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PONTIFICIO CONSIGLIO PER LA FAMIGLIA
LA FAMIGLIA IMMAGINE DI DIO,
CELLULA VITALE DELLA CHIESA E DELLA SOCIETÀ
RELAZIONE
DI S.Em. ENNIO CARD. ANTONELLI
PRESIDENTE DEL PONTIFICIO CONSIGLIO PER LA FAMIGLIA
Olomouc - 20 novembre 2010
1. La vocazione della famiglia a rivelare Dio e il suo amore
Secondo l’insegnamento di Giovanni Paolo II, la famiglia, già come realtà
semplicemente naturale, trova la sua sorgente e il suo modello nella Trinità
divina. “L’immagine divina si realizza non soltanto nell’individuo, ma
anche in quella singolare comunione di persone che è formata da un uomo e da una
donna, uniti a tal punto nell’amore da diventare una sola carne. E’ scritto
infatti: a immagine di Dio li creò; maschio e femmina li creò (Gen 1,
27)” (Messaggio per la giornata della pace 1994, n. 1). “Il noi divino
costituisce il modello eterno del noi umano; di quel noi innanzitutto che è
formato dall’uomo e dalla donna, creati a immagine e somiglianza di Dio”
(Giovanni Paolo II, Gravissimam Sane, 6). Dunque ogni comunione di
persone fondata sull’amore è in qualche modo un riflesso di Dio amore, uno e
trino. Ma la famiglia lo è in modo specifico. “Il fatto che l’uomo, creato come
uomo e donna, sia immagine di Dio non significa solo che ciascuno di loro
individualmente è simile a Dio, come essere razionale e libero. Significa anche
che l’uomo e la donna, creati come unità dei due nella comune umanità, sono
chiamati a vivere una comunione di amore e in tal modo rispecchiare la comunione
di amore che è in Dio, per la quale le tre Persone si amano nell’intimo mistero
della vita divina (…) Nell’unità dei due l’uomo e la donna sono chiamati sin
dall’inizio non solo ad esistere uno accanto all’altra oppure insieme, ma sono
chiamati anche ad esistere reciprocamente l’uno per l’altro” (Mulieris
Dignitatem, 7). Per questa reciprocità ogni matrimonio autentico di un uomo
e di una donna merita la qualifica di sacramento primordiale della creazione.
Fin dall’inizio della storia “si costituisce un primordiale sacramento, inteso
quale segno che trasmette efficacemente nel mondo visibile il mistero invisibile
nascosto in Dio dall’eternità. E’ questo il mistero della Verità e dell’Amore,
il mistero della vita divina, alla quale l’uomo partecipa realmente” (Catechesi
20.02.1980, n. 3). Inoltre ogni matrimonio autentico è di per se stesso
segno “dell’amore che Dio nutre verso l’essere umano” (Angelus 6 febbraio
1994).
Il matrimonio, già realtà sacramentale in virtù della stessa creazione, è stato
elevato da Gesù Cristo a sacramento della nuova ed eterna alleanza. Come
alle nozze di Cana l’acqua fu cambiata in vino, così il legame coniugale
dell’uomo e della donna è diventato una “comunione nuova d’amore”, segno e
partecipazione della comunione nuziale di Cristo con la Chiesa, per rivelare e
irradiare in modo visibile e trasparente nel mondo l’unità trinitaria delle
persone divine (cfr FC 19; Omelia a Rio de Janeiro 4 ottobre
1997). Il Signore Gesù, sposo della Chiesa, comunica ai coniugi il suo Spirito,
il suo amore per la Chiesa, maturato fino al sacrificio supremo della croce, in
modo che il loro amore reciproco sia alimentato dal suo stesso amore sponsale,
sia elevato a carità coniugale e prefiguri le nozze eterne dell’amore e della
gioia, quando Dio sarà “tutto in tutti” (1Cor 15, 28). “Lo Spirito, che
il Signore effonde, dona il cuore nuovo e rende l’uomo e la donna capaci di
amarsi come Cristo ci ha amati” (FC 13), anzi capaci di amarsi con
l’amore stesso di Cristo, al quale partecipano realmente (Discorso 13
settembre 1982), in quanto l’autentico amore coniugale è assunto dall’amore
divino ed è sostenuto e arricchito dalla forza redentiva di Cristo” (Concilio
Vaticano II, GS 48). Nella famiglia cristiana il sacramento della nuova
alleanza porta a compimento il sacramento primordiale della creazione;
perfeziona la partecipazione e la manifestazione della comunione trinitaria.
Secondo Giovanni Paolo II, la famiglia cristiana “piccola Chiesa” (o
chiesa domestica) non è un modo di dire, una metafora, per suggerire una vaga
somiglianza. Si tratta, invece di una attuazione della Chiesa, specifica e
reale; di una comunità evangelizzata ed evangelizzante; di “una piccola chiesa
missionaria” (Angelus 4 dicembre 1994). “(I coniugi) – egli spiega – non
solo ricevono l’amore di Cristo, diventando comunità salvata, ma sono anche
chiamati a trasmettere ai fratelli il medesimo amore di Cristo, diventando
comunità salvante” (FC 49). Essi ricevono “la missione di custodire,
rivelare e comunicare l’amore quale riflesso vivo e reale partecipazione
dell’amore di Dio per l’umanità e dell’amore di Cristo Signore per la Chiesa sua
sposa” (FC 17). Perciò la famiglia cristiana partecipa alla
sacramentalità della chiesa, è anch’essa sacramento della presenza di Cristo.
