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Pontifical Council for the Pastoral Care of Migrants and Itinerant People
People
on the Move - N°
86, September 2001
Il migrante tra l'ugualianza e la diversità
delle culture
Angelo NEGRINI
Officiale del Pontificio Consiglio
[French summary, German summary]
Nessuna epoca storica ha vissuto la questione dell’uguaglianza con la stessa
drammaticità dell’epoca contemporanea che, non a caso, l’ha iscritta tra le
sue mete ideali qualificanti.
L’epoca moderna ha vissuto una permanente dialettica tra il riconoscimento del
diritto all’uguaglianza e il riconoscimento del diritto alla diversità. Il
diritto di essere contemporaneamente uguali e diversi è in sintesi uno dei
tratti peculiari della civiltà occidentale europea rispetto ad ogni altra
civiltà, e si esprime oggi in termini particolarmente drammatici a livello
delle relazioni tra nazioni, etnie, culture, siano esse iscritte in un solo
stato, in stati confinanti, in "blocchi" economico-politici o in
sistemi culturali eterogenei (si pensi alle distinzioni tra paesi industriali,
non industriali, paesi sviluppati, sotto sviluppati, sistemi di mercato,sistemi
pianificati, mondo occidentale, mondo islamico, ecc).
La frantumazione del sistema sovietico, il revival delle nazioni a lungo
oppresse, i flussi migratori dal Sud al Nord, dall’Est all’Ovest, sono solo
i segnali piú macroscopici della trasformazione culturale in atto.
Il riconoscimento della diversità è in questi casi la via prioritaria
attraverso cui nuovi attori collettivi puntano a raggiungere una pari dignità e
una maggiore uguaglianza.1
Ugualianza e identità
Il diritto all’uguaglianza tra gli uomini e all’uguaglianza nella diversità
è un principio che caratterizza sempre più la società multiculturale di oggi.
Tutte le dichiarazioni dei diritti dell’uomo hanno posto l’uguaglianza tra i
diritti fondamentali della persona umana.
Tale diritto però pone alcuni problemi: la natura stessa infatti crea gravi
disuguaglianze tra gli uomini fin dalla loro nascita, in materia di salute, d’intelligenza,
di doni diversi. Per questo è necessario definire la natura di questa
uguaglianza che esige lo stesso rispetto, per esempio, per un handicappato e per
un genio.
Nei Consideranda con cui esordisce la Dichiarazione universale
dell’ONU del 1948: vi è in primo luogo la dignità umana
che distingue gli uomini dagli altri esseri, per il loro pensiero razionale, la
libertà, la personalità che ne fanno un soggetto di diritti e gli conferiscono
una inviolabilità fondamentale ed una uguaglianza sostanziale con tutti
i loro simili; e vi è la dimensione sociale dell’uomo, che può vivere,
svilupparsi e accedere ai propri diritti solo tramite la vita sociale, come
garanzia del rispetto dell’uguale dignità di ciascuno.
Questa idea si concretizza nella appartenenza di tutti gli esseri umani ad una
vera e propria comunità universale (che l’Onu intende prefigurare in sé
stessa), la quale implica una comunità di destino ed una solidarietà
universale in nome della quale i diritti dell’uomo devono essere difesi.
E dall’incontro di due correnti culturali (quella del mondo greco-romano col
cristianesimo) che è nata la nostra civiltà occidentale e queste due correnti
si sono fuse nella dottrina dei diritti dell’uomo, ritrovandosi in una
concezione umanistica che vede in ogni essere umano il membro di una grande
famiglia, idea che contiene in germe quella di una radicale uguaglianza tra gli
uomini.
L’eredità filosofica antica, soprattutto quella illustrata da Platone e
Aristotele, si è tradotta a livello etico nella dottrina dell’unità
dell’umanità, per cui tutti gli uomini sono uguali, e partecipano di una
stessa natura; di qui l’idea di una cittadinanza del mondo. Nel suo
stadio ultimo, lo stoicismo concepiva che la dignità umana dovesse risultare da
una lotta contro l’egoismo. Secondo lo stesso stoicismo le proprietà del
diritto naturale erano:"Uguaglianza di nascita (soppressione della
differenza di valore tra schiavi e padroni, tra barbari e greci) di tutti gli
uomini, membri di un’unica comunità internazionale".2
Dal punto di vista puramente antropologico è difficile sostenere che tutti gli
uomini sono uguali: uno infatti è più intelligente dell’altro o ha un
miglior carattere o è maggiormente dotato. La singolarità che costituisce il
mistero dell’approccio alla persona rende difficile il discorso dell’uguaglianza
naturale.
Tutta la tradizione sui diritti dell’uomo fonda questa uguaglianza tra gli
uomini sul principio che tutti gli esseri umani fanno parte di una vera
e propria comunità mondiale. Ora ciò che contraddistingue una vera comunità
è l’uguaglianza di tutti i suoi membri e la solidarità tra loro.
Ma una comunità esiste solo se vi è qualcosa di comune tra i membri.
Solo infatti l’esistenza di una natura comune a tutti gli uomini (natura a un
tempo fisica e razionale, spirituale), spiega come vi sia qualcosa da
condividere, da comunicare e, soprattutto, che consenta di entrare in relazione
con gli altri, di vivere in società, di amare.
La presenza nell’uomo di questa realtà universale, di questo fondo comune che
investe insieme il suo corpo e il suo spirito, questo dato permanente è quanto
rende gli uomini membri non solo di una stessa specie biologica, ma di una
stessa comunità, vera famiglia umana. E siccome questa componente
naturale è presente in ogni uomo, essa li rende tutti uguali in dignità
malgrado le loro legittime differenze3.
I Diritti dell’uguaglianza
Il diritto ad una patria
Il legame tra la persona umana e il suo ambiente vitale non è puramente
biologico; esso è intessuto con gli altri esseri umani che condividono la
stessa storia fondata su radici comuni. L’individuo ha quindi il diritto di vivere in un ambiente umano in
cui la persona possa svilupparsi.
Questo diritto pone alcuni problemi, il principale dei quali è la crisi che,
nei paesi sviluppati, vive il concetto di patria. L’evoluzione del mondo
moderno verso la formazione di una comunità internazionale, la decolonizzazione,
i contatti sempre più frequenti con altri popoli, provocati dall’emigrazione
hanno indebolito l’idea di patria, per non parlare del discredito gettato su
questa idea dai movimenti nazionalistici.
Eppure, nonostante questa crisi, la patria resta un valore umano essenziale
perché corrisponde al bisogno profondo della persona umana di ricollegarsi a
una storia e a una cultura. Dobbiamo ricordarci infatti (in collegamento con
l’idea di radici) che l’uomo può vivere e svilupparsi solo in
un ambiente sociale che gli trasmette valori morali, una cultura, un modo di
vivere, legati ad una storia appunto, a un territorio: tutte cose che consentono
a ciascuno di sentirsi a casa propria e ritrovare la propria
identità in una specie di estensione della famiglia. È quanto lascia intendere
il termine patria evocando il paese dei propri antenati4.
