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Pontifical
Council for the Pastoral Care of Migrants and Itinerant People
People
on the Move - N°
86, September 2001
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Il Mare e la Bibbia
Mons. Gianfranco RAVASI
Prefetto Biblioteca Ambrosiana
Più di 1500 versetti dell'Antico Testamento sono "bagnati"
dalle acque e per 397 volte è jam, il "mare", a dilagare.
Tuttavia sbaglierebbe chi volesse mettersi davanti alle pagine sacre marine
con quell'atteggiamento di serena contemplazione, di requie, di pace che
forse alcuni nostri lettori stanno sperimentando lungo una spiaggia mentre
scorrono queste righe. E' questo un equivoco in cui sono caduti molti
esegeti che hanno ricondotto il tema del mare al bacino semantico più
vasto delle "acque", in ebraico majim (582 volte nell'Antico
Testamento). Emblematico è, ad esempio, lo sterminato Grande Lessico
del Nuovo Testamento che nella sua quindicina di volumi non trova spazio
per la voce thálassa, "mare", e si accontenta di hydor,
"acqua". Al massimo ci s'interessa del mar Rosso o mar delle
Canne, del mar Morto, del mare di Galilea (il lago di Tiberiade), del
"Mare" per eccellenza che è il Mediterraneo (nella Bibbia
la locuzione "verso il mare" sta per "occidente"),
del "mare di bronzo", il grande bacino di acqua lustrale del
tempio di Salomone (80.000 litri di capacità).
E se è robusta la bibliografia sull'acqua biblica, segno vitale
e catartico, per il mare dobbiamo in pratica ancor oggi far riferimento
solo al saggio di Otto Kaiser, intitolato Die mythische Bedeutung des
Meeres in Ägypten, Ugarit und Israel, pubblicato a Berlino nel 1959
e riedito nel 1962. Sì perché il mare per l'antico Vicino
Oriente è stato prima di tutto e sopra tutto un grandioso simbolo
negativo, una categoria espressa con un vocabolo che a Ugarit, celebre
città cananea della Siria, era il nome stesso di una divinità,
Jamn appunto, che attentava allo splendore del cosmo e duellava col dio
della creazione Baal. In questa linea si collocano i sinonimi come tehom,
l'abisso acquatico primordiale da cui era sbocciata la terra, o le "molte
acque", majim rabbim che trascinavano con sé diluvio e morte.
Difficile è, perciò, per l'uomo biblico sostare davanti
al mare su un litorale e cantare, come fa Luzi, "il mare fermo sotto
il volo dei gabbiani sfrangiato appena tra gli scogli dell'isola, dove
una terra nuda si fa ombra con le sue gobbe".
Un'eccezione c'è ed è nello stupendo "cantico delle
creature" del Salmo 104, da alcuni raccordato all'Inno ad Aton del
faraone "monoteista" solare Akhnaton. In un bozzetto di straordinaria
intensità pittorica anche i famosi mostri marini come Leviatan
(o Rahab o Behemot o Tannin), simboli del caos e del nulla, partecipano
a una festa di vita e di pace: "Ecco il mare ampio e spazioso, là
brulicano innumerevoli animali piccoli e grandi; là passano le
navi e il Leviatan che hai plasmato per tuo divertimento" (versetti
25-26). In questo spirito nel corale cosmico del Salmo 148, intonato da
22 creature tante quante sono le lettere dell'alfabeto ebraico anche il
mare è invitato a intonare il suo halleluia: "Lodate il Signore
mostri marini e voi tutti abissi!" (versetto 7). Ma questa è
una piacevole eccezione. Nella Bibbia il mare incombe arcigno, come nel
tempestoso canto V dell'Odissea, allorché "si sciolsero a
Odisseo le ginocchia e il cuore" o come nella turbinosa scena del
I canto dell'Eneide (versi 81-123) o come in tanti altri passi "procellosi"
della letteratura classica.
Tutto era cominciato con la creazione allorché "Dio Disse:
Le acque che sono sotto il cielo si raccolgono in un solo luogo e appaia
l'asciutto. E così avvenne. Dio chiamò l'asciutto terra
e la massa delle acque mare" (Genesi 1,9-10). La bellezza del mondo
("Dio vide che era cosa buona e bella") riposa su questo equilibrio
instabile, frutto dell'atto creativo, tra la terraferma e il mare che
è visto come un'esplosione in superficie del grande abisso sotterraneo,
il tehom appunto (la divinità Tiamat negativa mesopotamica), che
è il sottofondo "infernale" della mappa cosmologica biblica.