Come la Chiesa, evangelizza innanzitutto con quello che è e poi con quello che
fa e dice; prende parte alla missione evangelizzatrice impegnando “se stessa nel
suo essere e agire, in quanto intima comunità di vita e di amore” (FC
50). Il suo essere in Cristo comunità di vita e di amore si ripercuote in tutto
il suo agire: prestazione di aiuto reciproco, procreazione generosa e
responsabile, educazione dei figli, contributo alla coesione e allo sviluppo
della società, impegno civile, servizio caritativo, impegno di apostolato e
partecipazione alle attività ecclesiali (cfr. FC 17).
La famiglia cristiana è stata da sempre la prima via di trasmissione della
fede e anche oggi ha grandi possibilità di evangelizzazione. Può
evangelizzare nella propria casa con l’amore reciproco, la preghiera, l’ascolto
della Parola di Dio, la catechesi familiare, l’edificazione scambievole. Può
evangelizzare nel suo ambiente mediante le relazioni con i vicini, i parenti,
gli amici, i colleghi di lavoro, la scuola, i compagni di sport e divertimento.
Può evangelizzare in parrocchia mediante la fedele partecipazione alla Messa
domenicale, la collaborazione al cammino catechistico dei figli, la
partecipazione a incontri di famiglie, movimenti e associazioni, la vicinanza
alle famiglie in difficoltà, l’animazione di itinerari di preparazione al
matrimonio e di preparazione dei genitori al battesimo dei figli (molti spazi
pastorali si possono aprire alle coppie animatrici). Può evangelizzare nella
società civile dandole nuovi cittadini, incrementando le virtù sociali, aiutando
le persone bisognose, aderendo alle associazioni familiari per promuovere una
cultura e una politica più favorevole alle famiglie e ai loro diritti (cfr.
FC 44).
Per evangelizzare non basta essere battezzati; non basta neppure essere
praticanti della domenica, se non si ha uno stile di vita coerente col Vangelo.
Occorre una robusta spiritualità. “Le sfide e le speranze che sta vivendo
la famiglia cristiana – dice Giovanni Paolo II – esigono che un numero sempre
maggiore di famiglie scopra e metta in pratica una solida spiritualità familiare
nella trama quotidiana della propria esistenza” (Discorso, 12.10.1988).
La solida spiritualità, di cui parla il Papa, va intesa come rapporto vivo con
Cristo vivo e presente, in virtù dello Spirito; rapporto coltivato con l’ascolto
della Parola, la partecipazione all’Eucaristia, la frequenza al sacramento della
penitenza; rapporto vissuto concretamente nelle relazioni e attività quotidiane,
sia all’interno che all’esterno della famiglia, in atteggiamento permanente di
conversione; rapporto da cui attingere un di più di amore e unità, generosità e
coraggio, sacrificio e perdono, gioia e bellezza.
Merita una speciale sottolineatura la stretta relazione tra l’Eucaristia e il
matrimonio cristiano. “L’eucaristia è la fonte stessa del matrimonio cristiano.
Il sacrificio eucaristico, infatti, ripresenta l’alleanza di amore di Cristo con
la Chiesa, in quanto sigillata con il sangue della sua croce. E’ in questo
sacrificio della nuova ed eterna alleanza che i coniugi cristiani trovano la
radice dalla quale scaturisce, è interiormente plasmata e continuamente
vivificata la loro alleanza coniugale. In quanto ripresentazione del sacrificio
d’amore di Cristo per la Chiesa, l’eucaristia è sorgente di carità. E nel dono
eucaristico della carità la famiglia cristiana trova il fondamento e l’anima
della sua comunione e della sua missione” (FC 57).
Una famiglia cristiana deve mettere la Messa della domenica come impegno
fisso nel suo progetto di vita. “Non è tempo perso; – ammonisce Benedetto XVI –
è invece ciò che tiene la famiglia veramente unita, dandole il suo centro. La
domenica diventa più bella, tutta la settimana diventa più bella” (Omelia
10 settembre 2006).
2. Preparazione al matrimonio
Per avere famiglie di “solida spiritualità”, evangelizzate ed evangelizzanti,
occorre una seria preparazione al matrimonio, come cammino teorico e pratico di
sequela del Signore Gesù e di conversione. “La preparazione al matrimonio – dice
Giovanni Paolo II – va vista e attuata come un processo graduale e continuo.
