LETTERA APOSTOLICA SALVIFICI DOLORIS DEL
SOMMO PONTEFICE GIOVANNI PAOLO II AI VESCOVI, AI SACERDOTI, ALLE
FAMIGLIE RELIGIOSE ED AI FEDELI DELLA CHIESA CATTOLICA SUL SENSO
CRISTIANO DELLA SOFFERENZA UMANA
Venerati Fratelli nell'episcopato, carissimi Fratelli e Sorelle in
Cristo!
I
INTRODUZIONE
1. « Completo nella mia carne dice l'apostolo Paolo spiegando il
valore salvifico della sofferenza quello che manca ai patimenti di
Cristo, in favore del suo corpo che è la Chiesa »(1).
Queste parole sembrano trovarsi al termine del lungo cammino che si snoda
attraverso la sofferenza inserita nella storia dell'uomo ed illuminata dalla
Parola di Dio. Esse hanno quasi il valore di una definitiva scoperta, che viene
accompagnata dalla gioia; per questo l'Apostolo scrive: « Perciò
sono lieto delle sofferenze che sopporto per voi »(2). La gioia proviene
dalla scoperta del senso della sofferenza, ed una tale scoperta, anche se vi
partecipa in modo personalissimo Paolo di Tarso che scrive queste parole, è
al tempo stesso valida per gli altri. L'Apostolo comunica la propria scoperta e
ne gioisce a motivo di tutti coloro che essa può aiutare così
come aiutò lui a penetrare il senso salvifico della
sofferenza.
2. Il tema della sofferenzaproprio sotto l'aspetto di questo senso
salvificosembra essere profondamente inserito nel contesto dell'Anno della
Redenzione come giubileo straordinario della Chiesa; ed anche questa circostanza
si dimostra direttamente in favore dell'attenzione da dedicare ad esso proprio
durante questo periodo. Indipendentemente da questo fatto, è un tema
universale che accompagna l'uomo ad ogni grado della longitudine e della
latitudine geografica: esso, in un certo senso, coesiste con lui nel mondo, e
perciò esige di essere costantemente ripreso. Anche se Paolo nella
Lettera ai Romani ha scritto che « tutta la creazione geme e soffre fino ad
oggi nelle doglie del parto »(3), anche se all'uomo sono note e vicine le
sofferenze proprie del mondo degli animali, tuttavia ciò che esprimiamo
con la parola « sofferenza » sembra essere particolarmente
essenziale alla natura dell'uomo. Ciò è tanto profondo
quanto l'uomo, appunto perché manifesta a suo modo quella profondità
che è propria dell'uomo, ed a suo modo la supera. La sofferenza sembra
appartenere alla trascendenza dell'uomo: essa è uno di quei punti, nei
quali l'uomo viene in un certo senso « destinato » a superare se
stesso, e viene a ciò chiamato in modo misterioso.
3. Se il tema della sofferenza esige di essere affrontato in modo
particolare nel contesto dell'Anno della Redenzione, ciò avviene prima di
tutto perché la redenzione si è compiuta mediante la
Croce di Cristo, ossia mediante la sua sofferenza. E al tempo stesso
nell'Anno della Redenzione ripensiamo alla verità espressa nell'Enciclica
Redemptor hominis: in Cristo « ogni uomo diventa la via della
Chiesa »(4). Si può dire che l'uomo diventa in modo speciale la via
della Chiesa, quando nella sua vita entra la sofferenza. Ciò avviene
come è noto in diversi momenti della vita, si realizza in modi
differenti, assume diverse dimensioni; tuttavia, nell'una o nell'altra forma, la
sofferenza sembra essere, ed è, quasi inseparabile dall'esistenza
terrena dell'uomo.
Dato dunque che l'uomo, attraverso la sua vita terrena, cammina in un modo o
nell'altro sulla via della sofferenza, la Chiesa in ogni tempo e forse
specialmente nell'Anno della Redenzione dovrebbe incontrarsi con l'uomo
proprio su questa via. La Chiesa, che nasce dal mistero della redenzione nella
Croce di Cristo, è tenuta a cercare l'incontro con l'uomo in modo
particolare sulla via della sua sofferenza. In un tale incontro l'uomo «
diventa la via della Chiesa », ed è, questa, una delle vie più
importanti.
4. Da qui deriva anche la presente riflessione, proprio nell'Anno della
Redenzione: la riflessione sulla sofferenza. La sofferenza umana desta compassione,
desta anche rispetto, ed a suo modo intimidisce. In essa,
infatti, è contenuta la grandezza di uno specifico mistero. Questo
particolare rispetto per ogni umana sofferenza deve esser posto all'inizio di
quanto verrà espresso qui successivamente dal più profondo bisogno
del cuore, ed anche dal profondo imperativo della fede. Intorno al
tema della sofferenza questi due motivi sembrano avvicinarsi particolarmente tra
loro ed unirsi: il bisogno del cuore ci ordina di vincere il timore, e
l'imperativo della fede formulato, per esempio, nelle parole di San
Paolo, riportate all'inizio fornisce il contenuto, nel nome e in forza
del quale osiamo toccare ciò che sembra in ogni uomo tanto intangibile:
poiché l'uomo, nella sua sofferenza, rimane un mistero intangibile.
II
IL MONDO DELL' UMANA SOFFERENZA
5. Anche se nella sua dimensione soggettiva, come fatto personale, racchiuso
nel concreto e irripetibile interno dell'uomo, la sofferenza sembra quasi
ineffabile ed incomunicabile al tempo stesso, forse nient'altro quanto essa
esige, nella sua « realtà oggettiva », che sia
trattata, meditata, concepita nella forma di un esplicito problema, e che quindi
intorno ad essa si pongano interrogativi di fondo e si cerchino le risposte.
Come si vede, non si tratta qui solo di dare una descrizione della sofferenza.
Vi sono altri criteri, che vanno oltre la sfera della descrizione, e che
dobbiamo introdurre, quando vogliamo penetrare il mondo dell'umana sofferenza.
Può darsi che la medicina, come scienza ed insieme come arte
del curare, scopra sul vasto terreno delle sofferenze dell'uomo il settore
più conosciuto, quello identificato con maggior precisione e,
relativamente, più controbilanciato dai metodi del «reagire »
(cioè della terapia). Tuttavia, questo è solo un settore. Il
terreno della sofferenza umana è molto più vasto, molto più
vario e pluridimensionale. L'uomo soffre in modi diversi, non sempre contemplati
dalla medicina, neanche nelle sue più avanzate specializzazioni. La
sofferenza è qualcosa di ancora più ampio della malattia,
di più complesso ed insieme ancor più profondamente radicato
nell'umanità stessa. Una certa idea di questo problema ci viene dalla
distinzione tra sofferenza fisica e sofferenza morale. Questa distinzione prende
come fondamento la duplice dimensione dell'essere umano, ed indica l'elemento
corporale e spirituale come l'immediato o diretto soggetto della sofferenza. Per
quanto si possano, fino ad un certo grado, usare come sinonimi le parole «
sofferenza » e « dolore », la sofferenza fisica si
verifica quando in qualsiasi modo « duole il corpo », mentre la
sofferenza morale è « dolore dell'anima ». Si tratta,
infatti, del dolore di natura spirituale, e non solo della dimensione «
psichica » del dolore che accompagna sia la sofferenza morale, sia quella
fisica. La vastità e la multiformità della sofferenza morale non
sono certamente minori di quella fisica; al tempo stesso, però, essa
sembra quasi meno identificata e meno raggiungibile dalla terapia.
6. La Sacra Scrittura è un grande libro sulla sofferenza. Riportiamo
dai Libri dell'Antico Testamento solo alcuni esempi di situazioni, che recano i
segni della sofferenza e, prima di tutto, di quella morale: il pericolo di
morte(5), la morte dei propri figli(6) e, specialmente, la morte del figlio
primogenito ed unico(7), e poi anche: la mancanza di prole(8), la nostalgia per
la patria(9), la persecuzione e l'ostilità dell'ambiente(10), lo scherno
e la derisione per il sofferente(11), la solitudine e l'abbandono(12); ed
ancora: i rimorsi di coscienza(13), la difficoltà di capire perché
i cattivi prosperano e i giusti soffrono(14), l'infedeltà e
l'ingratitudine da parte degli amici e dei vicini(15); infine: le sventure della
propria nazione(16).
L'Antico Testamento, trattando l'uomo come un « insieme »
psicofisico, unisce spesso le sofferenze « morali » col dolore di
determinate parti dell'organismo: delle ossa(17), dei reni(18), del fegato(19),
dei visceri(20), del cuore(21). Non si può, infatti, negare che le
sofferenze morali abbiano anche una loro componente « fisica », o
somatica, e che spesso si riflettano sullo stato dell'intero organismo.
7. Come si vede dagli esempi riportati, nella Sacra Scrittura troviamo un
vasto elenco di situazioni variamente dolorose per l'uomo. Questo elenco
diversificato certamente non esaurisce tutto ciò che in tema di
sofferenza ha già detto e costantemente ripete il libro della storia
dell'uomo (questo è piuttosto un « libro non scritto »),
ed ancor più il libro della storia dell'umanità, letto attraverso
la storia di ogni uomo.
Si può dire che l'uomo soffre, allorquando sperimenta un
qualsiasi male. Nel vocabolario dell'Antico Testamento il rapporto tra
sofferenza e male si pone in evidenza come identità. Quel vocabolario,
infatti, non possedeva una parola specifica per indicare la « sofferenza »;
perciò, definiva come « male » tutto ciò che era
sofferenza»(22). Solamente la lingua greca e, insieme con essa, il Nuovo
Testamento (e le versioni greche dall'Antico) si servono del verbo «pasko =
sono affetto da ..., provo una sensazione, soffro »; e grazie ad esso la
sofferenza non è più direttamente identificabile col male
(oggettivo), ma esprime una situazione nella quale l'uomo prova il male e,
provandolo, diventa soggetto di sofferenza. Questa invero ha, ad un tempo, carattere
attivo e passivo (da « patior »). Perfino quando l'uomo si
provoca da solo una sofferenza, quando è l'autore di essa, questa
sofferenza rimane qualcosa di passivo nella sua essenza metafisica.
Ciò, tuttavia, non vuol dire che la sofferenza in senso psicologico
non sia contrassegnata da una specifica « attività ». Questa
è, infatti, quella molteplice e soggettivamente differenziata «
attività » di dolore, di tristezza, di delusione, di abbattimento o,
addirittura, di disperazione, a seconda dell'intensità della sofferenza,
della sua profondità e, indirettamente, a seconda di tutta la struttura
del soggetto sofferente e della sua specifica sensibilità. Al centro di
ciò che costituisce la forma psicologica della sofferenza si trova sempre
un'esperienza del male, a causa del quale l'uomo soffre.
Così dunque la realtà della sofferenza provoca l'interrogativo
sull'essenza del male: che cosa è il male?
Questo interrogativo sembra, in un certo senso, inseparabile dal tema della
sofferenza. La risposta cristiana ad esso è diversa da quella che viene
data da alcune tradizioni culturali e religiose, le quali ritengono che
l'esistenza sia un male, dal quale bisogna liberarsi. Il cristianesimo proclama
l'essenziale bene dell'esistenza e il bene di ciò che esiste,
professa la bontà del Creatore e proclama il bene delle creature. L'uomo
soffre a causa del male, che è una certa mancanza, limitazione o
distorsione del bene. Si potrebbe dire che l'uomo soffre a motivo di un bene
al quale egli non partecipa, dal quale viene, in un certo senso, tagliato
fuori, o del quale egli stesso si è privato. Soffre in particolare quando
« dovrebbe » aver partenell'ordine normale delle cosea
questo bene, e non l'ha.
Cosi dunque nel concetto cristiano la realtà della sofferenza si
spiega per mezzo del male, che è sempre, in qualche modo, in riferimento
ad un bene.
8. La sofferenza umana costituisce in se stessa quasi uno specifico «
mondo » che esiste insieme all'uomo, che appare in lui e passa, e a
volte non passa, ma in lui si consolida ed approfondisce. Questo mondo della
sofferenza, diviso in molti, in numerosissimi soggetti, esiste quasi nella
dispersione. Ogni uomo, mediante la sua personale sofferenza, costituisce
non solo una piccola parte di quel « mondo », ma al tempo stesso quel «
mondo » è in lui come un'entità finita e irripetibile. Di
pari passo con ciò va, tuttavia, la dimensione interumana e sociale. Il
mondo della sofferenza possiede quasi una sua propria compattezza. Gli
uomini sofferenti si rendono simili tra loro mediante l'analogia della
situazione, la prova del destino, oppure mediante il bisogno di comprensione e
di premura, e forse soprattutto mediante il persistente interrogativo circa il
senso di essa. Benché dunque il mondo della sofferenza esista nella
dispersione, al tempo stesso contiene in se' una singolare sfida alla
comunione e alla solidarietà. Cercheremo anche di seguire un tale
appello nella presente riflessione.
