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Pontificio
Consiglio della Pastorale per i Migranti e Itineranti
Migrazioni e dialogo interreligioso
P. Angelo Negrini, c.s.
Incaricato Settore Migrazioni
La maggior parte dei fenomeni e processi sociali, economici e culturali
presenta oggi una dimensione e una portata transnazionale che travalica
i confini territoriali in cui tradizionalmente i fatti avevano la loro
sfera di incidenza: la globalizzazione, da alcuni anni a questa parte
, è un macrofenomeno che si è posto al centro dell'attenzione
di molteplici discipline.
Per molti versi, connesso con il fenomeno della mondializzazione, è
un altro grande tema del nostro tempo, l'emigrazione, che si pone come
evento speculare al processo della globalizzazione. La mondializzazione
ha spalancato i mercati ma non le frontiere, ha abbattuto i confini dell'informazione,
dei capitali e della proprietà, ma non i confini delle persone
e delle nazioni. Centocinquanta milioni di persone vivono oggi in Paesi
con cultura, lingua e religione diversa dalla loro. L'integrazione sul
piano sociale, e l'interazione su quello culturale e religioso, sono diventate
oggi il necessario presupposto per una pacifica convivenza tra la popolazione
autoctona di una nazione e i vari gruppi etnici che vi risiedono. "E'
il dialogo, afferma il Messaggio, la via maestra da percorrere e su questa
strada la Chiesa invita a camminare per passare dalla diffidenza al rispetto,
dal rifiuto all'accoglienza".
Un dialogo inteso necessariamente non tanto come ricerca di punti dottrinali
comuni, ma come stimolo reciproco a recuperare tutte le dimensioni umane
all'interno delle rispettive religioni: la preghiera e il digiuno la vocazione
fondamentale dell'uomo, l'apertura al trascendente, la solidarietà
tra le nazioni. Tutte e tre le grandi religioni abramitiche (le cosiddette
"religioni del libro": la Torah per gli ebrei, il Vangelo per
i cristiani, il Corano per i musulmani) si rifanno alla fede soprannaturale,
parlano di shalom, cioè di armonia con se stessi, con gli altri,
con la natura e con Dio; di rispetto reciproco della diversità
nella comune sottomissione a Dio; del "perdersi per ritrovarsi",
assumendo l'amore come legge di vita. Per i cristiani il dialogo diventa
quasi il "costitutivo formale" della nostra fede in Cristo.
La grande novità del Messaggio della prossima Giornata penso che
sia proprio il superamento di una visione "ideologica" della
fede, di una dialettica teologica per approdare a un dialogo concepito
soprattutto come dono esterno, pratico, operativo della carità.
Il problema non si pone tanto nei confronti degli ebrei (oggi quasi
"invisibili" nelle nazioni di immigrazione) che da Papa sono
stati definiti "i nostri fratelli maggiori".
Si pone invece sempre più urgentemente nei confronti dei musulmani,
sempre più numerosi nei paesi industrializzati: verso di essi il
dialogo deve tradursi non tanto in un confronto dottrinale, quanto in
una testimonianza della nostra fede, vissuta nella carità e nella
verità e per questo incarnata nella vita quotidiana.
Il Papa è convinto che la presenza musulmana nella nostra società
sia un fatto caratteristico da interpretare e al quale rispondere con
una vita cristiana conforme ai dettati del Vangelo.
In occasione della sua prima visita in Germania, Giovanni Paolo II affermò:
"Dobbiamo vedere nell'immigrato non solo un puro prestatore di manodopera,
ma anche l'uomo con la sua dignità e il suo diritto, con la sua
preoccupazione per la famiglia, con la sua esigenza di essere preso seriamente
in tutti i settori della sua vita. (...) Ciascuno esamini il proprio atteggiamento
nei confronti dello straniero che gli è vicino e si renda conto
in coscienza se abbia già scoperto in lui l'uomo con la stessa
aspirazione di pace e libertà, di tranquillità e di sicurezza,
la cui soddisfazione esigiamo per noi stessi come cosa del tutto normale".
E rivolgendosi ai musulmani: "Se avete portato con cuore sincero
la vostra fede in Dio in un paese straniero e se qui pregate Dio come
vostro Creatore e Signore, appartenete anche voi alla grande schiera di
pellegrini che già dal tempo di Abramo si sono messi in cammino
per cercare il vero Dio. La vostra preghiera pubblica è per tutti
i cristiani un esempio degno del massimo rispetto. Vivete la vostra fede
anche in un paese straniero e non permettete che alcun interesse umano
o politico usi violenza su di voi".
Queste parole incoraggiano cristiani e musulmani ad abbattere i pregiudizi,
li spingono a costruire una vita comune basata sul rispetto e sull'amicizia
e a ricercare un cammino verso la giustizia sociale, la pace e la libertà;
invitano infine al rispetto reciproco delle convinzioni religiose e delle
differenti pratiche della fede.
