e da Dio
"7.
Il matrimonio cristiano ha una relazione diretta con
l'Alleanza di Cristo. In tal senso il consenso non è un atto tra due, ma "triangolare"
(l'espressione è di Carlo Rocchetta), come un "Sì" detto
entro il "Sì" di Cristo alla Chiesa. Il consenso degli sposi
non può essere separato dall'adesione a Cristo. "Il tradere seipsum
di Cristo alla Chiesa viene a configurare in profondità il tradere
seipsum degli sposi"8.
Ciò che Dio ha congiunto fino a renderlo "una
sola carne", l'uomo non può sottometterlo ai suoi capricci né
rivendicare alcun arbitrio. Il matrimonio non è un consenso, frutto di
mutevoli accordi umani, ma un'istituzione che affonda le sue radici nel terreno
del sacro: la stessa volontà del Creatore. Non è un grazioso
regalo dei parlamenti, come risultato degli stratagemmi politici dei
legislatori. Il pieno dominio è di Dio ed è Lui che viene incontro
e offre il dono. Commenta Joachim Gnilka: ""L'uomo non separi ciò
che Dio ha congiunto" (Mt 19, 6), è comprensibile solamente
se si può partire dal presupposto che è Dio che congiunge ogni
coppia di sposi"9.
Il dono espresso con il consenso "personale e
irrevocabile", che stabilisce l'Alleanza del matrimonio, porta il sigillo e
la qualità d'una donazione definitiva e totale (cf. CCC, n.
2364).
La donazione fino a diventare "una sola carne" è
un'offerta personale: non si offrono delle cose, che si articola nella
parola-promessa e si fonda nel Signore. Perché è una donazione
personale, non entra in gioco, nel suo progetto originale, la dialettica del
possesso, del dominio. Perciò non è distruzione della persona ma
realizzazione della medesima nella dialettica dell'amore che non vede nell'altro
una cosa, uno strumento che si possiede, si usa, ma il mistero della persona sul
cui volto si delineano i tratti dell'immagine di Dio. Solo un'adeguata
concezione della "verità dell'uomo", dell'antropologia che
difende la dignità dell'uomo e della donna permette di superare
pienamente la tentazione di trattare l'altro come cosa e di interpretare l'amore
come un'impresa di seduzione. Non è un amore che degrada, che annienta,
ma che esalta e realizza. Solo così si decifra e interpreta la categoria
del dono, che libera dall'egoismo, da un amore vuoto di contenuto che è
insufficienza e strumentalizzazione, e che lega l'unione semplicemente a un
godimento senza responsabilità, senza continuità, che è
esercizio d'una libertà che, lontana dalla verità, si degrada.
S'impone con tutto vigore la categorica dichiarazione
conciliare: "L'uomo, il quale in terra è la sola creatura che Iddio
abbia voluto per se stesso, non può ritrovarsi pienamente se non
attraverso un dono sincero di sé" (GS 24). Ha, infatti, la
dignità di fine, non di strumento o cosa, e nella sua qualità di
persona è capace di darsi, non solo di dare.
Gli sposi nella loro mutua donazione, nella dialettica
d'una donazione totale "diventano una sola carne", una unità di
persone, "communio personarum", a partire dal proprio essere, con
l'unione di corpi e spiriti. Si danno con l'energia spirituale e dei loro stessi
corpi nella realtà d'un amore nel quale il sesso è a servizio d'un
linguaggio che esprime la donazione. Il sesso, come ricorda l'Esortazione
Apostolica Familiaris Consortio, è uno strumento e segno di mutua
donazione: "La sessualità, mediante la quale l'uomo e la donna si
donano l'uno all'altra con gli atti propri ed esclusivi degli sposi, non è
affatto qualcosa di puramente biologico, ma riguarda l'intimo nucleo della
persona umana come tale. Essa si realizza in modo veramente umano, solo se è
parte integrale dell'amore con cui l'uomo e la donna si impegnano totalmente
l'uno verso l'altra fino alla morte" (FC, 11).
Riesce difficile abbordare tutta la ricchezza contenuta
nell'espressione "una sola carne", secondo il linguaggio biblico.
Nella Lettera alle Famiglie il Santo Padre ne approfondisce il significato alla
luce dei valori della "persona" e del "dono", come anche lo
farà riguardo all'atto coniugale, che già si trova incluso nella
concezione della Sacra Scrittura. Il Papa, il quale offre un'accurata analisi
nei differenti scritti, così scrive nella Gratissimam sane: "Il
Concilio Vaticano II, particolarmente attento al problema dell'uomo e della sua
vocazione, afferma che l'unione coniugale, la biblica "una caro",
può essere compresa e spiegata pienamente solo ricorrendo ai valori
della "persona" e del "dono". Ogni uomo ed ogni donna si
realizzano in pienezza mediante il dono sincero di sé e, per i coniugi,
il momento dell'unione coniugale costituisce di ciò un'esperienza
particolarissima. È allora che l'uomo e la donna, nella "verità"
della loro mascolinità e femminilità, diventano reciproco dono.
Tutta la vita nel matrimonio è dono; ma ciò si rende singolarmente
evidente quando i coniugi, offrendosi reciprocamente nell'amore, realizzano
quell'incontro che fa dei due "una sola carne" (Gen 2, 24).
Essi vivono allora un momento di speciale responsabilità, anche a
motivo della potenzialità procreativa connessa con l'atto coniugale. I
coniugi possono, in quel momento, diventare padre e madre, dando inizio al
processo di una nuova esistenza umana, che poi si svilupperà nel grembo
della donna" (Grat. sane, 12).
In questa visuale, e commentando il "mistero della
femminilità", nella sua Catechesi sull'amore umano, Giovanni
Paolo II osserva (riguardo a Genesi 4, 1): "Il mistero della femminilità
si manifesta e si rivela fino in fondo mediante la maternità, come dice
il testo: "la quale concepì e partorì". La donna sta
davanti all'uomo come madre, soggetto della nuova vita umana che in essa è
concepita e si sviluppa, e da essa nasce al mondo. Così si rivela anche
fino in fondo il mistero della mascolinità dell'uomo, cioè il
significato generatore e "paterno" del suo corpo". E in nota
sottolinea: "La paternità è uno degli aspetti dell'umanità
più rilevanti nella Sacra Scrittura"10. Torneremo su questo tema
quando tratteremo del dono del figlio.
Alla luce della teologia della donazione,il Papa riflette
sul linguaggio del corpo e sull'insieme dell'espressività e
significazione, come dono personale, della persona umana. "Come ministri
d'un sacramento che si costituisce attraverso il consenso e si perfeziona
attraverso l'unione coniugale, l'uomo e la donna sono chiamati ad esprimere
quel misterioso "linguaggio" dei loro corpi in tutta la verità
che gli è propria. Per mezzo dei gesti e delle reazioni, per mezzo di
tutto il dinamismo, reciprocamente condizionato, della tensione e del godimento
la cui diretta sorgente è il corpo nella sua mascolinità e
femminilità, il corpo nella sua azione ed interazione attraverso
questo "parla" l'uomo, la persona (
). E, appunto a livello di
questo "linguaggio del corpo" che è qualcosa di più
della sola reattività sessuale e che, come autentico linguaggio delle
persone, è sottoposto alle esigenze della verità, cioè a
norme morali obiettive l'uomo e la donna esprimono reciprocamente
se stessi nel modo più pieno e più profondo, in quanto è
loro consentito dalla stessa dimensione somatica di mascolinità e
femminilità: l'uomo e la donna esprimono se stessi nella misura di tutta
la verità della loro persona11. Questa relazione e dimensione personale,
così espressa, in "una sola carne", dice relazione a Dio
stesso, in quanto la coppia, come tale, è immagine di Dio. "Possiamo
dedurne che l'uomo è divenuto "immagine e somiglianza" di
Dio, non solo attraverso la propria umanità, ma anche attraverso la
comunione delle persone"12.
È questa verità che esalta e rende degno
quello che doveva essere trasmesso con un contenuto degno di tale nome, nell'educazione
sessuale, che segnala la grandezza della sessualità, nella sua
dimensione personale, come un linguaggio d'amore: donazione
accettazione-impegno, che non fa ripiegare le persone in se stesse, o in un
ciclo chiuso di piacere, senza apertura, ma che si eleva fino a Dio e acquista
nuove dimensioni di eternità, ossia, non si circoscrive ad atti simili
che il tempo chiude e forse soffre nel ricordare il logorio del tempo, ma si
eleva fino alla sorgente stessa dell'amore.
Questa espressione con un linguaggio umano, personale, di
totalità, come non marca l'esistenza in un significato di profondo
impegno? In nessuna maniera, anche dopo la morte di uno dei coniugi, resta
alcunché di questa relazione. Non entriamo neppure lontanamente a
discutere il diritto che ha il vedovo o la vedova a sposarsi di nuovo. Tuttavia,
prendendo in considerazione soprattutto certe preghiere molto significative
della liturgia orientale, nel caso di nuove nozze, in quelle in cui non vi sono
propriamente parole di elogio, ma quasi di permesso, di tolleranza, mi sembra
che si apre una pista di spiegazione con il tipo di relazione assunta e che non
è propriamente indifferente per la persona che s'è sommersa nel
fiume del dono.
È necessario riscattare il senso della donazione,
liberarlo da una cultura che attenta contro la dignità dell'uomo e della
donna, e che distrugge la relazione personale degli sposi, come se il processo
della donazione non corrispondesse a risorse profonde della personalità e
come se una scienza, degna di tale nome, non potesse venire in aiuto alla verità
dell'uomo.
Non è il momento di introdurci in considerazioni che
il nostro Dicastero ha fatto nel Documento che porta un titolo, che ne enuncia
il contenuto centrale: "Sessualità umana: verità e
significato". Questa prospettiva è anche riconosciuta
fondamentalmente dalle conquiste della ragione, dagli sviluppi d'una scienza che
s'avvicina veramente all'essere dell'uomo. Una proiezione che supera l'egoismo e
tende all'altro, è altruista, non è estranea, per es., al pensiero
di Freud. Oggi si può denunciare una tale banalizzazione del sesso che si
arresta su stadi previ e tappe previe, in cui l'egoismo fa ripiegare su di sé
ed isola, con la modalità d'una immaturità che distrugge il
linguaggio dell'amore, la verità e del quale sono vittime lo stesso uomo
e la donna.
Molte volte i contraenti arrivano al matrimonio con una
personalità gravemente intaccata da una cultura falsificata, che è
come una bomba a orologeria per lo stesso matrimonio. Il fatto che il linguaggio
sessuale, come comportamento armonico e articolato, che è all'inizio
della verità, non debba ridursi alla sola sfera puramente biologica, è
a volte tradotto da scrittori del vaglio di Marguerite Yourcenar nelle sue "Memorie
di Adriano". Permettetemi di riportare alcune delle sue espressioni che, mi
sembra, illustrerebbero la verità che il magistero intende trasmettere.
Il linguaggio dei gesti, dei contatti, passa dalla periferia del nostro universo
al suo centro e diventa più indispensabile che noi stessi, ed ha luogo il
prodigio meraviglioso, nel quale vedo più un'assunzione della carne
da parte dello spirito che un semplice gioco della carne, in una specie di
mistero della dignità dell'altro che consiste nell'offrirmi
questo punto di appoggio dell'altro mondo13.
V'è allora un'intuizione, non esclusiva
dell'universo della fede, che restituisce al sesso la sua grandezza e lo
riscatta dallo svuotamento e da un uso strumentale che nella cultura del
consumismo somiglia molto all'usato: si usa e si getta! È la globalità
della persona che è in gioco, a cui i suoi atti non sono esteriori quasi
potessero essere attribuiti ad un altro, in una forma di "irresponsabilità"
basilare e infantile. L'uomo che si sente incapace o insicuro di rispondere per
i suoi atti, che assumono il tono di giochi provocati da un essere sonnolento.
Ritorniamo al pensiero di M. Yourcenar che rende bene
un'impressione etica: "Io non sono di quelli che dicono che le loro azioni
non somigliano a loro. Devono somigliarsi, perché le azioni sono l'unica
misura e l'unico mezzo di fissarmi nella memoria degli uomini o in quella mia
propria
Non v'è tra me e gli atti da me compiuti uno iato
indefinibile e la prova è data dal fatto che io provo una continua
necessità di valutarli, di spiegarli, di darne conto a me stesso"14.
Con il linguaggio sessuale l'uomo si esprime, in una certa
maniera si disegna e si modella e configura il suo destino. Il dono, la verità
dello stesso e il suo senso acquistano una statura e proporzione degne
dell'uomo. Per questo la Familiaris Consortio evidenzia questo valore senza cui
il sesso si svuota, perde la sua verità, fino a diventare caricatura e
smorfia che lacera e sfigura ciò che deve risplendere nel mistero d'una
carne: "l'amore coniugale comporta una totalità in cui entrano tutte
le componenti della persona richiamo del corpo e dell'istinto, forza del
sentimento e dell'affettività, aspirazione dello spirito e della volontà
; esso mira a un'unità profonda personale, quella che, al di là
dell'unione in una sola carne, conduce a non fare che un cuor solo e un'anima
sola" (FC 13).
Il consenso, il dono reciproco ricordavamo prima
è "personale e irrevocabile"; la donazione è "definitiva
e totale". Il suo luogo nobile, proprio, unico è il matrimonio. In
esso la donazione è verità!
Potremmo dire che la definitività è una
qualità della totalità della donazione. É il
superamento d'una donazione parziale, a pezzetti, con "comode rate"
che sono un tributo all'egoismo, all'amore ottenebrato dalla realtà del
peccato. Un tale amore, a frammenti, perde profondità, spontaneità
e poesia. Tra i fidanzati v'è un'altra tonalità. L'amore che si
promette o ha aneliti di durata, di "eternità" o in fondo non
esiste. La donazione è per tutta la vita e per tutte le vicende.
