La verità sulle evoluzioni demografiche dei Paesi del mondo è
ormai incontestabile. È sempre più evidente e riconosciuto che nel
mondo si sta vivendo una considerevole decelerazione demografica, che ha avuto
inizio verso il 1968. In 51 Paesi, la fecondità è ormai inferiore
alla «soglia di sostituzione» delle generazioni. Una
quindicina di questi Paesi registra addirittura ogni anno più decessi che
nascite. È urgente mettere tutti a conoscenza di questa verità.
Occorre porre subito in atto una vera solidarietà, risolutamente volta al
futuro e rispettosa della Dichiarazione dei Diritti dell'Uomo, il cui
cinquantenario si festeggia quest'anno.
1. L'attenzione per le evoluzioni demografiche
Conformemente al mandato che gli è stato affidato, il Pontificio
Consiglio per la Famiglia segue da vicino le evoluzioni demografiche dei
diversi Paesi del mondo (1). A tal fine il Consiglio ha già riunito in
diverse occasioni esperti di fama mondiale. Le riunioni hanno consentito di
esaminare in modo più particolareggiato le situazioni proprie dei vari
continenti. Quelle del continente americano sono state il tema del congresso
svoltosi a Città del Messico (2) (21-23 aprile 1993). Quelle
dell'Asia e dell'Oceania sono state esaminate durante un colloquio tenutosi a
Taipei (3) (18-20 settembre 1995). Le differenze nelle evoluzioni
demografiche dei Paesi d'Europa sono state analizzate a Roma (17-19
ottobre 1996) (4). Il Pontificio Consiglio per la Famiglia sta attualmente
preparando una riunione che sarà dedicata all'esame della situazione dei
Paesi africani.
Allo stesso tempo il Consiglio sta seguendo con attenzione e interesse i
lavori dei centri di ricerca che si occupano delle questioni demografiche.
Fra questi centri figura la Divisione della Popolazione presso il Consiglio
economico e sociale dell'ONU. Dal 4 al 6 novembre 1997, questo prestigioso
organismo ha riunito quattordici esperti di fama internazionale al fine di
esaminare il calo della fecondità su scala mondiale, la sua importanza
attuale, le sue cause e le sue conseguenze. Questi esperti non hanno potuto che
confermare quello che tutti i dati demografici indicano da diversi anni: il calo
della fecondità che da vent'anni colpisce la maggior parte dei Paesi
industrializzati Europa del Nord e Occidentale, Canada, Stati Uniti,
Giappone, Australia, Nuova Zelanda si sta estendendo a un numero
crescente di Paesi in via di sviluppo, nell'Europa Meridionale e dell'Est, in
Asia e nei Caraibi. Uno di questi esperti ha osservato, riguardo al carattere
costante di questo calo a partire dal 1975 in Paesi che già allora
presentavano una fecondità debole: «Una volta iniziata la
transizione della fecondità, il suo calo prosegue in modo invariabile»
(5).
2. Un'idea globale ed erronea
Da troppo tempo quasi tutti i discorsi sulla popolazione propugnano un'idea
globale ed erronea secondo la quale il mondo sarebbe prigioniero di una crescita
demografica «esponenziale», ossia «galoppante», che
condurrebbe a una «esplosione demografica». Il Pontificio Consiglio
per la Famiglia, che ha dimostrato in una delle sue pubblicazioni (6) l'inanità
di questa «vulgata», è lieto di constatare che,
anche in seno ad alcune agenzie dell'ONU, si comincia a riconoscere la verità
dei fatti demografici. Di fatto, da circa trent'anni, le conferenze patrocinate
da questa Organizzazione hanno come effetto quello di provocare preoccupazioni
infondate sulle questioni demografiche, in particolare nei Paesi del Sud. Su
questa base allarmistica, diverse agenzie dell'ONU hanno investito, e continuano
a investire, mezzi finanziari considerevoli al fine di costringere un
gran numero di Paesi a mettere in atto politiche malthusiane. È appurato
che questi programmi, sempre monitorati dall'estero, comportano generalmente
misure coercitive di controllo della natalità. Allo stesso modo,
l'aiuto allo sviluppo è regolarmente condizionato all'attuazione
di programmi di controllo della popolazione che includono sterilizzazioni
forzate o compiute all'insaputa delle vittime. Queste azioni malthusiane
sonod'altronde riprese da governi nazionali e rafforzatedall'apporto di
organizzazioni non governative (ONG) fra le quali la più nota è la
Federazione Internazionale per il Planning familiare (IPPF).
