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Pontificio Consiglio della Pastorale
per i Migranti e gli Itineranti
Presentazione del Messaggio del Santo Padre per la 88a
Giornata Mondiale
del Migrante e del Rifugiato del 2002
Arcivescovo Stephen Fumio Hamao
Presidente del Pontificio Consiglio
Nel corso delle sessioni della X Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei
Vescovi, attualmente in corso, i Padri Sinodali non hanno mancato di ricordare
il dramma dei migranti e rifugiati fra le più pressanti preoccupazioni della
Chiesa odierna. Tali e simili flussi tra le nazioni e continenti inevitabilmente
portano insieme persone di culture e religioni diverse. Tra gli argomenti
affrontati dai Padri Sinodali infatti figura il dialogo interreligioso
considerato un fattore importante nella vita della Chiesa oggi. Ecco dunque il
tema di questa 88.ma Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato:
“Migrazioni e Dialogo Interreligioso”.
A poco più di un mese dai tragici eventi di New York e Washington, ci si può
chiedere se il tema scelto non sia un po’ azzardato. Parlare di migrazioni,
proprio ora quando molti nazioni stanno rivedendo le loro leggi in proposito,
forse rivalutando il peso da assegnare alla religione professata dai potenziali
immigrati e rifugiati, e si stanno rafforzando le misure di controllo alle
frontiere per togliere ai terroristi la possibilità di introdursi nel
territorio nazionale, può sembrare mettere il dito sulla piaga.
Eppure, mi sembra che il tema del Messaggio pontificio per la Giornata del 2002
sia quanto mai attuale, proprio per dare risposta all’invocazione per la pace
che oggi fiorisce nelle labbra e nei cuori delle persone innocenti, le quali non
desiderano altro che essersi lasciate libere a vivere una vita degna di persone
umane, figlie di un unico Padre, Dio, e fratelli e sorelle fra di loro.
Nel suo messaggio ai partecipanti del XV Incontro Internazionale di preghiera
per la Pace, svoltosi a Barcellona dal 2 al 4 settembre scorso, il Santo Padre
fa riferimento ad un suo sogno: “il sogno dell’unità della famiglia umana”.
Di questa unità, il Papa voleva un segno, per cui, nell’ottobre del 1986, ha
invitato ad Assisi i cristiani delle diverse Chiese e i responsabili delle
grandi Religioni mondiali. “Avevo davanti agli occhi – scrive Giovanni Paolo
II – una grande visione: tutti i popoli del mondo in cammino da diversi punti
della terra per riunirsi presso l’unico Dio come una sola famiglia.”
Signore e signori, non è questa visione l’immagine delle migrazioni che ora
si stanno attuando in tutte le parti del mondo? Non c’è nemmeno un continente
che possa dirsi essente dal fenomeno migratorio. Ogni paese è terra di origine
o terra di arrivo degli immigrati, e spesso è contemporaneamente l’una e l’altra.
Ma sono essi in cammino per riunirsi presso l’unico Dio come una sola famiglia?
Nonostante ciò che si osserva, nonostante gli avvenimenti che sembrano dire il
contrario, devo rispondere affermativamente a questa domanda. Sì, che lo
vogliano o meno, che lo sappiano o no, tutti gli uomini sulla terra sono in
cammino verso l’unità. Questo perché il disegno di Dio sul genere umano è
unitario. Come afferma la Costituzione dogmatica Lumen Gentium (LG),1
Dio “in principio creò la natura umana una, e volle in fine radunare insieme
i suoi figli che erano dispersi.” Dio non ha mai cessato di essere presente
nella storia, nonostante le pagine tristi che in essa sono scritte. Egli è
Signore della storia e, presto o tardi, con noi o senza di noi, compierà il suo
disegno d’amore sull’umanità. E’ dunque nostro interesse collaborare con
Lui nell’essere artefici dell’unità della famiglia umana.
Il cammino verso l’unità comporta inevitabilmente delle sfide, poiché esso
porta i diversi popoli “in un mondo all’interno del quale sono chiamati a
convivere, gli uni accanto agli altri, uomini e donne di culture e religioni
diverse”.2 Nel suo Messaggio per la
Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato del 2002, il Santo Padre offre
qualche indicazione affinché si possa attuare tale convivenza nella pace.
