 |
PONTIFICIO CONSIGLIO PER LA FAMIGLIA
INTERVENTO/RELAZIONE
S.Em. ENNIO CARD. ANTONELLI
PRESIDENTE DEL PONTIFICIO CONSIGLIO PER LA FAMIGLIA
Domus Carità Politica
Roma, 21 aprile 2010 “Famiglia e
società”
1. Società degli individui
Nella società agricola e artigianale del passato il lavoro si svolgeva
ordinariamente in casa e vicino a casa, sia quello degli uomini sia quello delle
donne. Beni e servizi si scambiavano in gran parte direttamente e solo in
piccola parte con il denaro. Il lavoro della donna non era economicamente
discriminato rispetto a quello dell’uomo. Il tempo del lavoro non era separato
da quello della vita familiare.
A partire dalla rivoluzione industriale, il lavoro produttivo di beni e di
reddito, affidato soprattutto all’uomo, si trasferisce alla fabbrica e viene
retribuito in denaro, mentre il lavoro domestico non retribuito viene lasciato
alla donna. Così l’uomo si allontana dalla famiglia e la donna si sente
discriminata. Perciò è tentata di omologarsi al modello maschile e di cercare
anche lei la propria affermazione personale nel lavoro extradomestico, nella
professione, nella carriera, finché, con lo svilupparsi dell’economia dei
servizi e dell’informazione, vede moltiplicarsi le opportunità di occupazione e
di indipendenza finanziaria. Si apre però una divaricazione tra il lavoro e la
famiglia: le esigenze e i tempi dell’uno mal si conciliano con quelli
dell’altra. Da non pochi la famiglia viene perfino considerata un ostacolo
all’efficienza produttiva del sistema e allo sviluppo sociale, mentre
l’individuo, il single è ritenuto più funzionale, perché è in grado di offrire
più mobilità, più disponibilità di tempo e di energie, più propensione ai
consumi.
Il benessere individuale viene pubblicizzato come ideale di vita. Si getta il
discredito sui legami stabili del matrimonio e della genitorialità. Si promuove
l’esercizio puramente ludico della sessualità, anche omosessuale. Più in
generale si diffonde una mentalità libertaria, relativista, edonista,
utilitarista. In questo contesto la crisi della famiglia nell’Unione Europea
assume proporzioni preoccupanti.
Divorzi più di un milione all’anno, pari alla metà dei matrimoni; famiglie
monoparentali; famiglie ricomposte; convivenze di fatto; singles (pari al 29%
delle famiglie).
La politica si interessa solo al mercato e ai diritti individuali; considera
la famiglia un affare privato e rimane indifferente rispetto alle varie forme di
convivenza.
2. La famiglia come istituzione sociale dell’altruismo
Ogni forma di vita, di crescita, di amore, di bellezza e di felicità richiede
una certa molteplicità e una certa unità. La famiglia è il luogo dove si
valorizzano e si armonizzano
le differenze fondamentali dell’essere umano, quella dei sessi (uomo-donna)
e quella delle generazioni (genitori-figli).
La sessualità, come qualcuno ha detto (M. Zundel), è altruismo scritto
nell’anima e nel corpo, differenza nell’eguaglianza in vista del dono
reciproco e della comunione. L’uomo e la donna sono ambedue esseri umani, di
pari dignità. Sono però diversi nel corpo (organi genitali, aspetto, volto,
voce). Generano ambedue, ma in modo diverso: l’uomo fuori di sé; la donna dentro
di sé. Coerentemente con questa differenza basilare, hanno attitudini,
interessi, intelligenza, caratteri diversi; comprendono, amano, comunicano in
modo diverso. Ciò che è più spontaneo per uno, l’altro deve impegnarsi ad
apprenderlo; l’uomo ad esempio può imparare dalla donna la cura attenta e
delicata verso le persone, la comprensione, il senso del concreto, la resistenza
alla sofferenza; invece la donna può imparare dall’uomo lo spirito di
iniziativa, la progettualità, il senso del dovere.
La differenza nell’uguaglianza non crea di per sé discriminazione, ma
interazione, scambio, complementarietà, “collaborazione”(cfr.
Congregazione per la Dottrina della Fede, Esperta in umanità, 2004).
Soprattutto ognuno dà all’altro il potere di procreare e diventare genitore, a
immagine di Dio creatore e padre (S. Tommaso, S. Th.
I q 99 a 2).