Il cammino verso la socializzazione mondiale, la facilità dei mezzi di
comunicazione, la formazione progressiva di una coscienza universale, fanno sì
che le patrie non possano più essere considerate come le comunità umane capaci
di rispondere totalmente ai bisogni dell’uomo moderno. La patria non può più
rappresentare un’entità chiusa in se stessa, ma deve consentire l’apertura
agli altri, ai membri cioè di altre patrie agli stranieri.
E gli stranieri, per gli stessi motivi, in quanto membri della famiglia umana,
devono essere considerati come i cittadini del paese in cui risiedono e godere
dei medesimi diritti.
Questo diritto corrisponde all’antica virtù dell’ospitalità.
Nella tradizione giudaico-cristiana (e anche islamica) lo straniero è un
inviato di Dio: gli si deve un rispetto assoluto. Il paradosso della nostra
società urbanizzata, in cui la socializzazione avvicina gli uomini, è che in
essa si manifesta spesso la reazione di rigetto, di disprezzo nei confronti
dello straniero che viene a disturbare la nostra tranquillità.
Questo diritto riguarda soprattutto i lavoratori immigrati, venuti
spesso per rispondere ad una richiesta di manodopera a buon mercato: la loro
presenza nei periodi di disoccupazione pone problemi di concorrenza ma la loro
espulsione costituirebbe una grave ingiustizia rispetto ai diritti acquisiti; nonché
i rifugiati politici, che beneficiano del diritto di asilo:
anche in questo caso regole precise devono prevenire possibili abusi.
Il diritto ad una cultura
Questo termine indica tutti quei mezzi con i quali l’uomo affina ed esplica le
sue molteplici doti di anima e di corpo5.
Questa definizione designa il modo di un determinato gruppo umano di realizzare
un preciso tipo d’uomo in un dato momento della sua storia.
La cultura è dunque una realtà che abbraccia tutti gli spazi della vita umana:
il lavoro, la tecnica, le varie forme della vita sociale e dei costumi, le
attività intellettuali, artistiche e spirituali. È il modo di vivere, di
pensare, di amare e di agire che caratterizza una popolazione ad un qualsiasi
stadio della sua evoluzione.
Mentre esiste una sola natura umana (il che significa che tutti gli
uomini possiedono caratteristiche che li accomunano) abbiamo invece un pluralismo
di culture, legato alle capacità di ogni individuo di realizzare la
sua vocazione di uomo. Queste capacità di realizzazione spiegano la singolarità
di ogni persona, nonchè, sul piano sociale, l’esistenza delle varie culture
come volti diversi che la natura umana riveste nel suo compiersi storico6.
È soprattutto sul piano della cultura che si realizza una vera e propria disuguaglianza
nelle nostre società occidentali7.
La storia culturale dell’umanità è come animata da due tensioni contrapposte:
la contrapposizione, da una parte, intesa a difendere e
riaffermare i propri caratteri particolari e l’interazione, dall’altra,
quasi a ribadire il fondo comune che le unisce. Quando però lo scarto tra due
culture è troppo grande, si assiste al fenomeno della dominazione dell’una
da parte dell’altra che è causa, spesso, della distruzione delle culture
minoritarie. La civiltà occidentale, afferma Latouche, ha ormai spiantato e
decomposto le varie culture dei paesi del terzo mondo, mediante l’invasione
della tipica cultura industriale dell’Occidente, senza vero scambio nè
rispetto delle altre culture, con la conseguenza della fame e della miseria8.
Il diritto alla differenza
Sarebbe fraintendere l’uguaglianza interumana, afferma il Lanternari, il
ridurla ad un livellamento e ad un’uniformità simile a quella delle api
in un alveare. Certo la persona umana, in quanto individuazione di una natura
umana comune, postula l’uguaglianza di fronte ai mezzi essenziali per la sua
realizzazione. Ma essa non è solo individuo; per la sua spiritualità, essa
culmina nell’originalità. Ogni persona è qualcosa di unico, e dunque
racchiude ricchezze interiori che le altre non hanno9.
Esistono notevoli differenze tra le persone umane: differenze di
carattere, d’intelligenza, di stili di vita, per non parlare delle differenze
legate alle culture e alle civiltà. Accanto all’universalità del genere
umano, nell’uguaglianza dei diritti, vi sono dunque anche legittime
particolarità tra le persone, che costituiscono un diritto derivante
direttamente dalla struttura originale della persona stessa.
È necessario perciò definire correttamente il rapporto tra l’universalità
delle esigenze egualitarie ed un legittimo particolarismo personale o sociale,
se non vogliamo che tale rapporto ingeneri conflitti come la xenofobia o il
razzismo. Il diritto alla differenza resta un diritto al servizio
dell’universalità del genere umano, altrimenti la differenza rischia di
creare rotture con gli altri e scissioni nella comunitá umana10.
Le barriere della disuguaglianza
Il giusto concetto di patria e il rispetto delle culture in vista di una umanità
riconciliata nel rispetto dei diritti di ciascuno, hanno incontrato numerosi
ostacoli, indirettamente provocati dal processo della socializzazione. Gli
uomini e i popoli si incontrano sempre più frequentemente ma in condizioni di
sempre maggiori disuguaglianze (la situazione degli immigrati ne costituisce il
simbolo). Tra questi ostacoli, due, in particolare, hanno una particolare
rilevanza: il nazionalismo e il razzismo.
Il nazionalismo
Il nazionalismo si contrappone al patriottismo e non è che l’esaltazione
esasperata dei valori propri di una nazione. Esso pertanto è una vera e propria
prevaricazione nei confronti dell’uguaglianza delle culture. I valori
nazionali infatti non sono degli assoluti; sono soltanto un modo particolare di
realizzare i valori universali della natura umana, espressi dai diritti
dell’uomo. Ogni nazione ha senso in quanto è aperta alle altre, disposta allo
scambio e alla comunicazione: essa non è che il volto particolare e singolare
di una realtá comune, la natura sociale dell’uomo.
Il modo migliore per manifestare la profondità di un’unità consiste nel
situarla non nella uniformità e nel livellamento, ma nella diversità.
Pertanto quest’ultima non deve mai affermarsi come opposizione o come
atteggiamento di superiorità di fronte ad altri, ma come complementarietà.
Ecco il vizio del nazionalismo che a forza di esaltare il particolarismo
nazionale, arriva immancabilmente alla negazione dell’uguaglianza, dell’unità
e della solidarietà tra gli uomini.
È quanto afferma Paolo VI: "È pure normale che nazioni di vecchia cultura
siano fiere del patrimonio che hanno avuto in retaggio dalla loro storia. Ma
tali sentimenti legittimi devono essere sublimati dalla carità universale che
abbraccia tutti i membri della famiglia umana. Il nazionalismo isola e divide i
popoli contro il loro vero bene"11.
Il razzismo
Analogo al nazionalismo, il razzismo è la affermazione della superiorità
di un gruppo umano su altri in nome, stavolta, di differenziazioni razziali: lo
specifico del razzismo consiste nel dare a determinate caratteristiche etniche
un’importanza tale da farle corrispondere a disuguaglianze fondamentali e
irriducibili tra le persone umane, soprattutto in relazione alla dignità e ai
diritti dell’uomo. Il razzista non tende a isolare coloro che egli considera
degli uguali, ma coloro con cui egli non ritiene possibile o utile un confronto
(il dialogo infatti suppone un minimo di riconoscimento dell’uguaglianza). È
dunque il fondamento stesso del razzismo che bisogna denunciare come un mito e
una menzogna.
