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PONTIFICIO CONSIGLIO PER LA FAMIGLIA
RIUNIONE
DEL COMITATO TECNICO SCIENTIFICO DELL'UCID NAZIONALE
(UNIONE CATTOLICA IMPRENDITORI DIRIGENTI)
INTERVENTO DEL CARDINALE
ENNIO ANTONELLI,
PRESIDENTE DEL PONTIFICIO CONSIGLIO PER LA FAMIGLIA
“FAMIGLIA E IMPRESA, CELLULE
VITALI DELLA SOCIETÀ”
Palazzo Altieri
Roma, 22 febbraio 2010,
Il Cardinale Ennio Antonelli, Presidente del Pontificio Consiglio per la
Famiglia, è intervenuto lunedì pomeriggio 22 febbraio alla riunione del Comitato
tecnico scientifico dell’UCID nazionale (Unione Cattolica Imprenditori
Dirigenti), svoltasi nella sede di Roma. Moderava il dibattito il prof. Giuseppe
De Rita. Dopo l’intervento del Cardinale Antonelli ha parlato l’Ing. Federico
Falck.
Questo è il testo del Presidente del Pontificio Consiglio per la Famiglia:
I
INDICAZIONI BIBLICHE
- “Dio disse: facciamo l’uomo a nostra immagine, secondo la nostra
somiglianza: dòmini sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo, sul bestiame, su tutti gli animali selvatici e su
tutti i rettili che strisciano sulla terra. E Dio creò l’uomo a sua immagine; a
immagine di Dio lo creò: maschio e femmina li creò. Dio li benedisse e Dio disse
loro: Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra e soggiogatela, dominate
sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo e su ogni essere vivente che
striscia sulla terra” (Gen, 1, 26-28).
- “Il Signore Dio prese l’uomo e lo pose nel giardino di Eden, perché lo
coltivasse e lo custodisse. Il Signore Dio diede questo comando all’uomo: Tu
potrai mangiare di tutti gli alberi del giardino, ma dell’albero della
conoscenza del bene e del male non devi mangiare, perché, nel giorno in cui tu
ne mangerai, certamente dovrai morire. E il Signore Dio disse: Non è bene che
l’uomo sia solo: voglio fargli un aiuto che gli corrisponda. Allora il Signore
Dio plasmò dal suolo ogni sorta di animali... Così l’uomo impose nomi a tutto il
bestiame, a tutti gli uccelli del cielo e a tutti gli animali selvatici, ma per
l’uomo non trovò un aiuto che gli corrispondesse… Il Signore Dio formò con la
costola, che aveva tolta all’uomo, una donna e la condusse all’uomo. Allora
l’uomo disse: Questa volta è osso dalle mie ossa, carne dalla mia carne… Per
questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie, e i due
saranno un’unica carne” (Gen 2, 15-20, 22-24).
- Famiglia e lavoro derivano dalle origini dell’umanità; sono dimensioni
essenziali e costitutive dell’umano; sono due benedizioni, due doni di Dio,
prima che compiti e doveri; appartengono alla persona umana in quanto immagine
di Dio.
- La famiglia è l’immagine primordiale della comunione trinitaria tra le persone
divine. Perciò è il germe, il modello e l’attuazione esemplare di tutta la
socialità umana nelle sue varie forme. Soprattutto l’armonia e la gioia dei
rapporti familiari (uomo-donna, genitori-figli) consentono di sperimentare un
riflesso di Dio Amore e un anticipo della festa nuziale nell’eternità.
- Il lavoro (e la tecnica) è a immagine di Dio creatore. Dio consegna
all’uomo un cosmo ordinato da sviluppare, governare e umanizzare; consegna
un giardino da custodire e da coltivare. Nella misura in cui farà questo,
non in modo arbitrario, ma razionale, l’uomo prolungherà e perfezionerà
l’opera iniziata da Dio creatore e parteciperà della sua energia creatrice.