Garantisce contro la provvisorietà, contro l'insuccesso, contro la
menzogna. Che dire di quanti, come per un nuovo tratto di "pluralismo"
e di attitudine compiacente nel campo giuridico, si propongono di introdurre
leggi di matrimoni ad tempus, di comunioni temporanee? "Affermare che
l'amore è elemento costitutivo del matrimonio è sostenere che se
non vi fosse quella mutua donazione irrevocabile, non esisterebbe tra gli sposi
il "foedus coniugale". Le leggi, pertanto, di unità e
indissolubilità non sono esigenze estrinseche al matrimonio, ma nascono
dalla sua stessa essenza. E così l'amore costitutivo dev'essere amore
coniugale, esclusivo e indissolubile"15
Il matrimonio dà la garanzia della stabilità,
della perseveranza, della perpetuità. Potremmo dire che il dono reciproco
che "vincola più fortemente e profondamente che tutto quanto può
essere "acquistato" in qualunque modo ed a qualsiasi prezzo" (Grat.
sane, n. 11) si esprime con una parola di impegno. A. Quilici osserva: "uno
non si dà veramente se non quando dà per primo e in verità
la sua parola. Altrimenti ciò equivale ad una sorta di violazione. Il
dono del corpo non è veramente umano se non nella misura in cui ciascuno
dà il suo consenso, nella misura in cui ciascuno ha permesso di andare più
in là nel dialogo, fino all'ultima intimità"16.
È una parola espressiva che dura e impegna
profondamente gli sposi, di tal maniera che una donazione limitata
volontariamente nel tempo vanifica la stessa qualità d'un dono totale. La
parola esprime un sì profondo che sorge dalla radice d'un amore che vuole
essere fedele nello scorrere del tempo. Così il card. Ratzinger
caratterizza questo "Sì": "L'uomo, nella sua totalità,
include la dimensione temporale. Inoltre, il "sì" d'un essere
umano trascende simultaneamente il tempo. Nella sua integralità, il "sì"
significa: sempre. Esso costituisce lo spazio della fedeltà
la
libertà del "sì" si fa sentire come una libertà
di fronte al definitivo"17. L'amore18 non è soggetto necessariamente
al logorio del tempo, come le cose che si logorano e a poco a poco perdono la
loro energia. Non cade nell'orbita della legge dell'entropia. Il tempo può
aiutare a crescere, a maturare davanti a Dio, a fare dell'amore un impegno più
serio e profondo. Ascoltai, in Cana, una graziosa promessa ed espressione di
coniugi avanti negli anni: "ti amo più di ieri, però meno di
domani". La gioia della serenità, d'una testimonianza che ha lo
spessore degli anni, si scopre in tante coppie di persone anziane nelle quali si
conserva la freschezza e la tenerezza comprovate nel tempo.
In virtù della donazione totale si comprende meglio
l'esigenza dell'indissolubilità che libera e protegge l'amore e che non è
una prigione o un impoverimento. È falso che il matrimonio è la
tomba dell'amore e che la definitività, la sua indissolubilità,
privi l'amore della sua spontaneità e del suo dinamismo. A questo porta,
senza dubbio, una cultura della precarietà, nella quale la parola è
svuotata ed è pertanto superficiale fino all'irresponsabilità. Non
tollera il peso della verità che non è capricciosa e mutevole come
lo fa un falso amore che trae in inganno. "La possibile assenza o
indebolimento di fatto nelle manifestazioni dell'amore coniugale non distruggono
le proprietà e la tendenza naturale sebbene possano ostacolarle ,
poiché le une e le altre reclameranno sempre d'essere vivificate
dall'amore coniugale"19.
La donazione totale implica il dovere della
fedeltà. È una forma concreta di dono che impegna e libera. Un
amore fedele è anche e radicalmente indissolubile. Libera dal timore di
tradire e d'essere tradito e fornisce alla sorgente della vita la garanzia e la
trasparenza a cui i figli hanno diritto.
Antonio Miralles scrive: "anche la mutua donazione
personale dei coniugi esige l'indissolubilità del reciproco legame che
essi hanno stabilito con tale donazione. Essa è totale e perciò
esclude ogni provvisorietà, ogni donazione temporanea. (
) Il
vincolo coniugale presenta un carattere definitivo, in quanto scaturisce da una
donazione integrale, che comprende anche la temporalità della persona. Il
donarsi con la riserva di potersi svincolare in futuro, significherebbe una
donazione non totale, al contrario di quella che fa nascere un vero matrimonio"20.
Infatti bisogna dire che la fedeltà,
l'indissolubilità, la definitività, sono essenziali per la
qualità del dono. Qui si radica l'impegno, l'obbligatorietà
del dono, impegno che s'apre anche ed essenzialmente al dono della vita e che
diventa testimonianza pubblica nella Chiesa e nella società. È
luce, fiamma posta sul candelabro.
San Giovanni Crisostomo commenta stupendamente lo stile di
questa donazione dando questo consiglio agli sposi: "T'ho preso tra le mie
braccia, ti amo e ti preferisco alla mia vita. Siccome la vita presente non è
nulla, il mio desiderio più ardente è di viverla con te in tale
maniera che siamo sicuri di non essere separati nella vita che c'è
riservata
Pongo il tuo amore al di sopra di tutto
"21. La
durata, la definitività della donazione conduce, in virtù della
sua totalità, all'indissolubilità che è attributo del
matrimonio naturale e che assume una dimensione più profonda ed
espressiva nel matrimonio cristiano, al cospetto, sotto lo sguardo del Signore.
Già il matrimonio naturale aveva una "certa
sacramentalità", in senso lato, come segno preannunziatore del
mistero di tale unione sponsale, in ragione dell'intima unità d'una sola
carne, inserita (in qualche maniera) nel mistero dell'Alleanza di Dio con
l'umanità, nel linguaggio della creazione, di Dio con il suo popolo (cf.
Os 1-3), di Cristo con la Chiesa22. "Mariti, amate le vostre mogli,
come Cristo ha amato la Chiesa e ha dato se stesso per lei
Per questo
l'uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà alla sua donna e i
due formeranno una carne sola. Questo mistero è grande; lo dico in
riferimento a Cristo e alla Chiesa" (Ef 5, 25.31-33).
In questo testo centrale della Lettera agli Efesini, nel
versetto 25, il modello è la donazione di Cristo, nel linguaggio del
sacrificio (en auton paredoken), con cui si esprime l'amore supremo, senza
limiti: amore sacrificato! Il "tradidit semetipsum", donazione totale
e radicale, che è il modello, è il mistero fondamentale che
abbraccia l'alleanza coniugale. Il mistero (cf. v. 32) è riferito al
processo che ha il suo "tipo", il suo modello in Cristo e nella
Chiesa. Si tenga presente che parlando di mistero, grande (mega), l'autore
indica l'importanza del medesimo, della sua forza espressiva, non dell'oscurità.
Il mistero dell'unione sponsale di Cristo e della Chiesa è riprodotto nel
matrimonio dell'uomo e della donna23.
Ci troviamo nell'ambito sacro d'una donazione e d'una
consegna che acquista piena luce in Cristo, nella sua passione redentrice. È
quello che sottolineava il Concilio di Trento nella sessione XXIV, Denz. 969: "Gratiam
vero quae naturalem illum amorem perficeret, et indissolubilem unitatem
confirmaret coniugesque sanctificaret: ipse Christus
sua nobis passione
promeruit". Max Zerwick, commentando il testo, scrive: "Essendo così,
il matrimonio umano è qualcosa di più che una semplice figura,
quando si realizza tra membri di Cristo: deve realizzare l'unione amorosa di
Cristo con la sua Chiesa. Così dunque, il matrimonio non è
meramente figurativo, ma è una partecipazione reale che Paolo chiama il
grande mistero"24.
Il "tradere seipsum" di ciascuno degli sposi, a
somiglianza del Cristo, osserva Carlo Rocchetta, "è un atto per sua
natura perpetuo
un sacramento permanente"25.
"Il consenso, mediante il quale gli sposi si danno e
si ricevono, è suggellato da Dio stesso" (CCC, n. 1639). Il
vincolo matrimoniale stabilito da Dio stesso è una realtà
irrevocabile, cosicché non è in potere della Chiesa pronunciarsi
contro questa disposizione divina (cf. CCC, n. 1640). Purtroppo è
diffusa l'idea che il Papa e i vescovi potrebbero, se superassero il rigorismo,
introdurre modifiche e aprire le porte a scioglimenti, almeno in casi
eccezionali. Questa verità dev'essere ribadita con decisione ed amore: ciò
non è in potere della Chiesa. Pertanto: non possumus! E non si
potrebbe pensare che resterebbe sottratta alla divina sapienza la situazione,
per quanto eccezionale fosse, d'una coppia. Ritorna la sentenza legata al
progetto originale e ratificato da Cristo: "Quello che Dio ha congiunto,
l'uomo non lo separi". Come si potrebbero, infatti, introdurre modifiche in
nome del Dio fedele all'Alleanza che nella sua misericordia tutela e protegge il
bene del matrimonio?
Si crede, d'altra parte, che l'indissolubilità sia
un'esigenza ideale, però irrealizzabile. Potrebbe Dio prendersi simile
impegno, questo peso che, essendo irrealizzabile, risulterebbe inclemente e
insopportabile agli sposi? Egli, l'autore del matrimonio, che va incontro agli
sposi cristiani, offre la sua grazia, la sua forza perché nella chiesa
domestica gli sposi siano capaci di vivere nella dimensione del Regno.
È necessario riflettere, avendo in mano il
Catechismo della Chiesa Cattolica, su tutta la ricchezza del matrimonio nel
piano di Dio, in tutte le considerazioni che si fanno riguardo al matrimonio
nell'ordine della creazione, sotto la schiavitù del peccato e riguardo al
matrimonio nel Signore. Il progetto originale di Dio va preso in questo senso: "La
vocazione al matrimonio è iscritta nella natura stessa dell'uomo e della
donna, quali sono usciti dalla mano del Creatore" (CCC, n. 1603).
Non è, infatti, un'istituzione puramente umana, soggetta all'arbitrio
dell'uomo. Dio stesso è l'autore del matrimonio (cf. CCC, n.
1603).
Risponde alla natura della comunità di vita e
d'amore coniugale, regolata con leggi proprie, accogliere con gioia e fiducia la
volontà di Dio. Sotto la schiavitù del peccato, il matrimonio è
minacciato dalla discordia, dallo spirito di dominio, dall'infedeltà. È
un disordine (opposto all'ordine originale) che "non deriva dalla
natura dell'uomo e della donna, né dalla natura delle loro relazioni, ma
dal peccato" (CCC, n. 1607). Si introducono rotture, distorsioni,
relazioni di dominio e concupiscenza, però "anche se gravemente
sconvolto, l'ordine della creazione permane. L'uomo e la donna hanno
bisogno dell'aiuto della grazia di Dio, e della sua infinita misericordia, per
realizzare l'unione delle loro vite, in vista della quale Dio li ha creati "all'inizio""
(CCC, n. 1608). Sotto la pedagogia della Legge antica, "si è
sviluppata la coscienza morale riguardante l'unità e l'indissolubilità"
(CCC, n. 1610). "Nella sua predicazione Gesù ha insegnato
senza equivoci il senso originale dell'unione dell'uomo e della donna". "Questa
inequivocabile insistenza sull'indissolubilità del vincolo matrimoniale
è per ristabilire l'ordine iniziale della creazione sconvolto dal peccato"
(cf. CCC, nn. 1614, 1615). Nel matrimonio nel Signore, gli sposi "seguendo
Cristo, rinnegando se stessi
potranno "capire" il senso
originale del matrimonio e viverlo con l'aiuto di Cristo" (CCC, n.
1615).
3. I FIGLI, DONO PREZIOSISSIMO DEL MATRIMONIO
Sant'Agostino insegnava: "Tra i beni del matrimonio al
primo posto si trova la prole. È stato propriamente lo stesso
Creatore del genere umano a volersi servire nella sua bontà degli uomini
come ministri per la propagazione della vita
"26. L'Esortazione
Apostolica Familiaris Consortio dichiara: "Il compito fondamentale
della famiglia è il servizio alla vita, il realizzare lungo la storia la
benedizione originaria del Creatore, trasmettendo nella generazione l'immagine
divina da uomo a uomo" (FC, n. 28). Sono due espressioni che vanno
sottolineate: i genitori sono ministri e servitori della vita.
La vita deve nascere nel matrimonio, come il luogo più
adeguato, in cui la vita è desiderata, amata, accolta e in cui si
realizza tutto un processo di formazione integrale.
Il Concilio Vaticano II afferma: "Per sua indole
naturale, l'istituto stesso del matrimonio e l'amore coniugale sono ordinati
alla procreazione e alla educazione della prole e in queste trovano il loro
coronamento" (GS 48). Con formula più espressiva dice che "i
figli sono il preziosissimo dono del matrimonio e contribuiscono moltissimo al
bene degli stessi genitori" (GS 50). Si noti che l'inclusione di
questa vigorosa affermazione proviene dal desiderio personale del Santo Padre
Paolo VI. Il figlio è un dono che fiorisce dallo stesso reciproco dono
degli sposi, come espressione e pienezza della loro mutua donazione. È
una meravigliosa concatenazione di doni che il Catechismo della Chiesa
Cattolica mette in splendido risalto: "La fecondità è un
dono, un fine del matrimonio; infatti l'amore coniugale tende per sua
natura ad essere fecondo. Il figlio non viene ad aggiungersi dall'esterno al
reciproco amore degli sposi, sboccia al cuore stesso del loro mutuo dono,
per cui è frutto e compimento. Perciò la Chiesa che "sta
dalla parte della vita" (FC, 30), "insegna che qualsiasi atto
matrimoniale deve rimanere aperto alla trasmissione della vita" (HV, 11). (
)
L'uomo non può rompere di sua iniziativa, tra i due significati dell'atto
coniugale: il significato unitivo e il significato procreativo" (CCC,
n. 2366). Ed il Catechismo cita di nuovo la Humanae Vitae: ""Salvaguardando
ambedue questi aspetti essenziali, unitivo e procreativo, l'atto coniugale
conserva integralmente il senso di mutuo e vero amore e il suo ordinamento
all'altissima vocazione dell'uomo alla paternità" (HV, 12)" (CCC,
n. 2369).
I figli sono "un bene comune della futura famiglia".