Essa, infatti, comporta tre principali momenti: una preparazione remota, una
prossima e una immediata” (FC 66), rispettivamente destinate a bambini e
adolescenti, ai fidanzati, alle coppie vicine al matrimonio. Inoltre Giovanni
Paolo II auspica che la preparazione prossima, quella dei fidanzati, tenda
sempre più a diventare “un itinerario di fede” (FC 51) simile a “un
cammino catecumenale” (FC 66). Questa indicazione merita di essere presa
in seria considerazione, cercando di offrire almeno opportunità differenziate,
corsi brevi o itinerari prolungati, secondo il bisogno e la disponibilità
delle coppie. Si potranno così avere famiglie più stabili (la appropriata
preparazione al matrimonio abbassa del 30% le probabilità di divorzio), famiglie
capaci di testimoniare la fede, di svolgere servizi a favore di altre famiglie,
di animare le attività catechistiche, caritative, culturali, sociali.
Bisogna offrire una varietà di proposte formative secondo la disponibilità dei
fidanzati e degli operatori pastorali, attivando eventualmente anche una
collaborazione tra parrocchie vicine e coinvolgendo le Associazioni e i
Movimenti ecclesiali. L’impegno pastorale deve essere flessibile e nello stesso
tempo deciso e creativo. Limitarsi a offrire un minimo uguale per tutti
significa impoverire tutto il tessuto ecclesiale e sociale. Certo, i percorsi
brevi sono ancora gli unici realisticamente praticabili per la maggior parte dei
fidanzati. È necessario però introdurre gradualmente e diffondere sempre più gli
itinerari prolungati di tipo catecumenale, che consentono un ritmo più disteso
degli incontri, una più sicura interiorizzazione dei contenuti, una
partecipazione più attiva, una maggiore efficacia formativa delle esperienze. In
ogni caso, per quanto è possibile, il metodo di tutti i percorsi dovrebbe essere
dottrinale e pratico nello stesso tempo (Incontri con il sacerdote; istruzioni
da parte di esperti; confronto con la testimonianza vissuta di sposi cristiani;
dialogo di coppia; esperienze di preghiera; esperienze caritative; conoscenza di
sé e dell’altro (bisogni, desideri, sentimenti, interessi, motivazioni profonde,
qualità positive, limiti e difetti) per costruire il noi (la coppia). Ovviamente
sono gli stessi per tutti i percorsi formativi anche gli obbiettivi
fondamentali: ravvivare la fede e il rapporto personale con il Signore, avviando
un processo di conversione permanente; prospettare la bellezza del matrimonio
cristiano e la sua possibile attuazione, nonostante le difficoltà; promuovere
l’inserimento concreto nella comunità ecclesiale e nella sua missione
evangelizzatrice.
Per attivare
percorsi prolungati di tipo catecumenale, è indispensabile avere le coppie di
sposi che animano, accompagnano, edificano con la loro testimonianza e con la
guida dei piccoli gruppi. Dopo un incontro iniziale di accoglienza e di
discernimento, il sacerdote affida i fidanzati a una coppia accompagnatrice
di sposi cristiani (cf.FC 51), spiritualmente e pastoralmente preparata.
Questa coppia di sposi riunisce in un piccolo gruppo le cinque o sei coppie di
fidanzati, a lei affidate; anima gli incontri periodici di preghiera,
riflessione e dialogo con il supporto di schede o altri sussidi; impegna i
fidanzati a continuare a casa il dialogo di coppia e l’esercizio pratico della
vita cristiana. Il piccolo gruppo costituisce la struttura portante del percorso
prolungato di tipo catecumenale, anche se ovviamente ha bisogno di integrarsi
con esperienze a più largo raggio (conferenze, celebrazioni ecc.) Non è facile
trovare le coppie animatrici di sposi spiritualmente idonee. (Per questo occorre
cercare anche la collaborazione delle Associazioni, dei Movimenti ecclesiali e
delle Nuove comunità). Sembra inoltre opportuno che siano preparate con un corso
di formazione specifica e che siano autorizzate con un mandato del Vescovo.
Benedetto XVI nel discorso all’Assemblea Plenaria del Pontificio Consiglio
per la Famiglia (8.2.2010) ha ulteriormente sviluppato le indicazioni del
suo predecessore riguardo alla preparazione al matrimonio nelle sue tre distinte
fasi. “La preparazione remota riguarda i bambini, gli adolescenti e i giovani.
