The Holy See
back up
Search
riga

PONTIFICIO CONSIGLIO DELLA GIUSTIZIA E DELLA PACE

RIFLESSIONE DI S.E. MONS. RENATO RAFFAELE MARTINO
AD UN ANNO DALLA MORTE
DEL CARD. FRAN
OIS-XAVIER NGUYN VAN THU
 

Una personalità straordinariamente
impreziosita da una profonda spiritualità


Ad un anno dalla morte, avvenuta il 16 settembre 2002, ricordare la figura del Cardinale François-Xavier Nguyên Van Thuân è un bisogno che nasce dal cuore. Dal mio cuore e da quello di tutti coloro che con lui hanno collaborato, che lo hanno conosciuto e amato in seno al Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, Dicastero del quale egli fu prima Vice-Presidente e poi Presidente.

Non avevo mai avuto molte opportunità di incontrare il Porporato e di approfondirne la conoscenza, ma ora la preziosa eredità, che mi ha lasciato come Presidente del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace e i molti collaboratori, che l'hanno conosciuto da vicino nel Dicastero, mi rendono partecipe della sua personalità umana e mi permettono di coglierne i tratti distintivi:  la gentilezza e la discrezione, che nascevano dalla bontà e dalla delicatezza d'animo, come anche dalla prudenza legata alla volontà di cercare comunque il bene per tutti. Una grande cultura, quasi nascosta con pudore, ma svelata da una profonda sapienza, che sapeva cogliere di ogni situazione gli aspetti profondi e lievi. Una fortezza fonte di pari determinazione e pazienza. E infine, ma forse è meglio dire in sintesi, la volontà di essere un uomo donato agli altri, sempre e a qualsiasi prezzo.

Questa sua personalità umana era straordinariamente impreziosita da una profonda spiritualità. Per chiunque abbia avuto la fortuna di incontrare il Cardinale Van Thuân, immediata è stata la percezione di trovarsi di fronte a un autentico uomo di Dio, un uomo di preghiera, che riconduceva tutto a Dio, sapendo riconoscere in ogni esperienza la mano provvida del Signore. Nel martirio dell'amore di Dio egli aveva vissuto la sua travagliata e drammatica vicenda personale di cristiano e di Vescovo, partecipando sempre, con tutto il suo essere, alla misericordiosa comunione divina.

Durante i tredici anni di ingiusta reclusione nelle carceri vietnamite, il Cardinale affrontò e patì l'angosciante tentazione della solitudine e della disperazione. Proprio in quella terribile desolazione esistenziale, che lo aveva privato di ogni riferimento umano e di tutte le relazioni ecclesiali, la sua anima ebbe la grazia di non disperare, ma di aprirsi piuttosto al gioioso riconoscimento dell'amore di Dio e della Sua misericordiosa presenza. Dio gli si manifestava come il Tutto, e questo gli bastava a ridimensionare il peso e la sofferenza della privazione della dignità personale e della libertà:  "Quando si è in comunione con Dio, che è il Tutto, perché lasciarci angustiare dal resto?".

Quella che fu per il Cardinale Van Thuân una straordinaria e indelebile esperienza spirituale resta per noi la più preziosa delle eredità:  l'esempio di un autentico uomo di pace, un cristiano sereno e un Vescovo fiducioso. La consapevolezza interiore di aver combattuto la buona battaglia e di aver conservato la fede (cfr 2 Tm 4, 7) lo distinse e lo aiutò anche come responsabile di un Dicastero della Curia Romana, quando seppe far suo lo stile dell'apostolo Paolo di chiedere in nome della carità, pur avendo in Cristo piena libertà di comandare (cfr Fm 8-9).

Nel suo compito di Presidente del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, il Cardinale Van Thuân si lasciava guidare con grande lucidità dal valore e dall'importanza della dottrina sociale della Chiesa per la costruzione di un mondo più giusto e solidale. Nella prospettiva del Cardinale, infatti, l'insegnamento della dottrina sociale doveva contribuire al bene comune universale e aiutare ad affermare la visione del salmista nella quale Giustizia e Pace si abbracciano (Sal 85, 9-12), così da permettere l'ingresso nel Regno di Dio.

Era attento soprattutto al carattere pedagogico dei documenti del Magistero sociale, che provengono dal profondo del cuore della Chiesa e sono offerti a un mondo che necessita di una visione morale per costruire un ordine sociale più umano. La Chiesa non pretende di offrire soluzioni scientifiche a problemi sociali ed economici, sotto forma di raccomandazioni o precise indicazioni di indirizzo politico; ciò che essa offre è molto più importante:  una serie di valori morali e ideali che difendono e affermano la dignità di tutti. L'applicazione di tali principi negli ambiti dell'economia, della politica e nelle realtà sociali, può dare come risultato giustizia e pace per tutti, autentici progressi umani e la liberazione dei popoli da oppressione, povertà e violenza. In questa prospettiva, il Cardinale avviò, già nel 1999, la redazione di un'autorevole sintesi dell'insegnamento della Chiesa in campo sociale, al fine di mettere in evidenza il legame della dottrina sociale con la Nuova Evangelizzazione, tanto intensamente auspicata dal Santo Padre Giovanni Paolo II. La lunga malattia e la morte gli impedirono di portare a termine questo progetto, coltivato con amore e passione. Da parte mia, mi riprometto di onorare la preziosa eredità del Cardinale Van Thuân, provvedendo a completare e pubblicare l'atteso documento.

Il Cardinale Van Thuân fu soprattutto un eccezionale testimone della speranza, che alimentava con l'Eucaristia celebrata ogni giorno, anche in condizioni impossibili, e con una profonda devozione per la Vergine Maria. Questa speranza rese il Cardinale un cristiano libero e senza paura: libero di spirito nel carcere, senza paura nella malattia. Il Santo Padre, infatti, durante l'omelia esequiale in San Pietro, ha indicato soprattutto la virtù della speranza come chiave di lettura della personalità del Cardinale Van Thuân: "Egli ha posto l'intera sua vita proprio sotto il segno della speranza... A tutti, anche in questo momento, egli sembra rivolgere, con suadente affetto, l'invito alla speranza.

Quando, nell'anno 2000, gli domandai di dettare le meditazioni per gli Esercizi Spirituali della Curia Romana, egli scelse come tema: "Testimoni della speranza". Ora il Signore l'ha saggiato "come oro nel crogiuolo" e l'ha gradito "come un olocausto", possiamo veramente dire che "la sua speranza era piena di immortalità" (cfr Sap 3, 4.6). Era piena, cioè, di Cristo, vita e risurrezione di quanti confidano in Lui".

Renato Raffaele Martino
Presidente del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace

 

top