Pensando al mondo della sofferenza nel suo significato personale ed insieme
collettivo, non si può, infine, non notare il fatto che un tal mondo, in
alcuni periodi di tempo ed in alcuni spazi dell'esistenza umana, quasi si
addensa in modo particolare. Ciò accade, per esempio, nei casi di
calamità naturali, di epidemie, di catastrofi e di cataclismi, di diversi
flagelli sociali: si pensi, ad esempio, a quello di un cattivo raccolto e legato
ad esso oppure a diverse altre cause al flagello della fame.
Si pensi, infine, alla guerra. Parlo di essa in modo speciale. Parlo della
ultime due guerre mondiali, delle quali la seconda ha portato con se' una messe
molto più grande di morte ed un cumulo più pesante di umane
sofferenze. A sua volta, la seconda metà del nostro secolo quasi
in proporzione agli errori ed alle trasgressioni della nostra civiltà
contemporanea porta in se' una minaccia così orribile di guerra
nucleare, che non possiamo pensare a questo periodo se non in termini di un
accumulo incomparabile di sofferenze, fino alla possibile auto-distruzione
dell'umanità. In questo modo quel mondo di sofferenza, che in definitiva
ha il suo soggetto in ciascun uomo, sembra trasformarsi nella nostra epoca
forse più che in qualsiasi altro momento in una particolare «
sofferenza del mondo »: del mondo che come non mai è trasformato dal
progresso per opera dell'uomo e, in pari tempo, come non mai è in
pericolo a causa degli errori e delle colpe dell'uomo.
III
ALLA RICERCA DELLA RISPOSTA ALL' INTERROGATIVO SUL SENSO DELLA
SOFFERENZA
9. All'interno di ogni singola sofferenza provata dall'uomo e, parimenti,
alla base dell'intero mondo delle sofferenze appare inevitabilmente l'interrogativo:
perché? E' un interrogativo circa la causa, la ragione, ed insieme un
interrogativo circa lo scopo (perché?) e, in definitiva, circa il
senso. Esso non solo accompagna l'umana sofferenza, ma sembra addirittura
determinarne il contenuto umano, ciò per cui la sofferenza è
propriamente sofferenza umana.
Ovviamente il dolore, specie quello fisico, è ampiamente diffuso nel
mondo degli animali. Però solo l'uomo, soffrendo, sa di soffrire e se ne
chiede il perché; e soffre in modo umanamente ancor più profondo,
se non trova soddisfacente risposta. Questa è una domanda difficile,
così come lo è un'altra, molto affine, cioè quella
intorno al male. Perché il male? Perché il male nel mondo? Quando
poniamo l'interrogativo in questo modo, facciamo sempre, almeno in una certa
misura, una domanda anche sulla sofferenza.
L'uno e l'altro interrogativo sono difficili, quando l'uomo li pone
all'uomo, gli uomini agli uomini, come anche quando l'uomo li pone a Dio.
L'uomo, infatti, non pone questo interrogativo al mondo, benché molte
volte la sofferenza gli provenga da esso, ma lo pone a Dio come al Creatore e al
Signore del mondo. Ed è ben noto come sul terreno di questo interrogativo
si arrivi non solo a molteplici frustrazioni e conflitti nei rapporti dell'uomo
con Dio, ma capiti anche che si giunga alla negazione stessa di Dio. Se,
infatti, l'esistenza del mondo apre quasi lo sguardo dell'anima umana
all'esistenza di Dio, alla sua sapienza, potenza e magnificenza, allora il male
e la sofferenza sembrano offuscare quest'immagine, a volte in modo radicale,
tanto più nella quotidiana drammaticità di tante sofferenze senza
colpa e di tante colpe senza adeguata pena. Perciò, questa circostanza
forse ancor più di qualunque altra indica quanto sia importante
l'interrogativo sul senso della sofferenza,
e con quale acutezza occorra trattare sia l'interrogativo stesso, sia ogni
possibile risposta da darvi.
10. L'uomo può rivolgere un tale interrogativo a Dio con tutta la
commozione del suo cuore e con la mente piena di stupore e di inquietudine; e
Dio aspetta la domanda e l'ascolta, come vediamo nella Rivelazione dell'Antico
Testamento. Nel Libro di Giobbe l'interrogativo ha trovato la sua espressione più
viva.
E' nota la storia di questo uomo giusto, il quale senza nessuna colpa da
parte sua viene provato da innumerevoli sofferenze. Egli perde i beni, i figli e
le figlie, ed infine viene egli stesso colpito da una grave malattia. In
quest'orribile situazione si presentano nella sua casa i tre vecchi conoscenti,
i quali ognuno con diverse parole cercano di convincerlo che,
poiché è stato colpito da una così molteplice e terribile
sofferenza, egli deve aver commesso una qualche colpa grave. La
sofferenza essi dicono colpisce infatti sempre l'uomo come pena
per un reato; viene mandata da Dio assolutamente giusto e trova la propria
motivazione nell'ordine della giustizia. Si direbbe che i vecchi amici di Giobbe
vogliano non solo convincerlo della giustezza morale del male, ma in un
certo senso tentino di difendere davanti a se' stessi il senso morale
della sofferenza. Questa, ai loro occhi, può avere esclusivamente un
senso come pena per il peccato, esclusivamente dunque sul terreno della
giustizia di Dio, che ripaga col bene il bene e col male il male.
Il punto di riferimento è in questo caso la dottrina espressa in
altri scritti dell'Antico Testamento, che ci mostrano la sofferenza come pena
inflitta da Dio per i peccati degli uomini. Il Dio della Rivelazione è
Legislatore e Giudice in una tale misura, quale nessuna autorità
temporale può avere. Il Dio della Rivelazione, infatti, è prima di
tutto il Creatore, dal quale, insieme con l'esistenza, proviene
il bene essenziale della creazione. Pertanto, anche la consapevole e libera
violazione di questo bene da parte dell'uomo è non solo una trasgressione
della legge, ma al tempo stesso un'offesa al Creatore, che è il primo
Legislatore. Tale trasgressione ha carattere di peccato, secondo il significato
esatto, cioè biblico e teologico, di questa parola. Al male morale
del peccato corrisponde la punizione, che garantisce l'ordine morale
nello stesso senso trascendente, nel quale quest'ordine è stabilito dalla
volontà del Creatore e supremo Legislatore. Di qui deriva anche una delle
fondamentali verità della fede religiosa, basata del pari sulla
Rivelazione: che cioè Dio è giudice giusto, il quale premia il
bene e punisce il male: « Tu, Signore, sei giusto in tutto ciò che
hai fatto; tutte le tue opere sono vere, rette le tue vie e giusti tutti i tuoi
giudizi. Giusto è stato il tuo giudizio per quanto hai fatto ricadere su
di noi ... Con verità e giustizia tu ci hai inflitto tutto questo a causa
dei nostri peccati »(23).
Nell'opinione espressa dagli amici di Giobbe, si manifesta una convinzione
che si trova anche nella coscienza morale dell'umanità: l'ordine morale
oggettivo richiede una pena per la trasgressione, per il peccato e per il reato.
La sofferenza appare, da questo punto di vita, come un « male giustificato ».
La convinzione di coloro che spiegano la sofferenza come punizione del peccato
trova il suo sostegno nell'ordine della giustizia, e ciò corrisponde
all'opinione espressa da un amico di Giobbe: « Per quanto io ho visto, chi
coltiva iniquità, chi semina affanni, li raccoglie »(24).
11. Giobbe, tuttavia, contesta la verità del principio, che
identifica la sofferenza con la punizione del peccato. E lo fa in base alla
propria opinione. Infatti, egli è consapevole di non aver meritato una
tale punizione, anzi espone il bene che ha fatto nella sua vita. Alla fine Dio
stesso rimprovera gli amici di Giobbe per le loro accuse e riconosce che Giobbe
non è colpevole. La sua è la sofferenza di un innocente; deve
essere accettata come un mistero, che l'uomo non è in grado di penetrare
fino in fondo con la sua intelligenza.
Il Libro di Giobbe non intacca le basi dell'ordine morale trascendente,
fondato sulla giustizia, quali son proposte dalla Rivelazione, nell'Antica e
nella Nuova Alleanza. Al tempo stesso, però, il Libro dimostra con tutta
fermezza che i principi di quest'ordine non si possono applicare in modo
esclusivo e superficiale. Se è vero che la sofferenza ha un senso come
punizione, quando è legata alla colpa, non è vero, invece,
che ogni sofferenza sia conseguenza della colpa ed abbia carattere di
punizione. La figura del giusto Giobbe ne è una prova speciale
nell'Antico Testamento. La Rivelazione, parola di Dio stesso, pone con tutta
franchezza il problema della sofferenza dell'uomo innocente: la sofferenza senza
colpa. Giobbe non è stato punito, non vi erano le basi per infliggergli
una pena, anche se è stato sottoposto ad una durissima prova.
Dall'introduzione del Libro risulta che Dio permise questa prova per
provocazione di Satana. Questi, infatti, aveva contestato davanti al Signore la
giustizia di Giobbe: « Forse che Giobbe teme Dio per nulla? ... Tu hai
benedetto il lavoro delle sue mani, e il suo bestiame abbonda sulla terra. Ma
stendi un poco la mano e tocca quanto ha, e vedrai come ti benedirà in
faccia »(25). E se il Signore acconsente a provare Giobbe con la
sofferenza, lo fa per dimostrarne la giustizia. La sofferenza ha
carattere di prova.
I1 Libro di Giobbe non è l'ultima parola della Rivelazione su questo
tema. In un certo modo esso è un annuncio della passione di Cristo. Ma,
già da solo, è un argomento sufficiente, perché la
risposta all'interrogativo sul senso della sofferenza non sia collegata senza
riserve con l'ordine morale, basato sulla sola giustizia. Se una tale risposta
ha una sua fondamentale e trascendente ragione e validità, al tempo
stesso essa si dimostra non solo insoddisfacente in casi analoghi alla
sofferenza del giusto Giobbe, ma anzi sembra addirittura appiattire ed
impoverire il concetto di giustizia, che incontriamo nella Rivelazione.
12. Il Libro di Giobbe pone in modo acuto il « perché »
della sofferenza, mostra pure che essa colpisce l'innocente, ma non dà
ancora la soluzione al problema.
Già nell'Antico Testamento notiamo un orientamento che tende a
superare il concetto, secondo cui la sofferenza ha senso unicamente come
punizione del peccato, in quanto si sottolinea nello stesso tempo il valore
educativo della pena sofferenza. Così dunque, nelle sofferenze inflitte
da Dio al popolo eletto è racchiuso un invito della sua misericordia, la
quale corregge per condurre alla conversione: « Questi castighi non vengono
per la distruzione, ma per la correzione del nostro popolo »(26).
Così si afferma la dimensione personale della pena. Secondo tale
dimensione, la pena ha senso non soltanto perché serve a ripagare lo
stesso male oggettivo della trasgressione con un altro male, ma prima di tutto
perché essa crea la possibilità di ricostruire il bene nello
stesso soggetto sofferente.
Questo è un aspetto estremamente importante della sofferenza. Esso è
profondamente radicato nell'intera Rivelazione dell'Antica e, soprattutto, della
Nuova Alleanza. La sofferenza deve servire alla conversione, cioè
alla ricostruzione del bene nel soggetto, che può riconoscere la
misericordia divina in questa chiamata alla penitenza. La penitenza ha come
scopo di superare il male, che sotto diverse forme è latente nell'uomo, e
di consolidare il bene sia in lui stesso, sia nei rapporti con gli altri e,
soprattutto, con Dio.
13. Ma per poter percepire la vera risposta al « perché »
della sofferenza, dobbiamo volgere il nostro sguardo verso la rivelazione
dell'amore divino, fonte ultima del senso di tutto ciò che esiste.
L'amore è anche la fonte più ricca del senso della sofferenza, che
rimane sempre un mistero: siamo consapevoli dell'insufficienza ed inadeguatezza
delle nostre spiegazioni. Cristo ci fa entrare nel mistero e ci fa scoprire il «
perché » della sofferenza, in quanto siamo capaci di comprendere la
sublimità dell'amore divino.