Nei Paesi poveri le primi vittime di questi programmi sono le popolazioni
innocenti e indifese. Le si inganna deliberatamente spingendole ad acconsentire
alla loro mutilazione con il pretesto menzognero che questa è la
condizione previa al loro sviluppo.
3. Invecchiamento delle popolazioni e diminuzione demografica
Queste politiche disastrose sono in totale contraddizione con le reali
evoluzioni demografiche, così come appaiono nelle statistiche e così
come risultano dall'analisi dei dati. Da trent'anni il tasso di crescita
della popolazione mondiale non cessa di diminuire a un ritmo regolare e
significativo. Dopo aver registrato un calo impressionante di fecondità,
51 Paesi del mondo (su 185) non riescono più a garantire il ricambio
generazionale. Precisiamo che questi 51 Paesi rappresentano il 44% della
popolazione del pianeta. In altre parole, l'indice sintetico di fecondità
di questi Paesi, ossia il numero di figli per donna, è inferiore a
2,1. Si sa che questo è il livello minimo indispensabile al rinnovamento
generazionale nei Paesi che beneficiano delle migliori condizioni sanitarie.
Questa situazione si riscontra in quasi tutti i continenti. Hanno
così una fecondità inferiore alla «soglia di sostituzione»
in America, gli Stati Uniti, il Canada, Cuba e la maggior parte
delle isole dei Caraibi; in Asia, la Georgia, la Thailandia, la Cina, il
Giappone, la Corea del Sud; in Oceania, l'Australia; e la quasi totalità
dei quaranta Paesi dell'Europa. In questo ultimo continente,
l'aggravarsi degli effetti dell'invecchiamento sta ormai portando allo spopolamento,
con un numero di decessi superiore a quello delle nascite. Questo saldo negativo
è già un dato di fatto in tredici Paesi, fra i quali l'Estonia, la
Lettonia, la Germania, la Bielorussia, la Bulgaria, l'Ungheria, la Russia, la
Spagna e l'Italia.
A dilàdell'invecchiamento delle popolazioni che origina,
questo calo della fecondità pone, in molti territori, un problema
particolarmente angosciante, quello della diminuzione demografica, con
tutti gli effetti negativi che questa inevitabilmente comporta. Si prospetta
pertanto un aumento del numero dei Paesi con una fecondità inferiore al
ricambio generazionale. Allo stesso modo si reputa che aumenterà
il numero dei Paesi il cui la mortalitàè superiore alla natalità.
La percezione di queste realtà, da lungo tempo familiari ai demografi
attenti, è quasi sconosciuta ai mezzi di comunicazione sociale,
all'opinione pubblica e ai responsabili. È praticamente passata sotto
silenzio nelle conferenze internazionali, come si è potuto constatare, ad
esempio, in occasione della Conferenza del Cairo del 1994 o in quella di Pechino
del 1995.
4. Cause complesse
Le cause di questa situazione completamente inedita sono indubbiamente
complesse. J. Cl. Chesnais, dell'Istituto Nazionale di Studi Demografici
(Parigi), le ha analizzate in dettaglio durante la riunione degli esperti
demografi sopra citata (7).
