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Pontificio
Consiglio della Pastorale per i Migranti e gli Itineranti
IV° Seminario Europeo dei Cappellani Cattolici d’Aeroporto
Lione, Francia, 12 maggio 2003
Sfide
per la Pastorale dell'Aviazione Civile
S.E. Mons.Agostino Marchetto
Segretario Pontificio Consiglio
della Pastorale per i Migranti e gli Itineranti
1. Nel suo messaggio ai partecipanti al Terzo Seminario Europeo dei Cappellani
Cattolici d’Aeroporto, svoltosi a Bruxelles nel 2001, il Santo Padre Giovanni
Paolo II indicava chiaramente le sfide principali (potremmo dire: unità nella
diversità) delle Cappellanie Cattoliche d’Aeroporto nel XXI secolo (Vaticano,
14 maggio 2001, Cfr Atti del Terzo Seminario Europeo, pagina 7).
Credo che, nel tentativo di identificarle una ad una, sia utile per tutti
ricordare ciò che Sua Santità diceva in quell’occasione, e cioè:
- in primo luogo, “l’aeroporto è un vero crocevia dell’umanità, dove persone di tutte le nazioni entrano in contatto tra di loro, in un
momento particolare del cammino della vita”;
- secondo, “il cappellano d’aeroporto, in special modo nellacelebrazione dell’Eucaristiae nelle varie forme dell’assistenza pastorale, ricorda ai viaggiatori la
presenza dell’amore di Dio e manifesta quelle verità fondamentali che
riguardano la vita umana”;
- terzo, “poiché, per differenti ragioni,molte persone attraversano le frontierealla ricerca di asilo e di una vita migliore, i cappellani d’aeroporto possono offrire il sostegno e la comprensione
necessari a coloro che hanno dovuto abbondare le proprie case e tutto ciò che
era loro familiare”;
- in quarto luogo, Sua Santità incoraggiava i Cappellani d’aeroporto ad
intensificare il loro inestimabileservizio al Vangelo della carità.
Credo, con questo, che il Papa ci abbia mostrato chiaramente quali sono le sfide
per la pastorale dell’aviazione civile. Tocca a noi ora analizzarle e
riflettere affinché possiamo effettuare il nostro ministero aeroportuale in
maniera ancora migliore e più efficace.
2.L'aeroporto è un vero crocevia dell’umanità, ha detto il Santo Padre.Nessuno, certamente, conosce questa realtà meglio di Giovanni Paolo II, che ha
appena compiuto il suo novantanovesimo viaggio apostolico fuori Italia (volando
in Spagna) e si prepara a realizzare il centesimo, con una visita in
Croazia il mese prossimo. Negli aeroporti si incontrano persone di ogni nazione,
razza e religione. Milioni di passeggeri passano ogni anno per le nostre
aerostazioni e il loro numero aumenta, con alti e bassi, malgrado tutto. Secondo
l’Annuario di Statistica (1999) dell’Organizzazione Internazionale
dell’Aviazione Civile (ICAC), nel 1997 i voli commerciali hanno trasportato 1
miliardo e mezzo di passeggeri. Senza dubbio, si tratta di un luogo di incontro
delle persone - che vanno o vengono per piacere o per il loro tempo libero, per
necessità o per affari, forse per passare alcuni momenti felici con la famiglia
o perché stanno vivendo una situazione familiare dolorosa, come una morte o una
malattia; tra di loro ci sono migranti e profughi, ci sono bambini e anziani,
handicappati o malati, o ancora coloro che hanno bisogno di una cura o di
un’attenzione speciale.
Nelle Direttive della Pastorale dell’Aviazione Civile, possiamo leggere
che “la pastorale dell’aviazione civile è diretta in particolare al
personale navigante, anche in formazione, e a terra delle compagnie aree, al
personale aeroportuale e ai prestatori di servizi, e al personale con base
nell’aeroporto per il rifornimento degli aerei o il servizio dei passeggeri.
