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PONTIFICIO CONSIGLIO DELLA GIUSTIZIA E DELLA PACE

INTERVENTO DELL'ARCIVESCOVO RENATO RAFFAELE MARTINO
ALL'INCONTRO INTER-RELIGIOSO DI ASTANA

Luned́, 22 settembre 2003

 

Nel suo Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace celebrata il 1º gennaio 2001, Papa Giovanni Paolo II ha parlato dell'urgenza di "riflettere sul dialogo tra le differenti culture e tradizioni", essendo questo dialogo "la via necessaria per l'edificazione di un mondo riconciliato, capace di guardare con serenità al proprio futuro" (n. 3).

Le situazioni che riscontriamo in troppe parti del mondo stanno costringendo tutti noi a considerare l'urgenza del dialogo tra le religioni, le civiltà e le culture. È stato anche per questa ragione che Papa Giovanni Paolo II, nel 1986 e poi di nuovo nel 2002, ha invitato le guide delle diverse religioni ad unirsi a lui ad Assisi per pregare per la pace nel mondo.

In una delle sue risoluzioni sul Dialogo tra le Civiltà, l'Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha osservato che "le civiltà non sono confinate a singoli Stati-nazioni, ma abbracciano piuttosto le diverse culture in seno a una stessa civiltà e (...) questi conseguimenti della civiltà costituiscono il retaggio collettivo dell'umanità, offrendo una fonte di ispirazione e di progresso per l'umanità nel suo insieme" (cfr Risoluzione 55/23). Riconoscendo la pluralità delle culture e delle civiltà del mondo e il rapporto esistente tra loro, la comunità mondiale ha ammesso il ruolo vitale che la cultura, come sottoinsieme di ciascuna civiltà, deve svolgere nel promuovere la pace e l'armonia.

In questo incontro abbiamo cercato di considerare gli uomini e le donne per quanto riguarda le loro capacità spirituali, morali e intellettuali. Abbiamo dichiarato che la pace e l'armonia possono risultare solo dalla comprensione e dalla tolleranza. Nei recessi del proprio cuore, l'uomo cerca di scoprire sia le sue origini sia il suo destino ultimo. Proprio comprendendo l'esistenza di Dio e la fede religiosa, la gente riesce a trovare una risposta alle domande più fondamentali della vita. È questa ricerca comune della verità a formare la base della società: "Al centro di ogni cultura sta l'atteggiamento che l'uomo assume davanti al mistero più grande:  il mistero di Dio" (Centesimus annus, n. 24).

Per quanto questa ricerca sia intima del cuore umano, essa si esprime naturalmente per mezzo delle usanze e delle tradizioni di intere comunità di persone che, attraverso la relativa vicinanza tra di loro, hanno cercato il significato ultimo della vita insieme come popolo. La prima esperienza di vita in comune viene fatta nella famiglia. Si tratta di un'esperienza universale, la cui importanza non verrà mai abbastanza evidenziata. La famiglia fornisce la base per un rapporto fondamentale tra l'individuo e le sue origini. Nella famiglia, inoltre, l'individuo giunge a maturità attraverso l'apertura ricettiva verso gli altri, donandosi a loro con generosità.

Inoltre, spesso vi è uno stretto rapporto tra la religione particolare di un popolo e la sua identità di nazione. Nemmeno i potenti sistemi ideologici del colonialismo e del totalitarismo sono riusciti, così come non vi riuscirà il terrorismo, a sopprimere il bisogno universale di una vita spirituale particolare e unica in unione con Dio.

Il dialogo autentico tra le religioni esige rispetto per le differenze, Troppo spesso, sia nella storia sia in tempi recenti, le differenze etniche e religiose sono state prese a giustificazione di conflitti brutali, di genocidi e di persecuzioni. Sono sorti anche dei problemi laddove un gruppo religioso ha cercato di espellere dal Paese gli appartenenti a un'altra religione, spesso per mezzo di minacce e violenza. La pace e l'armonia non possono essere costruite sulla pratica della persecuzione religiosa. Una simile cosiddetta società è diametralmente opposta alla persona umana e porterà, in ultimo, alla disintegrazione della nazione.