Le parole del consenso lo esprimono: "Per metterlo in evidenza la Chiesa
domanda loro (ai novelli sposi) se sono disposti ad accogliere ed educare
cristianamente i figli che Dio vorrà loro donare (
). La paternità
e la maternità rappresentano un compito di natura non semplicemente
fisica, ma spirituale" (Grat. sane, 10). E più avanti
insegna: "quando trasmettono la vita al figlio, un nuovo "tu"
umano si inserisce nell'orbita del "noi" dei coniugi, una persona
che essi chiameranno con un nome nuovo
" (Grat. sane, 11).
Il Santo Padre colloca questa dottrina nel contesto della
teologia del dono della persona e nella prospettiva del Concilio, del "dono
più prezioso" (GS 50).
L'esistenza del figlio è un dono, il primo dono del
Creatore alla creatura: "Il processo del concepimento e dello sviluppo nel
grembo materno, del parto, della nascita serve a creare uno spazio adatto perché
la nuova creatura possa manifestarsi come "dono"" (Grat. sane,
11). Dono per i genitori e per la società e per i membri della famiglia: "Il
bambino fa di sé un dono ai fratelli, alle sorelle, ai genitori,
all'intera famiglia. La sua vita diventa dono per gli stessi donatori della
vita" (ibid.).
Bisogna rispettare quanto contiene il senso dell'amore
mutuo e vero, il significato della reciproca donazione aperta alla vita. La
contraccezione contrappone un linguaggio contraddittorio al linguaggio che
esprime una donazione reciproca e totale. Il linguaggio diventa inespressivo e,
pertanto, bugiardo. Un linguaggio che non è veicolo della verità,
ma della menzogna, con il disordine oggettivamente implicito nella
contraccezione si contrappone all'amore (in certa maniera non arriva nemmeno a
tutelare totalmente il "significato unitivo"). Solo l'amore mutuo e
vero, che esprime senza riserve la donazione totale, ha la forza propria
dell'amore coniugale. Quando la coppia liberamente e coscientemente si lascia
trasportare da altra logica e prende la via sistematica della contraccezione,
non mette forse una specie di bomba ad orologeria alla sua stessa unione
coniugale?
Questa verità si trova espressa con particolare
forza e chiarezza nella Familiaris Consortio: "Al
linguaggio nativo che esprime la reciproca donazione totale dei coniugi, la
contraccezione impone un linguaggio oggettivamente contraddittorio, quello cioè
del non donarsi all'altro in totalità: ne deriva non soltanto il positivo
rifiuto all'apertura alla vita, ma anche una falsificazione dell'interiore verità
dell'amore coniugale, chiamato a donarsi in totalità personale" (FC,
32). (Testo integralmente riportato dal CCC, n. 2370).
Un'analisi penetrante tra l'unione dei coniugi e la
procreazione dei figli viene svolta nel libro di S. E. Mons. Francisco Gil Hellín,
Il matrimonio e la vita coniugale. Dice così: "I significati
essenziali dell'atto coniugale, che sono l'unitivo e il procreativo,
esprimono rispettivamente l'essenza e il fine del matrimonio. (
) Se
l'amore, che porta gli sposi alla donazione formando una sola carne, si attua "nella
verità", "anziché chiuderli in se stessi, li apre ad una
nuova vita, ad una nuova persona" (Grat. sane, 8).
La vita coniugale comporta una logica di donazione sincera
allo sposo o sposa e ai figli. "La logica del dono di sé all'altro
in totalità comporta la potenziale apertura alla procreazione" (ibid.,
12). La capacità di questo dono, o cresce e matura con l'esercizio stesso
di tutta la vita coniugale, o resta inibita dall'egoismo, le cui insidie tendono
ad attenuare il dinamismo della verità iscritta nella donazione stessa.
Una delle principali manifestazioni di questo egoismo "egoismo non
solo del singolo, ma anche quello della coppia" (ibid., 14) è
quello che vede la procreazione non come esigenza dell'amore coniugale, ma come
frutto gratificante e scelta volontarista aggiunta all'amore. "Nel concetto
di dono non è iscritta soltanto la libera iniziativa del soggetto, ma
anche la dimensione del dovere" (ibid.).
Un amore coniugale che non abbraccia la dimensione
procreativa, propria della sua intima verità, finisce per somigliare al "cosiddetto
"libero amore", tanto più pericoloso perché
proposto di solito come frutto di un sentimento "vero", mentre di
fatto distrugge l'amore" (ibid.). Perciò il rifiuto di
aprirsi ai figli contribuisce fortemente oggi a minare e distruggere il dono
coniugale. Non si tratta, come sempre è successo per la fragilità
umana, di atti o di periodi nei quali i coniugi sono stati deboli per vivere con
coerenza le esigenze della loro paternità o maternità in
circostanze difficilmente o particolarmente eroiche.
Oggigiorno, molte unioni coniugali provocano la loro
propria distruzione falsando le coordinate della donazione. "Al momento
dell'atto coniugale, l'uomo e la donna sono chiamati a confermare in modo
responsabile il reciproco dono che hanno fatto di sé nel patto
matrimoniale. Ora, la logica del dono di sé all'altro in totalità
comporta la potenziale apertura alla procreazione" (ibid., 12).
Quando si rifiuta la capacità dello sposo o della sposa ad essere padre o
madre, quel dono non rispetta le esigenze dell'amore coniugale. Per tale motivo
il Papa afferma che è essenziale a una vera civiltà dell'amore, "che
l'uomo senta la maternità della donna, sua sposa, come un dono" (ibid.,
16)"27.
Nella catechesi sull'amore umano, Giovanni Paolo II parla
del "linguaggio del corpo" che nell'unione coniugale significa non
solo l'amore, ma anche la potenziale fecondità e pertanto non può
essere privato del suo significato pieno e adeguato. Siccome non è lecito
separare artificialmente il significato unitivo e procreativo (cf. HV, 12), "l'atto
coniugale, privato della sua verità interiore, perché
viene privato della sua capacità procreativa, lascia d'essere anche
un atto d'amore"28.
Il figlio s'inserisce nella dimensione della spiritualità
del matrimonio che s'apre alla vita. Bisognerebbe qui seguire la pista d'una
riflessione che dall'amore trinitario va all'amore coniugale. La famiglia che
cresce a immagine della Trinità, il "noi" della famiglia a
immagine del "noi" trinitario, include il figlio che sboccia
dall'amore totale e fecondo. Scrive Carlo Rocchetta: "Secondo
l'affermazione di 1 Gv 4, 16, "Dio è amore" (agape), la
suprema pienezza dell'amore che dona e accoglie; non un 'Io' solo, ripiegato su
se stesso, ma un 'io' che vive in se stesso un'esistenza di amore
interpersonale, un'eterna generazione che sgorga dall'amore e conduce all'amore,
dove lo scambio di dono/accoglienza tra le prime due Persone raggiunge la sua
pienezza nell'incontro con la Terza (
). Il vincolo soprannaturale tra gli
sposi riveste questa valenza trinitario. La grazia sacramentale rappresenta il
dono dell'ontologia trinitaria dispiegata nel cuore degli sposi come somiglianza
dinamica che struttura in profondità la vita degli sposi e li rende segno
e partecipazione alla comunione tri-personale di Dio"29.
Bisogna ribadire che il figlio o i figli, il "bene
della prole", sono la ragion d'essere del matrimonio. Come si sa, per Doms
il senso del matrimonio e l'unione dei due che trovano la loro più
profonda espressione sarebbe la più intima e preziosa realizzazione
nell'atto coniugale in se stesso, fatta astrazione dell'ordinazione al figlio.
La realizzazione dell'unità coniugale giustificherebbe di per sé
l'istituto matrimoniale. Su una posizione simile si trova Krempel30.
Il Concilio proietta una forte luce per mostrare il
significato pieno del matrimonio e per confutare queste o altre posizioni
simili: "Il matrimonio e l'amore coniugale sono ordinati per loro natura
alla procreazione ed educazione della prole. I figli infatti sono il
preziosissimo dono del matrimonio ("sunt praestantissimum matrimonii donum")
e contribuiscono moltissimo al bene degli stessi genitori (
). Di
conseguenza la vera pratica dell'amore coniugale e tutta la struttura della vita
familiare che ne nasce, senza posporre gli altri fini del matrimonio, a questo
tendono, che i coniugi, con fortezza di animo, siano disposti a cooperare con
l'amore del Creatore e del Salvatore, che attraverso di loro continuamente
dilata e arricchisce la sua famiglia" (GS, 50)31.
La Familiaris Consortio afferma categoricamente che
"il compito fondamentale della famiglia è il servizio alla vita, il
realizzare lungo la storia la benedizione originaria del Creatore, trasmettendo
nella generazione l'immagine divina da uomo a uomo" (FC, 28).
Nella famiglia, santuario della vita, segnala l'Enciclica
Evangelium Vitae, "all'interno del "popolo della vita e per la
vita", decisiva è la responsabilità della famiglia: è
una responsabilità che scaturisce dalla sua stessa natura", e più
avanti fa risaltare: "Per questo, determinante e insostituibile è
il ruolo della famiglia nel costruire la cultura della vita. Come chiesa
domestica, la famiglia è chiamata ad annunciare, celebrare e servire
il Vangelo della vita. È un compito che riguarda innanzitutto i
coniugi, chiamati ad essere trasmettitori della vita, sulla base di una sempre
rinnovata consapevolezza del senso della generazione, come evento
privilegiato nel quale si manifesta che la vita umana è un dono
ricevuto per essere a sua volta donata. (EV, 92).
La famiglia, annuncia il Vangelo della vita mediante l'educazione
dei figli (cf. EV, 92), celebra il Vangelo della vita con la
preghiera quotidiana, celebrazione che si esprime nell'esistenza quotidiana ed è
al servizio della vita che si esprime attraverso la solidarietà (cf. EV,
93). Tutto questo fa parte d'una integrale pastorale familiare: "Riscoprire
e vivere con gioia e con coraggio la sua missione nei confronti del Vangelo
della vita" (EV, 94).
Non si può, infatti, separare la famiglia dal suo
servizio essenziale alla vita, con sì chiaro radicamento nel
Concilio (cf. GS, 50) e che ha la conferma anche nell'insieme del
magistero e nella pastorale della famiglia: " Il matrimonio e l'amore
coniugale sono ordinati mi sia permesso ripeterlo per loro
natura alla procreazione ed educazione della prole" (GS, 50).
Il rapporto della famiglia con la vita è il più completo, diretto
e integrale. Tutti sono invitati a proclamare e difendere la vita. "Urgono
una generale mobilitazione delle coscienze e un comune sforzo etico, per mettere
in atto una grande strategia a favore della vita. Tutti insieme dobbiamo
costruire una nuova cultura della vita" (EV, 95). Però sono
diverse le maniere di approccio all'oggetto formale: "Tutti hanno un ruolo
importante da svolgere". Il Papa fa espresso riferimento al compito degli
insegnanti e degli educatori, degli intellettuali, degli operatori dei mass
media. Ricorda il Santo Padre l'istituzione della Pontificia Accademia per la
Vita, con i suoi peculiari compiti (cf. EV, 98)32.
A questa prospettiva della strettissima connessione tra la
famiglia e la vita, ha obbedito, senza dubbio, l'istituzione del Pontificio
Consiglio per la Famiglia il 13 maggio 1981, voluto per felice intuizione del
Santo Padre Giovanni Paolo II, non solo in relazione con l'istituto familiare,
ma come Dicastero della Santa Sede, con il compito speciale che è
indicato nell'art. 141, § 3 della Costituzione Apostolica sulla Curia
Romana Pastor Bonus: "Si sforza [il Pontificio Consiglio per la
Famiglia] perché siano riconosciuti e difesi i diritti della famiglia,
anche nella vita sociale e politica; sostiene e coordina le iniziative
per la tutela della vita fin dal suo concepimento ed in favore della
procreazione responsabile".
La Lettera del Santo Padre alle Famiglie, Gratissimam
sane, dà una solida base dottrinale e pastorale all'integralità
del servizio alla vita, alla famiglie e a partire dalla famiglia. Ricordiamo
alcuni aspetti salienti. Nel n. 9, dedicato alla genealogia della persona,
scrive: "Con la famiglia si collega la genealogia di ogni uomo: la
genealogia della persona. La paternità e la maternità umane sono
radicate nella biologia e allo stesso tempo la superano". Si colloca,
infatti, in riferimento a Dio: "Dio stesso è presente in un modo
diverso da come avviene in ogni altra generazione "sulla terra""
(ibid.).
Il carattere di dono che è il figlio è
riferito, anche se in maniera laconica, nel testo biblico: "Adamo si unì
a Eva, sua moglie, la quale concepì e partorì Caino, e disse: "Ho
acquistato un uomo dal Signore"" (Gen 4, 1). È come una
garanzia, nonostante che il figlio concretamente concepito sarà
l'assassino del suo fratello germano. È una gioiosa esclamazione per un
nuovo uomo! Nel Nuovo Testamento, la nascita di un uomo, che "è
venuto al mondo un uomo" (Gv 16, 21), costituisce un segno
pasquale, come ricorda il Papa; Gesù parlando ai suoi discepoli prima
della passione e morte, contrappone la tristezza, che li assalirà e che
sarà simile ai dolori del parto, alla gioia in cui questi si trasformano
come quando si dà alla luce un uomo che viene al mondo (gaudio e gioia
dinanzi alla vita che nasce e che, al contrario, si rischia di sperimentare
sempre meno nella cultura della morte, nella sfiducia crescente che tale cultura
diffonde nel mondo di oggi, con società inferme). La gioia, che
nell'attesa e nell'accoglienza del nuovo figlio deve riempire i focolari, si
trasforma in un processo grigio, a volte indesiderato, come se il canto degli
angeli e dei pastori a Betlemme non avesse un'eco in ogni focolare, con tutta
l'umana "povertà", come ferite inferte all'umanità, che
tale attitudine comporta e che contrasta con quella di coloro che vogliono il
figlio ad ogni costo! Contrasto che tuttavia non deve far interpretare il dono
del figlio come un "diritto", che possa essere in ultima istanza
rivendicato, perfino facendo ricorso ad atti moralmente illeciti, perché
questi non esprimono la vera donazione propria dell'atto coniugale personale.