In caso di necessità o quando ritenuto utile, questo ministero è offerto anche
ai passeggeri e a categorie particolari come i rifugiati nei centri di
detenzione negli aeroporti, le persone in difficoltà, i senza tetto che trovano
rifugio nell’aeroporto, ecc.” (5). “Per riassumere, la pastorale
dell’aviazione civile viene esercitata in favore di tutti coloro che, un modo
o nell’altro, appartengono al mondo dell’Aviazione Civile, in modo
temporaneo o permanente, prescindere dalla loro nazionalità, cultura o fede
religiosa, e mostra un’attenzione speciale verso quanti di loro sono più
poveri e piccoli, sofferenti o emarginati” (8).
È chiaro, pertanto, chi sono le persone affidate alla cura pastorale dei
cappellani d’aeroporto. La loro attenzione primaria è per le persone “che
hanno un impiego o prestano il loro lavoro negli aeroporti o sugli aerei”
(Pastor Bonus, 150 §3) e, se necessario o opportuno, “il servizio pastorale
si estende anche ai passeggeri” (Chiesa e Mobilità Umana, Lettera del
Pontificio Consiglio alle Conferenze Episcopali sulla Pastorale della Mobilità
Umana, 1978, N. 2).
I cappellani d’aeroporto operano in un ambiente difficile e complesso, dove
incontrano gente di ogni razza, cultura e religione. La loro sollecitudine
primaria è rivolta però al personale di volo (piloti ed equipaggio) e al
personale di terra (meccanici e tecnici, impiegati e operai, lavoratori nei
ristoranti e nei bar, commessi nei negozi, personale di polizia, dogana e
sicurezza, personale medico e paramedico) e, in secondo luogo, a tutte le
persone che passano negli aeroporti. In questa situazione complessa, la
cappellania deve essere un riferimento di unità nella diversità per
tutte queste categorie di persone, come indica il tema del nostro
incontro.
Attualmente le compagnie aeree attraversano una grave crisi, dovuta alle
conseguenze degli attacchi dell’11 settembre 2001, alla recente guerra in
Iraq, e ora all’epidemia della polmonite atipica chiamata “SARS”. Tutto ciò
ha colpito seriamente il trasporto aereo, il commercio estero e il turismo.
Alcune compagnie aeree, addirittura, hanno fatto bancarotta, lasciando il
personale senza salario, mentre altre hanno ridotto i loro organici. Questi
fattori hanno creato, come sappiamo, serie difficoltà economiche a molte
famiglie.
Aumenta, d’altro lato, il fenomeno dei passeggeri senza documenti, richiedenti
asilo e rifugiati, che sono detenuti negli aeroporti per periodi più o meno
lunghi, talvolta senza un’adeguata assistenza spirituale e umana. Negli
aeroporti avvengono, a volte, tragedie come, ad esempio, i dirottamenti aerei,
con gravi conseguenze psicologiche per chi vi è coinvolto, e incidenti aerei,
in cui perdono la vita passeggeri ed equipaggi. Ci si trova in mezzo alla
tristezza, senza il sostegno degli amici, dei colleghi o dei genitori. Sono
momenti di desolazione. È anche in queste circostanze che si chiama o si cerca
il cappellano. Le persone, infatti, hanno bisogno di una parola di sollievo,
consolazione e incoraggiamento. Spesso desiderano ricevere il sacramento della
Riconciliazione e la Santa Comunione. In generale, sono ben disposti ad
ascoltare la Parola di Dio, e quella di un uomo di Dio.
Quindi, nel pensare a questo enorme lavoro e a queste responsabilità, il
cappellano può spaventarsi. Ma, con la grazia divina, abbiamo fiducia che
sarete capaci di svolgere con successo la vostra missione nell’aeroporto.