Alcune di queste cause sono in ogni caso facilmente individuabili. La nuzialità,
in un ambiente che non le è per nulla favorevole, è diminuita
considerevolmente; ciò significa che le persone che si sposano sono meno
che nel passato. L'età media della maternità è
nettamente aumentata e continua a crescere. Le regole del lavoro non
rispondono al desiderio delle donne di conciliare in modo armonico la vita
familiare e l'attività professionale. L'assenza di una vera politica
familiare, nei Paesi maggiormente colpiti dal calo demografico, fa sì
che le famiglie non possano avere in pratica il numero di figli che
desidererebbero avere: si stima dello 0.6 figli per donna la differenza fra il
numero di bambini che le donne europee desiderano avere e quelli che
effettivamente hanno (8).
J. Cl. Chesnais conclude il suo rapporto sulle cause del calo della
fertilità introducendo in campo demografico un fattore fino a quel
momento completamente trascurato dagli esperti: il rapporto fra pessimismo
e speranza vissuto dalle popolazioni. Secondo questo autore un
aumento della fertilità nei Paesi colpiti dal calo demografico non può
avvenire senza un previo cambiamento dell'«umore» dei loro abitanti,
che consenta di passare dall'attuale pessimismo a uno stato d'animo simile a
quello dell'era del «baby-boom», durante la fase di
ricostruzione che seguì la Seconda Guerra Mondiale (9).
Accanto a queste cause legate alle condizioni di vita, e ad alcuni riassetti
socio-culturali nei Paesi industrializzati, altri fattori vincolano direttamente
il calo demografico alla volontà degli uomini e dunque alla loro
responsabilità. Ci riferiamo ai mezzi e alle politiche di limitazione
volontaria delle nascite. La diffusione dei metodi chimici di
contraccezione e spesso la legalizzazione dell'aborto sono stati
decisi nel momento in cui, contemporaneamente, si indebolivano le politiche
favorevoli all'accoglienza della vita.
Da alcuni anni a queste cause si è aggiunta la sterilizzazione di
massa, segnalata in precedenza. Basta pensare alle campagne massive di
sterilizzazione di uomini e donne di cui l'India è stata teatro nel 1954
e nel 1976, con tutti gli scandali a cui hanno dato luogo, portando alla caduta
del governo della signora Gandhi (10). In Brasile, fra le donne che ricorrono a
un metodo di controllo della natalità, circa il 40% è
sterilizzato.
Proprio in questi giorni i mezzi di comunicazione sociale hanno diffuso la
notizia della campagna di sterilizzazione condotta lo scorso anno, a tamburo
battente, in Perù sotto l'egida del Ministero della Sanità,
notizia che ha sollevato un moto generale e mondiale
d'indignazione (11). Non solo si è parlato di «pressioni»
esercitate dagli operatori sanitari (12) per convincere le donne in
maggior parte analfabete e poco o per niente informate della portata reale di
tale «operazione» (13) a farsi sterilizzare, ma si sa anche che
l'operazione si è conclusa con la perdita di vite umane. La Chiesa
cattolica, attraverso i suoi Vescovi, ha chiesto chiarimenti (14). Non è
stata però l'unica a farlo: un vasto gruppo di parlamentari ha chiesto
che il Congresso peruviano esamini le sterilizzazioni effettuate (più di
100.000) per verificare in quali condizioni sanitarie e morali sono state
compiute. Questi parlamentari esigono che venga a galla tutta la verità
sulle violazioni dei Diritti dell'Uomo perpetrate durante questa campagna
governativa (15).
5. Verso gravi squilibri
Da queste cause principali, brevemente menzionate, derivano conseguenze
estremamente preoccupanti. La proporzione dei giovani nella
popolazione sta diminuendo fortemente. Ne consegue un rovesciamento della
piramide delle età, con una debole popolazione di adulti giovani che
deve garantire la produzione del Paese e sostenere il peso morto di un'ampia
fascia di popolazione di persone anziane e inattive, che hanno sempre più
bisogno di cure e di materiale medico. All'interno della stessa popolazione
attiva si producono profondi squilibri fra i giovani attivi e gli attivi meno
giovani, che cercano di assicurarsi l'impiego a detrimento delle giovani
generazioni le quali quindi s'inseriscono in un mercato del lavoro ridotto.