Per ritrovare il senso profondo della sofferenza, seguendo la Parola
rivelata di Dio, bisogna aprirsi largamente verso il soggetto umano nella sua
molteplice potenzialità. Bisogna, soprattutto, accogliere la luce della
Rivelazione non soltanto in quanto essa esprime l'ordine trascendente della
giustizia, ma in quanto illumina questo ordine con l'amore, quale sorgente
definitiva di tutto ciò che esiste. L'Amore è anche la sorgente più
piena della risposta all'interrogativo sul senso della sofferenza. Questa
risposta è stata data da Dio all'uomo nella Croce di Gesù Cristo.
IV
GESU' CRISTO: LA SOFFERENZA VINTA DALL'AMORE
14. « Dio infatti ha tanto amato il mondo che ha dato il suo Figlio
unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita
eterna »(27).
Queste parole, pronunciate da Cristo nel colloquio con Nicodemo, ci
introducono nel centro stesso dell'azione salvifica di Dio. Esse
esprimono anche l'essenza stessa della soteriologia cristiana, cioè della
teologia della salvezza. Salvezza significa liberazione dal male, e per ciò
stesso rimane in stretto rapporto col problema della sofferenza. Secondo le
parole rivolte a Nicodemo, Dio dà il suo Figlio al « mondo »
per liberare l'uomo dal male, che porta in se' la definitiva ed assoluta
prospettiva della sofferenza. Contemporaneamente, la stessa parola « dà
»(«ha dato ») indica che questa liberazione deve essere
compiuta dal Figlio unigenito mediante la sua propria sofferenza. E in ciò
si manifesta l'amore, l'amore infinito sia di quel Figlio unigenito, sia del
Padre, il quale « dà » per questo il suo Figlio. Questo è
l'amore per l'uomo, l'amore per il « mondo »: è l'amore
salvifico.
Ci troviamo qui occorre rendersene conto chiaramente nella nostra
comune riflessione su questo problema in una dimensione completamente
nuova del nostro tema. E' dimensione diversa da quella che determinava e, in un
certo senso, chiudeva la ricerca del significato della sofferenza entro i limiti
della giustizia. Questa è la dimensione della Redenzione , alla
quale nell'Antico Testamento già sembrano preludere, almeno secondo il
testo della Volgata, le parole del giusto Giobbe: « Io so infatti che il
mio Redentore vive, e che nell'ultimo giorno... vedrò il mio Dio... »(28).
Mentre finora la nostra considerazione si è concentrata prima di tutto e,
in un certo senso, esclusivamente sulla sofferenza nella sua molteplice forma
temporale (come anche le sofferenze del giusto Giobbe), invece le parole, ora
riportate dal colloquio di Gesù con Nicodemo, riguardano la
sofferenza nel suo senso fondamentale e definitivo. Dio dà il suo
Figlio unigenito, affinché l'uomo « non muoia », e il
significato di questo « non muoia » viene precisato accuratamente
dalle parole successive: « ma abbia la vita eterna ».
L'uomo « muore », quando perde « la vita eterna ». Il
contrario della salvezza non è, quindi, la sola sofferenza temporale, una
qualsiasi sofferenza, ma la sofferenza definitiva: la perdita della vita eterna,
l'essere respinti da Dio, la dannazione. Il Figlio unigenito è stato dato
all'umanità per proteggere l'uomo, prima di tutto, contro questo male
definitivo e contro la sofferenza definitiva. Nella sua missione
salvifica egli deve, dunque, toccare il male alle sue stesse radici
trascendentali, dalle quali esso si sviluppa nella storia dell'uomo. Tali radici
trascendentali del male sono fissate nel peccato e nella morte: esse, infatti,
si trovano alla base della perdita della vita eterna. La missione del Figlio
unigenito consiste nel vincere il peccato e la morte. Egli vince il
peccato con la sua obbedienza fino alla morte, e vince la morte con la sua
risurrezione.
15. Quando si dice che Cristo con la sua missione tocca il male alle sue
stesse radici, noi abbiamo in mente non solo il male e la sofferenza definitiva,
escatologica (perché l'uomo « non muoia, ma abbia la vita eterna »),
ma anche almeno indirettamente il male e la sofferenza nella
loro dimensione temporale e storica. Il male, infatti, rimane
legato al peccato e alla morte. E anche se con grande cautela si deve giudicare
la sofferenza dell'uomo come conseguenza di peccati concreti (ciò indica
proprio l'esempio del giusto Giobbe), tuttavia essa non può essere
distaccata dal peccato delle origini, da ciò che in san Giovanni è
chiamato « il peccato del mondo »(29), dallo sfondo peccaminoso
delle azioni personali e dei processi sociali nella storia dell'uomo. Se non
è lecito applicare qui il criterio ristretto della diretta dipendenza
(come facevano i tre amici di Giobbe), tuttavia non si può neanche
rinunciare al criterio che, alla base delle umane sofferenze, vi è un
multiforme coinvolgimento nel peccato.
Similmente avviene quando si tratta della morte. Molte volte essa è
attesa persino come una liberazione dalle sofferenze di questa vita. Al tempo
stesso, non è possibile lasciarsi sfuggire che essa costituisce quasi una
definitiva sintesi della loro opera distruttiva sia nell'organismo corporeo che
nella psiche. Ma, prima di tutto la morte comporta la dissociazione dell'intera
personalità psicofisica dell'uomo. L'anima sopravvive e sussiste separata
dal corpo, mentre il corpo viene sottoposto ad una graduale decomposizione
secondo le parole del Signore Dio, pronunciate dopo il peccato commesso
dall'uomo agli inizi della sua storia terrena: « Tu sei polvere e in
polvere ritornerai »(30). Anche se dunque la morte non è una
sofferenza nel senso temporale della parola, anche se in un certo modo si
trova al di là di tutte le sofferenze, contemporaneamente il
male, che l'essere umano sperimenta in essa, ha un caratere definitivo e
totalizzante. Con la sua opera salvifica il Figlio unigenito libera l'uomo dal
peccato e dalla morte. Prima di tutto egli cancella dalla storia
dell'uomo il dominio del peccato, che si è radicato sotto
l'influsso dello Spirito maligno, iniziando dal peccato originale, e dà
poi all'uomo la possibilità di vivere nella Grazia santificante. Sulla
scia della vittoria sul peccato egli toglie anche il dominio della morte,
dando, con la sua risurrezione, l'avvio alla futura risurrezione dei corpi.
L'una e l'altra sono condizione essenziale della « vita eterna », cioè
della definitiva felicità dell'uomo in unione con Dio; ciò vuol
dire, per i salvati, che nella prospettiva escatologica la sofferenza è
totalmente cancellata.
In conseguenza dell'opera salvifica di Cristo l'uomo esiste sulla terra con
la speranza della vita e della santità eterne. E anche se la vittoria
sul peccato e sulla morte, riportata da Cristo con la sua croce e risurrezione,
non abolisce le sofferenze temporali dalla vita umana, né libera dalla
sofferenza l'intera dimensione storica dell'esistenza umana, tuttavia su tutta
questa dimensione e su ogni sofferenza essa getta una luce nuova, che è
la luce della salvezza. E' questa la luce del Vangelo, cioè della Buona
Novella. Al centro di questa luce si trova la verità enunciata nel
colloquio con Nicodemo: « Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il
suo Figlio unigenito »(31). Questa verità cambia dalle sue
fondamenta il quadro della storia dell'uomo e della sua situazione terrena:
nonostante il peccato che si è radicato in questa storia e come eredità
originale e come « peccato del mondo » e come somma dei peccati
personali, Dio Padre ha amato il Figlio unigenito, cioè lo ama in modo
durevole; nel tempo poi, proprio per quest'amore che supera tutto, egli « dà
» questo Figlio, affinché tocchi le radici stesse del male umano e
così si avvicini in modo salvifico all'intero mondo della sofferenza, di
cui l'uomo è partecipe.
16. Nella sua attività messianica in mezzo a Israele Cristo si è
avvicinato incessantemente al mondo dell'umana sofferenza. « Passò
facendo del bene »(32), e questo suo operare riguardava, prima di tutto, i
sofferenti e coloro che attendevano aiuto. Egli guariva gli ammalati, consolava
gli afflitti, nutriva gli affamati, liberava gli uomini dalla sordità,
dalla cecità, dalla lebbra, dal demonio e da diverse minorazioni fisiche,
tre volte restituì ai morti la vita. Era sensibile a ogni umana
sofferenza, sia a quella del corpo che a quella dell'anima. E al tempo stesso
ammaestrava, ponendo al centro del suo insegnamento le otto beatitudini,
che sono indirizzate agli uomini provati da svariate sofferenze nella vita
temporale. Essi sono « i poveri in spirito » e « gli afflitti »,
e « quelli che hanno fame e sete della giustizia » e « i
perseguitati per causa della giustizia », quando li insultano, li
perseguitano e mentendo, dicono ogni sorta di male contro di loro per causa di
Cristo(33)... Così secondo Matteo; Luca menziona esplicitamente coloro «
che ora hanno fame »(34).
Ad ogni modo Cristo si è avvicinato soprattutto al mondo dell'umana
sofferenza per il fatto di aver assunto egli stesso questa sofferenza su di
se'. Durante la sua attività pubblica provò non solo la
fatica, la mancanza di una casa, l'incomprensione persino da parte dei più
vicini, ma, più di ogni cosa, venne sempre più ermeticamente
circondato da un cerchio di ostilità e divennero sempre più chiari
i preparativi per toglierlo di mezzo dai viventi. Cristo è consapevole di
ciò, e molte volte parla ai suoi discepoli delle sofferenze e della morte
che lo attendono: « Ecco, noi saliamo a Gerusalemme e il Figlio dell'uomo
sarà consegnato ai sommi sacerdoti e agli scribi: lo
condanneranno a morte, lo consegneranno ai pagani, lo scherniranno, gli
sputeranno addosso, lo flagelleranno e lo uccideranno; ma dopo tre giorni
risusciterà »(35). Cristo va incontro alla sua passione e morte con
tutta la consapevolezza della missione che ha da compiere proprio in questo
modo. Proprio per mezzo di questa sua sofferenza egli deve far sì
« che l'uomo non muoia, ma abbia la vita eterna ». Proprio per mezzo
della sua Croce deve toccare le radici del male, piantate nella storia dell'uomo
e nelle anime umane. Proprio per mezzo della sua Croce deve compiere l'opera
della salvezza. Quest'opera, nel disegno dell'eterno Amore, ha un carattere
redentivo.
E perciò Cristo rimprovera severamente Pietro, quando vuole fargli
abbandonare i pensieri sulla sofferenza e sulla morte di Croce(36). E quando,
durante la cattura nel Getsemani, lo stesso Pietro tenta di difenderlo con la
spada, Cristo gli dice: « Rimetti la spada nel fodero... Ma come allora
si adempirebbero le Scritture, secondo le quali così deve
avvenire? »(37). Ed inoltre dice: « Non devo forse bere il calice
che il Padre mi ha dato? »(38). Questa risposta come altre che
ritornano in diversi punti del Vangelo mostra quanto profondamente Cristo
fosse penetrato dal pensiero che già aveva espresso nel colloquio con
Nicodemo: « Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio
unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita
eterna »(39). Cristo s'incammina verso la propria sofferenza, consapevole
della sua forza salvifica, va obbediente al Padre, ma prima di tutto è
unito al Padre in quest'amore, col quale Egli ha amato il mondo e l'uomo
nel mondo. E per questo San Paolo scriverà di Cristo: « Mi ha amato
e ha dato se stesso per me »(40).
17. Le Scritture dovevano adempiersi. Erano molti i testi messianici
dell'Antico Testamento che preludevano alle sofferenze del futuro Unto di Dio.
Tra tutti particolarmente toccante è quello che di solito è
chiamato il quarto Carme del Servo di Jahvé, contenuto nel Libro
di Isaia. Il profeta, che giustamente viene chiamato « il quinto
evangelista », presenta in questo Carme l'immagine delle sofferenze del
Servo con un realismo così acuto quasi le vedesse con i propri occhi: con
gli occhi del corpo e dello spirito. La passione di Cristo diventa, alla luce
dei versetti di Isaia, quasi ancora più espressiva e toccante che non
nelle descrizioni degli stessi evangelisti. Ecco, si presenta davanti a noi il
vero Uomo dei dolori:
« Non ha apparenza né bellezza per attirare i nostri
sguardi... Disprezzato e reietto dagli uomini, uomo dei dolori che
ben conosce il patire, come uno davanti al quale ci si copre la faccia,
era disprezzato e non ne avevamo alcuna stima. Eppure, egli si è
caricato delle nostre sofferenze, si è addossato i nostri
dolori,
e noi lo giudicavamo castigato, percosso da Dio e umiliato. Egli
è stato trafitto per i nostri delitti, schiacciato per le nostre
iniquità. Il castigo che ci dà salvezza si è abbattuto
su di lui; per le sue piaghe noi siamo stati guariti. Noi tutti eravamo
sperduti come un gregge, ognuno di noi seguiva la sua strada; il
Signore fece ricadere su di lui l'iniquità di noi tutti »(41).