Possiamo chiederci qual è il significato di razza dal punto di vista
scientifico. L’UNESCO ha organizzato nel 1964 un congresso in materia, il
quale ha concluso che la razza non è che un puro concetto biologico. Non
esiste cioè una vera razza pura in seno all’umanità, ma solo delle
caratteristiche razziali in combinazioni e proporzioni molto varie secondo le
popolazioni. Queste caratteristiche perciò non possono servire da fondamento ad
una gerarchizzazione della dignità o importanza dei gruppi umani12.
Uguaglianza e diversità
Fenomeno migratorio e disuguaglianze sociali
Il mondo dell’immigrazione è, al giorno d’oggi, lo "spazio" in
cui, più di ogni altro, si verificano le più grosse disuguaglianze sociali. Vi
sono delle costanti che hanno caratterizzato la storia di tali disuguaglianze in
seno al fenomeno migratorio:
-
sul piano giuridico: la discriminazione;
-
sul piano esistenziale: la precarietà;
-
sul piano occupazionale: la provvisorietà e l’incertezza;
-
sul piano sociale: la mancanza di infrastrutture;
-
sul piano politico: l’emarginazione;
-
sul piano culturale: l’involuzione e la
ghettizzazione.
Sul piano della convivenza e dei rapporti umani inoltre regna sovrana l’intolleranza
e il pregiudizio. Oggi in Europa assistiamo sempre piú a una crescente frattura
tra economia, tecnologia, cultura di massa e di consumo da una parte, e i
processi di identificazione culturale degli individui, dall’altra. Mentre
infatti l’economia, la finanza, la tecnologia dell’informazione e della
comunicazione si planetarizzano sempre di più, gli individui hanno la tendenza
a "localizzarsi", in un certo senso a "tribalizzarsi", a
mettere in moto processi di esclusione, di discriminazione, di intollenza.
La riferenza etnica (appartenenza nazionale) o la riferenza a un determinato
territorio ritornano in forza nella coscienza collettiva. Sembra che l’internazionalizzazione
economica e politica richiami (come anticorpo?) lo sviluppo dei nazionalismi. Di
questo fenomeno gli immigrati costituiscono il miglior rivelatore: essi infatti
ne sono simultaneamente l’effetto (il loro flusso e il loro insediamento in
Europa seguono le leggi del mercato del lavoro internazionale) e le vittime (il
loro arrivo provoca gli sciovinismi locali)13.
Razzismo coloniale e razzismo xenofobo
Il problema del rapporto con gli immigrati è diventato ormai un problema
quotidiano sul tappeto del dibattito politico e amministrativo. Attualmente
circa 18 milioni di immigrati in Europa (molti dei quali provenienti dai paesi
del Terzo Mondo) rappresentano, per la prima volta nella storia dell’Europa,
un afflusso massiccio di popolazioni eterogenee per origini e cultura.
Come sono visti questi immigrati dagli europei? Di che modelli dispone questo
continente per pensare questo fatto, inedito quanto meno nelle attuali
dimensioni, e riconoscerne le virtualità positive? Come sempre, di fronte alle
novità, le categorie arcaiche riaffiorano. Attorno a due temi: quello
dell’invasione dei barbari e quello della colonizzazione alla rovescia.
Per alcuni la storia si ripeterebbe e l’Europa starebbe vivendo quello che
visse Roma con l’infiltrazione e poi con l’arrivo in massa dei barbari,
nella prospettiva dello stesso destino: quello della fine dell’impero; oppure
la storia si ribalterebbe e coloro ai quali l’Europa aveva portato la civiltà
si rivolterebbero contro la mano di chi li ha nutriti: oggi il terzo mondo
riversa i suoi uomini e la sua forza-lavoro nei paesi europei, così come un
secolo fa l’Europa rovesciava i suoi uomini e la sua potenza militare nelle
terre d’Africa.
Vi é una nemesi chiara nei due processi storici così strettamente
interconnessi.
Il rapporto tra il razzismo coloniale e il razzismo xenofobo che oggi dilaga in
Europa in risposta alla cosiddetta "intrusione dei negri" è stato ben
delineato da Etienne Balibar il quale sottolinea che la nuova xenofobia degli
europei contro gli africani "stranieri immigrati" non è che uno
sviluppo e una continuazione del razzismo coloniale: invece della nozione di
"razza" ispiratrice del primo razzismo, si adotta oggi il termine
"immigrazione". Ci vantiamo così di non essere razzisti perché
"non viene messa in questione la razza quanto piuttosto l’irriducibilità
delle differenze culturali"14.
E così, stranamente, si sviluppano tra immigrati ed europei due miti analoghi e
contrapposti: gli immigrati indicano nella nuova terra un mitico
"eldorado" come rifugio e salvezza; gli europei rispondono con un
altro mito, questo però apocalittico, che indica negli immigrati gli
annunciatori della decadenza, se non della fine, della civiltà madre
dell’intero occidente.
Così alle speranze e alle attese degli africani si contrappone la risposta
negatrice, terroristica degli europei; all’immaginario paradiso degli africani
si oppone una immaginaria apocalisse degli europei15.
E questa reazione sta a dimostrare quanto sia statica, antistorica, la
percezione della propria identità culturale da parte dell’Europa che respinge
l’esperienza di un incontro con culture differenti, chiudendosi nella gabbia
del suo egocentrismo culturale.
Mahmoud Mansoubi, icasticamente: "L’Europa non si costruisce
criminalizzando il resto dell’umanità"16.
E tanto meno, aggiungiamo noi, con l’enfatizzare fino alla esasperazione il
senso di identità nazionale, come di fatto avviene nel nuovo razzismo, sia
xenofobo, sia antisemita, sia antiarabo, o quale che sia.
La nostra pretesa di unificare tutte le memorie delle civiltà che sono sulla
terra, di espropriarle della loro memoria particolare per inserirle nella nostra
memoria, nella nostra civiltà, è fallita perché le molte etnie si appropriano
della loro memoria, respingono una memoria unificante che attraverso processi di
colonizzazione culturale avevamo voluto imporre sull’umanità intera. E questo
è un fatto di enorme rilevanza, non certo previsto fino a venti, trent’anni
fa. Tutti noi siamo stati allevati sui banchi di scuola a questo dogmatismo: la
sicurezza di essere superiori, la certezza che ogni popolo che voglia battere le
vie della civiltà non può che passare attraverso la nostra strada. Questo
razzismo culturale è semplicemente spaventoso ed é alla radice, molto
probabilmente, dei fenomeni di razzismo spicciolo che riempie la cronaca
quotidiana.
L’eclissi dell’identità
La contrapposizione tra invidui e culture, la categoria amico-nemico, nelle sue
infinite variazioni, è stata la categoria portante delle culture del passato
che hanno conosciuto sì, scambi profondi, ma sempre restando fedeli alla
dinamica dell’antagonismo.