- Ambedue, la famiglia e il lavoro, sono sfigurati e stravolti dal
peccato. “Alla donna (Dio) disse: … Verso tuo marito sarà il tuo istinto, ed
egli ti dominerà … All’uomo disse … Maledetto il suolo per causa tua! Con
dolore ne trarrai il cibo per tutti i giorni della tua vita. Spine e cardi
produrrà per te … Con il sudore del tuo volto mangerai il pane…” (Gen 3,
16-19).
- Il Figlio di Dio viene a rinnovare e salvare tutti gli uomini e tutte le
dimensioni della vita umana, in particolare la famiglia e il lavoro. E’
significativo che, facendosi uomo, abbia voluto assumere fino a 30 anni la
condizione ordinaria della gran parte degli uomini, la vita di famiglia e
l’attività lavorativa. Ambedue però devono essere subordinate al primato del
regno di Dio (cfr Mt 6, 24.26-33; Mc 3, 35; Lc 9, 59-62; 10, 4; 12, 15-33).
II
PRIMA E DOPO
LA RIVOLUZIONE INDUSTRIALE
- Per molti secoli, nella società rurale e artigianale, il lavoro si
trasmetteva come un’eredità all’interno della famiglia (patriarcale). Si
trattava di lavoro in casa o vicino a casa, cosicché i tempi del lavoro non
si distinguevano dai tempi della vita familiare. Non per niente la parola
‘economia’ etimologicamente significa ‘governo della casa’.
- La donna svolgeva la sua attività in casa, nel cortile, nell’orto. Le
sue mansioni, oltre la procreazione e l’educazione dei figli e l’assistenza
agli anziani, erano la cucina, le pulizie, il bucato, la filatura, la
tessitura, la confezione dei vestiti, l’allevamento degli animali da
cortile, la coltivazione dell’orto.
- L’uomo, eccettuati i militari, i mercanti, i politici, lavorava nei
campi intorno a casa oppure nel laboratorio annesso alla casa o comunque
vicino.
- Ben pochi beni e servizi venivano scambiati con denaro; la gran parte di
essi veniva scambiata direttamente. Perciò non aveva molta rilevanza la
distinzione tra lavoro produttivo di reddito e lavoro domestico non
retribuito; tantomeno si prestava a discriminare la posizione economica
dell’uomo e della donna.
- Negli ultimi secoli, a partire dalla rivoluzione industriale, la
produzione di beni e servizi è passata dalla famiglia alla fabbrica, al
centro commerciale, allo studio professionale, all’ufficio burocratico. Ha
provocato una forte urbanizzazione, la dissoluzione della famiglia
patriarcale, la diffusione generalizzata della famiglia nucleare.
- Il lavoro extradomestico viene scambiato con denaro e viene considerato
produttivo di reddito, mentre il lavoro domestico non è retribuito in denaro
e non viene computato nel PIL, quasi si trattasse di un “non lavoro”. E’
paradossale che il lavoro di cura fatto da una baby-sitter o da una
badante sia produttivo di reddito, mentre lo stesso lavoro fatto da una
donna di famiglia non è considerato tale.
- Al lavoro extradomestico, come finora è stato organizzato, è più
funzionale l’individuo che non la famiglia, perché l’individuo è in grado di
offrire più mobilità, più disponibilità di tempo, più propensione ai
consumi. Non fa meraviglia che il benessere individuale sia spesso
pubblicizzato come ideale di vita.
- La famiglia a volte viene avvertita come un ostacolo all’efficienza
produttiva del sistema e allo sviluppo sociale. Secondo un recente saggio (Alberto Alesina
e Andrea Ichino, L’Italia fatta in casa, Mondadori), in Italia le
giovani coppie di sposi preferiscono un lavoro vicino alla residenza dei
loro anziani genitori, anche se meno produttivo e meno retribuito, perché
possono affidare loro la cura dei bambini, possono dare loro assistenza in
caso di bisogno, possono ricevere da loro un contributo in denaro in caso di
difficoltà economica (Ma è proprio negativa questa sinergia tra generazioni,
che tra l’altro fa anche risparmiare risorse pubbliche?). Le donne italiane
spesso preferiscono dedicarsi ai figli e rinunciano alla carriera
professionale, sottraendo energie e capacità all’impresa e alla società (Ma
il lavoro domestico non è anch’esso prezioso per la società?). Il persistere
di tante piccole imprese a carattere familiare, prive di risorse finanziarie
per investire in ricerca e innovazione, non favorisce la crescita economica
del Paese (Ma non hanno tali imprese dimostrato anche creatività e
duttilità? Non possono ovviare anch’esse ai loro limiti, collegandosi in
rete tra loro e rinunciando all’anacronistica pretesa di autosufficienza?).