Normalmente il figlio concepito, e la sua nascita, più
che apparire come un impegno gravoso, sono, da parte del nuovo essere, un invito
alla festa, nonostante la responsabilità e il sacrificio che comporta. V'è
allegria pasquale! È il vero significato dell'espressione di Sant'Ireneo:
"Gloria Dei vivens homo". Questa atmosfera non riduce affatto la forza
dell'impegno che il dono del figlio incarna, come una grande, gratificante e
ineludibile responsabilità (Grat. sane, 12).
Nel compimento gioioso di questa responsabilità,
della capacità di rispondere, in primo luogo a Dio, è in gioco la
propria coerenza e pertanto la felicità. Nel sacramento della
riconciliazione l'esercizio ministeriale della Chiesa che assolve e perdona agli
uomini i loro peccati risponde alla sua missione profetica di annunciare la
verità. Quando il Vangelo è proclamato e viene accolto nel cuore,
fruttifica nel perdono salutare che prepara a ricevere il perdono. Solo una
commiserazione che non nasce dall'amore cristiano può indurre a
dissimulare la verità che forse ferisce, però di una ferita
salutare che salva, e ad attenuare le esigenze morali derivanti dalla
rivelazione.
Tale attitudine non toglierà certamente ai credenti
la sofferenza di fronte alle proprie opere disordinate, però nemmeno li
condurrà alla gioia del perdono con cui Dio li accoglie come figli che
tornano alla casa paterna. Sono questi i criteri che hanno guidato la redazione
del Vademecum per i Confessori, preparato dal Pontificio Consiglio per
la Famiglia. In esso viene indicata sia l'attitudine, piena di comprensione e
misericordia, con cui i confessori devono sempre accogliere i penitenti nella
celebrazione di questo sacramento, sia la chiarezza, verità e competenza
dottrinale con cui devono formare e istruire quanti possano trovarsi
disorientati o in errore.
Sono diffusi un pregiudizio ed un errore: quelli di voler
opporre la verità e la misericordia. Una "misericordia" senza
verità sarebbe una caricatura di ciò il Signore affida come
missione alla Chiesa. La Chiesa non può, in nome d'una male intesa "comprensione",
per così dire, "chiudere" un occhio, passare senza vedere,
senza denunciare, precisamente come esigenza di vera riconciliazione, per
tornare ad incontrare il Signore nella verità e nel perdono.
Il figlio costituisce il dono per la famiglia: questa
accentra la propria attenzione su di lui e, presa da tenerezza e senso di
riconoscenza, dallo stupore e sorpresa per la scoperta dei diversi momenti
d'affermazione d'un nuovo essere, ne segue con amore tutto il processo, fin dal
concepimento, alla nascita e all'educazione. Tutto ciò esige una
pedagogia, perché la routine non sciupi ciò che rende bello e
gratificante il compito dei genitori e il "peso" non riduca l'intensità
legittima della totalità, della gioia. Un noto moralista mette sulle
labbra del bambino queste parole che mi piace trascrivere: "Non abbiate
paura di accogliermi, di assumervi la mia vita come un compito! Questo non sarà
per voi un compito gravoso; anzi sarà un compito tanto lieve da riuscire
persino ad alleggerire la vostra vita oppressa. Io non sono infatti un padrone
dispotico (
). Sarò capace d'una riconoscenza tale da diventare per
voi una ricompensa assai più grande delle vostre fatiche"33.
Il Signore ci ammaestra con la parola e con i gesti: prende
un bambino, lo pone in mezzo ai discepoli e dice: "chi accoglie un bambino
come questo nel mio nome accoglie me; chi accoglie me, non accoglie me, ma colui
che mi ha mandato" (Mc 9, 36-37). Il segno dell'accoglienza già
porta il messaggio del dono offerto e nell'accoglienza rimanda al Datore di ogni
bene. I figli sono innanzitutto una benedizione, un messaggio trasmesso nella
spontanea tenerezza, che caratterizza specialmente il focolare, e più che
essere di peso, sono portatori della "buona novella" che in essi viene
proclamata e risplende. Diremmo che il Vangelo della famiglia ed il Vangelo
della Vita che risuonano nella chiesa domestica, santuario della vita, sono il
luogo da cui il figlio stesso proclama la sua dignità. "Dio Creatore
lo chiama all'esistenza "per se stesso", e nel venire al mondo l'uomo
comincia, nella famiglia, la sua "grande avventura", l'avventura della
vita. "Quest'uomo" ha, in ogni caso, diritto alla propria affermazione
a motivo della sua dignità umana. È precisamente questa dignità
a stabilire il posto della persona tra gli uomini, ed anzitutto nella famiglia"
(Grat. sane, 11).
Questo "anzitutto nella famiglia", che
semplicemente ci richiama l'inseparabilità tra famiglia e vita, apporta
la vera gioia che palpita in ogni vita nuova con singolare tonalità.
"Il Vangelo dell'amore di Dio per l'uomo, il Vangelo
della dignità della persona e il Vangelo della vita sono un unico e
indivisibile Vangelo" (EV, 2). Nella famiglia il Vangelo si vive
come un'avventura che sorprende e suscita la capacità di meravigliarsi,
custodendo, come Maria, tutto nel proprio cuore. Il mistero di Betlemme e
Nazaret è portatore d'una verità antropologica, della vita come un
dono, nella dignità che l'amore di Dio sostiene ed alimenta: "Con
l'incarnazione il Figlio di Dio si è unito in certo modo a ogni uomo"
(GS, 22).
Bene ha potuto affermare Hans Urs von Balthasar: " (
)
In tutte le culture non cristiane il bambino ha un'importanza solo marginale,
poiché è semplicemente uno stadio che precede l'uomo adulto. Ci
vuole l'incarnazione di Cristo perché possiamo vedere non solo
l'importanza antropologica, ma anche quella teologica ed eterna del nascere, la
beatitudine definitiva dell'essere a partire da un seno che genera e partorisce"34.
Vi sono di quelli che avanzano l'ipotesi che "il
sentimento dell'infanzia" sia sorto appena alla metà del secolo XVI
(è la posizione di Philippe Ariès). Campanini commenta: "più
in là della verificabilità o meno dell'ipotesi di partenza di Ariès
(
), non v'è dubbio che vi sia stata in Occidente una lunga stagione
nella quale il bambino è stato alla periferia, ed una più
breve ma egualmente ricca e significativa fase (che abbraccia all'incirca gli
ultimi tre secoli della storia dell'Occidente) in cui il bambino è stato
posto al centro di famiglia e, in qualche maniera, dell'intera vita
sociale. È stata questa la stagione del "puerocentrismo", che
forse si sta consumando sotto i nostri occhi per effetto di uno sviluppo
tecnologico sempre più avanzato all'interno del quale non sembra esservi
più posto per l'infanzia"35. L'autore, profondo sociologo
dell'Università di Parma, con singolare chiarezza e sintesi nelle sue
osservazioni, manifesta la preoccupazione che la tecnologia chiuda la relazioni
personali e che, infine, conti più il tasto che si batte in quella che
chiama "società digitalica" che la vicinanza alle persone,
l'avvicinamento al bambino.
Nell'educazione si apprezza di più l'intelligenza,
(io direi, un tipo di intelligenza), che l'intera personalità. L'incontro
con il "bottone" (il tasto del computer o i games elettronici) prende
il posto dell'incontro con le persone. Il fenomeno che Campanini caratterizza
come "perdita del centro", provoca la perdita dei punti di riferimento
in ordine ai fondamentali valori, soprattutto etici e religiosi, mentre si
instaura un altro quadro di "valori". "Il computer può
anche essere campo aperto alla fantasia, purché si tratti di una fantasia
programmata e precodificata", però il bambino si trova in mezzo
ad un mondo in cui si riduce il suo "mondo vitale". Si sta verificando
la corrosione di fondamentali strutture di mediazione. La principale delle quali
è la famiglia, in seno alla quale in passato si acquisivano la maggior
parte delle conoscenze. La stessa scuola dà sempre più spazio all'"informazione"
fornita dalla macchina. Potranno la famiglia e la scuola cessare di essere
nuclei di protezione?36 Torneremo sul tema delle mediazioni sociali e famiglia
in seguito, per prendere in considerazione, riguardo al complesso sociale, le
preoccupazioni di Pierpaolo Donati.
È impressionante vedere come si perde un terreno nel
quale si stavano facendo progressi promettenti per il riconoscimento del posto
centrale, e non periferico o marginale, che spetta al bambino. Il bambino è
un essere minacciato, già quando è nel grembo della madre, che i
parlamenti rendono un luogo della più ingiusta delle sentenze di morte!
Mentre si fanno fermi progressi nella Convenzione dei Diritti del bambino
delle Nazioni Unite (senza voler ora considerare le relazioni e fluttuazioni in
alcune parti, giustamente sottomesse a delle "riserve" da parte della
Delegazione della Santa Sede), e la Chiesa si batte per un codice di protezione
del bambino, proliferano gli attentati, di ogni specie, e non si riscontra
sempre la debita coerenza tra quello che si sottoscrive e promette e la condotta
concreta. V'è un abisso di separazione tra la Convenzione delle
Nazioni Unite e certe raccomandazioni del Parlamento Europeo
È
ancora timido l'atteggiamento di fronte a scandali che colpiscono e scuotono
salutarmente la coscienza dei popoli, benché tali situazioni siano la
conseguenza d'un diffuso permissivismo. Sono i bambini le principali vittime!
Questa attitudine può rappresentare una via di ritorno dopo la
prostrazione.
Nella linea della Familiaris Consortio, n. 26, sui
diritti del bambino, il Pontificio Consiglio per la Famiglia ha operato, con
mezzi molto limitati, una mobilitazione delle coscienze, specialmente riguardo
all'"autorità" del bambino nella famiglia e nella società.
Già il Santo Padre aveva detto all'Assemblea generale delle Nazioni
Unite, il 2 ottobre 1979: "La sollecitudine per il bambino ancora prima
della sua nascita, dal primo momento della concezione e, in seguito, negli anni
dell'infanzia e della giovinezza, è la primaria e fondamentale verifica
della relazione dell'uomo all'uomo" (FC, 26). Il "test"
di verifica dello stato di salute della famiglia e della società è
dato dalla cura amorevole verso i bambini. Mi assale il dubbio se l'eccessiva
preoccupazione dei coniugi per i "loro" problemi (come se il figlio
potesse restare al margine) e per la ricerca d'una felicità che si
presenta sfuggente e inaccessibile, lungi dai punti di riferimento che debbono
orientare ogni vita e più di quanti decidono di condividerla, relega in
secondo piano le situazioni del figlio. Non è il divorzio una prova
schiacciante della sofferenza del figlio per la carenza di "affetto"?
La preoccupazione per il figlio imprime, in un processo
normale, un nuovo senso di responsabilità e non può la coppia
risolvere "i suoi problemi" a scapito e danno di chi diventa testimone
della qualità del suo amore e dei gradi di personalità di coloro
che gli diedero la vita37. Il bambino può anche diventare una vittima che
rivendica i suoi diritti, benché lo faccia nel silenzio.
Cresce la preoccupazione per i costi sociali e per la
distruzione dei diritti del bambino, però non si vede come darle corso in
una società caduta in un profondo letargo. Considerando il bambino come
dono, nella trasparenza d'una innocenza che spinge a trattarlo con un amore
privilegiato, impegnato e premuroso, diventa più penoso il contrasto
della sua negazione di fatto! Diremmo che vicino alle porte di Betlemme sono più
tetre le manifestazioni dei propositi di Erode, come lo sono quelle dei massacri
fisici e morali, che fanno vittime tra i più indifesi.
M. Zundel offre un grazioso testo che serve anche per
vedere l'orrendo contrasto: "Chi non s'è sentito come spinto alla
preghiera dinanzi allo spettacolo meraviglioso d'un bambino che dorme? Le
innumerevoli possibilità che racchiude hanno la purezza originale del
dono"38. E pensare ai terribili eccidi in atto! Visitai una Parrocchia in
Rwanda: durante il genocidio (che non s'arresta con altre modalità)
furono assassinati nel tempio circa 6.000 tra donne e bambini. L'umanità
continua con il suo "autogenocidio", e mi riferisco all'aborto con cui
sotterra il proprio avvenire!
Se è vero quello che dice Platone, secondo il quale
l'educazione dei bambini, la Paideia, è il principio di cui s'avvale ogni
comunità umana per la propria conservazione, osserva un giornalista,
dobbiamo dire che le comunità le quali, invece di educare i figli, li
usano per il sesso, per la guerra, per il mercato, per la pubblicità,
hanno già deciso la propria estinzione, pur avendone consapevolezza.
Essere figlio, d'altra parte, esige una maniera di
vivere, un comportamento: il figlio è orgoglioso di suo padre e lo
manifesta con il gesto di mettersi nelle sue mani, come atto che esprime la
suprema fiducia che il padre raddrizzerà tutto quanto è
erroneo e disordinato. Si riconosce come figlio quando dialoga con suo padre e
gli si rivolge con il fiducioso appellativo di Abba (babbo)! È il
rapporto di Gesù con suo Padre, che va dall'infanzia alla morte, fino
all'ultimo grido del Figlio dal Padre abbandonato sulla croce. Gesù entra
in uno speciale rapporto, nel contesto familiare, con sua Madre, dal cui grembo
proviene. "Benedetto il frutto del tuo grembo". È un rapporto
che va molto più in là dei limiti biologici e che raggiunge le
dimensioni insospettate d'un dialogo che fiorisce nell'obbedienza pronta,
premurosa, decisa a compiere la volontà di Dio. "Una donna in mezzo
alla folla alzò la voce e disse: "Beato il grembo che ti ha portato
e il seno che ti ha allattato!". Ma egli disse: "Beati piuttosto
coloro che ascoltano la parola di Dio e la osservano!"" (Lc
11, 27-28). V'è un aforisma corrente, raccolto dal Tangum Yeronshami
parafrasando la benedizione di Giuda su Giuseppe. Gesù non contraddice
questa Beatitudine, che sa pienamente meritata da sua madre, ma enuncia una
beatitudine superiore39.