Afferma: “Perché tale convivenza si sviluppi in modo pacifico è
indispensabile che cadano, tra gli appartenenti alle diverse religioni, le
barriere della diffidenza, dei pregiudizi e delle paure, purtroppo ancora
esistenti. … Il dialogo (è) la via maestra da percorrere e su questa strada
la Chiesa invita a camminare per passare dalla diffidenza al rispetto, dal
rifiuto all’accoglienza”.3
Infatti, c’è bisogno del dialogo e della reciproca tolleranza all’interno
di ogni Paese tra quanti professano la religione della maggioranza e coloro che
appartengono alle minoranze, costituite frequentemente da immigrati, che seguono
religioni diverse. Questo vale sia per i paesi a maggioranza cristiana che
quelli in cui la maggioranza è di religione ebraica o musulmana, indù o
buddista, o comunque cerca il Dio ignoto.4
Il vero dialogo si istaura tra persone che cercano la verità “in un modo
rispondente alla dignità della persona umana e alla sua natura sociale: e cioè
con una ricerca condotta liberamente”, con la possibilità di esporre agli
altri la verità che ritengono di aver scoperto.5
Una volta riconosciuta, la verità esige l’adesione personale di chi la scopre.
Le convinzioni “custodite nel sacrario più intimo della persona”, afferma
Giovanni Paolo II[PCM1],6 si esprimono nella libertà religiosa. Quindi, il Papa invita a riconoscere tale
diritto. Il documento conciliare Dignitatis Humanae infatti dichiara:
“Si fa … ingiuria alla persona umana e allo stesso ordine stabilito da Dio
agli essere umani, se si nega ad essi il libero esercizio della religione nella
società, una volta rispettato l’ordine pubblico informato a giustizia”.7
Tale affermazione rimane valida in qualunque ambiente si trovi la persona, sia
essa migrante o autoctona.
La ricerca della verità e il dialogo che ne consegue, però, non si attuano
soltanto nella ricerca teologica, ma soprattutto nella vita quotidiana, e non
tanto attraverso gli avvenimenti che abbagliano i mezzi di comunicazione sociali,
ma nei piccoli gesti di amicizia, solidarietà e fraternità. “Quando
all’interno di una comunità civile i cittadini sanno accettarsi nelle
rispettive convinzioni religiose, è più facile che s’affermi tra loro …
un’intesa sui valori di fondo di una convivenza pacifica e costruttiva. Ci si
sente infatti accomunati dalla consapevolezza di essere fratelli, perché figli
dell’unico Dio, creatore dell’universo”.8
E quando ci si riconosce fratelli e ci si ama come figli dello stesso Padre che
è Amore, nasce la speranza “di allontanare lo spettro delle guerre di
religione che hanno rigato di sangue tanti periodi della storia dell’umanità”,
spesso causa di dolorose migrazioni forzate. Sorge la certezza che il nome
dell’unico Dio diventerà “sempre di più un nome di pace e un imperativo di
pace”,9 quella pace che Gesù
ha chiamato sua: “Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il
mondo, io la do a voi…” (Gv 14, 27).
La pace terrena infatti “è immagine ed effetto della pace di Cristo… Per
mezzo della sua Croce ha riconciliato tutti gli uomini con Dio, e ristabilendo
l’unità di tutti in un solo popolo e in un solo corpo, ha ucciso nella sua
carne l’odio e, nella gloria della sua Resurrezione, ha diffuso lo Spirito di
amore nel cuore degli uomini”.10
In questo momento storico, sentiamo più che mai attuale il bisogno che questo
amore regni fra tutti gli esseri umani, e che sia lo stesso amore ad animare e a
spingerci verso il dialogo interreligioso, in modo particolare quello che
intavoliamo con gli immigrati e i rifugiati che bussano alle nostre porte.
2 Giovanni Paolo II, Messaggio
per la Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato del 2002 (GMMR 2002) n. 1.
5 cf. Dignitatis Humanae (DH), n. 4.
6 cf. Giovanni Paolo II, Discorso ai Popoli di Kazakhstan, 22 Settembre
2001.
8 Giovanni Paolo II, Discorso…
9 cf. Novo Millennio Ineunte, n. 55, GMMR 2002, n. 2.
10 Gaudium et Spes, n. 78.
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