E’ malcostume italiano quello di assegnare i posti di lavoro per motivi di
parentela o in seguito a raccomandazioni, anziché basarsi unicamente sulla
competenza; analogamente è una grettezza diffusa in varie zone italiane
quella di limitare le donazioni di sangue ai propri parenti (Ma questi danni
sociali sono da imputare alla famiglia o non piuttosto al familismo, che è
una degenerazione di essa?).
- Il lavoro extradomestico è stato centrato sull’individuo maschile e ha
contribuito ad allontanare il padre dai figli e dalla sua responsabilità
educativa, fino ad oscurare l’importanza decisiva della figura paterna. Le
indagini sociologiche rilevano dati impressionanti sui danni provocati
dall’assenza del padre. Negli USA i figli cresciuti senza padre sono il 90%
dei senza fissa dimora, il 72% degli adolescenti omicidi, il 60% degli
stupratori, l’85% dei giovani in carcere. In caso di divorzio i figli nella
percentuale dell’85% sono affidati alla madre e spesso perdono ogni contatto
con il padre. Un quarto dei figli di divorziati non riesce a ritrovare un
sereno equilibrio e continua a presentare problemi psicologici, scolastici,
sociali, lavorativi, mediamente in misura del doppio rispetto ai figli di
genitori uniti. L’assenza della figura paterna, secondo gli psicologi,
espone a varie patologie: narcisismo, mancanza di realismo, scarsa
autostima, depressione, pensieri di suicidio, carenza di progettualità,
passività, dipendenza da alcol e droga, senso di impotenza, aggressività,
violenza (cfr Istitute of American Values).
- La donna è tentata dall’omologazione al modello maschile. Spesso cerca
la autorealizzazione nel lavoro, nella carriera, nel successo sociale, a
costo di rinunciare al matrimonio e ai figli; percepisce la famiglia come un
ostacolo alla sua riuscita personale. Altre donne, e sono molte, rinunciano
al lavoro o al livello professionale più elevato, per dedicarsi ai figli e
alla famiglia; comunque anche queste percepiscono, e soffrono, un
incompatibilità tra famiglia e lavoro.
- Da questa difficoltà di conciliare famiglia e lavoro, trae vantaggio
l’ideologia del gender. Non conta il sesso biologico, ma
l’orientamento sessuale, che ognuno liberamente sceglie, costruisce, cambia
secondo le proprie pulsioni, desideri, preferenze. Mentre i sessi biologici
naturali sono due soltanto, i generi elaborati culturalmente possono essere
più numerosi: eterosessuale, omosessuale, bisessuale, transessuale,
polimorfo. Tutte le pratiche sessuali sono rispettabili e da legittimare
socialmente, cambiando la mentalità e le regole, combattendo le
discriminazioni. Si rivendicano i cosiddetti diritti sessuali e
riproduttivi: legalizzazione delle convivenze, matrimonio gay, repressione
dell’omofobia, adozione di bambini da parte di omosessuali, diritto
all’aborto, diritto alla procreazione artificiale, promozione della cultura
omosessuale. La famiglia tradizionale, a motivo dei legami stabili di coppia
e di genitorialità, è considerata oppressiva degli individui, specialmente
delle donne, e causa di ingiustizie sociali. La donna dovrebbe realizzarsi
nella professione, nella cultura e nella politica e dovrebbe liberarsi dal
matrimonio, che comporta subordinazione all’uomo, e addirittura dalla
maternità mediante la procreazione artificiale e la gestazione tecnologica
del bambino con apposita macchina che si auspica possa diventare presto
disponibile. Si incoraggia l’esercizio puramente ludico della sessualità.