Il Carme del Servo sofferente contiene una descrizione nella quale si
possono, in un certo senso, identificare i momenti della passione di Cristo in
vari loro particolari: l'arresto, l'umiliazione, gli schiaffi, gli sputi, il
vilipendio della dignità stessa del prigioniero, l'ingiusto giudizio, e
poi la flagellazione, la coronazione di spine e lo scherno, il cammino con la
croce, la crocifissione, l'agonia.
Più ancora di questa descrizione della passione ci colpisce nelle
parole del profeta la profondità del sacrificio di Cristo. Ecco,
egli, benché innocente, si addossa le sofferenze di tutti gli uomini,
perché si addossa i peccati di tutti. « Il Signore fece ricadere su
di lui l'iniquità di tutti »: tutto il peccato dell'uomo nella sua
estensione e profondità diventa la vera causa della sofferenza del
Redentore. Se la sofferenza « viene misurata » col male sofferto,
allora le parole del profeta ci permettono di comprendere la misura di
questo male e di questa sofferenza, di cui Cristo si è caricato. Si
può dire che questa è sofferenza « sostitutiva »;
soprattutto, però, essa è « redentiva ». L'Uomo dei
dolori di quella profezia è veramente quell'« agnello di Dio, che
toglie il peccato del mondo »(42). Nella sua sofferenza i peccati vengono
cancellati proprio perché egli solo come Figlio unigenito poté
prenderli su di sé, assumerli con quell'amore verso il Padre che
supera il male di ogni peccato; in un certo senso annienta questo male nello
spazio spirituale dei rapporti tra Dio e l'umanità, e riempie questo
spazio col bene.
Tocchiamo qui la dualità di natura di un unico soggetto personale
della sofferenza redentiva. Colui, che con la sua passione e morte sulla Croce
opera la Redenzione, è il Figlio unigenito che Dio « ha dato ».
E nello stesso tempo questo Figlio consostanziale al Padre soffre come uomo.
La sua sofferenza ha dimensioni umane, ha anche uniche nella storia
dell'umanità una profondità ed intensità che, pur
essendo umane, possono essere anche incomparabili profondità ed intensità
di sofferenza, in quanto l'Uomo che soffre è in persona lo stesso Figlio
unigenito: « Dio da Dio ». Dunque, soltanto Lui il Figlio
unigenito è capace di abbracciare la misura del male contenuta nel
peccato dell'uomo: in ogni peccato e nel peccato « totale », secondo
le dimensioni dell'esistenza storica dell'umanità sulla terra.
18. Si può dire che le suddette considerazioni ci conducono ormai
direttamente al Getsemani e sul Golgota, dove si è adempiuto il Carme del
Servo sofferente, contenuto nel Libro d'Isaia. Ancora prima di andarvi, leggiamo
i successivi versetti del Carme, che dànno un'anticipazione profetica
della passione del Getsemani e del Golgota. Il Servo sofferente e questo
a sua volta è essenziale per un'analisi della passione di Cristo
si addossa quelle sofferenze, di cui si è detto, in modo del
tutto volontario:
« Maltrattato, si lasciò umiliare e non aprì la sua
bocca; era come agnello condotto al macello, come pecora muta di fronte
ai suoi tosatori, e non aprì la sua bocca. Con oppressione e
ingiusta sentenza fu tolto di mezzo; chi si affligge per la sua sorte? Sì,
fu eliminato dalla terra dei viventi, per l'iniquità del mio popolo
fu percosso a morte. Gli si diede la sepoltura con gli empi, con il
ricco fu il suo tumulo, sebbene non avesse commesso violenza, né
vi fosse inganno nella sua bocca »(43).
Cristo soffre volontariamente e soffre innocentemente. Accoglie con
la sua sofferenza quell'interrogativo, che posto molte volte dagli uomini
è stato espresso, in un certo senso, in modo radicale dal Libro di
Giobbe. Cristo, tuttavia, non solo porta con sé la stessa domanda (e ciò
in modo ancor più radicale, poiché egli non è solo un uomo
come Giobbe, ma è l'unigenito Figlio di Dio), ma porta anche il massimo
della possibile risposta a questo interrogativo. La risposta emerge, si può
dire, dalla stessa materia, di cui è costituita la domanda. Cristo dà
la risposta all'interrogativo sulla sofferenza e sul senso della sofferenza non
soltanto col suo insegnamento, cioè con la Buona Novella, ma prima di
tutto con la propria sofferenza, che con un tale insegnamento della Buona
Novella è integrata in modo organico ed indissolubile. E questa è
l'ultima, sintetica parola di questo insegnamento: « la
parola della Croce », come dirà un giorno San Paolo(44).
Questa « parola della Croce » riempie di una realtà
definitiva l'immagine dell'antica profezia. Molti luoghi, molti discorsi durante
l'insegnamento pubblico di Cristo testimoniano come egli accetti sin dall'inizio
questa sofferenza, che è la volontà del Padre per la salvezza del
mondo. Tuttavia, un punto definitivo diventa qui la preghiera nel Getsemani.
Le parole: « Padre mio, se è possibile, passi da me questo
calice! Però non come voglio io, ma come vuoi tu! »(45), e in
seguito: « Padre mio, se questo calice non può passare da me senza
che io lo beva, sia fatta la tua volontà »(46), hanno una multiforme
eloquenza. Esse provano la verità di quell'amore, che il Figlio unigenito
dà al Padre nella sua obbedienza. Al tempo stesso, attestano la verità
della sua sofferenza. Le parole della preghiera di Cristo al Getsemani provano
la verità dell'amore mediante la verità della sofferenza. Le
parole di Cristo confermano con tutta semplicità questa umana verità
della sofferenza, fino in fondo: la sofferenza è un subire il male,
davanti al quale l'uomo rabbrividisce. Egli dice: « passi da me »,
proprio così, come dice Cristo nel Getsemani.
Le sue parole attestano insieme quest'unica ed incomparabile profondità
ed intensità della sofferenza, che poté sperimentare solamente
l'Uomo che è il Figlio unigenito. Esse attestano quella profondità
ed intensità, che le parole profetiche sopra riportate aiutano, a
loro modo, a capire: non certo fino in fondo (per questo si dovrebbe penetrare
il mistero divino-umano del Soggetto), ma almeno a percepire quella differenza
(e somiglianza insieme) che si verifica tra ogni possibile sofferenza dell'uomo
e quella del Dio-Uomo. Il Getsemani è il luogo, nel quale appunto questa
sofferenza, in tutta la verità espressa dal profeta circa il male in essa
provato, si è rivelata quasi definitivamente davanti agli occhi
dell'anima di Cristo.
Dopo le parole nel Getsemani vengono le parole pronunciate sul Golgota, che
testimoniano questa profondità unica nella storia del mondo
del male della sofferenza che si prova. Quando Cristo dice: « Dio mio, Dio
mio, perché mi hai abbandonato? », le sue parole non sono solo
espressione di quell'abbandono che più volte si faceva sentire
nell'Antico Testamento, specialmente nei Salmi e, in particolare, in quel Salmo
22 [21], dal quale provengono le parole citate(47). Si può dire che
queste parole sull'abbandono nascono sul piano dell'inseparabile unione del
Figlio col Padre, e nascono perché il Padre « fece ricadere su di
lui l'iniquità di noi tutti » (48) è sulla traccia di ciò
che dirà San Paolo: « Colui che non aveva conosciuto peccato, Dio lo
trattò da peccato in nostro favore »(49). Insieme con questo
orribile peso, misurando « l'intero » male di voltare le spalle a
Dio, contenuto nel peccato, Cristo, mediante la divina profondità
dell'unione filiale col Padre, percepisce in modo umanamente inesprimibile questa
sofferenza che è il distacco, la ripulsa del Padre, la
rottura con Dio. Ma proprio mediante tale sofferenza egli compie la Redenzione,
e può dire spirando: « Tutto è compiuto »(50).
Si può anche dire che si è adempiuta la Scrittura, che sono
state definitivamente attuate nella realtà le parole di detto Carme del
Servo sofferente: « Al Signore è piaciuto prostrarlo con dolori »(51).
L'umana sofferenza ha raggiunto il suo culmine nella passione di Cristo. E
contemporaneamente essa è entrata in una dimensione completamente nuova e
in un nuovo ordine: è stata legata all'amore, a quell'amore del
quale Cristo parlava a Nicodemo, a quell'amore che crea il bene ricavandolo
anche dal male, ricavandolo per mezzo della sofferenza, così come il bene
supremo della redenzione del mondo è stato tratto dalla Croce di Cristo,
e costantemente prende da essa il suo avvio. La Croce di Cristo è
diventata una sorgente, dalla quale sgorgano fiumi d'acqua viva(52). In essa
dobbiamo anche riproporre l'interrogativo sul senso della sofferenza, e leggervi
sino alla fine la risposta a questo interrogativo.
V
PARTECIPI DELLE SOFFERENZE DI CRISTO
19. Il medesimo Carme del Servo sofferente nel Libro di Isaia ci conduce,
attraverso i versetti successivi, proprio nella direzione di questo
interrogativo e di questa risposta:
« Quando offrirà se stesso in espiazione, vedrà una
discendenza, vivrà a lungo, si compirà per mezzo suo la volontà
del Signore. Dopo il suo intimo tormento vedrà la luce
e si sazierà della sua conoscenza, il giusto mio servo giustificherà
molti, egli si addosserà la loro iniquità. Perciò
io gli darò in premio le moltitudini, dei potenti egli farà
bottino, perché ha consegnato se stesso alla morte ed è
stato annoverato fra gli empi, mentre egli portava il peccato di molti
e intercedeva per i peccatori »(53).
Si può dire che insieme con la passione di Cristo ogni sofferenza
umana si è trovata in una nuova situazione. Ed è come se Giobbe
l'avesse presentita, quando diceva: « Io so infatti che il mio Redentore
vive... »(54), e come se avesse indirizzato verso di essa la propria
sofferenza, la quale senza la redenzione non avrebbe potuto rivelargli la
pienezza del suo significato. Nella Croce di Cristo non solo si è
compiuta la redenzione mediante la sofferenza, ma anche la stessa sofferenza
umana è stata redenta. Cristo senza nessuna colpa propria
si è addossato « il male totale del peccato ». L'esperienza di
questo male determinò l'incomparabile misura della sofferenza di Cristo,
che diventò il prezzo della redenzione. Di questo parla il Carme
del Servo sofferente in Isaia. A loro tempo, di questo parleranno i testimoni
della Nuova Alleanza, stipulata nel sangue di Cristo. Ecco le parole
dell'apostolo Pietro dalla sua prima Lettera: « Voi sapete che non a prezzo
di cose corruttibili, come l'argento e l'oro, foste liberati dalla vostra vuota
condotta ereditata dai vostri padri, ma col sangue prezioso di Cristo, come
di agnello senza difetti e senza macchia »(55). E l'apostolo Paolo nella
Lettera ai Galati dirà: « Ha dato se stesso per i nostri peccati,
per strapparci da questo mondo perverso »(56), e nella prima Lettera ai
Corinzi: « Infatti siete stati comprati a caro prezzo. Glorificate dunque
Dio nel vostro corpo! »(57).
Con queste ed altre simili parole i testimoni della Nuova Alleanza parlano
della grandezza della redenzione, che si è compiuta mediante la
sofferenza di Cristo. Il Redentore ho sofferto al posto dell'uomo e per l'uomo.
Ogni uomo ha una sua partecipazione alla redenzione. Ognuno è
anche chiamato a partecipare a quella sofferenza, mediante la quale si è
compiuta la redenzione. E' chiamato a partecipare a quella sofferenza, per mezzo
della quale ogni umana sofferenza è stata anche redenta. Operando la
redenzione mediante la sofferenza, Cristo ha elevato insieme la
sofferenza umana a livello di redenzione. Quindi anche ogni uomo, nella sua
sofferenza, può diventare partecipe della sofferenza redentiva di Cristo.