I figli, che sono dono di Dio (Sal 126, 3), hanno
la responsabilità di configurarsi come dono ai genitori,
obbedienti alla volontà di Dio, riponendo in loro la fiducia, nella
stessa corrente che porta a Dio. Gesù "stava loro sottomesso" (Lc
2, 51) e osservava alla perfezione il comandamento: "Onora tuo padre e tua
madre, perché si prolunghino i tuoi giorni nel paese che ti dà il
Signore, tuo Dio" (Es 20, 12; Dt 5, 16). "La famiglia
cristiana è una comunione di persone, segno e immagine della comunione
del Padre e del Figlio nello Spirito Santo" (CCC, n. 2205).
Il figlio è un dono che rafforza notevolmente il
vincolo matrimoniale e serve da cemento alla comprensione degli sposi che si
prefiggono congiuntamente un progetto comune, che li fa uscire da se stessi per
ritrovarsi nel loro avvenire, che è la vita nuova sbocciata da essi con
la loro cooperazione con il Dio Creatore. Proiettati verso il figlio,
costruiscono il loro futuro. In certo modo essi, i primi evangelizzatori dei
loro figli, sono anche evangelizzati da questi. La cura per i figli si traduce
in fiducia, come attitudine umana fondamentale. Scrive Giuseppe Angelini: "È
noto a tutti il grandissimo valore che i figli accordano all'intesa tra i
genitori. Più ancora che di grandissimo valore, occorre parlare di una
incapacità radicale dei figli piccoli a immaginare la loro vita e il
mondo intero senza questa "intesa" (
). Anche così i figli
mostrano d'essere una benedizione
una illuminazione del senso complessivo
della vita"40. Il sapersi impegnare è un'esigenza per ricevere il
dono dei figli. "La verità dell'atto generativo esige dunque che,
fin dall'inizio, l'uomo e la donna promettano se stessi a colui che deve venire
"41.
Tutti questi aspetti, che ci siamo limitati ad enunciare e
che meritano d'essere approfonditi in una teologia dei valori della "persona"
e del "dono", che per il credente toccano gradi tanto, non erano
propriamente sconosciuti alla saggezza nella cultura secolare. Ascoltiamo
Aristotele: "I genitori amano di fatto i figli, perché li
considerano una parte derivata da loro (
). I genitori amano i figli come
se stessi, giacché i figli da loro nati sono come essi stessi
e i
figli amano i propri genitori perché da essi hanno avuto origine (
).
Infine, i figli sono stimati un vincolo e per questo i coniugi senza figli si
separano più rapidamente; i figli sono un bene comune per ambedue e quel
che è comune mantiene unito"42.
I rapporti nella famiglia, osserva Giorgio Campanini,
acquistano nuove dimensioni alla luce del Vangelo: "Onora il padre e la
madre" (Dt 15, 4) può portare a forme svariate di
sottomissione dei figli; secondo diversi contesti la cura dei figli non è
stata sempre disinteressata. "Il Vangelo introduce nell'ambito dei rapporti
tra genitori e figli la nuova categoria del "servizio", che non
esclude, ma in un certo senso supera definitivamente quella di "autorità"
(Mt 20, 26), rovesciando il tradizionale rapporto di sottomissione".
Diremmo forse che è arricchita la concezione e la messa a fuoco di
un'autorità posta al servizio della crescita dei figli. Ed è
questa, mi sembra, la prospettiva dell'autore nel ricordare: "Intendere
l'esercizio dell'autorità come l'adempimento d'un servizio implica che
colui che sta in alto faccia di colui che sta in basso il centro delle proprie
preoccupazioni"43. È una subordinazione provvisoria, nel Signore,
che si realizza fino alla maturità. Nuovamente, l'amore cerca il bene
dell'altro, non il proprio dominio. L'amore dei genitori non deve essere "possessivo",
giacché toglierebbe ossigeno ai figli e impedirebbe la loro crescita. In
tal senso, l'autorità familiare è "ec-centrica", in
quanto ha fuori di sé il suo centro.
Il figlio, centro delle preoccupazioni, fa che i genitori
si dispongano a questo bene comune con cui si trovano in personale convergenza,
come profonda urgenza vitale, esistenziale, una forma caratteristica di
proposito comune, che dalla loro intima comunione si realizza fino al frutto del
loro amore, frutto benedetto nel doppio carattere di "servizio" e di "provvisorietà".
Progetto e proposito comune che vanno dal momento della procreazione fino al
termine del processo di sviluppo.
Nel pensiero di san Tommaso, come in un utero integrale, il
tipo di rapporto di "sottomissione" evangelica (per non
dimenticare l'"era a loro soggetto" o lo "stava loro sottomesso")
diventa valore esemplare per la stessa società e per l'esercizio
dell'autorità. Così "l'autorità familiare può
essere proposta come tipo ideale di ogni forma di autorità esercitata
nello spirito del Vangelo"44.
Il Catechismo della Chiesa Cattolica osserva, in
questa prospettiva: "L'autorità, la stabilità e la vita di
relazione in seno alla famiglia costituiscono i fondamenti della libertà,
della sicurezza, della fraternità nell'ambito della società"
(CCC, n. 2207).
L'impegno per l'educazione dei figli colloca in tale
prospettiva l'autorità, superando la tendenza istintiva a trasferire o
modellare nei figli la propria personalità e le proprie attese, e
richiede che vi sia un reale impegno di educazione alla fede (cf. GS,
48).
4. LA FAMIGLIA, DONO ALLA SOCIETÀ
"La famiglia è la cellula originaria della vita
sociale. È la società naturale in cui l'uomo e la donna sono
chiamati al dono di sé nell'amore
La vita di famiglia è
un'iniziazione alla vita nella società" (CCC, n. 2207).
Non debbo dilungarmi su questa necessaria dimensione, che è
stata trattata in altri momenti e riflessioni. Mi limiterò soltanto ad
alcune considerazioni di carattere generale.
Già il Concilio sottolineava, all'inizio stesso del
capitolo "Dignità del matrimonio e della famiglia": "La
salvezza della persona e della società umana e cristiana è
strettamente connessa con una felice situazione della comunità coniugale
e familiare" (GS, 47). E più avanti, con termini non meno
espressivi, dichiara: "Perché è Dio stesso l'autore del
matrimonio, dotato di molteplici beni e fini; tutto ciò è di somma
importanza per la continuazione del genere umano, per la perfezione personale e
il destino eterno di ciascuno dei membri della famiglia, per la dignità,
la stabilità, la pace e la prosperità della stessa famiglia e di
tutta la società umana" (GS, 48).
La famiglia è un dono alla società ed esige
da questa un adeguato riconoscimento e sostegno, e dalle famiglie l'assunzione
del loro compito politico.
L'Esortazione Apostolica Familiaris Consortio,
dedica il capitolo III, della terza parte, a "la partecipazione allo
sviluppo della società" (nn. 42-48), poiché "la
famiglia, "la prima e vitale cellula della società" (AA,
11), possiede vincoli vitali e organici con la società, perché ne
costituisce il fondamento e l'alimento continuo mediante il suo compito di
servizio alla vita (
). Lungi dal rinchiudersi in se stessa, la famiglia si
apre alle altre famiglie e alla società, assumendo il suo compito sociale"
(FC, 42).
Non sono facili e trasparenti le relazioni tra la famiglia
e la società nella mediazione dello Stato. E ciò per vari aspetti.
Lo Stato invade campi che prima erano riservati alla famiglia. E mentre la
democrazia sventola la bandiera del rispetto e della partecipazione, la famiglia
si vede sempre più confinata ad uno spazio ridotto, dove difficilmente
respira, anzi si sente vessata e bersagliata. Il potere dello Stato diventa
onnipotente. In qualche maniera il movimento della privatizzazione, nell'ambito
ridotto dell'intimità, può ben rappresentare una forma di fuga e
di rifugio, rispetto agli impegni che la famiglia ha verso la società. C'è
una trasformazione della famiglia. Pierpaolo Donati precisa: "La famiglia
diventa (
) con un punto di vista "psicologistico"
una forma particolare di convivenza, di comunicazione privatizzata e
soggettivizzata, di pura manifestazione d'intimità e d'affetto, che non
incide né deve incidere in modo significativo, se non per
ragioni di arretratezza sociale e culturale"45.
È questo un fenomeno complesso, che affronta in una
delle sue dimensioni Paul Moreau, seguendo da vicino F. Chirpaz: nel mondo di "fuori"
bisogna produrre e lottare per vivere. È il mondo della competizione
economica e dei conflitti politici. In cambio la puntualizzazione è
di Chirpaz "il mondo familiare può apparire, per
contropartita, e in opposizione alla società, il luogo del privato,
quello della relazione umana vera"46. L'intimità come rifugio di
fronte alla società minatoria, o di fronte allo stesso Stato ostile,
davanti a una società che genera pena, sarebbe il luogo dell'autenticità
della verità e della pace. Curiosamente la città attrae, però
allo stesso tempo provoca disaffezione, molestie, alimenta e nutre il sogno
virgiliano del campo di fronte alla città insopportabile, aggressiva e
disorganizzata. Questa concezione della privatizzazione, che priva la famiglia
della sua funzione di fronte alla società, può mascherarsi con
ogni genere di ragioni e comportare attitudini individualistiche, egoistiche di
disinteressamento. È l'opportuna denuncia del Moreau: "Fuggendo da
questo mondo, con la diserzione delle persone oneste come me, lo lascio a
persone senza fede né legge"47. Oggettivamente è un atto di
irresponsabilità il disertare la "politeia": "(
)
Fuggire dal pericolo non è affrontarlo e chi si compiace di fuggire dalla
società (démissioner de sa qualité de citoyen)
arriva ad essere obiettivamente complice della degradazione che intacca la
società"48.
Rifugiarsi nel privato e non opporsi, è una
tentazione che facilita l'ambizione di nuovo dominio dello Stato, che finisce
non solo per non riconoscere nella famiglia qualcosa di "sovrano",
anteriore allo stesso Stato, ma per confinarla all'impotenza di chi non ha più
forza.
È la legittima preoccupazione anche di Campanini: "La
morale familiare non ha come suo esclusivo ambito di esercizio le pareti
domestiche (
). Esiste, da parte della famiglia, il preciso dovere di
concorrere all'umanizzazione della società ed alla promozione dell'uomo.
Proprio perché strutturalmente punto di incontro fra pubblico e privato,
la famiglia non può isolarsi nella propria intimità (che,
privatisticamente intesa, risulterebbe falsata e deformata) ma è
sollecitata a farsi carico dei problemi della società che la circonda.
Oltre tutto, l'instaurazione di questo rapporto appare nelle società
industriali avanzate, caratterizzate da una forte incidenza della sfera pubblica
sulla vita familiare condizione pressoché necessaria per lo stesso
corretto assolvimento del compito educativo"49 .
Il Santo Padre Giovanni Paolo II sottolinea l'importanza
della famiglia, la quale deve essere riconosciuta come "società
primordiale e, in un certo senso, sovrana". Questo concetto,
molto interessante, è spiegato dal Papa nella Lettera alle Famiglie, Gratissimam
sane, con i suoi contorni precisi e le sue sfumature, trattando della
famiglia e della società (cf. Grat. sane, 17).
La famiglia è una società sovrana,
riconosciuta nella sua identità di soggetto sociale. È una
sovranità specifica e spirituale, come realtà solidamente
radicata, benché sia condizionata da diversi punti di vista. I diritti
della famiglia, strettamente connessi con i diritti dell'uomo,
debbono esserle riconosciuti, nella sua qualità di soggetto, che realizza
il disegno di Dio ed esige diritti propri e specifici, contenuti nella Carta dei
Diritti della Famiglia. Ricorda il Papa le loro radici nei popoli, nella loro
cultura (qui s'inserisce il concetto di "nazione") e le relazioni con
lo Stato; questo riveste una struttura meno "familiare", organizzato
com'è secondo un sistema politico e in forma più "burocratica",
ma che ha come "un'anima" nella misura in cui risponde alla sua natura
di comunità politica. Proprio qui si colloca, nella relazione della
famiglia con l'"anima" dello Stato, il principio di sussidiarietà,
nel quadro della Dottrina Sociale della Chiesa. Lo Stato non deve occupare il
posto e il compito che ha la famiglia, violandone l'autonomia. È
categorica la posizione della Chiesa, fondata su un'esperienza che nessuno può
negarle: "Una eccessiva invadenza dello Stato risulterebbe dannosa, oltre
che irrispettosa
L'intervento si giustifica, entro i limiti del menzionato
principio, quando la famiglia non è in grado di adempiere ciò che
le compete" (Grat. sane, 17).
Quando la famiglia, bene indispensabile per la società,
non è rispettata, aiutata, ma ostacolata, si crea un vuoto immenso,
disastroso per i popoli (es. il divorzio, il livellamento del matrimonio, "la
mera unione che può essere ratificata come matrimonio nella società",
il permissivismo, ecc.). Il Papa conclude: "La famiglia sta al centro di
tutti questi problemi e compiti: relegarla ad un ruolo subalterno e secondario
significa recare un grave danno all'autentica crescita dell'intero corpo sociale"
(Grat. sane, 17).
Come applicazione del principio di sussidiarietà nel
campo educativo, bisogna ricordare che la Chiesa non può delegare del
tutto questa missione!
Debbo limitarmi qui alla semplice enunciazione del problema
delle mediazioni sociali, che vanno allontanando la famiglia da quei campi in
cui la sua presenza era benefica e richiesta.
