The Holy See
back up
Search
riga

Pontificio Consiglio della Pastorale per i Migranti e gli Itineranti

V Congresso Mondiale 

della Pastorale per i Migranti e i Rifugiati

(Roma, 17 - 22 novembre 2003)

 

Conferenza Stampa

11 novembre 2003

Migrazioni Internazionali

S. E. Mons. Agostino MARCHETTO

Segretario del Pontificio Consiglio della 

Pastorale per i Migranti e gli Itineranti

 In occasione del nostro Congresso, le cui linee di svolgimento e realtà di partecipazione vi sono state appena presentate, vorrei illustrarvi l'ampiezza del fenomeno migratorio, limitandomi all'aspetto internazionale (come si sa, vi sono anche migrazioni interne ai vari Paesi, pure molto consistenti, e ci riferiamo particolarmente al fenomeno dell'inurbamento).

a. Le dimensioni.

Circa un miliardo di persone, ogni anno, lasciano il proprio Paese di origine, per lavoro, turismo, o pellegrinaggio, in esilio o per sfuggire alla guerra, spinti dalla povertà oppure per chiedere asilo. L'Organizzazione Mondiale delle Migrazioni (OIM) così può parlare di una human mobile population. Ne fanno parte anche coloro che comunemente vengono chiamati "immigrati", attualmente circa 175 milioni.

All'inizio di questo nostro secolo, nel mondo, una persona ogni 35 è dunque migrante, il 2,9% della popolazione mondiale, quindi, il cui 48% è costituito da donne. Negli ultimi 35 anni, poi, varrà rilevare che il numero dei migranti internazionali è più che raddoppiato.

Concretamente, si può dire ormai che nessun Paese è escluso dal fenomeno dei flussi migratori internazionali, come luogo di origine, o transito o destinazione, e a volte insieme.

b. Presenza degli immigrati in vari Paesi

Secondo l'OIM[1], gli Stati Uniti, con 35 milioni di persone, e la Federazione Russa, con 13,3 milioni guidano la lista dei 15 Paesi con il più alto tasso di presenza di immigrati nel proprio territorio. La lista comprende Paesi di tutti i continenti: Germania (7,3 milioni), Ucraina (6,9), Francia (6,3), India (anche 6,3), Canada (5,8), Arabia Saudita (5,3), Australia (4,7), Pakistan (4,2), Regno Unito (4), Kazakistan (3) Costa d'Avorio (2,3) Iran (2,3) Israele (2,3), ecc.

c. Presenza di immigrati secondo i Continenti

In Africa si arriva ai 16,2 milioni di immigrati, pari al 2,1% della popolazione totale. La presenza straniera in America Latina e nei Caraibi raggiunge i 5,9 milioni, pari all'1,1% della popolazione.

L'Oceania/Pacifico, con circa 6 milioni di migranti, costituisce la Regione del mondo con il più alto numero di migranti in rapporto alla popolazione totale (19,1%), seguita dall'America del Nord con 41 milioni (13%), dall'Europa con 56 milioni (7,7%) e l'Asia con 49,7 milioni.

d. Migrazione irregolare

Essa continua ad essere un fenomeno estremamente complesso, sul quale sono difficilmente disponibili dati precisi e affidabili. Così si stima[2]che siano tra i 700.000 e i 2 milioni le donne e i bambini oggetto-soggetto di traffico, ogni anno, attraverso le frontiere internazionali. Si calcola inoltre che circa 500.000 persone entrano irregolarmente annualmente negli Stati Uniti, Canada, Australia e Nuova Zelanda, mentre nell'Unione Europea la cifra varierebbero tra 120.000 e 500.000 all'anno L'introduzione clandestina di migranti è un "commercio" molto proficuo che genera miliardi di dollari.

Relativi problemi socio-economici

a. Migrazioni per motivi di lavoro

L'Organizzazione Internazionale del Lavoro (OIL) stima che attualmente sono circa 65 milioni le persone che lavorano in un Paese diverso dal proprio, con o senza autorizzazione. Vari fattori determinanti (come "l'attrazione" esercitata dai cambia- menti demografici e dal mercato del lavoro in molti Paesi industrializzati; la pressione demografica, la disoccupazione e le crisi nei Paesi poveri; le reti e i contatti stabiliti nel tempo tra i vari Paesi, grazie a legami familiari, culturali e storici) continueranno ad alimentare questo tipo di movimenti[3].

b. Migrazione e sicurezza

Per gli atti terroristici perpetrati l'undici settembre 2001, che hanno avuto un notevole impatto sulle migrazioni, vi è stata una reazione direi naturale di preoccupazione per la sicurezza nazionale e per l'incidenza della migrazione su quelle economica e sociale, nonché sulla stabilità nazionale. Ci si è chiesto in effetti se la mobilità, intensificata dalla globalizzazione, costituisca una minaccia per la sicurezza degli Stati e della società. Gli effetti dell'undici settembre hanno dunque posto in evidenza l'importanza di una gestione efficace dei flussi migratori e accresciuto la consapevolezza dell'insufficienza di misure puramente locali e circoscritte.