Tuttavia, trattandosi di un ministero moderno e per il quale ci sono pochissimi
esperti e maestri, i cappellani dovranno cercare di portarsi aiuto l’un
l’altro. Sarà buona pratica, pertanto, visitare occasionalmente gli altri
aeroporti, come già fanno alcuni cappellani, e apprendere la natura del
ministero che là si effettua. Per questa ragione, il Pontificio Consiglio
promuove ed incoraggia l’organizzazione di Seminari in diversi ambiti. I
cappellani, da parte loro, dovrebbero profittare di queste opportunità per una
loro formazione permanente. Essi dovrebbero anche impartire conferenze ai
seminaristi e invitarli, con il permesso dei loro superiori, a visitare
l’aeroporto per comprendere la natura di questa pastorale. Sarebbe opportuno,
inoltre, che invitassero i loro Vescovi e i loro compagni sacerdoti a sostare
per alcuni istanti nella cappella dell’aeroporto, quando viaggiano o in
speciali occasioni. Alcuni cappellani, poi, invitano di tanto in tanto i fedeli
delle parrocchie vicine a partecipare alla Santa Messa nella cappella
dell’aeroporto e a cantare durante la liturgia. In questo modo, probabilmente,
si riuscirà a reclutare dei volontari per questa pastorale.
Di fatto, l’aeroporto è talmente vasto che sarà fisicamente impossibile per
i cappellani raggiungerne ogni luogo. Inoltre, quando la cappellania funziona
bene, si provvederà ad una presenza continua di persone qualificate nella
cappella o vicino ad essa, o nell’ufficio della cappellania stessa. Per
questo, i cappellani dovranno formare un gruppo di volontari, disposti ad
offrire alcune ore della settimana nel servizio della cappella. Si potrebbe
anche preparare un’équipe pastorale tra il personale aeroportuale. Quando,
poi, i cappellani non parlano diverse lingue, la presenza di questi volontari,
esperti nei diversi campi, sarà di grande aiuto per arricchire il loro
ministero. Certamente, i cappellani dovrebbero coltivare relazioni amichevoli
con i sacerdoti, i religiosi e le religiose delle parrocchie vicine, così che
possano anche farsi sostituire durante le loro assenze per diversi motivi. In
questo modo si preparerà – lo speriamo – il terreno per trovare successori.
La verità è che molti, sacerdoti inclusi, hanno un po’ di paura ad entrare,
almeno all’inizio, in un ambiente strano e poco familiare come quello di un
aeroporto. Introdurli a poco a poco in questo ministero sarà un cammino certo
per assicurare un servizio pastorale effettivo e permanente negli
aeroporti.
3. Arriviamo così alla seconda delle nostre sfide, che è quella dellaCelebrazione dell’Eucaristianella cappella dell’aeroporto. In occasione della Giornata Mondiale del
Trasporto Aereo, il 10 dicembre 1991, all’aeroporto di Fiumicino a Roma, il
Papa Giovanni Paolo II diceva “che il cuore spirituale dell’aeroporto, dove
Cristo parla intimamente alle persone, nel silenzio, è la cappella”. Dal
punto di vista canonico, la cappella dell’aeroporto è un luogo sacro
“destinato al culto divino, ove i fedeli hanno il diritto di entrare per
esercitare soprattutto pubblicamente tale culto” (Codice di Diritto Canonico,
can.1214).
Per questo, possiamo concludere che la prima condizione nella scelta di un luogo
per la cappella deve essere la facilità di accesso per la “popolazione”
dell’aeroporto, debitamente indicato grazie all’uso di segnali
convenzionali. In altri termini, la cappella dovrà essere ben visibile, e
questo è un grave problema - lo so per esperienza - in molti aeroporti.