Essa coinvolge la famiglia, la parrocchia e la scuola, luoghi nei quali si viene
educati a comprendere la vita come vocazione all’amore, che si specifica, poi,
nelle modalità del matrimonio e della verginità per il Regno dei Cieli, ma è
sempre vocazione all'amore. In questa tappa, inoltre, dovrà progressivamente
emergere il significato della sessualità come capacità di relazione e positiva
energia da integrare nell’amore autentico. La preparazione prossima riguarda i
fidanzati e dovrebbe configurarsi come un itinerario di fede e di vita
cristiana, che conduca ad una conoscenza approfondita del mistero di Cristo e
della Chiesa, dei significati di grazia e di responsabilità del matrimonio (cfr
FC 66). La durata e le modalità di attuazione saranno necessariamente
diverse secondo le situazioni, le possibilità e i bisogni. Ma è auspicabile che
si offra un percorso di catechesi e di esperienze vissute nella comunità
cristiana, che preveda gli interventi del sacerdote e di vari esperti, come pure
la presenza di animatori, l’accompagnamento di qualche coppia esemplare di sposi
cristiani, il dialogo di coppia e di gruppo e un clima di amicizia e di
preghiera. Occorre, inoltre, porre particolare cura perché in tale occasione i
fidanzati ravvivino il proprio rapporto personale con il Signore Gesù,
specialmente ascoltando la Parola di Dio, accostandosi ai Sacramenti e
soprattutto partecipando all’Eucaristia. Solo ponendo Cristo al centro
dell’esistenza personale e di coppia è possibile vivere l’amore autentico e
donarlo agli altri: “Chi rimane in me, e io in lui, porta molto frutto, perché
senza di me non potete far nulla” ci ricorda Gesù (Gv 15,5). La
preparazione immediata ha luogo in prossimità del matrimonio. Oltre all’esame
dei fidanzati, previsto dal Diritto Canonico, essa potrebbe comprendere una
catechesi sul Rito del matrimonio e sul suo significato, il ritiro spirituale e
la cura affinché la celebrazione del matrimonio sia percepita dai fedeli e
particolarmente da quanti vi si preparano, come un dono per tutta la Chiesa, un
dono che contribuisce alla sua crescita spirituale. E’ bene, inoltre, che i
Vescovi promuovano lo scambio delle esperienze più significative, offrano
stimoli per un serio impegno pastorale in questo importante settore e mostrino
particolare attenzione perché la vocazione dei coniugi diventi una ricchezza per
l’intera comunità cristiana e, specialmente nel contesto attuale, una
testimonianza missionaria e profetica”.
3. Accompagnamento pastorale delle famiglie
Una seria preparazione al matrimonio è necessaria, ma non è sufficiente.
Giovanni Paolo II raccomandava anche l’accompagnamento delle coppie dopo il
matrimonio, “la cura pastorale della famiglia regolarmente costituita” (FC
69). Anche questa indicazione, peraltro confermata anche da Benedetto XVI (Discorso
8 luglio 2006), deve entrare sempre più nella pastorale ordinaria delle comunità ecclesiali mediante una varietà di iniziative:
proposta della preghiera in famiglia con sussidi adatti per ascoltare insieme e
vivere la Parola di Dio (cfr.FC 51); incontri periodici tra famiglie per
costruire una rete di amicizia e solidarietà, umanamente e spiritualmente
significativa; vacanze comunitarie; piccole comunità familiari di
evangelizzazione con riunioni in casa, animate da una coppia di sposi,
frequentate dai loro figli e da invitati (parenti, vicini, amici;colleghi) per
un totale di circa quindici persone; festa delle famiglie; settimana della
famiglia; celebrazione di anniversari; pellegrinaggi; coinvolgimento sistematico
delle famiglie nel percorso di iniziazione cristiana dei figli dal battesimo,
alla cresima, alla comunione eucaristica; promozione delle associazioni, dei
movimenti e delle nuove comunità ecclesiali, realtà preziose per la formazione
spirituale, l’apostolato e la stessa pastorale ordinaria; sostegno alle
associazioni familiari di impegno civile (cfr. FC 22).
Questi suggerimenti si trovano in linea con quanto indicato in molteplici
circostanze da Giovanni paolo II. Una sola citazione da un importante messaggio:
“Nell’Esortazione Apostolica Familiaris Consortio ho rilevato che ‘tra
i compiti fondamentali della famiglia cristiana si pone il compito ecclesiale:
essa, cioè, è posta al servizio dell’edificazione del Regno di Dio nella storia,
mediante la partecipazione alla vita e alla missione della Chiesa’ (FC
49). (…) La trasmissione della fede nella famiglia presuppone nei suoi
componenti una vita cristiana intensa, che si traduce in testimonianza
quotidiana, fatta di atteggiamenti concreti e ordinari (…) La vita spirituale
della famiglia ha bisogno di essere sostenuta con mezzi specifici e modalità
peculiari: il contatto costante con la comunità cristiana, (…) la santificazione
della domenica (…) Le varie forme di catechesi parrocchiale o di partecipazione
ai movimenti di spiritualità (…) tra le pareti domestiche (…) meditare insieme
una pagina della Scrittura, leggere un salmo, recitare il Rosario (…). Occorre
aiutare le famiglie a maturare la loro fede e a tradurla nella vita. E’ da
incoraggiare l’iniziativa di alcune Conferenze Episcopali di predisporre
opportuni sussidi per la preghiera e per la meditazione della Parola di Dio” (Messaggio
per la XII Assemblea Plenaria del PCF 29 settembre 1995). A sua volta
Benedetto XVI esorta a camminare nella stessa direzione. “Solo la fede in Cristo
e solo la compartecipazione della fede della Chiesa salva la famiglia e, d’altra
parte, solo se viene salvata la famiglia anche la Chiesa può vivere (…) Perciò
dobbiamo fare tutto ciò che favorisce la famiglia: circoli familiari, catechesi
familiari, insegnare la preghiera in famiglia. Questo mi sembra molto
importante: dove si prega insieme, si rende presente il Signore, si rende
presente questa forza che può anche rompere la ‘sclerocardia’, la durezza
del cuore” (Discorso 2 marzo 2006).