"Eppure, ecco un passaggio importante afferma Balducci, l’uomo non si
definisce del tutto con la cultura che gli ha dato identità. Sotto l’homo
editus (l’ebreo, il romano, il tedesco, il cinese, il negro e cosi via) c’è
l’homo absconditus, l’uomo come infinita riserva di possibilità ancora
inedite ma che potrebbero diventare positività storica se non restassero
mortificate dalla pressione delle culture storicamente determinate. È
suggestivo quanto dice Chomsky nella sua "teoria della sintassi": gli
uomini usano grammatiche diverse, a seconda della loro cultura, ma sotto le
grammatiche superficiali c'è una "grammatica generativa" che consente
anche a un bambino di tre anni di imparare lingue diverse e di passare
dall’una all’altra. Per diverso che sia da me il negro senegalese che
incontro, c’è in comune a entrambi una "grammatica generativa"; di
più: c’è una "umanità nascosta" che aspira al superamento delle
nostre due culture, aspira insomma ad un modo di convivere che lasci alle sue
spalle la nostra massiccia e impenetrabile diversità"17.
Le diversità, afferma a sua volta Felice Rizzi, non sono una bandiera da
sventolare sulle città che si dichiarano pluraliste: sono valori costitutivi
delle persone, sono il riconoscimento dell’uguale natura che si esprime al
plurale. "La diversità è il volto concreto dell’uguaglianza ontologica:
riconoscersi diversi è riconoscersi appartenenti alla matrice dell’umanità;
è "fare i conti" con tutti, senza idealizzare e senza disprezzare,
senza escludere e senza esaltare"18.
La diversità delle razze è stata definita la versatilità creativa
dell’istinto vitale. Invece della repulsione dovremmo sentire ammirazione e
rispetto perché la diversità ci appartiene. Mentre la repulsione etnica è un
fatto che fa capo alla cultura del "nemico" percepito come minaccia.
Di qui la dinamica conflittuale tra etnia ed etnia in cui ha la sua remota
radice il sentimento di repulsione dell’altro che nell’età moderna si è
ideologizzato dando luogo al fenomeno del razzismo. Ogni individuo costruisce il
senso di sé nella etnia cui appartiene e lo esprime nella repulsione
dell’estraneo che, semplicemente perché diverso, gli appare appunto come una
minaccia. Che il segno della estraneità sia il colore della pelle, la lingua
indecifrabile ("barbaro" per gli antichi greci è chi non sa parlare),
la patria diversa o la diversa religione è di secondaria importanza: la spinta
oscura che porta alla ripulsa dell’altro è, in tutti i casi, la paura della
perdita della propria identità che, dal punto di vista psicologico, è la
pietra angolare della sicurezza. L’attuale mescolamento delle "razze"
rischia di far riaffiorare appunto questa xenofobia ancestrale.
Siamo nella fase "planetaria" dell’evoluzione umana, afferma
Balducci. Per cui occorre una conoscenza adeguata alla dimensione dei problemi19.
Una dimensione che sul piano del linguaggio politico ricorrente si chiama la
categoria dell’interdipendenza, della reciprocità, dove finalmente il "nemico"
diventa semplicemente "l’altro"20.
Il senso del futuro che viene, afferma Lévinas, è "l’epifania
dell’altro", l'apparizione dell'altro.
Questo sentire le altre culture come portatrici di doni vuol dire che c’è in
noi una umanità comune di cui le culture diverse sono una espressione parziale,
che le possibilità umane che sono dentro di noi ci affratellano a tutti gli
uomini, diversi da me per cultura, ma uguali a me nella ricerca di una totalità
che non si identifica con nessuna cultura. Il nostro compito oggi è di
garantire l’uguaglianza alle differenze.
Convivere con le diversità
È semplicemente impensabile voler risolvere i tanti problemi di identità (legati
alle persone, alla nazione, alla cultura) se non partiamo dal principio che la
diversità è valore, risorsa, diritto; se non ci muoviamo, per dirla con Paul
Ricoeur, verso un "ethos della reciprocità". La diversità, afferma
Levontin, è l’inalienabile diritto di ogni persona ad attuarsi e ad
espandersi in tutta la sua originaria pienezza, affermandosi come umanità
differente non solo dagli altri, ma anche da se stessa, al fine di non
deteriorarsi nel conformismo e nella ripetizione21.
"Questo incontro con l’altro è ormai il problema del futuro ed è un
problema affrontando il quale liquideremo in modo positivo, fruttuoso e non
catastrofico la modernità, entreremo nell’età post-moderna in cui l’umanità
non avrà un centro e una periferia perché ogni popolo sarà centro e periferia
nello stesso tempo, ogni popolo avrà diritto di custodire la propria identità
e di sentire"altri"gli altri popoli ma in una reciprocità che non porta affatto in sé la
contaminazione dell’ideologia del dominio"22.
Diciotto milioni di immigrati in Europa ci dicono che il fenomeno non è un
fatto congiunturale: è un processo che entra nelle dinamiche di cambiamento
strutturale delle nostre società che stanno diventando sempre più
multiculturali. Attualmente si possono identificare in Europa più di settanta
gruppi etnici, ciascuno dei quali ha un suo territorio, lingua e identità
etnica o nazionale, anche se solo un terzo di essi costituiscono anche uno stato.
Ogni gruppo etnico ha notevoli differenze non solo a seconda delle lingue
parlate, ma anche a seconda delle regioni, della religione, dello stato sociale.
Questo è il multiculturalismo europeo.
Come spiega Todorov nel concludere la sua analisi della conquista dell’America23 l’atteggiamento
verso l’altro può sboccare in due soluzioni entrambe basate sul più bieco
egocentrismo.
È possibile considerare l’uomo etnicamente diverso come un essere dotato dei nostri stessi diritti:
non dunque come altro ma come identico e uguale a noi e quindi necessariamente
assimilabile a noi. Noi ti riconosciamo uomo come noi, dunque non ti resta
che essere come noi siamo.
L’identità, l’uguaglianza annulla l’alterità e pone così la premessa
per la strategia, dell’assimilazione. Il riconoscimento dell’uguale dignità
si fa punto di appoggio per l’eliminazione dell’alterità. Eliminazione che
in caso di ostinata resistenza, può diventare anche fisica: è il caso degli
Indios ai quali non fu lasciata altra alternativa che la conversione o lo
sterminio.
Che questa sia anche oggi la tentazione delle società europee messe alla prova
dalla presenza di forti gruppi etnici, è dimostrata da una casistica
particolarmente ricca: in Francia, quando le ragazze arabe indossarono lo chador
durante le ore di scuola, è sorta, violenta, la reazione e l’opposizione
delle autorità civili. Nella tradizione laica occidentale, per quanto
illuminata, ciò che fa scandalo è che la differenza pretenda l’uguaglianza
restando differenza.
La seconda soluzione dell’incontro con l’altro è quella che mira a conciliare il
riconoscimento della sua dignità di uomo con il verdetto della sua inferiorità
in quanto diverso: uomo sì, ma diverso e perciò inferiore: Siamo disposti
a rispettare la differenza ma solo a condizione che si riconosca la nostra
superiorità.