Occorrono, pertanto, sforzo e perseveranza per poterla trovare. Bisogna
aggiungere, poi, che è una triste esperienza rendersi conto che anche gli
impiegati di un aeroporto internazionale di un Paese cattolico dove la
cappellania cattolica funziona già da alcuni anni, non sono in grado di
indicare dove è situata la cappella. Alcuni addirittura si sorprendono al
sapere che nell’aeroporto ne esiste una. Vi incoraggiamo, dunque, a lottare
per questa visibilità, tanto per quanto riguarda questa situazione quanto
per le indicazioni della cappella. Un’indicazione è già una
testimonianza.
Parlando della visibilità della cappella, dobbiamo menzionare, altresì, la
necessità di una presenza visibile del cappellano nell’aeroporto. Se il suo
dovere è testimoniare e proclamare Gesù Cristo alle persone dell’aeroporto,
è necessario pertanto che sia presente in forma visibile. Chiunque, poi,
dovrebbe poterlo riconoscere come sacerdote cattolico o anche come il cappellano
cattolico dell’aeroporto. La grazia di Dio, che opera nel cuore di ogni
persona, può suscitare il desiderio di comunicare con “qualcuno” che
ascolti e comprenda. Data la situazione singolare in cui una persona può
trovarsi in un aeroporto, la presenza e la disponibilità di qualcuno
“qualificato” potrebbe essere un’occasione unica per avere un incontro con
Dio.
Noi del Pontificio Consiglio, spesso visitiamo la cappella dell’aeroporto,
quando è possibile, e incontriamo il cappellano, non per chiedere la sua
assistenza, bensì per condividere con lui alcuni momenti, parlare del suo
lavoro e conoscere i suoi problemi pastorali. Questo modo consente al nostro
Dicastero di rimanere in contatto con voi, non soltanto durante i seminari, e di
mantenere relazioni fruttuose e amichevoli. Si tratta di una cosa molto
importante e speciale per quanto riguarda la pastorale dell’aviazione civile.
Vi incoraggio, pertanto, a favorire questo spirito di collaborazione fraterna,
non solo con il Pontificio Consiglio, ma anche con tutti i vostri fratelli
cappellani, che possono aver bisogno dei vostri suggerimenti, del vostro
sostegno e dei vostri incoraggiamenti.
Desidero sottolineare ancora una volta che il luogo ideale per la cappella è lo
spazio situato tra la zona pubblica generale e la zona aperta coloro a coloro
che hanno superato il controlli dei passaporti, con l’ingresso dai due lati,
prendendo naturalmente le necessarie misure di sicurezza, come per esempio un
vetro infrangibile che divida le due zone.
Se nell’aeroporto c’è una cappella, la cosa più naturale che ci si aspetta
è che vi venga celebrata regolarmente l’Eucaristia. Il Concilio Vaticano
Secondo ci insegna che la celebrazione Eucaristica è al centro della vita della
Chiesa. E questa visione è stata avvalorata dall’ultima Enciclica già dal
suo stesso titolo: Ecclesia de Eucharistia. L’incorporazione a Cristo,
operata dal Battesimo, si rinnova e si consolida costantemente attraverso la
partecipazione al sacrificio e al banchetto eucaristico. Poiché la celebrazione
dell’Eucaristia è il culmine e il centro di tutta la vita cristiana (Lumen
Gentium 11), i fedeli hanno l’obbligo di assistere alla Messa la domenica
e i giorni di precetto (can. 1246). In quei giorni, si dovrebbe celebrare il
sacramento dell’Eucaristia almeno una volta nell’aeroporto, per permettere
ai fedeli di riunirsi e ascoltare la Parola di Dio, di prendere parte al mistero
pasquale, e di assolvere più fedelmente al loro obbligo. Di conseguenza, nelle
domeniche e nei giorni di precetto nulla può sostituire il Santo Sacrificio
della Messa. Per questo, la celebrazione eucaristica non può essere sostituita
da un servizio ecumenico (Direttorio Ecumenico, ED 115, e, ora, Ecclesia
de Eucharistia, N.30).
