“Identità e missione della famiglia”
1. Saluto
Saluto con viva amicizia il vostro Assistente Ecclesiastico, Mons. Francesco
Rosso, il vostro Presidente Nazionale, Dottor Carlo Costalli che ho già avuto
modo di apprezzare quando ero a Firenze, e tutti voi che partecipate a questo
importante Congresso dell’ MCL. Mi avete invitato a parlare dell’identità e
missione della famiglia. Per necessità mi limiterò a trattare l’identità umana e
naturale della famiglia e la sua missione nella società. Dedicherò solo un
accenno a quello che è più specificamente cristiano e che in definitiva mi sta
più a cuore, la spiritualità della famiglia cristiana e il suo essere soggetto
di evangelizzazione.
2. La famiglia come istituzione sociale dell’altruismo
Ogni forma di vita, di
crescita, di amore, di bellezza e di felicità richiede una certa molteplicità e
una certa unità. La famiglia è il luogo dove si valorizzano e si armonizzano
le differenze fondamentali dell’essere umano, quella dei sessi (uomo-donna)
e quella delle generazioni (genitori-figli).
La sessualità, come qualcuno ha
detto (M. Zundel), è altruismo scritto nell’anima e nel corpo, differenza
nell’eguaglianza in vista del dono reciproco e della comunione. L’uomo e la
donna sono ambedue esseri umani, di pari dignità. Sono però diversi nel corpo
(organi genitali, aspetto, volto, voce). Generano ambedue, ma in modo diverso:
l’uomo fuori di sé; la donna dentro di sé. Coerentemente con questa differenza
basilare, hanno attitudini, interessi, intelligenza, caratteri diversi;
comprendono, amano, comunicano in modo diverso. Ciò che è più spontaneo per uno,
l’altro deve impegnarsi ad apprenderlo; l’uomo ad esempio può imparare dalla
donna la cura attenta e delicata verso le persone, la comprensione, il senso del
concreto, la resistenza alla sofferenza.
La differenza nell’uguaglianza
non crea di per sé discriminazione, ma interazione, scambio, complementarietà,
“collaborazione” (cfr. Congregazione per la Dottrina della Fede, Esperta in
umanità, 2004). Soprattutto ognuno dà all’altro il potere di procreare e
diventare genitore, a immagine di Dio creatore e padre (S. Tommaso, S. Th.
I q 99 a 2).
E’ l’amore che armonizza
le differenze tra gli esseri umani e ne fa un dono reciproco. L’amore è energia
unificante nel rispetto dell’alterità, è virtus unitiva, come si esprime
S. Tommaso d’Aquino (S. Th. I-II q 26 a 2); ed è l’unico atteggiamento
adeguato alla dignità delle persone.
Essere persona umana è essere
soggetto spirituale e corporeo, singolo e in relazione costitutiva con gli altri
soggetti. Gli altri sono un bene in se stessi come me, meritevoli come me
di essere aiutati a svilupparsi ed essere felici. “Amerai il tuo prossimo
come te stesso” (Mt 22,29). “Tutto quanto volete che gli uomini facciano
a voi, anche voi fatelo a loro” (Mt 22, 29). Non posso volere solo il mio
bene e usare gli altri come un mezzo. Devo armonizzare il mio bene con quello
degli altri. Con la stessa serietà, con cui voglio il mio bene, devo volere
quello degli altri. Devo, secondo le mie possibilità, farmi carico della loro
crescita umana integrale, rispettando la loro alterità e libertà,
valorizzando le loro differenze positive, portando perfino il peso dei loro
limiti e peccati, come ha fatto Gesù nei confronti di tutti gli uomini.
Non si tratta di rinunciare al
mio proprio bene; neppure mi è proibito cercare negli altri il mio utile. Ma non
posso ridurre a questo il mio rapporto con loro. Significherebbe non
riconoscerli per quello che sono, non rispettare la loro dignità di persone. Io
li rispetto nella misura in cui mi dono a loro, mi dedico al loro bene. Allora
io realizzo anche me stesso come persona, perché chi dona la propria
vita, l’acquista (cfr. Lc 17, 33; Gv 12, 25), soprattutto se ciò comporta un
duro sacrificio. Io non dono per ricevere, ma in definitiva ricevo. L’amore è la
vocazione e il bene supremo dell’uomo (cfr. Giovanni Paolo II, Redemptor Hominis
10).