Differenzae inferiorità e dunque disuguaglianza si equivalgono. Per questo
gli Indios, divenuti cristiani, vennero ritenuti per due secoli inidonei a
diventare preti: figli di Dio anche loro, ma inferiori24.
Alcune componenti politiche in Germania sono tuttora decisamente contrarie alla
concessione agli stranieri immigrati del diritto di voto nelle elezioni
amministrative: siete diversi, non siete uguali a noi, non potete godere dei
nostri stessi diritti.
L’assimilazione o la subalternità: ecco fino ad oggi quanto è
destinato agli uomini di altra razza venuti a contatto con l’uomo occidentale.
La modernità non ha conosciuti altri esiti.
Il tempo nuovo, segnato per un verso dalla crisi del sistema dei valori
occidentali come sistema assoluto e, per l’altro, dall’insediamento di vere
e proprie comunità etniche dentro le metropoli dell’Occidente, ci chiede che
tentiamo l’unica via autenticamente umana: quella dell’uguaglianza nella
diversità, senza che l'essere uguali significhi essere identici
e quella della diversità nell'uguaglianza, senza che l'essere differenti
significhi essere inferiori.
Nel riconoscere l’altro come tale, io resto me stesso e in più mi faccio
ricco dell’alterità riconosciuta, della sua diversità.
Che questa nuova condizione susciti senso di smarrimento, paura, ripiegamento
ossessivo sulla propria identità particolare, è un fatto del tutto naturale.
Le razze, coi loro diversi corredi culturali, sono chiamate sempre più a
convivere, confrontarsi, fecondarsi reciprocamente sciogliendosi sia dai
particolarismi tribali che le rendono chiuse l’una all’altra, sia dalle
pretese "universalistiche", totalizzanti che le mettono in guerra l’una
contro l’altra.
È soprattutto a questo livello che va affrontato e risolto un problema che
purtroppo fino ad oggi ha messo in moto quasi soltanto provvedimenti dettati
dalla logica di mercato (specie del mercato dei lavoratori, vedi il
trattato di Schengen) e dalla logica dell’ordine pubblico
(vedi le misure di polizia contro gli immigrati). La presenza dell’altro non
farà che aumentare, anche quantitativamente, nei Paesi europei. "Una
specie di nemesi demografica, sta assottigliando le risorse biologiche
dell’occidente: le tribù del Sud del pianeta si stanno spostando con la
potenza tranquilla degli assestamenti geologici"25.
Riconoscersi uguali accettandosi diversi
La civiltà occidentale dunque si è formata su un unico principio: quello della
soppressione del diverso o per espulsione o per assimilazione. Ma la vita
dell’Europa è destinata ad essere scossa dai suoi millenari fondamenti: gli
esclusi, gli emarginati, i periferici, i "dannati della terra"
reclamano il loro posto come individui, vogliono partecipare in prima persona
alla costruzione dell’Europa del domani. Masse d’uomini premono oggi alle
porte dell’Europa: sarebbe miopia chiamarli "barbari" solo a causa
di particolarità linguistiche. Essi sono gli europei di domani. La grande
scoperta che sta alla base del nuovo compito per l’Europa è appunto che le
diversità sono una forza. Ecco dunque i due grandi pericoli incombenti:
dalle migrazioni per motivi economici: la marginalità (razzismo
economico); e dalle migrazioni per motivi culturali: la paura del
diverso (razzismo culturale).
L’unica possibilità che ci rimane per costruire una società europea giusta e
veramente fraterna è quella di riconoscerci uguali accettandoci diversi. "Siamo
persone. Siamo uno fra i tanti. Uguali e diversi. Siamo persone. Con i nostri
vizi e virtù. Con le nostre convinzioni. Siamo persone. Completiamo gli altri e
siamo completati dagli altri. Uguali e diversi"26.
Se appena ci lasciamo animare da quella fede nell’uomo che ci viene insegnata
dalla nostra storia remota e recente, non dovrebbe suonarci retorica questa tesi:
gli altri, i diversi, vengono verso di noi con un dono di cui noi tutti abbiamo
bisogno. Essi ci offrono l’occasione per la scoperta della nostra umanità più
profonda.
Non basta la tolleranza, virtù illuministica. Occorre un atteggiamento
dinamico in grado di promuovere la nascita di ciò che attende di nascere.
"Bisogna ascoltare la crescita del grano, incoraggiare le potenzialità
segrete, risvegliare tutte le vocazioni a vivere insieme che la storia tiene in
serbo"27.
L’unica ipotesi che possiamo assumere come principio di discernimento nei
rapporti tra gli individui e le culture, dunque, è quella di un umanesimo
planetario in cui una medesima civiltà si integri in culture diverse.
Dalla paura della diversità alla paura dell’uguaglianza
L’homo absconditus
Un’ultima constatazione: finora i nostri tentativi per costruire una società
più giusta e veramente fraterna, i nostri sillogismi, i nostri sforzi
diplomatici, le nostre ipotesi sociopolitiche, i nostri stratagemmi e programmi
hanno mostrato la corda.
Noi cristiani, oggi, siamo forse chiamati a verificare un’altra ipotesi: l’unico
linguaggio capace di svegliare convergenze tra gli uomini di culture diverse è
il linguaggio profetico perché, a differenza del linguaggio culturale, esso ha
come suo naturale destinatario non l’homo editus, come lo chiama
Balducci, il greco, il romano, l’ebreo, ma l’uomo come possibilità,
l’uomo proteso al trascendimento delle diversità storicamente date, come
accadde il giorno di Pentecoste.
Se io scendo in Africa a insegnare la teologia cattolica, anche se non me ne
accorgo, compio una sopraffazione culturale; ma se scendo ad annunciare il
Vangelo sveglio l’"homo absconditus": lo metto in moto verso una sua
comprensione della verità unica, non traducibile in nessun concetto28.
In questa concezione trova fondamento una duplice concezione dell’attività
missionaria: la prima orientata verso la soppressione della diversità, la
seconda verso il suo accoglimento e il suo superamento.
Nel primo caso le missioni non fanno che assecondare la cultura del dominio; nel
secondo caso diventano messaggio di liberazione.
Per questo il Vangelo è, nella sua sostanza, un annuncio di pace: perché è un
annuncio profetico, un messaggio rivolto all’uomo nascosto, senza disprezzo
per la cultura particolare ma con l’invito a superarla in una comunione che
abbraccia tutte le persone.
Il diverso-universale
Dal punto di vista culturale Gesù era un ebreo, con tutte le limitazioni della
cultura ebrea, ma in quanto Messia egli si rivolse a tutti coloro che le culture
del dominio escludono e umiliano per annunciare che per loro era il regno
preparato dal Padre fin dalla fondazione del mondo.
Per questo la cultura della città quella del sinedrio e quella del pretorio lo
esclude: perché egli era un diverso, vorrei dire"il Diverso", ma un diverso in cui si riconosce l’uomo nascosto in ogni essere umano, di
qualsiasi tempo e di qualsiasi luogo.