A questo riguardo, una delle difficoltà a cui i cappellani cattolici si trovano
oggi di fronte, almeno in alcuni aeroporti internazionali, è quella di disporre
di un luogo per conservare il Santissimo Sacramento nelle cappelle dato che, in
alcuni casi, le autorità concedono soltanto un unico spazio per tutte le
religioni. Nella sua ultima Lettera Enciclica Ecclesia de Eucharistia, il
Santo Padre Giovanni Paolo II ci ricorda l'importanza della conservazione e del
culto del Santo Sacramento fuori della Messa. Egli scrive: “Il culto reso
all'Eucaristia fuori della Messa è di un valore inestimabile nella vita
della Chiesa. Tale culto è strettamente congiunto con la celebrazione del
Sacrificio eucaristico. La presenza di Cristo sotto le sacre specie che si
conservano dopo la Messa … deriva dalla celebrazione del Sacrificio e tende
alla comunione, sacramentale e spirituale … L'Eucaristia è un tesoro
inestimabile: non solo il celebrarla, ma anche il sostare davanti ad essa fuori
della Messa consente di attingere alla sorgente stessa della grazia” (EE 25).
Già nella Lettera Enciclica Mysterium Fidei (1965), il Papa Paolo VI
diceva: “Durante il giorno i fedeli non omettano di fare la visita al
Santissimo Sacramento, che dev’essere custodito in luogo distintissimo, col
massimo onore nelle chiese, secondo le leggi liturgiche, perché la visita è
prova di gratitudine, segno d'amore e debito di riconoscenza a Cristo Signore là
presente “ (EE, citato nella nota 49). Posso, di conseguenza, concludere
che si devono compiere tutti gli sforzi possibili per avere un luogo
speciale ove conservare il Santissimo Sacramento nelle nostre cappelle.
Tuttavia, oggi la realtà è che sempre più cappellanie diventano
interreligiose o ecumeniche. Nelle attuali circostanze, non possiamo ignorare
che, quando non è possibile ottenere uno spazio separato per la cappella
cattolica, il Direttorio Ecumenico Cattolico dispone che il condividere una
cappella (d’aeroporto) con altre Chiese cristiane o comunità ecclesiali, può
avvenire solo dopo le debite consultazioni con le rispettive autorità, per
valutare la possibilità di una “reciprocità” legale secondo la dottrina e
le tradizioni proprie di ogni denominazione (cfr. ED N.106). In una cappella
condivisa, i cattolici devono, certamente, mostrare un rispetto sincero per la
disciplina liturgica e sacramentale delle altre Chiese e comunità ecclesiali.
Queste, a loro volta, dovranno avere lo stesso rispetto per la disciplina
cattolica (cfr. ED N.107)
È importante notare ciò che il Santo Padre Giovanni Paolo II scrive nella sua
Lettera Enciclica Ecclesia de Eucharistia sull’Eucaristia e
l’ecumenismo. Dice il Santo Padre: “Tanto questa dottrina della Chiesa
cattolica sul ministero sacerdotale in rapporto all'Eucaristia quanto quella sul
Sacrificio eucaristico sono state oggetto, negli ultimi decenni, di dialogo
proficuo nell'ambito dell'azione ecumenica ... Rimane tuttora pienamente
pertinente l'osservazione fatta dal Concilio circa le Comunità ecclesiali sorte
in Occidente dal secolo XVI in poi e separate dalla Chiesa cattolica: « Le
Comunità ecclesiali da noi separate, quantunque manchi la loro piena unità con
noi derivante dal Battesimo e quantunque crediamo che esse, specialmente per la
mancanza del sacramento dell'Ordine, non hanno conservato la genuina ed integra
sostanza del Mistero eucaristico … I fedeli cattolici, pertanto, pur
rispettando le convinzioni religiose di questi loro fratelli separati, debbono
astenersi dal partecipare alla comunione distribuita nelle loro celebrazioni,
per non avallare un'ambiguità sulla natura dell'Eucaristia e mancare, di
conseguenza, al dovere di testimoniare con chiarezza la verità. Ciò finirebbe
per ritardare il cammino verso la piena unità visibile”. Troviamo qui, di
conseguenza, la diversità nell’unità.