E’ l’amore che armonizza
le differenze tra gli esseri umani e ne fa un dono reciproco. L’amore è energia
unificante nel rispetto dell’alterità, è virtus unitiva, come si esprime
S. Tommaso d’Aquino (S. Th. I-II q 26 a 2); ed è l’unico atteggiamento
adeguato alla dignità delle persone.
Essere persona umana è essere soggetto spirituale e corporeo, singolo e in
relazione costitutiva con gli altri soggetti. Gli altri sono un bene in se
stessi come me, meritevoli come me di essere aiutati a svilupparsi ed essere
felici. “Amerai il tuo prossimo come te stesso” (Mt 22,29). “Tutto
quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro” (Mt
22, 29). Non posso volere solo il mio bene e usare gli altri come un mezzo. Devo
armonizzare il mio bene con quello degli altri. Con la stessa serietà, con cui
voglio il mio bene, devo volere quello degli altri. Devo, secondo le mie
possibilità, farmi carico della loro crescita umana integrale,
rispettando la loro alterità e libertà, valorizzando le loro differenze
positive, portando perfino il peso dei loro limiti e peccati, come ha fatto Gesù
nei confronti di tutti gli uomini.
Non si tratta di rinunciare al mio proprio bene; neppure mi è proibito
cercare negli altri il mio utile. Ma non posso ridurre a questo il mio rapporto
con loro. Significherebbe non riconoscerli per quello che sono, non rispettare
la loro dignità di persone. Io li rispetto nella misura in cui mi dono a loro,
mi dedico al loro bene. Allora io realizzo anche me stesso come persona,
perché chi dona la propria vita, l’acquista (cfr. Lc 17, 33; Gv 12, 25),
soprattutto se ciò comporta un duro sacrificio. Io non dono per ricevere, ma in
definitiva ricevo. L’amore è la vocazione e il bene supremo dell’uomo (cfr.
Giovanni Paolo II, Redemptor Hominis 10).
Dato che la persona umana è un soggetto inseparabilmente spirituale e
corporeo, sempre comunica e interagisce con le altre persone in modo
spirituale e corporeo. Anche l’amore umano scaturisce dall’interiorità profonda
del soggetto e si esprime attraverso le parole e le opere, i gesti e i
comportamenti, attraverso il sorriso e la stretta di mano, l’abbraccio e il
rapporto sessuale.
Amare, come insegna Benedetto XVI, è fare ciò che è giusto e anche di più.
“La giustizia è inseparabile dalla carità, intrinseca ad essa (…) la misura
minima di essa (…) La carità esige la giustizia (…) supera la giustizia e la
completa nella logica del dono e del perdono. La città dell’uomo non è promossa
solo da rapporti di diritti e doveri, ma ancor più e ancor prima da relazioni di
gratuità, di misericordia e di comunione” (Caritas in Veritate, 6).
Come il mercato è l’istituzione dello scambio utilitario secondo giustizia
(purtroppo deformato spesso dal peccato e dall’errore), così la famiglia è
l’istituzione del dono e della comunione tra le persone (purtroppo anch’essa
deformata spesso dal peccato e dall’errore). Più precisamente la famiglia è l’istituzione
del dono reciproco totale e della comunione integrale di vita. In essa
l’essere con e per l’altro riguarda la vita in tutte le sue dimensioni, mentre
nell’amicizia impegna solo qualche aspetto di essa. Il rapporto sessuale tra i
coniugi è l’espressione corporea propria ed esclusiva del dono reciproco totale.
Tale gesto ha due significati inscindibili, unitivo e procreativo. L’amore,
mentre unisce i diversi, tende a un di più di vita e di bene. Non immobilizza e
non chiude nella situazione presente; muove invece ad andare avanti insieme
verso il futuro, nella stessa direzione. Perciò la comunione è anche apertura
feconda in senso spirituale, fisico, sociale. Mentre si donano l’uno all’altro,
i coniugi si aprono a una ulteriore alterità. Il figlio che nascerà da loro sarà
il loro essere “una sola carne”, in senso pieno e permanente.