Nella vita di tutti i giorni infatti cristiani autoctoni e musulmani emigrati
vivono gli uni accanto agli altri, abitano porta a porta nello stesso
edificio, lavorano nello stesso posto, i loro bambini frequentano la stessa
scuola materna o la stessa classe scolastica, ogni giorno si incontrano
per strada. E' importante che la vita vissuta degli uni accanto agli altri
si trasformi in una vera e propria convivenza.
Un primo passo in questa direzione è il contatto umano nelle sue
diverse forme: il saluto cordiale sulle scale di casa, il domandarsi come
va, un comportamento amichevole sul posto di lavoro, un giusto trattamento
degli stranieri alla ricerca di un appartamento o nella remunerazione
del loro lavoro. Il rispetto della loro dignità, il riconoscimento
della loro identità culturale e religiosa richiedono l'interesse
per il loro mondo, una informazione approfondita sul loro paese di origine,
sulle difficoltà che incontrano tra di noi, sulle loro abitudini
mentali, sul diverso stile di vita, sulle differenti tradizioni e convinzioni
religiose. Senza informazione non esiste comprensione; senza comunicazione
non esiste vita in comune. Solo quando si cerca un punto di incontro si
scopre che le differenze culturali e religiose non devono necessariamente
portare a conflitti e separazioni ma a veri rapporti umani. Individualmente
e collettivamente si tratta di percorrere vie nuove per ottenere cambiamenti
in campo politico, culturale e religioso.
Già l'invito ad una festa di compleanno da parte dei vicini di
casa o dei colleghi di lavoro rappresenta, dal punto di vista dei rapporti
umani, un segno di stima e di rispetto; la conoscenza delle feste musulmane
offre la possibilità di porgere gli auguri ed eventualmente di
essere invitati a tali celebrazioni. Purtroppo sui nostri calendari non
sono ancora indicate tali feste, come pure quelle di altre religioni.
Mi pare urgente che i mass media, anche quelli della Chiesa, forniscano
in proposito informazioni aggiornate e dettagliate.
Rispettandosi vicendevolmente e cercando un punto di incontro è
possibile ricomporre conflitti e superare le tensioni trasformandole in
uno scambio costruttivo. Sempre il Papa (in un incontro a Bruxelles con
i musulmani nel maggio 1985): "Le circostanze attuali devono incitare
tutti i credenti, cristiani e musulmani, a cercare di conoscersi meglio,
a dialogare per trovare la maniera pacifica di vivere insieme e di arricchirsi
reciprocamente. E' bello conoscersi accettando le differenze, superare
i pregiudizi nel rispetto reciproco, lavorare per la riconciliazione e
il servizio ai più umili. E' questo un dialogo fondamentale che
tutti devono portare avanti nei quartieri, nei posti di lavoro, nella
scuola. E' il dialogo che si addice ai credenti che vivono insieme in
una società moderna e pluralista".
L'immigrazione ci ha portato l'Islam in casa nostra: sta lì davanti
a noi con le sue moschee, la sua altissima idea di Dio, il suo complesso
di riti. Ci sollecita e ci provoca con il suo modo di intendere la vita,
la preghiera, la società. Il confronto diventa inevitabile, come
inevitabile diventa a questo punto il dialogo.
Discussioni dottrinali e teologiche non approderanno verosimilmente a
concreti risultati positivi. Non si insisterà mai abbastanza invece
sull'arricchimento che il dialogo potrà apportare se si è
capaci di lavorare fianco a fianco, mangiare insieme, sopportare con solidarietà
gli stessi problemi e sofferenze, condividere gli stessi momenti di gioia.
E' in questa quotidiana condivisione dei valori più umili e più
profondamente umani che cristiani e musulmani, potranno aiutarsi reciprocamente
a rispondere alle domande essenziali sul mondo, sull'uomo e su Dio.
Ed è su questo piano che i cristiani sono chiamati a verificare
l'originalità e l'autenticità della loro fede e a confrontarla,
serenamente, con la fede degli altri.
Malgrado tutti i fallimenti del passato, dobbiamo sperare che l'incontro
con l'islam si può vivere e realizzare in tantissime circostanze
della nostra vita. Convinti che dialogare non significa annullare o annacquare
la propria identità, ma anzi riconoscerla e possederla coscientemente,
manifestarla con convinzione, senza timore di coloro che la pensano diversamente.
Sono la mancanza di chiarezza e l'ambiguità a impedire, falsare
e imbrogliare il dialogo, non una fede convinta. E' l'incertezza o la
scarsa convinzione che rende arroganti e fa del dialogo un'operazione
puramente "politica".
Il problema dell'incontro con l'islam, come del resto con tutte le altre
religioni, diventa così un problema personale, un problema di formazione
all'essere cristiani autentici, non per intraprendere altre crociate o
guerre sante, ma per impostare un confronto sincero tra credenti adulti
nella fede, convinti che il pluralismo non nasce certo dalla omologazione
delle diverse verità di fede, men che meno da preconcetti sulle
convinzioni altrui, ma dal confronto con esse.
Il sentirsi uguali agli altri a livello umano e "identici" a
noi stessi a livello cristiano, rimane ancora e sempre il più valido
supporto per un vero incontro con qualsiasi "altro" , religiosamente
diverso da noi.
Città del Vaticano, 18 ottobre 2001
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