4. La preghiera in famiglia. Un’attenzione particolare merita l’invito insistito di ambedue i papi a
rilanciare la preghiera in famiglia. La preghiera comune apre la porta di casa a
una speciale presenza di Gesù “Dove due o tre sono uniti nel mio nome, io sono
in mezzo a loro” (Mt 18,20). La preghiera trasforma ed eleva progressivamente la
vita personale e familiare, facendo crescere l’amore reciproco e verso tutti.
Attiva la trasmissione della fede e delle virtù cristiane dai genitori ai figli.
Fa della famiglia un soggetto di evangelizzazione nel suo ambiente. Le forme
della preghiera possono essere molto varie. Mi pare però che oggi sia da
promuovere con idonei sussidi soprattutto la preghiera di ascolto della
parola di Dio per viverla. Leggere, ascoltare, riflettere insieme, mettere in
pratica, per diventare sempre più una famiglia che appartiene a Cristo: “Mia
madre e i miei fratelli sono coloro che ascoltano la parola di Dio e la mettono
in pratica” (Lc 8,21).
Per collegare più facilmente le parole scritte con Gesù Cristo, la Parola
Vivente, è bene seguire l’anno liturgico scegliendo i testi da meditare
soprattutto dalle letture della Domenica. Può bastare anche un tempo abbastanza
breve una volta alla settimana; si prega e si ascolta insieme, si fa
discernimento sulla propria vita, si prende qualche impegno da attuare nel
vissuto quotidiano, si richiama alla mente e si fa qualche verifica al momento
opportuno nel dialogo familiare spontaneo.
5. Verità e misericordia per le convivenze irregolari
Se si vuole illuminare e riscaldare la prima cosa da fare è accendere il fuoco.
Per questo la nostra attenzione si è concentrata soprattutto sulla vocazione
della famiglia cristiana ad essere “una piccola chiesa missionaria”. Anche se
una minoranza soltanto realizzasse questa vocazione, essa sarebbe la via più
efficace di evangelizzazione per raggiungere in qualche modo tutte le altre
famiglie più o meno lontane, per orientarle e avvicinarle in qualche modo al
Signore Gesù. La loro testimonianza, la loro preghiera, la loro rispettosa
sollecitudine può rendere concreto e tangibile l’atteggiamento della Chiesa
anche nei confronti di quelle persone che convivono senza autentico matrimonio e
perciò non possono inserirsi nella piena comunione visibile della Chiesa, senza
peraltro esserne separati.
I conviventi non sono in piena comunione spirituale e visibile con Cristo e con
la chiesa e perciò non possono ricevere l’Eucaristia e l’assoluzione
sacramentale. Però rimangono in comunione parziale e perciò possono
partecipare alla Messa e a vari ambiti della vita ecclesiale (senza tuttavia
assumere i ministeri di lettore, accolito, catechista, ministro della comunione
ecc.).
A riguardo è opportuno ricordare quanto Giovanni Paolo II ha scritto nella
Familiaris Consortio in riferimento ai divorziati risposati “Esorto
caldamente i pastori e l'intera comunità dei fedeli affinché aiutino i
divorziati procurando con sollecita carità che non si considerino separati dalla
Chiesa, potendo e anzi dovendo, in quanto battezzati, partecipare alla sua vita.
Siano esortati ad ascoltare la Parola di Dio, a frequentare il sacrificio della
Messa, a perseverare nella preghiera, a dare incremento alle opere di carità e
alle iniziative della comunità in favore della giustizia, a educare i figli
nella fede cristiana, a coltivare lo spirito e le opere di penitenza per
implorare così, di giorno in giorno, la grazia di Dio. La Chiesa preghi per
loro, li incoraggi, si dimostri madre misericordiosa e così li sostenga nella
fede e nella speranza. La Chiesa, tuttavia, ribadisce la sua prassi, fondata
sulla Sacra Scrittura, di non ammettere alla comunione eucaristica i divorziati
risposati. Sono essi a non poter esservi ammessi, dal momento che il loro stato
e la loro condizione di vita contraddicono oggettivamente a quell'unione di
amore tra Cristo e la Chiesa, significata e attuata dall'Eucaristia. C'è inoltre
un altro peculiare motivo pastorale: se si ammettessero queste persone
all'Eucaristia, i fedeli rimarrebbero indotti in errore e confusione circa la
dottrina della Chiesa sull'indissolubilità del matrimonio (…)Con ferma fiducia
essa crede che, anche quanti si sono allontanati dal comandamento del Signore ed
in tale stato tuttora vivono, potranno ottenere da Dio la grazia della
conversione e della salvezza, se avranno perseverato nella preghiera, nella
penitenza e nella carità” (FC 84).