20. I testi del Nuovo Testamento esprimono in molti punti questo concetto.
Nella seconda Lettera ai Corinzi l'Apostolo scrive: « Siamo infatti
tribolati da ogni parte, ma non schiacciati; siamo sconvolti, ma non disperati;
perseguitati, ma non abbandonati; colpiti, ma non uccisi, portando sempre
e dappertutto nel nostro corpo la morte di Gesù, perché
anche la vita di Gesù si manifesti nel nostro corpo. Sempre, infatti, noi
che siamo vivi, veniamo esposti alla morte a causa di Gesù, perché
anche la vita di Gesù sia manifesta nella nostra carne mortale...,
convinti che colui che ha risuscitato il Signore Gesù, risusciterà
anche noi con Gesù »(58).
San Paolo parla delle diverse sofferenze e, in particolare, di quelle di cui
diventavano partecipi i primi cristiani « a causa di Gesù ».
Queste sofferenze permettono ai destinatari di quella Lettera di partecipare
all'opera della redenzione, compiuta mediante le sofferenze e la morte del
Redentore. L'eloquenza della Croce e della morte viene tuttavia
completata con l'eloquenza della risurrezione. L'uomo trova nella
risurrezione una luce completamente nuova, che lo aiuta a farsi strada
attraverso il fitto buio delle umiliazioni, dei dubbi, della disperazione e
della persecuzione. Perciò, l'Apostolo scriverà anche nella
seconda Lettera ai Corinzi: « Infatti, come abbondano le sofferenze di
Cristo in noi, così, per mezzo di Cristo, abbonda anche la nostra
consolazione »(59).
Altrove egli si rivolge ai suoi destinatari con parole d'incoraggiamento: «
Il Signore diriga i vostri cuori nell'amore di Dio e nella pazienza di Cristo »(60).
E nella Lettera ai Romani scrive: « Vi esorto dunque, fratelli, per la
misericordia di Dio, ad offrire i vostri corpi come sacrificio vivente, santo
e gradito a Dio: è questo il vostro culto spirituale »(61).
La partecipazione stessa alla sofferenza di Cristo trova, in queste
espressioni apostoliche, quasi una duplice dimensione. Se un uomo diventa
partecipe delle sofferenze di Cristo, ciò avviene perché Cristo
ha aperto la sua sofferenza all'uomo, perché egli stesso nella
sua sofferenza redentiva è divenuto, in un certo senso, partecipe di
tutte le sofferenze umane. L'uomo, scoprendo mediante la fede la sofferenza
redentrice di Cristo, insieme scopre in essa le proprie sofferenze, le
ritrova, mediante la fede, arricchite di un nuovo contenuto e di un nuovo
significato.
Questa scoperta dettò a San Paolo parole particolarmente forti nella
Lettera ai Galati: « Sono stato crocifisso con Cristo, e non sono più
io che vivo, ma Cristo vive in me. Questa vita, che vivo nella carne, io la vivo
nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha dato se stesso per me »(62).
La fede permette all'autore di queste parole di conoscere quell'amore, che
condusse Cristo sulla Croce. E se amò così, soffrendo e morendo,
allora con questa sua sofferenza e morte egli vive in colui che amò
così, egli vive nell'uomo: in Paolo. E vivendo in lui man mano
che Paolo, consapevole di ciò mediante la fede, risponde con l'amore al
suo amore Cristo diventa anche in modo particolare unito all'uomo,
a Paolo, mediante la Croce. Quest'unione ha dettato a Paolo, nella
stessa Lettera ai Galati, ancora altre parole, non meno forti: « Quanto a
me invece, non ci sia altro vanto che nella Croce del Signore
nostro Gesù Cristo, per mezzo della quale il mondo per me è stato
crocifisso, come io per il mondo »(63).
21. La Croce di Cristo getta in modo tanto penetrante la luce salvifica
sulla vita dell'uomo e, in particolare, sulla sua sofferenza, perché
mediante la fede lo raggiunge insieme con la risurrezione: il mistero
della passione è racchiuso nel mistero pasquale. I testimoni della
passione di Cristo sono contemporaneamente testimoni della sua risurrezione.
Scrive Paolo: « Perché io possa conoscere lui (Cristo), la potenza
della sua risurrezione, la partecipazione alle sue sofferenze, diventandogli
conforme nella morte, con la speranza di giungere alla risurrezione dai morti »(64).
Veramente, l'Apostolo prima sperimentò « la potenza della
risurrezione » di Cristo sulla via di Damasco, e solo in seguito, in questa
luce pasquale, giunse a quella « partecipazione alle sue sofferenze »,
della quale parla, ad esempio, nella Lettera ai Galati. La via di Paolo è
chiaramente pasquale: la partecipazione alla Croce di Cristo avviene
attraverso l'esperienza del Risorto, dunque mediante una speciale
partecipazione alla risurrezione. Perciò, anche nelle espressioni
dell'Apostolo sul tema della sofferenza appare così spesso il motivo
della gloria, alla quale la Croce di Cristo dà inizio.
I testimoni della Croce e della risurrezione erano convinti che « è
necessario attraversare molte tribolazioni per entrare nel Regno di Dio »(65).
E Paolo, scrivendo ai Tessalonicesi, dice così: « Possiamo gloriarci
di voi ... per la vostra fermezza e per la vostra fede in tutte le persecuzioni
e tribolazioni che sopportate. Questo è un segno del giusto giudizio di
Dio, che vi proclamerà degni di quel Regno di Dio, per il quale
ora soffrite »(66). Così dunque la partecipazione alle sofferenze di
Cristo è, al tempo stesso, sofferenza per il Regno di Dio. Agli occhi del
Dio giusto, di fronte al suo giudizio, quanti partecipano alle sofferenze di
Cristo diventano degni di questo Regno. Mediante le loro sofferenze essi, in un
certo senso, restituiscono l'infinito prezzo della passione e della morte di
Cristo, che divenne il prezzo della nostra redenzione: a questo prezzo il Regno
di Dio è stato nuovamente consolidato nella storia dell'uomo, divenendo
la prospettiva definitiva della sua esistenza terrena. Cristo ci ha introdotti
in questo Regno mediante la sua sofferenza. E anche mediante la sofferenza maturano
per esso gli uomini avvolti dal mistero della redenzione di Cristo.
22. Alla prospettiva del Regno di Dio è unita la speranza di quella
gloria, il cui inizio si trova nella Croce di Cristo. La risurrezione ha
rivelato questa gloria la gloria escatologica che nella Croce di
Cristo era completamente offuscata dall'immensità della sofferenza.
Coloro che sono partecipi delle sofferenze di Cristo sono anche chiamati,
mediante le loro proprie sofferenze, a prender parte alla gloria. Paolo
esprime questo in diversi punti. Scrive ai Romani: « Siamo ... coeredi di
Cristo, se veramente partecipiamo alle sue sofferenze per partecipare anche alla
sua gloria. Io ritengo, infatti, che le sofferenze del momento presente non sono
paragonabili alla gloria futura, che dovrà essere rivelata in noi »(67).
Nella seconda Lettera ai Corinzi leggiamo: « Infatti, il momentaneo,
leggero peso della nostra tribolazione ci procura una quantità smisurata
ed eterna di gloria, perché noi non fissiamo lo sguardo sulle cose
visibili, ma su quelle invisibili »(68). L'apostolo Pietro esprimerà
questa verità nelle seguenti parole della sua prima Lettera: « Nella
misura in cui partecipate alle sofferenze di Cristo, rallegratevi, perché
anche nella rivelazione della sua gloria possiate rallegrarvi ed esultare »(69).
Il motivo della sofferenza e della gloria ha la sua caratteristica
strettamente evangelica, che si chiarisce mediante il riferimento alla Croce ed
alla risurrezione. La risurrezione è diventata prima di tutto la
manifestazione della gloria, che corrisponde all'elevazione di Cristo per mezzo
della Croce. Se, infatti, la Croce è stata agli occhi degli uomini lo
spogliamento di Cristo, nello stesso tempo essa è stata agli occhi di
Dio la sua elevazione. Sulla Croce Cristo ha raggiunto e realizzato in
tutta pienezza la sua missione: compiendo la volontà del Padre, realizzò
insieme se stesso. Nella debolezza manifestò la sua potenza, e
nell'umiliazione tutta la sua grandezza messianica. Non sono forse una
prova di questa grandezza tutte le parole pronunciate durante l'agonia sul
Golgota e, specialmente, quelle riguardanti gli autori della crocifissione: «
Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno »?(70) A coloro
che sono partecipi delle sofferenze di Cristo queste parole si impongono con la
forza di un supremo esempio. La sofferenza è anche una chiamata a
manifestare la grandezza morale dell'uomo, la sua maturità
spirituale. Di ciò hanno dato la prova, nelle diverse generazioni, i
martiri ed i confessori di Cristo, fedeli alle parole: « E non abbiate
paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l'anima »(71).
La risurrezione di Cristo ha rivelato « la gloria del secolo futuro »
e, contemporaneamente, ha confermato « il vanto della Croce »: quella
gloria che è contenuta nella sofferenza stessa di Cristo, e quale
molte volte si è rispecchiata e si rispecchia nella sofferenza dell'uomo,
come espressione della sua spirituale grandezza. Bisogna dare testimonianza di
questa gloria non solo ai martiri della fede, ma anche a numerosi altri uomini,
che a volte, pur senza la fede in Cristo, soffrono e danno la vita per la verità
e per una giusta causa. Nelle sofferenze di tutti costoro viene confermata in
modo particolare la grande dignità dell'uomo.
23. La sofferenza, infatti, è sempre una prova a volte
una prova alquanto dura , alla quale viene sottoposta l'umanità.
Dalle pagine delle Lettere di San Paolo più volte parla a noi quel paradosso
evangelico della debolezza e della forza, sperimentato in modo
particolare dall'Apostolo stesso e che insieme con lui provano tutti coloro che
partecipano alle sofferenze di Cristo. Egli scrive nella seconda Lettera ai
Corinzi: « Mi vanterò quindi ben volentieri delle mie debolezze,
perché dimori in me la potenza di Cristo »(72). Nella seconda
Lettera a Timoteo leggiamo: « E' questa la causa dei mali che soffro, ma
non me ne vergogno: so infatti a chi ho creduto »(73). E nella Lettera ai
Filippesi dirà addirittura: « Tutto posso in colui che mi dà
la forza »(74).
Coloro che sono partecipi delle sofferenze di Cristo hanno davanti agli
occhi il mistero pasquale della Croce e della risurrezione, nel quale Cristo
discende, in una prima fase, sino agli ultimi confini della debolezza e
dell'impotenza umana: egli, infatti, muore inchiodato sulla Croce. Ma se al
tempo stesso in questa debolezza si compie la sua elevazione, confermata
con la forza della risurrezione, ciò significa che le debolezze di tutte
le sofferenze umane possono essere permeate dalla stessa potenza di Dio, quale
si è manifestata nella Croce di Cristo. In questa concezione soffrire
significa diventare particolarmente suscettibili, particolarmente
aperti all'opera delle forze salvifiche di Dio, offerte all'umanità
in Cristo. In lui Dio ha confermato di voler agire specialmente per mezzo della
sofferenza, che è la debolezza e lo spogliamento dell'uomo, e di voler
proprio in questa debolezza e in questo spogliamento manifestare la sua potenza.
Con ciò si può anche spiegare la raccomandazione della prima
Lettera di Pietro: « Ma se uno soffre come cristiano, non ne arrossisca;
glorifichi anzi Dio per questo nome »(75).
Nella Lettera ai Romani l'apostolo Paolo si pronuncia ancora più
ampiamente sul tema di questo « nascere della forza nella debolezza »,
di questo ritemprarsi spirituale dell'uomo in mezzo alle prove e alle
tribolazioni, che è la speciale vocazione di coloro che sono partecipi
delle sofferenze di Cristo: « Noi ci vantiamo anche nelle tribolazioni, ben
sapendo che la tribolazione produce pazienza, la pazienza una virtù
provata e la virtù provata la speranza. La speranza poi non delude, perché
l'amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito
Santo, che ci è stato dato »(76). Nella sofferenza è come
contenuta una particolare chiamata alla virtù, che l'uomo deve
esercitare da parte sua. E questa è la virtù della perseveranza
nel sopportare ciò che disturba e fa male. L'uomo, così facendo,
sprigiona la speranza, che mantiene in lui la convinzione che la sofferenza non
prevarrà sopra di lui, non lo priverà della dignità propria
dell'uomo unita alla consapevolezza del senso della vita. Ed ecco, questo senso
si manifesta insieme con l'opera dell'amore di Dio, che è il dono
supremo dello Spirito Santo. Man mano che partecipa a questo amore, l'uomo si
ritrova fino in fondo nella sofferenza: ritrova « l'anima », che gli
sembrava di aver « perduto »(77) a causa della sofferenza.