Unità e apertura
caratterizzano non solo l’autenticità dell’atto coniugale, ma anche
l’autenticità della vita di coppia e di famiglia in tutte le sue dimensioni. I
coniugi guardano insieme verso i figli e al di là dei figli e con loro verso la
società e la Chiesa, verso obiettivi e progetti condivisi. Il marito è un dono
per la moglie e viceversa; i genitori sono un dono per i figli e viceversa; i
fratelli sono un dono l’uno per l’altro. Tutta la famiglia è un dono per la
società. In famiglia le persone non badano solo al proprio tornaconto, ma anche
al bene degli altri e al bene comune, che è di tutti e di ciascuno. Se c’è
un’attenzione preferenziale è per i più deboli: bambini, malati, disabili,
anziani. La dinamica dell’amore-dono fa maturare la consapevolezza e il rispetto
per la dignità di ogni persona, la fiducia in se stessi, negli altri e nelle
istituzioni, la responsabilità etica per il bene proprio e degli altri, la
sincerità, la fedeltà, la generosità, la condivisione, la creatività, la
progettualità, la laboriosità, la collaborazione, la sobrietà, la propensione al
risparmio, l’impegno fino al sacrificio e molte altre virtù, preziose per le
persone e per la società.
3. L’inverno demografico e la missione procreativa della famiglia
Allo sviluppo di un popolo concorrono molteplici fattori. Tra di essi è
importante l’equilibrio demografico. Può creare grossi problemi una eccessiva
densità della popolazione, come in Bangladesh (156 milioni di abitanti su Km2
144.000; più di 1000 abitanti per Km2). D’altra parte può creare
grossi problemi anche la crisi della natalità. La condotta eticamente e
socialmente corretta da tenere si chiama procreazione generosa e responsabile.
A riguardo vale la pena di citare una pagina della recente enciclica di
Benedetto XVI. “L'apertura moralmente responsabile alla vita è una ricchezza
sociale ed economica. Grandi Nazioni hanno potuto uscire dalla miseria anche
grazie al grande numero e alle capacità dei loro abitanti. Al contrario, Nazioni
un tempo floride conoscono ora una fase di incertezza e in qualche caso di
declino proprio a causa della denatalità, problema cruciale per le società di
avanzato benessere. La diminuzione delle nascite, talvolta al di sotto del
cosiddetto «indice di sostituzione», mette in crisi anche i sistemi di
assistenza sociale, ne aumenta i costi, contrae l'accantonamento di risparmio e
di conseguenza le risorse finanziarie necessarie agli investimenti, riduce la
disponibilità di lavoratori qualificati, restringe il bacino dei «cervelli» a
cui attingere per le necessità della Nazione. Inoltre, le famiglie di piccola, e
talvolta piccolissima, dimensione corrono il rischio di impoverire le relazioni
sociali, e di non garantire forme efficaci di solidarietà. Sono situazioni che
presentano sintomi di scarsa fiducia nel futuro come pure di stanchezza morale.
Diventa così una necessità sociale, e perfino economica, proporre ancora alle
nuove generazioni la bellezza della famiglia e del matrimonio, la rispondenza di
tali istituzioni alle esigenze più profonde del cuore e della dignità della
persona. In questa prospettiva, gli Stati sono chiamati a varare politiche
che promuovano la centralità e l'integrità della famiglia, fondata sul
matrimonio tra un uomo e una donna, prima e vitale cellula della società,
facendosi carico anche dei suoi problemi economici e fiscali, nel rispetto della
sua natura relazionale” (Caritas in Veritate, 44).
Nell’Unione Europea i ⅔ delle famiglie sono senza figli; l’indice medio di
fecondità per donna è di 1,56 (in Italia addirittura 1,3, mentre negli Stati
Uniti d’America è di 2,9). Siamo al di sotto della quota di ricambio
generazionale (2,1 per donna) e molto al di sotto del desiderio espresso, e per
varie ragioni non realizzato, dalle giovani coppie di sposi (in media 2,3
figli). Gli anziani sopra i 65 anni sono 85 milioni con un aumento di 16,5
milioni negli ultimi 15 anni. Superano già gli adolescenti e i bambini sotto i
14 anni che sono 78,5 milioni con un calo di 10,5 milioni negli ultimi 15 anni.
Per i prossimi decenni fino al 2050 si prevede un calo della popolazione di 27,3
milioni, ancora quindi piuttosto contenuto; ma un invecchiamento medio molto
forte, in quanto gli anziani sopra i 65 anni saranno 135 milioni pari a ⅓
della popolazione, mentre gli adolescenti e i bambini dai 15 anni in giù saranno
solo 60 milioni pari a ⅛ della popolazione. Avremo molti nonni, qualche
bisnonno, pochi bambini e senza fratelli (già nel 2007 i figli unici erano il
25%). A fronte di una minore produttività, avremo un pesantissimo aumento delle
spese per pensioni, sanità e assistenza. Per ogni anziano sopra i 65 anni ci
saranno due soli lavoratori, che dovranno provvedere ad assicurargli la
pensione, mezza pensione ciascuno: cosa insostenibile se si pensa che già adesso
si hanno grosse difficoltà con quattro lavoratori per ogni pensionato. Si va
incontro al crollo dello stato sociale e del benessere. Al risanamento della
situazione non potrà bastare l’immigrazione; neppure nell’ipotesi di una
positiva integrazione culturale, peraltro più difficile di quanto in certi
ambienti si pensa. Il rimedio va cercato in altra direzione.