Il dialogo significativo e la coesistenza tra le religioni non possono aver luogo se manca la libertà religiosa. Le culture del mondo, con tutta la loro ricca diversità di doni, possono portare un grande contributo alla costruzione di una civiltà dell'amore. Ciò che occorre è il rispetto reciproco delle differenze tra i popoli, un rispetto inspirato dal desiderio di sostenere il diritto di ogni individuo di cercare la verità secondo i dettami della sua coscienza e in continuità con il suo retaggio culturale.

Gli esseri umani non sono schiavi del passato. Non possono ignorare il passato o rigenerarsi nel modo che desiderano, tuttavia hanno la capacità di discernere e di scegliere come vivere, sia come individui sia insieme. Sono abbastanza liberi per accettare le limitazioni imposte dalle diverse condizioni storiche, culturali, economiche o di altro genere. Queste condizioni possono porre dei confini alla loro libertà, ma non la possono abolire. Quale parte della natura umana, la libertà, soprattutto la libertà di scegliere il dialogo e la pace, è sempre possibile.

Dopo aver riconosciuto la molteplicità delle culture e delle civiltà, ci si deve domandare:  che cosa unisce gli uomini? La risposta viene data da quei diritti universali di cui gli esseri umani godono precisamente in virtù della loro umanità. Sono stati proprio gli oltraggi alla dignità umana a portare la comunità mondiale, appena tre mesi dopo la fondazione delle Nazioni Unite, alla Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo, che rimane una delle massime espressioni della coscienza umana del nostro tempo.

Come ha affermato Papa Giovanni Paolo II nel suo discorso all'Assemblea Generale delle Nazioni Unite nel 1995: "Ben lungi dall'essere affermazioni astratte, questi diritti ci dicono anzi qualcosa di importante riguardo alla vita concreta di ogni uomo e di ogni gruppo sociale. Ci ricordano anche che non viviamo in un mondo irrazionale o privo di senso, ma che, al contrario vi è una logica morale che illumina l'esistenza umana e rende possibile il dialogo tra gli uomini e tra i popoli. Se vogliamo che un secolo di costrizione lasci spazio a un secolo di persuasione, dobbiamo trovare la strada per discutere, con un linguaggio comprensibile e comune, circa il futuro dell'uomo. La legge morale universale, scritta nel cuore dell'uomo, è quella sorta di "grammatica" che serve al mondo per affrontare questa discussione circa il suo stesso futuro" (Papa Giovanni Paolo II, Discorso alle Nazioni Unite, 5 ottobre 1995, n. 3).

Signor Presidente,

La mia Delegazione desidera concludere con una riflessione finale sul rapporto esistente tra il dialogo tra le civiltà e le religioni e il riconoscimento del valore e della dignità della vita umana. Non può esservi un autentico dialogo se esso non rispetta la vita. Non possono esservi pace o dialogo tra le civiltà se questo diritto fondamentale non viene tutelato. Sono stati numerosi gli esempi di generosità, di dedizione e perfino di eroismo nel servizio alla vita nei nostri tempi. Tuttavia, il mondo è ancora afflitto da numerosi attacchi alla vita. Quando la dignità umana dei membri più deboli e vulnerabili di una società non viene giustamente riconosciuta, rispettata e protetta, tutte le civiltà soffrono.

Possiamo trarre coraggio dalla parole che hanno caratterizzato i venticinque anni di Pontificato di Papa Giovanni Paolo II: "Non abbiate paura". L'idea stessa del dialogo presuppone la nostra capacità di ragionare e di comprendere, e soprattutto quella di cambiare e di rifare. La Santa Sede è molto fiduciosa che un dialogo autentico tra le religioni mondiali e tradizionali nazionali andrà a beneficio di tutti.

Grazie.

   

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