24. Tuttavia, le esperienze dell'Apostolo, partecipe delle sofferenze di
Cristo, vanno ancora oltre. Nella Lettera ai Colossesi leggiamo le parole, che
costituiscono quasi l'ultima tappa dell'itinerario spirituale in relazione alla
sofferenza. San Paolo scrive: « Perciò sono lieto delle sofferenze
che sopporto per voi e completo nella mia carne quello che manca ai
patimenti di Cristo, in favore del suo corpo che è la Chiesa »(78).
Ed egli in un'altra Lettera interroga i suoi destinatari: « Non sapete che
i vostri corpi sono membra di Cristo? »(79).
Nel mistero pasquale Cristo ha dato inizio all'unione con l'uomo nella
comunità della Chiesa. Il mistero della Chiesa si esprime in questo:
che già all'atto del Battesimo, che configura a Cristo, e poi mediante il
suo Sacrificio sacramentalmente mediante l'Eucaristia la Chiesa di
continuo si edifica spiritualmente come corpo di Cristo. In questo corpo Cristo
vuole essere unito con tutti gli uomini, ed in modo particolare egli è
unito con coloro che soffrono. Le citate parole della Lettera ai Colossesi
attestano l'eccezionale carattere di questa unione. Ecco, infatti, colui che
soffre in unione con Cristo come in unione con Cristo sopporta le sue
« tribolazioni » l'apostolo Paolo non solo attinge da Cristo
quella forza, della quale si è parlato precedentemente, ma anche «
completa » con la sua sofferenza « quello che manca ai patimenti di
Cristo ». In questo quadro evangelico è messa in risalto, in modo
particolare, la verità sul carattere creativo della sofferenza. La
sofferenza di Cristo ha creato il bene della redenzione del mondo. Questo bene
in se stesso è inesauribile ed infinito. Nessun uomo può
aggiungervi qualcosa. Allo stesso tempo, però, nel mistero della Chiesa
come suo corpo, Cristo in un certo senso ha aperto la propria sofferenza
redentiva ad ogni sofferenza dell'uomo. In quanto l'uomo diventa partecipe
delle sofferenze di Cristo in qualsiasi luogo del mondo e tempo della
storia , in tanto egli completa a suo modo quella sofferenza,
mediante la quale Cristo ha operato la redenzione del mondo.
Questo vuol dire, forse, che la redenzione compiuta da Cristo non è
completa? No. Questo significa solo che la redenzione, operata in forza
dell'amore soddisfattorio, rimane costantemente aperta ad ogni amore che
si esprime nell'umana sofferenza. In questa dimensione nella
dimensione dell'amore la redenzione già compiuta fino in fondo,
si compie, in un certo senso, costantemente. Cristo ha operato la redenzione
completamente e sino alla fine; al tempo stesso, però, non l'ha chiusa:
in questa sofferenza redentiva, mediante la quale si è operata la
redenzione del mondo, Cristo si è aperto sin dall'inizio, e
costantemente si apre, ad ogni umana sofferenza. Sì, sembra far parte
dell'essenza stessa della sofferenza redentiva di Cristo il fatto che
essa richieda di essere incessantemente completata.
In questo modo, con una tale apertura ad ogni umana sofferenza, Cristo ha
operato con la propria sofferenza la redenzione del mondo. Infatti, al tempo
stesso, questa redenzione, anche se compiuta in tutta la pienezza con la
sofferenza di Cristo, vive e si sviluppa a suo modo nella storia dell'uomo.
Vive e si sviluppa come corpo di Cristo, che è la Chiesa, ed in questa
dimensione ogni umana sofferenza, in forza dell'unione nell'amore con Cristo,
completa la sofferenza di Cristo. La completa così come la Chiesa
completa l'opera redentrice di Cristo. Il mistero della Chiesa di
quel corpo che completa in sé anche il corpo crocifisso e risorto di
Cristo indica contemporaneamente quello spazio, nel quale le sofferenze
umane completano le sofferenze di Cristo. Solo in questo raggio e in questa
dimensione della Chiesa-corpo di Cristo, che continuamente si sviluppa nello
spazio e nel tempo, si può pensare e parlare di « ciò che
manca » ai patimenti di Cristo. L'Apostolo, del resto, lo mette
chiaramente in rilievo, quando scrive del completamento di « quello che
manca ai patimenti di Cristo, in favore del suo corpo che è la Chiesa ».
Proprio la Chiesa, che attinge incessantemente alle infinite
risorse della redenzione, introducendola nella vita dell'umanità, è
la dimensione, nella quale la sofferenza redentrice di Cristo può
essere costantemente completata dalla sofferenza dell'uomo. In ciò vien
messa in risalto anche la natura divino-umana della Chiesa. La sofferenza sembra
partecipare in un qualche modo alle caratteristiche di questa natura. E perciò
essa ha pure un valore speciale davanti alla Chiesa. Essa è un bene,
dinanzi al quale la Chiesa si inchina con venerazione, in tutta la profondità
della sua fede nella redenzione. Si inchina, insieme, in tutta la profondità
di quella fede, con la quale essa abbraccia in se stessa l'inesprimibile mistero
del corpo di Cristo.
VI
IL VANGELO DELLA SOFFERENZA
25. I testimoni della Croce e della risurrezione di Cristo hanno trasmesso
alla Chiesa e all'umanità uno specifico Vangelo della sofferenza. Il
Redentore stesso ha scritto questo Vangelo dapprima con la propria sofferenza
assunta per amore, affinché l'uomo « non muoia, ma abbia la vita
eterna »(80). Questa sofferenza, insieme con la viva parola del suo
insegnamento, è diventata una fonte abbondante per tutti coloro che hanno
preso parte alle sofferenze di Gesù nella prima generazione dei suoi
discepoli e confessori, e poi in quelle che si sono succedute nel corso dei
secoli.
E', innanzitutto, consolante come è evangelicamente e
storicamente esatto notare che a fianco di Cristo, in primissima e ben
rilevata posizione accanto a lui, c'è sempre la sua Madre santissima per
la testimonianza esemplare, che con l'intera sua vita rende a questo
particolare Vangelo della sofferenza. In lei le numerose ed intense sofferenze
si assommarono in una tale connessione e concatenazione, che se furono prova
della sua fede incrollabile, furono altresì un contributo alla redenzione
di tutti. In realtà, fin dall'arcano colloquio avuto con l'angelo, Ella
intravide nella sua missione di madre la « destinazione » a
condividere in maniera unica ed irripetibile la missione stessa del Figlio. E la
conferma in proposito le venne assai presto sia dagli eventi che accompagnarono
la nascita di Gesù a Betlemme, sia dall'annuncio formale del vecchio
Simeone che parlò di una spada tanto acuta da trapassarle l'anima, sia
dalle ansie e ristrettezze della fuga precipitosa in Egitto, provocata dalla
crudele decisione di Erode.
Ed ancora, dopo le vicende della vita nascosta e pubblica del suo Figlio, da
lei indubbiamente condivise con acuta sensibilità, fu sul Calvario che la
sofferenza di Maria Santissima, accanto a quella di Gesù, raggiunse un
vertice già difficilmente immaginabile nella sua altezza dal punto di
vista umano, ma certo misterioso e soprannaturalmente fecondo ai fini
dell'universale salvezza. Quel suo ascendere al Calvario, quel suo « stare »
ai piedi della Croce insieme col discepolo prediletto furono una partecipazione
del tutto speciale alla morte redentrice del Figlio, come del resto le parole,
che poté raccogliere dal suo labbro, furono quasi la solenne consegna di
questo tipico Vangelo da annunciare all'intera comunità dei credenti.
Testimone della passione del Figlio con la sua presenza, e di essa
partecipe con la sua compassione, Maria Santissima offrì un
singolare apporto al Vangelo della sofferenza, awerando in anticipo
l'espressione paolina, riportata all'inizio. In effetti, Ella ha titoli
specialissimi per poter asserire di « completare nella sua carne
come già nel suo cuore quello che manca ai patimenti di Cristo ».
Nella luce dell'inarrivabile esempio di Cristo, riflesso con singolare
evidenza nella vita della Madre sua, il Vangelo della sofferenza, mediante
l'esperienza e la parola degli Apostoli, diventa fonte inesauribile per le
generazioni sempre nuove che si avvicendano nella storia della Chiesa. Il
Vangelo della sofferenza significa non solo la presenza della sofferenza nel
Vangelo, come uno dei temi della Buona Novella, ma la rivelazione, altresì,
della forza salvifica e del significato salvifico della sofferenza nella
missione messianica di Cristo e, in seguito, nella missione e nella vocazione
della Chiesa.
Cristo non nascondeva ai propri ascoltatori la necessità
della sofferenza. Molto chiaramente diceva: « Se qualcuno vuol venire
dietro a me, ... prenda la sua croce ogni giorno »(81), ed ai suoi
discepoli poneva esigenze di natura morale, la cui realizzazione è
possibile solo a condizione di « rinnegare se stessi »(82). La via che
porta al Regno dei cieli è « stretta ed angusta », e Cristo la
contrappone alla via « larga e spaziosa », che peraltro « conduce
alla perdizione »(83). Diverse volte Cristo diceva anche che i suoi
discepoli e confessori avrebbero
incontrato molteplici persecuzioni, ciò che come si sa
è avvenuto non solo nei primi secoli della vita della Chiesa sotto
l'impero romano, ma si è avverato e si avvera in diversi periodi della
storia e in differenti luoghi della terra, anche ai nostri tempi.
Ecco alcune frasi di Cristo su questo tema: « Metteranno le mani su di
voi e vi perseguiteranno, consegnandovi alle sinagoghe e alle prigioni,
trascinandovi davanti a re e a governatori, a causa del mio nome. Questo vi darà
occasione di rendere testimonianza. Mettetevi bene in mente di non
preparare prima la vostra difesa: io vi darò lingua e sapienza, a cui
tutti i vostri avversari non potranno resistere, né controbattere. Sarete
traditi perfino dai genitori, dai fratelli, dai parenti e dagli amici, e
metteranno a morte alcuni di voi; sarete odiati da tutti per causa del mio
nome. Ma nemmeno un capello del vostro capo perirà. Con la vostra
perseveranza salverete le vostre anime »(84).
Il Vangelo della sofferenza parla prima in diversi punti della sofferenza «
per Cristo », « a causa di Cristo », e ciò fa con le
parole stesse di Gesù, oppure con le parole dei suoi Apostoli. Il Maestro
non nasconde ai suoi discepoli e seguaci la prospettiva di una tale sofferenza,
anzi la rivela con tutta franchezza, indicando contemporaneamente le forze
soprannaturali, che li accompagneranno in mezzo alle persecuzioni e tribolazioni
« per il suo nome ». Queste saranno insieme quasi una speciale
verifica della somiglianza a Cristo e dell'unione con lui. « Se il
mondo vi odia, sappiate che prima di voi ha odiato me ...; poiché invece
non siete del mondo, ma io vi ho scelti dal mondo, per questo il mondo vi odia
... Un servo non è più grande del suo padrone. Se hanno
perseguitato me, perseguiteranno anche voi... Ma tutto questo vi faranno a causa
del mio nome, perché non conoscono colui che mi ha mandato »(85). «
Vi ho dette queste cose, perché abbiate pace in me. Voi avrete
tribolazione nel mondo, ma abbiate fiducia: io ho vinto il mondo! »(86).
Questo primo capitolo del Vangelo della sofferenza, che parla delle
persecuzioni, cioè delle tribolazioni a motivo di Cristo, contiene in sé
una speciale chiamata al coraggio ed alla fortezza, sostenuta
dall'eloquenza della risurrezione. Cristo ha vinto il mondo definitivamente con
la sua risurrezione; tuttavia, grazie al rapporto di essa con la passione e la
morte, ha vinto al tempo stesso questo mondo con la sua sofferenza. Si, la
sofferenza è stata in modo singolare inserita in quella vittoria sul
mondo, che si è manifestata nella risurrezione. Cristo conserva nel suo
corpo risorto i segni delle ferite della Croce sulle sue mani, sui piedi e nel
costato. Mediante la risurrezione egli manifesta
la forza vittoriosa della sofferenza, e vuole infondere la convinzione
di questa forza nel cuore di coloro che ha scelto come suoi Apostoli e di coloro
che continuamente sceglie ed invia. L'apostolo Paolo dirà: « Tutti
quelli che vogliono vivere piamente in Cristo Gesù saranno perseguitati »(87).