Benedetto XVI nella sua ultima enciclica esorta a rifiutare la “mentalità
antinatalista” che viene diffusa “come se fosse un progresso culturale” e a
riconoscere che “L’apertura alla vita è al centro del vero sviluppo” e
“L’accoglienza della vita tempra le energie morali e rende capaci di aiuto
reciproco” tra le persone e tra i popoli (cfr.
Caritas in Veritate, 28). Bisogna rivalutare culturalmente la maternità e
la paternità come dimensioni importanti per la maturazione umana e la
felicità delle donne e degli uomini. L’aborto nell’Unione Europea miete ogni
anno un numero di vittime pari a 1/5 dei bambini nati e superiore agli abitanti
di Malta e Lussemburgo messi insieme: si può almeno tentare di contrastarlo,
assicurando alla madre le forme di accompagnamento e di aiuti di cui ha bisogno.
In ogni caso vanno contrastati energicamente i tentativi di introdurre nella
legislazione il diritto all’aborto, che allora perderebbe la sua configurazione
di male tollerato. Va invece fermamente rivendicato il diritto all’obiezione di
coscienza dei medici, degli operatori sanitari, dei farmacisti.
Bisogna offrire agevolazioni per l’accesso delle giovani coppie alla casa;
moltiplicare le opportunità di lavoro; armonizzare il più possibile le esigenze
del lavoro con quelle della famiglia. Molte donne sono costrette a scegliere tra
la professione e la maternità: occorre impegnarsi seriamente perché finisca il
primato del lavoro sulle persone e della rigida organizzazione sulla famiglia e
si accrescano sempre più forme di conciliazione (orari flessibili, telelavoro,
congedi adeguatamente retribuiti di maternità, congedi parentali, servizi per
l’infanzia, incentivi per reti di famiglie, ecc.). Infine è urgente promuovere
una politica di consistente sostegno economico alle famiglie che hanno figli.
Si calcola che ogni figlio fino a 25 anni rappresenta un investimento di circa
190.000 €uro. Non è giusto che i genitori subiscano un impoverimento a motivo di
questo prezioso contributo che danno al futuro della società. Bisogna concedere
sconti e agevolazioni alle famiglie numerose e rendere equo e commisurato al
carico familiare il prelievo fiscale (deduzioni, detrazioni, quoziente familiare
per l’IRPEF; tassa sulla casa calcolata non solo in base alla superficie: 120 mq
sono un lusso per un single, ma una necessità per chi ha 4 figli).
Le proposte per incentivare la natalità non mancano. La loro attuazione
richiede interventi non facili per la ridistribuzione delle risorse pubbliche e
sarà necessariamente graduale. E’ però importante che si comincino a fare
passi concreti nella giusta direzione. Dalle Associazioni Familiari ci si
aspetta ferma determinazione e perseveranza nel perseguire l’obiettivo di una
inversione di tendenza.
4. La crisi dell’educazione e la missione educativa della famiglia
Una politica per l’infanzia non dovrebbe mai prescindere dal legame coniugale
dei genitori. L’unità e la stabilità della coppia parentale è il dono e l’aiuto
più grande che si possa dare ai bambini. Essi non vogliono essere amati da due
genitori che non si amano tra loro; non vogliono due amori paralleli. Hanno
bisogno invece di un amore, per dir così, triangolare, in cui i genitori sono
innanzitutto uniti tra loro e insieme si rivolgono ai figli. I bambini hanno
bisogno di abitare e vivere insieme ad ambedue i genitori.
Purtroppo oggi gli impegni di lavoro e soprattutto le separazioni e i
divorzi dividono molti genitori tra loro e li allontanano dai figli. In
Europa, mentre i matrimoni calano sensibilmente ogni anno, i divorzi crescono:
ormai sono più di un milione all’anno e raggiungono la metà dei matrimoni
celebrati annualmente. Negli ultimi dieci anni sono stati 10,3 milioni e hanno
coinvolto oltre 17 milioni di bambini.