L’atteggiamento della Chiesa, scrive ancora Giovanni Paolo II in
Reconciliatio et poenitentia, applica “la coesistenza e il mutuo
influsso di due principi, egualmente importanti, in merito a questi casi. Il
primo è il principio della compassione e della misericordia, secondo il quale la
Chiesa, continuatrice nella storia della presenza e dell'opera di Cristo, non
volendo la morte del peccatore ma che si converta e viva, attenta a non spezzare
la canna incrinata e a non spegnere il lucignolo che fumiga ancora, cerca sempre
di offrire, per quanto le è possibile, la via del ritorno a Dio e della
riconciliazione con lui. L'altro è il principio della verità e della coerenza,
per cui la Chiesa non accetta di chiamare bene il male e male il bene. Basandosi
su questi due principi complementari, la Chiesa non può che invitare i suoi
figli, i quali si trovano in quelle situazioni dolorose, ad avvicinarsi alla
misericordia divina per altre vie, non però per quella dei sacramenti
della penitenza e dell'eucaristia, finché non abbiano raggiunto le disposizioni
richieste” (Reconc. et Poenitentia, 34).
Si attribuisce a Giovanni Paolo II questo detto: Non si deve abbassare la
montagna; ma bisogna aiutare le persone a salirla, ognuna con il proprio passo.
Ciò significa: no alla gradualità della legge morale; sì alla legge della
gradualità, perché l’uomo “conosce, ama e compie il bene morale secondo
tappe di crescita” (FC 34).
E’ compito della Chiesa additare la montagna in tutta la sua altezza, cioè
insegnare integralmente (senza sconti) la verità oggettiva sul bene morale, sui
valori e le norme che si manifestano nella divina rivelazione e nella natura
spirituale, corporea e sociale dell’uomo. Nello stesso tempo è compito della
Chiesa accompagnare maternamente nella salita i passi delle persone, cioè
aiutarle a vivere la verità secondo la loro capacità di comprendere e mettere in
pratica. Le norme morali sono uguali per tutti, ma la responsabilità davanti a
Dio è propria di ciascuno.
Occorre non solo insegnare la verità, ma anche educare le coscienze. Sembra che
si possano dare alcune indicazioni pedagogiche per esplicitare la legge della
gradualità e indicare almeno i primi passi possibili a tutti:
a) Umiltà- Occorre il desiderio sincero della verità e del bene, perché
la coscienza non può decidere che cosa è bene e che cosa è male, può solo
riconoscerlo;
b) Preghiera- Occorre pregare con perseveranza per poter conoscere sempre
meglio la volontà di Dio e ottenere la grazia e la forza di compierla;
c) Impegno- Occorre subito compiere il bene che si è già capaci di fare,
anche con sacrificio;
d) Riflessione Con umiltà, sincerità e perseveranza bisogna cercare di
capire il senso e il valore che hanno le norme morali in vista di una vita
pienamente umana e felice nell’amore di Dio e degli altri;
e) Fiducia – Mentre si riconosce con umiltà e
sincerità di essere peccatori, si mantiene la fiducia incrollabile nella divina
misericordia, che può condurre alla salvezza “per altre vie”, oltre “i
sacramenti della Penitenza e dell’Eucaristia” (Reconc. et Poenit., 34).
6. La Famiglia risorsa per la Società
Nella cultura dominante di oggi si è affermato un processo di privatizzazione
della famiglia, considerata soprattutto come luogo di gratificazione affettiva,
sentimentale e sessuale degli adulti. Viene pubblicizzato come ideale di vita il
benessere individuale, gettando discredito sui legami stabili del matrimonio e
della genitorialità, promuovendo l’esercizio puramente ludico della sessualità.
Non si tiene conto dell’importanza del rapporto stabile di coppia e del bene
prioritario che sono i bambini. Si percepisce la famiglia non come una piccola
comunità, soggetto di diritti e di doveri, ma come una somma di individui che
abitano temporaneamente sotto lo stesso tetto per convergenza di interessi; non
come una risorsa per la società da valorizzare, ma come un insieme di bisogni e
desideri individuali in cerca di soddisfazione.
In questo contesto assume proporzioni sempre più preoccupanti la triplice
crisi del matrimonio, della natalità e dell’educazione. Il numero annuo dei
divorzi nell’Unione Europea è pari alla metà dei matrimoni. Le persone sole sono
già 55 milioni corrispondenti al 29% delle abitazioni, ma si prevede che
saliranno presto fino al 40%. Si moltiplicano le forme di convivenza: famiglie
monoparentali, famiglie ricomposte, convivenze di fatto, convivenze omosessuali.
Non manca chi considera la famiglia fondata sul matrimonio un residuo storico
del passato e ne auspica la sparizione in un futuro non molto lontano.