- La prospettiva del gender è portata all’estremo in un recente
saggio di grossa risonanza (Jaques Attali, Amours. Histoire des relations
entre les hommes et les femmes, Fayard, Paris 2007): indistinzione dei
sessi, separazione delle relazioni sessuali dalla riproduzione, libera
soddisfazione dei desideri, poli-amore senza vincoli, matrimonio di gruppo,
simultanea appartenenza a più gruppi (poli-famiglia), cura dei minori
affidata a tutti gli adulti, affetto dei bambini per tutti gli adulti
considerati genitori adottivi. Il primo passo, possibile fin d’ora, verso
questo futuro ideale dovrebbe essere l’istituzione del matrimonio
provvisorio come contratto a tempo.
- L’esercizio ludico della sessualità, separato dalla funzione
riproduttiva, viene appoggiato dalla mentalità neo maltusiana, ossessionata
dall’incremento della popolazione nel mondo, specialmente nei paesi sotto
sviluppati (nel 2050 si prevede un picco di 9 miliardi, di cui 2 miliardi in
Africa), con il conseguente degrado ambientale, fino a rendere il pianeta
invivibile.
- Un programma neomaltusiano è quello lanciato da un’agenzia dell’ONU
(UNFPA) e denominato “Obiettivi di sviluppo del millennio”. Una minore
fertilità significa minore crescita della popolazione e più crescita
economica, più lavoro, uguaglianza e valorizzazione per le donne. Meno
bambini significano più risorse per l’educazione di ogni bambino, più scuola
e meno lavoro minorile, meno mortalità infantile e minore degrado
dell’ambiente. Diritto alla salute riproduttiva significa sesso senza
procreazione, in concreto mediante contraccezione, aborto, diffusione
dell’omosessualità (fino al traguardo di una popolazione omosessuale al 50%)
(gli USA investiranno su questo programma 63 miliardi di dollari in sei
anni).
- Secondo la dottrina sociale della Chiesa, mentre la soluzione al
problema della povertà va cercata nella riforma del mercato, l’equilibrio
demografico va raggiunto attraverso la procreazione responsabile.
- Equilibrio demografico in paesi sovrappopolati (ad es. Bangladesh, 156
milioni di abitanti su Km2 144.000, più di mille abitanti per Km2)
significa limitazione delle nascite (metodi eticamente onesti sono quelli
naturali). Ma in Europa, dove è in atto una grave crisi demografica (indice
medio di fecondità molto al di sotto dell’indice di ricambio generazionale;
previsione di rapido invecchiamento della popolazione con un terzo composto
di anziani sopra i 65 anni, con diminuzione di forze produttive e forte
aumento di spese per le pensioni, la sanità e l’assistenza), significa
rilancio della natalità, rivalutazione culturale della paternità e della
maternità, adeguato sostegno economico. “L’accoglienza della vita tempra
energie morali e rende capaci di aiuto reciproco” (Benedetto XVI,
Caritas
in Veritate, 28). “L’apertura moralmente responsabile alla vita è una
ricchezza sociale ed economica” (Benedetto XVI,
CV, 44).
- Occorre riscoprire l’importanza sociale della famiglia, che produce beni
essenziali per la società nel suo insieme e in particolare per il mercato e
per le imprese, anzi a suo modo è essa stessa una “piccola impresa” (cfr G.
L. Becker, A treatise on the family).
III
LA FAMIGLIA E IL MERCATO
- Un aumento di reddito accresce il benessere oggettivo: ‘confort’, durata
media della vita, istruzione, servizi sanitari, tutela dell’ambiente.