I figli dei divorziati
nella percentuale dell’85% sono affidati alla madre e molti di essi, intorno al
25%, perdono dopo circa due anni il contatto con il padre. Alcuni anni dopo la
separazione dei genitori, la maggior parte dei figli, circa i ¾, si stabilizzano
e rientrano nella media degli indici di adattamento e rendimento degli altri
ragazzi. Ma il 25% presenta problemi psicologici, scolastici e sociali,
mediamente in misura del doppio rispetto ai figli di genitori uniti. Sono il
triplo quelli che dichiarano di essere stati molto soli; quasi il doppio quelli
che non si sentono compresi; più del doppio, a parità di altre condizioni,
quelli che abbandonano la scuola e quelli che hanno minore rendimento scolastico
(In Francia i figli di separati sono il 95% dei collegiali). Molti soffrono di
instabilità psichica (In Francia l’80% dei ricoverati in psichiatria è figlio di
separati); molti fanno uso di sigarette, alcol e droghe (In Francia sono il 50%
dei tossicomani); molti finiscono nell’emarginazione (In USA quelli cresciuti
senza padre sono il 90% dei senza casa); molti si rendono protagonisti di
comportamenti socialmente devianti e delinquenziali, come bullismo, vandalismo,
furti, stupri e omicidi (In USA sono cresciuti senza la figura paterna il 72%
degli adolescenti omicidi, il 60% degli stupratori, l’85% dei giovani in
carcere), poiché per loro il rischio di criminalità è più che doppio rispetto ai
figli che vivono insieme con i due genitori.
Benedetto XVI a suo tempo ha denunciato l’emergenza educativa e
recentemente nell’ultima enciclica ha sottolineato la necessità di una
ecologia umana. Il libro della natura è uno e indivisibile, sul versante
dell’ambiente come sul versante della vita, della sessualità, del matrimonio,
della famiglia, delle relazioni sociali, in una parola dello sviluppo umano
integrale” (Caritas in Veritate, 51). L’ecologia umana richiede che i
bambini nascano e crescano all’interno di una vera famiglia.
Le famiglie disgregate e distorte contribuiscono al deperimento delle virtù
sociali e danneggiano la coesione e lo sviluppo della società. Hillary
Rodham Clinton ha detto che, come un organismo richiede una massa critica di
cellule sane per poter vivere, così la società richiede una massa critica di
famiglie tradizionali per poter stare in piedi. Secondo Benedetto XVI, lo stesso
mercato, che è l’istituzione dello scambio utilitaristico per antonomasia, ha
bisogno della famiglia, istituzione del dono e della comunione, non solo perché
sia alimentata la virtù della giustizia che gli è necessaria, ma anche perché ha
bisogno di assimilare in vario modo e misura anche il senso della fraternità,
solidarietà, gratuità. Il mercato sarà, nello stesso tempo, più civile e più
competitivo, se saprà vedere il profitto come strumento in vista di finalità
umane e sociali (Caritas in veritate 38). Ovviamente si suppone che la
famiglia sia autentica, cioè unita e aperta. Se invece degenera nel familismo,
porta distorsioni anche nel mercato (ad es. le raccomandazioni e i favori che
falsano i concorsi).
La famiglia attende di essere messa in grado di compiere la sua
insostituibile missione educativa. Occorre garantire, per quanto è possibile, il
diritto dei bambini a vivere con ambedue i genitori e ad avere un padre e una
madre nelle adozioni; scoraggiare il divorzio e incentivare la stabilità
dell’unione coniugale; tutelare l’identità naturale della famiglia nei confronti
di altre forme di convivenza, a differenza di quanto ha fatto a suo tempo il
Parlamento Europeo che ha sollecitato gli stati membri a equiparare nella
legislazione le unioni di fatto; diffondere una cultura dei diritti e dei doveri
della famiglia; riconoscere il diritto dei genitori a educare i figli secondo le
loro convinzioni etiche e religiose; rendere effettiva la loro libertà di
scegliere tra scuola statale e non statale; salvaguardare l’unità familiare
degli immigrati e favorire la loro integrazione sociale e culturale nel rispetto
dei valori autentici della loro tradizione.
5. L’impegno civile delle associazioni familiari
Trent’anni fa, Giovanni Paolo II chiamava le famiglie a mobilitarsi per
costruire una società più attenta ai loro diritti e doveri: “Le famiglie devono
essere le prime a far sì che le leggi e le istituzioni dello Stato non solo non
danneggino, ma sostengano e difendano positivamente i diritti e i doveri delle
famiglie. In questo senso devono crescere nella consapevolezza di essere
protagoniste della cosiddetta politica familiare e assumersi la responsabilità
di trasformare la società; altrimenti le famiglie saranno le prime vittime di
quei mali che si sono limitate ad osservare con indifferenza” (Giovanni Paolo
II, Familiaris Consortio, 44).