Dato che la persona umana è un
soggetto inseparabilmente spirituale e corporeo, sempre comunica e
interagisce con le altre persone in modo spirituale e corporeo. Anche l’amore
umano scaturisce dall’interiorità profonda del soggetto e si esprime attraverso
le parole e le opere, i gesti e i comportamenti, attraverso il sorriso e la
stretta di mano, l’abbraccio e il rapporto sessuale.
Amare, come insegna Benedetto
XVI, è fare ciò che è giusto e anche di più. “La giustizia è inseparabile
dalla carità, intrinseca ad essa (…) la misura minima di essa (…) La carità
esige la giustizia (…) supera la giustizia e la completa nella logica del dono e
del perdono. La città dell’uomo non è promossa solo da rapporti di diritti e
doveri, ma ancor più e ancor prima da relazioni di gratuità, di misericordia e
di comunione” (Caritas in Veritate, 6).
Come il mercato è l’istituzione
dello scambio utilitario secondo giustizia (purtroppo deformato spesso dal
peccato e dall’errore), così la famiglia è l’istituzione del dono e della
comunione tra le persone (purtroppo anch’essa deformata spesso dal peccato e
dall’errore). Più precisamente la famiglia è l’istituzione del dono reciproco
totale e della comunione integrale di vita. In essa l’essere con e per
l’altro riguarda la vita in tutte le sue dimensioni, mentre nell’amicizia
impegna solo qualche aspetto di essa. Il rapporto sessuale tra i coniugi è
l’espressione corporea propria ed esclusiva del dono reciproco totale. Tale
gesto ha due significati inscindibili, unitivo e procreativo. L’amore, mentre
unisce i diversi, tende a un di più di vita e di bene. Non immobilizza e non
chiude nella situazione presente; muove invece ad andare avanti insieme verso il
futuro, nella stessa direzione. Perciò la comunione è anche apertura feconda in
senso spirituale, fisico, sociale. Mentre si donano l’uno all’altro, i coniugi
si aprono a una ulteriore alterità. Il figlio che nascerà da loro sarà il loro
essere “una sola carne”, in senso pieno e permanente.
Unità e apertura
caratterizzano non solo l’autenticità dell’atto coniugale, ma anche
l’autenticità della vita di coppia e di famiglia in tutte le sue dimensioni. I
coniugi guardano insieme verso i figli e al di là dei figli e con loro verso la
società e la Chiesa, verso obiettivi e progetti condivisi. Il marito è un dono
per la moglie e viceversa; i genitori sono un dono per i figli e viceversa; i
fratelli sono un dono l’uno per l’altro. Tutta la famiglia è un dono per la
società. In famiglia le persone non badano solo al proprio tornaconto, ma anche al bene
degli altri e al bene comune, che è di tutti e di ciascuno. Se c’è un’attenzione
preferenziale è per i più deboli: bambini, malati, disabili, anziani. La
dinamica dell’amore-dono fa maturare la consapevolezza e il rispetto per la
dignità di ogni persona, la fiducia in se stessi, negli altri e nelle
istituzioni, la responsabilità etica per il bene proprio e degli altri, la
sincerità, la fedeltà, la generosità, la condivisione, la creatività, la
progettualità, la laboriosità, la collaborazione, l’impegno fino al sacrificio e
molte altre virtù, preziose per le persone e per la società.
Inoltre la famiglia
autenticamente cristiana alimenta un rapporto consapevole e personale (da
persona a persona) con il Signore Gesù Cristo, vissuto dentro le relazioni e le
attività di ogni giorno, in casa, nella società e nella Chiesa. Da questo
rapporto vivo (preghiera, Parola, Eucaristia) il cristiano e la sua famiglia
attingono un di più di speranza, di luce per il discernimento, di valorizzazione
di tutto ciò che è umano, di energia, di amore e di gioia per farsi carico degli
altri e portare le inevitabili croci. Diventano così soggetto di
evangelizzazione con la loro testimonianza e, se opportuno, anche con iniziative
particolari.
Occorre responsabilizzare e
incoraggiare le famiglie praticanti a crescere nella spiritualità e nella
testimonianza evangelica, perché accolgano in sé e trasmettano agli altri
l’amore di Cristo. Elevare i pochi è il modo migliore per arrivare a tutti.
Occorre più famiglia e non meno, per curare i mali della società. Occorrono
numerose famiglie che abbiano un di più di unità, di apertura, di bellezza.