- Un aumento di reddito non sempre accresce il benessere soggettivo (la
soddisfazione percepita dalle persone, la felicità). Secondo studi
sociologici fatti in vari paesi negli ultimi trent’anni, esiste un
“Paradosso della felicità in economia”. Oltre una certa soglia di reddito,
diventare più ricchi non significa ancora diventare più felici. Anzi, a un
maggior reddito può corrispondere una diminuzione di felicità.
- L’aumento del reddito, oltre una certa soglia, non accresce più la
felicità, perché i beni utili, che permette di acquistare, creano presto
assuefazione e noia, perché il reddito degli altri può crescere più del
nostro, perché con il reddito aumentano anche le nostre aspirazioni,
soprattutto perché l’aumento del reddito può comportare una perdita di beni
relazionali (famiglia, amicizia, solidarietà) e di beni gratuiti che valgono
per se stessi (musica, poesia, arte, contemplazione della natura,
spiritualità, preghiera, festa, gioco, sport).
- Investire tempo ed energie in beni relazionali e di gratuità genera
sempre benessere soggettivo (percezione di soddisfazione, felicità).
- Il mercato tende a dilatare gli spazi dell’utile e ad introdurre la
mentalità utilitarista anche nella famiglia e nella festa. Ma forse si
potrebbe vivere con più serenità e gioia se si investisse di più nei beni di
relazione e di gratuità e di meno nella produzione di beni strumentali. “Non
di solo pane vivrà l’uomo” (Mt 4, 4).
- Come il mercato è l’istituzione dello scambio utilitario secondo
giustizia (istituzione purtroppo deformata spesso dal peccato e
dall’errore), così la famiglia è l’istituzione della gratuità e del dono
reciproco tra le persone (purtroppo anch’essa deformata spesso dal peccato e
dall’errore). Più precisamente la famiglia è l’istituzione del dono
reciproco totale e della comunione integrale di vita.
- Pur essendo lecito e perfino necessario cercare negli altri il proprio
utile, è però grave disordine morale ridurre il rapporto con loro alla sola
dimensione utilitaria. Si rispetta la dignità delle persone nella misura in
cui esse sono considerate un grande bene in se stesse e si vuole
sinceramente il loro bene. Solo la logica dell’amore, della gratuità, del
dono è all’altezza della loro dignità di persone.
- In famiglia gli altri sono visti non solo come una risorsa da cui
ricavare vantaggi, ma anche e soprattutto come un bene in se stessi, come
persone insostituibili, non intercambiabili, senza prezzo e con valore
assoluto. Con la stessa serietà con cui si vuole il proprio bene, si vuole
anche quello degli altri e ci si fa carico della loro crescita umana
integrale, portandone il peso. Se c’è un’attenzione preferenziale, è per i
più deboli: i bambini, i malati, i disabili, gli anziani. Si costruiscono
così legami profondi di comunione tra le persone, rispettando la loro
libertà e valorizzando la loro originalità.
- L’amore comporta unità e alterità. In famiglia si armonizzano e si
valorizzano le differenze fondamentali dell’essere umano, quella dei sessi
(uomo-donna) e quella delle generazioni (genitori-figli).
- La sessualità è altruismo scritto nel corpo e nell’anima, differenza
nell’uguaglianza in vista del dono reciproco e della comunione. L’uomo e la
donna sono ambedue esseri umani, di pari dignità, ma hanno anche importanti
diversità. Sono diversi nel corpo (organi genitali, aspetto, forza fisica,
volto, voce). Generano ambedue ma in modo diverso: l’uomo fuori di sé, la
donna dentro di sé. Coerentemente con questa differenza basilare, hanno
attitudini, interessi, intelligenza, sensibilità, desideri diversi;
comprendono, amano, comunicano, operano in modo diverso. Ciò che è più
spontaneo per uno, l’altro deve impegnarsi ad apprenderlo.