Nel nostro ultimo Seminario Internazionale di Roma (2002), molti di voi poterono
ascoltare con attenzione la conferenza del Rev. P. Velasio De Paolis, C.S., che
è, senza dubbio, un eminente canonista, sulla figura del cappellano cattolico
d’aeroporto (la discussione che seguì il suo intervento fu ugualmente
importante e interessante). A quella conferenza abbiamo voluto dare continuità
con un questionario che vi abbiamo inviato, richiedendo proposte concrete per
l’ “aggiornamento” della nostra “magna charta”. Vi preghiamo di
volerci inviare al più presto i vostri suggerimenti, se ancora non lo avete fatto.
Lo scopo della dissertazione del P. de Paolis era di specificare chi è
veramente un cappellano. Egli disse che la figura del cappellano è uno
“strumento giuridico” al quale la Chiesa ricorre con sempre maggiore
frequenza e in ambiti differenti, soprattutto per rispondere alle situazioni in
cui la pastorale territoriale ordinaria, basata sulla parrocchia, non è in
grado – per svariate ragioni – di fornire una risposta adeguata. Certamente,
spetta al Vescovo designare la persona a cui affidare una funzione, ed egli ha
anche l’autorità di rimuoverla, secondo il Can. 572. In ogni caso, dato che
si tratta di una funzione con cura d’anime, una cappellania non può che avere
un sacerdote come detentore, come dispone espressamente il Can. 564.
Effettivamente, la funzione di cappellano comporta molti compiti che richiedono
il sacerdozio. A questo riguardo, il Can.150 stabilisce che l’ufficio che
comporti la piena cura d’anime – per il cui pieno esercizio è necessario
l’ordine sacerdotale – non può essere validamente conferito a chi non è
stato ordinato sacerdote. Per quanto riguarda, poi, le facoltà concesse al
cappellano, il Can.566 § 1 stabilisce un principio generale di grande
importanza: “è necessario che il cappellano sia fornito di tutte le facoltà
che richiede una ordinata cura pastorale”.
So che, quando il P. De Paolis disse che una cappellania può avere solo un
sacerdote come detentore della funzione, escludendo così i diaconi, i
partecipanti al Seminario rimasero alquanto colpiti, perché tra di loro erano
presenti anche molti diaconi. Ma il P. Velasio stava soltanto presentando la
legge della Chiesa Cattolica in materia. In effetti, il Can.517, §2 chiede che
quando, a motivo della scarsità di sacerdoti, il Vescovo diocesano giudichi
opportuno di affidare a un diacono, o a una persona non insignita del carattere
sacerdotale, o a una comunità di persone, una partecipazione nell’esercizio
della cura pastorale di una parrocchia, deve costituire un sacerdote il quale,
con i poteri e le facoltà di parroco, sia il moderatore della cura
pastorale.
Per quanto riguarda il Diaconato, il Concilio Vaticano Secondo ne ha autorizzato
la restaurazione come un grado permanente dell’Ordine Sacro. Un Diacono è, in
effetti, un ministro ordinato della Chiesa cattolica e, in virtù della sua
ordinazione sacramentale, esercita funzioni in relazione alla Parola di Dio, ai
Sacramenti e alla Carità. Come ministri della Parola, i diaconi proclamano il
Vangelo, predicano e insegnano in nome della Chiesa. Come ministri dei
Sacramenti, essi battezzano, guidano la preghiera dei fedeli, assistono ai
matrimoni, e dirigono i servizi funebri. Come ministri della carità, i diaconi
sono i primi ad identificare i bisogni degli altri, e, in seguito, ad
amministrare le risorse della Chiesa per soddisfare queste necessità. Secondo
le statistiche pubblicate dal Centro Internazionale del Diaconato, Rottenburg
(Germania), nel 2001 c’erano 28.238 diaconi permanenti ordinati in 135 Paesi.