Pierpaolo Donati riflette sulle "nuove mediazioni
familiari", oltre a porre questa domanda: "La famiglia non media più
nulla nel sociale?". In alcuni settori la famiglia è trattata come
un "residuo" chiamato in causa solo in casi problematici. V'è
la diffusa sensazione che la famiglia debba scomparire dalla scena pubblica. Si
arriva perfino a qualificare come una "sopravvivenza" l'impegno
matrimoniale, il valore della stabilità50. Tuttavia, Pierpaolo Donati
avverte giustamente: "Di fatto, nessuna ricerca sul campo conferma oggi
l'irrilevanza dell'appartenenza familiare nelle sfere non familiari
Per
quanto, sotto certi aspetti e in alcuni ambiti, le mediazioni familiari
diminuiscano o vadano perdute, sotto altri aspetti e in altri ambiti le
mediazioni aumentano, o ne sorgono di nuove. Nel complesso, la rilevanza della
famiglia nelle varie sfere non familiari
non soltanto continua a esistere,
ma si accresce sia nei comportamenti di fatto sia nelle esigenze di
legittimazione culturale e anche politica"51. V'è piuttosto una
configurazione del tutto nuova. Se la famiglia non definisce più lo
status sociale (e può essere qualcosa di positivo), diventa però
soggetto di relazioni che mediano in maniera imprevista.
Oggi si ritiene che il figlio non è un atomo isolato
o una monade nello schema di Leibnitz, non è un'isola, non è una
molecola che fluttua nel vuoto. Ritorna la preoccupazione per i diritti dei
bambini. Si cerca il diritto all'identità biologica del figlio, come
anche le radici culturali, etniche e storiche. Osserva Donati: "Nel passato
era la società a imporre alla famiglia le mediazioni che quest'ultima
doveva esercitare; oggi è l'individuo a godere del diritto di valersi
delle mediazioni, di farle emergere, di riconoscerle e di valorizzarle"52.
Osserva inoltre: "Le più recenti ricerche evidenziano che la
famiglia media, in modo diverso dal passato, una quantità di posizioni e
di relazioni sociali che, ben lungi dall'essere meno rilevanti di un tempo, sono
anzi più decisive per il destino sociale dell'individuo e la qualità
della sua vita"53.
Questo sociologo riconosce campi in cui il disconoscimento
si estende in forma allarmante, specialmente nel campo politico, che dovrebbe
avere il maggiore interesse, per lo meno in circostanze nelle quali non possono
occultarsi effetti e reazioni negative54. La separazione è accentuata nel
campo educativo55.
Vi sono nuove forme di mediazione, originate da una
scoperta più profonda della famiglia come soggetto, particolarmente nella
prospettiva di aspetti umanizzanti, personalizzanti, per esempio in tutto quanto
la famiglia rappresenta necessariamente per la crescita equilibrata del figlio:
la mediazione d'amore nel focolare, o il calore umano e il sostegno all'anziano
e il ricco apporto della sua esperienza alla famiglia concepita più
ampiamente, in ragione della solidarietà tra le generazioni56. La "soggettività"
della famiglia ha grande rilevanza per la formazione dell'identità
personale del figlio, il quale abbisogna d'un ambiente di famiglia, come
diritto fondamentale57.
In questa prospettiva, c'è da dire che se per alcuni
aspetti viene dimenticata la famiglia come bene sociale, per altri aspetti
riemerge il valore della famiglia come un nuovo bene58.
Tutto quanto viene ad evidenziare aspetti essenziali della
mediazione della famiglia, può forse liberare l'istituzione familiare da
altre mediazioni accidentali da cui, in un momento dato, si può
prescindere senza che ne risenta né il nucleo familiare, né il
tessuto sociale. La famiglia può essere canale di trasmissione di valori
o centro di mediazione, che risultino più decisivi per la qualità
della vita sociale e per l'etica pubblica. Questa prospettiva coincide con
quello che segnala la Carte dei diritti della Famiglia: "La famiglia
costituisce più che una unità giuridica ed economica, una comunità
di amore e solidarietà, insostituibile per l'insegnamento e la
trasmissione di valori culturali, etici, sociali, spirituali e religiosi,
essenziali per lo sviluppo e il benessere dei propri membri e della società"59.
Si configura con le nuove mediazioni una nuova cittadinanza
della famiglia60.
In questo senso l'incorporazione nella società non
si avrebbe in base alla famiglia alla quale si appartiene (come nel passato),
come una specie di passaporto o di carta di credito, in ragione del "cognome".
Questa fase appare, in principio, superata, e se così fosse sarebbe una
cosa positiva. Invece l'incorporazione si avrebbe in base all'identità,
all'armonia dello sviluppo della personalità acquisita innanzitutto in
famiglia. Non si verificherebbe il caso di coloro che stanno a riposo "mentre
lavora il loro cognome", ma avrebbe rilevanza la professione acquisita e
raggiunta con le doti personali, con l'integrità. In questa prospettiva
la famiglia è la prima scuola delle virtù. In una nuova
cittadinanza ha particolare rilevanza il complesso delle nuove relazioni in cui
la donna sia ampiamente valorizzata secondo diritti-doveri e non in quanto
dipendente da una figura maschile, di cui a ragione si preoccupano alcuni
movimenti femministi (non nella versione radicale). Questo è un settore
nel quale si esprime qualcosa di più ampio, come è il rispetto dei
diritti fondamentali della persona umana, che riguardo alla famiglia non si
limita al riconoscimento di meno diritti individuali61.
In termini di mediazione per i valori di autentica umanità
nella e a partire dalla famiglia, oggi si parla di alti costi sociali
del non riconoscimento dovuto all'istituzione familiare. Da sociologo, Donati
qui pone il dito sulla piaga: "Si può osservare che, di fatto, una
quantità crescente di problemi sociali nasce dal mancato riconoscimento e
sostegno delle funzioni di mediazione sociale della famiglia. Lo testimonia
l'aumento del disagio, del malessere, delle malattie mentali, delle
tossicodipendenze, dei suicidi e dei tentativi di suicidi fra i giovani, allo
stesso modo in cui è indicativa delle carenze familiari la persistenza
della dispersione scolastica nella fascia dell'obbligo"62.
"La società moderna osserva lo stesso
autore ha tentato di eliminare ogni interfaccia tra individuo e società".
Ha conseguito l'autorealizzazione del "puro individuo", in una "società
aperta", fatta di puri individui. Ha avuto come risultato di perdere
l'individuo e, negata la mediazione familiare, di farlo trovare "senza casa",
con gravi conseguenze. L'"individuo" che determina è un "soggetto
debole", necessitato a costruire "ex novo" forme di
mediazione senza le quali non possono esistere né "società"
né "soggetti umani"63. È necessaria una nuova casa,
ove si torni a collocare la famiglia in tutta la sua importanza. Non possono
onestamente lamentarsi che sia labile il vincolo di questa "unità -
noi" universale o che non ci sia altruismo quando si negano i valori
dell'identità-noi che è la famiglia, nelle "piccole
solidarietà quotidiane". "La famiglia
è necessaria
per la sopravvivenza e per lo sviluppo della stessa cittadinanza politica"64.
"Nessuno può fare a meno di una relazione di fiducia, di aiuto e di
sostegno primario nel corso della propria vita"65.
Restare "senza casa", senza famiglia per i
capricci suicidi dello Stato, è per l'essere umano essere ridotto sul
lastrico, alle intemperie, essere minacciato alla radice della sua personalità.
Siamo sinceri: questi individui deboli sono la prova dell'insuccesso di ipotesi
avventurose, d'una pessima antropologia, d'un vuoto incolmabile nella concezione
dell'essere umano come persona e della stessa società. Senza alterare a
fondo tale orientamento, come evitare un collasso universale? Questo pericolo al
livello universale o a quello d'una nazione deve intensificare la reazione
salutare e la funzione politica e sociale della famiglia66. Esige anche che sia
riconosciuto il diritto della famiglia di "poter contare su un'adeguata
politica familiare da parte delle autorità pubbliche sul terreno
giuridico, economico, sociale e fiscale, senza discriminazione alcuna"
(art. IX). Ha la famiglia diritto di esistere e di progredire come tale, ossia
come famiglia (art. VI).
Agli individui non basta la sola vicinanza, giacché
disconosce "la soggettività familiare", la casa come centro e
fonte di relazioni, senza le quali la società si perde!
I costi sociali del non riconoscimento delle mediazioni
familiari, con gli ostacoli che rischiano di immobilizzarla politicamente e
nella sua influenza sociale, lo ripetiamo, mietono vittime prevalentemente fra i
bambini. Sono impressionanti le informazioni e i dati forniti dalla Rivista Concilium
dedicata al tema "Dove stanno i nostri bambini?", a quella che con
ragione viene qualificata come "catastrofe silenziosa"67, più
penosa perché contrasta con un imponente ventaglio di soluzioni
possibili. Come non denunciare un terribile vuoto di solidarietà e la
mancanza di volontà politica per apportare subito i rimedi?
All'ampio fenomeno d'ingiusta violenza che genera morte,
alle disuguaglianze e agli squilibri di risorse che mietono milioni e milioni di
vittime innocenti (senza contare l'abominevole carneficina dell'aborto), si
potrebbe dare una risposta storica con una efficace mobilitazione che è a
portata di mano: "Se si fosse messo a disposizione dei principali obiettivi
della politica per lo sviluppo un decimo dei mezzi che in questi due
decenni sono stati utilizzati nel mondo per gli armamenti, oggi vivremmo in un
mondo con poca o nessuna malnutrizione, con un numero molto minore di malattie e
di invalidità, con un livello di alfabetizzazione e di istruzione molto
più alto, con redditi molto più elevati"68. Questa
conclusione si fonda sui dati del Comitato Tedesco per l'UNICEF sulla
situazione dei bambini nel mondo 199569. La relazione a cui accenno apre, con
altri aspetti, una porta alla speranza: "Le condizioni sanitarie sono
migliorate nel mondo nel corso degli ultimi 40 anni più che non durante
tutta la precedente storia dell'umanità"70. "Nel decennio
scorso, l'emergere dell'infanzia come argomento d'interesse pubblico e politico
è stato davvero impressionante
L'attenzione attualmente rivolta ai
bambini non si esaurisce nel principio che sono i "cittadini più
vulnerabili" della società o la "risorsa più preziosa
dell'umanità"
Il ventunesimo secolo appartiene ai bambini"71.
Dilatiamo, dunque, il cuore alla speranza!
Vi sono altre forma di "povertà" che
mietono vittime tra i bambini, come se un rastrello passasse sulle loro spalle e
che non si limitano solo a questioni economiche o di salute fisica e oggi sono
oggetto di studio e di analisi, per es. negli Stati Uniti, in termini che, come
titola un articolo, "In che modo negli Stati Uniti la famiglia è
divenuta un "tema liberale"". Nel campo politico, "i
liberali si interessarono (è un sottotitolo) alla questione dei valori".
Vi sono riportate alcune drammatiche testimonianze: "Le prove della povertà
crescente delle madri sole e del deterioramento della salute mentale e fisica
dei bambini rappresentano il fattore più importante di questo mutamento
di mentalità. La crescita del numero dei divorzi e delle nascite al
di fuori del matrimonio è ormai considerata la causa prossima che sta
dietro queste tendenze. Si prenda il divorzio. Gli anni '70 e '80 videro
un'enorme crescita della percentuale dei divorzi negli Stati Uniti: attualmente
essa si colloca attorno al 50 per cento"72. È enorme anche
l'incidenza sul declino delle condizioni economiche. Si accenna a recenti studi
da cui si rileva che il divorzio porta a un grave deterioramento economico73. E
che dire delle nascite fuori del matrimonio!
Abbondano gli studi seri sull'impatto inclemente
dell'assenza della famiglia nei bambini e nei giovani. Come non potrebbero
sentirsi gravemente interpellati i dirigenti d'un paese, al di sopra delle
denominazioni politiche? Si stabilisce senza raggiri: "La correlazione fra
il crimine in età adolescenziale e la disgregazione delle famiglie
divenne più chiara. Louis Sullivan, ex segretario del Dipartimento della
sanità
, riferì che più del 70 per cento dei giovani
maschi che si trovavano in carcere provenivano da famiglie cui mancava il padre"74.
Al contrario, "i bambini ottengono i risultati migliori quando hanno il
coinvolgimento personale e il sostegno materiale di un padre e di una madre, e
quando entrambi i genitori adempiono alla loro responsabilità di
provveditori amorosi
Indici crescenti di divorzio, di gravidanze
extramatrimoniali e di assenza dei genitori non sono semplicemente
manifestazioni di stili di vita alternativi, ma schemi di comportamento adulto
che accrescono il rischio di conseguenze negative per i bambini"75.
Queste informazioni, solo sommarie, estratte da fonti della
maggiore attendibilità, ci mostrano la gravità del problema e la
necessità di rafforzare e aiutare la famiglia nell'adempimento delle sue
importanti mediazioni sociali, senza le quali (e non è retorica
apocalittica), le civiltà si sgretolano. Al centro del problema v'è
una questione di valori, di stili di vita, di comportamenti che incidono nella
società attraverso la famiglia esistente o assente. Conviene
chiarissimamente allo Stato aiutare la famiglia, perché si abbia "una
vigorosa etica familiare". Galston76 crede che una democrazia giusta
richiede cittadini giusti e che la religione è essenziale alla creazione
dell'etica delle motivazioni77 che si nutrono in famiglia.
5. SPERANZA DELL'UMANITÀ
Il tema del II Incontro mondiale del Santo Padre con le
famiglie apre il cuore alla speranza.
Si guarda all'avvenire con ferma fiducia, nonostante le
difficoltà e l'ostilità concertata, che infiacchisce l'istituzione
matrimoniale.
La speranza ci colloca nella prospettiva del terzo
millennio, che offre un'occasione per guardare al passato, per fare bilanci, per
raccogliere tante lezioni della storia nel pellegrinaggio della Chiesa sotto lo
sguardo di Dio in cammino con l'umanità e soprattutto per celebrare la
fede con fermezza di impegno, prendendo in mano il futuro che appartiene a Dio,
di fronte al quale però dobbiamo assumere la nostra responsabilità.
Non possiamo disertare le battaglie decisive dell'umanità.
La famiglia "si collega strettamente col mistero
dell'Incarnazione e con la storia stessa dell'uomo", osserva il Santo Padre
nella Lettera Apostolica Tertio millennio adveniente (c. 28), cogliendo
l'occasione dell'Anno della Famiglia. Da Nazaret, ove "il Verbo si fece
carne" (Gv 1, 14), giunge il messaggio sublime della Santa
Famiglia, modello delle famiglie, fonte inesauribile di spiritualità e
delle nuove energie che vengono dal Risorto, che opera, con dinamica
trasformante, nel cuore stesso della storia, in questa speciale rivelazione del
mistero, nella pienezza dei tempi, che si identifica con il mistero
dell'Incarnazione (TMA, 1).
