CONFERENZA STAMPA DI PRESENTAZIONE DEL MESSAGGIO DI
SUA SANTITÀ GIOVANNI PAOLO II PER LA CELEBRAZIONE DELLA XXXV GIORNATA
MONDIALE DELLA PACE
INTERVENTO DELL’EM.MO CARD. FRANÇOIS
XAVIER NGUYÊN VAN THUÂN
Saluto volentieri tutti i partecipanti a questo periodico
appuntamento annuale: oggi, ho l'onore di presentarvi il Messaggio per la
prossima Giornata Mondiale della Pace, la 35a da quando fu
istituita da Paolo VI nel 1968.
Il Messaggio si apre evocando il cupo scenario internazionale
in cui vive l'umanità dopo l'11 settembre, per affermare subito che "il
male, il mysterium iniquitatis, non ha l'ultima parola nelle vicende
umane", perché la salvezza annunciata nella Bibbia "proietta grande
luce sull'intera storia del mondo" (n. 1).
Fin dall'inizio del suo Messaggio, il Santo Padre ha voluto
sottolineare il fattore speranza: le tenebre del male non sono mai
sufficienti a oscurare la luce della divina provvidenza, anzi la fanno
risaltare di più e perciò la Chiesa guarda con fiducia incrollabile verso il
nuovo anno 2002, malgrado "i terribili fatti di sangue appena
ricordati" (n. 2).
Giovanni Paolo II si abbandona a una testimonianza personale,
ricordando le "immani sofferenze" causate dai totalitarismi del
secolo passato e esprimendo il profondo convincimento che la via per riportare
l'ordine nel mondo passa attraverso due tappe, entrambe necessarie e
articolate tra loro: quella della giustizia e quella del perdono.
Il Santo Padre è consapevole della difficoltà di parlare
proprio oggi di giustizia associata al perdono. Tuttavia, pur nel ribadire che
"la vera pace è frutto della giustizia", Giovanni Paolo II ricorda
come la giustizia umana, per la sua fragilità, vada "esercitata e in
certo senso completata con il perdono che risana le ferite" (n.
3). Non si tratta infatti di contrapporre giustizia e perdono in modo da
sottrarsi all'esigenza di riparare l'ordine ingiustamente leso: "il
perdono mira piuttosto a quella pienezza di giustizia che conduce alla
tranquillità dell'ordine", perché "è risanamento in profondità
della ferite che sanguinano negli animi" (n. 3).
Con una tale impostazione il Messaggio affronta la questione
del terrorismo, rilevando non solo che esso "si è trasformato in una
rete sofisticata di connivenze politiche, tecniche ed economiche che travalica
i confini nazionali e si allarga fino ad avvolgere il mondo intero" ma
che "si fonda sul disprezzo della vita dell'uomo" e
costituisce "un vero crimine contro l'umanità" (n. 4).
Pertanto, esiste "un diritto a difendersi dal
terrorismo", un diritto che deve "rispondere a regole morali e
giuridiche nella scelta sia degli obiettivi che dei mezzi" (n. 5).
In particolare, la lotta contro il terrorismo non può
prescindere dall'impegno "sul piano politico, diplomatico ed economico
per risolvere con coraggio e determinazione le eventuali situazioni di
oppressione e di emarginazione che fossero all'origine dei disegni
terroristici" (n. 5). In ogni caso, "le ingiustizie che esistono nel
mondo non possono mai essere usate come scusa per giustificare gli attentati
terroristici" (n. 5).
Giovanni Paolo II non manca di riferirsi a quel terrorismo
"figlio di un fondamentalismo fanatico, che nasce della convinzione di
poter imporre a tutti l'accettazione della propria visione della verità"
(n. 6). Una posizione infondata, in quanto la verità non può mai essere
imposta, ma solo proposta: "pretendere di imporre agli altri con la
violenza quella che si ritiene essere la verità significa violare la dignità
dell'essere umano e, in definitiva, fare oltraggio a Dio, di cui egli è
immagine" (n. 6).
Su tale punto, il Santo Padre è molto chiaro: "il
fanatismo fondamentalista è un atteggiamento radicalmente contrario alla fede
in Dio" (n. 6) e "nessun responsabile delle religioni, pertanto, può
avere indulgenza verso il terrorismo e, ancor meno, lo può predicare"
(n. 7). In special modo, la violenza del terrore è "totalmente contraria
alla fede in Cristo Signore, che ha insegnato ai suoi discepoli a pregare: «Rimetti
a noi i nostri debiti, come noi li rimettiamo ai nostri debitori» (Mt
6,12)" (n. 7).
