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CONCELEBRAZIONE EUCARISTICA
IN OCCASIONE DEL XXXIX ANNIVERSARIO
DELLA FONDAZIONE DELLA COMUNIT└ DI SANT'EGIDIO

OMELIA DEL CARD. PAUL POUPARD

Basilica di San Giovanni in Laterano
Giovedý, 8 febbraio 2007

 

Eminenze,
Signor Presidente del Consiglio dei Ministri,
Cari confratelli Vescovi, Signori Ambasciatori e Autorità, Cari amici tutti,

Esprimo la mia gioia personale di presiedere questa celebrazione dell'anniversario della Comunità di Sant'Egidio, il trentanovesimo. Mi corre l'obbligo prima di tutto di manifestare il dispiacere di Sua Eminenza il Cardinale Segretario di Stato, Tarcisio Bertone, per non poter partecipare a questa celebrazione, come avrebbe tenuto a fare; ma impegni istituzionali glielo rendono impossibile. Mi incarica di porgere a tutti i convenuti i suoi saluti e i suoi auguri, a questi auguri aggiungo i miei, mentre saluto voi tutti, in particolare il prof. Andrea Riccardi, fondatore della Comunità, il prof. Marco Impagliazzo, Presidente, Mons. Matteo Zuppi, assistente. Saluto tanti altri amici che conosco da anni, non fosse per la vita nel rione di Trastevere e per la frequentazione della Basilica di Santa Maria. Non posso non ricordare tra i presenti Mons. Vincenzo Paglia, Vescovo di Terni-Narni-Amelia. Porgo un saluto cordiale agli altri Vescovi qui raccolti e ai Rappresentanti delle altre Chiese e Comunità Ecclesiali.

La Comunità di Sant'Egidio è sulla soglia dei quarant'anni. Le facciamo gli auguri. Guardiamo al futuro. Quale lampada migliore per i nostri passi che la Parola di Dio? Gesù chiama a sé i suoi discepoli, come si legge nel Vangelo. La Comunità di Sant'Egidio - è un suo aspetto costitutivo - si lascia chiamare dal Signore nella preghiera. È la preghiera della sera, che si tiene a Roma in tanti luoghi e nei Paesi del mondo ove siete presenti. Anch'io, quando mi affaccio alla vostra preghiera a Santa Maria in Trastevere, la sera, sul fondo, vedo tanta gente raccolta:  gente della Comunità, ma anche gente che cerca parole su di sé, silenzio nella città confusa. Dolcemente, attraverso la vostra preghiera, lasciate crescere nei cuori l'attrazione verso il Signore. La preghiera è stata la grande risorsa di Sant'Egidio in questi anni: una preghiera come ascolto della Parola di Dio e pure come spazio offerto a tutti. Ed anche oggi, per ringraziare il Signore per il dono della vostra vita a voi stessi e a noi tutti, siamo qui a celebrare l'Eucaristia. È ben giusto essere in tanti, da tutte le parti di Roma, attorno a questo altare: amici, collaboratori, sostenitori, gente che condivide il vostro cammino e che vi vuole ringraziare, perché ci siete e siete un segno di speranza in questo nostro mondo. Sentiamo che voi, a Roma, siete una risorsa dello Spirito. Lo siete in varie parti del mondo. Lo siete in tanti Paesi africani. Lo dico pensando a "Dream", il programma di cura dell'Aids che interviene su tanti malati del continente subsahariano. Lo siete stati in Paesi in conflitto, come il Mozambico per cui Sant'Egidio è stata una forza di pace e di riconciliazione. Ma oggi lo diciamo a Roma e per Roma in questa cattedrale di Roma, perché Sant'Egidio è un frutto romano fattosi universale. Avete fatto rifiorire, con i piccoli e grandi fili delle vostre amicizie e incontri, il senso di Roma come communis patria. È un'espressione che Paolo  VI sentiva molto. Giovanni Paolo II vi ripeteva spesso: "Dove ci sono le comunità di Sant'Egidio sono sempre di Roma". Oggi entriamo in questa cattedrale romana, in questo tempio con gioia; la gioia con cui lo storpio camminava, saltava, lodava Dio, entrando nel tempio (cfr At 3, 8). Era la gioia di un salvato:  Pietro lo aveva guardato, gli aveva dato non oro né argento, ma la forza del nome del Signore, lo aveva preso per mano e lui si era alzato dal suo dolore (cfr At 3, 6-7). Oggi entriamo nel tempio lodando il Signore. Lodano il Signore gli uomini e quelle donne che avete guardato, presi per mano:  poveri non più abbandonati.