In Cristo, il quale "svela pienamente l'uomo all'uomo
e gli fa nota la sua altissima vocazione" (GS, 22), si decifra
anche il mistero della cellula primaria della società, comunità di
tutta la vita e d'amore, nella quale il Signore è presente come alle
nozze di Cana.
Il Signore continua a venire incontro alle famiglie,
illuminandole, fortificandole e redimendo il loro amore, camminando insieme con
loro, in un dialogo di premurosa sollecitudine, che è da scoprire con la
fede, con la preghiera. In non poche circostanze è un pellegrinaggio
arduo, ove si percepisce l'amarezza del mancato compimento, talvolta di
battaglie perdute e dell'erosione di molti focolari, ove però rinasce
anche la speranza grazie al contatto con il Salvatore degli uomini, come accadde
ai pellegrini di Emmaus, in una causa che sembrava frantumata.
L'amore redento conserva energie meravigliose per
rispondere alle sfide e assumere le necessarie responsabilità, che il
Signore affida alla famiglia e senza le quali l'umanità e anche la stessa
Chiesa sarebbero condannate al fallimento. Se l'avvenire dell'umanità
passa attraverso la famiglia, è necessario ponderare le ampie opportunità
che il futuro prepara e pensare che, in buona parte, rispondendo al Signore
della storia, la famiglia è architetto del proprio destino. Il Papa
indica: "È perciò necessario che la preparazione al
Grande Giubileo passi, in un certo senso, attraverso ogni famiglia. Non è
stato forse attraverso una famiglia, quella di Nazaret, che il Figlio di Dio ha
voluto entrare nella storia dell'uomo?" (TMA, 28).
Il Signore, che venne ad abitare in mezzo a noi (Gv
1, 14), che piantò, per così dire, come suggerisce il linguaggio
biblico, la sua tenda, tenda da campo (del beduino) in mezzo a noi, volle farlo
nel focolare concreto di Nazaret, ove Gesù apprese le prime lezioni, in
obbediente vicinanza ai suoi genitori.
La celebrazione dell'Incontro mondiale di Rio richiede un
atteggiamento aperto, gioioso, contemplativo, con il quale si scopre e
approfondisce nel Signore il mistero della famiglia. Per questa ragione abbiamo
voluto che la preparazione di tale evento assumesse la forma di alcune "catechesi",
sulle quali milioni di famiglie stanno riflettendo in diverse parti del mondo,
guidate dalla dottrina della Chiesa, in clima di preghiera, con la convinzione
che il Signore le accompagna.
La speranza è iscritta nel dinamismo umano. Forma
parte dell'indole essenziale dell'uomo; ed è fattore determinante, scrive
un filosofo, lo sperare e il modo di sperare78. L'esistenza umana è
determinata non solo dall'assunzione del presente, ma anche dalla memoria del
passato e dall'attesa del futuro, nel senso della speranza attiva, che ci apre a
un bene o complesso di beni che desideriamo. È, infatti, proprio
dell'uomo sperare, avere speranza. Per il cristiano la speranza si proietta in
Dio. Questo genera l'atteggiamento di fiducia illimitata nell'aiuto
provvidenziale di Dio, in modo che quando la fiducia non è riposta in
Dio, commenta un autore, diventa irresponsabile certezza, destinata ad essere
distrutta79.
Sebbene, da una parte, come notava uno scrittore spagnolo,
Eugenio D'Ors, la speranza era "la virtù che è la peggiore
fama" e Chamfort ardiva dire che "è un ciarlatano che
incessantemente ci inganna", viviamo in un momento della storia in cui è
necessario ricomporre le coordinate della speranza, di quella vera, che come la
verità e l'amore autentico, non inganna, perché alla fine non si
tratta di costruzione fatta da mano di uomo, e in tal senso, non è "irresponsabile
certezza", fragile e ingannatrice, ma dimensione necessaria che si fonda
nell'Assoluto di Dio.
In virtù della ferma certezza del trionfo di Cristo,
Salvatore degli uomini, trionfo che è nostro perché ce ne rende
partecipi, la speranza ci offre il carattere, il sembiante e la garanzia della
fiducia. Dà vigore e orientamento al camminare, come comportamento
morale. San Giovanni della Croce parlava perciò di "veste di color
verde"80. Questa ferma speranza e fiducia sono assolute, perché
poggiano sulle promesse divine81.
Il Catechismo della Chiesa Cattolica insegna: "La
virtù della speranza risponde all'aspirazione alla felicità, che
Dio ha posto nel cuore di ogni uomo; essa assume le attese che ispirano le
attività degli uomini; le purifica per ordinarle al Regno dei cieli;
salvaguarda dallo scoraggiamento; sostiene in tutti i momenti di abbandono;
dilata il cuore nell'attesa della beatitudine eterna. Lo slancio della speranza
preserva dall'egoismo e conduce alla gioia della carità" (n. 1818).
Con la speranza gettiamo la nostra àncora nei cieli,
ove il Signore già è arrivato. Gesù, già penetrato
nell'eternità, è colui che torna per quell'appuntamento definitivo
con l'umanità, che è la parusia. Perciò la speranza ci
colloca nel terreno della storia e dell'escatologia.
Come elevare i nostri cuori alla speranza, mentre un
complesso di segni fa sorgere piuttosto dei dubbi, per alcuni fondati, sulla
sopravvivenza, almeno secondo gli schemi attuali? Vi sono sintomi evidenti di
erosione, specialmente in alcuni paesi, e si annunciano crepe preoccupanti nelle
strutture familiari in spazi sempre più allargati. Ricordiamo come il
dubbio sull'avvenire della famiglia era alimentato nei fori internazionali
durante l'Anno Internazionale della Famiglia, con il motto "la famiglia
incerta" secondo le posizioni di L. Roussell82.
Tuttavia può accadere che le proiezioni presentino
piuttosto un ampliamento indebito su un piano universale di fenomeni che
rivestono caratteristiche preoccupanti in determinati paesi. Anche in quelli più
colpiti dalla sistematica distruzione della famiglia con la "cospirazione"
dello Stato, è possibile chiedersi se non sorgeranno in avvenire nuove
tendenze e reazioni ferme che spingano le forze politiche, cominciando con i più
impegnati sforzi pastorali dei cristiani, verso nuove vie e modifiche. Vi sono
segni di speranza, che rivelano una nuova dinamica.
In ogni caso, sarà possibile che i popoli, i quali
hanno ricevuto abbondanti lezioni dalla storia, camminino verso un'avventura dal
tragico finale?
Abbiamo visto come certe conclusioni disfattiste tengono
poco conto d'una preoccupazione fondamentale circa la continuità della
famiglia, e dei copiosi dati rilevati con le inchieste sociologiche, soprattutto
nelle risposte dei giovani i quali, in grande maggioranza, anelano a formare un
focolare stabile. Un altro aspetto da considerare sarebbe se v'è coerenza
della loro condotta con l'ideale proclamato83. Le amare esperienze d'un dissesto
sociale suggeriscono ad alcuni politici coerenti provvedimenti finanziari e
attitudini di sostegno e protezione della famiglia.
Nelle fasi finali dell'Anno Internazionale della Famiglia
si respirava un'atmosfera più positiva rispetto a quella rarefatta dei
primi passi e maggiore tranquillità nel lavoro nei confronti di quello
frenetico degli inizi.
Abbiamo accennato al nuovo modo di trattare la famiglia,
per es., negli Stati Uniti, dal momento che la famiglia torna a recuperare un
interesse politico84.
Non possiamo lasciarci prendere da una specie di "determinismo"
di sapore fatalistico, in modo da arrenderci senza combattere di fronte a quella
che sembra una tendenza ineluttabile di eclissi della famiglia. Trattandosi
d'una istituzione voluta espressamente dal Creatore, non si dovrebbe manifestare
nel cuore dei popoli e delle persone una ricerca del bene necessario agli sposi,
ai figli e alla società?
Abbiamo considerato che non è oggettivo che la
famiglia abbia cessato d'essere centro di mediazione sociale e che vi sono delle
mediazioni essenziali in vista del riconoscimento e della protezione della
famiglia come spazio privilegiato dell'umanità e di salvaguardia
della medesima. Si rivela, con l'aiuto delle scienze, una nuova sembianza della
"cittadinanza della famiglia", inseparabile dal suo compito educativo
al servizio dell'identità della persona umana. È qui che dobbiamo
sicuramente radicare le più ricche possibilità della famiglia,
senza aggrapparci ad altre forme di presenza e mediazione della medesima, più
rispondente ad altri momenti della storia e modalità culturali.
Questa mediazione necessaria ci conduce a privilegiare la
dimensione del figlio, come cammino concreto per il riscatto
dell'istituzione familiare e per il suo rafforzamento, proprio perché i
figli rivelano i lineamenti e il modo di essere, di vivere nel focolare.
Permettetemi un aneddoto. Nel Congresso mondiale delle
famiglie a Malta (novembre 1993), promosso dalle Nazioni Unite, il principale
(cosa sintomatica) relatore invitato fu il sociologo francese L. Roussell. Il
pronostico sul futuro della famiglia era carico di ombre. Si sarebbe detto che
la speranza era morta. Al termine lo interrogai, quasi mi muovesse la "spes
contra spem", che aveva meritato l'elogio ad Abramo. Gli chiesi se
veramente non vedeva alcuna via d'uscita, perché se stavano così
le cose, l'umanità stava camminando verso il baratro. Egli, dopo aver
alquanto riflettuto, mi porse il suo libro, che già avevo letto con
interesse. E mi rispose: "Comincio a vedere una luce allo sbocco del tunnel
ed è il figlio". Sì, nei figli v'è una luce ed
una via d'uscita. Anche se questa "via d'uscita" ancora non si
intravede, confesso che è una via fondamentale.
È il servizio verso i figli, la cura amorevole per
loro che può liberare dai tentacoli dell'egoismo, il quale avvinghia
tante coppie in un "egoismo a due", ed anche la società che con
l'asfissia dei valori provoca la crisi di inumanità. I figli, frutto
dell'amore, evangelizzano e liberano quelli che, cooperando con Dio, sono gli
autori della loro vita. La coppia nell'adempimento del suo compito principale,
che non si oppone, anzi dà pienezza all'amore coniugale, è
preservata dai figli dal ridursi all'esclusiva soluzione dei "suoi problemi",
senza trovare tempo per quelli dei figli, con i loro diritti e sofferenze.
Su tante società, che rischiano l'invecchiamento,
soprattutto nello spirito (senza dilungarmi in considerazioni relative all'"inverno
demografico"), la luce viene dall'alto, con la nuova vita che viene da Dio,
come venne "dall'alto" il Signore, Salvatore del mondo.
Mi si permetta un accenno di carattere artistico. Un noto
scultore spagnolo, Luis Antonio Sanguino, ha generosamente fatto dono della sua
opera "sanctuarium vitae" al Pontificio Consiglio per la Famiglia. Si
tratta d'una stupenda scultura, come un canto alla vita. Dalle mani di Cristo,
trapassate dai chiodi mani di Dio, vasaio dell'uomo in forma di
culla, sorge la vita nel cavo luminoso d'una donna, la madre: è il ventre
nel quale il "nasciturus" dorme
Si eleva un albero, quello della
vita, con la famiglia: sono bambini e bambine di tutte le razze. Con il volto
sorridente, in segno di vittoria alzano le braccia verso il cielo, verso la
luce. La luce, che è nel ventre benedetto delle madri, illumina l'amore
degli sposi, delle famiglie, del mondo, con maggiore poesia e realismo che la
sola luce che s'intravvede allo sbocco del tunnel. È la luce vera di
colui che, da Nazaret e Betlemme, illumina ogni uomo che viene a questo mondo
(cf. Gv 1, 9).
Voglio concludere quest'ultimo tragitto artistico con un
altro ricordo e come riconoscenza per il dono che abbiamo ricevuto.
Il celebre artista religioso italiano Enrico Manfrini ha
regalato per il II Incontro mondiale un bellissimo bassorilievo della Santa
Famiglia di Nazaret. Lo scultore, che ha arricchito il patrimonio artistico
cristiano con numerose opere, ha 83 anni e lavora con entusiasmo giovanile nella
sua bottega di Milano, a fianco della sua sposa. È una viva testimonianza
d'un focolare realizzato nella serena felicità d'una coppia che, come
canta il libro di Tobia, invecchia sotto lo sguardo di Dio (cf. Tb 14,
2). Mi chiedevo: come possono essere, a questa età, le mani tanto docili
all'ispirazione che le muove, laboriose e precise come quelle d'un giovane, fino
a plasmare i volti meravigliosi del Dio-Bambino, di Giuseppe e di Maria, che
inondano di luce l'umile casa-bottega di Nazaret?
Mi sembra che il segreto della longevità di questo
artista stia nell'amore coniugale e dei figli, con cui il Signore li benedice.
Nazaret, Betlemme, Cana ci parlano della famiglia e dell'operosa presenza del
Signore che si prolunga nella storia. Nella Lettera alle Famiglie
Gratissimam sane il Successore di Pietro indicava lo "sposo",
che sta nell'intimo della famiglia. È Lui che unisce gli sposi nel
mistero della sua Alleanza; Lui che rinnova l'amore con la mutua donazione nella
comunione familiare, dono-impegno, che affonda le sue radici in Dio; Lui che
cambia l'acqua in vino e accorre in aiuto dei novelli sposi, con la catena di
sorprese che continua nello scorrere degli anni; Lui che comunica la speranza,
perché è Egli la Speranza.
1 Il II incontro mondiale del Santo Padre con le Famiglie
avrà luogo a Rio de Janeiro il 4 e 5 ottobre 1997 e sarà preceduto
dal Congresso Teologico-Pastorale nei giorni 1-3 dello stesso mese, che vedrà
radunati 2.500 partecipanti delegati della Conferenze Episcopali, teologi,
pastori e rappresentanti di movimenti apostolici della famiglia e della vita, di
gruppi, di associazioni impegnati nella causa importante della chiesa domestica,
santuario della vita.