Solo negli USA ce n’erano 13.000 e, in 35 Paesi d’Europa, 9.198.
Possiamo comprendere, quindi, perché la nostra Chiesa stia riscoprendo
l’importanza dei servizi dei diaconi nello svolgimento di diverse funzioni.
Così, a motivo anche della scarsità di sacerdoti per servire nelle diocesi, un
numero sempre più grande di Vescovi nomina dei diaconi per la pastorale
dell’aviazione civile. Rivolgendosi ai diaconi permanenti riuniti a Roma per
il loro Giubileo il 19 febbraio 2000, il Santo Padre Giovanni Paolo II diceva:
“Come ministri del Popolo di Dio, voi siete chiamati a lavorare nel servizio
liturgico, nell’insegnamento e nella catechesi, e nel servizio di carità in
comunione con il Vescovo e il presbiterio” …. e chiedeva loro “di essere
apostoli attivi della nuova evangelizzazione”. È chiaro, pertanto, che i
diaconi occupano un posto importante nel ministero della Chiesa, ma, quando sono
assegnati alla pastorale aeroportuale, secondo i canoni della Chiesa, essi non
sono cappellani “de jure”. Anche qui abbiamo unita nella diversità
dei ministeri.
4. Un’altra sfida per i cappellani d’aeroporto, specialmente in alcuni
aeroporti europei, è la presenza di un numero sempre più grande di persone
senza documenti e richiedenti asilo, o, per meglio dire, usando le parole del
Santo Padre, “di persone che attraversano le frontiere alla ricerca di asilo e
di una vita migliore”, e che sono detenute negli aeroporti per un periodo di
tempo più o meno lungo. Questa questione ricorre continuamente nei nostri
seminari. Su questo tema, ci sono opinioni differenti tra i cappellani
d’aeroporto e la risposta, a nostro modo di vedere, non è stata sempre
incoraggiante. Ad ogni modo, esiste, per fortuna, un gruppo attivo chiamato
“EXODUS”, con ramificazioni nella rete dei cappellani dei principali
aeroporti del continente. Non abbraccia tutti i cappellani, ma soltanto coloro
che il lavoro pone a contatto con i rifugiati e i richiedenti asilo. Il gruppo
iniziale (prima che fosse adottato il nome di EXODUS) si riunì a Bruxelles nel
1989. Fu chiamato Gruppo dell’Europa Occidentale per i Rifugiati (WERG).
L’idea di riunirsi nacque durante la Conferenza dell’Associazione
Internazionale dei Cappellani dell’Aviazione Civile (IACAC) a Manila nel 1988.
Il suo obiettivo generale era quello di condividere le esperienze sul modo con cui
i rifugiati e i richiedenti asilo erano ricevuti e trattati negli aeroporti. Gli
incontri del gruppo non hanno m ai preteso di essere altro se non una rete di
sostegno reciproco per i cappellani e altre persone impegnate nelle attività
delle cappellanie aeroportuali. Il loro ministero comune era molto più vasto
della sola questione dei rifugiati e richiedenti asilo, benché alcune équipes
di azione sociale si siano concentrate su questo aspetto dell’attività.