Nell’Unione Europea i 2/3 delle famiglie sono senza figli; l’indice medio di
fecondità per donna è di 1,56, al di sotto della quota di ricambio generazionale
(2,1 per donna). L’insufficienza dell’educazione è messa in risalto dalla larga
diffusione tra i giovani di atteggiamenti negativi e devianze sociali. Molti di
essi, anche se economicamente benestanti, crescono poveri di ideali e di
speranze, spiritualmente vuoti, interessati solo al tifo sportivo, alle canzoni
di successo, ai vestiti firmati, ai viaggi pubblicizzati, alle emozioni del
sesso. Spesso, per uscire dalla noia e dall’insicurezza, si mettono in gruppo e
diventano trasgressivi: bullismo, vandalismo, droga, rapine, stupri, delitti. I
figli che crescono con un solo genitore hanno doppia probabilità di delinquere
rispetto a quelli che vivono insieme con ambedue i genitori. Un quarto dei figli
di genitori separati presenta problemi duraturi di equilibrio psichico, di
rendimento scolastico e di adattamento sociale in misura doppia rispetto ai
figli di genitori uniti, perché i bambini hanno un vitale bisogno di essere
amati da genitori che si vogliono bene innanzitutto tra loro.
Alla crisi del matrimonio, della natalità e dell’educazione corrisponde la
crisi della società europea, che appare piuttosto stanca e decadente.
L’opinione pubblica è sensibile soprattutto al mercato e ai diritti individuali.
Mancano ideali, speranze, progetti condivisi. Mancano la gioia di vivere e la
fiducia verso il futuro. Con il progressivo invecchiamento della popolazione si
prospettano anche gravi problemi economici: diminuiranno le forze produttive e
aumenteranno le spese per le pensioni, la sanità e l’assistenza, dato che nel
2050 per ogni 100 lavoratori ci saranno 75 pensionati e ogni lavoratore dovrà
provvedere a circa ⅔ del sostentamento di un pensionato.
Per lo sviluppo sono necessari l’equilibrio demografico e la formazione del
cosiddetto capitale umano, cioè i nuovi cittadini e la loro sana educazione.
Perciò la famiglia fondata sul matrimonio è la prima risorsa sociale, è un
soggetto di interesse pubblico non equiparabile ad altre forme di convivenza di
carattere privato. Lo sviluppo della società non dipende soprattutto dalla
produzione del reddito, ma dalla qualità delle relazioni.
I beni possono essere strumentali in quanto voluti in funzione di
qualcos’altro oppure possono essere gratuiti in quanto voluti per se
stessi come un fine. Del primo tipo sono le cose utili, i servizi, la
tecnologia, la ricchezza; del secondo tipo sono la contemplazione della natura,
la poesia, la musica, l’arte, la festa, l’amicizia, la preghiera. Sia i beni
strumentali sia i beni gratuiti sono necessari per la vita e la felicità
dell’uomo e vanno perseguiti in modo ordinato secondo la gerarchia dei valori e
al momento opportuno.
Le persone, sebbene da esse si possano ottenere molti benefici, non devono mai
essere ridotte a puro strumento. Solo l’amore gratuito è all’altezza della loro
dignità. E’ lecito e anche necessario cercare negli altri il proprio utile, ma
sarebbe cieco egoismo e grave disordine morale ridurre a questo il rapporto con
loro. Gli altri sono un bene in se stessi e devo cercare il loro bene con
la stessa serietà con cui cerco il mio; devo farmi carico, secondo le mie
possibilità, della loro crescita umana, affrontando anche il sacrificio e
portando il peso dei loro limiti e peccati, come ha fatto Gesù nei confronti di
tutti gli uomini.
Come il mercato è l’istituzione tipica dello scambio di beni strumentali,
così la famiglia è l’istituzione paradigmatica della gratuità e
dell’amore. In una famiglia autentica ognuno considera gli altri non solo come
un bene utile per la propria vita, ma come un bene in se stessi, un bene
insostituibile, senza prezzo. Se c’è un’attenzione preferenziale è per i più
deboli: bambini, malati, disabili, anziani.
La famiglia, nella misura in cui è unita e aperta, alimenta in tutti i suoi
membri e specialmente nei figli le cosiddette virtù sociali: il rispetto
per la dignità di ogni persona, la fiducia in se stessi, negli altri e nelle
istituzioni, la responsabilità per il bene proprio e degli altri, la sincerità,
la fedeltà, il perdono, la condivisione, la laboriosità, la collaborazione, la
progettualità, la sobrietà, la propensione al risparmio, la generosità verso i
poveri, l’impegno fino al sacrificio e altre virtù preziose per la coesione e lo
sviluppo della società.
Le virtù sociali incidono positivamente anche nell’economia. Oggi le
imprese diventano sempre più immateriali e relazionali; più che il capitale
fisico, richiedono le risorse umane: conoscenza, idee nuove, iniziativa, gusto
del lavoro, capacità di progettare e lavorare insieme, impegno per il bene
comune, affidabilità. Il mercato, istituzione dello scambio utilitario, ha
bisogno di energie morali, di fiducia, gratuità e solidarietà, che vengono
generate specialmente dalla famiglia istituzione del dono. E’ questo
l’insegnamento di Benedetto XVI nell’ultima enciclica Caritas in Veritate:
“Anche nei rapporti mercantili il principio di gratuità e la logica del dono
possono e devono trovare posto dentro la normale attività economica” (Benedetto
XVI, CV 36). L’ipertrofia dell’utilitarismo, che porta a cercare il
massimo profitto ad ogni costo, finisce per danneggiare il bene comune della
società e pregiudicare la stessa felicità individuale, che in realtà dipende più
dalla qualità delle relazioni che dall’aumento del reddito.