3. L’inverno demografico e la missione procreativa della famiglia
Allo sviluppo di un popolo
concorrono molteplici fattori. Tra di essi è importante l’equilibrio
demografico. Può creare grossi problemi una eccessiva densità della popolazione,
come in Bangladesh (156 milioni di abitanti su Km2 144.000; più di
1000 abitanti per Km2). D’altra parte può creare grossi problemi
anche la crisi della natalità. La condotta eticamente e socialmente corretta da
tenere si chiama procreazione generosa e responsabile.
A riguardo vale la pena di
citare una pagina della recente enciclica di Benedetto XVI. “L'apertura
moralmente responsabile alla vita è una ricchezza sociale ed economica.
Grandi Nazioni hanno potuto uscire dalla miseria anche grazie al grande numero e
alle capacità dei loro abitanti. Al contrario, Nazioni un tempo floride
conoscono ora una fase di incertezza e in qualche caso di declino proprio a
causa della denatalità, problema cruciale per le società di avanzato benessere.
La diminuzione delle nascite, talvolta al di sotto del cosiddetto «indice di
sostituzione», mette in crisi anche i sistemi di assistenza sociale, ne aumenta
i costi, contrae l'accantonamento di risparmio e di conseguenza le risorse
finanziarie necessarie agli investimenti, riduce la disponibilità di lavoratori
qualificati, restringe il bacino dei «cervelli» a cui attingere per le necessità
della Nazione. Inoltre, le famiglie di piccola, e talvolta piccolissima,
dimensione corrono il rischio di impoverire le relazioni sociali, e di non
garantire forme efficaci di solidarietà. Sono situazioni che presentano sintomi
di scarsa fiducia nel futuro come pure di stanchezza morale. Diventa così una
necessità sociale, e perfino economica, proporre ancora alle nuove generazioni
la bellezza della famiglia e del matrimonio, la rispondenza di tali istituzioni
alle esigenze più profonde del cuore e della dignità della persona. In questa
prospettiva, gli Stati sono chiamati a varare politiche che promuovano la
centralità e l'integrità della famiglia, fondata sul matrimonio tra un uomo
e una donna, prima e vitale cellula della società, facendosi carico anche dei
suoi problemi economici e fiscali, nel rispetto della sua natura relazionale” (Caritas
in Veritate, 44).
Nell’Unione Europea i ⅔ delle
famiglie sono senza figli; l’indice medio di fecondità per donna è di 1,56 (in
Italia addirittura 1,3, mentre negli Stati Uniti d’America è di 2,9). Siamo al
di sotto della quota di ricambio generazionale (2,1 per donna) e molto al di
sotto del desiderio espresso, e per varie ragioni non realizzato, dalle giovani
coppie di sposi (in media 2,3 figli). Gli anziani sopra i 65 anni sono 85
milioni con un aumento di 16,5 milioni negli ultimi 15 anni. Superano già gli
adolescenti e i bambini sotto i 14 anni che sono 78,5 milioni con un calo di
10,5 milioni negli ultimi 15 anni. Per i prossimi decenni fino al 2050 si
prevede un calo della popolazione di 27,3 milioni, ancora quindi piuttosto
contenuto; ma un invecchiamento medio molto forte, in quanto gli anziani
sopra i 65 anni saranno 135 milioni pari a ⅓ della popolazione, mentre gli
adolescenti e i bambini dai 15 anni in giù saranno solo 60 milioni pari a ⅛
della popolazione. Avremo molti nonni, qualche bisnonno, pochi bambini e senza
fratelli (già nel 2007 i figli unici erano il 25%). A fronte di una minore
produttività, avremo un pesantissimo aumento delle spese per pensioni, sanità e
assistenza. Per ogni anziano sopra i 65 anni ci saranno due soli lavoratori, che
dovranno provvedere ad assicurargli la pensione, mezza pensione ciascuno: cosa
insostenibile se si pensa che già adesso si hanno grosse difficoltà con quattro
lavoratori per ogni pensionato. Si va incontro al crollo dello stato sociale e
del benessere. Al risanamento della situazione non potrà bastare l’immigrazione;
neppure nell’ipotesi di una positiva integrazione culturale, peraltro più
difficile di quanto in certi ambienti si pensa. Il rimedio va cercato in altra
direzione.
Benedetto XVI nella sua ultima
enciclica esorta a rifiutare la “mentalità antinatalista” che viene diffusa
“come se fosse un progresso culturale” e a riconoscere che “L’apertura alla vita
è al centro del vero sviluppo” e “L’accoglienza della vita tempra le energie
morali e rende capaci di aiuto reciproco” tra le persone e tra i popoli (cfr.