La Scrittura, afferma Enzo Bianchi, mostra che il Dio biblico è il Dio degli
stranieri, il Dio che si fa straniero, che sceglie la marginalità, il di fuori,
la disuguaglianza, la diversità, fino a rivelarsi quale Dio degli ebrei schiavi
in Egitto e a manifestarsi in Gesù che nasce in un luogo scentrato e marginale
perché non c’era posto per lui (Lc 2,7) e che nel suo ministero
storico non aveva dove posare il capo (Lc 9,58). La croce poi, centro
della rivelazione cristiana, costituisce il momento tragicamente culminante
della radicale diversità e stranierità di Gesù.
Gesù stesso appare fuori dalla società civile e religiosa, estraniato da Dio,
abbandonato da Dio, fuori dalla salvezza. Ma, teologicamente, proprio quello è
il momento in cui salva tutti gli uomini; proprio quello è il momento in cui la
comunione si dilata a tutta l’umanità29.
Fra l’uomo e il cittadino, una ferita: lo straniero30
Lo straniero non è più né"una razza né una nazione"; in modo subdolo e inquietante si insinua dentro di noi: noi siamo gli
stranieri, gli esseri divisi e sconosciuti a noi stessi.
Lo straniero dunque è anzitutto dentro di noi.
Dobbiamo avere il coraggio di dirci disintegrati per accogliere gli stranieri
in quella inquietante estranietà, stranierità, che è loro come nostra.
Ci stiamo incamminando a grandi passi verso un tempo di nuove conoscenze, nuove
alleanze, nuove identità. Ci aspetta una società polivalente e multiculturale
in cui persone e culture si pongono tutte sullo stesso piano, tutte ugualmente
importanti, con le loro ricchezze e i loro valori. E questo richiede
cambiamenti spesso inaspettati e sorprendenti."Il futuro si presenta come una comunità fatta di stranieri che si accettano
nella misura in cui si riconoscono stranieri a se stessi e disposti ad accettare
l’estraneità dell’altro come parte e sviluppo della propria31"
A questo punto però diventa difficile, forse impossibile, distinguere diversità
e uguaglianza. Il che fa dire ad uno psicanalista:"Credo sia venuto il momento di un’altra rivoluzione copernicana: quello di
affermare finalmente che il razzismo non si fonda tanto sulla paura della
diversità, quanto sulla paura della somiglianza, non tanto sulla paura
degli altri quanto sulla paura di sè stessi. Quello che ha sempre
terrorizzato gli esseri umani è di dover accettare la fondamentale uguaglianza
di tutti con gli altri; di attribuire agli altri le proprie qualità e di
riconoscere in se stessi i difetti altrui. L’uomo deve ritrovare la propria
identità perduta ed essere capace di riconoscere negli altri se stesso. Il
razzismo è la paura di questo riconoscimento, la paura della propria identità
e non della diversità: é il rifiuto di amare il proprio simile32".
Note e riferimenti bibliografici
1G.Rovati, Uguali e diversi. Il problema della stratificazione sociale,
Vita epensiero, 1992. La faticosa convivenza del principio di uguaglianza e di
diversità viene analizzata dall’autore con riferimento sia alle teorie macro
e microsociologiche della stratificazione sociale, sia alla concreta dinamica
della società italiana. Particolare attenzione è rivolta al dibattito sulla
estensione dei diritti di cittadinanza, alle trasformazioni culturali e
strutturali dei ceti medi superiori, alla stima delle disuguaglianze
socio-economiche tra i nuclei familiari. Il primo capitolo del volume esplora la
storica dialettica tra uguaglianza e diversità, così come si è espressa
nell’ambito della riflessione sociologica. Tra i molti significati e le molte
implicazioni del termine-concetto uguaglianza, l’attenzione del
capitolo viene rivolta esclusivamente al fenomeno delle disuguaglianze sociali e
al modo di considerarle nell'ambito della teoria sociologica classica e
contemporanea.
2Questi temi sono ripresi e sviluppati nel volume di J.M. Aubert, Diritti
umani e liberazione evangelica, Querisiana, Brescia, 1989.
Mai forse come oggi si parla di diritti umani. Ogni partito politico, ogni
ideologia e anche ogni confessione religiosa si propone come difensore
accreditato di questi diritti, nelle loro continue variazioni. Ma in questo
modo, afferma l’autore, si dimentica che i diritti umani sono di tutti; solo
una coscienza universale può assicurare la loro promozione. L’autore non
passa sotto silenzio un passato in cui i cristiani hanno pesantemente leso tali
diritti attraverso il disprezzo dell’uomo, con la pratica della intolleranza e
della tortura. È un passato con tanti punti oscuri, ma il fondamento evangelico
dei diritti umani non è mai stato completamente dimenticato, anche se spesso
rimaneva puramente teorico. Oggi il ventaglio dei diritti umani non cessa di
allargarsi e l’autore li passa in rassegna, dai diritti individuali più
classici a quelli sociali che esprimono la solidarietà tra gli uomini.
Difendere i diritti umani afferma Aubert significa lottare per una umanità viva
e dignitosa.
3Sono molte le opere di carattere generale che hanno approfondito questo tema.
Tra le altre: AAVV, Diritti dell’uomo e società internazionale,
Vita e pensiero, 1983; AAVV, I diritti umani: presente e futuro dell’uomo
Pellegrini, Cosenza, 1989; Auber, op. cit.; J. F. Collange, Teologia dei
diritti umani, Queriniana, Brescia, 1991; R. Coste, Verso l’uomo.
La Chiesa e i diritti dell’uomo, Città nuova, Roma, 1985; H.
Klenner, Merxismus und Menschenrechte, Berlin, 1982; A. Montemarano, Diritti
dell’uomo e proposta cristiana, Janua, Roma 1983; B. Mondin, L’uomo:
chi è?. Elementi di antropologia filosofica, Massimo, 1997.
4Per il concetto di patria cfr. Patrie di J.M. Aubert, in Catholicisme,
Paris 1985 (pag. 816-827), mentre per il concetto di radici cfr. il
capitolo su L’identità fra riconoscimento dell’altro e
memoria delle radici (pag. 181- 192) G. Mari, Oltre il frammento, La
scuola, Brescia, 1995.
6Sui temi qui accennati (concetto di cultura, incontro delle culture, cultura
e cristianesimo) cfr.: la voce Cultura, in Lessico migratorio,
CSER, Roma, 1987; la voce Cultura nel Dizionario di sociologia,
EP, 1976; T. Tentori, Antropologia culturale, Roma 1968; R. Guardini, Natura,
cultura, cristianesimo, Morcelliana, Brescia, 1958; J. Maritain, Religione
e cultura, Mocelliana, Brescia, 1978.
7Cfr. O, Filtzinger, Cultura dominante e culture subalterne in Germania,
in Quaderno Udep, n. 14-15/1988.
uaderno UdepQqQuaderno
8Serge Latouche, L‘occidentalizzazione del mondo. Saggio sul significato, la
portata e i limiti dell’informazione planetaria, Bollati
Boringhieri, Torino, 1992.