7.Promozione dell’impegno civile delle famiglie
Le famiglie fondate sul matrimonio offrono alla società beni essenziali
attraverso la generazione dei nuovi cittadini e l’incremento delle virtù
sociali. Perciò hanno diritto a un adeguato riconoscimento culturale, giuridico,
economico. Trenta anni fa Giovanni Paolo II lanciava questo appello: “Le
famiglie devono essere le prime a far sì che le leggi e le istituzioni dello
Stato non solo non danneggino, ma sostengano e difendano positivamente i diritti
e i doveri delle famiglie. In questo senso devono crescere nella consapevolezza
di essere protagoniste della cosiddetta politica familiare e assumersi la
responsabilità di trasformare la società; altrimenti le famiglie saranno le
prime vittime di quei mali che si sono limitate ad osservare con indifferenza”
(Giovanni Paolo II, Familiaris Consortio, 44).
Questo appello non è caduto nel vuoto; sta avendo una risposta sempre più
vigorosa nell’attività delle Associazioni Familiari. Attività multiforme:
animazione culturale nelle scuole, nelle parrocchie, nelle diocesi, nei media
(stampa, radio, televisione, internet); organizzazione di eventi con risonanza
nell’opinione pubblica; progetti ed esperienze pilota di città amica delle
famiglie; pressione sui responsabili delle istituzioni comunali, regionali,
nazionali, internazionali per una amministrazione e una politica favorevole alle
famiglie; promozione di incontri di studio e di proposta; monitoraggio delle
attività parlamentari; formazione di uomini politici e di operatori della
cultura e della comunicazione sociale, motivati e competenti.
Da parte della Chiesa, è necessario che l’azione pastorale a diversi livelli
(nazionale, diocesano, parrocchiale) motivi fortemente le famiglie ad aderire
in massa alle associazioni familiari di impegno civile, coerenti con il
Vangelo, perché abbiano peso nell’opinione pubblica e nella politica.
Le Associazioni Familiari di ispirazione cristiana chiedono che non si guardi
alla famiglia come a una somma di individui e di bisogni individuali, ma la si
veda come una preziosa e necessaria risorsa per la società da sostenere e
valorizzare; si adoperano perché siano rivalutate culturalmente la maternità e
la paternità come ruoli importanti per la maturazione umana e la felicità delle
donne e degli uomini e per il bene dei figli e della società; rivendicano
provvedimenti per incentivare la stabilità delle coppie, la natalità, la
responsabilità educativa; trattano le questioni della famiglia specialmente
a partire dalla prospettiva dei figli, perché, se si privilegiano gli interessi
dei bambini, cambia la percezione del divorzio, della procreazione artificiale,
della pretesa all’adozione da parte di single e coppie omosessuali, della
corsa alla carriera professionale, dell’organizzazione del lavoro.
Le principali proposte delle Associazioni Familiari si possono così
riassumere: a) conciliazione di famiglia e lavoro, offrendo una varietà di
opportunità professionali per ambedue i coniugi (ad es. flessibilità di orari,
part-time, telelavoro, congedi e permessi), evitando sia la forzata omologazione
dei ruoli sia il rigido dualismo; b) meccanismi di protezione per supportare il
lavoro intermittente e offrire una ragionevole sicurezza economica; c) servizi
di cura per i bambini e di assistenza per disabili e anziani; d) prelievo
fiscale equo e commisurato non solo al reddito, ma anche al numero di persone a
carico; ulteriori agevolazioni e sconti per le famiglie numerose; f) pensione
anticipata per le donne lavoratrici che hanno avuto figli; g) prevenzione
dell’aborto mediante provvedimenti di sostegno alla maternità, in modo da
offrire alle donne una concreta alternativa; h) tutelare il diritto dei bambini
ad avere il padre e la madre e a crescere con entrambi i genitori; i) diritto
dei genitori a scegliere la scuola per i loro figli senza oneri economici
penalizzanti, l) ricongiungimento delle famiglie dei migranti.
Sono tutte proposte ragionevoli per le quali i cristiani sono chiamati a
impegnarsi e sulle quali possono trovare collaborazione presso tante persone di
buona volontà.
8. Conclusione
La famiglia, nella misura in cui vive l’amore autentico, è immagine e riflesso
di Dio creatore Padre Figlio e Spirito Santo, unità perfetta di persone; nella
misura in cui accoglie la carità di Cristo Sposo della Chiesa , è piccola chiesa
evangelizzata e evangelizzante; nella misura in cui genera i cittadini e le
virtù sociali, è cellula vitale della società.
Niente è più umano di ciò che è divino. E ciò che è umano è trasparenza del
divino: “L’uomo vivente è la gloria di Dio e la vita dell’uomo è la
manifestazione di Dio” (S.Ireneo Contro le Eresie 4.20,
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