Per quanto mi è dato di sapere, il merito principale del gruppo è stato
il dialogo tra i cappellani, le équipes di azione sociale e quelle ONG che
comprendono l’importanza di conoscersi e condividere quanto avviene nei
diversi aeroporti. Queste conoscenze, questi contatti personali e il lavoro
associativo, offrono, inoltre, l’opportunità di contatti più facili e
cordiali tra le cappellanie, quando un rifugiato o un richiedente asilo viene
spostato da un Paese all’altro. Generalmente, ad ogni modo, l’opportunità
di influire su determinate questioni della politica nazionale di un Paese, per
quanto riguarda i migranti e i rifugiati, o di agire come “avvocati” nei
casi individuali, è qualcosa che va al di là della visione del ruolo della
maggior parte dei cappellani. Alcuni di loro possono argomentare, infatti, che
questa attività potrebbe seriamente limitare il loro ruolo in altri campi, che
l’ampiezza del lavoro è tale che dedicarsi ad aspetti politici o sociali dei
problemi dei rifugiati o richiedenti asili, oltrepassa i loro obiettivi e le
loro capacità. È, comunque, opinione generale che questi problemi si limitino
principalmente ad alcuni importanti aeroporti europei.
Ad ogni modo, la Santa Sede, e in particolare il nostro Pontificio Consiglio, è
vivamente preoccupata della situazione dei rifugiati e richiedenti asilo negli
aeroporti e vede la necessità di un gruppo di lavoro organizzato per la loro
difesa. Di conseguenza, sosteniamo pienamente e incoraggiamo calorosamente il
lavoro che i cappellani e le ONG stanno realizzando a questo riguardo negli
aeroporti. La recente conferenza del Gruppo di Lavoro EXODUS, che si è svolta a
Praga dal 3 al 5 aprile scorso, e alla quale ha partecipato, per noi, Mons.
Chirayath, ha analizzato l’incremento di questo fenomeno. Alla conferenza
erano presenti 25 organizzazioni internazionali e ONG, e un solo cappellano
d’aeroporto, non cattolico. Penso, infine, che il problema dell’assistenza
ai migranti senza documenti e agli altri richiedenti asilo non possa essere
considerato estraneo al vostro ministero, bensì una parte essenziale, come
affermato nelle Direttive Pastorali: “Se la pastorale dell’Aviazione Civile
vuole essere in grado di portare Cristo a tutti ed essere un lievito nella
società aeroportuale, deve immergersi nella vita, nei problemi e nelle
situazioni continenti dell’ambiente specifico in cui opera” (N. 12). È
questo il senso delle parole del Santo Padre nel messaggio ai cappellani
d’aeroporto riuniti a Bruxelles nel 2001, quando dice che i cappellani devono
intensificare il loro inestimabile servizio al Vangelo della carità. Anche qui,
dunque, troviamounità nella diversità.
5. È l’ultimo punto di questa illustrazione di alcune delle sfide che si
presentano alla pastorale dell’aviazione civile - non tutte certamente.
Preferisco lasciare a voi l’opportunità di “scrivere”, in un certo modo,
quest’ultima parte con i vostri interventi, nel dialogo previsto al termine di
questo intervento. Come Giovanni Paolo II invitò tutta la Chiesa nella Novo
Millennio Ineunte, anche noi dobbiamo “scommettere sulla carità” (49) e
realizzare una “nuova fantasia della carità” (50).
Spero di avervi dato materia sufficiente su cui pensare e riflettere. Stiamo
rivedendo, come ho detto, le Direttive della Pastorale dell’Aviazione Civile,
pubblicate nel 1995. Sarà utile pertanto ascoltare le vostre opinioni e
proposte su questi temi. Come ben sapete, il Pontificio Consiglio è sempre
disposto ad ascoltare le vostre idee e rimane a vostra disposizione. Voi siete,
senza dubbio, una squadra buona e sperimentata di operatori pastorali,
conosciuti per il difficile lavoro che svolgete, per la vostra spiritualità e
il vostro attaccamento a Cristo, al Popolo di Dio, e anche al Pontificio
Consiglio e alla Santa Sede. E questo è motivo di grande consolazione per tutti
noi. Grazie per avermi ascoltato con pazienza e per la vostra gentile
collaborazione!
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