Caritas in Veritate, 28). Bisogna rivalutare culturalmente la maternità e
la paternità come dimensioni importanti per la maturazione umana e la
felicità delle donne e degli uomini. L’aborto nell’Unione Europea miete ogni
anno un numero di vittime pari a 1/5 dei bambini nati e superiore agli abitanti
di Malta e Lussemburgo messi insieme: si può almeno tentare di contrastarlo,
assicurando alla madre le forme di accompagnamento e di aiuti di cui ha bisogno.
In ogni caso vanno contrastati energicamente i tentativi di introdurre nella
legislazione il diritto all’aborto, che allora perderebbe la sua configurazione
di male tollerato. Va invece fermamente rivendicato il diritto all’obiezione di
coscienza dei medici, degli operatori sanitari, dei farmacisti.
Bisogna offrire agevolazioni
per l’accesso delle giovani coppie alla casa; moltiplicare le opportunità di
lavoro; armonizzare il più possibile le esigenze del lavoro con quelle della
famiglia. Molte donne sono costrette a scegliere tra la professione e la
maternità: occorre impegnarsi seriamente perché finisca il primato del lavoro
sulle persone e della rigida organizzazione sulla famiglia e si accrescano
sempre più forme di conciliazione (orari flessibili, telelavoro, congedi
adeguatamente retribuiti di maternità, congedi parentali, servizi per
l’infanzia, incentivi per reti di famiglie, ecc.). Infine è urgente promuovere
una politica di consistente sostegno economico alle famiglie che hanno figli.
Si calcola che ogni figlio fino a 25 anni rappresenta un investimento di circa
190.000 €uro. Non è giusto che i genitori subiscano un impoverimento a motivo di
questo prezioso contributo che danno al futuro della società. Bisogna concedere
sconti e agevolazioni alle famiglie numerose e rendere equo e commisurato al
carico familiare il prelievo fiscale (deduzioni, detrazioni, quoziente familiare
per l’IRPEF; tassa sulla casa calcolata non solo in base alla superficie: 120 mq
sono un lusso per un single, ma una necessità per chi ha 4 figli).
Le proposte per incentivare la
natalità non mancano. La loro attuazione richiede interventi non facili per la
ridistribuzione delle risorse pubbliche e sarà necessariamente graduale. E’ però
importante che si comincino a fare passi concreti nella giusta direzione.
Dalle Associazioni Familiari ci si aspetta ferma determinazione e perseveranza
nel perseguire l’obiettivo di una inversione di tendenza.
4. La crisi dell’educazione e la missione educativa della famiglia
Una politica per l’infanzia non
dovrebbe mai prescindere dal legame coniugale dei genitori. L’unità e la
stabilità della coppia parentale è il dono e l’aiuto più grande che si possa
dare ai bambini. Essi non vogliono essere amati da due genitori che non si amano
tra loro; non vogliono due amori paralleli. Hanno bisogno invece di un amore,
per dir così, triangolare, in cui i genitori sono innanzitutto uniti tra loro e
insieme si rivolgono ai figli. I bambini hanno bisogno di abitare e vivere
insieme ad ambedue i genitori.
Purtroppo oggi gli impegni di lavoro e soprattutto le separazioni e i divorzi
dividono molti genitori tra loro e li allontanano dai figli. In Europa, mentre i
matrimoni calano sensibilmente ogni anno, i divorzi crescono: ormai sono più di
un milione all’anno e raggiungono la metà dei matrimoni celebrati annualmente.
Negli ultimi dieci anni sono stati 10,3 milioni e hanno coinvolto oltre 17
milioni di bambini.
I figli dei divorziati
nella percentuale dell’85% sono affidati alla madre e molti di essi, intorno al
25%, perdono dopo circa due anni il contatto con il padre. Alcuni anni dopo la
separazione dei genitori, la maggior parte dei figli, circa i ¾, si stabilizzano
e rientrano nella media degli indici di adattamento e rendimento degli altri
ragazzi. Ma il 25% presenta problemi psicologici, scolastici e sociali,
mediamente in misura del doppio rispetto ai figli di genitori uniti. Sono il
triplo quelli che dichiarano di essere stati molto soli; quasi il doppio quelli
che non si sentono compresi; più del doppio, a parità di altre condizioni,
quelli che abbandonano la scuola e quelli che hanno minore rendimento scolastico
(In Francia i figli di separati sono il 95% dei collegiali). Molti soffrono di
instabilità psichica (In Francia l’80% dei ricoverati in psichiatria è figlio di
separati); molti fanno uso di sigarette, alcol e droghe (In Francia sono il 50%
dei tossicomani); molti finiscono nell’emarginazione (In USA quelli cresciuti
senza padre sono il 90% dei senza casa); molti si rendono protagonisti di
comportamenti socialmente devianti e delinquenziali, come bullismo, vandalismo,
furti, stupri e omicidi (In USA sono cresciuti senza la figura paterna il 72%
degli adolescenti omicidi, il 60% degli stupratori, l’85% dei giovani in
carcere), poiché per loro il rischio di criminalità è più che doppio rispetto ai
figli che vivono insieme con i due genitori.