- La differenza nell’uguaglianza non crea di per sé discriminazione; ma
interazione, scambio, complementarietà, collaborazione. Soprattutto l’uomo e
la donna danno, l’uno all’altro, il potere di procreare e diventare
genitore. Il rapporto sessuale tra i coniugi ha due significati oggettivi,
unitivo e procreativo. Mentre si donano l’uno all’altro, i coniugi si aprono
ad una eventuale ulteriore alterità e unità, a un’ulteriore novità di vita e
di bene. Il figlio che nascerà da loro sarà il loro essere “una sola carne”,
in senso pieno e permanente.
- Unità e apertura caratterizzano non solo l’autenticità dell’atto
coniugale, ma l’autenticità di tutta la vita di coppia e di famiglia. I
coniugi guardano insieme verso i figli (cura, educazione) e al di là dei
figli e con loro verso la Chiesa e la società, mediante obiettivi, progetti,
impegni concordati.
- La famiglia genera persone e beni relazionali primari che costruiscono
l’identità personale, beni senza prezzo, senza assuefazione, senza
competizione, senza svalutazione.
- La famiglia produce virtù indispensabili per la coesione e lo sviluppo
integrale della società, indispensabili anche per il lavoro produttivo,
l’impresa e il mercato. Ecco un elenco esemplificativo di esse: gratuità,
reciprocità, fiducia, solidarietà, responsabilità, cooperazione,
progettualità, capacità di sacrificio, sobrietà, propensione al risparmio,
rispetto dell’ambiente.
- “La dottrina sociale della Chiesa ritiene che possano essere vissuti
rapporti autenticamente umani, di amicizia e di socialità, di solidarietà e
di reciprocità, anche all’interno dell’attività economica e non soltanto
fuori di essa o dopo di essa” (Benedetto XVI,
CV, 36). “Anche nei
rapporti mercantili il principio di gratuità e la logica del dono come
espressione della fraternità, possono e devono trovare posto entro la
normale attività economica” (ivi). “La vita economica ha senz’altro
bisogno del contratto, per regolare i rapporti di scambio tra valori
equivalenti. Ha altresì bisogno di leggi giuste e di forme di
redistribuzione guidate dalla politica, e inoltre di opere che rechino
impresso lo spirito del dono” (Benedetto XVI,
CV, 37). “Nell’epoca
della globalizzazione, l’attività economica non può prescindere dalla
gratuità che dissemina e alimenta la solidarietà e la responsabilità per la
giustizia e il bene comune nei suoi vari soggetti ed attori. Si tratta, in
definitiva, di una forma concreta e profonda di democrazia economica”
(Benedetto XVI,
CV, 38).
- Il mercato, istituzione dello scambio utilitario, ha bisogno di una
componente di gratuità e di solidarietà, che gli può essere comunicata da
altre istituzioni, specialmente dalla famiglia, istituzione del dono.
- Chi ha fatto esperienza della gratuità in famiglia, è in grado di
percepire anche il lavoro produttivo come dotato di senso umano e religioso;
perciò è in condizione di compierlo con più gusto e gratificazione.
- Chi ha fatto esperienza di beni relazionali in famiglia, è abilitato a
edificare l’impresa come “comunità di uomini” (Giovanni Paolo II,
CA,
35) e a promuovere il bene comune della società.
- Oggi, nell’era informatica, l’impresa diventa sempre più immateriale e
relazionale; richiede, più che capitale fisico, risorse umane, conoscenze,
idee, capacità di progettare e lavorare insieme. Anzi è sempre più
necessario che le imprese, rinunciando all’illusione di autosufficienza, si
mettano in rete tra loro.
- Oggi, nell’era della globalizzazione, è necessario più che mai ricordare
che i ricchi rimangono ricchi se anche i poveri diventano ricchi. Non basta
dare ai poveri l’elemosina per sopravvivere; non basta attivare il
“commercio etico” o il “commercio etnico” con i popoli sottosviluppati.
Bisogna inserire i poveri nel processo economico produttivo e i paesi poveri
nel mercato globale (cfr Giovanni paolo II, CA, 33). “E’ interesse
del mercato promuovere emancipazione, ma per farlo veramente, non può
contare solo su se stesso… esso deve attingere energie morali da altri
soggetti, che sono capaci di generarle” (Benedetto XVI,
CV, 35). Uno
di questi altri soggetti, il più idoneo, è la famiglia.