Questa è la grande famiglia di Sant'Egidio, dove chi aiuta si confonde con chi è aiutato. Lo spirito di Sant'Egidio è formare con i poveri un'unica famiglia. Oggi ne vediamo il volto festivo. Ma, giorno dopo giorno, anche con sacrificio, con gli abiti della fedeltà, avete costruito legami di solidarietà con tanti bisognosi. I poveri, quelli delle baracche nei primi anni, poi gli anziani, i malati, i soli, i disabili, i senza casa, sono stati vostri compagni e amici. Avete dato loro molto, ma loro hanno dato a voi molto. Avete capito che ciascuno ha molto da dare, anche chi sembra senza niente. Tanti chiedevano l'elemosina di un aiuto, di una parola, ma oggi sono in piedi con noi. Così come la gente nel tempio di Gerusalemme siamo "meravigliati e stupiti" (cfr At 3, 10). La vostra risorsa non è stata né l'oro né l'argento, ma - come cantate in un canto che piaceva molto al Servo di Dio, Giovanni Paolo II - solo la Parola del Signore. Gesù ci chiama suoi discepoli in questa liturgia e dice: "Voi sapete che coloro che sono ritenuti capi delle nazioni le dominano, e i loro grandi esercitano sopra di esse il potere. Fra voi però non è così; ma chi vuol essere grande tra voi sarà vostro servitore, e chi vuol essere il primo tra voi sarà il servo di tutti" (Mc 10, 42-44). Non rinunciate, dunque, ad essere grandi come Gesù ci chiama ad esserlo! E infatti non avete rinunciato ad essere grandi! Oggi, di fronte alle sfide di un mondo globalizzato e lacerato in profondità, è facile sentirsi piccoli, nascondersi nella modestia e nella piccolezza. Sento spesso dire:  che si può fare? C'è uno spirito di mediocrità, che diventa egoismo, paura, rinuncia ai sogni. È la tentazione dell'Europa: non pensare "alla grande". Ma questa grandeur - se mi si consente la parola nella mia lingua materna - non è dominio, prepotenza o arroganza. È la grandezza di chi si fa servitore, servo di tutti. È la grandezza del sogno per tutti. Il patriarca Atenagora, che ho avuto il privilegio di incontrare nei miei anni lontani di lavoro in Segreteria di Stato, diceva: "se sapremo restare grandi, l'unione si farà". Grandi, cioè servi di tutti. Se resteremo grandi, tanto sarà possibile. Quando mi trovo tra di voi, cari amici, - permettete che lo dica con confidenza - sento che si realizzano i sogni della stagione del Concilio, che ho vissuto come una "primavera della Chiesa" come diceva il beato Giovanni XXIII, del quale ero allora giovane collaboratore: una Chiesa amica di tutti e soprattutto dei poveri; una Chiesa che aspira all'unità dei cristiani, in dialogo con i credenti di tutte le religioni, per una testimonianza di pace.

I sogni, non le utopie. Un uomo della mia generazione ha visto momenti dolorosi e esaltanti della storia: la Seconda Guerra Mondiale, la persecuzione degli ebrei, l'assurda e tragica utopia del comunismo sovietico in Europa, le attese utopiche del maggio '68 a Parigi, ma anche la riconciliazione franco-tedesca, la costruzione dell'Europa, la nascita di nuovi Paesi nel Sud del mondo. Mai si deve smettere di sognare e di sperare, come il Vangelo ci insegna, anche se il cammino è lungo e chiede pazienza. Un mondo nuovo non si impone con il dominio, come i capi delle nazioni, ma aprendo i cuori alla speranza. Un lavoro lungo, mai concluso, ma questa è la via del Vangelo. A questi sogni evangelici vi siete applicati come artigiani dell'umano, giorno dopo giorno, con lavoro fedele, mettendo del vostro: tempo, energie, sacrificio. È possibile:  non ci si deve rassegnare alla povertà, all'abbandono, alla guerra; non si può accettare che crescano i muri tra le religioni fino allo scontro, non si può rinunciare a che i cristiani siano uniti. Io stesso, come Presidente del Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso, ho constatato come non abbiate fatto spegnere il sogno di Assisi: un "evento destinato a lasciare il segno nella storia del nostro tempo", ha scritto anche a voi Benedetto XVI per l'incontro commemorativo organizzato dalla Comunità di Sant'Egidio e che ho avuto la gioia di presiedere ad Assisi nei vent'anni di quella storica giornata. Lo spirito di Assisi è soffiato in tanti luoghi, ha avvicinato uomini e donne lontani, rivelando che il destino non è lo scontro, ma l'incontro. Siate grandi nell'amore! Il modello di Gesù ci orienta:  "Il Figlio dell'uomo infatti non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti" (Mc 10, 45). Seguendo lui, ognuno potrà migliorarsi nella fede e nell'amore, mai accontentarsi di essere quel che si è. Siate grandi nell'amore! È la sola superiorità del cristiano: l'amore. Ce lo rammenta il Santo Padre Benedetto XVI nella sua Lettera Enciclica Deus caritas est. Lo diceva don Andrea Santoro, prete di Roma ucciso in Turchia: "La via più alta della superiorità è quella dell'amore e della giustizia, che si china sul diritto e il bisogno dell'altro, che non si lascia vincere dal male, ma vince il male con il bene...". Siate grandi nell'amore e il Signore vi benedirà sempre! Noi tutti preghiamo per voi e con voi, Amen!

       

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