Di questo prezioso cfr. in particolare il capitolo Deculturazione e
sottosviluppo (pag. 66-75). Tutto il volume per il resto verte su questa
constatazione: il fallimento dello sviluppo, la constatata impossibilità cioè
di ripetere nei paesi del cosidetto Terzo Mondo quel complesso di trasformazioni
che hanno portato all’opulenza dell’Occidente, si lascia dietro una vera e
propria catastrofe di cui si tarda a misurare l’ampiezza. Ovunque, a ristrette
élites che vivono all’ombra del mercato mondiale, corrispondono immense masse
sradicate che hanno subito la stessa invasione culturale prima ancora che
economica. L’espansione dell‘Occidente risulta essere il trionfo di un
modello universale, (quasi una megamacchina tecnico-scientifica che impone al di
fuori di qualsiasi possibilità di controllo i propri imperativi mercantili) più
che l’effetto di un diretto dominio militare e/o economico. Certo, afferma
l’autore, questi aspetti del buon vecchio colonianismo e imperialismo non sono
scomparsi, anzi!. Ma la loro portata è ormai senza misura con gli effetti di
una uniformazione planetaria tanto travolgente quanto destinata nella maggior
parte dei casi a restare puramente immaginaria.
9Cfr. V. Lanternari, Il modello centro-periferia in una prospettiva
antropologica. In difesa delle identità e delle differenze e Alterità
esterna e alterità interna in L’incivilimento dei barbari.
Problemi di etnocentrismo e di identità, Dedalo, Bari 1992.
11Populorum progressio, 62
12Anche sui temi del razzismo e nazionalismo la bibliografia è abbondante.
Segnaliamo in particolare: R.Bastide, Noi e gli altri. I luoghi di incontro e
di separazione culturali e razziali, Jaca Book, Roma, 1990; R.Galissot, Razzismo
e antirazzismo. La sfida dell‘immagine, Dedalo, Bari, 1992; M.Montago, La
razza. Analisi di un mito, Einaudi, 1960; X.Limp. Anatomia dell’apartheid,
Einaudi, 1972; E.Balibar, Io stesso o l‘altro? Per una analisi del razzismo
contemporaneo, in La critica sociologica, 1989; Balbo, Marconi, I
razzismi reali, Feltrinelli, 1992; T.Tentori, Il rischio della certezza.
Pregiudizio, potere, cultura, Studium, Roma, 1987; A.Beteille, La
disuguaglianza fra gli uomini, Il Mulino, Bologna, 1981.
13Cfr. Perotti, Le identità etno-culturali, in Pedagogia e vita,
Rivista mensile, Editrice La Scuola, Brescia, 2/1993. La bibliografia
sull’immigrazione in Germania comprende ormai quasi ottomila titoli. Mi limito
a segnalare solo due volumi che riportano, in merito, una buona selezione
bibliografica: F.Cabral,Multikulterelle Gesellschaft. Aktuelle
Herausforderungen an die Zivilgesellschaft und an die Kirche. Ed. Terra
Prometida, Offenbach, 1994; e C.Habbe, Asländer. Die verfemten Gäste,
SpiegelBuch, Hamburg 1983.
15Cfr. V. Lanternari, Una nemesi storica: gli immigrati del terzo mondo.
Aspetti etnoantropologici del fenomeno in Per una società multiculturale,
Liguori, 1991.
16M. Mansoubi, Mamma, li (nuovi) Turchi!, in Notiziario-Democrazia
Proletaria, 6 ottobre 1989.
17Cfr. E.Balducci, Convivere con le diversità, in Quaderno Udep, 19/1989.
18F.Rizzi, Siamo diversi, quindi uguali, in Pedagogia e vita,
Editrice La Scuola, Brescia, 2/1993.
19E.Balducci, L’uomo planetario, Camunia, Milano 1984.
20Lévinas, Umanesimo dell’altro uomo, Genova 1985.
21Levontin, La diversità umana, Zanichelli, 1987.
22T.Todorov, Noi e gli altri, Einaudi, 1991, cit. da A.Negrini, Educazione
interculturale e razzismo, in Migrazioni e società multiculturali. Una
sfida per l’educazione. Edizioni Junior 1994. Il volume raccoglie altre
relazioni (Agnello, Borrelli, Mangano, Calamoneri, Sirna, Bolognari, Filtzinger,
Romano, Ajello) svolte a un convegno internazionale a Catania sul tema della
multiculturalità. La riflessione critica mette a fuoco i numerosi motivi di
conflittualità ma anche l’estrema vitalità e le infinite risorse che si
attivano nei soggetti interessati dal fenomeno migratorio. I vari contributi
mirano a ridefinire le prospettive teoretiche di fondo entro cui si dovrà
muovere il discorso pedagogico, a identificare i nodi problematici delle
questioni emergenti e avanzano proposte educative per affrontare adeguatamente
ai vari livelli i problemi emergenti.
In proposito, si veda anche G.Mari, Oltre il frammento, dell’editrice
La Scuola di Brescia, 1995, in particolare il capitolo VI: Lineamenti
pedagogici per l’educazione della coscienza all’interno della postmodernità(pag.
169-226) che, propone la valutazione della coscienza come responsabile della
sintesi conoscitiva ed etica. Dopo il richiamo dei diversi quesiti esistenziali
che stanno affiorando nel postmoderno, sono individuati i sintomi di una ripresa
dell’attenzione alla trascendenza che apre alla rivalutazione metafisica della
coscienza atta a rappresentare, all’interno della cultura del frammento, l’elemento
capace di nuove sintesi culturali. Segnaliamo infine, di G.Di Cristofaro
Longo, Identità e cultura. Per una antropologia della diversità.
Studium, Roma 1993.
All’interno delle relazioni tra le persone sta avvenendo un cambiamento
radicale di prospettive, contenuti, rapporti; una mutazione antropologica
epocale, come la definisce l’autrice, che ridefinisce in termini inediti i
concetti di identità, appartenenza, interdipendenza, reciprocità. Dopo un
ampio esame teorico del concetto di identità, analizzato in rapporto al
concetto di cultura, il volume si sofferma su alcune aree di indagine
antropologica di particolare interesse e attualità: i rapporti uomo-donna; il
recupero di alcune tradizioni popolari come esigenza di riappropriazione delle
proprie radici; e per quanto riguarda il nostro tema, l’affermarsi di identità
planetarie conseguenti alla dilazione degli scenari di riferimento, dove si
trovano a convivere, non senza conflitti e apparenti contraddizioni, nuovi
localismi e tensioni verso la mondialità.
23Cfr. T. Todorov, La conquista dell’America. Il problema dell’altro,
Einaudi, 1984 (pag. 297-309).
25Cfr. E.Balducci, La terra del tramonto. Saggio sulla transizione,
Edizione Cultura della pace, Firenze, 1992; A.Negrini, Frantumazione etnica
in Europa e incontro delle culture, in Razzismo e frantumazione etnica:
politiche sociali e interventi educativi, in corso di stampa presso le
Edizioni Junior di Bergamo, che raccoglie vari interventi a un Convegno
internazionale presso l‘Università di Messina (marzo 1993).