26. Se il primo grande capitolo del Vangelo della sofferenza viene scritto,
lungo le generazioni, da coloro che soffrono persecuzioni per Cristo, di pari
passo si svolge lungo la storia un altro grande capitolo di questo Vangelo. Lo
scrivono tutti coloro che soffrono insieme con Cristo, unendo le proprie
sofferenze umane alla sua sofferenza salvifica. In essi si compie ciò che
i primi testimoni della passione e della risurrezione hanno detto ed hanno
scritto circa la partecipazione alle sofferenze di Cristo. In essi quindi si
compie il Vangelo della sofferenza e, al tempo stesso, ognuno di essi continua
in un certo modo a scriverlo: lo scrive e lo proclama al mondo, lo annuncia al
proprio ambiente ed agli uomini contemporanei.
Attraverso i secoli e le generazioni è stato costatato che nella
sofferenza si nasconde una particolare forza che avvicina interiormente
l'uomo a Cristo, una particolare grazia. Ad essa debbono la loro
profonda conversione molti Santi, come ad esempio San Francesco d'Assisi,
Sant'Ignazio di Loyola, ecc. Frutto di una tale conversione non è solo il
fatto che l'uomo scopre il senso salvifico della sofferenza, ma soprattutto che
nella sofferenza diventa un uomo completamente nuovo. Egli trova quasi una nuova
misura di tutta la propria vita e della propria vocazione. Questa
scoperta è una particolare conferma della grandezza spirituale che
nell'uomo supera il corpo in modo del tutto incomparabile. Allorché
questo corpo è profondamente malato, totalmente inabile e l'uomo è
quasi incapace di vivere e di agire, tanto più si mettono in evidenza
l'interiore maturità e grandezza spirituale, costituendo
una commovente lezione per gli uomini sani e normali.
Questa interiore maturità e grandezza spirituale nella sofferenza
certamente sono frutto di una particolare conversione e
cooperazione con la Grazia del Redentore crocifisso. E' lui stesso ad agire nel
vivo delle umane sofferenze per mezzo del suo Spirito di verità, per
mezzo dello Spirito Consolatore. E' lui a trasformare, in un certo senso, la
sostanza stessa della vita spirituale, indicando all'uomo sofferente un posto
vicino a sé. E' lui come Maestro e Guida interiore ad
insegnare al fratello e alla sorella sofferenti questo mirabile scambio,
posto nel cuore stesso del mistero della redenzione. La sofferenza è,
in se stessa, un provare il male. Ma Cristo ne ha fatto la più solida
base del bene definitivo, cioè del bene della salvezza eterna. Con la sua
sofferenza sulla Croce Cristo ha raggiunto le radici stesse del male: del
peccato e della morte. Egli ha vinto l'artefice del male, che è Satana, e
la sua permanente ribellione contro il Creatore. Davanti al fratello o alla
sorella sofferenti Cristo dischiude e dispiega gradualmente gli
orizzonti del Regno di Dio: di un mondo convertito al Creatore, di un mondo
liberato dal peccato, che si sta edificando sulla potenza salvifica dell'amore.
E, lentamente ma efficacemente, Cristo introduce in questo mondo, in questo
Regno del Padre l'uomo sofferente, in un certo senso attraverso il cuore stesso
della sua sofferenza. La sofferenza, infatti, non può essere trasformata
e mutata con una grazia dall'esterno, ma dall'interno. E Cristo
mediante la sua propria sofferenza salvifica si trova quanto mai dentro ad ogni
sofferenza umana, e può agire dall'interno di essa con la potenza del suo
Spirito di verità, del suo Spirito Consolatore.
Non basta: il divin Redentore vuole penetrare nell'animo di ogni sofferente
attraverso il cuore della sua Madre santissima, primizia e vertice di tutti i
redenti. Quasi a continuazione di quella maternità, che per opera dello
Spirito Santo gli aveva dato la vita, Cristo morente conferì alla sempre
Vergine Maria una maternità nuova spirituale e universale
verso tutti gli uomini, affinché ognuno, nella peregrinazione della fede,
gli rimanesse insieme con lei strettamente unito fino alla Croce e, con la forza
di questa Croce, ogni sofferenza rigenerata diventasse, da debolezza dell'uomo,
potenza di Dio.
Non sempre, però, un tale processo interiore si svolge in modo
uguale. Spesso inizia e si instaura con difficoltà. Già il punto
stesso di partenza è diverso: diversa è la disposizione, che
l'uomo porta nella sua sofferenza. Si può, tuttavia, premettere che quasi
sempre ciascuno entra nella sofferenza con una protesta tipicamente umana
e con la domanda del suo « perché ». Ciascuno si
chiede il senso della sofferenza e cerca una risposta a questa domanda al suo
livello umano. Certamente pone più volte questa domanda anche a Dio, come
la pone a Cristo. Inoltre, egli non può non notare che colui, al quale
pone la sua domanda, soffre lui stesso e vuole rispondergli dalla Croce,
dal centro della sua propria sofferenza. Tuttavia, a volte c'è
bisogno di tempo, persino di un lungo tempo, perché questa risposta
cominci ad essere internamente percepibile. Cristo, infatti, non risponde
direttamente e non risponde in astratto a questo interrogativo umano circa il
senso della sofferenza. L'uomo ode la sua risposta salvifica man mano che egli
stesso diventa partecipe delle sofferenze di Cristo.
La risposta che giunge mediante tale partecipazione, lungo la strada
dell'incontro interiore col Maestro, è a sua volta qualcosa di più
della sola risposta astratta all'interrogativo sul senso della sofferenza.
Questa è, infatti, soprattutto una chiamata. E' una vocazione. Cristo non
spiega in astratto le ragioni della sofferenza, ma prima di tutto dice: «
Seguimi! ». Vieni! prendi parte con la tua sofferenza a quest'opera di
salvezza del mondo, che si compie per mezzo della mia sofferenza! Per mezzo
della mia Croce. Man mano che l'uomo prende la sua croce, unendosi
spiritualmente alla Croce di Cristo, si rivela davanti a lui il senso salvifico
della sofferenza. L'uomo non scopre questo senso al suo livello umano, ma al
livello della sofferenza di Cristo. Al tempo stesso, però, da questo
livello di Cristo, quel senso salvifico della sofferenza scende a livello
dell'uomo e diventa, in qualche modo, la sua risposta personale. E allora
l'uomo trova nella sua sofferenza la pace interiore e perfino la gioia
spirituale.
27. Di tale gioia parla l'Apostolo nella Lettera ai Colossesi: « Sono
lieto delle sofferenze che sopporto per voi »(88). Fonte di gioia diventa
il superamento del senso d'inutilità della sofferenza, sensazione
che a volte è radicata molto fortemente nell'umana sofferenza. Questa non
solo consuma l'uomo dentro se stesso, ma sembra renderlo un peso per gli altri.
L'uomo si sente condannato a ricevere aiuto ed assistenza dagli altri e, in pari
tempo, sembra a se stesso inutile. La scoperta del senso salvifico della
sofferenza in unione con Cristo trasforma
questa sensazione deprimente. La fede nella partecipazione alle
sofferenze di Cristo porta in sé la certezza interiore che l'uomo
sofferente « completa quello che manca ai patimenti di Cristo »; che
nella dimensione spirituale dell'opera della redenzione serve, come
Cristo, alla salvezza dei suoi fratelli e sorelle. Non solo quindi è
utile agli altri, ma per di più adempie un servizio insostituibile. Nel
corpo di Cristo, che incessantemente cresce dalla Croce del Redentore, proprio
la sofferenza, permeata dallo spirito del sacrificio di Cristo, è l'insostituibile
mediatrice ed autrice dei beni, indispensabili per la salvezza del mondo. E'
essa, più di ogni altra cosa, a fare strada alla Grazia che trasforma le
anime umane. Essa, più di ogni altra cosa, rende presenti nella storia
dell'umanità le forze della redenzione. In quella lotta « cosmica »
tra le forze spirituali del bene e del male, della quale parla la Lettera agli
Efesini(89), le sofferenze umane, unite con la sofferenza redentrice di Cristo,
costituiscono un particolare sostegno per le forze del bene, aprendo la
strada alla vittoria di queste forze salvifiche.
E perciò la Chiesa vede in tutti i fratelli e sorelle di Cristo
sofferenti quasi un soggetto molteplice della sua forza soprannaturale.
Quanto spesso proprio ad essi ricorrono i pastori della Chiesa, e proprio
presso di essi cercano aiuto ed appoggio! I1 Vangelo della sofferenza viene
scritto incessantemente, ed incessantemente parla con le parole di questo strano
paradosso: le sorgenti della forza divina sgorgano proprio in mezzo all'umana
debolezza. Coloro che partecipano alle sofferenze di Cristo conservano nelle
proprie sofferenze una specialissima particella dell'infinito tesoro
della redenzione del mondo, e possono condividere questo tesoro con gli
altri. Quanto più l'uomo è minacciato dal peccato, quanto più
pesanti sono le strutture del peccato che porta in sé il mondo d'oggi,
tanto più grande è l'eloquenza che la sofferenza umana in sé
possiede. E tanto più la Chiesa sente il bisogno di ricorrere al valore
delle sofferenze umane per la salvezza del mondo.
VII
IL BUON SAMARITANO
28. Al Vangelo della sofferenza appartiene anche ed in modo organico
la parabola del buon Samaritano. Mediante questa parabola Cristo volle dare
risposta alla domanda: « chi è il mio prossimo? »(90). Infatti,
fra i tre passanti lungo la via da Gerusalemme a Gerico, dove giaceva per terra
mezzo morto un uomo rapinato e ferito dai briganti, proprio il Samaritano
dimostrò di essere davvero il « prossimo » per
quell'infelice: « prossimo » significa anche colui che adempì
il comandamento dell'amore del prossimo. Altri due uomini percorrevano la stessa
strada: uno era sacerdote, e l'altro levita, ma ciascuno « lo vide e passò
oltre ». Invece, il Samaritano « lo vide e n'ebbe compassione. Gli si
fece vicino, ... gli fasciò le ferite », poi « lo portò
a una locanda e si prese cura di lui »(91). Ed all'atto di partire, affidò
sollecitamente la cura dell'uomo sofferente all'albergatore, impegnandosi a
sostenere le spese occorrenti.
La parabola del buon Samaritano appartiene al Vangelo della sofferenza. Essa
indica, infatti, quale debba essere il rapporto di ciascuno di noi verso il
prossimo sofferente. Non ci è lecito « passare oltre » con
indifferenza, ma dobbiamo « fermarci » accanto a lui. Buon Samaritano è
ogni uomo, che si ferma accanto alla sofferenza di un altro uomo, qualunque
essa sia. Quel fermarsi non significa curiosità, ma disponibilità.
Questa è come l'aprirsi di una certa interiore disposizione del cuore,
che ha anche la sua espressione emotiva. Buon Samaritano è ogni uomo
sensibile alla sofferenza altrui, l'uomo che « si commuove » per
la disgrazia del prossimo. Se Cristo, conoscitore dell'interno dell'uomo,
sottolinea questa commozione, vuol dire che essa è importante per tutto
il nostro atteggiamento di fronte alla sofferenza altrui. Bisogna, dunque,
coltivare in sé questa sensibilità del cuore, che testimonia la
compassione verso un sofferente. A volte questa compassione rimane
l'unica o principale espressione del nostro amore e della nostra solidarietà
con l'uomo sofferente.
Tuttavia, il buon Samaritano della parabola di Cristo non si ferma alla sola
commozione e compassione. Queste diventano per lui uno stimolo alle azioni che
mirano a portare aiuto all'uomo ferito. Buon Samaritano è, dunque, in
definitiva colui che porta aiuto nella sofferenza, di qualunque natura
essa sia. Aiuto, in quanto possibile, efficace. In esso egli mette il suo cuore,
ma non risparmia neanche i mezzi materiali. Si può dire che dà se
stesso, il suo proprio « io », aprendo quest'« io »
all'altro. Tocchiamo qui uno dei punti-chiave di tutta l'antropologia cristiana.
L'uomo non può « ritrovarsi pienamente se non attraverso un dono
sincero di sé »(92). Buon Samaritano è l'uomo capace appunto
di tale dono di sé.
29. Seguendo la parabola evangelica, si potrebbe dire che la sofferenza,
presente sotto tante forme diverse nel nostro mondo umano, vi sia presente anche
per sprigionare nell'uomo l'amore, proprio quel dono disinteressato del
proprio « io » in favore degli altri uomini, degli uomini sofferenti.
I1 mondo dell'umana sofferenza invoca, per così dire, senza sosta un
altro mondo: quello dell'amore umano; e quell'amore disinteressato, che si desta
nel suo cuore e nelle sue opere, l'uomo lo deve in un certo senso alla
sofferenza. Non può l'uomo « prossimo » passare con
indifferenza davanti alla sofferenza altrui in nome della fondamentale
solidarietà umana, né tanto meno in nome dell'amore del prossimo.