Il Creatore ha steso una frontiera tra i due esseri in tensione, mare
e terra: è la battigia del litorale. Lo dice in modo superbo Dio
stesso nel libro di Giobbe, comparando il mare a un bimbo turbolento stretto
nelle fasce delle nubi e a un prigioniero inchiavardato in un carcere
di massima sicurezza: "Chi serrò tra due battenti il mare
quando erompeva a fiotti dal suo grembo materno, quando gli davo per manto
le nubi e per fasce la foschia, quando spezzavo il suo slancio imponendogli
confini, spranghe e battenti, e gli dicevo: Fin qui tu verrai e non oltre,
qui si abbasserà l'arroganza delle tue onde?" (38,8-11).
Un'idea, questa, ripetuta nel canto autocelebrativo che la Sapienza divina
creatrice proclama nel capitolo 8 del libro dei Proverbi: "Quando
stabiliva al mare i suoi confini sicché le sue acque non oltrepassassero
la spiaggia io ero con lui (il Creatore)", (versetti 29-30). Dante
nel Convivio parafraserà il testo: "Quando (Dio) circuiva
lo suo termine al mare e poneva legge a l'acque che non passassero li
suoi confini con lui io era" (III, 15,16). Stare, perciò,
sul bagnasciuga vuol dire per l'antico ebreo vivere un'esperienza simile
a quella di chi s'affaccia su un cratere vulcanico, colto quasi da vertigine.
Esperienza ben diversa da chi ora sta ammirando il giuoco delle onde,
come aveva fatto Montale in un suo bel distico: "Una carezza disfiora
la linea del mare e la scompiglia".
Il diluvio nel libro della Genesi è, allora, visto come lo scardinamento
di quell'equilibrio cosmico perché alle acque celesti si incrociano
quelle del mare, lasciato libero da Dio di impazzare sulla terra: "e
ruppero tutte le sorgenti del grande abisso e le cateratte del cielo si
aprirono" (7,11).
E' per questo che il mare viene iscritto nella panoplia con cui il Dio
giudice condanna l'umanità peccatrice: "E' lui che comanda
alle acque del mare, dichiara il profeta Amos (5,8) e le spande sulla
terra". Gli fa eco Geremia: "Il Signore degli eserciti solleva
il mare e ne fa mugghiare le onde" (31,35). In versetti e versetti
della Bibbia la potenza divina si dispiega in tutta la sua infinità
proprio dominando il mare e tenendo saldo l'organico della creazione,
con la terra come una piattaforma sospesa su colonne sopra l'abisso caotico
marino. E' per questo che nell'esodo d'Israele dall'Egitto Dio prima impone
al mare di bloccarsi come muraglia, obbedendo al suo potente imperativo
(Esodo 14,22), e poi scatenandolo come arma del suo giudizio sugli oppressori
egiziani: "Al soffio della tua ira si accumularono le acque, si alzarono
le onde come un argine, si rappresero gli abissi in fondo al mare. soffiasti
col tuo alito: il mare li coprì, sprofondarono come piombo in acque
profonde" (Esodo 15,8.10). Suggestiva è la rielaborazione
poetica dell'evento offerta dal Salmo 114: "Il mare vide e si ritrasse
indietro.. Che hai tu, mare, per fuggire?" (versetti 3,5). Esemplare
è, al riguardo, la scena evangelica della tempesta sedata ove Cristo,
identificato ormai col Signore Creatore, attacca il mare come se fosse
un essere diabolico, riprendendo una classica concezione mitica, e lo
sottopone a un esorcismo: "Sgridò il vento e disse al mare:
Taci, calmati! Furono presi da grande timore e si dicevano l'un l'altro:
Chi è costui al quale anche il vento e il mare obbediscono?"
(Marco 4,39. 41).
Se noi, dunque, ci tuffiamo in mare come in una specie di grembo sereno,
l'uomo biblico vi penetra con terrore sentendolo quasi come il sudario
della morte. Dio solo può strapparlo da quelle fauci, come canta
Davide nel Salmo 18: "Stese la mano dall'alto, mi afferrò,
mi sollevò dalle grandi acque mi portò al largo, mi liberò
perché mi vuol bene" (versetti 17 e 20). Dio solo può
"con una minaccia prosciugare il mare: i suoi pesci, per mancanza
d'acqua, restano all'asciutto, muoiono di sete" (Isaia 50,2). A questa
ripulsa nei confronti del mare contribui, certo, anche la configurazione
della costa palestinese piuttosto rettilinea: solo Salomone organizzò
una flotta di bandiera, usando tecnici fenici, la cui competenza era celebre
in tutto il Mediterraneo. Israele fu, infatti un popolo di santi, di eroi,
di poeti ma non di navigatori. Se ne ricordano di famosi solo tre e tutti
sfortunati. C'è innanzitutto Giona il profeta renitente alla sua
missione, che si imbarca su una nave fenicia diretta a Tarshish (forse
Gibilterra o la Sardegna) per sfuggire all'ordine divino che lo invia
all'antipodo, cioè a Ninive, e che incappa in un terribile fortunale.