26Antonio Cruz, Descobrindo-nos in Extases, raccolta di poesie,
Edizioni Alinea, Teresina PI, Brasil, 1994 (p.29); P. Collo, F.Sessi, Dizionario
della tolleranza, Bompiani, 1995, in particolare le voci Migrazioni,
Minoranze, Razza/Razzismo e Straniero.
27Levi-Strauss, Razza e storia, Einaudi, 1967 (pag. 82); E.Balducci, La
terra dei tramonti cit.
28E.Balducci, Convivere con la diversità, art. cit. in proposito vedi
anche il quaderno L‘altro, il diverso, lo straniero, della
pubblicazione Parola, spirito e vita, n. 27/1993.
Meritano una particolare segnalazione alcuni contributi raccolti nel volume Il
pensiero nomade. Per una antropologia planetaria, Cittadella Editrice,
Assisi, 1994. In particolare: G. Ruggeri, Metafore per una nuova soggettività.
Una meditazione teologica; P.Ricci Sindoni, Abramo: vocazione e
provocazione al nomadismo. Una lettura filosofica, e A.Rizzi, Per un
pensiero dell’Esodo: alterità ed eticità.
I contributi segnalati sono un esame di quella che è la cultura della nostra
epoca, caratterizzata da un crescente nomadismo: una percezione inconscia
di essere sempre e contemporaneamente ovunque e da nessuna parte, con
conseguenze dirompenti, sul piano della persona e della società. Il pensiero
nomade intende costituirsi come nuovo paradigma capace di configurare i modelli
possibili del darsi della differenza. È possibile definire questa logica come
logica del deserto?.. si chiede E.Baccarini nell’introduzione al volume
"La logica della traccia si struttura nel frammento e nella frammentarietà;
nella pazienza delle connessioni da costruire; nell’interpretazione polivoca
del senso".
29E. Bianchi, Noi cristiani, stranieri ovunque, in Liberal,
pubblicazione mensile, agosto 1995.
30J.Kristeva, Stranieri a sé stessi, Feltrinelli, Milano,1990.
32S.Giudro, V.Melotti, Il mondo delle diversità. Uno psicanalista e un
sociologo si interrogano sul razzismo. Edizioni Psicanalisi contro,
1991.
Le Migrant entre l’égalité et la diversité des
cultures.
Le droit à l’égalité dans la diversité des cultures est un principe qui
caractérise la société moderne toujours plus multiculturelle, Le droit d’être
tout à la fois égaux et divers est, en résumé, un des traits particuliers de
la civilisation occidentale envers toutes les autres civilisations, qui
s’exprime aujourd’hui en termes particulièrement dramatiques au niveau des
relations entre nations, ethnies, cultures, ensemble dans un seul état, en
blocs économico-politiques ou en systèmes culturels hétérogènes.
Après un bref développement sur les droits fondamentaux de l’homme (droit à
une patrie, à une culture, à la différence) qui dérivent directement de la
structure originale de la personne même, l’article dénonce les fortes inégalités
dont les migrants sont victimes.
Aujourd’hui, surtout en Europe, nous assistons toujours davantage, à une
fracture croissante entre économie, technologie, culture de masse et de
consommation, d’une part ; et les processus d’identification culturelle
des individus, de l’autre : alors que l’évolution économique, le
monde de la finance et la technologie de l’information se mondialisent
toujours plus, les individus tendent toujours plus à « se localiser »,
dans un certain sens à « se tribaliser », à mettre en mouvement
des processus d’exclusion, de discrimination, d’intolérance.
La référence ethnique (appartenance nationale) et la référence « au
lieu » (appartenance à un territoire déterminé) reviennent en force
dans la conscience collective ; il semble que l’internationalisation économique
et politique rappellent (comme anticorps ?) le développement des
nationalismes et des exclusions mentales. De ce phénomène les migrants
constituent le meilleur révélateur : ils en sont l’effet (leur flux et
leur installation en Europe suivent les lois du marché du travail
international) et, dans le même temps, ils en sont les victimes (leur
installation provoque les chauvinismes locaux et les manifestations de racisme
et de xénophobie).
Vivre de façon conviviale dans la diversité et se reconnaître tous égaux en
s’acceptant, est l’unique solution que les sociétés multiculturelles
doivent envisager aujourd’hui ainsi que ceux qui veulent retrouver leur propre
identité tout en acceptant de se reconnaître eux-mêmes dans les autres.
Der Migrant zwischen der Gleichheit und der Verschiedenheit der
Kulturen.
Das Recht auf Gleichstellung in der Verschiedenheit der Kulturen ist eine
charakteristische Grundlage der heutigen, immer mehr multi-kulturell werdenden
Gesellschaft. Das Recht sowohl gleich und auch verschieden zu sein, ist einer
der typischen Züge der westlichen Kultur gegenüber anderen Kultur;
dies findet heute seinen Ausdruck in besonders dramatischen Situationen in
dem Verhältnis zwischen Nationen, Ethnien, Kulturen, wenn diese präsent sind
in einem Staat, in wirtschaftlich-politischen Blöcken oder in ungleichen
kulturellen Systemen.
Nach einer kurzen Darlegung der grundlegenden Rechte des Menschen (Recht auf ein
Heimatland, eine Kultur, auf ein Andersartigsein) die direkt aus der ursprünglichen
Veranalgung des Menschen entspringen, beklagt der Artikel die großen
Ungleichheiten den Migranten gegenüber.
Wir beobachten heute immer mehr, besonders in Europa, auf der einen Seite eine
wachsende Spaltung zwischen Wirtschaft, Technologie, Massenkultur und
Massenkonsum, und auf der anderen Seite einen Prozeß der kulturellen
Identifizierung des Einzelnen: während die wirtschaftliche Entfaltung, die
Finanzwelt, die Technologie der Information immer mehr planeterisch wird,
tendieren die Individuen immer mehr darauf sich zu 'lokalisieren', ja in
gewissem Sinn einem 'Tribalismus' zu verfallen und Prozesse des Ausschließens,
der Dikriminierung, der Intoleranz auszulösen.
Die ethnische Beziehung (nationale Zugehörigkeit) und eine 'lokalisierte'
Beziehung (Zugehörigkeit zu einem bestimmten Territorium) kommen wieder stark
im kollektiven Gewissen auf: Es scheint, als ob die wirtschaftliche und
politische Internationalisierung (als Antikörper ?) das Aufblühen der
Nationalismen und der geistigen Verschließung hervorrufen würde. Die
Immigranten sind der klarste Anzeiger dieses Phänomens: sie sind die Wirkung
(ihr Zustrom und ihre Niederlassung in Europa folgen den Gesetzen des
Arbeitsmarktes, der internationalen Arbeit) und zur gleichen Zeit auch die Opfer
(ihr Sich-Niederlassen ruft örtlichen Chauvinismus und Äußerungen von
Rassismus und Fremden-feindlichkeit hervor).
Mit diesen Verschiedenheiten leben und sich als gleich anzusehen und
anzuerkennen, das ist die einzige Lösung, welche die multi-kulturelle Geschaft
heute all denen anbietet, die ihre eigene Identität wiederfinden wollen
und bereit sind, sich selbst in den anderen wiederzuerkennen.
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