Questo appello non è caduto nel vuoto; sta avendo una risposta sempre più
vigorosa nell’attività delle associazioni familiari, un altro seme di speranza
per il futuro. Attività multiforme: animazione culturale nelle scuole, nelle
parrocchie, nelle diocesi, nei media (stampa, radio, televisione, internet);
organizzazione di eventi con risonanza nell’opinione pubblica; progetti ed
esperienze pilota di città amica delle famiglie; pressione sui responsabili
delle istituzioni comunali, regionali, nazionali, internazionali per una
amministrazione e una politica favorevole alle famiglie; promozione di incontri
di studio e di proposta; monitoraggio delle attività parlamentari; formazione di
uomini politici e di operatori della cultura e della comunicazione sociale,
motivati e competenti.
Le rivendicazioni delle associazioni familiari sono di carattere culturale,
giuridico ed economico. Affermare come istituzione di rilevanza pubblica la
coppia uomo-donna, unita in matrimonio e aperta ai figli, garanzia di ordinato
sviluppo e di futuro per la società. Incentivare la stabilità della coppia come
un bene per i figli, per i coniugi e per la società. Tutelare il diritto dei
bambini ad avere un padre e una madre e a crescere insieme a loro, per potersi
relazionare, fin dalla primissima infanzia, con due persone di sesso diverso e
potersi così costruire una chiara e solida identità, una personalità definita.
Tutelare, in caso di adozione, il diritto del bambino ad essere affidato a una
coppia formata da un uomo e una donna, uniti in matrimonio, che dia sufficienti
garanzie di armonia e stabilità. Tutelare il diritto dei minori ad essere
educati secondo gli orientamenti della famiglia e nella scuola da essa scelta.
Agevolare i ricongiungimenti familiari dei lavoratori, specialmente degli
immigrati. Garantire una ragionevole sicurezza economica, supportando il lavoro
intermittente con meccanismi di protezione, con ammortizzatori sociali estesi
anche alle piccole aziende (ad esempio cassa integrazione, mobilità,
prepensionamento). Incentivare la natalità, commisurando il prelievo fiscale sia
al reddito sia al numero delle persone a carico, accordando speciali sconti e
agevolazioni alle famiglie numerose, rendendo compatibili la maternità e il
lavoro extradomestico delle donne. Conciliare per ambedue i coniugi le esigenze
del lavoro con quelle della vita familiare, offrendo, quando è possibile, varie
opportunità (tempo pieno, part-time, telelavoro, flessibilità di orari, congedi
e permessi). Difendere la vita nascente, contrastando i tentativi di introdurre
nella legislazione il diritto all’aborto (che allora verrebbe considerato non
più un male tollerato, ma un bene), affermando il diritto all’obiezione di
coscienza per gli operatori sanitari, sollecitando provvedimenti di sostegno
alla maternità in modo da offrire una concreta alternativa all’aborto.
Le associazioni familiari di impegno civile coerente con il Vangelo chiedono
un sostegno, convinto e forte, anche alle comunità ecclesiali. L’azione
pastorale a vari livelli (nazionale, diocesano, parrocchiale) dovrebbe motivare
le famiglie ad aderire ad esse in massa, perché una larga rappresentatività dia
loro una maggiore autorevolezza ed efficacia.
Da un potenziamento delle associazioni familiari trarrebbe giovamento anche
il magistero dei Pastori, che, pur avendo tutto il diritto di intervenire nel
dibattito pubblico sui temi di bioetica e di diritto familiare, vengono
violentemente accusati di indebita ingerenza e di violazione della laicità dello
Stato. I Pastori, secondo la loro missione di proclamare la verità su Dio e
sull’uomo e di educare le coscienze, dovrebbero soprattutto formare i cristiani
laici, perché nelle cose temporali siano essi i protagonisti. E’ bene che i
cristiani laici e le loro associazioni siano in prima fila e che i vescovi e i
sacerdoti rimangano in seconda fila o almeno non siano in prima fila da soli.
6. Conclusione
Cari amici, non fate mancare il vostro impegno per la famiglia e per
l’alleanza tra famiglia e società. La causa della famiglia è la causa dell’uomo
e del suo benessere integrale; è la causa di Cristo salvatore dell’uomo.
|