I cristiani sono chiamati ad essere misericordiosi perché a
loro "è stato mostrata misericordia da un Dio che è amore
misericordioso (cfr. 1 Gv 4,7-12)" e quindi "devono essere
sempre uomini e donne di misericordia e di perdono" (n. 7).
Il Santo Padre si chiede poi "cosa significa, in
concreto, perdonare? E perché perdonare?" (n. 8). Egli mette in rilievo
la radice divina del perdono ricordando le parole di Cristo sulla croce:
"Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno" (Lc
23,24), ma al tempo stesso afferma il valore del perdono anche sul piano della
ragionevolezza umana, riferendosi al sentimento di riscatto personale che
alberga in ogni cuore umano. Per il Santo Padre, il perdono non ha solo una
valenza personale, ma pure una dimensione sociale, poiché la sua mancanza
innesca una spirale permanente di conflittualità che impedisce lo sviluppo
dei popoli: "la pace è la condizione dello sviluppo, ma una vera pace è
resa possibile soltanto dal perdono" (n. 9).
Il Messaggio sottolinea la paradossalità del perdono: a
differenza della violenza, esso "comporta sempre un'apparente
perdita a breve termine, mentre assicura un guadagno reale a lungo
termine" (n. 10). Il perdono potrebbe apparire come una debolezza, ma in
realtà "suppone una grande forza spirituale e un coraggio morale a tutta
prova" (n. 10).
Tali parole suonano profetiche nell'attuale contesto della
Terra Santa. Il Santo Padre auspica che si giunga infine ad un "negoziato
risolutore" e invoca una "volontà di giustizia e di
riconciliazione" (n. 11).
Giovanni Paolo II insiste sulla responsabilità che le autorità
religiose hanno di collaborare "per eliminare le cause sociali e
culturali del terrorismo, insegnando la grandezza e la dignità della persona
e diffondendo una maggiore consapevolezza dell'unità del genere
umano" (n. 12). In particolare, il Santo Padre invita i capi religiosi
ebrei, cristiani e musulmani a "prendere l'iniziativa mediante la
condanna pubblica del terrorismo, rifiutando a che si ne rende partecipe ogni
forma di legittimazione religiosa o morale" (n. 12).
Il Messaggio si riferisce al servizio che le religioni possono
offrire alla costruzione della pace con un'appropriata "pedagogia del
perdono", poiché "l'uomo che perdona o chiede perdono capisce che
c'è una verità più grande di lui, accogliendo la quale egli può
trascendere se stesso" (n. 13).
In tale prospettiva, il Santo Padre mette in risalto
l'importanza della preghiera per la pace, che "sta al cuore dello sforzo
per l'edificazione di una pace nell'ordine, nella giustizia e nella libertà"
(n. 14). Egli non manca di riferirsi alla Giornata mondiale di preghiera
per la pace che si svolgerà ad Assisi il prossimo 24 gennaio, con la
quale s'intende "mostrare che il genuino sentimento religioso è una
sorgente inesauribile di mutuo rispetto e di armonia tra i popoli: in esso,
anzi, risiede il principale antidoto contro la violenza e i conflitti"
(n. 14).
Il pensiero conclusivo del Santo Padre va alle vittime del
terrorismo, alle loro famiglie, ai popoli feriti dal terrore e dalla guerra, e
infine agli attentatori stessi, i quali "offendono gravemente Dio e
l'uomo mediante questi atti senza pietà: sia loro concesso di rientrare in se
stessi e di rendersi conto del male che compiono, così che siano spinti ad
abbandonare ogni proposito di violenza e a cercare il perdono" (n. 15).
Le ultime righe del Messaggio esprimono l'accorato auspicio
del Santo Padre: "possa l'umana famiglia trovare pace vera e duratura,
quella pace che solo può nascere dall'incontro delle giustizia con la
misericordia!" (n. 15). Ascoltiamo queste parole piene di speranza e
apriamo i nostri cuori alla forza dell'amore, la sola forza capace di superare
le divisioni e le lacerazioni che sconvolgono l'unica famiglia alla quale
tutti apparteniamo.
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