Non si può neppure dimenticare l'impatto esercitato da una
popolazione anziana sul sistema educativo. Di fatto, al fine di far
fronte al peso delle persone anziane, forte è la tentazione di decurtare
il budget normalmente destinato alla formazione delle nuove generazioni.
Questo indebolimento del sistema educativo comporta a sua volta un rischio
considerevole: la perdita della memoria collettiva. La trasmissione dei
dati culturali, scientifici, tecnici, artistici, morali e religiosi ne risulta
gravemente ipotecata. Osserviamo anche che, contrariamente a ciò che si
divulga, la disoccupazione stessaè aggravata dal calo
demografico.
Gli esperti sottolineano anche altri aspetti di questa evoluzione:
l'aumento dell'età media della popolazione, ad esempio, si riflette
logicamente sul profilo psicologico di questa popolazione: la «tristezza»,
la mancanza di dinamismo intellettuale, economico, scientifico e sociale e
l'assenza di creatività che sembrano già colpire alcune nazioni«invecchiate»
non farebbero che esprimere la struttura della loro piramide demografica.
Al contempo aumenta il numero delle persone anziane direttamente a carico
della società, anche quando la base produttiva di tale società,
fonte di entrate nelle finanze pubbliche, si restringe. Di conseguenza, per
garantire il funzionamento dei sistemi di assistenza sociale (mutua, pensioni,
rimborsi per le spese mediche, ecc.), forte è la tentazione di ricorrere
all'eutanasia. Si sa che questa è già praticata
indiversiPaesi d'Europa.
Fra le conseguenze più evidenti del calo della fecondità,
bisogna menzionare anche gli squilibri violenti, prevedibili fin da ora,
fra i Paesi le cui popolazioni presentano strutture di età molto diverse.
Se, ad esempio, si paragona la piramide delle età di Paesi come la
Francia, la Spagna e l'Italia a quella di Paesi come l'Algeria, il Marocco, la
Turchia, si viene colpiti dal loro carattere invertito e dalle difficoltà
generate da tale situazione di cui alcuni problemi attuali, legati
all'impossibilità per i Paesi ricchi di limitare in modo effettivo
l'immigrazione clandestina dai Paesi più poveri, non sono che la
prefigurazione.
È urgente che l'opinione pubblica e i responsabili siano
perfettamente informati di tali evoluzioni. È parimenti urgente
scartare i dati falsi, spesso citati nelle presentazioni per mascherare sofismi
puramente ideologici, per non parlare poi delle falsificazioni delle
statistiche. In ambito demografico, come negli altri ambiti del sapere, i fatti
sono evidenti e la verità non può rimanere nascosta per sempre.
Non si può che gioire nel constatare che questa verità diviene
sempre più palese, visto che la Divisione della Popolazione delle Nazioni
Unite non ha esitato a riunire il gruppo di esperti per interrogarsi sulla «fecondità
inferiore al livello di sostituzione» «Below replacement Fertility»).
Nulla impedisce che vengano eliminate le inesattezze e le menzogne troppo spesso
utilizzate per «giustificare» programmi, politiche e altri fattori del
tutto incompatibili con il rispetto dei diritti fondamentali dell'uomo.
6. Celebrare l'uomo e i suoi diritti
A tale proposito il cinquantesimo anniversario della Dichiarazione
universale dei Diritti dell'Uomo ravviva la memoria della comunità umana.
Celebrare questi diritti significa celebrare l'uomo. Si tratta di
un'occasione privilegiata perché questa comunità metta in atto il
rispetto dei valori fondamentali che ha sottoscritto e sui quali si è
impegnata a costruire il suo futuro. Questi valori devono essere sottratti a
qualsiasi contestazione da parte degli Stati, degli organismi
internazionali, dei gruppi privati o dei singoli individui. Essi si chiamano:
diritto alla vita, diritto all'integrità fisica e psicologica, uguale
dignità di tutti gli esseri umani (cfr articolo 1).