Egli deve « fermarsi », « commuoversi », agendo così
come il Samaritano della parabola evangelica. La parabola in sé esprime
una verità profondamente cristiana, ma insieme quanto mai
universalmente umana. Non senza ragione anche nel linguaggio comune viene
chiamata opera « da buon samaritano » ogni attività in favore
degli uomini sofferenti e bisognosi di aiuto.
Quest'attività assume, nel corso dei secoli, forme
istituzionali
organizzate e costituisce un campo di lavoro nelle rispettive professioni.
Quanto è « da buon samaritano » la professione del medico,
o dell'infermiera, o altre simili! In ragione del contenuto « evangelico »,
racchiuso in essa, siamo inclini a pensare qui piuttosto ad una vocazione, che
non semplicemente ad una professione. E le istituzioni che, nell'arco delle
generazioni, hanno compiuto un servizio « da samaritano », ai nostri
tempi si sono ancora maggiormente sviluppate e specializzate. Ciò prova
indubbiamente che l'uomo di oggi si ferma con sempre maggiore attenzione e
perspicacia accanto alle sofferenze del prossimo, cerca di comprenderle e di
prevenirle sempre più esattamente. Egli possiede anche una sempre
maggiore capacità e specializzazione in questo settore. Guardando a tutto
questo, possiamo dire che la parabola del Samaritano del Vangelo è
diventata una delle componenti essenziali della cultura morale e della
civiltà universalmente umana. E pensando a tutti quegli uomini, che
con la loro scienza e la loro capacità rendono molteplici servizi al
prossimo sofferente, non possiamo esimerci dal rivolgere al loro indirizzo
parole di riconoscimento e di gratitudine.
Queste si estendono a tutti coloro, che svolgono il proprio servizio verso
il prossimo sofferente in maniera disinteressata, impegnandosi
volontariamente nell'aiuto « da buon samaritano », e destinando a
tale causa tutto il tempo e le forze che rimangono a loro disposizione al di
fuori del lavoro professionale. Una tale spontanea attività « da
buon samaritano » o caritativa può essere chiamata attività
sociale, può anche essere definita come apostolato, tutte le
volte che viene intrapresa per motivi schiettamente evangelici, specialmente se
ciò avviene in collegamento con la Chiesà o con un'altra Comunità
cristiana. La volontaria attività « da buon samaritano » si
realizza attraverso ambienti adeguati oppure attraverso organizzazioni
create a questo scopo. L'operare in questa forma ha una grande importanza,
specialmente se si tratta di assumere compiti più grandi, che esigono la
cooperazione e l'uso dei mezzi tecnici. Non meno preziosa è anche
l'attività individuale, specialmente da parte delle persone, che sono ad
essa meglio predisposte riguardo alle varie specie di umana sofferenza, verso le
quali l'aiuto non può essere portato che individualmente e personalmente.
L'aiuto familiare poi significa sia gli atti d'amore del prossimo, resi
alle persone appartenenti alla stessa famiglia, sia l'aiuto reciproco tra le
famiglie.
E' difficile elencare qui tutti i tipi ed i diversi àmbiti
dell'attività « da samaritano » che esistono nella Chiesa e
nella società. Bisogna riconoscere che essi sono molto numerosi, ed anche
esprimere la gioia perché grazie ad essi i fondamentali valori
morali, quali il valore dell'umana solidarietà, il valore dell'amore
cristiano del prossimo, formano il quadro della vita sociale e dei rapporti
interumani, combattendo su questo fronte le diverse forme dell'odio, della
violenza, della crudeltà, del disprezzo per l'uomo, oppure della semplice
« insensibilità », cioè dell'indifferenza verso il
prossimo e le sue sofferenze.
Enorme è qui il significato degli atteggiamenti opportuni da
usare nell'educazione. La famiglia, la scuola, le altre istituzioni
educative, anche solo per motivi umanitari, devono lavorare con perseveranza per
il risveglio e l'affinamento di quella sensibilità verso il prossimo e la
sua sofferenza, di cui è diventata simbolo la figura del Samaritano
evangelico. La Chiesa ovviamente deve far lo stesso, addentrandosi ancora più
profondamente in quanto possibile nelle motivazioni che Cristo ha
racchiuso nella sua parabola ed in tutto il Vangelo. L'eloquenza della parabola
del buon Samaritano, come anche di tutto il Vangelo, è in particolare
questa: l'uomo deve sentirsi come chiamato in prima persona a
testimoniare l'amore nella sofferenza. Le istituzioni sono molto importanti ed
indispensabili; tuttavia, nessuna istituzione può da sola sostituire il
cuore umano, la compassione umana, l'amore umano, l'iniziativa umana, quando si
tratti di farsi incontro alla sofferenza dell'altro. Questo si riferisce alle
sofferenze fisiche, ma vale ancora di più se si tratta delle molteplici
sofferenze morali, e quando, prima di tutto, a soffrire è l'anima.
30. La parabola del buon Samaritano, che come si è detto
appartiene al Vangelo della sofferenza, cammina insieme con esso lungo la storia
della Chiesa e del cristianesimo, lungo la storia dell'uomo e dell'umanità.
Essa testimonia che la rivelazione da parte di Cristo del senso salvifico della
sofferenza non si identifica in alcun modo con un atteggiamento di passività.
E' tutto il contrario. Il Vangelo è la negazione della passività
di fronte alla sofferenza. Cristo stesso in questo campo è soprattutto
attivo. In questo modo, egli realizza il programma messianico della sua
missione, secondo le parole del profeta: « Lo Spirito del Signore è
sopra di me; per questo mi ha consacrato con l'unzione e mi ha mandato per
annunziare ai poveri un lieto messaggio, per proclamare ai prigionieri la
liberazione e ai ciechi la vista; per rimettere in libertà gli oppressi,
e predicare un anno di grazia del Signore »(93). Cristo compie in modo
sovrabbondante questo programma messianico della sua missione: egli
passa « beneficando (94), ed il bene delle sue opere ha assunto rilievo
soprattutto di fronte all'umana sofferenza. La parabola del buon Samaritano è
in profonda armonia col comportamento di Cristo stesso.
Questa parabola entrerà, infine, per il suo contenuto essenziale, in
quelle sconvolgenti parole sul giudizio finale, che Matteo ha annotato nel suo
Vangelo: « Venite, benedetti del Padre mio; ricevete in eredità il
regno preparato per voi fin dalla fondazione del mondo. Perché io ho
avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere;
ero forestiero e mi avete ospitato, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete
visitato, carcerato e siete venuti a trovarmi »(95). Ai giusti che chiedono
quando mai abbiano fatta proprio a lui tutto questo, il Figlio dell'Uomo
risponderà: « In verità vi dico: ogni volta che avete
fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l'avete
fatto a me » (96). La sentenza opposta toccherà a coloro che si
sono comportati diversamente: « Ogni volta che non avete fatto queste cose
a uno di questi miei fratelli più piccoli, non l'avete fatto a me »(97).
Si potrebbe certamente allungare l'elenco delle sofferenze che hanno
incontrato la sensibilità umana, la compassione, l'aiuto, oppure che non
le hanno incontrate. La prima e la seconda parte della dichiarazione di Cristo
sul giudizio finale indicano senza ambiguità come siano essenziali, nella
prospettiva della vita eterna di ogni uomo, il « fermarsi », come fece
il buon Samaritano, accanto alla sofferenza del suo prossimo, l'aver «
compassione » di essa, ed infine il dare aiuto. Nel programma messianico di
Cristo, che è insieme il programma del Regno di Dio, la
sofferenza è presente nel mondo per sprigionare amore, per far nascere
opere di amore verso il prossimo, per trasformare tutta la civiltà umana
nella « civiltà dell'amore ». In questo amore il significato
salvifico della sofferenza si realizza fino in fondo e raggiunge la sua
dimensione definitiva. Le parole di Cristo sul giudizio finale permettono di
comprendere ciò in tutta la semplicità e perspicacia del Vangelo.
Queste parole sull'amore, sugli atti di amore, collegati con l'umana
sofferenza, ci permettono ancora una volta di scoprire, alla base di tutte le
sofferenze umane, la stessa sofferenza redentrice di Cristo. Cristo dice: «
L'avete fatto a me ». Egli stesso è colui che in ognuno sperimenta
l'amore; egli stesso è colui che riceve aiuto, quando questo viene reso
ad ogni sofferente senza eccezione. Egli stesso è presente in questo
sofferente, poiché la sua sofferenza salvifica è stata aperta una
volta per sempre ad ogni sofferenza umana. E tutti coloro che soffrono sono
stati chiamati una volta per sempre a diventare partecipi « delle
sofferenze di Cristo »(98). Così come tutti sono stati chiamati a «
completare » con la propria sofferenza « quello che manca ai patimenti
di Cristo »(99). Cristo allo stesso tempo ha insegnato all'uomo a far
del bene con la sofferenza ed a far del bene a chi soffre. In questo
duplice aspetto egli ha svelato fino in fondo il senso della sofferenza.
VIII
CONCLUSIONE
31. Questo è il senso veramente soprannaturale ed insieme umano della
sofferenza. E'soprannaturale, perché si radica nel mistero divino
della redenzione del mondo, ed è, altresì, profondamente umano,
perché in esso l'uomo ritrova se stesso, la propria umanità,
la propria dignità, la propria missione.
La sofferenza certamente appartiene al mistero dell'uomo. Forse essa non è
avvolta quanto lui da questo mistero, che è particolarmente
impenetrabile. Il Concilio Vaticano II ha espresso questa verità che «
in realtà, solamente nel mistero del Verbo Incarnato trova vera luce il
mistero dell'uomo. Infatti..., Cristo che è il nuovo Adamo,
proprio rivelando il mistero del Padre e del suo amore, svela anche pienamente
l'uomo all'uomo e gli fa nota la sua altissima vocazione »(100). Se
queste parole si riferiscono a tutto ciò che riguarda il mistero
dell'uomo, allora certamente si riferiscono in modo particolarissimo all'umana
sofferenza. Proprio in questo punto lo « svelare l'uomo all'uomo e
fargli nota la sua altissima vocazione » è particolarmente indispensabile.
Succede anche come prova l'esperienza che ciò sia
particolarmente drammatico. Quando però si compie fino in fondo e
diventa luce della vita umana, ciò è anche particolarmente beato.
« Per Cristo e in Cristo si illumina l'enigma del dolore e della morte »(101).
Chiudiamo le presenti considerazioni sulla sofferenza nell'anno nel quale la
Chiesa vive il giubileo straordinario, collegato all'anniversario della
redenzione.
I1 mistero della redenzione del mondo è in modo sorprendente radicato
nella sofferenza, e questa, a sua volta, trova in esso il suo supremo e più
sicuro punto di riferimento.
Desideriamo vivere quest'Anno della Redenzione in speciale unione con tutti
coloro che soffrono. Occorre, pertanto, che sotto la Croce del Calvario
idealmente convengano tutti i sofferenti che credono in Cristo e,
particolarmente, coloro che soffrono a causa della loro fede in lui Crocifisso e
Risorto, affinché l'offerta delle loro sofferenze affretti il compimento
della preghiera dello stesso Salvatore per l'unità di tutti(102). Là
pure convengano gli uomini di buona volontà, perché sulla Croce
sta il « Redentore dell'uomo », l'Uomo dei dolori, che in sé ha
assunto le sofferenze fisiche e morali degli uomini di tutti i tempi, affinché
nell'amore possano trovare il senso salvifico del loro dolore e
risposte valide a tutti i loro interrogativi.
Insieme con Maria, Madre di Cristo, che stava sotto la Croce
(103), ci fermiamo accanto a tutte le croci dell'uomo d'oggi.
Invochiamo tutti i Santi, che durante i secoli furono in special
modo partecipi delle sofferenze di Cristo. Chiediamo loro di sostenerci.
E chiediamo a voi tutti, che soffrite, di sostenerci. Proprio a voi,
che siete deboli, chiediamo che diventiate una sorgente di forza per la
Chiesa e per l'umanità. Nel terribile combattimento tra le forze del bene
e del male, di cui ci offre spettacolo il nostro mondo contemporaneo, vinca la
vostra sofferenza in unione con la Croce di Cristo!
A tutti, Fratelli e Sorelle carissimi, invio la mia Apostolica Benedizione.
Dato a Roma, presso San Pietro, nella memoria liturgica della Beata
Maria Vergine di Lourdes, l'11 febbraio dell'anno 1984, sesto di Pontificato.
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