2 Cf. per es., Esortazione Apostolica Familiaris
Consortio, nn. 11-16; Lettera ai Capi di Stato del mondo, del 14 marzo 1994;
Lettera alle Famiglie, Gratissimam sane, nn. 6-12.
3 Alcuni traducono "un solo essere", rendendo in
modo più profondo il significato dell'espressione biblica.
4 Cf. H. Schlier, La lettera agli Efesini, Paideia,
Brescia 1973, pp. 414-415.
5 Cf. Rituale Romanum, Ordo celebrandi
matrimonium, n. 74.
6 Rituale della celebrazione del matrimonio, citato
nella Lettera alle Famiglie, Gratissimam sane, n. 11.
7 M. Thurian, Mariage et celibat. Dons et appels,
Taizé, 1977, pp. 27-28.
8 C. Rocchetta, Il sacramento della coppia, EDB,
Bologna 1996, p. 42.
9 Joachim Gnilka, Il Vangelo di Matteo, parte I-II,
Paideia, Brescia 1990, p. 229.
10 Giovanni Paolo II, Uomo e donna lo creò -
catechesi sull'amore umano, Città Nuova Editrice - Libreria Editrice
Vaticana 1985, p. 97.
11 Ibid., p. 468, n. 4.
12 Ibid., p. 59.
13 Cf. M. Yourcenar, Mémoires d'Hadrien,
Gallimard, Paris 1974, pp. 21-22.
14 Ibid., p. 34.
15 Francisco Gil Hellín, "El matrimonio:
amor e institución", in AA.VV., Cuestiones fundamentales
sobre matrimonio y familia, Universidad de Navarra, Pamplona 1980, p. 239.
16 A. Quilici, Les fiançailles, Paris, Le
Sarment/Fayard, 1993, p. 135.
17 J. Ratzinger, Le mariage et la famille
, p. 311.
18 "L'amore di cui qui si parla è l'"amor
coniugalis", cioè non il mero sentimento e impulso cieco e
irresistibile esposto all'instabilità della passione, ma quell'affetto "eminentemente
umano" che, siccome procede dalla volontà, assume e nobilita tutte
le manifestazioni della tendenza naturale. Parte da ciò che è più
nobile della persona l'affetto della volontà e si dirige
verso il suo termine, abbracciando tutto il bene della persona amata "
(Francisco Gil Hellín, op. cit., pp. 236-237).
19 Francisco Gil Hellín, ibid., p. 240.
20 Antonio Miralles, Il matrimonio, Ed. S. Paolo,
Milano 1996, p. 82.
21 S. Joannes Chrisostomus, Homilia in Eph., 20, 8.
22 Cf. A. Miralles, op. cit., p. 81.
23 Cf. H. Schlier, op. cit., p. 415.
24 M. Zerwick, Lettera agli Efesini, Herder, p. 166.
25 Carlo Rocchetta, op. cit., p. 42.
26 S. Agostino, De bono coniugali, 24, 32.
27 Francisco Gil Hellín, Il matrimonio e la vita
coniugale, Libreria Editrice Vaticana 1996, pp. 237 e 244s.
28 Giovanni Paolo II, Uomo e donna lo creò
p. 468.
29 C. Rocchetta, op. cit., p. 161.
30 Cf. Antonio Miralles, op. cit.., pp. 74-75.
31 Già l'allora Sant'Ufficio, con il decreto del 1°
aprile 1944, aveva rigettato la posizione rappresentata da Doms e da Krempel
(Denz-Sch., n. 3838) e Pio XII aveva indicato il fine primario e intimo della
procreazione nel discorso alle Ostetriche del 29 ottobre 1951, e aveva
sottolineato che "tutto quanto v'è di più spirituale e
profondo nell'amore coniugale come tale, fu posto, per volontà della
natura e del Creatore, a servizio della discendenza" (Matrimonio e
famiglia nel magistero della Chiesa, n. 264).
32 Così, ricorrendo all'uso scolastico dell'oggetto
formale, il Pontificio Consiglio per la Pastorale per gli Operatori sanitari si
riferisce alla salute nella considerazione della malattia, pertanto della salute
che deve essere curata, assistita, e si mettono a fuoco la malattia e il dolore
umano (cf. Pastor Bonus, artt. 152, 153).
33 Giuseppe Angelini, Il figlio, una benedizione, un
compito, Vita e Pensiero, Milano 1991, p. 164.
34 Hans Urs von Balthasar. Homo creatus est,
Morcelliana, Brescia 1991, p. 186.
35 G. Campanini, Realtà e problemi della famiglia
contemporanea, Ediz. Paoline, Torino 1989, p. 105.
36 Cf. G. Campanini, op. cit., cap. VII, pp.
104-111.
37 Il Pontificio Consiglio per la Famiglia ha realizzato i
seguenti Incontri Pastorali riguardo al tema del bambino:
I diritti del bambino, in Roma: 18-19 giugno 1992.
Lo sfruttamento dei bambini nella prostituzione e
nella pornografia, Bangkok (Thailandia): 9-11 sett. 1992.
Il lavoro dei bambini, Manila (Filippine): 1-3 luglio
1993.
L'adozione dei bambini, Siviglia (Spagna): 25-27
febbraio 1994.
I bambini della strada, Rio de Janeiro (Brasile):
27-28 luglio 1994.
38 M. Zundel, Recherche de la personne, Desclée,
Paris 1990, p. 54.
39 Cf. Pierre Grelot, Jesus de Nazareth. Christe le
Seigneur, vol. 1, Ed. du Cerf, Paris 1997, p. 298.
40 G. Angelini, op. cit., p. 172.
41 G. Angelini, ibid., p. 180.
42 Aristotele, Etica Nicomachea, VIII, 12.
43 Giorgio Campanini, Famiglia, in Nuovo
Dizionario di Teologia Morale, San Paolo, Milano 1990, p. 410.
44 Ibid.
45 Pierpaolo Donati, La nuova cittadinanza di famiglia,
in Terzo rapporto sulla famiglia in Italia, Cisf, Edizioni Paoline,
Cinisello Balsamo 1993, p. 26.
46 F. Chirpaz, Difficile rencontre, Ed. du Cerf,
Paris 1982, p. 70.
47 Paul Moreau, Les valeurs familiales. Essai de
critique philosophique, Ed. du Cerf, Paris 1991, p. 145.
48 Ibid., p. 149.
49 G. Campanini, op. cit., p. 411.
50 N. Luhmann ha dato voce scientifica all'opinione secondo
cui gli individui non devono essere in alcun modo collegati con la loro
appartenenza familiare. Il suo ruolo è irrilevante (N. Luhmann, Il
sistema sociale famiglia, in La ricerca sociale, 1989, n. 39, pp.
235-352). Meno ancora deve essere presa la famiglia come un "sottosistema
della società". (Con ciò si fissa la negazione concreta della
famiglia come soggetto sovrano, dotato di diritti specifici). Non può né
deve mediare più nulla fra l'individuo e la società, nemmeno nella
relazione fra i sessi (cf. N. Luhmann, Donne, uomini, Iusea,
Parigi-Lecce 1992, pp. 52-70).
51 P.Donati, op. cit., p. 28.
52 Ibid., p. 31.
53 Ibid., p. 59.
54 Cf. ibid., p. 61.
55 Donati riconosce la crescente difficoltà di alcune
mediazioni o il loro carattere riduttivo, per es. la scuola, i servizi
socio-sanitari, le aziende (economia) con riferimento alla questione in
Italia . In generale, osservando alcuni paesi, si dovrebbe pensare che "sembra
che la famiglia non esista: esistono "le coppie", "le donne",
"i bambini", "gli anziani", cioè soltanto categorie
sociali generiche" (op. cit., p. 61). Risorge l'interesse,
tuttavia, per un maggiore coinvolgimento nel campo economico (nel micro e nelle
comunità locali) (cf. Familia et Vita, rivista del Pontificio
Consiglio per la Famiglia, n. 2/96).
56 Cf. Donati, op. cit., p. 65.
57 Converrebbe qui riportare i validi apprezzamenti del
Buttiglione riguardanti il tema della famiglia come comunione di persone e
concretamente circa la funzione della madre e del padre (cf. R. Buttiglione,
L'uomo e la famiglia, Dino Editore, Roma 1991, pp. 121, 141).
58 Il Donati fa notare: "Soggettività della
famiglia, alla fine, significa che la famiglia, proprio in quanto mediazione,
diventa un nuovo "bene" che è sentito, vissuto e perseguito con
intenzionalità di senso proprio, non subordinato né dipendente da
altri contesti o variabili" (op. cit., p. 70).
59 Carta dei Diritti della Famiglia, Libreria
Editrice Vaticana, Città del Vaticano 1983, Preambolo, E.
60 Commenta Donati: "se la famiglia non avesse più
alcun riferimento di cittadinanza, verrebbero meno le regole fondamentali della
convivenza interumana, e, con esse, svanirebbe l'orientamento alla la persona
come senso di appartenenza e d'identità" (op. cit., p. 71).
61 Si apre a un complesso di relazioni personali nell'ambito
della famiglia e in riferimento alla società. Il professore di Bologna
osserva: "promuovere la cittadinanza della famiglia significa, in altri
termini, optare per scelte che si muovono nella direzione di una reale, più
compiuta democrazia: una democrazia fatta di solidarietà, condivisione,
partecipazione e autonomia delle persone come individui in relazione gli uni con
gli altri" (op. cit., p. 73). Qualcosa di questa prospettiva si
trovava nel motto dell'Anno Internazionale della Famiglia, proclamato dall'ONU:
"costruire la più piccola delle democrazie".
62 P. Donati, op. cit., p. 76.
63 Ibid., p. 80.
64 Ibid., p. 79.
65 Ibid., p. 77.
66 Cf. Carta dei diritti della Famiglia, art. VIII.
67 Cf. Concilium, 2/1996 (edizione italiana): si
abborda la tragedia della povertà, come "catastrofe silenziosa"
dei "40.000 bambini che muoiono ogni giorno per denutrizione e malattie, i
150 milioni che vivono con salute e crescita precarie e i 100 milioni di bambini
tra i 6 e gli 11 anni che non vanno a scuola". Le ingiustizie secolari, la
mancanza di solidarietà e risorse, nonostante cambi favorevoli e nuove
risorse (Concilium, 2/1996, 17).
68 Ibid., p. 20.
69 Il paragrafo che ho riportato continua: "e con più
bassi tassi di natalità, con minori problemi sociali e ambientali, con
meno guerre civili e rifugiati e con minori conflitti internazionali".
Siccome ho seri dubbi circa il dato relativo al tasso di natalità, che
sembra ricavato da una poco corretta visione demografica, ho preferito collocare
in nota questa affermazione. Si dovrebbe considerare che se le ingenti risorse
economiche che oggi si destinano a un controllo sconsiderato della natalità
si orientassero alla formazione a fondo della famiglia, si camminerebbe su
migliori sentieri.
70 Concilium, op. cit., p. 20.
71 Ibid., pp. 22-23.
72 Don Browning, In che modo negli Stati Uniti la
famiglia è divenuta un tema liberale, in Concilium, 2/1996,
pp. 52-53.
73 "Circa il 10 per cento dei bambini bianchi e il 14
per cento di quelli neri con genitori separati caddero in povertà nel
corso dell'anno successivo (
). Il 45 per cento delle famiglie con prole al
di sotto di diciotto anni, la cui conduzione ricade su una donna sola, sono
povere, di contro al solo 7 per cento delle famiglie con prole la cui conduzione
è affidata a una coppia sposata" (Ibid.).
74 Articolo citato, p. 54. Non possiamo attardarci
sui dati relativi ai suicidi, ai disordini mentali, che sono istruttivi!
Come pure alla caduta nel profitto accademico. Enormi sono i costi. Il
deterioramento, anche delle condizioni economiche, ha evidenti correlazioni, in
certi cambiamenti culturali con la "tendenza sempre più accentuata a
risolvere i conflitti di interesse fra adulti e bambini in favore dei primi"
(ibid., p. 55).
75 Beyond Rhetoric: A New American Agenda for Children
and Families, U.S Government Printing Office, Washington, D.C. 1991, xix,
citato in Concilium, 2/1996, p. 59.
76 W. Galston è un famoso filosofo morale, autore del
libro Liberal Purposes (Cambridge University Press, Cambridge 1990),
(che ispirerebbe certi cambiamenti nella politica Clinton). Studia la democrazia
aristotelica che presume che i cittadini debbano possedere un elevato grado di
virtù e di carattere morale.
77 Cf. Dom Browning, Concilium, 2/1996, p. 65.
78 Cf. H G. Gadamer, Plato dialektische Ethik, 1931,
p. 138.
79 Cf. R. Bultmann, Elpis, in Grande Lessico del
N.T., Paideia, Brescia, II, 518.
80 S. Giovanni della Croce, Notte oscura, III, 21,
6.
81 La speranza non è qualcosa di marginale, né
molto meno, nel mondo della filosofia. Kant ricordava che ogni filosofia si
riferiva a quattro interrogativi fondamentali, di cui il terzo sarebbe: "Cosa
mi è permesso sperare?". In fondo, commenta J.L. Bruges, ogni
religione nasce da un interrogativo sull'avvenire (cf. Dictionnaire de la
morale catholique, CLD, 1991, p. 153). Immette anche nuova vivacità
nella teologia (ibid.).
82 Le sue ipotesi sono state oggetto di considerazione in
altre mie relazioni. Focalizza specialmente la situazione della Francia e forse
di altri paesi dell'Europa occidentale.
83 Altri studi mostrano la crescita numerica dei rapporti
prematrimoniali e il differimento della data di celebrazione del matrimonio.
Vari fattori li spingono a non abbandonare il focolare. È nuovo e
preoccupante il fenomeno dell'"adolescenza prolungata".
84 Se le politiche demografiche ed abortiste sono da
biasimare, si registra uno sforzo di politici liberali per presentarsi come
difensori della famiglia (cf. Concilium, 2/1996, pp. 48-65).
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