L'anno 1998 offre dunque a tutti gli uomini e a tutte le nazioni
l'opportunità di riaffermare con entusiasmo la loro adesione
incondizionata alla lettera e allo spirito della Dichiarazione Universale dei
Diritti dell'Uomo del 1948.
Occorre essere vigili su questo punto. La fedeltà alla Dichiarazione
implica l'esclusione di qualsiasi manovra che, con il pretesto dei cosiddetti «nuovi
diritti», miri a incorporare l'aborto (cfr articolo 3), a ledere l'integrità
fisica (cfr ibidem), a distruggere la famiglia eterosessuale e monogamica (cfr
articolo 16). Attualmente si stanno compiendo subdole operazioni in tal senso.
Esse hanno un fine nefasto: privare l'essere umano di alcuni suoi diritti
fondamentali e sottomettere i più deboli a nuove forme di oppressione
(cfr articoli 4 e 5). Le menzogne di cui si avvalgono questi tentativi sfociano
fatalmente nella violenza e nella barbarie e introducono la «cultura
della morte» (16).
Come ha dichiarato Papa Giovanni Paolo II, «I diritti dell'Uomo
trascendono qualsiasi ordine costituzionale». Tali diritti sono innati in
ogni uomo. Non derivano da decisioni consensuali costantemente rinegoziabili, a
seconda dei rapporti di forza o degli interessi in gioco. L'esistenza stessa di
questi diritti, riconosciuti e proclamati solennemente nel 1948, non è
per nulla debitrice delle formulazioni più o meno felici che si trovano
nelle costituzioni e nelle leggi (cfr articolo 2, 2). Qualsiasi costituzione,
qualsiasi legge che intendesse ridurre la portata di questi Diritti dichiarati o
di manipolarne il significato, dovrebbe essere immediatamente denunciata come
discriminatoria e portatrice di fermenti totalitari, così come suggerisce
il Preambolo della Dichiarazione.
È sulla base di questo riferimento comune ai valori, difesi al prezzo
di tante lacrime, che si può rigenerare il tessuto delle nazioni e
costruire una città mondiale aperta alla «cultura della vita».
Questo progetto ambizioso non è inattuabile, ma la solidarietà fra
i popoli, che ne è al contempo l'alimento e il frutto, presuppone come
condizione previa la riaffermazione della solidarietà delle
generazioni.
Il Pontificio Consiglio per la Famiglia invita pertanto tutti gli uomini di
buona volontà, e in particolare le associazioni cristiane, a far
conoscere le realtà obiettive delle evoluzioni demografiche. Li invita a
condannare con coraggio i programmi malthusiani del tutto ingiustificati e per
di più totalmente contrari ai Diritti dell'Uomo.
NOTE
1) Cfr Pontificio Consiglio per la Famiglia, Evoluzioni demografiche.
Dimensione etica e pastorale, Città del Vaticano, Libreria Editrice
Vaticana, 1994, ISBN 88-209-1991-5.
2) Cuestiones Demográficas en América Latina en
perspectiva del año internacional de la familia 1994, México, aprile
1993, Ediciones Provive, ISBN 980-6256-04-2.
3) International Conference on Demography and the Family in Asia and
Oceania, Taipei, Taiwan, R.O.C. 18-20 settembre 1995, The Franciscan Gabriel
Printing Co ltd, Dicembre 1996, ISBN 957-98831-1-4.
4) Familia et Vita, Anno II, n. 1, 1997, pp. 3-137.
5) «Una volta che la transizione della fertilità ha
inizio, seguono inevitabilmente ulteriori cali» Aminur Khan, Fertility
Trends among Low Fertility Countries, Expert Group Meeting on
Below-Replacement Fertility, Population Division, Department of Economic and
Social Affairs, United Nations Secretariat, UN/POP/BRF/BP/1997/1, p. 11.