IV
CONCILIAZIONE TRA FAMIGLIA E LAVORO
- Essendo un soggetto di grande rilevanza sociale, e anche economica, la
famiglia ha diritto a ricevere sostegno culturale, giuridico ed economico.
- Per fare un progetto di famiglia, occorre una ragionevole sicurezza
economica. Bisogna supportare il lavoro intermittente con meccanismi di
protezione, con ammortizzatori sociali estesi anche alle piccole aziende
(cassa integrazione, mobilità, pre pensionamento).
- Per numerosi lavoratori, per gli immigrati, ma non solo per essi,
occorre agevolare i ricongiungimenti familiari.
- Per incentivare la natalità, occorre rendere il prelievo fiscale equo e
commisurato non solo al reddito, ma anche al numero delle persone a carico
(deduzioni, detrazioni, quoziente familiare per l’IRPEF; tassa sulla casa
calcolata non solo in base alla superficie, ma anche in base alle persone
che vi abitano). (cfr Francia e Germania, dove le famiglie con 3 figli
pagano 2 o 3 mila euro in meno).
- Le famiglie numerose meritano speciali sconti e agevolazioni, perché
sono una preziosa risorsa per la società e non un attentato al benessere e
all’ecologia.
- Occupazione delle donne e procreazione dei figli sono compatibili (nei
paesi nordici, in Gran Bretagna e Irlanda sono ambedue più elevate che in
Italia).
- Occorre attivare servizi per le famiglie: per i bambini nidi familiari,
condominiali, aziendali, di quartiere; per gli anziani e i disabili servizi
di assistenza. La cooperazione tra le famiglie (reti di famiglie), può
svolgere funzioni analoghe a quelle che un tempo svolgevano le reti
parentali.
- Il territorio e, in particolare, il lavoro, andrebbero gradualmente
riorganizzati a misura di famiglia.
- La conciliazione delle responsabilità familiari e professionali di
ambedue i coniugi comporta che all’interno della casa siano riequilibrati i
ruoli domestici. Attualmente in casa gli uomini hanno tempo libero e le
donne un secondo turno di lavoro. La distribuzione dei compiti, fatta di
comune accordo, deve evitare sia il rigido dualismo, sia la piena
omologazione dei ruoli.
- La conciliazione riguarda anche e soprattutto il lavoro esterno alla
casa. Premesso che anche il lavoro domestico merita un riconoscimento
economico, occorre offrire una varietà di opportunità nel lavoro
professionale (tempo pieno, part-time, tele lavoro, flessibilità di orari,
congedi e permessi) e incoraggiare le scelte condivise da ambedue. Quanto
alle attività da svolgere, non bisogna assolutizzare né l’omologazione, né
la differenza dei sessi, dato che le differenze ci sono (ad es. la forza
fisica), ma molte capacità possono essere acquisite con l’istruzione e
l’esercizio, malgrado la minore propensione naturale.
V
SPIRITUALITÀ ED EVANGELIZZAZIONE
- L’amore coniugale e parentale, e il lavoro, domestico e professionale,
sono doni di Dio prima che doveri da compiere.
- La spiritualità dei laici comporta un rapporto sincero e personale con
il Signore Gesù Cristo (ascolto della Parola, Eucaristia, preghiera,
conversione permanente), dal quale attingere un di più di speranza, di
gioia, di motivazioni, di verità, di energia, per farsi carico degli altri e
portare la croce nelle relazioni e nelle attività di ogni giorno (in
famiglia, nel lavoro, in tutte le realtà terrene).
- L’evangelizzazione, che è missione comune di tutti i cristiani, consiste
fondamentalmente nel trasmettere agli altri l’amore di Cristo, attraverso la
fede professata e testimoniata, cioè operante per mezzo della carità (Gal 5,
6), manifestando così la sua presenza e consentendogli di incontrare le
persone attraverso di noi, per attirarle a sé.
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