Gli studi psicologici mettono
in evidenza che l’assenza del padre durante l’infanzia e l’adolescenza
dei figli li espone a vari rischi: narcisismo, per cui manca il senso del limite
e si vuole tutto e subito; depressione, ansia e scarsa autostima; passività e
mancanza di progettualità, dipendenza dal parere degli altri, da TV e Internet,
dai consumi, dall’alcol e dalla droga; senso di impotenza, rabbia, aggressività,
violenza.
Benedetto XVI a suo tempo ha
denunciato l’emergenza educativa e recentemente nell’ultima enciclica ha
sottolineato la necessità di una ecologia umana. Occorre certo “difendere
non solo la terra, l’acqua e l’aria come doni della creazione appartenenti a
tutti”; ma “proteggere soprattutto l’uomo contro la distruzione di se stesso. E’
necessario che ci sia un’ecologia dell’uomo, intesa in senso giusto (…) Quando
l’ecologia umana è rispettata dentro la società, anche l’ecologia ambientale ne
trae beneficio. Il libro della natura è uno e indivisibile, sul versante
dell’ambiente come sul versante della vita, della sessualità, del matrimonio,
della famiglia, delle relazioni sociali, in una parola dello sviluppo umano
integrale” (Caritas in Veritate, 51).
L’ecologia umana richiede che i
bambini nascano e crescano all’interno di una vera famiglia. Lo dichiarava già
la Convenzione sui Diritti del Fanciullo approvata all’ONU (20 novembre 1989):
“La famiglia, unità fondamentale e ambiente naturale per la crescita e il
benessere di tutti i suoi membri e in particolare dei fanciulli, deve ricevere
protezione e l’assistenza necessaria per svolgere integralmente il suo ruolo
educativo nella società”.
Le famiglie disgregate e
distorte contribuiscono al deperimento delle virtù sociali e danneggiano la
coesione e lo sviluppo della società. Hillary Rodham Clinton ha detto che,
come un organismo richiede una massa critica di cellule sane per poter vivere,
così la società richiede una massa critica di famiglie tradizionali per poter
stare in piedi. Secondo Benedetto XVI, lo stesso mercato, che è l’istituzione
dello scambio utilitaristico per antonomasia, ha bisogno della famiglia,
istituzione del dono e della comunione, non solo perché sia alimentata la virtù
della giustizia che gli è necessaria, ma anche perché ha bisogno di assimilare
in vario modo e misura anche il senso della fraternità, solidarietà, gratuità.
Il mercato sarà, nello stesso tempo, più civile e più competitivo, se saprà
vedere il profitto come strumento in vista di finalità umane e sociali (Caritas
in veritate 38).
La famiglia attende di essere
messa in grado di compiere la sua insostituibile missione educativa. Occorre
garantire, per quanto è possibile, il diritto dei bambini a vivere con ambedue i
genitori e ad avere un padre e una madre nelle adozioni; scoraggiare il divorzio
e incentivare la stabilità dell’unione coniugale; tutelare l’identità naturale
della famiglia nei confronti di altre forme di convivenza, a differenza di
quanto ha fatto a suo tempo il Parlamento Europeo che ha sollecitato gli stati
membri a equiparare nella legislazione le unioni di fatto; diffondere una
cultura dei diritti e dei doveri della famiglia; riconoscere il diritto dei
genitori a educare i figli secondo le loro convinzioni etiche e religiose;
rendere effettiva la loro libertà di scegliere tra scuola statale e non statale;
salvaguardare l’unità familiare degli immigrati e favorire la loro integrazione
sociale e culturale nel rispetto dei valori autentici della loro tradizione.
5. Conclusione
Cari amici, non fate mancare il vostro impegno per la famiglia e per l’alleanza
tra famiglia e lavoro. La causa della famiglia è la causa dell’uomo e del suo
benessere integrale; è la causa di Cristo salvatore dell’uomo.