c. Diritti dei migranti

La questione della tutela e del rispetto dei diritti umani dei migranti è, e rimane, comunque, all'ordine del giorno nell'agenda internazionale. La loro violazione è infatti diventata un fatto ricorrente e i migranti sono sempre più soggetti ad abusi e sfruttamento a causa della loro particolare condizione di vulnerabilità. Inoltre essi sono spesso capri espiatori di una serie di problemi sociali e, anche per questo, vittime di xenofobia e discriminazione. I migranti, indipendentemente dal loro status giuridico, hanno invece diritto ad essere protetti nei loro diritti fondamentali. A tal fine l'Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha adottato il 18 dicembre 1990 la "Convenzione Internazionale sulla protezione dei diritti dei lavoratori migranti e dei membri delle loro famiglie", entrata in vigore il 1° luglio del corrente anno 2003, e salutata favorevolmente dalla Santa Sede, che con le parole del Santo Padre ha invitato tutti gli Stati a ratificarla. In effetti, purtroppo, tale Convenzione è stata firmata finora solo da Paesi di emigrazione.

d. Inclusione dei principali attori nei processi decisionali

Un approccio integrale dei problemi deve prendere in considerazione le migrazioni in tutte le loro prospettive, riconoscendone l'interdipendenza con altre questioni. Anche per questo motivo, in esse è necessario coinvolgere vari soggetti, cioè Governi, Organizzazioni intergovernative e non governative, Associazioni imprenditoriali, Comunità e Migranti stessi. Anche le Chiese e le religioni dovrebbero essere considerate e ciò apre il campo delle

Relative sfide pastorali

a. Nuovo concetto di "Missione"

La pubblicazione dell'Enciclica Redemptoris Missio (1990) e dell'Istruzione Dialogo e Annuncio (1991) ha indubbiamente ridato slancio agli studi sulla missione. Ne è venuta altresì una certa nuova coscienza, che le migrazioni tendono a vivificare, dell'obbligo della missione Ad gentes, poiché esse costituiscono senza dubbio una sfida missionaria, "creando occasioni nuove di contatti e scambi culturali, sollecitando la Chiesa all'accoglienza, al dialogo, all'aiuto, in una parola alla fraternità" (RM 37b) e alla missione.

b. Dialogo e solidarietà

A questo riguardo la consapevolezza di vivere in un mondo sempre più globalizzato, ma al tempo stesso sempre più "tagliato" dalle diversità, - culturali, sociali, economiche, politiche e religiose - presenta nuove sfide alla formazione umana, la principale delle quali è l'educazione alla convivenza negli ambienti pluriculturali e religiosi. Bisogna cioè trovare le chiavi di soluzione al difficile problema di armonizzare l'unità dell'umanità, indubbia, con la diversità dei popoli, delle etnie, delle culture e delle religioni che la compongono. Ciò implica praticare l'accoglienza dell'altro, con la cultura del dialogo e della reciprocità, della solidarietà e della pace. Questo sarà possibile nella misura in cui scopriremo comuni valori culturali validi dovunque. Cattolicità, universalità, multietnicità e pluralismo culturale sono dunque le caratteristiche che la Chiesa, con discernimento, assume,  specialmente in questo inizio di Millennio.

c. Chiesa locale e missione universale

Fra le sfide missionarie del nostro tempo, anche per e tra i migranti, v'è quella del raccordo tra la tendenza attuale alla località e quella all'universalismo (globalizzazione). L'uomo d'oggi ha bisogno di ritrovare le sue radici, di assicurare la sua identità, con un riferimento preciso al suo ambiente, alla sua comunità religiosa di origine, al "luogo" in cui vive e opera. D'altra parte vive già una dimensione planetaria, sia per l'interdipendenza economica, che per la rapidità degli spostamenti e la globalizzazione, soprattutto dell'informazione. Anche in campo ecclesiale, "mutatis mutandis", si ritrovano queste due tendenze con la riscoperta della Chiesa locale e allo stesso tempo con rinnovata presa di coscienza di una universalità dinamica della Chiesa: quella "universalità" per la quale non solo essa è ormai "dappertutto", ma è pure aperta ad accogliere e invitare alla comunione tutti i migranti e tutte le loro ricchezze umane, storiche, culturali e religiose. Occorre cioè mettere al servizio della comunione l'intera dimensione trinitaria e pasquale della nostra fede. L'orizzonte di tale comunione è l'universalità e unicità della missione di Cristo, unico Salvatore, che fonda la cattolicità della Chiesa: una Chiesa che parla tutte le lingue e nella quale nessuno è straniero. La comprensione di questa cattolicità è la fonte della sua dinamica missionaria.

Per fare tutto ciò, ci vuole una consapevolezza delle realtà migratorie da parte di tutti gli operatori pastorali, come pure una più coerente organizzazione della pastorale nelle Chiese particolari. Universalità e particolarità sono dunque inseparabili. Compito della Chiesa, e dell'impegno pastorale per i migranti, è testimoniare, insieme, questa mutua compenetrazione di universale e di particolare. Credo ne avremo testimonianza fulgente nel prossimo Congresso.

[1] Cfr. "Questioni di politica migratoria", N. 2, Marzo 2003, p. 1
[2] Ibidem, p. 2
[3] Cfr. "Questioni di politica migratoria", N. 1. Marzo 2003, p. 2
top