6) Cfr nota 1.
7) J. Cl. Chesnais, Determinants of Below-Replacement Fertility,
Expert Group Meeting on Below-Replacement Fertility, Population Division,
Department of Economic and Social Affairs, United Nations Secretariat, New York,
4-6 novembre 1997, UN/POP/BRF/BP/ 1997/2, pp. 3-17.
8) J. Cl. Chesnais, Determinants of Below-Replacement Fertility, p.
12.
9) «La seconda parte di questo secolo ha sperimentato il declino del
puritanesimo e la vittoria del materialismo (edonismo, culto del consumismo,
stile di vita americano). Il prossimo secolo potrebbe evidenziare i limiti di
questo modello... La semplice interpretazione del baby-boom come
risposta alla crescita economica non è più sostenibile. Il vero
cruciale cambiamento è stato quello dello stato d'animo, dal dolore alla
speranza. Come è possibile immaginare una simile inversione della
tendenza storica senza un grande shock?» J. Cl. Chesnais, Determinants
of Below-Replacement Fertility, pp. 13-14.
10) Il consenso delle persone a un'operazione chirurgica fatta in condizioni
che sfidavano qualsiasi norma igienica era ottenuto in cambio di un dono in
derrate alimentari. Il numero di queste sterilizzazioni «volontarie»
scese del 90% nell'anno successivo alla caduta del governo della signora Gandhi.
J.H. Leavesley, Update on sterilization, Family Planning Information
Service, vol. 1, n.5, 1980.
11) Come indica il giornale Le Monde, le accuse contro la politica
delle nascite in questo Paese non erano nuove, «ma, poiché
provenivano fino ad ora dalla Chiesa cattolica, l'opinione pubblica non si
esprimeva, attribuendole alla tradizionale opposizione della Chiesa alla
contraccezione. Oggi tuttavia queste proteste sono giunte al terzo congresso
nazionale delle donne contadine e indigene, proteste riprese dal sindacato
contadino, dalle organizzazioni popolari delle donne, dalle femministe e dai
parlamentari dell'opposizione».
N. Bonnet, «La campagna di
sterilizzazione in Perù sta sollevando numerose critiche. L'esistenza di
pressioni esercitate sulle donne è stata denunciata da un giornale e da
diverse organizzazioni e riconosciuta dal vice-ministro della sanità»,
Le Monde, venerdì 2 gennaio 1998, p. 3.
12) Come ha affermato l'esperto americano Richard Clinton: «Gli
ambulatori hanno quote mensili da rispettare»... Ciò spiega la
fretta, alla fine del mese, con cui gli operatori sanitari, che rischiavano
altrimenti di perdere il loro posto, «sollecitavano» le donne quechua
a passare «dall'ambulatorio» per la vaccinazione del figlio e per un
piccolo intervento indolore e gratuito.
N. Bonnet, La campagne de stérilisation...
13) Il giornale El Comercio, deciso ad avere la coscienza pulita, ha
condotto una vasta inchiesta su queste sterilizzazioni, nelle regioni più
povere del Paese, raccogliendo testimonianze che confermano che, in cambio di
viveri e di cure per i loro figli più giovani, alcune donne si sono
sottoposte alla legatura delle tube. Il giornale spiega che lo Stato si è
fatto carico degli interventi chirurgici, ma, quando le cose sono andate male,
si è rifiutato di addossarsi la responsabilità delle complicazioni
e dei decessi.
N. Bonnet, La campagne de stérilisation au Pérou...
14) Joaquín Díez Esteban, La campaña de control de
la natalidad se cobra cinco víctimas,Palabra,1/2/1998,p. 22.
15) Ibidem.
16) Giovanni Paolo II, Enciclica Centesimus annus, 1991, n. 39.