Il delizioso racconto una specie di favola morale di taglio universalistico
comprende, come è noto, anche il ricorso ai mostri oceanici mitici,
l'enorme pesce che inghiotte il misero per tre notti e tre giorni. Dal
ventre del mostro Giona riesce anche a cantare un salmo "marino":
"Mi ai gettato nell'abisso, nel cuore del mare, tutti flutti e le
onde sono passate sopra di me. Le acque mi hanno sommerso fino alla gola,
l'abisso mi ha avvolto, l'alga si è avvinta al mio capo" (2,4.6.).
Sarà l'Onnipotente a comandare al cetaceo di vomitare Giona su
una spiaggia. Su una spiaggia, quella di Malta, andrà ad approdare
coi suoi compagni di avventura anche Paolo, al termine di un uragano scatenatosi
sul Mediterraneo mentre veniva trasferito a Roma per il processo d'appello.
Chi ama racconti di mare alla Conrad dovrebbe leggere il capitolo 27 degli
Atti degli Apostoli con la sua pittoresca descrizione della vicenda vissuta
da Paolo su una nave oneraria romana. Lo stesso Apostolo confesserà
di "aver fatto naufragio tre volte e di aver trascorso un giorno
e una notte in balia delle onde" (2Corinzi 11,25). Ma è con
un terzo navigatore, questa volta anonimo, che vogliamo concludere il
nostro breve viaggio sui flutti marini della Bibbia. Nel Salmo 107 entrano
in scena quattro personaggi che nel tempio di Gerusalemme stanno sciogliendo
i loro voti. C'è un carovaniere che aveva smarrito la pista nel
deserto e l'aveva ritrovata, c'è un carcerato liberato, c'è
un malato grave guarito. Alla fine si alza a pronunciare il suo ex-voto
un marinaio e il suo è il racconto più emozionante. Il Siracide,
sapiente biblico del II secolo a.C., riconosceva che "i naviganti
parlano dei pericoli del mare e a sentirli coi nostri orecchi restiamo
stupiti" (43,24). Ascoltiamo anche noi il marinaio devoto.
"Coloro che solcavano il mare sulle navi facendo commerci sulle acque
immense, videro le opere del Signore e i suoi prodigi nelle profondità
marine. Egli parlò e fece levare un vento tempestoso che sollevò
le onde. Salivano al cielo, scendevano negli abissi, il respiro veniva
meno per il pericolo. Ballavano e barcollavano come ubriachi, tutta la
loro perizia era svanita. Nell'angoscia gridarono al Signore ed egli li
estrasse da quell'angustia. Ridusse la tempesta alla calma, s'acquetarono
le onde del mare. Giorino per la bonaccia ed egli li guidò al porto
sospirato" (versetti 23-30). Théophile Briant nella sua antologia
Les plus beaux textes sur la Mer, pubblicato a Parigi nel 1951, ha inserito
questa strofa accanto ai classici delle tempeste marine, dai citati Omero
e Virgilio, ad Alceo e Ovidio. Potremmo pensare anche all'Ulisse dantesco:
"Un turbo nacque, e percosse del legno il primo canto. Tre volte
il fe' girar con tutte l'acque; a la quarta levar la poppa in suso e la
prora ire in giù, com'Altrui piacque, infin che 'l mar fu sopra
noi rinchiuso" (Inferno XXVI, 137-142).
Ma per la Bibbia, come si è ripetuto, non c'è solo il terrore
primordiale dell'uomo di fronte alle energie scatenate della natura. Non
c'è solo l'esperienza fisica dello stordimento e del mal di mare,
usata tra l'altro dal libro di Proverbi per dipingere ironicamente l'ondeggiare
dell'ubriaco: "Sarai come chi giace in mezzo al mare, come chi siede
sull'albero maestro" (23,24).C'è, invece, l'emozione tutta
metafisica dell'incontro col nulla; c'è la sensazione raggelante
dell'abbraccio con gli inferi e con la morte. E' per questo che nella
nuova e perfetta creazione escatologica il mare scomparirà: "Vidi
un nuovo cielo e una nuova terra, annota Giovanni nell'Apocalisse perché
il cielo e la terra di prima erano scomparsi e il mare non c'era più".
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